I
Talking Heads del 1978 erano ancora la più indecifrabile creatura uscita dall'incubatrice
new wave del
Cbgb.
Alieni metropolitani dai visi puliti e ben vestiti, tremendamente
cerebrali, con quell'approccio artistoide da impenitenti nerd e quel
sound
scheletrico, intessuto di chitarre affilate e bassi lunari. Così
bianchi nel canto – acuto, sgraziato, nevrastenico – e così neri nel
ritmo, apertamente occhieggiante al funk, all'afrobeat e – sacrilegio! –
alla
disco-music. Quasi degli anti-punk nell'era del punk.
Eppure era proprio sotto quella voce – magari sposata al più
rassicurante suffisso "art" – che il loro esordio "Talking Heads: 77"
era stato catalogato. Con quella bomba di singolo di nome "Psycho
Killer" a spingerli di prepotenza fuori dall'angusto recinto
dell'intellighenzia musicale newyorkese.
Ma a quel destabilizzante
debutto su Lp mancava ancora qualcosa, che pure era insito nel codice
genetico della band: la devozione totale al ritmo, la fusione ancor più
sfrontata di primitivismo africano e futurismo occidentale, l'uso ancor
più estremo dello studio di registrazione come fucina avveniristica di
uno stile unico e rivoluzionario. Il tutto attraverso un linguaggio
asciutto, sintetico. In due parole: new wave. Un approdo naturale per
gli ex-coinquilini del
loft al Lower East Side? Forse. Ma la
storia ha voluto che per portarlo a compimento vi sia stato bisogno
della quinta Testa Parlante, quella di
Brian Eno.
Il tour peggio assortito della storia
L'incontro tra la band newyorkese e il "non musicista", appena uscito dalle sessioni di "
Low" con
David Bowie, avviene a Londra, durante quello che
Simon Reynolds definisce "il doppio tour europeo peggio assortito della storia":
Ramones +
Talking Heads.
A unire i due gruppi, la comune primogenitura sul palco del Cbgb, a
dividerli tutto il resto: leggenda vuole che Joey Ramone e compagni non
sopportassero le cassette di James Brown che Tina Weymouth propinava
loro in pullman e restassero allibiti vedendo gli Heads leggere libri
invece di far casino durante il viaggio. Anche la scelta del produttore
li allontanerà definitivamente: mentre infatti i Ramones ripescano una
vecchia gloria come
Phil Spector,
i Talking Heads guardano al futuro, incarnato dallo sguardo allucinato e
dalle mani affusolate di mr. St John le Baptiste de la Salle Eno. "Ci
ricordava un monaco gesuita, era molto affascinante", racconterà
Weymouth. "Erano le quattro persone migliori che potessi sperare di
conoscere", ricambierà Eno, che vedeva negli Heads – e in particolare in
Byrne – una versione giovane di se stesso, con quel "desiderio di
costruire musica in maniera concettuale". La bizzarra, visionaria
personalità del cantante scozzese, a sua volta, trovava nell'approccio
di Eno, reduce dalla precoce pietra miliare di "
Before And After Science", "uno stimolante ordine per il libero fluire di influenze, fascinazioni, immagini metropolitane, archetipiche, planetarie" (
cit. Mimma Schirosi, OndaRock).
Gentlemen take Polaroids
L'intuizione decisiva di
Brian Eno
sta proprio nel riuscire a compattare quel magma sonoro anarchico,
quell'ammasso di ritmi sincopati e sghembi, in un flusso musicale
coerente, più articolato e quasi sempre ballabile, enfatizzando
l'irresistibile tandem basso-batteria di Tina Weymouth e Chris Frantz,
ma anche il ruolo – finora defilato – del tastierista Jerry Harrison,
aggiungendo nuove policromie elettroniche alla tavolozza sonora del
gruppo. Un collage, o meglio un puzzle, proprio come quello della
splendida copertina, realizzata da Jimmy De Sana su idea di Byrne, che
raffigura i componenti della band attraverso 529 fotografie Polaroid.
"More Songs About Buildings And Food" – titolo suggerito, a suo dire, dal leader degli
Xtc,
Andy Partridge – esce il 14 luglio del 1978, con undici tracce, tra brani non
utilizzati sul debutto (da qui il "more") e materiale completamente
nuovo, frutto delle prime registrazioni effettuate dalla band ai celebri
Compass Studios alle Bahamas. Man mano che le sessioni progredivano, il
groove si impossessava di quelle litanie anoressiche, gonfiandole di nuove pulsazioni, con lo spirito di
Fela Kuti
ad aleggiare in studio (leggenda vuole che Eno avesse piazzato sul
giradischi di casa proprio il suo "Afrodisiac" per spiegare a Byrne cosa
avesse in mente).
