Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2020

Capisaldi 2020

Dieci anni a fare copia/incolla di notizie e sentirli tutti, non perchè si invecchia, ma perchè le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono deflagrate nella vita delle persone comuni in modo molto più violento, profondo e inatteso rispetto agli acciacchi dell'età.

Sì viveva già male, l'ingresso nel secondo decennio del nuovo millennio, ha reso manifesto che andando avanti così sì vivrà sempre più di merda; e infatti tra clima andato a ramengo e pandemia da Covid-19 non si vede una fine, o meglio si vede: quella sotto tre metri di terra.

Sì dirà "è il destino di ogni essere vivente" ed è vero, ma non è destino e nemmeno sta nella logica di ogni essere vivente accelerare i tempi del trapasso che, invece, il capitale ha palesato di voler spingere in scia ai primati olimpionici di Usain Bolt.

Tutto sto cappello per introdurre il fatto che, per la prima volta a mia memoria, la vita di merda è riuscita a mettere in ombra tutta la roba di qualità che ho scoperto/riscoperto in questo anno funesto, ed è veramente tanta, al pari di tempi decisamente andati.

Siccome mi viene difficile fare una cernita finisco per andare a braccio.

Lou Reed - 1973 - Berlin probabilmente disco dell'anno e pezzo dell'anno con How do you think it feels.

Deep Purple - 1970 - In Rock madonna santa, non capisco perchè in passato non mi fosse piaciuto.

King Crimson - 1969 - In The Court Of The Crimson King una delle migliori dimostrazioni, sul versante artistico, che il capitale è in crisi da mezzo secolo ormai e sì è trascinato dietro tutto il cangiante spettro espressivo che ha creato nella società. Per essere più chiari, ascolti musica così e ti domandi che senso ha tutto quanto è uscito, almeno nel medesimo genere, dopo).

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun da anni coltivo l'ipotesi che gli anni a cavallo tra il 1988 e il 1994 siano stati un lasso di tempo irripetibile per la musica pesante statunitense, un magma come da definizione sotterraneo che portava in dote tutte le caratteristiche di quella che sarebbe potuta diventare una autentica new wave of US heavy metal. Le necessità di profitto dell'industria discografia fece andare la storie su un binario diverso e l'individualismo connaturato a quasi ogni musicista fece il resto. Un occasione clamorosamente mancata che ha spalancato le porte alla sterilità artistica degli ultimi due decenni.

Talking Heads - 1978 - More Songs About Buildings And Food e 1980 - Remain In Light la forza della genialità che ti conduce ad apprezzare sonorità che formalmente non ti piacciono.

Lynyrd Skynyrd - 1973 - "(Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd)" la riscoperta più intensa, non dell'anno, ma da quando ho preso a rispolverare roba che mi è piaciuta o per cui sono uscito di testa più di un decennio fa.

Lo spiegone inizia a farmi venire la barba bianca quindi, tagliando con l'accetta, oltre i titoli poc'anzi citati sono risultati imprescindibili i Rush, i Sonic Youth (che già mi avevano dato grandi soddisfazioni), i Cream (in cui ho finalmente fatto conoscenza con il Mr. Slow Hand autentico, non la loffa degli ultimi decenni...), i Mr. Bungle (migliore ri-uscita metal per quel che mi riguarda - mi hanno fatto quasi gridare al miracolo!), Bruce Springsteen (autore di un disco intenso e di rara onestà artistica, tra le cui note si possono trovare molti spunti con cui leggere la decadenza statunitense) e Tim Buckely.

Ho certamente dimenticato diverse cose (gli Swans per esempio...), tuttavia le ultime righe ci tengo a dedicarle a un paio di pacchi di cui, in un annata così del cazzo, avrei fatto a meno; mi riferisco ai Pearl Jam che procedono sulla rotta tracciata da un pilota automatico che fa invidia pure a Mario Draghi, e ai Testament, probabilmente la peggiore uscita dell'anno a cui mi sono approcciato.

