Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2025

Capisaldi 2025

Un anno fa auspicavo un 2025 musicalmente più stimolante. In parte così è stato, grazie alla cospicua quantità di materiale di "approfondimento" che mi è capitato di leggere, anche se in prevalenza riguardante gruppi o generi comunque conosciuti.

Come da prassi consolidata negli ultimi anni, invece, gli ascolti non sono stati particolarmente ricchi:

  • interessante la retrospettiva sull'Eminem del periodo migliore;
  • piacevole il debutto dei comunque derivativi Montrose;
  • molto apprezzati i Doobie Brothers (che conoscevo senza saperlo); 
  • ottimi i Tears for Fears, soprattutto dopo aver preso le misure della loro arte al di fuori dell'ambito asfittico degli strumentalizzatissimi singoli;
  • ottimi i Genesis, che non mi colpirono durante i primi ascolti nel 2024, ma lo fecero nell'estate passata, merito anche dei testi di OndaRock, a partire dalla monografia. 

C'è stato, purtroppo, anche spazio per un pacco non del tutto inaspettato: Dissonance Theory dei Coroner. Album atteso per così tanto tempo da diventare una chimera alla stregua di Chinese Democracy di Axl Rose, pardon... Guns N' Roses.

L'album è formalmente ineccepibile, ma nonostante reiterati ascolti non è riuscito a lasciarmi nulla, probabilmente perchè, al netto delle dichiarazioni degli autori, il disco è avulso dal sentimento dei tempi moderni quando, invece, i suoi predecessori  – di 30 anni prima... qualcosa vorrà dire... – erano immersi fino al midollo in quelle ansiogene aspettative dei primi anni '90 che anticipavano ciò che sarebbe stato l'oggi.

Di tutto questo, in Dissonance Theory non c'è traccia. 

31/12/2024

Capisaldi 2024

Lo scorso anno scrivevo che "sarebbe potuta andare anche peggio".
È quello che è successo nel 2024.

Poco tempo, quindi pochissimi ascolti. Una situazione che nemmeno l'immediatezza – disordinata e spuria, va detto – di Spotify è riuscita a tamponare.

Dunque che resta di questo 2024?
Certamente l'ennesima uscita inutile dei Pearl Jam, il disco della normalizzazione cosmopolita dei Fontaines DC, anniversari illustri, ma pure la "scoperta" di Battiato e dei Police. Questi ultimi in particolare hanno coperto la parte maggioritaria dei nuovi ascolti dell'anno.

Auspico un 2025 più stimolante...

31/12/2023

Capisaldi 2023

Il leitmotiv dell'anno che si chiude è stato la mancanza di tempo: troppe cose da fare per tenere il passo del mondo! Conseguentemente il tempo per "tutto il resto" si è ridotto al lumicino.

Gli ascolti, ovviamente, ne hanno fatto largamente le spese.

È una premessa che ripeto da ormai molti anni, segno che da questo punto di vista va sempre peggio e non se ne vede la fine.

Dunque anno avaro il 2023, in cui per forza di cose, la parte del leone l'hanno fatta gli ascolti consolidati, perché quando manca il tempo si torna su quanto già si conosce.

Tra le nuove uscite pochissimo materiale, comunque tutto partorito da soggetti ormai maturi, anzi quasi senili, nell'ordine:

  • Depeche Mode, con un ritorno di inaspettato livello considerando 4 decadi di carriera e la recente dipartita di Andrew Fletcher;
  • Godflesh di cui tanto per cambiare hanno parlato in pochissimi... sarà che di sti tempi non fa bello tessere le lodi di quegli artisti che ti sbattono nelle orecchie il lezzo del nostro mondo;
  • Overkill che mi paiono gli unici a tenere botta tra i thrasher statunitensi.

Tra il materiale mai ascoltato compiutamente, ma non di nuovo conio, qualcosa di davvero interessante è comunque spuntato fuori, tra Sinead O'Connor, Amy Winehouse, Psychedelic Witchcraft, U2 ed Eminem.

A ben vedere sarebbe potuta andare anche peggio... cosa che mi auguro non succeda nel 2024.

31/12/2022

Capisaldi 2022

È indiscutibilmente difficile fare il punto sull'anno che si conclude.

Nel 2022 la realtà ha più che doppiato qualsiasi fantasia: crisi sistemica del modello capitalista, crisi climatica, crisi pandemica cui ha fatto eco quella sociale accentuata dalla guerra in Ucraina.

Rammentando che al peggio non c'è mai fine vengono i sudori freddi...

Complesso, quindi, fare previsioni per il 2023 che non siano fosche, non fosse altro per gli spettri di guerra a tutto campo – compresa quella nucleare – che in Occidente vengono sventolati dai media come si trattasse di gagliardetti in una partita di calcio.

È evidente che i tempi attuali non vivono una banale sommatoria di emergenze, ma una complessiva crisi di civiltà. Il problema è che il senso comune è lontano dal prenderne compiutamente atto, mentre il tempo stringe.

Su questo versante il mondo dell'arte e della cultura – che, seppur di sistema, nei decenni passati ha rappresentato un antidoto al sonno della ragione – ha mostrato un allineamento agli interessi dominanti sfacciato, disgustoso e con sempre meno eccezioni.

Con queste premesse era arduo trovare appagamento nelle novità e infatti anche gli ascolti del 2022 sono stati prevalentemente all'insegna dell'antologia.

