di Sandro Moiso
Sganciarono la bomba nel 45 per far terminare la guerra mondiale
Nessuno aveva mai visto niente di così terribile, prima
il mondo guardava con gli occhi spalancati per vedere come sarebbe andata a finire
Gli uomini del potere eludevano l’argomento
era un momento da ricordare, non dimenticheremo mai
Stavano giocando alla roulette russa con Hiroshima e Nagasaki
(Jim Page – Hiroshima Nagasaki Russian Roulette, 1974-77)
Sono ancora una volta delle parole, in parte esplicite e in parte
giustificatorie, quelle da cui partire per una riflessione sul presente e
sul passato di un modo di produzione e della sua espressione
politico-militare. Ciò di cui qui si parla prende infatti avvio dalla
affermazione fatta da Donald Trump, dopo il bombardamento dei siti
nucleari iraniani, secondo il quale: «I raid sull’Iran, come Hiroshima e
Nagasaki, hanno chiuso la guerra». Secondo tale narrazione, infatti, i
bombardamenti delle due città giapponesi avvenuti rispettivamente il 6 e
il 9 agosto 1945 avrebbero costituito l’ultima ratio per risparmiare la
vita di un numero di soldati americani che andavo crescendo nel tempo
da 500.000 a un milione. Nel corso di questo articolo si vedrà se è
stato davvero così. Per adesso, quel che si può dire è che il
riferimento ha suscitato l’indignazione degli “hibakusha”, i
sopravvissuti giapponesi alle bombe, poiché:
Guardati con le lenti del diritto contemporaneo, gli
attacchi di Hiroshima e Nagasaki si configurano come crimini di guerra
plateali, e verosimilmente come due immensi attacchi terroristici.
Usarli come esempio di una soluzione rapida e pulita, come Trump ha
fatto, non è solo una falsificazione storica ma un ritorno inquietante
alla lettura di quegli eventi che una parte di occidente si era
fabbricata subito per giustificarli, e che nel tempo abbiamo superato.
[Ma] il paragone ignominioso di Trump ha tuttavia almeno un merito: ci
ricorda, se ce ne fosse bisogno, che a ottant’anni da Hiroshima siamo
ancora immersi nell’era atomica, che non ne intravediamo la fine, perché
forse fine non ci sarà. Di tutte le aberrazioni che l’umanità ha
prodotto, la bomba atomica resta ancora la peggiore. E non è affatto,
come ci siamo a lungo convinti e come si auguravano i fisici pentiti di
Los Alamos, la miglior garanzia di pace possibile»1.
Eppure, eppure...
Come si è rilevato su queste pagine nel recente passato, anche qui in
Europa si è scatenata, con la scusa del riarmo giustificato dalla
minaccia russa, una nuova corsa all’armamento nucleare in cui, tra
Francia e Regno Unito che già lo detengono, si vuole inserire anche la
Germania del cancelliere Merz. Pretesa che sta alla base, certo più che
la difesa dell’Ucraina, dell’accelerazione data al coordinamento tra
Francia e Regno Unito con la Dichiarazione di Northwood, in vista di un
uso non più impossibile dell’arma nucleare per rispondere a «minacce
estreme» contro l’intera Europa.
Un modo come un altro per mettere alle dipendenze dai due paesi
divisi dalla Manica l’intero sistema di difesa europeo che, comunque,
per adesso ancora non esiste. Compresa l’improbabile deterrenza che
potrebbe essere rappresentata dall’arsenale di circa 500 testate
nucleari detenute complessivamente dalle due potenze “straccione”2 a fronte delle quasi seimila detenute dalla Russia3. In un contesto in cui molti governi hanno già scelto la Bomba come arma di pronto impiego.
Le atomiche tornano [così] ad essere quel che furono
ottant’anni fa, a Hiroshima e a Nagasaki: estremo rimedio per finire il
nemico. Ma in un contesto drasticamente diverso. La guerra dei dodici
giorni fra Israele e Iran con la partecipazione straordinaria degli
Stati Uniti non sarà ricordata per i suoi modesti esiti tattici ma per
lo sconvolgimento che ha innestato su scala globale. Perché ha sancito
la fine della deterrenza nucleare basata sulla mutua distruzione
assicurata. Gli arsenali nucleari effettivi e latenti non assicurano più
la vita di chi li possiede, per esempio Israele, o potrebbe presto
dotarsene, come l’Iran. [...] Il regime di non proliferazione formalizzato
dal trattato voluto nel 1968 dai detentori della Bomba per impedire che
altri se ne dotassero è saltato da tempo. Siamo a quota nove potenze
nucleari, con l’Iran sulla soglia e otto variamente latenti [...] I
furbetti della latenza sono ormai smascherati. Giappone su tutti, poi
Germania, Corea del Sud, Canada, Paesi bassi, Brasile, Argentina,
Taiwan. Presto anche Turchia e Arabia Saudita. Persino in Italia
potrebbero riaffiorare sepolte velleità nucleari, espresse nel programma
segreto franco-germanico-italiano del 1957, bloccato dagli americani
(poi da De Gaulle)4.