Questo è tutto, o meglio quel poco che c'è stato di positivo nell'anno che più mestamente del solito si sta concludendo.

Per gli 2021 gli auspici stanno a zero, l'unica cosa sensata da augurarsi e per cui lavorare è che almeno qualche padrone vada col culo per terra.

27/07/2020

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun

In un periodo in cui la scena di Seattle sta letteralmente catapultando una parte del rock alternativo alla testa delle classifiche di tutto il mondo, il quartetto di Palm Desert, cittadina della California meridionale avvolta dal deserto, ci regala "Blues For The Red Sun", un vero terremoto, uno dei dischi più brutali e al tempo stesso ipnotici che siano mai stati partoriti. Il disco in questione, tuttavia, non pare avere nulla a che fare con l'hard-rock o il metal convenzionali e neppure con il sound delle band di Seattle più vicine a tali sonorità (i primi Soundgarden e gli Alice in Chains su tutti). I Kyuss, infatti, recuperano molto dal passato, a partire dai suoni, assolutamente mutuati dalla tradizione seventies: strumentazione rigorosamente valvolare, batterie Ludwig e ricerca di un sound il più "sporco" possibile.

Al contrario di quanto sarebbe legittimo pensare, però, il risultato è qualcosa che neanche si avvicina a una mera manovra revivalistica. Uno dei modi più pesanti di sempre di suonare rock si unisce, nel suono dei Kyuss, a una sensibilità psichedelica che ha la sua chiara origine nel deserto nei pressi del quale sono cresciuti i componenti della band (già il titolo dell'album è un manifesto, in questo senso). Il risultato è quello che la critica ha denominato "stoner rock".

L'incipit del disco fa subito capire cosa ci aspetta: "Thumb" inizia con un riff di chitarra lento e ipnotico, accompagnato dai sonagli e da un bordone di basso dal suono indefinito, che crea fin da subito una certa tensione. Poi, all'improvviso, come un sisma, un muro di suono si abbatte su di noi. E che suono: sembra di udire le grida delle valvole sanguinanti degli amplificatori di Homme e Oliveri, per non parlare della batteria di Bjork, uno dei pochi che, nella storia del rock, sia riuscito ad avvicinarsi alla pesantezza del suono di John Bonham. Infine, entra in scena la voce di John Garcia, rude, potente, arrabbiata, a tratti quasi disperata: sembra essere fatta apposta per completare il sound del gruppo.

Il brano non ha tempo di finire che subito parte il riff di chitarra di "Green Machine", semplice e diretto. Due giri e via: di nuovo il terremoto sonoro dei Kyuss, dominato dalle frequenze basse, ci viene vomitato addosso, questa volta al doppio della velocità. "Green Machine" ci offre, tra l'altro, uno dei ritornelli più "orecchiabili" del disco, ammesso che sia permesso l'utilizzo di un simile vocabolo parlando di "Blues For The Red Sun".

"Molten Universe", brano strumentale, parte con un giro lento e dondolante di chitarra col vibrato, accompagnato da qualche sporadico colpo sui piatti di Bjork. Ma la quiete (un po' lisergica) dura poco: due colpi di timpano e basso all'unisono (che sembrano arrivare direttamente dagli inferi) ci annunciano che è finita. La brutalità dei quattro questa volta è ancor più evidenziata da un tempo lento, che viene però presto raddoppiato e reso più acido, fino al finale, secco, senza tanti complimenti.

"50 Million Year Trip", dopo un lungo intro strumentale, ci rende l'aggressiva voce di Garcia ancor più arrabbiata, a dispetto di un brano suonato in un modo forse un po' più "rilassato", che ci regala anche un lungo finale decisamente più psichedelico che pesante.