Fanno eccezione:

- i Fontaines D.C. autori di un trittico entusiasmante pubblicato tra 2019 e 2022;

- i Voivod usciti con l'ennesimo disco più che lusinghiero in una carriera 40ennale e soprattutto protagonisti di un concerto memorabile in quel di Genova;

- e sulla scia dei canadesi gli E-Force di Eric Forrest, frontman dei medesimi Voivod a metà anni '90, nel periodo industrial del gruppo.

Per il resto ho recuperato:

- Ummagumma e More dei Pink Floyd, che senza una valida ragione ho sempre considerato album minori e quindi di scarso interesse. Manco a dirlo mi sono dovuto ricredere, non fosse altro perchè questi sono gli ennesimi dischi che danno corpo alla tesi per cui il periodo artisticamente più fecondo per la musica pop sia stato quello degli anni '60;

- il debutto dei Dillinger Escape Plan, una pietra miliare di un genere che fondamentalmente detesto, probabilmente perchè ha esaurito tutto quello che poteva dire con questo Calculating Infinity;

- i Gun Club di Fire of Love in particolare, che a mio modesto avviso è quello che i Rolling Stones sarebbero dovuti diventare dopo il 1972 senza riuscirvi;

- i Red Temple Spirits, scoperti in questi ultimi giorni con un album monumentale, uno dei pochi che, terminato l'ascolto, lascia la sensazione netta di qualcosa di senza tempo al pari di pochissime altre opere come l'esordio dei Velvet Undergorund;

- gli Who, finalmente ascoltati oltre la dimensione dei singoli. Mi ha particolarmente colpito Quadrophenia, mentre mi ha lasciato più tiepido del previsto Tommy, abbastanza inutile discettare su Who's Next per evidenti meriti oggettivi;

- i Rolling Stones, ascoltati in rigoroso ordine enciclopedico dagli esordi a metà anni '70. Memorabili in ordine di gradimento: Aftermath, Beggars Banquet e Sticky Finges;

- i Beatles, gruppo dell'anno e la chiudo qui, perchè non so come rendere lo stupore reiteratamente vissuto ascoltando i dischi pubblicati nella seconda metà dei '60.
A pensare che questi tipi tra il 1965 e il 1969 hanno infilato Help, Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's, il White Album ed Abbey Road fa venire le vertigini e da la misura del perchè, a 60 anni di distanza, un'epoca così densa di arte pop sia assurta a mito intergenerazionale, con una punta di rammarico per non averla potuta nemmeno sfiorare.

31/12/2021

Capisaldi 2021

"Per gli 2021 gli auspici stanno a zero" e infatti l'unico vero ed autentico caposaldo dell'anno che si chiude è la grottesca, disastrosa, gestione della pandemia di Covid-19 alle nostre latitudini.

Era prevedibile che sarebbe andata a questo modo, ma consciamente nessuno riteneva possibile che la propria esistenza si trasformasse in un teatro dell'assurdo.

Merito della criminale scelta di convivere con il virus, che oltre a 137 mila morti, ci ha consegnato la completa desertificazione della nostra società, che si dibatte nel rifiuto dell'orrore scaturito dall'essere chiamata a confrontarsi con una crisi che è di civiltà.

La musica, più di tante altre forme artistiche popolari, questa crisi l'ha anticipata da tempo e in questi 12 mesi lo ha palesato in maniera inoppugnabile a più riprese. Quella più cristallina, è certamente legata alla "bolla" Maneskin, su cui altri si sono espressi in maniera impeccabile e a loro rimando.

Oltre questo, poco altro:

- un nuovo confronto con gli Slayer in cui Reign in Blood è apparso alle mie orecchie il capolavoro di cui ho sempre sentito parlare;

- i Type O Negative con Slow, Deep And Hard, uno degli ascolti più malati che la mia memoria ricordi;

- i Refused di The Shape Of Punk To Come, ascolto dell'anno insieme ai precedenti Type O Negative;

- i Bowery Electric di Lushlife un disco che pare l'istantanea dell'alienata malinconia che pervadeva il mondo occidentale pre-pandemico.

Per tutti i casi citati mi viene da parlare di ascolti rivolti allo ieri, mentre l'oggi appare criptico ai più e il domani imperscrutabile quasi a tutti.

In questi giochi di chiaro-scuri che sembrano volgere alla tenebra, è ironico che la luce sia giunta da John Carpenter con pellicole e relative colonne sonore come Essi vivono ed Il seme della follia.

31/12/2020

Capisaldi 2020

Dieci anni a fare copia/incolla di notizie e sentirli tutti, non perchè si invecchia, ma perchè le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono deflagrate nella vita delle persone comuni in modo molto più violento, profondo e inatteso rispetto agli acciacchi dell'età.

Sì viveva già male, l'ingresso nel secondo decennio del nuovo millennio, ha reso manifesto che andando avanti così sì vivrà sempre più di merda; e infatti tra clima andato a ramengo e pandemia da Covid-19 non si vede una fine, o meglio si vede: quella sotto tre metri di terra.

Sì dirà "è il destino di ogni essere vivente" ed è vero, ma non è destino e nemmeno sta nella logica di ogni essere vivente accelerare i tempi del trapasso che, invece, il capitale ha palesato di voler spingere in scia ai primati olimpionici di Usain Bolt.

Tutto sto cappello per introdurre il fatto che, per la prima volta a mia memoria, la vita di merda è riuscita a mettere in ombra tutta la roba di qualità che ho scoperto/riscoperto in questo anno funesto, ed è veramente tanta, al pari di tempi decisamente andati.

