Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2012

Capisaldi 2011

I quatto pezzi più significativi di un anno intensissimo tanto nel pubblico quanto nel personale.

1) Megadeth - Take no prisoners

2) Litfiba - Maudit

3) Nuclear Assault - Critcal mass

4) Negrita - Cambio

Sto consumando i rispettivi dischi da mesi, e ancora non mi sono rotto le balle, spettacolo!!!

UHA!

26/07/2011

Something wicked

A leggere sta roba qui "Usa, default più vicino" mi sto facendo l'idea che l'atmosfera per le strade del Nuovo Mondo dovrebbe essere all'incirca questa:



Giornate veramente infauste.

20/05/2011

From row power to soft power.

Sempre più spesso mi capita di leggere opinioni secondo cui, i libri di storia (scritti da chi?) dedicheranno ampio spazio alla primavera araba e probabilmente faranno altrettanto con la figura di Barack Obama che, con sempre maggiore decisione, sta assurgendo a più grande piazzista del globo.
Se l'Italia può fregiarsi d'essere la natia patria del più abile venditore di fumo d'Europa (Berlusconi), ci sta che il primo inquilino della Casa Bianca voglia aggiudicarsi la coppa del mondo nella medesima disciplina. Ovviamente, non è questione di solo orgoglio nazionale, ma di squisita e becera politica. Con l'elezione di Obama è indubbio che il lobbismo abbia fatto centro come mai verificatosi nella storia americana, quanto meno del secondo dopoguerra.
L'hawaiano, infatti, è sintesi perfetta di quel carisma tanto accecante nelle rappresentazioni televisive, quanto inconsistente nelle azioni concrete. Esattamente ciò che serviva per traghettare l'intero blocco occidentale oltre la politica del pugno duro di Bush Jr. Il row power del texano aveva ormai stancato. La gente iniziava a scoglionarsi di finanziare con sangue e tasse l'infinita guerra al terrore, e non aveva più tanta simpatia per quel liberismo che negli anni '80 infiammò gli animi, ma alla soglia del nuovo millennio prese a scricchiolare sotto il peso della speculazione finanziaria poi trasformatasi in crisi economica di cui, fino ad ora, nessun analista "ufficiale" ha potuto (voluto) stimare le ripercussioni.
Questa situazione presentava due soli possibili sbocchi:
  • La rivoluzione del sistema economico sociale che ha dominato fino ad oggi
  • Il restauro dell'odierno sistema al fine di renderlo più digeribile alle masse che iniziavano a dare segnali d'insofferenza
Ha ovviamente prevalso la seconda linea. Era, del resto, impensabile aspettarsi che i burattinai del mondo mollassero notte tempo i propri interessi.
Le tempistiche dell'azione sono state studiate con precisione cronometrica. Allo scadere del mandato di Bush Jr. è casualmente corrisposto l'inizio della crisi finanziaria, che nel corso della campagna presidenziale del 2008 è progressivamente divenuta crisi dell'economia reale, un ottimo argomento su cui i democratici hanno potuto tessere i propri slogan, in maniera per altro piuttosto banale, merito di un'opinione pubblica abilmente manipolata dai media (tutti privati) e quindi incapace di riconoscere che il tracollo USA ha radici ben più lontane dei due mandati del cespuglio texano, e coinvolge pienamente il decennio governato dal democratico Bill Clinton.
Azzeccati i tempi e il copione, mancava solo il protagonista dell'ennesimo film scritto da altri, e quale miglior teatrante del cambiamento sì poteva trovare in un paese di bianchi, anglosassoni e protestanti, se non un volto nero? Detto fatto, il buon Barack, hawaiano di nascita (quindi formalmente made in USA) ma con radici nell'Africa Nera, viene incoronato dalle primarie democratiche alla guida del partito e contrapposto ad una compagine repubblicana appositamente scelta per essere impresentabile (il duo McCain – Palin), stravince le presidenziali a furor di un popolo incantato dal suo "Yes we can!", ritornello perfetto con cui martellare le menti di una popolazione stanca e  desiderosa di un cambio di marcia.
Di Obama, anche dalle nostre parti, s'è detto di tutto e di più. Sull'esaltazione della sua politica dal basso finanziata dai cittadini (ma molto più dalle lobby) ci hanno marciato in molti, soprattutto a sinistra (vedi PD, SEL ecc.) e tra gli alternativi (Beppe Grillo). Su ogni organo d'informazione non manca mai l'articolo che esalta l'uscita del giorno del presidente americano e parimenti ne ridimensiona le sconfitte. La strategia comunicativa messa in atto a tale scopo è la canonica mitizzazione del singolo discorso cui fa immediato seguito il disinteresse circa i reali cambiamenti avvenuti a seguito del proclama di turno.
E' il caso del recente cambio di linea politica USA in Medio Oriente che sancisce a chiare lettere il nuovo passo che Obama intende imporre all'imperialismo americano. Non più, o meglio non solo guerre di occupazione, ma anche e soprattutto investimenti per lo sviluppo e la speculazione in Medio Oriente. In sostanza, Wall Street dovrà farsi carico di vincere la dove il fucile s'è dimostrato fallimentare o non sufficiente. A dispetto di quanto sostenuto da Obama, infatti, il disimpegno in Iraq  è il risultato di una sconfitta politico-militare seconda solo al disastro vietnamita, mentre la vittoria sui talebani e al-qaeda sono due sonore balle perché in Afghanistan la NATO controlla esclusivamente le aree metropolitane del Paese, mentre la reale esistenza della organizzazione terroristica facente capo a Bin Laden ha avuto un riscontro prevalentemente mediatico.
In questa chiave va, quindi, interpretata la simpatia americana per le rivolte più o meno laiche in atto nel mondo arabo, e sempre in quest'ottica sì colloca l'affermazione di Obama secondo cui Israele dovrebbe tornare entro i confini del 1967 (ovviamente a condizioni tutte da definire).
Probabilmente, Obama e chi lo manovra è convinto che il profumo dei verdoni americani sarà in grado di placare gli animi di tutti gli esagitati che s'ammazzano da decenni in una zona del mondo che, se conquistata economicamente, potrebbe garantire altri 50 anni di monopolio internazionale allo Zio Sam, oggi più pressato di un tempo perché l'economia prossima al soffocamento, oltre alle storture interne, deve fare i conti anche con la Cina che ha tratto enormi benefici dal progressivo impoverimento produttivo che ha eroso la società occidentale. E', quindi, imperativo per gli USA ammaliare con il proprio soft power i mercati medio orientale ed africano, prima che vi esondi l'abbondantissimo capitale cinese (e russo), che potrebbe chiudere definitivamente il capitolo del dominio unico a stelle e strisce.

