Uno dei segreti della longevità professionale di
Lou Reed può
ricercarsi nell'essere stato, nel corso della sua carriera, costantemente
in movimento. Gli si deve riconoscere di avere sempre avuto la capacità, nel
bene e nel male, di mutare pelle, di sapersi rinnovare, senza mai voltarsi
indietro.
L'immagine in bianco e nero che lo ritrae, truccato e
imbellettato come una geisha, l'espressione attonita di un Frankestein
effemminato, con sotto di lui la sagoma di una chitarra profilata in arancione e
verde – immortalato per la cover di questo disco dal grande Mick Rock, "l'uomo
che ha fotografato gli anni '70" – non è quindi altro che una sfaccettatura, una
delle sue molteplici personalità artistiche. Cerchiamo allora di individuare,
facendo un passo indietro, la ragione di questa metamorfosi che lo trasformò da
artista alternativo a icona glam.
Nell'estate del 1972 Lou Reed si
trova in una situazione artistica paradossale. Ha scritto e interpretato – con i
Velvet Underground, gruppo che si rivelerà fra i più influenti e importanti della musica rock –
alcune fra le più belle e innovative canzoni degli ultimi anni ma, ciò
nonostante, si trova in un vicolo cieco che lo ha fatto sprofondare nella più
cupa incertezza.
Il suo primo album solista, il folkeggiante
"Lou Reed",
malgrado alcune buone canzoni, non è però all'altezza dei suoi lavori precedenti;
forse anche a causa di una pessima produzione, è stato un flop commerciale
clamoroso; è pressoché sconosciuto al grande pubblico e la sua carriera
artistica è sull'orlo del fallimento.
Contemporaneamente, un nuovo fenomeno
sta vivendo la sua grande ma breve stagione: il glam-rock, il "rock dei
lustrini". Sessualità androgina e polimorfica, look fantasmagorico e volutamente
kitsch, musica trasgressiva e decadente.
La nuova generazione non si
riconosce nei grandi ideali che hanno caratterizzato le oceaniche adunate
pacifiste, tutte "peace & love", dei movimenti giovanili degli anni '60. Dei
loro ingenui fratelli maggiori, gli psichedelici hippie "figli dei fiori", hanno
perso l'innocenza e gli slanci. Sono ragazzi vanitosi, cattivi, tutti "sesso
droga e rock'n'roll" e quello che vogliono non è altro che divertirsi,
all'insegna del disimpegno e della spensieratezza. L'appagamento dei loro
desideri lo trovano incarnato nel glam: sesso, ambiguità, eccesso; ma anche
sfida alle convenzioni borghesi, il rifiuto dei modelli dominanti, il gusto per
il travestimento e il ripensamento dell'identità maschile portato ai limiti più
estremi. I performer del glam si atteggiano teatralmente come dive anni '30, si
truccano, indossano gioielli, parrucche, abiti coperti di lustrini e paillettes.
Dichiarano sfrontatamente la loro bisessualità minando alla radice il concetto
di identità e di sessualità, indirizzando il movimento glam verso un processo di
"sessualizzazione" sino ad allora inedito nel mondo del rock.
Nell'Inghilterra,
patria del glam, si distinguono artisti come Gary Glitter, Alice Cooper, Bryan
Ferry dei
Roxy Music,
Marc Bolan dei T-Rex ma, all'apice del successo con la saga
rock-fantascientifica
"The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars", in cui impersona un alieno, l'androgino "Ziggy Stardust", ispirato al
protagonista della pièce teatrale di Andy Warhol "PORK", in quel momento c'è
David Bowie. Il
futuro Duca Bianco non ha mai fatto mistero di essere stato fortemente
influenzato dall'accentuata teatralità dei Velvet Underground e di avere
sperimentato quelle sonorità originariamente esplorate proprio da loro. Ha reso
omaggio a Lou Reed, sia dedicandogli uno dei brani più travolgenti di "
Hunky Dory", "Queen Bitch", in cui imita volutamente la sua voce, sia eseguendo, nei
concerti, canzoni tratte dal repertorio dei Velvet Underground. Non può quindi
accettare che un talento così grande vada sprecato, che proprio colui che
ritiene uno dei suoi maestri finisca nell'oblio. Per queste ragioni, molto
generosamente, come raramente avviene fra artisti, si propone di collaborare
alla produzione del suo prossimo album, ulteriore possibilità che la Rca offre a
Lou Reed per riscattarsi dall'insuccesso del lavoro precedente.