Siccome mi viene difficile fare una cernita finisco per andare a braccio.

Lou Reed - 1973 - Berlin probabilmente disco dell'anno e pezzo dell'anno con How do you think it feels.

Deep Purple - 1970 - In Rock madonna santa, non capisco perchè in passato non mi fosse piaciuto.

King Crimson - 1969 - In The Court Of The Crimson King una delle migliori dimostrazioni, sul versante artistico, che il capitale è in crisi da mezzo secolo ormai e sì è trascinato dietro tutto il cangiante spettro espressivo che ha creato nella società. Per essere più chiari, ascolti musica così e ti domandi che senso ha tutto quanto è uscito, almeno nel medesimo genere, dopo).

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun da anni coltivo l'ipotesi che gli anni a cavallo tra il 1988 e il 1994 siano stati un lasso di tempo irripetibile per la musica pesante statunitense, un magma come da definizione sotterraneo che portava in dote tutte le caratteristiche di quella che sarebbe potuta diventare una autentica new wave of US heavy metal. Le necessità di profitto dell'industria discografia fece andare la storie su un binario diverso e l'individualismo connaturato a quasi ogni musicista fece il resto. Un occasione clamorosamente mancata che ha spalancato le porte alla sterilità artistica degli ultimi due decenni.

Talking Heads - 1978 - More Songs About Buildings And Food e 1980 - Remain In Light la forza della genialità che ti conduce ad apprezzare sonorità che formalmente non ti piacciono.

Lynyrd Skynyrd - 1973 - "(Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd)" la riscoperta più intensa, non dell'anno, ma da quando ho preso a rispolverare roba che mi è piaciuta o per cui sono uscito di testa più di un decennio fa.

Lo spiegone inizia a farmi venire la barba bianca quindi, tagliando con l'accetta, oltre i titoli poc'anzi citati sono risultati imprescindibili i Rush, i Sonic Youth (che già mi avevano dato grandi soddisfazioni), i Cream (in cui ho finalmente fatto conoscenza con il Mr. Slow Hand autentico, non la loffa degli ultimi decenni...), i Mr. Bungle (migliore ri-uscita metal per quel che mi riguarda - mi hanno fatto quasi gridare al miracolo!), Bruce Springsteen (autore di un disco intenso e di rara onestà artistica, tra le cui note si possono trovare molti spunti con cui leggere la decadenza statunitense) e Tim Buckely.

Ho certamente dimenticato diverse cose (gli Swans per esempio...), tuttavia le ultime righe ci tengo a dedicarle a un paio di pacchi di cui, in un annata così del cazzo, avrei fatto a meno; mi riferisco ai Pearl Jam che procedono sulla rotta tracciata da un pilota automatico che fa invidia pure a Mario Draghi, e ai Testament, probabilmente la peggiore uscita dell'anno a cui mi sono approcciato.

Questo è tutto, o meglio quel poco che c'è stato di positivo nell'anno che più mestamente del solito si sta concludendo.

Per gli 2021 gli auspici stanno a zero, l'unica cosa sensata da augurarsi e per cui lavorare è che almeno qualche padrone vada col culo per terra.

31/12/2019

Capisaldi 2019

Anche a questo giro mi trovo a scrivere parole già sostenute 12 e poi 24 mesi fa ecc.

L'esistenza è sempre più sfibrante, i tempi di vita sempre più ridotti, quindi di musica se ne ascolta poca e quasi sempre male: in cuffia sui mezzi pubblici, piuttosto che in pausa al lavoro, strappando letteralmente con le unghie e i denti qualche istante di raccoglimento per se stessi e il proprio gusto, nei confronti di un mondo sempre più invadente con la propria superficiale sciatteria.

Comunque, lo scorso anno auspicai un 2019 che la mandasse meglio e tutto sommato così è stato. Ovviamente le novità, in senso anagrafico di pubblicazione, sono state quasi del tutto assenti dai miei palinsesti, a dimostrazione della china ormai irreversibile in cui versa la musica non solo come arte, ma anche come intrattenimento di qualità – e al mondo del cinema butta pure peggio con l'espandersi della pestilenza Netflix e dello stuolo di youtuber prezzolati che non parlano d'altro pur senza essere in grado di farlo –.

La nuova uscita dei 12 mesi appena trascorsi che ricordo con maggior piacere è quella dei redivivi Sacred Reich, probabilmente gli unici tra gli zombie resuscitatati dopo un quarto di secolo d'oblio a mettere insieme un disco contenente quattro idee assemblate con cognizione di causa. Chapeau a loro dunque.

Un gradino appena sotto, esclusivamente perchè verso di loro ripongo aspettative piuttosto elevate, i Die Krupps dell'ultimo e penultimo disco, che si confermano un ritorno assolutamente necessario per l'industrial.

Discreto anche l'ennesimo prodotto degli Overkill, che nonostante una cadenza di pubblicazione biennale e 40 anni di attività sul groppone, riescono sempre – I Hear Black a parte – a cacciare sul mercato dischi ascoltabili. Ovviamente nulla di più, ma la pochezza del mercato in cui s'inseriscono indubbiamente li aiuta a risaltare oltre i propri meriti oggettivi.

