Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/11/2025

17 Re, un culto wave

Nel pieno degli anni Ottanta, quando l’Italia guardava verso il Regno Unito nel tentativo di inseguire le mode della new wave, Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Ringo De Palma, costruiscono invece un mondo tutto loro. Oscuro, mediterraneo e mistico. “17 Re” è il culmine di questa visione: un doppio album ambizioso in cui convivono mitologia, politica, esoterismo e poesia urbana. Un’opera che rese i Litfiba un rito collettivo, innalzandoli a simbolo generazionale.

A quasi quarant’anni di distanza, la band tornerà insieme nel 2026 per celebrare questo disco con un tour dedicato, un ritorno che suona come rievocazione rituale più che semplice reunion.

Genesi di un cult

Per capire questo album bisogna tornare alla Firenze di quegli anni, capitale febbrile e magnetica della controcultura, nella quale fermentavano artisti, poeti e ribelli. I Litfiba venivano dal successo underground del formidabile esordio “Desaparecido”, ma decisero di spingersi più in profondità: non più la denuncia diretta al potere esterno dei regimi, ma quello invisibile che si annida nell’animo umano.

Le registrazioni avvennero tra Firenze e Milano in un clima di trance collettiva, tra i muri della sala di incisione si cercavano suoni mai uditi prima. “Volevamo un disco che non avesse tempo – raccontò anni dopo Ghigo Renzulli – qualcosa che suonasse come antico e futuro insieme’.’ E in effetti, “17 Re” rappresenta proprio questo: un disco sospeso, dove l’elettronica primitiva e il rock si fondono con l’eco del Mare Nostrum e le pulsazioni tribali.

Partendo dal titolo, “17” come numero tradizionalmente legato alla sfortuna e alla morte, e “Re” come simbolo di potere e dominio, i Liftiba  vollero rappresentare la contraddizione del potere: la sua grandezza e la sua inevitabile decadenza.

Capolavoro in 16 capitoli

L’apertura con “Resta” è già un biglietto da visita sonoro: pochi accordi di chitarra, una linea ipnotica di basso e la voce di Pelù capace di invocare e supplicare. La batteria avvolgente costruisce una tensione costante che non esplode mai del tutto, mentre i suoni di Aiazzi aggiungono sfumature essenziali e ricercate. Una canzone che non chiede soltanto a un amante di non andarsene, ma all’ascoltatore stesso di restare immerso in quel viaggio.

Subito dopo, “Re del Silenzio” scava nel cuore oscuro del disco, assumendo le sembianze di un brano magnetico dominato dai suoni di Maroccolo, che trasforma il silenzio in regno e il vuoto in materia. Nasce così il simbolismo della band: potere e introspezione si confondono in un’unica preghiera laica.

In “Cafè Mexcal e Rosita” i toni si colorano improvvisamente, tra ironia e surrealismo, come una visione ubriaca in un deserto caldo. “Vendette” invece, riporta tutto nel buio, con il suo ritmo rituale che esprime il sapore della rivalsa.

Con “Pierrot e la Luna”, i Litfiba cominciano ad aprire le finestre sull’emotività: dolente e poetica, è quasi una carezza notturna, sospesa su un arpeggio di chitarra e un basso profondo che accompagna la voce teatrale di Pelù. Il testo, visionario e crepuscolare, colpisce perché dialoga perfettamente con la malinconia della melodia, in una delle scritture più delicate della band toscana.

“Tango” è decisamente più viscerale, danza continuamente sul filo dell’eros e della morte, con un ritmo sincopato e le chitarre di Renzulli che alternano fendenti secchi a passaggi più dolci, mentre le tastiere amplificano il senso di teatralità sensuale.

Poi arriva “Come un Dio” e il disco tocca il suo vertice più alto, un crescendo solenne che parla di tentazione e perdita. Il brano si costruisce su una progressione lenta e ascendente, con tastiere in grado di creare spazi quasi liturgici e la voce che cresce fino a diventare climax emotivo. È il momento in cui i Litfiba assurgo a fenomeno unico nel rock italiano, sposando l’oscurità del tipico sound new wave alla ritualità occulta del Sud del mondo.