Aggiungendo poi ancora il fatto che, molto probabilmente ad usare le
testate nucleari sarà lo schieramento o il paese più a corto di soldati.
Cosa niente affatto impossibile, considerata l’attuale scarsa
propensione alla guerra e all’arruolamento riscontrabile soprattutto nei
paesi europei. Ancora una volta, insomma, un modo per “risparmiare
soldati”, ma certo non i civili.
Non solo, ma mentre si parla di guerra nucleare sul continente
europeo, e nel resto del mondo, le forze politiche ed economiche legate
al settore energetico e a quello industriale continuano platealmente a
blaterare della necessità di costruire nuove centrali nucleari nei paesi
europei. Italia compresa e, forse, in testa.
Si presentarono come salvatori della moderna razza umana
con aureole radioattive intorno alla faccia
con la chiave per la cura sicura, il trattamento per le nostre malattie
Una radiazione al cobalto ed una tasca piena di pillole
Parlando sempre del nemico in agguato al di là dell’oceano
Mentre loro si insinuavano tra di noi come malattie infettive.
L’uso dell’energia nucleare, per bocca dei suoi apprendisti stregoni,
è giustificato da un autentico delirio di onnipotenza, visto che
permetterebbe di assicurare ai suoi detentori sia un controllo
illimitato sugli uomini che sulla Natura. Una fonte di energia che da un
lato sembra promettere uno sviluppo infinito del progresso energivoro
di cui il modo di produzione determinato dalle leggi del capitale è la
perfetta manifestazione così come il superamento dei limiti della specie
nei confronti del mondo materiale con cui deve fare i conti fin dal suo
primo apparire sul Pianeta, mentre dall’altro può far sventolare la
promessa della massima distruttività applicata a coloro che si oppongano
ai suoi detentori sia sul piano tecnologico e scientifico che militare.
Quest’ultima accompagnata, però, da quella ipocrita del risparmio di
vite umane derivante dal suo impiego.
Un argomento, insieme a quello del progresso, con cui gli scienziati
del settore, spesso tutt’altro che neutrali e disinteressati come
dimostra la storia del Progetto Manhattan e non sempre animati da nobili
propositi o scientifiche certezze, hanno spesso giustificato il loro
“sporco lavoro”. Come, ad esempio, lo stesso Robert Oppenheimer che, a
differenza di quello portato sui grandi schermi con lo sguardo limpido e
triste di Cillian Murphy, non aveva difficoltà ad ipotizzare che le
vittime dell’uso della bomba su una città giapponese sarebbe stata di
almeno ventimila5,
pur di soddisfare la richiesta dell’esercito americano, proveniente
dallo stesso presidente Roosevelt, di avere a disposizione un’arma che
potesse porre fine alla guerra senza concedere al nemico alcuna forma di
trattativa di pace.
Una storia che, per quanto riguardava la guerra con il Giappone, era
iniziata molti anni prima. Nel 1923 addirittura, quando secondo il Plan Orange
stabilito dalle forze armate e dalla marina militare statunitensi, la
Fase III avrebbe dovuto prevedere: «Una campagna volta all’isolamento
del Giappone attraverso il controllo di tutte le acque che lo
circondano, nonché tramite l’equivalente delle operazioni di embargo e
la cattura e l’occupazione di tutte le isole giapponesi periferiche,
oltre che con incursioni aeree sul territorio nipponico»6.
Che nel novembre del 1941, prima dell’attacco giapponese a Pearl
Harbour, il generale Marshall aveva anticipato nella sua opera di
distruzione, affermando in una conferenza stampa che: «Se si dovesse
arrivare a una guerra contro i giapponesi, combatteremo senza pietà. Le Flying Fortress7
saranno prontamente impiegate per mettere a ferro e fuoco le città di
carta del Giappone. Non esiteremo a bombardare anche i civili: sarà
un’azione a oltranza»8.
