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11/07/2020

Sonic Youth - 1985 - Bad Moon Rising

Uno spaventapasseri con una zucca di Halloween in fiamme al posto della testa, sullo sfondo un tramonto urbano color porpora, che lascia presagire l'imminente calare delle tenebre e il sorgere di una luna maligna: "Bad Moon Rising". Più che un'immagine, la foto firmata da James Welling in copertina è un maleficio a stelle e strisce. Il sogno americano infilzato come una bambola voodoo. "Volevo usare la metafora della zucca perché mi piaceva come simboleggiava le paure degli americani", spiegherà Thurston Moore. A ispirarlo nel titolo era stata l'omonima canzone di "Green River" dei suoi idoli Creedence Clearwater Revival, così lontani musicalmente dai Sonic Youth eppure così vicini alle loro fosche premonizioni. Attraverso quella espressione mutuata dal gergo blues, infatti, nel 1969 John Fogerty e compagni avevano gelato l'euforia flower power, ammonendo sulle sciagure in arrivo ("I see bad times today") e puntando il dito contro le contraddizioni di un'America che aveva ormai perduto la sua innocenza, tra guerre, violenze e scontri sociali. Più o meno ciò che avevano profetizzato due anni prima i Doors di "Strange Days" e, in modo ancor più cupo e nichilista, i Velvet Underground dell'esordio. Ma ribadito da quei padri fondatori del genere patriottico per eccellenza, l'americana, il concetto suonava ancora più inquietante.

Il terrore di Helter Skelter al tempo di Reagan

Sotto la luce giallastra e malata di quella "Bad Moon Rising" si era consumata la dissoluzione dell'era dell'Acquario, idealmente sancita da due sanguinosi eventi di quell'anno: l'incubo a cielo aperto di Altamont, dove nel corso di un concerto dei Rolling Stones un giovane afroamericano fu accoltellato a morte da parte del "servizio d'ordine" fornito dagli Hells Angels, e i massacri ad opera della setta di Charles Manson a Los Angeles, incluso quello celeberrimo di Cielo Drive, in cui fu uccisa Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski.

Tre lustri dopo Thurston Moore, Lee Ranaldo e Kim Gordon ripartono proprio lì, da quell'orgia di violenza, droghe e follia al grido di "Helter Skelter" che affossò per sempre l'utopia hippie. Perché ai Sonic Youth il "nuovo mattino per l'America", preannunciato dallo slogan elettorale di Ronald Reagan, suona fasullo e illusorio tanto quanto lo era il "peace & love" della generazione freak, destinato a essere spazzato via dal realignment nixoniano. L'imperialismo guerrafondaio in America Latina (con gli interventi in El Salvador e Nicaragua), le crescenti disuguaglianze sociali, la crisi economica e il dilagare del crack (una nuova eroina degli 80's) appaiono a Moore e soci i nuovi tasselli del mosaico di un'America in disfacimento. Lanciata a folle velocità verso il baratro della sua "Death Valley '69".

Nella Valle della Morte

Per suggellare quella discesa agli inferi, metafora di una radicale negazione della daydream nation repubblicana degli 80's, Moore ingaggia colei che quel "No" lo aveva scritto a caratteri cubitali alla testa di un movimento intero: la No wave. Eppure l'incontro con Lydia Lunch avviene in modo del tutto casuale, su un autobus. Il cantante-chitarrista aveva ancora in mente quel riff ruvido e diabolico, strimpellato da qualcuno della band durante le prove. Chiede alla Queen of Siam di aiutarlo a scriverci sopra un testo e cantarlo insieme. Il risultato lo chiamano "Death Valley '69", in omaggio all'espressione usata da Ed Sanders nel suo saggio sul caso Manson ("The Family").

Quel testo altro non è altro che la trascrizione manipolata delle frasi pronunciate da Susan Atkins, la "Sexy Sadie" della Manson Family che partecipò alla carneficina di Cielo Drive ("I didn't wanna/ But she started to holler/ So I had to hit it/ Hit it/ Hit it/ Hit it"). E attraverso le sue farneticazioni biascicate con bocca impastata di sabbia ("I got sand in my mouth") pare quasi di assistere a quell'orrorifico road trip, dal fango delle baracche del Barker Ranch giù tra canyon e foreste, fino al lusso delle ville di Beverly Hills.

