Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2026

Cryptic Slaughter (1986) Convicted

I Cryptic Slaughter furono tra i migliori rappresentanti di quegli ibridi degli anni Ottanta, che ancora oggi sfuggono alle definizioni precise, perché si fecero strada inventando uno stile preso alla pari dall’hardcore e dal nascente thrash metal, ma in qualche modo riuscirono a farne qualcosa che andò oltre la semplice somma delle parti. Convicted, il debutto del gruppo, pubblicato nel luglio del 1986, andò più in là di entrambi i generi quanto a velocità, aggressività e inventiva, per cui fece andare fuori di testa molti esploratori dell’estremo. Un altro aspetto dell’importanza di questo disco è che testimonia, forte e chiaro, il momento in cui due scene apparentemente separate stavano convergendo verso un orizzonte comune. Oggi sappiamo bene che, nella storia, hardcore e metal si sono uniti varie volte per inventare molte cose interessanti, ma all’epoca il sentire comune era che fossero separati, si guardassero male, restassero distinti per mentalità ed estetica, mentre la realtà era che stavano imparando moltissimo l’uno dall’altro.

La provenienza del gruppo spiega in parte questa storia: i Cryptic Slaughter non arrivavano dalla Bay Area, cioè dal territorio che per comodità identifichiamo come la patria nobile del thrash americano, ma da Santa Monica, Los Angeles, e quindi da una California più hardcore, in generale da luoghi dove punk e metal erano vicini, dapprima senza convivere, ma poi si erano trovati a convergere nella stessa voglia di suonare veloce, aggressivo e soprattutto contro il mondo intero. A metà degli anni Ottanta questa era una cosa che succedeva ovunque, ma in California aveva un’evidenza particolare: da una parte c’era la scena thrash metal, con il suo grande debito verso la NWOBHM, i Motörhead, i Venom, i Diamond Head, i Judas Priest, il thrash tedesco e tutto il resto della metallurgia europea; dall’altra c’era l’hardcore, nato dall’estremizzazione del punk di qualche anno prima con i Discharge e i GBH, che anche negli USA aveva molti rappresentanti, per esempio Black Flag, Bad Religion, Uniform Choice, MDC e in molti altri che da tempo si erano allontanati dal “punk rock”, per diventare più violenti, militanti e realmente anti-sistema.

Al confine di questi due movimenti inizialmente separati, erano nati gruppi che riuscivano a portare avanti entrambe le istanze: D.R.I., The Accüsed, Cro-Mags, Carnivore, e, per l’appunto, i Cryptic Slaughter. La cosa interessante, e a suo modo molto thrash se si segue il discorso fino in fondo, è che i Cryptic Slaughter rimasero sempre legati all’hardcore. Lo erano specialmente nella voce di Bill Crooks, molto più gridata che cantata, poi nella struttura dei pezzi, nei testi, che parlavano di guerra, annientamento nucleare, controllo sociale e degrado in generale. Basta scorrere i titoli: M.A.D., Lowlife, Nuclear Future, State Control, War to the Knife, Nation of Hate, Reich of Torture. È un lessico da hardcore politico, certamente, ma è anche uno dei grandi nuclei tematici del thrash americano, che era caratterizzato dall’ansia reaganiana, dalla Guerra Fredda, dal militarismo e della sensazione, allora tutt’altro che astratta, che il futuro potesse significare la fine del mondo.

Prima di Convicted c’era stato il demo Life in Grave, registrato nel 1985, con una formazione ancora in assestamento e con un suono piuttosto primitivo. Quel demo girò nel circuito del tape trading e da lì arrivò alla Metal Blade, che decise di far pubblicare un primo disco al gruppo. Convicted venne prodotto dai Cryptic Slaughter e fu registrato con Bill Metoyer come tecnico del suono, circostanza che già dice molto: da una parte l’autonomia ancora adolescenziale del gruppo, dall’altra il contatto con uno dei nomi decisivi del metal estremo americano, già legato a lavori fondamentali degli Slayer, W.A.S.P. e di altri gruppi del periodo. La formazione del disco, con il sopracitato Crooks alla voce, si completava con Les Evans alla chitarra, Rob Nicholson al basso e Scott Peterson alla batteria, ed è quella classica degli anni Ottanta.