È la stridente voce di Garcia, accompagnata da basso e chitarra a dare il via a "Thong Song": "I don't need a seance I don't read grey lines I signed it away way long I hate, slow songs". Inizia così un gioco infernale di alternanza tra brevi strofe quasi solo cantate e parti di violenza inaudita. Il brano crea tensione al punto giusto, per poi risolversi nel fragoroso ritornello finale che si ripete fino a terminare per sfinimento, implodendo su se stesso con una coda rumoristica che lascia il via, senza respiro, all'intro di "Apothecaries' Weight", quasi una ballad strumentale rispetto al resto del disco: un pezzo in cui si respira maggiormente la vena più malinconica della band, che termina, però, con un crescendo che rende il suono sempre più saturo e sporco. "Caterpillar March" è un altro breve capitolo strumentale dell'album, mentre "Freedom Run" possiede l'incipit che maggiormente evidenzia la psichedelia di marchio desertico della band (sembra quasi di sentire Jimi Hendrix, Jerry Garcia e Syd Barrett che si incontrano in un immaginario mondo dei trip), per poi deflagrare in un riff à-la Black Sabbath (band che certamente ha avuto un certo ascendente sui Kyuss), dove, però, a confronto, Ozzie Osbourne e compagni sembrano degli epigoni dei Beatles.

Il delirio sembra prendere sempre più il sopravvento man mano che le tracce del disco avanzano, con la corposità del suono, pur sempre presente, a dar spazio a elementi più ariosi, che portano alla mente spazi sconfinati e un sole rovente che picchia sulla testa, come nella breve "800", che ha la funzione di introdurre la successiva "Writhe", in cui la voce di Garcia diventa improvvisamente più morbida, fino a farsi quasi malinconica e disillusa nel ritornello. In "Capsized", altro brevissimo pezzo strumentale, spuntano addirittura le chitarre acustiche, che portano alla mente sabbia rovente e serpenti a sonagli. Poi, si riparte. "Allen's Wrench" ripropone il sound più brutale dei Kyuss, come anche l'allucinato "Mondo Generator" (unico brano scritto da Oliveri, che, tra l'altro, prenderà proprio dal titolo di questa canzone il nome per la sua band, una volta uscito dai Kyuss), dove i quattro danno libero sfogo alla loro vena psichedelica. "Yeah" (mai un brano fu più onomatopeico) chiude il disco.

"Blues For The Red Sun", oltre a essere innanzitutto un disco ispirato, che trasuda emozioni intense, ha avuto il non secondario merito di riuscire a dare un'energica scossa al mondo del rock duro, alternativo e non, anche se, paradossalmente, per fare ciò, ha dovuto pescare a piene mani dal passato (Jimi Hendrix, Grateful Dead, Blue Cheer, Black Sabbath, Led Zeppelin, solo per citare alcuni esempi, vengono facilmente alla mente ascoltando i Kyuss), vestendo con abiti vecchi un genere (il metal) tutto sommato relativamente giovane ma che, salve sporadiche eccezioni, rischiava di arenarsi su se stesso. Il frutto di una simile operazione è una musica che non è agevole definire né metal né hard-rock in senso stretto. La stessa etichetta "stoner" non pare avere molto efficacia in questo senso, visti soprattutto gli altri gruppi che solitamente si citano come appartenenti a detto genere, tutti stilisticamente non molto vicini ai Kyuss (Spiritual Beggars, Fu Manchu, Monster Magnet, Electic Wizard...).

La realtà è, a parere di chi scrive, che la band di Palm Desert ha semplicemente concepito un disco unico (a onor del vero, anche i due album successivi - "Welcome To Sky Valley" e "... And The Circus Leaves Town" - meriterebbero, come facenti parti di un'unica trilogia, di entrare a far parte del discorso), al di là delle catalogazioni, e che, come tutte le grandi opere, in fondo, contiene quel qualcosa in più che non si riesce a carpire (rectius: capire) fino in fondo, neanche con le più articolate e approfondite disamine. In poche parole: "Blues For The Red Sun" può essere considerato, semplicemente, uno dei dischi più belli degli anni 90.

Fonte