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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2025

Le atomiche su Hiroshima e Nagasaki come primo atto della guerra fredda

Alle 8:15 di lunedì 6 agosto 1945 un bombardiere degli Stati Uniti sganciò su Hiroshima la prima bomba atomica.

La seconda fu usata tre giorni dopo, giovedì 9 agosto, su Nagasaki, a circa 400 chilometri di distanza.

Subito dopo Hiroshima il presidente USA Harry Truman dichiarò:
«Poco tempo fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima e ha abbattuto la sua potenza sul nemico. Questa bomba ha una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di TNT. I giapponesi hanno cominciato la guerra dal cielo a Pearl Harbor. Ma hanno pagato duramente. E non si è ancora raggiunta la fine.
Con questa bomba noi abbiamo ora aggiunto un nuovo e rivoluzionario avanzamento in termini di forza distruttrice, integrando così il crescente potere delle nostre forze armate.
Abbiamo speso più di due miliardi di dollari sulla più grande scommessa scientifica della storia. E abbiamo vinto. Ma la più grande meraviglia non è la dimensione dell’impresa, né la sua segretezza, né il suo costo, ma che grandi menti della scienza siano riuscite a raggiungere un tale obiettivo.»
Le due bombe causarono un numero di morti, quasi esclusivamente civili, fra 150.000 e 220.000 persone.

Decine di migliaia furono i morti negli anni successivi a causa della radioattività.

Il governo americano diede vita ad una campagna di propaganda e disinformazione per negare gli effetti delle radiazioni, sostenendo che le atomiche fossero esattamente come delle “normali” bombe, solo più potenti.

Il generale Leslie L. Groves, che era a capo del Manhattan Project – il programma di ricerca che aveva portato alla realizzazione della bomba – organizzò una spedizione di scienziati con l’obiettivo di “dimostrare che non c’era radioattività” a Hiroshima.

Tutta la stampa nordamericana aderì alla versione ufficiale, con l’eccezione di un giornalista afroamericano, Charles Harold Loeb, che per primo descrisse gli effetti micidiali delle radiazioni in un articolo uscito il 5 ottobre del 1945 sull’Atlanta Daily World, un giornale della comunità afroamericana statunitense.

La “versione ufficiale”, difesa tutt’oggi dalla propaganda imperialista, giustifica le atomiche su Hiroshima e Nagasaki sostenendo che l’alternativa sarebbe stata una invasione del Giappone che avrebbe richiesto l’utilizzo di più di un milione di militari americani e avrebbe causato molti più morti, soprattutto tra i civili, rispetto alle vittime di Hiroshima e Nagasaki.

Ma in realtà l’esercito USA era molto distante dalla possibilità di invadere il Giappone.

A fine marzo del 1945 gli USA avevano conquistato Iwo Jima, distante più di mille chilometri dalle coste giapponesi, dopo una battaglia durata oltre un mese, e solo il 19 giugno avevano conquistato Okinawa, a più di 600 chilometri dall’isola di Kyūshū, la più meridionale delle 4 isole principali dell’arcipelago nipponico.

Chi invece aveva la possibilità concreta di invadere il Giappone era semmai l’Unione Sovietica.

Fin dal 1942 gli USA e l’Inghilterra fecero pressioni sull’Unione Sovietica perché aprisse un secondo fronte a oriente contro il Giappone e alla conferenza di Yalta (febbraio 1945) venne deciso che i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta della Germania.

E infatti la notte tra l’8 e il 9 agosto 1945 l’Unione Sovietica attaccò, dopo aver spostato in estremo oriente un milione di soldati veterani del fronte europeo.

In una settimana liberò la Manciuria, difesa dall’armata del Kwantung che contava circa 700.000 soldati giapponesi, e la Corea settentrionale.

La settimana successiva l’Unione Sovietica conquistò l’intera isola di Sachalin, la cui metà meridionale faceva parte dell’impero giapponese e che era divisa da un braccio di mare di soli 70 chilometri dall’isola di Hokkaido, la più settentrionale delle isole maggiori dell’arcipelago giapponese.

Il 18 agosto l’Armata Rossa conquistò anche le Curili, un arcipelago di 56 isole a nord est dell’isola di Hokkaido.

Tutto questo mentre la flotta e i marines nordamericani erano ancora a centinaia di chilometri dal Giappone.

Senza le atomiche USA l’Unione Sovietica probabilmente avrebbe potuto occupare almeno l’isola di Hokkaido, rendendo meno facile il suo assorbimento nell’area di influenza nordamericana, come era già successo con la Germania.