Lou
Reed non rifiuta certo una simile opportunità e si trasferisce immediatamente a
Londra, dove si trova perfettamente a proprio agio nell'ambiente glam, così
eccentrico, effervescente, vitale, intensamente creativo, tutto basato
sull'immagine e l'esteriorità, erede naturale della Factory di Andy Warhol (suo
vate e primo manager), in cui il glam affonda le proprie radici. In fondo la
sensibilità "camp", in altre parole l'amore per l'artificio e l'esagerazione,
derivano direttamente dall'estetica "pop" di Warhol. Reed ammira molto
l'atteggiamento sofisticato e sessualmente ambiguo di David Bowie, è
impressionato dalle sue doti di affabulatore, dalla sua organizzazione, dalla
sua astuta e intelligente manipolazione dei mass-media come parte integrante di
un evento artistico, tanto simile a quello di Warhol. A sua volta Bowie è in
soggezione di fronte a Lou Reed, tanto che successivamente avrebbe dichiarato
"Lou accettò la mia collaborazione come produttore, era così generoso, ne ero
sconvolto. Avevo tante idee ma ero intimidito dal lavoro che aveva fatto. Anche
se fra noi c'erano pochi anni di differenza, Lou aveva un tale bagaglio di
esperienza!". Lo invita, come ospite d'onore, a un suo concerto al Royal
Festival Hall, e indice una conferenza stampa per pubblicizzare la loro musica e
la loro immagine. Vuole avvicinare il suo pubblico a Lou Reed, ma anche
riconoscere pubblicamente in lui una fonte d'ispirazione meritevole d'attenzione
e dichiara
"Lou ha portato il rock nell'avanguardia. Ha creato l'ambiente nel
quale inserire la nostra visione più teatrale. Ci ha dato la strada e i paesaggi
e noi li abbiamo popolati. Lou Reed ha creato lo Zeitgeist verbale e musicale".
Non solo decreta così, di fatto, l'ingresso di Lou Reed nel glam-rock ma,
andando ben oltre la semplice produzione, contribuisce anche alla creazione di
quello che sarà il suo personaggio glam, decadente e maudit, "il Fantasma del
rock": tuta nera, trucco giapponese, occhi bistrati, unghie laccate di nero.
Bowie,
la cui grandezza sta anche in questo, paga così, con un gesto d'amore e di
gratitudine, il debito verso il suo idolo, in quel momento un po' in declino; ma
la pubblicazione dell'album – il cui titolo paradigmatico sarà "Transformer", un
esplicito riferimento al travestitismo di chiara impronta glam – sancirà la fine
del loro sodalizio.
Da una parte c'è David Bowie, colto, esotico,
sognatore, sensibile e irritabile, forte ma non certo duro come Reed. Dall'altra
parte c'è il vero Lou Reed, veloce, nervoso, carico di tensione e vibrazioni
newyorkesi, sarcastico, duro, aggressivo. A fare da trait d'union, fra questi
due straordinari artisti, c'è il solido, fido Mick Ronson, di cui Bowie si
avvale per la produzione. Chitarrista geniale e potente, re della distorsione e
dell'assolo "lancinante", musicista completo, creatore del sound spaziale di
"Ziggy Sturdust", che si rivela determinante nel fornire un contributo prezioso
alla creazione di
"Transformer". Se Bowie può essere per Lou Reed un perfetto
collaboratore, come lo fu Warhol, che gli offre suggerimenti, lo incita e lo
incoraggia, Ronson può essere un perfetto sostituto, anche se meno innovativo e
sperimentale, diciamo più commerciale, di
John Cale.
Lou Reed canta le sue canzoni, struttura base e melodia, accompagnandosi
con la chitarra. Intorno alle sue armonie, semplici ma efficaci, Ronson avvolge
i sobri, raffinati, accattivanti arrangiamenti. Ronson, infatti, compone gli
arrangiamenti degli archi, dei fiati e di tutte le grosse parti di piano che,
insieme alla sua chitarra "nasale", da lui suonata con un pedale wah-wah premuto
a metà, conferiscono all'album un suono immediatamente identificabile.