12/04/2011

Holiday in Fukushima.

Premesso che darei il sangue (come Sabani con la Garelli) per sentire i Napalm Death comporre un pezzo del genere (alla vecchia maniera s'intende), l'ironia del titolo serve a "celebrare" il raggiungimento del traguardo tagliato dall'incidente alla centrale di Fukushima Daiichi.

C'è voluto un mese di omissioni e mezze smentite da parte di tutto l'estabilishment nucleare mondiale, ma alla fine l'asticella di rischio (e già ci vuole un bel coraggio a definirlo solamente tale) è giunta al livello 7, il medesimo del disastro di Chernobyl.

Ai tempi, anno di grazia 1986, dalla nostra parte della cortina si sventagliava l'inossidabile superiorità delle tecnologie nucleari occidentali per decretare sicuro l'uso dell'atomo (sui costi del nucleare civile mai nessuno ha avuto le palle d'esprimersi seriamente, probabilmente perché i numeri per la sola demolizione di una centrale giunta a fine vita operativa fanno spavento quanto le radiazioni).

Sì predicava altresì della superiore preparazione delle aziende e relativo personale impiegato nella gestione delle centrali, poi arriva il sisma più devastante per il paese simbolo del progresso tecnologico e il mito dell'atomo, anche nella società del capitale, va finalmente a farsi benedire, quanto meno a livello "tecnico", perché sul lato propagandistico, personaggi dalla comprovata affidabilità come Chicco Testa (per gli amici il trasformista di sinistra) e Umberto Veronesi (quello che cura il cancro sostenendo che gli inceneritori non impattano sulla salute della gente) ci rassicurano sul fatto che dai noi, situazioni del genere non si verificherebbero perché le centrali saranno più nuove e quindi sicure (ovviamente si resta sul vago, ben consci che non c'è uno straccio di tecnologia che possa certificare la tenuta di un impianto oltre ogni ragionevole dubbio) ma soprattutto non siamo terra sismica come il Giappone, che però non si aspettava un sisma come quello dell'11 marzo, sfiga loro!