Funkedelia è la parola d'ordine: un'alchimia
postmoderna che mescola selvaggi cerimoniali pan-etnici e nevrastenie
metropolitane in stranianti collage poliritmici.
Nella giungla dei ritmi
Protesi
in questo nuovo affascinante scenario, i Talking Heads si lasciano alle
spalle un ultimo ponte con il passato, sotto forma dell'iniziale
shuffle "Thank You For Sending Me An Angel", che riparte da dove "Pulled
Up" aveva chiuso l'esordio, in una sferragliante galoppata con gli
stacchi spastici della chitarra e i rintocchi della tastiera a scandire
il frenetico canto-recitato di Byrne, perso nei suoi disorientati
nonsense
("I'm walking 'round the world... But first, show me what you can
do!"). Neanche un secondo di silenzio, e un colpo di batteria ci
catapulta nella giungla di questo nuovo funky dell'ultramondo, invasato e
futurista: "With Our Love" avanza minacciosa a mo' di marcia meccanica
tra i colpi del basso guizzante di Weymouth – autentica "seconda voce
melodica" del gruppo – e i
riff di una chitarra ritmica sottile
come una lama di metallo, mentre Byrne biascica un altro dei suoi
mantra alienati ("Forgot the trouble, that's the trouble").
Look
sbarazzino e taglio cortissimo alla Jean Seberg, Tina sale in cattedra
come principale contrappunto al canto epilettico di Byrne. A partire
dall'
intro di "Warning Sign", dove i suoi
riff rotondi
preparano la strada al dialogo nevrotico tra gli arpeggi secchi di
chitarra e le linea melodica della voce, con gli improvvisi cambi di
ritmo ad assecondare i mutamenti d'umore di Byrne, sfumando nella
cantilena finale, solo apparentemente rassicurante. È ancora Weymouth a
imbastire il preludio lunare che accompagna lo scatto di chitarra e il
declamare allucinato di Byrne sulla saltellante "The Girls Want To Be
With The Girls", apice pop dell'album con il suo ritornello
sixties che cola appiccicoso su un trionfo di luccicanti tastiere
disco-music.
Ed è un'altra cavalcata al basso a trainare la schizofrenica (e
strepitosa) "Artists Only", dove tra folate di chitarra, scariche di
synth, organi vorticosi e ritmi sincopati, il leader inscena una delle
sue farneticanti pantomime, tutta giocata sulla sottile linea di
demarcazione tra autobiografica parodia e alterata apologia ("I'm
painting, I'm painting again/... I'm cleaning, I'm cleaning my brain... I
don't have to prove... that I am creative!/ All my pictures are
confused/ And now I'm going to take me to you").
Byrne
spadroneggia con i suoi testi surreali che "saltavano a piè pari gli
argomenti che monopolizzavano il 96% dell'attenzione del rock (amore,
sesso, svariate forme di ribellione e cattiva condotta)", come ricorda
Reynolds, per esplorare temi come burocrazia, televisione, animali,
fobie e alienazione metropolitana, attraverso mini-film immaginari e
giochi linguistici. Ed è sempre lui il mattatore in scena, con le sue
interpretazioni goffe e schizoidi, tutte giocate sulle corde vocali
anziché sul diaframma ("è letteralmente una Talking Head", suggerisce
Rolling Stone).
Ma non c'è dubbio che sia il ritmo il sovrano
assoluto dell'album: tambureggiante, ossessivo, soffocante e spesso
parossisticamente cadenzato, eppure senza mai una traiettoria
prevedibile, anche all'interno dello stesso brano. "Ho sempre apprezzato
i ritmi un po' spasmodici e a scatti, era verso di quelli che
gravitavo", racconterà Byrne. Dalla innaturale commistione tra la sua
legnosità da impiegato della City e questo istinto funky deviato
scaturiscono surreali numeri da
dancefloor. Come "Found A Job",
che chiude la prima facciata con un irresistibile crescendo funky –
ancora Tina sugli scudi, in uno spettacolare corpo a corpo con la
chitarra ritmica – e il quasi-rap di Byrne a raccontare la storia
semiseria di una coppia che finisce con l'incanalare le sue stupide liti
in un programma televisivo di successo. O come la forsennata jam
disco (intellettuale,
of course) di "Stay Hungry", con Byrne che riporta alla mente il canto alieno e trasognato del suo ex-compare di Cbgb
Tom Verlaine (
Television),
aggiungendovi il suo inconfondibile tocco demenziale, in un'orgia di
sintetizzatori che svariano dal soul al jazz fino quasi a lambire il
prog.