La
line up scelta è di grande livello: oltre a Lou Reed (chitarra acustica), a
David Bowie (backing vocals-mixing), a Mick Ronson (chitarre, pianoforte, coro),
a Herbie Flowers (basso, tuba, strumenti vari), spiccano Klaus Voormann, il
celeberrimo bassista che ha lavorato per i
Beatles e per la
Plastic Ono Band di John Lennon (basso, chitarra-basso) e Ronnie Ross (Sax). Un
disco che nel suo contesto suona perfetto anche grazie alla surreale,
confidenziale, libidinosa, carezzevole voce di Lou Reed.
Il rock
metropolitano, sotterraneo, disturbante, si è sposato con l'agrodolce,
edonistico glam e il frutto di questa unione è un vero gioiello, una collana di
perle preziose, piccoli capolavori ancora oggi attualissimi che mantengono nel
tempo una freschezza incredibile e ancora intatta tutta la loro forza.
"Scrivere
canzoni è come recitare e riservarsi la parte del protagonista, così cerchi di
scrivere i versi migliori che puoi. Sono parti brevi e devi adattarti a
interpretare tutti i personaggi. Scrivo attraverso gli occhi di qualcun altro,
osservo sempre con attenzione le persone su cui sto per scrivere una canzone,
poi mi trasformo in loro".
"Ho sempre pensato che sarebbe stato divertente
presentare alla gente personaggi che forse non avevano mai incontrato prima, o
che non avevano mai voluto incontrare. Quel genere di persone che a volte vedi
alle feste, ma che non osi avvicinare. Questo è uno dei motivi principali per
cui ho scritto quelle canzoni".
L'esperienza personale emerge sempre in ciò
che si scrive, ma in queste dichiarazioni possiamo probabilmente trovare la
chiave di lettura per interpretare la maggior parte dei testi di
"Transformer",
che non hanno assolutamente nulla da invidiare alle liriche di velvettiana
memoria.
Il testo fantasioso del primo brano,
"Vicious", gli fu
suggerito da Warhol che gli chiese di scrivere una canzone sull'essere viziosi e
con una sublimazione sadomaso, per battere l'amante, al posto della frusta viene
usato un fiore
"Vicious/ you hit me with a flower/ You do it every hour/ oh
baby, you're so vicious". Rock allegro, giocoso, cantato da Lou Reed in modo
ironicamente ambiguo. Arrangiamento volutamente scarno per far risaltare il riff
distorto, semplice ma efficace, della chitarra nervosa di Ronson.
"Andy's
Chest", brano che faceva parte dell'album "perduto" dei Velvet Underground
pubblicato solo nel 1985, è una morbida, tenera, surreale canzone d'amore
dedicata all'amico Warhol che, nel 1968, rischiò di morire per mano di una
squilibrata che gli sparò in pieno petto. Rallentata rispetto alla versione già
incisa, mantiene comunque un andamento gaio ed è piacevolmente arricchita dai
cori.
Cosa dire di
"Perfect Day" se non "perfect song". La canzone
che ognuno vorrebbe sentirsi dedicare. Bellissima ballata dal sapore jazzy,
dolce e malinconica. Incantevoli gli arrangiamenti per pianoforte e archi di
Ronson. L'arte poetica e melodica di Reed si eleva al di sopra di tutto e lo fa
con una linearità, una semplicità e una poesia tali da lasciarci stupefatti. Con
un'interpretazione emotivamente toccante, rappresenta, in poche battute, come
può essere un giorno perfetto, per sfuggire alle angosce quotidiane e ai demoni
notturni. Commovente.
"Just a perfect day/ you made me forget myself/ I thought
I was someone else/ someone good", ma anche ammonitrice
"You're going to reap
just what you sow". Pianoforte dal ritmo boogie e chitarra da rock'n'roll
classica in
"Hangin'Around", per ridicolizzare alcuni personaggi, probabilmente
conosciuti recentemente a Londra, che avrebbero la pretesa di essere
trasgressivi e invece sono solo patetici.