Non sì capisce, quindi, in base a quali considerazioni geologiche comprovabili sì possa essere certi del fatto che una mazzata di entità non prevista si verifichi anche nel sottosuolo italiano e  per fortuna qualcuno che lo dice ancora c'è.

Alla lobby dell'atomo, ovviamente, importa sega perché ciò che conta è l'interesse, purtroppo nulla di nuovo in un paese abituato a devastarsi a vantaggio di pochi, mentre i molti sono troppo scemi o ignoranti per rendersi conto di che cazzo gli succede sotto al sedere, anche se mi auguro d'essere clamorosamente smentito il 12 e 13 giugno prossimi.

Tocca scomodare ancora una volta i Nuclear Assault, certamente i più ganzi per un certo tipo di denuncia.

22/03/2011

Rabbinate, partiamo benissimo!

A giudicare dai primi 3 mesi di questo 2011, il concorso che incoronerà la rabbinata dell'anno sarà notevolmente frequentato e, ahimè, penso non "premierà" la magra figura collezionata dall'artista a tutto tondo di turno, ma la decadenza di una cultura intera, la nostra.
 Il grottesco che il mondo ha toccato negli ultimi giorni (a partire dal 19 marzo) non trova analogo contraltare nemmeno in perle della cinematografia come Fracchia la belva umana.
Mediaticamente ridimensionata la sciagura giapponese (in cui si contano 8 mila decessi, 12 mila dispersi e la cappa della contaminazione alla filiera alimentare del paese) da 4 giorni ci tocca assistere passivamente allo sviluppo patetico di quello che, negli intenti iniziali, doveva essere il capitolo libico della primavera araba. Peccato che la risoluzione dell'ONU 1973 redatta (dolosamente) con i piedi e interpretata (criminalmente) in modo ancora peggiore dal fronte dei volenterosi (chi è lo stronzo che s'inventa questi termini? -ndr) ha definitivamente consegnato la diplomazia occidentale all'almanacco perpetuo della barzelletta peggiore e, lo dico una volta per tutte, ha chiuso il cerchio con la politica del fumo inaugurata dal negro della Casa Bianca all'indomani del suo insediamento nell'appartamento che più conta al mondo.
Basta una semplice domanda per demolire (anche) il nostro operato degli ultimi 4 giorni (giusto per limitare i danni): che cazzo stiamo facendo in Libia?
Sì possono dare infinite risposte a questo quesito, tutte più o meno interessate e filantropiche, ma nessuna rispondente al vero. L'unica inappellabile è: l'ennesima infamata! tessuta dalla politica più meschina assaporando il profumo quasi dimenticato del colonialismo (francese e inglese -ndr) dei bei imperi andati e quello sempre attuale degli idrocarburi.



Facciamo più schifo che spavento!

11/01/2011

AAA Rivoluzione cercasi...