La seconda metà del doppio album scorre come una visione febbrile che pulsa di energia animale, “Febbre” per l’appunto. Poi arriva “Apapaia” che con la sua frase leggendaria – “E si può estrarre il cuore anche al più nero assassino/ Ma è più difficile cambiare un'idea” – diventa il manifesto morale della band. Il basso circolare e le percussioni calde richiamano sonorità lontane, i sintetizzatori viaggiano sulla stessa direzione aggiungendo al suono una dimensione quasi afro-mediterranea che anticipa di anni le contaminazioni future del gruppo. La voce diventa sciamanica, come un canto che pare giungere da una processione pagana: è la perfetta sintesi del flusso ipnotico tipicamente marchiato Litfiba.

“Univers” apre allo spazio cosmico del viaggio all’infinito, con chitarre riverberate e suoni creati apposta per disegnare un paesaggio musicale sospeso, quasi ambient. La voce di Piero Pelù emerge cantando in spazi immensi, portando questa parte del disco in una dimensione mistica e visionaria. È il brano che guarda oltre l’orizzonte, anticipando atmosfere che torneranno solo molti anni dopo nel panorama rock italiano. La successiva “Sulla terra” richiama repentinamente alla realtà concreta e umana, pur mantenendo un tocco quasi spirituale.

Il finale è un turbine. Dopo la tregua malinconica e sospesa di “Ballata”, ci pensa il brano “Gira nel mio cerchio” a rompere il silenzio con la furia di un attacco al conformismo e all’eterno ritorno dell’abitudine. “Cane” ringhia e morde in due minuti e pochi secondi di istinto puro, “Oro nero” affonda nella simbologia maledetta della ricchezza e del potere, mentre “Ferito” chiude questo viaggio come un rito vero e proprio di purificazione musicale ed esperienziale: tutto è stato bruciato, solo la ferita resta come segno di vita.


Il tempo dei Re

All’epoca “17 Re” spiazzò quasi tutti. Era troppo lungo, troppo oscuro e troppo colto per il mercato di allora. Ma fu proprio quell’eccesso a celare la sua grandezza, perché i Litfiba avevano reinventato il linguaggio del rock italiano creando un suono esoterico profondamente teatrale, che sarebbe diventato la loro inconfondibile impronta musicale.

Col tempo “17 Re” è diventato un classico assoluto, pietra miliare in grado di insegnare a una generazione intera che si poteva cantare d’anima e di politica senza rinunciare al corpo. Ma ciò che ancora colpisce, riascoltandolo oggi, è la visione sonora: un disco che anticipava le contaminazioni musicali prima che diventassero di moda. I suoni elettronici di Aiazzi si mescolavano alle percussioni tribali e alle chitarre liquide, costruendo un ponte di geografia emotiva in grado di collegare Firenze con Marrakech, Atene e Gerusalemme.

E poi c’è la dimensione simbolica, la forza del linguaggio di Pelù sempre a metà tra predicazione e ipnosi. I suoi testi, infatti, oscillano tra apocalisse e rinascita, mettono insieme la carne e la luce, dando vita a un circo di personaggi mitici. Santi, regine, serpenti, dei, uomini, in grado di raccontare il potere in tutte le sue maschere. È proprio qui che “17 Re” tocca il sacro, non nella religione ma nella cerimonia condivisa.

Forse per tutto questo, quando la band tornerà sul palco nel 2026, non sarà un semplice concerto ma piuttosto una resurrezione. Il ritorno dal vivo di questo album sarà nostalgia, ma soprattutto un richiamo alle origini del nostro rock, orgogliosamente italiano, e alla sua capacità di parlare oggi più di ieri, a questo presente.

“17 Re” è come un portale che si riapre, perché in fondo lo sapevamo già: i Re sono quelli che non muoiono mai. Scompaiono, aspettano e poi ritornano. Un po' come i Litfiba.

Fonte

28/07/2014

Piero Pelù canta per Gaza


Piero Pelù canta Onda araba per il popolo palestinese. Il cantante fiorentino, ieri sera a Torino per l'unica esibizione live dei Litfiba nel 2014, ha strappato l'applauso del pubblico del Traffic free festival con la sua dedica speciale.

«Questa è per Gaza. Due popoli, due Stati. Palestina libera!», sono le parole pronunciate prima di intonare la celebre canzone della band.