Il resto di quello che ho apprezzato è tutta roba che ha dai 25 anni in su con una considerevole quota di revival, su cui certamente influiscono gli anni che si ammucchiano sulla mia schiena. Nell'ordine:

- Billy Idol - Rebel Yell;

- Motorhead - Overkill;

- Iron Maiden con l'omonimo e Killer (l'omonimo in particolare si è imposto a quasi 20 anni dalla prima volta in cui l'ho ascoltato, come uno tra i dischi heavy metal più belli; forse, in assoluto il migliore);

- Benediction - Killing Music (che continuo a considerare una delle migliori uscite death metal old school di sempre);

- Vari recuperi thrash e death metal con presenza preponderante di Testament, Sepultura, Sodom, Pestilence, Atheist e Death;

- i Sonic Youth di Daydream nation che sono probabilmente il livello più alto dell'indie rock statunitense.

Sul tetto del mondo invece quattro nomi soltanto:

- i Doors a cui sono finalmente riuscito a dedicarmi a modo;

- i Morphine autori a me sconosciuti di un esordio assolutamente eccezionale che consiglierei anche ai sordi;

- gli X, che mi hanno lasciato basito come non succedeva da troppo tempo, perchè non sono solo musica ma la descrizione in anticipo di 30 anni del mondo d'oggi;

- i Velvet Underground che nel 1967 misero su disco i canoni stilistici del 75% della musica venuta dopo di loro.

Con un certo rammarico mi tocca scrivere che difficilmente il 2020 sarà capace di ripetersi a questi livelli, ma non è mai detta...

31/12/2018

Capisaldi 2018

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...
Era questo il passaggio più pregno dei capisaldi dello scorso anno.
Trascorsi 12 mesi, la situazione è probabilmente peggiorata, lo testimonia la cronologia sonora rintracciabile su queste pagine dell'anno ormai trascorso: limitata nella quantità ed estemporanea nello sviluppo.

Al proprio interno, inoltre, nessun nuovo ascolto si è rivelato "memorabile". Infatti, il meglio di quanto mi è passato nelle orecchie, come i Creedence oppure i Metallica, è base delle mie scalette ormai da anni.
L'eccezione è costituita da Rainier Fog, ultima pubblicazione degli Alice in Chains e The Wake dei Voivod che, tuttavia, essendo un unicum, hanno confermato sostanzialmente la regola.

Meritano comunque di essere menzionati i Godflesh, autori di un ritorno del tutto inatteso, i Bush con l'ottimo esordio del 1994 Sixteen Stone e a seguire con parecchia distanza i Great White ed i Greta Van Fleet, entrambi autori di alcuni brani che ho trovato particolarmente piacevoli.

Resta tuttavia il fatto che il 2018 si chiude all'insegna della crisi, a onor del vero non interamente determinata dai soli ritmi di vita sempre più estenuanti che impediscono di dedicarsi al "superfluo", ma anche da un sostanziale stallo dell'arte, che ha ormai superato abbondantemente il tempo utile per "anticipare l'effettivo crollo della società borghese liberale".

Quest'ultima, infatti, è ormai morta da un pezzo, ma dal momento che nessuno ha trovato la forza per seppellirla nel cimitero della Storia, il suo cadavere continua ad ingombrare gli spazi della vita, compresi quelli dell'arte che non sa scovarne di nuovi, e non è solo una questione di gusti personali dissonanti rispetto a ciò che viene dato in pasto al pubblico oggi.

Non si può fare a meno di augurarsi che il 2019 la mandi migliore...

20/05/2018

Capisaldi 2017

C'è stato tanto revival tra i miei capisaldi del 2017. Si è trattato prevalentemente di ascolti fissati nella mia prima giovinezza, che si rispecchiano nella vita odierna tratteggiando una parabola tra aspettative passate e delusione dell'oggi.

Riaprendo quel bagaglio ne ho trovato un po' per tutti i gusti: dai Green Day per i momenti spassionatamente cazzari, alla furia nichilista dei Pantera, passando per la claustrofobica oscurità degli Overkill del triennio '89-'91, probabilmente gli unici tra i miei ascolti passati a rievocare oggi come allora, sensazioni morbosamente sinistre, a tratti infastidenti, ma da cui mi è impossibile congedarmi.

I nuovi ascolti e le riscoperte non sono comunque mancati: tra Fear Factory ed Anthrax infilandoci in mezzo Spin Doctor (!?!) e Sceaming Trees gli stimoli sono stati molti e sarebbero potuti essere anche di più se non mi fosse mancato il tempo, ad esempio, per ragionare a modo sull'ultima uscita dei Depeche Mode...

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...

In questo senso è un mezzo miracolo essere riuscito a dedicarmi come si conviene alla produzione dei Creedence Clearwater Revival in cui ha brillato di luce propria Cosmo's Factory, album immediatamente diventato uno tra i miei ascolti preferiti di sempre.

Va comunque detto che, come verificatosi negli anni più recenti, anche il 2017 ha avuto il suo bel convitato di pietra non tanto condensato in un genere – era stato il grunge – ma in un artista Chris Cornell che, combinazione, con la sua dipartita ha funestato l'anno riaprendo la piaga dello stillicidio di uno stile di cui non è rimasto nulla, oltre a ridare impulso (se qualcuno ne avesse parlato) alle disquisizioni sui traguardi che il successo personale più ampio non fa comunque raggiungere.

Potrei chiosare con un laconico "è il capitalismo, signora mia", ma un'alzata di spalle del genere non sposta nemmeno un grammo di scazzo che anche queste situazioni caricano addosso.

Quindi, che fare? Beh, anzitutto partire dall'assunto che questa non è un'uscita!