Scott Peterson, ricordando anni dopo quel periodo in un’intervista a No Echo, ha spiegato una cosa molto semplice e molto rivelatrice a proposito della velocità di Convicted: non è che avessero deciso di essere la band più veloce del momento, come tanti altri stavano dichiarando; semplicemente scrivevano i loro pezzi, poi più li suonavano, più miglioravano nell’eseguirli, e quindi riuscivano ad accelerarli. Questa è una testimonianza preziosa perché toglie a Convicted la pretesa di un primato intenzionale, che risulta sempre piuttosto artificiale, e gli restituisce quella, molto più credibile, dell’incoscienza. La velocità era un effetto collaterale dell’entusiasmo, dell’età, dell’ambiente e di un’idea ancora molto fisica della musica. 

In poco più di mezz’ora, Convicted contiene quattordici brani, tutti di una violenza impensabile per il 1986, a cominciare dalla batteria di Peterson che correva come un treno, usava a tratti un blast beat definito, anche se al tempo non aveva questo nome; stava anticipando, senza saperlo, quello che di lì a poco si sarebbe chiamato grindcore. La chitarra di Les Evans falciava riff brevi, poco melodici, con la rabbia dell’hardcore, ma con una tecnica superiore alla media, che comprendeva anche assoli e virtuosismi, tipicamente metal. Le due cose insieme rendevano il suono ancora più estremo, perché era nitido, ricercato, si riusciva a sentire bene la scansione di ogni nota, per cui l’effetto finale era ancora più esaltante.

I dischi successivi avrebbero mostrato un’evoluzione continua, senza stravolgere le origini: Money Talks, del 1987, è per molti versi il lavoro più compiuto dei Cryptic Slaughter: suonato e inciso meglio, ben solido nelle composizioni, che si fanno più dinamiche e varie. La componente thrash diventa prominente, per quanto si mantenga sempre in buona compagnia dell’hardcore. Anche Stream of Consciousness, del 1988, contiene materiale molto valido, che però venne penalizzato da una produzione meno incisiva. Da qui poi le cose cambiarono molto, a partire da uno stravolgimento della formazione, per cui del nucleo originario, che fino ad allora non si era mai separato, rimase soltanto Les Evans. Nel 1990 uscì Speak Your Peace, che inaugurò un’idea diversa del gruppo: dal crossover passarono definitivamente a un thrash tecnico e più cerebrale, comunque straordinario, suonato benissimo, per quanto meno facile rispetto ai primi album, che si rivolgeva volutamente a un pubblico di esperienza, più interessato all’ascolto che all’effetto immediato.

Tirando le somme, con Convicted i Cryptic Slaughter fecero quello che tutti cercavano di fare a metà degli anni Ottanta, ovvero estremizzarono insieme metal e hardcore, li adeguarono ai tempi, li resero più veloci, più aggressivi, più definiti nello stile, contribuendo a rivitalizzare entrambe le scene. Il disco restò e resta ancora un punto di riferimento fortissimo per tutta la musica estrema, perché fece in modo che l’hardcore diventasse più tecnico e che il thrash diventasse più diretto. In questo equilibrio, precoce ma già perfettamente riconoscibile, sta tutta la sua forza. (Stefano Mazza)


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17/09/2021

Refused - 1998 - The Shape Of Punk To Come


Mi ricordo di un momento fantastico in cui qui in Italia tutta una nuova scena sotterranea stava mettendo fuori il becco, preso il testimone di coloro che vennero prima, pronta a indossare i panni se non degli antagonisti veri e propri quantomeno quelli di una valida alternativa al resto, qualsiasi esso fosse. Mi ricordo che in quel momento per la mia band dell’epoca il tutto passava da un paesino sperduto nella provincia di Cuneo e mi ricordo che eravamo tutti molto legati pur facendo ognuno di noi sostanzialmente quel cazzo gli pareva, musicalmente parlando.