Ma proprio sulla questione delle “sfere di influenza” in Europa il fronte alleato si era rotto alla conferenza di Postdam (17 luglio – 4 agosto 1945), in cui gli inglesi si erano opposti alle decisioni già prese a Yalta, in particolare rivendicando per la Polonia una continuità con il regime dittatoriale che la governava anteguerra, rappresentato dal governo polacco in esilio a Londra.

Churchill scrive nelle sue memorie che nella primavera del 1945 l’Unione Sovietica era diventata una “minaccia mortale per il mondo libero”; che era necessario creare un nuovo fronte contro la sua avanzata in Europa; che Berlino, così come Praga e Vienna dovevano essere riconquistate dagli angloamericani.

Sempre a Postdam gli USA, che erano rappresentati da Truman, subentrato a Roosevelt dopo la sua morte (12 aprile 1945), misero le basi per il loro dominio totale in Giappone e nel Pacifico.

Il 16 luglio 1945 aveva avuto pieno successo l’esperimento atomico nordamericano di Alamogordo.

Il presidente Truman non ne parlò in sede di conferenza e men che meno pose agli alleati il problema di come utilizzare la nuova arma. Invece fece comunicare privatamente alle delegazioni inglese e sovietica il possesso da parte degli Stati Uniti di un’arma rivoluzionaria di straordinaria potenza.

Poi due giorni prima della data concordata dell’attacco dell’Unione Sovietica al Giappone fece sganciare la prima bomba ad Hiroshima, e il giorno stesso in cui l’Armata Rossa era entrata in Manciuria fece sganciare la seconda su Nagasaki.

Il messaggio, forte e chiaro, era diretto ai Sovietici prima ancora che ai Giapponesi: di fronte alla superiorità militare USA l’Unione Sovietica avrebbe dovuto abbandonare ogni idea di conquista del Giappone lasciandolo alla sfera di influenza USA.

Le due atomiche sganciate il 6 e il 9 agosto sul Giappone di fatto hanno sancito l’inizio della guerra fredda e hanno precipitato il mondo nella stagione dell’equilibrio del terrore fondato sulla proliferazione nucleare. Stagione che di fatto non si è mai conclusa.

Fonte

09/08/2025

A 80 anni da Hiroshima e Nagasaki, con gli occhi puntati sul genocidio a Gaza

Anni fa tenni diversi corsi sulla composizione di reportage creativi e approfonditi. Un testo obbligatorio era Hiroshima di John Hersey. Sullo stesso tema assegnavo anche En Hiroshima, a un millón de grados centígrados, un reportage di Gabriel García Márquez incluso in una nota antologia dei suoi testi giornalistici pubblicati negli anni ’50.

Il 6 e 9 agosto si commemorano gli 80 anni di questa tragedia che costò la vita a oltre 100mila persone in pochi giorni, lasciando centinaia di migliaia di feriti o mutilati a vita.

La sorte di sei sopravvissuti serve a Hersey per costruire un racconto il cui contenuto ci sconvolge per gli innumerevoli dettagli che descrivono la vita di queste persone al momento stesso dell’esplosione. Vi troviamo esseri umani nella loro semplice quotidianità: un caffè o un tè in mano, in cammino verso l’ufficio o il lavoro, qualche faccenda domestica... e pochi secondi dopo i loro corpi vengono scagliati con violenza contro il muro o il pavimento, dopo un’esplosione mostruosa, fino ad allora sconosciuta e indecifrabile per il Mondo.

Queste sei persone sopravvissero miracolosamente e poterono condividere la loro testimonianza con Hersey, dando così vita, a partire dalla pubblicazione sul New Yorker del 1946, a una squisita tradizione giornalistica che combina creatività e rigore.

Il testo di García Márquez, invece, propone uno sguardo globale sull’esperienza e sugli eventi immediati. Il segreto del suo stile giornalistico risiede nella libertà che si concede nell’identificare dettagli, angolazioni, chiavi di lettura che compongono, nel loro insieme, un testo interessante ed evocativo. Il suo potere di attrazione non riposa necessariamente nei fatti, nella “storia”, ma in come la racconta.