Ma ancora più del testo, a trasformare questi cinque minuti di delirio rock'n'roll in "una delle cinquanta canzoni più diaboliche di sempre" (secondo la rivista Kerrang!) è la costruzione musicale: un corpo a corpo anfetaminico tra le chitarre, con quel riff ammaliante che pare il rombo di una moto degli Steppenwolf, un basso incalzante, e poi quel crescendo ossessivo che esplode nel recitato frenetico e farneticante dei due, in un magma ribollente di sovratoni, fino all'urlo orgasmico di una depravatissima Lunch. Una geniale sinfonia assassina che Mat Snow del Nme definirà "una Whole Lotta Love per la generazione del pogo einturzende", con riferimento ai rumoristi tedeschi Einsturzende Neubauten.

Già uscita come demo e su Ep, e in questa seconda versione posta in chiusura di "Bad Moon Rising", "Death Valley '69" ne rappresenta il climax definitivo, ma anche l'unica traccia a sé stante, divisa dal resto della scaletta come un bonus single a suggellare il progetto. In quella Valle oscura, prende forma la faccia minacciosa della sorridente cultura americana, che i Sonic Youth identificano nel ghigno demoniaco di Manson. "Sotto molti aspetti, l'America è fondata sulla morte – spiegherà Kim Gordon – La California si suppone sia l'ultima frontiera, il paradiso, perciò è altamente simbolico che la vicenda Manson si sia svolta lì".

"Death Valley '69" sarà il brano che spingerà il disco oltre gli angusti argini del circuito noise-rock newyorkese, grazie anche al traino di un riuscito videoclip – una sorta di B-movie splatter diretto da Judith Barry e Richard Kern – con una splendida Lung Leg (l'attrice poi ritratta nella copertina di "Evol") e i membri dei Sonic Youth imbrattati di sangue, per un truculento remake degli eccidi dell'8 e 9 agosto 1969 ad opera della setta mansoniana.

Il concept – Follia e morte nell'America perduta

Reduci da due dischi estremi e violenti (il debutto su Lp di "Confusion Is Sex" e l'Ep "Kill Yr Idols"), i Sonic Youth ancora non erano riusciti a fare breccia, neanche nella critica più lungimirante, incluso l'autorevole Robert Christgau. Così, prendendo spunto dal verso "I don't know why you wanna impress Christgau", Moore aveva pensato bene di trasformare il brano "Kill Yr Idols" in "I Killed Christgau With My Big Fuckin' Dick" (!). A credere in loro era stato invece Gerald Cosloy, boss della piccola Homestead, che li aveva messi sotto contratto negli Usa. Sull'altra sponda dell'Atlantico, dove erano paradossalmente più popolari, un altro loro estimatore, Paul Smith, fonderà appositamente per loro la Blast First! (costola della Mute) pubblicando come prima uscita proprio "Bad Moon Rising".

Registrato ai Before Christ Studios di Brooklyn con meno di settemila dollari, con Bob Bert al drumming e il supporto tecnico di Martin Bisi e John Erskine, il disco è strutturato come un concept-album sui temi della morte e della follia. Un flusso lisergico in cui ognuno dei due lati forma in pratica un'unica traccia, senza soluzione di continuità tra un pezzo e il successivo.

Coerenti con il concept, i Sonic Youth avevano ucciso anche le loro canzoni. Almeno stando alla testimonianza dello stesso Moore: "Stava diventando tutto troppo fisico, c'era molta più violenza, sembrava ci fosse un unico modo di vivere i concerti, per cui la musica si faceva sempre più folle e noi pure, era un autentico massacro", rivela a Matter nel 1984. Stanca di rinnovare l'isteria di quei baccanali, la band si chiude in studio e cambia tutto, dalle chitarre alle accordature, fino ai pick up: così sarebbe stato impossibile riprodurre i vecchi brani e vi sarebbe stato spazio solo per i nuovi: meno sguaiatamente hardcore, ma più fluttuanti ed equilibrati. L'espediente dell'unico flusso sonoro serviva anche a eliminare i "buchi" dei live, causati dai frequenti cambi di accordature tra i brani e solitamente coperti da collage sonori preregistrati.

Per introdurre questo tableau di incubi distopici americani basta poco più di un minuto di arpeggi in trance ("Intro"), in cui la tensione pare rappresa, trattenuta tra quelle corde metalliche che preludono al primo, furente cerimoniale noise-rock: "Brave Men Run (In My Family)" – ispirato da un dipinto di Edward Ruscha – cambia già passo rispetto alle schegge (post)punk degli esordi, con il suo incedere pesante, sontuoso, scandito da un riff epico, sotto una fitta grandine di dissonanze e clangori. Kim, novella sposa di Thurston, piazza il suo primo colpo (da ko) alla sunshine family americana: "Brave men run in my family/ Brave men run away from me", ovvero l'ipocrisia del buon padre di famiglia e del capitano coraggioso fatta a pezzi in un paio di strofe. Al suo posto un buco nero, "Society Is A Hole": stavolta è Moore a impugnare il microfono, per un mantra abulico, perfetto inno all'anomia della metropoli, che istituzionalizza la menzogna ("It makes me lie to my friends") e terrorizza le persone ("And everybody is scared"). E mentre quell'unico accordo sfilacciato si ripete all'infinito, puntellato dai colpi della batteria, la mente corre al volantino Welcome To Fear City, diffuso in quel periodo dal Council for Public Safety, con le regole di sopravvivenza nella giungla urbana di New York, dilaniata dalla guerriglia e dal marciume. "We are living in pieces/ I want to live in peace", chiosa un disperato Moore, sottolineando una tensione ideale, quasi spirituale, che cerca di farsi strada nel cuore di tenebra dell'album.