In precedenza, sul palco della centralissima piazza San Carlo, è salito un rappresentante dei comitati pro palestinesi, che ha invitato a boicottare Israele come avvenne per il Sudafrica al tempo dell'Apartheid.

Fonte

04/11/2013

Il mio corpo che cambia

ù

Non si vedeva un brano con così tanti doppi sensi a sfondo sessuale dai tempi di She goes down dei Motley Crue!

25/11/2012

Terremoto


A volte, i cerchi si chiudono.

Ieri "commentavo" con queste parole Fata Morgana. Oggi riparto da quella frase, buttata li sull'onda dell'emozione, per scrivere di Terremoto un disco che nella mia vita copre un cerchio che ha abbondantemente superato le 365 croci, scoperto per caso grazie a una concatenazione di video su YouTube seguita a un'appassionata discussione sulla musica intrattenuta con la mente che ha dato parecchio spessore al taglio sonoro di questo blog.
Ai tempi (e conoscendomi tutto sommato per cause scontate) fu Maudit a rapirmi e a monopolizzare la mia attenzione verso i Litfiba. Di li a poche settimane, però, esplose una bruciante passione per i Negrita (che ancor non m'abbandona) che mise in ombra il mio interesse per la formazione fiorentina. Di tanto in tanto ascoltavo ancora 17 RE, Litfiba 3 o qualche brano sparso della produzione anni '90 del gruppo, ma senza particolare soluzione di continuità.
Succede poi che, in un momento emotivamente molto intenso, l'ascolto cade sulla citata Fata Morgana e la scintilla sì riaccende. Terremoto si piazza instancabilmente in cuffia a ogni ora del giorno, escluse le parentesi di servizio, diventa l'ossigeno delle mie giornate, a volte quasi motivo di sopravvivenza quotidiana. Sabato scorso approdo, dopo mesi d'inerzia, a Feltrinelli, e trovandolo sullo scaffale a prezzo di saldo lo porto a casa senza indugi.
Anni fa difficilmente mi capitava di cementare la mia attenzione in modo così morboso su un unico album, poi il tempo e i fatti della vita mi hanno fatto virare verso ascolti meno bibliografici e più personali, tagliati sul bisogno emotivo del momento e che spesso il momento lo trascendono entrando a pieno diritto tra i miei capisaldi.
E' esattamente il caso di Terremoto, un disco che come scrivevo inizialmente chiude il cerchio, perché in ogni brano fa rivivere momenti, situazioni e persone che hanno segnato la mia memoria.

In Dimmi il nome e Maudit trovo tutto lo sdegno e il gusto di sentirmi ancora incazzato personalmente verso questo mondo e tutte le persone che mi fanno vomitare.

Su Fata Morgana trovo il contrasto tra le notti trascorse lontano dal mondo calpestando i selciati dei vicoli genovesi e quelle in cui il mio passo calcava i saliscendi del centro perugino, dove una donna speciale mi condusse alla scoperta del confine che dall'infinito vola dentro di me, donando nuovo ritmo a un cuore che lentamente si stava spegnendo.
Questo è senza dubbio il brano che emotivamente e in modo simultaneo mi da più sollievo e dolore, è davvero una perla per come si sposa perfettamente coi miei sentimenti.

In Soldi mi sento fiero di non far parte di quei figli del boom che hanno perso l'immunità al contagio della liquidità.
In Firenze sogna trovo la descrizione perfetta di quella città ladra che ho amato la prima volta e detestato l'ultima (Renzi mortacci tua!!!).
Su Dinosauro ritrovo il gusto vergognosamente sadico (e tutto mio) con cui gioisco ogni qual volta (sempre troppo di rado) qualche vacca sacra dell'assetto politico - economico ci lascia la pelle.
Su Il mistero di Giulia... parecchia malinconia...
In Terremoto, trovo tutto lo smarrimento della società di questi anni di crisi, che è incazzata ma non a sufficienza e soprattutto senza basi programmatiche solide in particolare tra i più giovani.