Una citazione diretta di Padre Arrupe, incontrato una decina di anni dopo la tragedia nucleare, sarà sufficiente per addentrarci nell’universo complesso del giorno in cui fu sganciata la bomba e delle sue conseguenze. Vale la pena citare il primo paragrafo (quelle prime righe che in pochi secondi conquistano o perdono i lettori):
“Un testimone oculare della devastazione di Hiroshima causata dalla bomba atomica si trova da ieri a Bogotà: il sacerdote gesuita Pedro Arrupe, che il 6 agosto 1945 – primo giorno dell’era atomica – ricopriva il ruolo di rettore del noviziato della Compagnia di Gesù a Hiroshima. Essendo spagnolo e la Spagna un paese neutrale, Padre Arrupe rimase in territorio giapponese anche dopo che il governo del Mikado aveva espulso tutti gli stranieri originari di paesi belligeranti. A Hiroshima non c’era guerra. Curiosamente, in una delle principali città giapponesi, con 400.000 abitanti, di cui 30.000 militari, non si erano visti i danni di una guerra internazionale di sei anni: una sola bomba era stata sganciata sulla città, e i suoi abitanti avevano motivo di pensare che si trattasse di un bombardamento accidentale, senza alcuna conseguenza”.
Questo reportage è un buon modello del giornalismo contemporaneo latinoamericano, poiché non fa concessioni alla facile svolta informativa o alle frasi fatte. Il giornalismo quotidiano si è a lungo consumato nel raccontare l’ovvio; il reportage, a partire da García Márquez, Wolfe e Capote, ha convocato una libertà di stili che ha salvato il mestiere dalla noia. Senza trascurare nulla dei dettagli demografici, cronologici, militari, scientifici o tecnici, il testo di García Márquez si muove con una cadenza e una fluidità simili al montaggio cinematografico.

A seguito delle terribili conseguenze umane e materiali, si susseguirono diversi eventi importanti: l’architetto della bomba si pentì di ciò che aveva fatto, scienziati che avevano contribuito con formule e ingegneria si ritrattarono; nacque uno sforzo mondiale per la coesistenza pacifica, fu fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite e fu approvata la Dichiarazione dei Diritti Umani. Tutto questo nel giro di pochi anni.

E, non dimentichiamolo, nel 1949 Albert Einstein sottoscrisse un importante saggio non solo per la Pace, ma anche a favore del Socialismo.

A 80 anni dalle bombe atomiche e di fronte alla sorte oggi della Palestina, alle ondate di fame che si vivono in diverse regioni del Mondo e alla mancanza di diplomazia e buon senso nella politica internazionale degli Stati Uniti, sembrerebbe che siamo tornati a guardare al futuro in punta di piedi, sul bordo dell’abisso, sgomenti di fronte a tanto orrore e tanta disumanizzazione.

Davanti a tutto ciò, si moltiplicano gli appelli alla società civile, ai cittadini del mondo di ogni estrazione, perché riprendano l’iniziativa e reinseriscano nel cuore delle nostre illusioni e azioni la cultura della Pace... Sì, a 80 anni dalle bombe atomiche.

Fonte

07/08/2025

Hiroshima Nagasaki Russian Roulette

di Sandro Moiso

Sganciarono la bomba nel 45 per far terminare la guerra mondiale
Nessuno aveva mai visto niente di così terribile, prima
il mondo guardava con gli occhi spalancati per vedere come sarebbe andata a finire
Gli uomini del potere eludevano l’argomento
era un momento da ricordare, non dimenticheremo mai
Stavano giocando alla roulette russa con Hiroshima e Nagasaki

(Jim Page – Hiroshima Nagasaki Russian Roulette, 1974-77)

Sono ancora una volta delle parole, in parte esplicite e in parte giustificatorie, quelle da cui partire per una riflessione sul presente e sul passato di un modo di produzione e della sua espressione politico-militare. Ciò di cui qui si parla prende infatti avvio dalla affermazione fatta da Donald Trump, dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani, secondo il quale: «I raid sull’Iran, come Hiroshima e Nagasaki, hanno chiuso la guerra». Secondo tale narrazione, infatti, i bombardamenti delle due città giapponesi avvenuti rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945 avrebbero costituito l’ultima ratio per risparmiare la vita di un numero di soldati americani che andavo crescendo nel tempo da 500.000 a un milione. Nel corso di questo articolo si vedrà se è stato davvero così. Per adesso, quel che si può dire è che il riferimento ha suscitato l’indignazione degli “hibakusha”, i sopravvissuti giapponesi alle bombe, poiché:

Guardati con le lenti del diritto contemporaneo, gli attacchi di Hiroshima e Nagasaki si configurano come crimini di guerra plateali, e verosimilmente come due immensi attacchi terroristici. Usarli come esempio di una soluzione rapida e pulita, come Trump ha fatto, non è solo una falsificazione storica ma un ritorno inquietante alla lettura di quegli eventi che una parte di occidente si era fabbricata subito per giustificarli, e che nel tempo abbiamo superato. [Ma] il paragone ignominioso di Trump ha tuttavia almeno un merito: ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che a ottant’anni da Hiroshima siamo ancora immersi nell’era atomica, che non ne intravediamo la fine, perché forse fine non ci sarà. Di tutte le aberrazioni che l’umanità ha prodotto, la bomba atomica resta ancora la peggiore. E non è affatto, come ci siamo a lungo convinti e come si auguravano i fisici pentiti di Los Alamos, la miglior garanzia di pace possibile»1.

Eppure, eppure...
Come si è rilevato su queste pagine nel recente passato, anche qui in Europa si è scatenata, con la scusa del riarmo giustificato dalla minaccia russa, una nuova corsa all’armamento nucleare in cui, tra Francia e Regno Unito che già lo detengono, si vuole inserire anche la Germania del cancelliere Merz. Pretesa che sta alla base, certo più che la difesa dell’Ucraina, dell’accelerazione data al coordinamento tra Francia e Regno Unito con la Dichiarazione di Northwood, in vista di un uso non più impossibile dell’arma nucleare per rispondere a «minacce estreme» contro l’intera Europa.

Un modo come un altro per mettere alle dipendenze dai due paesi divisi dalla Manica l’intero sistema di difesa europeo che, comunque, per adesso ancora non esiste. Compresa l’improbabile deterrenza che potrebbe essere rappresentata dall’arsenale di circa 500 testate nucleari detenute complessivamente dalle due potenze “straccione”2 a fronte delle quasi seimila detenute dalla Russia3. In un contesto in cui molti governi hanno già scelto la Bomba come arma di pronto impiego.

Le atomiche tornano [così] ad essere quel che furono ottant’anni fa, a Hiroshima e a Nagasaki: estremo rimedio per finire il nemico. Ma in un contesto drasticamente diverso. La guerra dei dodici giorni fra Israele e Iran con la partecipazione straordinaria degli Stati Uniti non sarà ricordata per i suoi modesti esiti tattici ma per lo sconvolgimento che ha innestato su scala globale. Perché ha sancito la fine della deterrenza nucleare basata sulla mutua distruzione assicurata. Gli arsenali nucleari effettivi e latenti non assicurano più la vita di chi li possiede, per esempio Israele, o potrebbe presto dotarsene, come l’Iran. [...] Il regime di non proliferazione formalizzato dal trattato voluto nel 1968 dai detentori della Bomba per impedire che altri se ne dotassero è saltato da tempo. Siamo a quota nove potenze nucleari, con l’Iran sulla soglia e otto variamente latenti [...] I furbetti della latenza sono ormai smascherati. Giappone su tutti, poi Germania, Corea del Sud, Canada, Paesi bassi, Brasile, Argentina, Taiwan. Presto anche Turchia e Arabia Saudita. Persino in Italia potrebbero riaffiorare sepolte velleità nucleari, espresse nel programma segreto franco-germanico-italiano del 1957, bloccato dagli americani (poi da De Gaulle)4.

Aggiungendo poi ancora il fatto che, molto probabilmente ad usare le testate nucleari sarà lo schieramento o il paese più a corto di soldati. Cosa niente affatto impossibile, considerata l’attuale scarsa propensione alla guerra e all’arruolamento riscontrabile soprattutto nei paesi europei. Ancora una volta, insomma, un modo per “risparmiare soldati”, ma certo non i civili.

Non solo, ma mentre si parla di guerra nucleare sul continente europeo, e nel resto del mondo, le forze politiche ed economiche legate al settore energetico e a quello industriale continuano platealmente a blaterare della necessità di costruire nuove centrali nucleari nei paesi europei. Italia compresa e, forse, in testa.

Si presentarono come salvatori della moderna razza umana
con aureole radioattive intorno alla faccia
con la chiave per la cura sicura, il trattamento per le nostre malattie
Una radiazione al cobalto ed una tasca piena di pillole
Parlando sempre del nemico in agguato al di là dell’oceano
Mentre loro si insinuavano tra di noi come malattie infettive.