E poi mi ricordo che il nostro primo album vero e proprio, registrato in uno studio, con un produttore vero e tutte quelle cose che ti fanno ben sperare per il futuro, era fuori da poco e noi eravamo contenti. E poi mi ricordo di uno di quei ragazzi di quella scena – uno di quelli che faceva parte di una band per me ad oggi tra le migliori in Italia ossia i Fuh – che ci scrisse dicendoci che volevano fare un tributo a “The Shape Of Punk To Come” dei Refused, che in fondo era quel disco che ci legava tutti: che facessimo math rock, avantgarde checazzoneso oppure noise o suonassimo l’acustica presi nel nostro esistenzialismo di provincia – ma non provinciale – quello era IL disco, quello che aveva formato ognuno di noi e che ci aveva fatto capire che per essere punk non bisognava esserlo, che per dare una nuova forma a ciò che facevamo dovevamo pensare in altro modo. O che più semplicemente ci piaceva far suonare a volume indegno nei nostri stereo.

Insomma, ci scrisse e ci diede la notizia. Eravamo al contempo eccitati e spaventati, ma d’altronde perché non esserlo? Che pezzo ci sarebbe toccato, era la domanda. La risposta ci colpì come una saetta su per il culo: Refused Are Fucking Dead. Sul serio? Quella canzone era atrocemente difficile! Non solo: era anche la pietra tombale di una delle band più influenti del secolo scorso (anche se gli stessi membri del gruppo si sono avveduti di tale influenza solo in tempi recenti o almeno così affermano). Dopo averla eviscerata ognuno a casa propria ci ritrovammo in saletta e ci guardammo atterriti. L’impresa era una di quelle che spaventerebbero Batman. Ma nel giro di un mese girava in maniera decorosa. Peccato che quel tributo non si fece mai e del nostro pezzo non rimase che il ricordo di dita e menti bruciate. Di quel tributo rimase solo una perfomance live della title track ad opera dei Fuh con il batterista dei Cani Sciorrì alla voce durante l’OK Fest di quell’anno (2008) che mi lasciò a gambe tagliate.


“The Shape Of Punk To Come” arrivava dopo che quarant’anni prima Ornette Coleman assieme a Charlie Haden, Don Cherry e Billy Higgins diedero una nuova forma al jazz, scrivendone il manifesto e il testamento con in calce la firma del futuro e delle sue scoperte in ambito musicale. Così fecero Dennis, David, Kristoffer e Jon, che nel libretto sono immortalati in fase compositiva osservati dal Coltrane di “Blue Train”, come se fosse lo spirito guida di un’indomita compagine scandinava di nuovi punk alieni.

Fu davvero una dichiarazione d’intenti (e di lotta), tanto che nel booklet è scritto a chiare lettere: “This manifesto is very much for real”. È vero, era il terzo album della band e prima venne il brutale “Songs To Fan The Flames Of Discontent” e già l’idea di hardcore come la ricordavamo era bell’e che scardinata, i Dillinger Escape Plan avevano dato il via a qualcosa oltreoceano con il loro primo EP e i Converge uscivano lo stesso anno con l’animoso “When Forever Comes Crashing” e tutto era molto bello. Nessuno di loro però, pur nel più alto momento d’ispirazione, fu coraggioso la metà dei Refused, che in un momento in cui il punk (UGH) per il mondo era Rancid, Green Day, Blink-182 e forse NOFX, si misero sul pulpito, giovanissimi com’erano, e dissero “eh no, cari miei, è QUESTO il punk”. E tutti quei miserabili che erano indecisi se copiare lo stile del ’77 oppure darsi ai vestiti Carhartt si ritrovarono inermi dinnanzi alla parola di un Dio minore incazzato come una belva.

C’era tutto: dagli insegnamenti di Malatesta al socialismo spiccio, dall’anarchismo di lotta a Marx, dall’elettronica imbruttita e techno da club che tanto andava di modal tempo ai tempi di un jazz anomalo che proprio da Coleman e Coltrane (e magari Ayler) prese le ritmiche (Deadly Rhythm, diremmo), field recordings e samples matti tra cui un dj che annuncia “la nuova banda svedese di house Refused con la fortissima canzone Refused Party Program, hardcore techno mes amis!” solo che poi parte l’illusorio ritmo beachboys di Liberation Frequency che ben presto diventa un riot. The Refused Party Program arriva dopo al grido di: “This is the pulse, this is the sound, this is the beat of a new generation, this is the movement, this is the rhythm this is the noise of revolution!”. Beffardi e sicuri di sé stilavano il loro programma “elettorale” e davano la chiave di volta a tutti coloro che non volevano sottostare alle mode e New Noise era l’iniezione di benzina che da sola avrebbe potuto far partire decine di nuovi movimenti. Si fa così, ora tocca a voi. Perché i Refused si sciolsero sotto la pressione dell’essere i capostipiti di qualcosa di nuovo e il tour statunitense fu la fine di tutto.