Al di là del fatto che questa ultima affermazione riveli sia il
carattere razzista contenuto nella guerra con il riferimento alle “città
di carta” tipiche dell’architettura tradizionale giapponese, che
l’ipocrisia della giustificazione a posteriori dei bombardamenti sul
territorio giapponese e le sue città, va qui ricordato che all’epoca
l’aviazione militare statunitense, che costituiva ancora una branca
dell’esercito, non aveva a disposizione degli aerei a lungo
raggio in grado di raggiunger il territorio giapponese dalle basi
americane dislocate nel Pacifico o altrove.
Per raggiungere questo obiettivo si dovette utilizzare sia le basi
militari inglesi in India che quelle messe a disposizione dalla Cina del
governo di unità nazionale retto da Chiang Kai-shek e, soprattutto,
dare inizio ad un nuovo progetto per un bombardiere a lungo raggio
affidato alla Boeing: il B-29. Bombardiere i cui motori Wright R3350
costituirono sempre un problema non indifferente poiché surriscaldandosi prendevano
regolarmente fuoco, tanto da aver contribuito alla morte del capo pilota
collaudatore della Boeing durante il secondo volo del prototipo dello
stesso B-29.
Non è per pignoleria che qui si segnala ai lettori che gli incendi dei motori delle fortezze volanti,
nel periodo finale della guerra, assommassero complessivamente a 6247
contribuendo così, ben più delle scarse difese antiaeree nemiche, oltre
che alle avverse condizioni meteorologiche, alla perdita di novantasei
bombardieri sui centoventicinque persi complessivamente nel corso della
campagna di bombardamenti9.
Un fattore legato anche alla volontà dello stesso presidente Roosevelt
di avere a disposizione uno strumento di distruzione a distanza, ben
prima che fossero risolti tutti i problemi tecnici inerenti alla sua
realizzazione. Sì, perché il presidente democratico per eccellenza, che
aveva condannato a parole i bombardamenti sui civili indifesi ancora nel
settembre del 1939, a partire dal dicembre 1941 aveva approvato un
programma di ricerca americano per la possibile creazione di una bomba
atomica e nel gennaio del 1943, dopo la conferenza anglo-americana di
Casablanca, aveva annunciato che i tre Stati dell’Asse (Italia, Germania
e Giappone) avrebbero dovuto arrendersi senza condizioni10.
Una guerra, pertanto, senza quartiere di cui i civili avrebbero
costituito le vittime principali considerato che le aree produttive e
urbane avrebbero costituito gli obiettivi principali, secondo la
dottrina inaugurata dallo stratega italiano Giulio Douhet fin dal 1921
con il suo libro Il dominio dell’aria. Una sorta di ventre
molle su cui operare e colpire, sia per indebolire le capacità
produttive ed economiche dell’avversario che il morale della
popolazione, inizialmente con l’uso di gas venefici e bombe incendiarie.
Come avvenne, per esempio, con i bombardamenti di Dresda (13 e 15
febbraio 1945) e Tokyo (più volte bombardata dal 1942 fino all’estate
del 1945).
In particolare il comando dell’aviazione americana aveva individuato
nel Giappone, fin da prima dell’inizio del conflitto, un paese nemico
particolarmente vulnerabile, «un obiettivo ideale per l’attacco aereo».
Cosa che fece sì che lo schema della futura campagna di bombardamenti
contro il paese del Sol Levante fosse «già stato sviluppato molto prima
che ci fosse l’effettiva possibilità di realizzarlo»11.
Ancora Roosevelt sostenne con regolarità e fermezza lo sviluppo della
capacità di bombardamento delle forze aeree statunitensi, chiedendo già
nel gennaio del 1939 (prima ancora dell’ipocrita difesa dei “civili
indifesi”) che venisse avviato un programma di sviluppo e produzione di
bombardieri pesanti.
Cosa che sarebbe valsa alla Boeing la fabbricazione di 3760 B-29, per
un costo complessivo di quasi quattro miliardi di dollari, nonostante
il fatto che durante l’addestramento negli Stati Uniti fossero morti 461
aviatori con la perdita di 272 velivoli a causa di incidenti, mentre
complessivamente 2822 membri di equipaggi sarebbero rimasti uccisi o
dispersi nella perdita di 493 velivoli totali nel corso delle operazioni
di attacco condotte dal comando aereo americano. Cifre comunque
insignificanti rispetto alle vittime civili causate da una strategia
pianificata fin dal maggio del 1943, quando:
la sezione di intelligence delle forze aeree statunitensi
chiese un rapporto sull’infiammabilità delle città giapponesi. L’Office
of Stategic Service (OSS) preparò le mappe di venti città, suddivise in
zone che indicavano il grado di vulnerabilità al fuoco. Tra queste
figurava la voce «Tokyo: aree infiammabili», che era già stata tracciata
nel novembre del 1942.