L’uso dell’energia nucleare, per bocca dei suoi apprendisti stregoni, è giustificato da un autentico delirio di onnipotenza, visto che permetterebbe di assicurare ai suoi detentori sia un controllo illimitato sugli uomini che sulla Natura. Una fonte di energia che da un lato sembra promettere uno sviluppo infinito del progresso energivoro di cui il modo di produzione determinato dalle leggi del capitale è la perfetta manifestazione così come il superamento dei limiti della specie nei confronti del mondo materiale con cui deve fare i conti fin dal suo primo apparire sul Pianeta, mentre dall’altro può far sventolare la promessa della massima distruttività applicata a coloro che si oppongano ai suoi detentori sia sul piano tecnologico e scientifico che militare. Quest’ultima accompagnata, però, da quella ipocrita del risparmio di vite umane derivante dal suo impiego.

Un argomento, insieme a quello del progresso, con cui gli scienziati del settore, spesso tutt’altro che neutrali e disinteressati come dimostra la storia del Progetto Manhattan e non sempre animati da nobili propositi o scientifiche certezze, hanno spesso giustificato il loro “sporco lavoro”. Come, ad esempio, lo stesso Robert Oppenheimer che, a differenza di quello portato sui grandi schermi con lo sguardo limpido e triste di Cillian Murphy, non aveva difficoltà ad ipotizzare che le vittime dell’uso della bomba su una città giapponese sarebbe stata di almeno ventimila5, pur di soddisfare la richiesta dell’esercito americano, proveniente dallo stesso presidente Roosevelt, di avere a disposizione un’arma che potesse porre fine alla guerra senza concedere al nemico alcuna forma di trattativa di pace.

Una storia che, per quanto riguardava la guerra con il Giappone, era iniziata molti anni prima. Nel 1923 addirittura, quando secondo il Plan Orange stabilito dalle forze armate e dalla marina militare statunitensi, la Fase III avrebbe dovuto prevedere: «Una campagna volta all’isolamento del Giappone attraverso il controllo di tutte le acque che lo circondano, nonché tramite l’equivalente delle operazioni di embargo e la cattura e l’occupazione di tutte le isole giapponesi periferiche, oltre che con incursioni aeree sul territorio nipponico»6.

Che nel novembre del 1941, prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, il generale Marshall aveva anticipato nella sua opera di distruzione, affermando in una conferenza stampa che: «Se si dovesse arrivare a una guerra contro i giapponesi, combatteremo senza pietà. Le Flying Fortress7 saranno prontamente impiegate per mettere a ferro e fuoco le città di carta del Giappone. Non esiteremo a bombardare anche i civili: sarà un’azione a oltranza»8.

Al di là del fatto che questa ultima affermazione riveli sia il carattere razzista contenuto nella guerra con il riferimento alle “città di carta” tipiche dell’architettura tradizionale giapponese, che l’ipocrisia della giustificazione a posteriori dei bombardamenti sul territorio giapponese e le sue città, va qui ricordato che all’epoca l’aviazione militare statunitense, che costituiva ancora una branca dell’esercito, non aveva a disposizione degli aerei a lungo raggio in grado di raggiunger il territorio giapponese dalle basi americane dislocate nel Pacifico o altrove.

Per raggiungere questo obiettivo si dovette utilizzare sia le basi militari inglesi in India che quelle messe a disposizione dalla Cina del governo di unità nazionale retto da Chiang Kai-shek e, soprattutto, dare inizio ad un nuovo progetto per un bombardiere a lungo raggio affidato alla Boeing: il B-29. Bombardiere i cui motori Wright R3350 costituirono sempre un problema non indifferente poiché surriscaldandosi prendevano regolarmente fuoco, tanto da aver contribuito alla morte del capo pilota collaudatore della Boeing durante il secondo volo del prototipo dello stesso B-29.

Non è per pignoleria che qui si segnala ai lettori che gli incendi dei motori delle fortezze volanti, nel periodo finale della guerra, assommassero complessivamente a 6247 contribuendo così, ben più delle scarse difese antiaeree nemiche, oltre che alle avverse condizioni meteorologiche, alla perdita di novantasei bombardieri sui centoventicinque persi complessivamente nel corso della campagna di bombardamenti9.