Oggi che da quel momento sono passati la bellezza di vent’anni e che i Refused sono tornati – con un disco incredibile come “Freedom”, il loro “Frankenchrist” dice Sandstrom – la domanda che riecheggia aleggiando mortifera sulla testa di chiunque nella rivoluzione di quell’album credette l’ha posta Geoff Rickley sul debutto dei “misteriosi” United Nations: “Dennis, are you listening? Is there something that I’m missing? Where is the passion? Was it just fiction? If that’s the best that we can do, well, I’d rather be dead, because the shape of punk to come never came and never will come”.

Non potrebbe trovarmi più d’accordo di così.

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08/11/2020

Fear - 1982 - The Record

Il ciglio di un marciapiede sventrato, in una città dove "lo schifo regna, l'aria puzza di merda e la gente vomita ovunque". Da un angolo spuntano quattro balordi che marciano nella tua direzione: intendono "farti la guerra" e ti informano che "ce ne sono molti come loro". Intorno a te solo "gente che muore per strada", troppo occupata a sopravvivere per poterti soccorrere: la prima parola che ti si stampa in testa non può che essere PAURA.

C'era una volta l'arte della provocazione. Non quella atta a sensibilizzare sulla causa umanitaria o lo sbirro cattivo di turno: stiamo parlando dell'oltraggio fine a sé stesso, liberatorio nella sua gratuita sciocchezza. L'istinto primordiale di chi vuole sfasciare affinché nessuno ricostruisca, molla della vitale superficialità adolescenziale e dei ritornelli scalmanati che seppero darle voce. Prima che apparissero le "riflessioni su" e l'idea che la musica dovesse "educare", le sonorità dure sono state benzina di una teppa spavalda e sgradevole, eppure adorabile in tanta criminale innocenza. La parola d'ordine era spassarsela facendo più danni possibile, piuttosto che abolire qualsivoglia "stato di cose presenti". La rivoluzione ci fu e non poté che essere travolgente, ma la miccia ebbe una scintilla apolitica, antipolitica e anzi reazionaria, vicina a quel "irrazionalismo fascista" che Lukács inquadrò tanto bene. Scorie radioattive da un'epoca non ancora candeggiata dall'odierna smania sterilizzante, in cui la febbre di inclusione ha sostituito l'autoemarginazione orgogliosa e scandalizzare i benpensanti non pare più una priorità. Siamo costretti a spiarlo di nascosto, questo Male che Baudrillard decretò "trasparente". Ci eccita ancora la violenza estrema, ma per soli fini di studio e a patto che rispetti determinate caratteristiche: socialmente determinata, mediatizzabile, non offensiva per nessuno. Non concediamo più sponda a una bestialità relegata in quel mondo rurale da cui germogliarono i semi marci dell'America.

I tipacci inquadrati a inizio articolo sono emanazioni di un ambiente simile, anzi no: Lee Ving ha giocato a lungo con l'immagine del fuorilegge dal passato fosco, ma non ci voleva un detective per scoprire che fosse tutt'altro che incolto e che trapiantando uno studente di sociologia/chitarra jazz tra i punk poteva solo scattare una burla colossale. Bastava un colpo d'occhio: alla diafana androginia dei kids, il Generale Lee (che dei trascorsi nell'esercito li ha avuti per davvero) contrapponeva un fisico maschio e una faccia grinzosa da allevatore di bestiame; agli urletti apatici una vocalità da shouter testosteronico, benché corrotta dalla sguaiatezza lydoniana. L'unico Uomo sulla scena, verrebbe da dire, e lui lo diceva eccome: se capitavi sotto al suo palco non passava troppo tempo che un bel "fag cocksucker" te lo beccavi dritto in fronte.