[...] Per testare la capacità degli ordigni incendiari disponibili di
distruggere le abitazioni giapponesi furono costruiti dei modelli di
«quartieri operai» presso il Dugway Proving Ground nello Utah, vicino a
Salt Lake City. [...] A Dugway, ogni casa giapponese, realizzata con un
misto di legno di abete di Douglas e abete rosso, presentava due piani
arredati nel tipico stile nipponico con stuoie di paglia di riso
«tatami», paraventi di legno, cuscini e pochi mobili. I test condotti a
Dugway tra il maggio e il giugno 1943, quando il modello di villaggio
giapponese fu bombardato per ventisette volte, dimostrarono che gli
attacchi aerei incendiari potevano essere giustificati dal fatto che
consentivano di appiccare un numero sufficiente di incendi non
controllati (ovvero quelli che necessitavano di un intervento
antincendio)12.
Una pianificazione anti-civili che con il bombardamento di Tokyo del 9
marzo 1945 raggiunse, come a Dresda in Germania, i suoi massimi sfarzi.
L’operazione Meetinghouse, come venne definita, vide impiegati
334 aerei, il maggior numero fino ad allora nella guerra contro il
Giappone, di cui 279 raggiunsero la capitale, su cui sganciarono 1665
tonnellate di esplosivo.
In breve tempo vennero appiccati centinaia di piccoli
incendi che rapidamente andarono fuori controllo fino a trasformarsi in
un’unica enorme conflagrazione. Le casette di legno non disponevano di
alcuna protezione e il fuoco si propagò da un tetto all’altro, senza
spazi o muri tagliafuoco che rallentassero le fiamme. Con un vento che
presto raggiunse la velocità di 90 chilometri all’ora [...] Sebbene spesso
si parli di tempesta di fuoco, l’incendio fu una conflagrazione
caratteristica, che si muoveva sottovento vicino al suolo, formando una
colonna e bruciando tutto ciò che di combustibile trovava lungo il
proprio percorso, in modo più turbolento di una tempesta di fuoco, con
più calore e fiamme e meno fumo. In sei ore, lungo il proprio percorso
la conflagrazione aveva bruciato quasi il cento per cento dell’area,
compresi gli interni di edifici commerciali e pubblici più solidi, dove i
pavimenti, le scale e le imposte di legno ardevano a causa della
temperatura elevata.
[...] Nel calore intenso, le scintille riempivano l’aria, incendiando i
vestiti e i capelli delle persone fino a trasformarle in un ulteriore
oggetto combustibile. Le donne in fuga con i bambini legati alla schiena
non facevano in tempo a rendersi conto che i piccoli morivano bruciati
[...] Negli edifici in cui la gente si affollava, compreso il grande
teatro Mijiza nel quartiere centrale di Chūō, gli occupanti erano cotti a
vapore, arrostiti, asfissiati e infine ridotti a uno spesso strato di
cenere [...] Il raid di Tokyo fu solo l’inizio di una campagna di
massiccia distruzione urbana. Oltre ai 25,4 chilometri quadrati
incendiati a Tokyo il 9 e il 10 marzo, furono devastati altri 260
chilometri quadrati in sessantasei aree urbane, uccidendo, secondo le
cifre ufficiali, un totale di 269.187 persone in poco più di cinque mesi
di incursioni aeree. Di tutti quegli attacchi, il «Grande raid
incendiario di Kantō», come venne chiamato in Giappone il bombardamento
di Tokyo, fu il più eccezionale. La quantità di morti al centro della
pianura del Kantō rappresentò il maggior numero di civili uccisi in un
sol giorno di tutte le guerre del XX secolo13.
Dilungarsi oltre sulla distruzione successiva di Hiroshima e Nagasaki,
il 6 e il 9 agosto 1945, sarebbe soltanto opera di pornografia della
morte e del dolore, anche perché entrambe non costituirono altro che il
corollario di una volontà di devastazione, di rappresaglia e trionfo
anglo-americano che il conflitto portava con sé. Con il vantaggio, però,
di non dover essere poi giudicato nel processo di Norimberga. Dal
quale, non a caso, anche i devastanti bombardamenti nazisti sulle città
inglesi ed europee furono esclusi dai crimini di guerra analizzati in
quella sede.