Un fattore legato anche alla volontà dello stesso presidente Roosevelt di avere a disposizione uno strumento di distruzione a distanza, ben prima che fossero risolti tutti i problemi tecnici inerenti alla sua realizzazione. Sì, perché il presidente democratico per eccellenza, che aveva condannato a parole i bombardamenti sui civili indifesi ancora nel settembre del 1939, a partire dal dicembre 1941 aveva approvato un programma di ricerca americano per la possibile creazione di una bomba atomica e nel gennaio del 1943, dopo la conferenza anglo-americana di Casablanca, aveva annunciato che i tre Stati dell’Asse (Italia, Germania e Giappone) avrebbero dovuto arrendersi senza condizioni10.

Una guerra, pertanto, senza quartiere di cui i civili avrebbero costituito le vittime principali considerato che le aree produttive e urbane avrebbero costituito gli obiettivi principali, secondo la dottrina inaugurata dallo stratega italiano Giulio Douhet fin dal 1921 con il suo libro Il dominio dell’aria. Una sorta di ventre molle su cui operare e colpire, sia per indebolire le capacità produttive ed economiche dell’avversario che il morale della popolazione, inizialmente con l’uso di gas venefici e bombe incendiarie. Come avvenne, per esempio, con i bombardamenti di Dresda (13 e 15 febbraio 1945) e Tokyo (più volte bombardata dal 1942 fino all’estate del 1945).

In particolare il comando dell’aviazione americana aveva individuato nel Giappone, fin da prima dell’inizio del conflitto, un paese nemico particolarmente vulnerabile, «un obiettivo ideale per l’attacco aereo». Cosa che fece sì che lo schema della futura campagna di bombardamenti contro il paese del Sol Levante fosse «già stato sviluppato molto prima che ci fosse l’effettiva possibilità di realizzarlo»11. Ancora Roosevelt sostenne con regolarità e fermezza lo sviluppo della capacità di bombardamento delle forze aeree statunitensi, chiedendo già nel gennaio del 1939 (prima ancora dell’ipocrita difesa dei “civili indifesi”) che venisse avviato un programma di sviluppo e produzione di bombardieri pesanti.

Cosa che sarebbe valsa alla Boeing la fabbricazione di 3760 B-29, per un costo complessivo di quasi quattro miliardi di dollari, nonostante il fatto che durante l’addestramento negli Stati Uniti fossero morti 461 aviatori con la perdita di 272 velivoli a causa di incidenti, mentre complessivamente 2822 membri di equipaggi sarebbero rimasti uccisi o dispersi nella perdita di 493 velivoli totali nel corso delle operazioni di attacco condotte dal comando aereo americano. Cifre comunque insignificanti rispetto alle vittime civili causate da una strategia pianificata fin dal maggio del 1943, quando:

la sezione di intelligence delle forze aeree statunitensi chiese un rapporto sull’infiammabilità delle città giapponesi. L’Office of Stategic Service (OSS) preparò le mappe di venti città, suddivise in zone che indicavano il grado di vulnerabilità al fuoco. Tra queste figurava la voce «Tokyo: aree infiammabili», che era già stata tracciata nel novembre del 1942.
[...] Per testare la capacità degli ordigni incendiari disponibili di distruggere le abitazioni giapponesi furono costruiti dei modelli di «quartieri operai» presso il Dugway Proving Ground nello Utah, vicino a Salt Lake City. [...] A Dugway, ogni casa giapponese, realizzata con un misto di legno di abete di Douglas e abete rosso, presentava due piani arredati nel tipico stile nipponico con stuoie di paglia di riso «tatami», paraventi di legno, cuscini e pochi mobili. I test condotti a Dugway tra il maggio e il giugno 1943, quando il modello di villaggio giapponese fu bombardato per ventisette volte, dimostrarono che gli attacchi aerei incendiari potevano essere giustificati dal fatto che consentivano di appiccare un numero sufficiente di incendi non controllati (ovvero quelli che necessitavano di un intervento antincendio)12.

Una pianificazione anti-civili che con il bombardamento di Tokyo del 9 marzo 1945 raggiunse, come a Dresda in Germania, i suoi massimi sfarzi. L’operazione Meetinghouse, come venne definita, vide impiegati 334 aerei, il maggior numero fino ad allora nella guerra contro il Giappone, di cui 279 raggiunsero la capitale, su cui sganciarono 1665 tonnellate di esplosivo.