Ne abbiamo parlato relativamente spesso ma senza soffermarci mai troppo a sondare un argomento che ci bolle in testa da sempre (e visto l'andazzo attuale non potrebbe essere altrimenti) e che trova il proprio casus belli in un recente commento apposto dal Fornicatore al duplice messaggio di fine anno Napolitano/Grillo.
Tutto sto cappello introduttivo per dire che butterò giù qualche considerazione sulla Rivoluzione (Madonna che bella parola, già ti senti esaltato quando la pronunci!) in senso ampio del termine.
Riflettere di rivoluzione è oggi una necessità imposta dal mondo in cui viviamo, un mondo che non conosceva tensioni sociali così aspre dai primi anni '80, preceduti da due decenni estremamente attuali; benché a me stia fondamentalmente sulle scatole il mondo fricchettone e buona parte dell'iconografia della sinistra trasandata degli anni '60 e '70 ritengo indiscutibile che, senza la spinta propulsiva del '68 prima e del '77 poi, gran parte delle libertà intellettuali e sociali di cui godiamo e abusiamo oggi (forse ancora per poco) non sarebbero mai esistite: mi riferisco alle tutele dei lavoratori in sede di stipulazione di un contratto, piuttosto che all'emancipazione sociale di un Paese "commissariato" a scopare solo per riprodursi, o alla legge sull'aborto, all'affermazione del diritto di sciopero, a una scuola meno fascio-centrica e sostenitrice (almeno a parole) della cultura come strumento di avanzamento sociale (della serie mio padre è battilamma, ma siccome lo Stato fornisce a chiunque i mezzi per studiare, magari io figlio, un giorno potrò essere ingegnere, medico, ricercatore ecc).
Insomma, per farla breve, quegli anni a me garbano e dovrebbero garbare a chiunque (compresi tanti pirla che hanno scambiato il rock/metal come strumento di divulgazione di puttanate nazi-fasciste) tuttavia, quando sì fa riferimento a quel periodo, troppo spesso sì dimentica che quelle conquiste non sono piovute dal cielo come la manna nella Bibbia, ma sono il risultato di scontri che hanno riversato il malcontento e l'insoddisfazione d'intere generazioni contro istituzioni rappresentative d'interessi ben differenti (per capirci, agli industriali, l'acquisizione di potere decisionale e contrattuale da parte dei lavoratori è SEMPRE stato sui coglioni) che sono stati quanto meno deviati dal proprio corso, grazie ad anni di manifestazioni studentesche ed operaie, nei cui confronti lo Stato ha risposto con la violenza della Celere e dei servizi segreti deviati, anziché attraverso un'attività parlamentare in grado di svecchiare radicalmente mentalità e struttura del sistema Italia. La risposta repressiva degli organi politico-istituzionali della nazione, è stata un seme importante su cui s'è sviluppata un'estesa rete di terrorismo ed eversione di sinistra, che non conobbe eguali nel resto del mondo Occidentale del tempo (fatta forse eccezione per la RAF tedesca).
Spesso do per scontato che la fine di quella stagione sia conosciuta e "chiara" a tutti, in realtà non è così in un Paese la cui memoria storica più remota è lo scudetto dell'Inter nell'89. Non è quindi tempo sprecato precisare che la fine degli anni di piombo non coincise con il raggiungimento della parità sociale che s'era inseguita, anche con violenza, per 20 anni, ma sì chiuse con una nuova rincorsa al sogno americano del consumismo e della ricchezza opulenta, ostentata e pubblicizzata per cancellare dalla memoria l'insuccesso politico, ideologico e militare statunitense nell'ex Indocina Francese, che sul fronte interno produsse un paio di generazioni di sbandati (quelli tornati dal fronte e schifati da quanti non c'erano andati perché imboscati dal papi coi soldi) e una crisi economica superata con la disgregazione della coesione sociale e dei movimenti del '68 da cui è iniziato tutto questo discorso.
Tornando a casa nostra, non risulta infatti casuale che la vera batosta (quanto meno giuridica) sia stata inflitta prevalentemente all'eversione di sinistra e quindi d'estrazione sociale che, in molti casi, è giunta a dissociarsi da principi e modus operandi sostenuti per due decenni. Sorte diversa è stata riservata all'eversione nera che ha, invece, goduto e gode tutt'ora di una sostanziale impunità a ogni livello, dall'esecutore materiale al mandante, dimostrando empiricamente che il coinvolgimento delle istituzioni nella lunga scia di attentati dinamitardi che hanno insanguinato l'Italia a partire da Piazza Fontana nel dicembre '69, non può essere considerata complottismo da fantapolitica.