31/12/2016

Capisaldi 2016

Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.

A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.

Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.

C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.

A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.

Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.

Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.

Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.

Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.

Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.

Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.

Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...

Tanta roba per il trio romano dunque!

08/02/2016

Capisaldi 2015

Avessi aspettato ancora un po' sarei arrivato alle pulizie di primavera, altro che bilanci annuali... comunque, il dato saliente dello scorso anno è stato l'avvicendamento tra fonti che, per altro, ha avuto più riverberi a livello umano che sonoro.

Il versante che interessa queste righe, infatti, non ha subito scossoni sostanziali, ma anzi è stato caratterizzato da un certo consolidamento dei gusti col grunge a farla da padrone sia nella veste di ascolti conosciuti (il quartetto storico di Seattle) che nuove scoperte – TAD, Skin Yard –  in cui la palma se la portano a casa i Mad Season, il cui unico album, insieme agli STP di Core, ai Soundgarden di Badmotorfinger e i Nirvana di Nevermind, ha occupato la stragrande maggioranza dei miei ascolti.

Grandi soddisfazioni le ho ricavate anche da approcci quasi completamente estemporanei come gli Smiths, consumati con passione per diversi mesi, i Marlene Kuntz e la coppia This Will Destroy You / God in An Astronaut che ha rinverdito suggestioni ambient/doom dimenticate da tempo.

Per il resto, tanta roba ascoltata in lungo e in largo ma che non accenna a stancarmi: Depeche Mode, Pink Floyd, Vasco Rossi, CCR, Negrita, Fear Factory, Helmet, Killing Joke.

Molto ridimensionata, invece, EBM ed elettronica "pump" in genere, che mi aveva preso benissimo nel primo trimestre dell'anno ma è andata rapidamente scemando lasciando intonsi i soli Die Krupps.

A dispetto degli anni precedenti, nel 2015 è probabilmente mancato l'effetto "nuova scoperta" a valanga, che trasmetteva scariche di adrenalina ad ogni nota, sostituito da ascolti più introspettivi e ragionati in particolare coi precedentemente citati Core ed Above.

Per un certo periodo ho pensato che la cosa potesse diventare limitativa; nel corso dei mesi, invece, mi sono accorto che la differenza la fa l'approccio, al punto che, da ascolti conosciuti, quel che si può prendere diventa virtualmente inesauribile.

Il tempo s'incaricherà di verificare se avrò avuto torto o ragione.

23/01/2015

Capisaldi 2014

Difficilissimo fare un sunto di quelle che sono state le tendenze sonore (personali ovviamente, del "mercato" m'importa sega...) di un 2014 già lontano, non perché abbia difficoltà a buttar giù un po' di contabilità casalinga, quanto perché la carne al fuoco è stata tantissima e il sottoscritto l'ha gustata in simbiosi costante con la vita e il suo evolvere.

Se il 2013 è stato l'anno di sdoganamento delle mie orecchie e la pietra miliare fu l'album di debutto dei romani Molotoy (impressionante come la Città Eterna abbia monopolizzato gli avvenimenti essenziali della mia vita recente!) il 2014 lo ricorderò senza dubbio per la rivoluzione che ha comportato nei miei ascolti.

In breve: fuori il metal e dentro tutto il resto.

In ossequio a un borghese rispetto nei confronti dei "defunti", parto da chi è divenuto minoritario, ovvero quel che resta del metal.
Resta poco, quasi nulla. Un buon 90% abbondante di quel che ascoltavo fino a 3-4 anni fa non mi trasmette più niente, una condizione di sterilità che a tratti m'imbarazza e spesso rattrista perché ha fatto comunque parte del mio tempo, per molto tempo.
Reso omaggio senza troppi rimpianti a ciò che fu, ad oggi trovo ancora un senso in una manciata ristretta di formazioni: Nuclear Assault (!!!), Sepultura, Coroner, Megadeth, Voivod, quasi tutti nelle rispettive declinazioni anni '90. Altri nomi ancora li conservo nelle orecchie - molto poco - e nel cuore, ma più per fattore affettivo, a volte folcloristico, che per bruciate piacere d'ascolto; è il caso di Sodom, Benediction e Pantera - a dosi microscopiche.

Chiuso il requiem, vediamo quel che è nato da codeste ceneri.
Anzitutto devo prendere atto che è effettivamente sensato, in merito al metal, associare il termine "fase", perché ammesso di non essere dei lesi con la profondità d'una pozzanghera, che si realizzano con un paio di birre in mano e un po' di brutalità sonora o masturbazione strumentale a buon mercato, il mondo metal, anzi proprio tutto l'hard 'n heavy è limitativo in modo quasi imbarazzante.
Soprattutto se considerato come "movimento" è poverissimo, non essendo ancorato a quasi nulla di quel contingente in cui tutti sbattiamo il muso ogni giorno, e non potrebbe essere diversamente essendo un filone nato e proliferato nella decade dei disimpegno.

In questo senso, avvertita la strutturale ristrettezza del genere, viene quasi naturale guardarsi oltre e finire senza accorgersene a provare simpatia ed interesse per l'hardcore, soprattutto in questi primi lustri di nuovo millennio, che sono l'apice della merda politica-sociale vomitata in faccia ai borghesi da chi animò i palchi underground 30 anni fa, soprattutto nel mondo anglosassone, quando la coppia Tatcher-Reagan destrutturava implacabilmente due decenni di conquiste sociali ed economiche da parte delle classi subalterne. Quindi vai di Black Flag, e di tante serate trascorse a discutere di Dead Kennedys, degli esordi dei Suicidal Tendencies e di mondo limitrofo nostrano coi Negazione in testa.

