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27/07/2020

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun

In un periodo in cui la scena di Seattle sta letteralmente catapultando una parte del rock alternativo alla testa delle classifiche di tutto il mondo, il quartetto di Palm Desert, cittadina della California meridionale avvolta dal deserto, ci regala "Blues For The Red Sun", un vero terremoto, uno dei dischi più brutali e al tempo stesso ipnotici che siano mai stati partoriti. Il disco in questione, tuttavia, non pare avere nulla a che fare con l'hard-rock o il metal convenzionali e neppure con il sound delle band di Seattle più vicine a tali sonorità (i primi Soundgarden e gli Alice in Chains su tutti). I Kyuss, infatti, recuperano molto dal passato, a partire dai suoni, assolutamente mutuati dalla tradizione seventies: strumentazione rigorosamente valvolare, batterie Ludwig e ricerca di un sound il più "sporco" possibile.

Al contrario di quanto sarebbe legittimo pensare, però, il risultato è qualcosa che neanche si avvicina a una mera manovra revivalistica. Uno dei modi più pesanti di sempre di suonare rock si unisce, nel suono dei Kyuss, a una sensibilità psichedelica che ha la sua chiara origine nel deserto nei pressi del quale sono cresciuti i componenti della band (già il titolo dell'album è un manifesto, in questo senso). Il risultato è quello che la critica ha denominato "stoner rock".

L'incipit del disco fa subito capire cosa ci aspetta: "Thumb" inizia con un riff di chitarra lento e ipnotico, accompagnato dai sonagli e da un bordone di basso dal suono indefinito, che crea fin da subito una certa tensione. Poi, all'improvviso, come un sisma, un muro di suono si abbatte su di noi. E che suono: sembra di udire le grida delle valvole sanguinanti degli amplificatori di Homme e Oliveri, per non parlare della batteria di Bjork, uno dei pochi che, nella storia del rock, sia riuscito ad avvicinarsi alla pesantezza del suono di John Bonham. Infine, entra in scena la voce di John Garcia, rude, potente, arrabbiata, a tratti quasi disperata: sembra essere fatta apposta per completare il sound del gruppo.

Il brano non ha tempo di finire che subito parte il riff di chitarra di "Green Machine", semplice e diretto. Due giri e via: di nuovo il terremoto sonoro dei Kyuss, dominato dalle frequenze basse, ci viene vomitato addosso, questa volta al doppio della velocità. "Green Machine" ci offre, tra l'altro, uno dei ritornelli più "orecchiabili" del disco, ammesso che sia permesso l'utilizzo di un simile vocabolo parlando di "Blues For The Red Sun".

"Molten Universe", brano strumentale, parte con un giro lento e dondolante di chitarra col vibrato, accompagnato da qualche sporadico colpo sui piatti di Bjork. Ma la quiete (un po' lisergica) dura poco: due colpi di timpano e basso all'unisono (che sembrano arrivare direttamente dagli inferi) ci annunciano che è finita. La brutalità dei quattro questa volta è ancor più evidenziata da un tempo lento, che viene però presto raddoppiato e reso più acido, fino al finale, secco, senza tanti complimenti.

"50 Million Year Trip", dopo un lungo intro strumentale, ci rende l'aggressiva voce di Garcia ancor più arrabbiata, a dispetto di un brano suonato in un modo forse un po' più "rilassato", che ci regala anche un lungo finale decisamente più psichedelico che pesante.

È la stridente voce di Garcia, accompagnata da basso e chitarra a dare il via a "Thong Song": "I don't need a seance I don't read grey lines I signed it away way long I hate, slow songs". Inizia così un gioco infernale di alternanza tra brevi strofe quasi solo cantate e parti di violenza inaudita. Il brano crea tensione al punto giusto, per poi risolversi nel fragoroso ritornello finale che si ripete fino a terminare per sfinimento, implodendo su se stesso con una coda rumoristica che lascia il via, senza respiro, all'intro di "Apothecaries' Weight", quasi una ballad strumentale rispetto al resto del disco: un pezzo in cui si respira maggiormente la vena più malinconica della band, che termina, però, con un crescendo che rende il suono sempre più saturo e sporco. "Caterpillar March" è un altro breve capitolo strumentale dell'album, mentre "Freedom Run" possiede l'incipit che maggiormente evidenzia la psichedelia di marchio desertico della band (sembra quasi di sentire Jimi Hendrix, Jerry Garcia e Syd Barrett che si incontrano in un immaginario mondo dei trip), per poi deflagrare in un riff à-la Black Sabbath (band che certamente ha avuto un certo ascendente sui Kyuss), dove, però, a confronto, Ozzie Osbourne e compagni sembrano degli epigoni dei Beatles.

Il delirio sembra prendere sempre più il sopravvento man mano che le tracce del disco avanzano, con la corposità del suono, pur sempre presente, a dar spazio a elementi più ariosi, che portano alla mente spazi sconfinati e un sole rovente che picchia sulla testa, come nella breve "800", che ha la funzione di introdurre la successiva "Writhe", in cui la voce di Garcia diventa improvvisamente più morbida, fino a farsi quasi malinconica e disillusa nel ritornello. In "Capsized", altro brevissimo pezzo strumentale, spuntano addirittura le chitarre acustiche, che portano alla mente sabbia rovente e serpenti a sonagli. Poi, si riparte. "Allen's Wrench" ripropone il sound più brutale dei Kyuss, come anche l'allucinato "Mondo Generator" (unico brano scritto da Oliveri, che, tra l'altro, prenderà proprio dal titolo di questa canzone il nome per la sua band, una volta uscito dai Kyuss), dove i quattro danno libero sfogo alla loro vena psichedelica. "Yeah" (mai un brano fu più onomatopeico) chiude il disco.

"Blues For The Red Sun", oltre a essere innanzitutto un disco ispirato, che trasuda emozioni intense, ha avuto il non secondario merito di riuscire a dare un'energica scossa al mondo del rock duro, alternativo e non, anche se, paradossalmente, per fare ciò, ha dovuto pescare a piene mani dal passato (Jimi Hendrix, Grateful Dead, Blue Cheer, Black Sabbath, Led Zeppelin, solo per citare alcuni esempi, vengono facilmente alla mente ascoltando i Kyuss), vestendo con abiti vecchi un genere (il metal) tutto sommato relativamente giovane ma che, salve sporadiche eccezioni, rischiava di arenarsi su se stesso. Il frutto di una simile operazione è una musica che non è agevole definire né metal né hard-rock in senso stretto. La stessa etichetta "stoner" non pare avere molto efficacia in questo senso, visti soprattutto gli altri gruppi che solitamente si citano come appartenenti a detto genere, tutti stilisticamente non molto vicini ai Kyuss (Spiritual Beggars, Fu Manchu, Monster Magnet, Electic Wizard...).

La realtà è, a parere di chi scrive, che la band di Palm Desert ha semplicemente concepito un disco unico (a onor del vero, anche i due album successivi - "Welcome To Sky Valley" e "... And The Circus Leaves Town" - meriterebbero, come facenti parti di un'unica trilogia, di entrare a far parte del discorso), al di là delle catalogazioni, e che, come tutte le grandi opere, in fondo, contiene quel qualcosa in più che non si riesce a carpire (rectius: capire) fino in fondo, neanche con le più articolate e approfondite disamine. In poche parole: "Blues For The Red Sun" può essere considerato, semplicemente, uno dei dischi più belli degli anni 90.

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