Chitarre in fiamme

Ma "Bad Moon Rising" e anche è soprattutto un disco di chitarre in fiamme, che si dibattono agonizzanti tra distorsioni spaventose e accordature alternative, inaudite. Allievi temerari del compositore Glenn Branca, Moore e Ranaldo torturano le loro sei corde, le percuotono con oggetti e bacchette, possedendole in ogni parte (corpo, manico, elettronica) ed erigendo muri imbottiti di effetti (droning, feedback), capaci di generare quel suono roboante, sbilenco, ma sempre inconfondibile, assecondato da un drumming sfibrante. Ne è un saggio il tour de force di "I Love Her All The Time": oltre otto minuti di tellurico noise-rock introdotti da una rivisitazione spiazzante di "Not Right" degli Stooges e da una serenata sonnambula ("She comes into my mind/ Twisting through my nerves/ I don't understand/ A word she says/ She's on my side") fino alla deflagrazione che dal minuto 3'30 stravolge il tutto in un maelstrom di chitarre dissonanti, sfregiate e arroventate fino all'implosione finale, con brandelli di accordi e la cantilena letargica di Moore – basata sull'iterazione di un intervallo di quarta discendente – che finisce inghiottita dal mixer.

Ma dietro le atmosfere psicotiche si cela l'ansia di fuga, che trova nell'amore l'unico rifugio possibile. Anche sotto forma della "puttana fantasma" celebrata nella liturgia allucinata di "Ghost Bitch", dove tra sirene angosciose, clangori metallici e lancinanti feedback, Kim Gordon eleva una commossa ode agli spiriti dei nativi e alla loro progenie di anime perdute ("Our founding fathers laid right down/ And Indian ghost from long ago/ They gave birth to my bastard kin/ America it is called"). Il peccato originale dell'America che torna a galla, in un testo disperatamente poetico, chiuso da un repentino lampo di speranza: "You're the first day of my life".

Ormai sempre più in rotta di avvicinamento ai tribalismi dell'industrial (il "pogo einsturzende" evocato da Nme), il disco imbocca la dirittura finale con l'urticante dittico "I'm Insane"-"Justice Is Might"; la prima assembla frammenti di racconti pulp ("a steaming swamp", "murdered angels", "inside my head my dog's a bear") in un altro deliquio morfinico di Moore, sempre più crooner-profeta di una nuova Blank generation; la seconda si leva solenne tra rombi di tamburi ma si avviluppa presto in una spessa coltre di caligine, con lo stridio meccanico delle chitarre a spegnersi progressivamente come l'ultimo rantolo di un moribondo.

Poi, ci sarà solo il precipizio della Death Valley.

L'eredità musicale

Accolto con diffidenza dalla critica dell'epoca, che giudicava i Sonics "pretenziosi" e "artistoidi", del tutto ignorato da Rolling Stone, il disco – come un novello "Velvet Underground & Nico"– finirà con il segnare un prima e un dopo nella grande saga del rock alternativo americano. Un deragliamento definitivo, che ne sposterà i confini ancora più in là, destrutturando e manipolando il formato canzone, ma conservando sempre un occhio di riguardo per i canoni e l'iconografia pop. Non a caso Kim Gordon e compagni diverranno le star indie per antonomasia, grazie anche ai successivi "Evol", "Sister" e soprattutto "Daydream Nation". Dai Nirvana ai Pavement, dai Fugazi ai Polvo, passando per gli Swans, in tanti ringrazieranno questa congrega di blasfemi mestatori e le loro danze profane attorno a quello spaventapasseri in fiamme.

Nel 1995 "Bad Moon Rising" sarà ristampato dalla Geffen con le bonus track "Satan Is Boring" ed "Echo Canyon", oltre ai due lati B del singolo "Flower"/"Halloween". Episodi sempre pregevoli, ma non paragonabili alla potenza delle otto incandescenti pièce rumoristiche che fanno di questo monolite dei Sonic Youth uno dei capisaldi indiscussi del noise-rock.

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