Da qui a saltare nel calderone del post-punk o new wave che dir si voglia, è un attimo. Complici i consueti scazzi personali figli del sistema, uniti a crisi d'incomunicabilità coi propri simili, sono finito tra le braccia dei Killing Joke prima e dei Joy Division poi, e la percezione della vita non sarebbe più stata la stessa! Qualche mese di questi ascolti ha stravolto la percezione dello spazio-tempo, dilatatasi oltre l'immaginabile. Situazione per altro calzante per i Killing Joke, che in 30 anni di carriera hanno guidato buona parte delle fasi artistiche più pregne restando costantemente sul pezzo e producendo una nutrita quantità d'emuli spesso degni di nota. Come ebbi modo d'affermare lo scorso anno, se vedo i Pink Floyd come il gruppo più avanti degli anni '70, i Killing Joke lo sono certamente stati, a fasi alterne, per i due decenni successivi.

Con cronologica naturalezza giungo agli anni '90, scrivendo del movimento che è diventato il punto di riferimento dei miei ascolti dell'anno passato, candidandosi facilmente a restarlo ben oltre l'anno in corso: mi riferisco a quel brodo di coltura che è stata Seattle tra la fine degli anni '80 e tutta la prima metà dei '90.

Nel mio caso la scintilla nacque da un sempreverde Osso che in periodo di totale panico sentimentale buttò lì Black che innescò una deflagrazione a tutt'oggi non ancora consumatasi. Venne quindi Ten e a seguire lo svisceramento della discografia dei Pearl Jam di cui ho fatto mio tutto quel che pubblicarono dal '90 al '98. I momenti vissuti insieme e grazie all'ascolto di quei 5 album sono qualcosa di strepitoso. Potrei starne a scrivere per una settimana avendo, comunque, la certezza di non produrre mai la forma adatta a trasmettere in modo calzante il trasporto che Vedder e soci hanno portato nella mia anima.

Il modo in cui mi approccio agli ascolti, concentrandomi sull'approfondimento di un artista alla volta, spesso mi porta a considerare il livello emozionale che raggiungo con un determinato album come insuperabile. È capitato con i Pearl Jam di cui non sarei in grado di scegliere con convinzione il disco più rappresentativo - forse Vitalogy, ma con diverse riserve - e parimenti è successo confrontandomi coi loro colleghi di genere.
Passare dai Pearl Jam ai Nirvana, agli Alice in Chains, ai Soundgarden trovando la quadratura d'ogni cerchio nei Temple of The Dog è stata un'escalation costante e inaspettata, un excursus di "botte" praticamente senza fine perché, anche quando tutto questo è diventato parte essenziale del mio "bagaglio", ascoltarli mi segna con la medesima intensità, spesso violenza, della prima volta.
Nemmeno sforzandomi potrei restare indifferente all'urlo sofferente e rabbioso condensato in Nevermind, alla disperazione distruttiva che forgia Facelift, alla violenza figlia del vuoto esistenziale urlata in Badmotorfinger.

Per questi e tanti altri motivi considero il grunge l'ultimo grande movimento che il rock ha conosciuto. Dal basso della mia esperienza in merito, ad oggi non si è palesato null'altro di simile, ed anche volgendo lo sguardo all'orizzonte futuro non si scorge alcuna sagoma...

In ogni caso, i '90, qualcosa di buono l'hanno prodotto anche al di fuori dello stato di Washington. E' il caso del brit pop in cui sono tornato fortuitamente ad imbattermi per merito dei The La's, autori di una chicca in cui s'esaurisce praticamente tutto il genere, ben prima che gli Oasis diventassero un nome di grido.

Tra la botta grunge e il revival del Beatles sound le mie orecchie hanno incontrato anche altre folgorazioni: prima con i Rage Against The Machine che non sono un gruppo ma un manifesto e poi con gli Helmet.
Acquistati entrambi praticamente a scatola chiusa su consiglio del già citato suggeritore, mi fecero scappare di testa per più di un mese rispettivamente con l'omonimo Rage Against The Machine e con Betty. Due album assolutamente ciclopici per feeling, tiro, impatto, esecuzione, nonostante una distanza compositiva e di genere molto marcata, in senso meramente artistico a vantaggio dei RATM per questioni che non credo necessitino di spiegazioni. Sulla scia degli Helmet s'inserirono successivamente i Prong, cui mi sono dedicato in leggero ritardo, ma con soddisfazione esponenziale, complice anche il fatto che affiancano a un groove che offusca i Pantera più blasonati, soluzioni sintetizzate ai limiti del pop che rendono le composizioni più agili e fresche, ascoltare Rude Awakening per credere, un disco prossimo al ventennale che pare uscito l'altro ieri, sarà che clown ci cova...

Tra tanti ascolti nuovi di pacca c'è stato spazio anche per alcuni approfondimenti, come nel caso dei Negrita, tornati tumultuosamente nelle mie orecchie con un Dannato Vivere che legandosi a momenti specifici è divenuto una pietra miliare alla stregua di Ten.
Il botto con cui mi ha accompagnato, ha oltretutto sortito l'effetto di riavvicinarmi a quella porzione di carriera della band - mi riferisco a XXX e soprattutto Reset - che in passato apprezzavo solo parzialmente.