Dopo Dinosauro ho volutamente saltato un brano perché il pezzo è di caratura tale da meritarsi uno spazio tutto suo. Prima guardia viene generalmente descritta come la ballata antimilitarista per eccellenza, si tratta di un giudizio estremamente riduttivo, perché qui i Litfiba sono riusciti a mettere in musica il significato umano più profondo di cui è impregnato Il deserto dei Tartari di Buzzati.
Amo ogni aspetto dell'interpretazione infusa dal gruppo in questo pezzo, ma sono particolarmente legato al solo di Renzulli che parte al minuto 3:32 e mi scaraventa in faccia tutta la malinconia che mi colpì leggendo questo passo del citato romanzo:
Gravava oramai nella sala il sentimento della notte, quando le paure escono dai decrepiti muri e l'infelicità si fa dolce, quando l'anima batte orgogliosa le ali sopra l'umanità addormentata.

Prima di chiudere col clip di Prima guardia (madonna i tempi di TMC2...) mi spendo nella banalità di consigliare caldamente l'acquisto di questo album anche a quelli che col rock e la musica pesa non ci azzeccano nulla, perché questo è prima di tutto un disco di sentimento che s'adatta agli anfratti dell'anima come pochi altri.
Ascoltatelo e vivetelo, portatelo con voi negli ambienti che vi hanno segnato, può essere che ritroviate qualcosa di dimenticato o scopriate dettagli nuovi un tempo ignorati.


Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile!

19/03/2012

Il terremoto


Le onde sismiche si stanno diffondendo. Faglie improvvise di corruzione si aprono ogni giorno in tutta Italia. E' un movimento tellurico che non risparmia nessuno. I quotidiani, loro malgrado, sono diventati un bollettino giudiziario. E' inevitabile. La polvere sotto il tappeto è diventata una montagna che non si può più nascondere, c'è solo l'imbarazzo della scelta, Lega, Pdl, Pdmenoelle. Al posto dell'arco costituzionale c'è il malloppo costituzionale. Le crepe si uniscono. Si prepara un'esplosione. Craxi era un dilettante, un infante che rubava le caramelle di nascosto. I suoi eredi si approvvigionano direttamente alle casse dello Stato come fossero slot machines. Rubano persino per legge con i finanziamenti pubblici in spregio a un referendum. C'è un deficit di democrazia e un surplus di mazzette. Nella scala Ritcher siamo arrivati a magnitudo 6 - 6,9, forte con un raggio limitato e distruttivo in zone densamente popolate. La Lombardia ad esempio. La corruzione è però nazionale, una metastasi in cui chi è nel Sistema fa parte del Sistema e i più onesti si limitano a fare il palo.
Gli episodi di corruzione locali sono come puntini del morbillo, che all'inizio appaiono qui e lì e poi ovunque. Si arriverà presto a una saldatura degli avvisi di garanzia e degli arresti a 7 -7.9 della scala, molto forte. Passeremo a 8 - 8, fortissimo e a 9 - 9.9 con devastazioni istituzionali. Tangentopoli sembrerà una passeggiata.
Perché il terremoto avviene solo ora, dopo decenni di predazione dei beni dello Stato (si stima che la corruzione raggiunga i 120 miliardi di euro all'anno)? La risposta è che il fiume di denaro a cui attingevano i partiti e le lobby si sta prosciugando e cominciano a volare gli stracci per mantenere ognuno la propria fetta di torta. Inoltre, in molti la mazzetta l'hanno probabilmente già presa e non riescono a rispettare le promesse per mancanza di fondi statali. A nessuno piace finire in un pilastro di cemento. Questa potrebbe essere una ragione delle Grandi Opere Inutili, sostenute all'inverosimile e contro ogni logica economica. Le sedie ballano, i tavoli si muovono e come in ogni terremoto che si rispetti, la gente scenderà in strada.

Fonte.

01/01/2012

Capisaldi 2011

I quatto pezzi più significativi di un anno intensissimo tanto nel pubblico quanto nel personale.

1) Megadeth - Take no prisoners

2) Litfiba - Maudit

3) Nuclear Assault - Critcal mass

4) Negrita - Cambio

Sto consumando i rispettivi dischi da mesi, e ancora non mi sono rotto le balle, spettacolo!!!

UHA!

16/07/2011

Maledetto

Qui siamo veramente ad alto livello, solo una notte con chi so io è in grado di scuotermi di più.



E' l'ora di recuperare tutto quel tempo perso ad ascoltare solo metal, vero osso?