Il cantautore americano Jim Page, da non confondere con il chitarrista inglese Jimmy Page dei Led Zeppelin,
in un’intervista rilasciata a Robert Allen avrebbe dichiarato che:
«Stavo avendo un’accesa discussione sull’uso dell’energia nucleare con
un mio amico quando mi è venuto in mente che se vieni esposto a troppe
radiazioni probabilmente ti ammalerai di cancro e che poi ti avrebbero
trattato con le radiazioni. E che tutte queste centrali, instabili e mal
costruite come sono, erano incidenti in attesa di accadere. Era come
giocare alla roulette russa, quello strano gioco in cui si passa una
pistola con un solo proiettile e tutti la puntano alla testa, si
scommette e il fortunato vincitore perde. Solo che questa era una
versione nucleare. Questa era la roulette russa Hiroshima-Nagasaki. Ho
scritto la canzone quella sera (nel 1974)».
Giù nei bunker di cemento armato e piombo
Discepoli di Einstein lavorano a pieno ritmo
Creando centrali al metallo pesante per accendere le luci della città
Tutto ciò che puoi udire nel sottosuolo è un rumore cupo che dura tutta la notte
E le barriere della sicurezza tutt’intorno
Mentre producono il loro veleno e lo seppelliscono
Dentro a buchi, in baie nascoste, testate nucleari e sottomarini
attendono di poter fare il loro gioco
I cervelli militari migliorano la loro strategia
I soldati si drogano e camminano in fila incespicando
Mentre le schegge nei fiumi vengono trasportate via dalla marea
Loro la chiamano sicurezza ma noi non siamo soddisfatti
I nostri statisti e leader politici hanno grande interesse
per la mano che li nutre e stanno attenti a quello che dicono
Chiamano esperti per rassicurarci, per agitare la bacchetta magica
Questo è il potere del futuro e il futuro avanza
E rivogliono indietro tutti i loro favori, tutti i loro guadagni politici
Mentre le scorie riempiono i fiumi e si posano sulle pianure
Hanno provocato milioni di vittime, questo è il loro affare
Saranno colpiti dalla pioggia radioattiva che hanno creato
Hanno firmato il loro inevitabile destino ed esso senz’altro verrà
Nemmeno le lune dei Giove saranno abbastanza lontane per scappare
Quando questa terra che hanno colpito inizierà a girare vorticosamente
e l’inevitabile gravità li risucchierà verso il terreno
Conosco le menti dietro di loro, sono setacci pieni di buchi
non sono degni di fiducia con le loro mani sui controlli
Il loro sguardo è attraversato dalla gloria delle loro carriere
Il falso apprezzamento della lusinga è musica per le loro orecchie
Ascoltarli parlare su cosa non è ancora successo
è come giocare alla roulette russa con Hiroshima e Nagasaki.
La canzone pubblicata per la prima volta sulla rivista americana
«Broadside» (# 134), che in ogni numero era accompagnata da un disco a
45 giri flessibile con una canzone di carattere politico o sociale, nel
1977, fu poi portata al successo internazionale dal gruppo musicale
irlandese Moving Hearts di Christy Moore nel 1979 (qui).
Oggi, ad ottant’anni esatti dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, rimane forse altro da dire?
Note1) P. Giordano, Trump, le bombe atomiche e le parole sbagliate sull’Iran, «Corriere della sera», 28 giugno 2025.
2) Come Domenico Quirico ebbe a definire, tempo addietro sulle pagine del quotidiano «La Stampa», la politica inglese nei confronti dell’Ucraina.
3) Dati tratti da L. Ippolito, Arsenali coordinati ma indipendenti. Come funziona l’ombrello atomico, «Corriere della sera», 12 luglio 2025.
4) Quando non ci sei non capisco dove mi trovo, «Limes», n° 6/2025, pp. 7-8.
5) Si veda: R. Overy, Pioggia di distruzione. Tokyo, Hiroshima e la bomba, Giulio Einaudi editore, Torino 2025, p. 65.
6) R. Overy, op. cit., p. 3.
7) Fortezze volanti era il soprannome per i bombardieri a lungo raggio americani.
8) R. Overy, op. cit., p. IX.
9) R. Overy, pp. 9-16.
10) R. Overy, pp. 1011.
11) R. Overy, p. 7.
12) R. Overy, p. 25.
13) R. Overy, pp. 31-34.
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