Nel filone dei "proseguo" la parte del leone l'hanno comunque fatta i Pink Floyd, di cui ho esteso la conoscenza dopo l'ubriacatura con la coppia Dark Side of The Moon - Wish You Where Here che monopolizzò la seconda parte del 2013.
Per continuità con i precedenti ascolti, ho ripreso cronologicamente tutta la produzione anni '70 trovando pane per i miei denti praticamente ovunque, in particolare in Animals, che relativamente a quella fase creativa degli inglesi, è la mia uscita preferita, mentre The Wall è quella che complessivamente meno mi entusiasma, colpa di un impianto retorico tra una composizione e l'altra a mio giudizio troppo "ridondante", pur essendo ancora lontano dalle forzature di Final Cut, che ho trovato essere un'uscita davvero trascurabile.
Mi sarei fermato qui se la pubblicazione di The Endless River non mi avesse forzato a dedicarmi all'epoca Gilmour, fino a quel momento scarsamente considerata, salvo stupirmi perché non particolarmente lontana al periodo artisticamente più blasonato del gruppo.
Il 2015 potrebbe essere l'anno in cui chiuderò il cerchio anche con loro, le premesse positive, per ora ci sono...

Ad una rapida occhiata di quanto fin qui scritto mi pare d'aver snocciolato tutto l'essenziale, manca giusto il convitato di pietra, almeno per il metallaro medio come poteva essere il sottoscritto qualche anno fa, l'elettronica, declinata in molte delle sfaccettature che le appartengono: dal pop sintetico all'industrial passando per l'EBM.
Senza menare il can per l'aia, i pezzi da 90 sono presto detti: Godflesh, Fear Factory, Nailbomb, Killing Joke, Nine Inch Nails, Depeche Mode, Die Krupps, Ministry.

Ora, potrei stare qui a dipanare la solita questione di lana caprina per stabilire quale tra i succitati gruppi sia "migliore", ma sarebbe una cazzata perché non si tratta d'identificare chi è più bravo a fare cosa, ma capire che i sintetizzatori e tutto quel che ne è derivato sono stati la quintessenza della musica di massa, il passaggio ineludibile per rappresentare al meglio e senza astrattismi quel che socialmente, e dentro ognuno di noi, hanno prodotto 30 anni di cultura liberista: alienazione, incapacità di rapportarsi coi nostri simili, schifo per la vita - nostra e degli altri - disperazione per la fine di una civiltà che in molti sono stati capaci di prevedere con largo anticipo, ma nessuno si è premurato - o ha avuto i coglioni - di prevenire.

Se il grunge ha ricondotto alle masse queste tematiche rimescolando stilemi espressivi conosciuti (rock e punk), la musica elettronica ha chiuso il cerchio su questa denuncia attraverso sintetizzatori, campionatori e filtri digitali.
Il risultato è un suono che meglio di qualsiasi altro rappresenta e offre sfogo al paradosso d'un vuoto tanto opprimente nella sua inconsistenza come quello che pervade l'uomo moderno, e senza nemmeno il bisogno d'attendere che i postumi della bancarotta di Lehman Brothers si portassero via il futuro di qualche miliardo di persone.
Si tratta di frequenze che battono il gong ad un'umanità che si credeva arrivata e invece scopre con la peggiore violenza d'aver trascorso gli ultimi decenni a pisciare controvento nella cieca convinzione di non bagnarsi i piedi.

Ce ne sarebbe stato a sufficienza per chiuderla qui, ma un overdose chiama l'altra prima che la precedente sia stata smaltita, quindi sullo spegnersi dell'anno torna De André a farsi cantore delle miserie e dei tesori della mia esistenza, forse - il condizionale è d'obbligo con tutto quello che ho passato insieme alle mie orecchie - come nessun altro è stato in grado di fare.
L'album è quello che immortala il tour di Faber accompagnato dalla PFM nel 1979, un disco con cui mi confronto a fasi alterne da quasi un decennio, ma che sono arrivato a comprendere solo al termine di quest'anno, dopo un improvvisata escursione nella Città Eterna, dove l'anima s'è smarrita tra la magnificenza della monumentalità per rinascere nello sguardo di chi, per qualche ora, ha condiviso quello smarrimento insieme a me.

Sono convinto sarà difficile bissare l'intensità di quei mesi ormai distanti, ma al contempo è chiaro che l'infinito, per me, non sarà mai tutto qui, in quanto si paventa superficialmente agli occhi.

06/01/2014

Capisaldi 2013

Spacchettato l'anno nuovo da quasi una settimana val ben la pena di spendere due parole sul 2013 che è stato una merda sotto troppi punti di vista, fatta eccezione per la musica.
Dunque scriviamone cercando di essere chiari e concisi:

Molotoy - Il debutto a basso costo del quartetto romano è senza dubbio la mia personale rivelazione del 2013. Scoperti totalmente per caso, in un mese scarso sono diventati l'esperienza sonora più intesa che la mia memoria ricordi. Sono stati e sono tutt'ora veicolo di momenti profondissimi, e colonna sonora perfetta per tutte quelle emozioni che si affastellano nella mia testa ogni santo giorno senza soluzione di continuità. Ho già scritto abbondantemente di loro tempo fa quindi è inutile dilungarmi ulteriormente anche perchè son conscio del fatto che non smetterei mai di parlarne tanta è la carna che sta gente è stata capace di mettere al fuoco. Di sicuro c'è che sto disco è un capolavoro e che mi auguro di schiattare in un giorno di primavera, sdraiato su un prato e baciato dal sole pomeridiano mentre nelle orecchie suona Digital Bohemein, di altro non avrò più bisogno!