In breve tempo vennero appiccati centinaia di piccoli incendi che rapidamente andarono fuori controllo fino a trasformarsi in un’unica enorme conflagrazione. Le casette di legno non disponevano di alcuna protezione e il fuoco si propagò da un tetto all’altro, senza spazi o muri tagliafuoco che rallentassero le fiamme. Con un vento che presto raggiunse la velocità di 90 chilometri all’ora [...] Sebbene spesso si parli di tempesta di fuoco, l’incendio fu una conflagrazione caratteristica, che si muoveva sottovento vicino al suolo, formando una colonna e bruciando tutto ciò che di combustibile trovava lungo il proprio percorso, in modo più turbolento di una tempesta di fuoco, con più calore e fiamme e meno fumo. In sei ore, lungo il proprio percorso la conflagrazione aveva bruciato quasi il cento per cento dell’area, compresi gli interni di edifici commerciali e pubblici più solidi, dove i pavimenti, le scale e le imposte di legno ardevano a causa della temperatura elevata.
[...] Nel calore intenso, le scintille riempivano l’aria, incendiando i vestiti e i capelli delle persone fino a trasformarle in un ulteriore oggetto combustibile. Le donne in fuga con i bambini legati alla schiena non facevano in tempo a rendersi conto che i piccoli morivano bruciati [...] Negli edifici in cui la gente si affollava, compreso il grande teatro Mijiza nel quartiere centrale di Chūō, gli occupanti erano cotti a vapore, arrostiti, asfissiati e infine ridotti a uno spesso strato di cenere [...] Il raid di Tokyo fu solo l’inizio di una campagna di massiccia distruzione urbana. Oltre ai 25,4 chilometri quadrati incendiati a Tokyo il 9 e il 10 marzo, furono devastati altri 260 chilometri quadrati in sessantasei aree urbane, uccidendo, secondo le cifre ufficiali, un totale di 269.187 persone in poco più di cinque mesi di incursioni aeree. Di tutti quegli attacchi, il «Grande raid incendiario di Kantō», come venne chiamato in Giappone il bombardamento di Tokyo, fu il più eccezionale. La quantità di morti al centro della pianura del Kantō rappresentò il maggior numero di civili uccisi in un sol giorno di tutte le guerre del XX secolo13.

Dilungarsi oltre sulla distruzione successiva di Hiroshima e Nagasaki, il 6 e il 9 agosto 1945, sarebbe soltanto opera di pornografia della morte e del dolore, anche perché entrambe non costituirono altro che il corollario di una volontà di devastazione, di rappresaglia e trionfo anglo-americano che il conflitto portava con sé. Con il vantaggio, però, di non dover essere poi giudicato nel processo di Norimberga. Dal quale, non a caso, anche i devastanti bombardamenti nazisti sulle città inglesi ed europee furono esclusi dai crimini di guerra analizzati in quella sede.

Il cantautore americano Jim Page, da non confondere con il chitarrista inglese Jimmy Page dei Led Zeppelin, in un’intervista rilasciata a Robert Allen avrebbe dichiarato che: «Stavo avendo un’accesa discussione sull’uso dell’energia nucleare con un mio amico quando mi è venuto in mente che se vieni esposto a troppe radiazioni probabilmente ti ammalerai di cancro e che poi ti avrebbero trattato con le radiazioni. E che tutte queste centrali, instabili e mal costruite come sono, erano incidenti in attesa di accadere. Era come giocare alla roulette russa, quello strano gioco in cui si passa una pistola con un solo proiettile e tutti la puntano alla testa, si scommette e il fortunato vincitore perde. Solo che questa era una versione nucleare. Questa era la roulette russa Hiroshima-Nagasaki. Ho scritto la canzone quella sera (nel 1974)».

Giù nei bunker di cemento armato e piombo
Discepoli di Einstein lavorano a pieno ritmo
Creando centrali al metallo pesante per accendere le luci della città
Tutto ciò che puoi udire nel sottosuolo è un rumore cupo che dura tutta la notte
E le barriere della sicurezza tutt’intorno
Mentre producono il loro veleno e lo seppelliscono

Dentro a buchi, in baie nascoste, testate nucleari e sottomarini
attendono di poter fare il loro gioco
I cervelli militari migliorano la loro strategia
I soldati si drogano e camminano in fila incespicando
Mentre le schegge nei fiumi vengono trasportate via dalla marea
Loro la chiamano sicurezza ma noi non siamo soddisfatti

I nostri statisti e leader politici hanno grande interesse
per la mano che li nutre e stanno attenti a quello che dicono
Chiamano esperti per rassicurarci, per agitare la bacchetta magica
Questo è il potere del futuro e il futuro avanza
E rivogliono indietro tutti i loro favori, tutti i loro guadagni politici
Mentre le scorie riempiono i fiumi e si posano sulle pianure