Sull'orlo di una crisi di nervi
Non
c'è mai un momento di tregua, in "More Songs About Buildings And Food",
anche perché la tensione scorre sottotraccia in tutti i brani, persino
quelli apparentemente più solari, come "The Good Thing", con il suo
accattivante ritornello in crescendo sorretto da coretti scanzonati,
frenetiche chitarre
jangle e linee di basso sinuose, a celare
il conflitto interiore sulla ricerca della soluzione migliore ("I will
fight; will fight with my heart... A straight line exists between me and
the good things/ I have found the line and its direction is known to
me/ Absolute trust keeps me going in the right direction/ Any intrusion
is met with a heart full of the good thing").
Anche i bruschi
stop 'n' go
di "I'm Not In Love" – forse l'episodio più rock del lotto –
dissimulano un'angoscia latente nel canto stralunato di Byrne, che
finisce quasi offuscato dal caos strumentale, rasserenandosi solo nella
raggelante considerazione finale: "I believe that we don't need love/
There'll come a day when we won't need love". E anche laddove spiazza
del tutto l'ascoltatore, trasportandolo in inaspettate praterie country,
con mandolino, chitarra
slide e batteria marziale a corredo (la tremolante ballata finale "The Big Country", ispirata da un verso di "Prairie Rose" dei
Roxy Music), Byrne non rinuncia a una desolata riflessione sulla sua vita errante, venata di stanchezza e di rimpianti:
I wouldn't live there if you paid me
I couldn't live like that, no siree!
I couldn't do the things the way those people do
I couldn't live there if you paid me to
I'm tired of looking out the windows of the airplane
I'm tired of travelling, I want to be somewhere.
It's not even worth talking
About those people down there
Quasi
paradossale, al cospetto di tanta ricchezza creativa, che la hit del
disco sia una cover. Anche se nella fattispecie si tratta di una
reinvenzione vera e propria: la "Take Me To The River" del reverendo Al
Green viene infatti prosciugata del suo pathos soul e tramutata in un
inquietante numero di gospel-wave slabbrata e meccanizzata, senza però
rinunciare al suo
hook ammiccante, enfatizzato dai singulti di Byrne e dalle linee di basso
groovy.
Incisa come singolo, volerà al n. 26 della Us Billboard Hot 100,
trascinando l'album nella Top 30 sulle due sponde dell'Atlantico.
La mano del "non musicista"
Non ha fatto tutto
Eno
anche in questo caso, insomma. Ma la mano del "non musicista" si può
intuire in tante sfumature del disco: tra le brezze elettroniche e i
riverberi del
drumming di "Warning Sign", nei
click e
negli echi di "Stay Hungry", tra i sovratoni psichedelici di "Artists
Only", negli staccati e nel flebile scintillio tra le linee del
ritornello di "Take Me To The River", ma anche in filastrocche
psyxties come "The Girls Want To Be With The Girls".
Una
mano mai troppo invadente, tuttavia. Il gusto sonoro "discreto" di Eno,
infatti, non minaccia mai di sovvertire l'equilibrio musicale degli
Heads, né di alterarne lo spirito surreale ed eccentrico. Insomma, non
una collaborazione occasionale, ma una vera fusione artistica, quella
tra il produttore inglese e la band di New York, che proseguirà con
risultati altrettanto ispirati in altri due album a firma Talking Heads
("Fear Of Music" del 1979 e "
Remain In Light"
del 1980) affinando ulteriormente questo nuovo concetto di funk
psichedelico, che virerà poi in chiave avantgarde nella storica
collaborazione a due Eno-Byrne di "
My Life In The Bush Of Ghosts" (1981).
"Songs About Buildings And Food" resterà però la primizia originale del connubio, l'eccitazione in presa diretta del
rendez-vous, oltre che la più spiazzante raccolta di canzoni mai scritte per smuovere chiappe e cervello in un colpo solo.
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