Atmosfera jazz, ritmo
sincopato, semplice ma efficace, sostenuto dalla famosa linea di basso di Herbie
Flowers (ottenuta con un contrabbasso doppiato con un basso elettrico), dalla
chitarra acustica di Lou Reed e dai coretti ammiccanti delle "Thunder Thigs" (Le
Cosce Tonanti!) per
"Walk On The Wild Side", un giro sul lato selvaggio. Warhol
avrebbe dovuto adattare per il teatro un libro di Nelson Algren, intitolato
appunto "Walk On The Wild Side" e chiese a Reed di scrivere alcune canzoni. Il
progetto sfumò, ma Reed ne riprende il tema per questa canzone e ai personaggi
del libro sostituisce le familiari figure che frequentavano la Factory, il
laboratorio collettivo creato da Warhol, una specie di corte dei miracoli che
ospitava gente di ogni inclinazione, tutti in cerca dei loro "quindici minuti di
celebrità" che, secondo la teoria del re della Pop Art, non si potevano negare a
nessuno. Ogni strofa della canzone tratteggia un carattere, è un flash che
cristallizza un attimo metaforicamente rappresentativo nella vita del
personaggio o una sua provocatoria abitudine, presentata come naturale nella
propria drammaticità che in ogni caso traspare. Destabilizzando il comune senso
del pudore, senza mezzi termini e senza vergogna, Reed svela il mondo sommerso
di una New York trasgressiva, malata, viziosa e perduta; mostra il lato oscuro
delle cose con assoluta chiarezza e, come nel suo stile, senza alcuna pretesa di
giudicare ma inducendo a riflettere, ad aprire la mente, a scoprire che vi sono
altri mondi che non combaciano con la nostra realtà. Il sax suadente di Ronnie
Ross ci toglie dall'imbarazzo di essere entrati nella loro vita privata, per noi
scandalosa, "selvaggia", per loro semplicemente la quotidianità, vissuta
serenamente, con naturalezza. "Walk On The Wild Side" fu il primo singolo tratto
dall'album e anche la prima canzone che conteneva espliciti riferimenti al
travestitismo
"Holly came from Miami F.L.A./ hitch-hiked her way across the
U.S.A./ Plucked her eyebrows on the way/ shaved her leg and then he was a she",
al sesso orale
"But she never lost her head / even when she was givin' head",
alla prostituzione maschile
"Little Joe never once gave it away/ everybody had
to pay and pay", a essere tranquillamente trasmessa per radio nei paesi non
anglofoni; anche l'inglese Bbc, non capendo il vero significato di certe frasi
gergali, la trasmise integralmente. Solo in America le radio pretesero una
versione espurgata.
Con
"Make Up", brano melodico, leggero, scandito
dalla tuba di Herbie Flowers, Lou Reed dichiara la propria simpatia per i
travestiti e i gay. Nel suo ritornello c'è, infatti, lo slogan del
"Gay
Liberation Front" "Now, we're coming/ out of our closets/ Out on the streets".
"Satellite
of Love" è una delle ballate glam più belle di sempre. Nel coro si distingue
l'eccezionale, incredibile voce di Bowie che tocca note altissime. La base
armonica è più aperta, costruita in gran parte da accordi in tonalità maggiore,
e lo strumento principe è il pianoforte. Il testo, follemente ironico, tratta
con scherno il tema della gelosia
"I've been told that you've been bold/ with
Harry, Mark and John Monday/ and Tuesday Wednesday through Thursday/ with Harry,
Mark and John".
Sul rockeggiante
"Wagon Wheel", gira la leggenda
metropolitana che vuole sia una composizione di David Bowie. Dal testo, reediano
a tutti gli effetti, emerge già un certo disagio nel rapporto di coppia,
un'inquietudine e un'insofferenza che probabilmente rispecchiano la sua vita
privata. Forse si tratta del primo passo che lo porterà poi a rifugiarsi nelle
proprie ossessioni con "Berlin", storia d'amore, morte e droga.