Hanno provocato milioni di vittime, questo è il loro affare
Saranno colpiti dalla pioggia radioattiva che hanno creato
Hanno firmato il loro inevitabile destino ed esso senz’altro verrà
Nemmeno le lune dei Giove saranno abbastanza lontane per scappare
Quando questa terra che hanno colpito inizierà a girare vorticosamente
e l’inevitabile gravità li risucchierà verso il terreno

Conosco le menti dietro di loro, sono setacci pieni di buchi
non sono degni di fiducia con le loro mani sui controlli
Il loro sguardo è attraversato dalla gloria delle loro carriere
Il falso apprezzamento della lusinga è musica per le loro orecchie
Ascoltarli parlare su cosa non è ancora successo
è come giocare alla roulette russa con Hiroshima e Nagasaki.

La canzone pubblicata per la prima volta sulla rivista americana «Broadside» (# 134), che in ogni numero era accompagnata da un disco a 45 giri flessibile con una canzone di carattere politico o sociale, nel 1977, fu poi portata al successo internazionale dal gruppo musicale irlandese Moving Hearts di Christy Moore nel 1979 (qui).

Oggi, ad ottant’anni esatti dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, rimane forse altro da dire?

Note

1) P. Giordano, Trump, le bombe atomiche e le parole sbagliate sull’Iran, «Corriere della sera», 28 giugno 2025.

2) Come Domenico Quirico ebbe a definire, tempo addietro sulle pagine del quotidiano «La Stampa», la politica inglese nei confronti dell’Ucraina.

3) Dati tratti da L. Ippolito, Arsenali coordinati ma indipendenti. Come funziona l’ombrello atomico, «Corriere della sera», 12 luglio 2025.

4) Quando non ci sei non capisco dove mi trovo, «Limes», n° 6/2025, pp. 7-8.

5) Si veda: R. Overy, Pioggia di distruzione. Tokyo, Hiroshima e la bomba, Giulio Einaudi editore, Torino 2025, p. 65.

6) R. Overy, op. cit., p. 3.

7) Fortezze volanti era il soprannome per i bombardieri a lungo raggio americani.

8) R. Overy, op. cit., p. IX.

9) R. Overy, pp. 9-16.

10) R. Overy, pp. 1011.

11) R. Overy, p. 7.

12) R. Overy, p. 25.

13) R. Overy, pp. 31-34.

Fonte

07/08/2020

6 agosto 1945. Non fate gli ipocriti


Il 6 agosto 1945 un bombardiere degli Stati Uniti sganciava una bomba atomica sulla pacifica città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo un ordigno gemello veniva sganciato sulla città di Nagasaki.

Complessivamente furono centinaia di migliaia le vittime civili ed inermi di quei bombardamenti e milioni le persone con la salute e la vita segnate per sempre.

Quel bombardamento non aveva alcuna ragione militare, il nazifascismo era già stato totalmente sconfitto in Europa ed il Giappone stava per arrendersi, grazie anche all’enorme sacrificio dell’Unione Sovietica.

E proprio qui sta la ragione vera per cui gli Stati Uniti si macchiarono del delitto del primo e unico assassinio di massa con l’arma nucleare: far capire chi comandava, chi aveva il potere di distruggere ogni avversario. Le vittime erano giapponesi, ma l’obiettivo delle bombe era l’Unione Sovietica.

Settantacinque anni dopo, il crimine contro l’umanità di Hiroshima e Nagasaki va ricordato senza ipocrisia, non solo per la verità di allora, ma per quella di oggi.

Il presidente USA Trump ha appena disdetto l’accordo di riduzione delle armi nucleari sottoscritto negli anni '80 da Reagan e Gorbaciov. Si fa tanta propaganda sulle poche bombe atomiche della Corea del Nord e si dimenticano le migliaia giacenti nei principali arsenali del mondo.

I paesi occidentali, tra cui l’Italia, hanno finora rifiutato di aderire all’appello della maggioranza dei paesi ONU per la messa al bando dell’arma nucleare. In più proprio in Italia, per il vergognoso servilismo verso gli USA di tutti i nostri governi, a Brescia e in Friuli si stanno stivando decine di bombe atomiche di nuova generazione, nuove perché progettate per essere usate.

La bomba atomica è un crimine in sé e come tale va eliminata dal pianeta. Prima che lo distrugga.

E voi governanti ipocriti non piangete lacrime di coccodrillo per le bombe di settantacinque anni fa, se poi quelle bombe le mettete in casa nostra.

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