Killing Joke - Questi sono un po' borderline perché venuti fuori solo a dicembre con la classica uscita di Osso che mi fa "senti un po' sta roba vedrai che ci scappi di testa". Puntuale come la replica di Una poltrona per due il 25 dicembre io ascolto e non ci scappo di testa, finiscono proprie in reparto psichiatrico!!! Una folgorazione devastante mi pervade per questi inglesi e dopo un paio di mesi spesi ad ascoltare incessantemente i sopracitati romani, mi rendo definitivamente conto che la musica coi piedi per terra non è praticamente più affar mio. Per parlare a modo dei Killing Joke probabilmente sarebbe davvero necessario essere lo Scaruffi di turno, tanti sono stati i generi attraversati sempre con maestria eccellente in ben 3 decenni da questa gente. Mi limito quindi a dire che chiunque abbia un minimo di cultura musicale non potrà fare a meno di convenire che i Killing Joke sono la formazione più totale che si sia vista dal 1980 ad oggi, un gruppo che ha anticipato di un lustro (almeno) tutto quello che ha fatto classifica e tendenza nel rock, riuscendo a coniugare come pochissimi altri (solo prima di loro) avanguardismo, groove, orecchiabilità e testi di critica ed impegno civile di totale attualità ancora oggi. Loro sono uno dei rarissimi casi in cui si può parlare di un gruppo che va ascoltato a prescindere.

Pink Floyd - Li ascoltai la prima volta sul finire dei '90 credo, non mi dissero un cazzo e finirono nel dimenticatoio, poi la scorsa estate portò con se la necessità di qualcosa che riempisse quelle squallide giornate di caldo soffocante ed il sempre presente Osso (ancora non ho capito come faccia a calar l'asso con tanto stile!) se ne uscì con un pezzo di gran classe dei Floyd by Gilmour che mi ha tenuto incollato a youtube per un paio di settimane almeno... Da li parte il ripescaggio, nella mia collezione digitale recupero Dark Side of The Moon che piazzo in cuffia per un paio di sere mentre passeggio ed è l'ennesima botta dell'anno! Ricordo benissimo che sulla coppia di chiusura Brain damage/Eclipse andavo sistematicamente in lacrime! Consumato anche il lato oscuro della Luna ho ben pensato d'approcciarmi in modo ragionato agli inglesi; finì quindi in rete dove, una volta tanto, trovai gente che meritasse d'essere letta, capace di fornirmi gli strumenti per trovare il mio approccio al gruppo. A distanza di qualche mese posso dire senza pentimenti che la mia vita era certamente più vuota e arida prima di conoscere i Floyd. Il periodo Waters e Wish You Were Here in particolare mi ha dato e continua a darmi davvero tanto. Sono convinto che questi dischi, nel bene e nel male, mi accompagneranno fino alla tomba.

Vasco - Lo metto a fondo classifica per una mera questione cronologica. Vasco è infatti il primo anello della catena che mi ha condotto a stravolgere i miei ascolti. Anche lui consigliato da Osso (ridaje!!!) nel momento peggiore dell'anno, è stato un autentico pugno allo stomaco, di quelli ben assestati che ti levano il fiato per una decina di secondi e ti lasciano tramortito con tempi di recupero che paiono infiniti. Il brano galeotto fu Vita spericolata (video che per me resta una perla quanto la canzone) ascoltato insistentemente per giorni e giorni fin quasi a farmi sanguinare i timpani. Di Vasco, tanto a casa quanto nel giro metal, ho sempre sentito parlar malissimo, essenzialmente perché drogato (e sti gran cazzi del bigottismo familiare) o perché "falso rocker" (e sti grandissimi cazzi delle fregnacce dei metallari madonna bischera!). Poi viene il giorno in cui per necessità o virtù si prende a guardare le cose da una visuale un po' più libera e Vasco finisce per apparire come il cantautore rock italiano migliore degli anni '80. Lui è stato uno dei pochissimi artisti che ho acquistato a scatola chiusa senza alcun rimorso, anzi, a tutt'oggi la triade Colpa d'Alfredo - Vado al Massimo - Bollicine è fissa nei miei ascolti imprescindibili un po' perché musicalmente validissima, un po' perché nel Vasco di fine '70 primi '80 trovo tantissimo del disagio esistenziale e delle inquietudini spicciole che massacrano l'uomo moderno (me compreso). Chi non è in grado di coglierle, e presumo si tratti della maggioranza di chi ne parla, dovrebbe semplicemente prendere atto d'essere privo di sensibilità.

Depeche Mode - Questi è riduttivo inserirli nei capisaldi perché, tra alti e bassi, sono più di 10 anni che li ascolto con grande soddisfazione. Nel 2013, tuttavia, ho apprezzato come non mai Music for the Masses, che fa il paio con Violator quanto a indice personale di gradimento. Anche in questo caso galeotte furono le discussioni in merito con Osso, come si dice touché!

01/01/2012

Capisaldi 2011

I quatto pezzi più significativi di un anno intensissimo tanto nel pubblico quanto nel personale.

1) Megadeth - Take no prisoners

2) Litfiba - Maudit

3) Nuclear Assault - Critcal mass

4) Negrita - Cambio

Sto consumando i rispettivi dischi da mesi, e ancora non mi sono rotto le balle, spettacolo!!!

UHA!