Registrazione
in presa diretta per
"New York Telephone Conversation", ritmo che sa tanto di
vaudeville, con pianoforte stile cabaret, basso e cimbali. In alcune strofe
Bowie doppia Reed di un'ottava superiore, dando al brano un tono divertente e
frivolo. Anche questo testo è dedicato a Warhol, noto nel suo ambiente per
essere un incallito conversatore e un abile pettegolo. Si sapeva che passava ore
e ore al telefono, con amici e collaboratori, parlando di tutto ma soprattutto,
registrando tutto; alcune di queste registrazioni vennero utilizzare per la
pièce teatrale "Pork" e per il libro "A". Rock energico, con Bowie ai cori e
Ronson alla chitarra che ci regala un bellissimo assolo, per
"I'm So Free", che
fissa un momento felice e spensierato del protagonista. Una curiosità: "Mother
Nature" è in gergo la marijuana e i suoi figli ne sono i consumatori.
Il
brano che chiude l'album è
"Goodnight Ladies", con Herbie Flowers alla tuba
accompagnato dai suoi "amici", una tipica orchestrina dixieland. Straordinaria e
intensa l'interpretazione di Reed per narrare la solitudine e l'abbandono:
"Oh-wow-wow, something tells me that you're really gone you said we could be
friends but that's not what I want Ah, anyway, my TV dinner's almost done it's a
lonely Saturday night I mean to tell you, it's a lonely Saturday night".
"Transformer",
alla cui pubblicazione avvenuta nel novembre 1972 fece seguito uno straordinario
tour, fu un successo clamoroso che raggiunse i vertici di tutte le classifiche,
trasformando Lou Reed da figura underground di culto in rockstar. Si rivelò
inoltre fondamentale per la sua vita professionale, non tanto e non solo per il
suo valore intrinseco, ma perché rappresentò la sua rinascita artistica e gli
restituì quella fiducia nelle proprie capacità smarrita dopo lo scioglimento dei
Velvet Underground.
Per l'epoca fu un album scandaloso, iniziando dalla
copertina con raffigurata sul retro una doppia immagine dello stesso modello, in
versione sia da travestito (discinta e sexy), sia maschile cui infilarono
ironicamente una banana nei pantaloni per simulare un'erezione. Pateticamente
l'edizione italiana fu censurata con un fascione dorato che tagliava
orizzontalmente la copertina coprendo, con la scritta "Produced by David Bowie
and Mick Ronson", entrambe le foto all'altezza dell'inguine.
L'impatto poi
che ebbe per il suo contenuto sessuale è stato ormai dimenticato, ma fu un disco
shock, rivoluzionario per il linguaggio usato, anticipatore del cambiamento di
costume e morale, un manifesto glam oltraggioso in ogni sua parte, la
testimonianza di un modo di vivere e di vedere il mondo essenziale per capire
gli anni Settanta. Oggi le drag queen popolano i talk-show televisivi e i gay
vivono e rivendicano la loro sessualità alla luce del sole, ma tutto questo
allora era appannaggio solo di un ristretto ambito artistico.
Il
merito di Lou Reed fu quello di sublimare il vizio sottraendolo al giudizio
della morale corrente, di far emergere, di "legittimare" un universo sommerso
che creava imbarazzo e suscitava scandalo, rappresentandolo nel suo crudo
realismo, narrandolo senza parafrasi e senza autocompiacimento, con quel tocco
di poesia necessario per renderlo affascinante e umano. Ma il contrasto fra la
sua vita privata e l'immagine pubblica era stridente. Lou Reed si sentì ben
presto intrappolato nel ruolo di "Fantasma del rock", nel quale non si era mai
riconosciuto sino in fondo, e che, probabilmente, utilizzò solo come mezzo per
fare finalmente conoscere le sue canzoni a una platea più vasta.
Abbandonerà
quindi i panni glam, che rimarranno per lui solo una breve parentesi,
prendendone anzi garbatamente, ma decisamente le distanze e, nella più assoluta
mancanza di continuità, ci regalerà quel capolavoro indiscusso che è "
Berlin", album torturato e poetico, il suo autoritratto artistico, con il quale
estese i confini della propria arte.
Gli scenari vanno e vengono, se ne
creano di nuovi ma fortunatamente la musica resta. "Transformer" è ormai un
classico, un album memorabile, indimenticabile, senza tempo. A tutt'oggi rimane
il lavoro di Lou Reed più conosciuto, più commercializzato, un esempio, se
ancora ce ne fosse bisogno, di come la qualità e il successo di vendite possono
perfettamente coesistere.
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