Il finale con cui s'è chiusa la stagione eversiva nel nostro Paese c'insegna, quindi, che la violenza, anche finalizzata all'interesse collettivo più o meno tale, è destinata al fallimento perché deumanizza chi la pone in essere, snatura i principi da cui s'è mossa e finisce per inimicarsi la sensibilità collettività, anche quella più compiacente verso metodi "diretti" di confronto sociale e politico; i consensi ai brigatisti, infatti, hanno preso a scemare vertiginosamente anche all'interno delle frange sociali più accese quando il terrorismo imboccò la via dell'omicidio.
L'impiego della violenza, quindi, seppur esaltante e allettante sotto molti punti di vista (il mito, distorto per luoghi e tempi, della Resistenza fu una costante per una larga fetta dell'universo brigatista) alla prova dei fatti è fallimentare. Verrebbe dunque da pensare che lo strumento d'affermazione migliore sia quello della protesta "pacifica" ma sì cadrebbe in errore sposando questa tesi perché la semplice indignazione, lo sdegno in salotto davanti alla TV, le marce per la pace di turno, e i cortei studenteschi con le mani infarinate al vento, sono totalmente inutili se non addirittura controproducenti perché avulsi da qualsiasi ritorno a fronte dell'impegno profuso nella propria lotta (vedi gli studenti e la riforma universitaria del dicembre scorso).
Lo scenario finisce così per apparire sconfortante, soprattutto perché i meccanismi che regolano la nostra vita ci fanno sentire giornalmente la propria oppressione. Tuttavia, preservando un minimo d'indipendenza intellettuale (che si raggiunge iniziando a spegnere la tv e scansare Facebook), tutti quelli che non sono come Berlusconi e relativo indotto, possono arrivare all'inaspettata conclusione che l'unico strumento di rivalsa che ancora ci appartiene, risiede nelle nostre tasche. La società dei consumi moderna, quella che per anni ci ha inculcato il comandamento secondo cui il singolo è ciò che possiede, può essere valutata secondo due prospettive differenti. La prima, che conosciamo tutti, è quella filantropica che descrive più o meno criticamente la malsana condizione del cittadino moderno (tutta la sinistra post-comunista italiana, su ste merdate ci campa dalla caduta dell'URSS, basta vedere come il PD sta reagendo ai ricatti industriali della FIAT - 1, 2 -) la seconda, che mai nessuno pubblicizza, pone il consumatore al centro del mercato ma in veste di soggetto attivo, sottraendolo al ruolo passivo di bovino che viene alimentato e munto nei suoi averi fino alle estreme conseguenze. Quando parlo di consumatore attivo, mi riferisco a un soggetto consapevole che il sistema sì regge sulla sua capacità d'assorbire quanti più beni possibile. Alla luce di questa banale ma dirompente ovvietà, la soluzione per uscire dal circolo vizioso che ci attanaglia è quanto mai semplice: smettere di consumare, che non significa fare la vita del barbone, ma chiudere il rubinetto dei bisogni indotti. La crisi dei consumi generata non dall'impossibilità a fruire di strumenti finanziari d'acquisto (ormai non ce la si fa più nemmeno aprendo il finanziamento per 100€ di cellulare) ma per consapevolezza del consumatore, che la moneta se la tiene in tasca, azzererebbe seduta stante l'attuale sistema e gli imporrebbe un radicale rinnovamento, politico economico e sociale. Un consumatore consapevole, infatti, non può e non deve farsi abbindolare dagli incentivi alla rottamazione per tenere a galla un settore industriale morto come quello automobilistico o dall'ennesima offerta di Telecom pubblicizzata dalla Hunziker che di telecomunicazione ne sa quanto Tronchetti Provera, cioè un cazzo (infatti s'è visto che fine ha fatto Telecom...)! Di contro, finirebbe per esigere un sistema intento a creare mercato e ricchezza dal miglioramento della qualità della vita collettiva (della serie meno centri commerciali ricolmi di cazzate e più ambienti umanamente sostenibili) sancito a norma di legge da classi dirigenti che non fanno della politica un mestiere su cui abbarbicarsi, perché retribuite entro livelli da dipendente comune e incentrate sui risultati raggiunti dall'amministratore di turno (quindi il 99% di quelli che stanno in Parlamento oggi, da Berlusconi a Bersani, da Fini a D'Alema, da Pannella a Casini FUORI DAI COGLIONI!).
Utopia? Forse sì, ma a giudicare dai riscontri negativi forniti dalla Confcommercio, che ogni anno posticipa l'inizio della "ripresa", e da quanto sta succedendo in giro per il mondo (a cominciare da Algeria e Tunisia) per l'impennata dei prezzi del genere principe di prima necessità, forse una maggiore consapevolezza ci sarà imposta come clausola base per la semplice sopravvivenza, del resto manca davvero poco al raggiungimento della massa critica.