Donne e omosessuali rimarranno i suoi bersagli prediletti, ma il vero fiore appassito all'occhiello della sua poetica sarà un morboso interesse per il sudiciume suburbano, le deiezioni corporee, i dettagli più squallidi e raccapriccianti: un autentico "culto dello schifo" che affonda le radici nelle ribalderie dello shock rock, se non dello stesso rock'n'roll originario. Condiviso con pochi altri reprobi della scena (i Meatmen di Tesco Vee alias Mr. Touch And Go, i Mentors dell'ignobile Eldon Hoke, i meno conosciuti ma non meno putridi Gynecologists e ovviamente GG Allin), diventerà centrale nel noise-rock più repellente (Butthole Surfers, Laughing Hyenas, in seguito anche Jesus Lizard) e in generi come il brutal death metal o il grindcore (specie nella declinazione gore lanciata dai Carcass e nel turpe operato degli Anal Cunt), mentre sparirà quasi del tutto dal punk (eccezion fatta per i Dwarves, ultimi grandi maniaci del genere), ormai autocondannatosi a musica noiosamente "impegnata".

Eppure sempre di punk stiamo parlando, e portato alle estreme conseguenze: chiassoso, ludico e "scemo", come prescrivevano i Ramones, ma insozzato da una rudezza campagnola che lo trasforma in un'accelerazione del più laido southern rock. Non sorprende che si sia fatto le ossa nella natia Philadelphia come musicista blues, prima di mimetizzarsi fra i teppisti californiani. Punk è anche il tono ironico e demente con cui vengono stemperati certi eccessi/accessi di violenza, ma ricondotto a una scurrilità vomitevolmente virile: traboccante di campanilismo e allusioni sessuali, quella di Ving è una comicità da caserma, greve come può esserlo solo quella di un personaggio mediocre in una situazione malsana. Un'esasperazione che diviene fotografia impietosa, ma anche àncora di salvezza in mezzo al degrado più assoluto: accantonando il lirismo decadente degli X, la sua Città degli Angeli è poco meno che un girone infernale, in cui però i peccatori non vengono puniti ma anzi si aggirano a piede libero. Ancora punk, infine, l'insolubile contraddittorietà dell'operazione: è pressoché impossibile capire se ci è o ci fa. Evocare il peggio non serve a denunciare delle ingiustizie (come teorizzato da Jello Biafra nel suo mercato ortofrutticolo), ma "solo" a generare riprovazione. Alla protesta si preferisce un masochistico compiacimento, unito alla fascinazione metropolitana che fu già dei Velvet Underground: "I Love Living In The City" (meraviglioso gioco di parole con il proprio nome d'arte), dichiara nel devastante primo singolo della sua band.

I Fear esistono dal lontano 1978 e ci mettono poco a costruirsi una reputazione da delinquenti, attaccabrighe e nazisti. Abbiamo citato il punk (musica "semplice") e il blues (musica "tradizionale"), ma le loro canzoni sono le più complesse sulla West Coast: strumentisti di enorme talento, frustati da una delle voci più potenti dell'epoca, biascicando funk e free jazz toccano con mano la coeva no wave; allo stesso tempo, giocherellando con certi cliché metallici, inventano di fatto il crossover. E visto che parliamo pur sempre di hardcore, per quanto spigoloso e atonale, la velocità di esecuzione non può che essere folle: solo i Circle Jerks sono più lesti di loro.

Nel 1981 sono ormai tra le attrazioni più famigerate della città. Penelope Spheeris li incontra mentre attaccano dei manifesti e li vuole nel seminale "The Decline Of Western Civilization": il film spopola e arriva finalmente il contratto discografico. Ancora meglio farà l'amico John Belushi, compagno di sbronze accomunato dalla stessa demenzialità goliardica, che l'anno dopo riesce a ingaggiarli addirittura nello special di Halloween del "Saturday Night Live": lo studio viene raso al suolo da un'orda di mosher (tra cui un giovanissimo Ian MacKaye), lo show viene interrotto in diretta e l'America intera scopre chi sono i Fear. Nessuno vuole più farli esibire, ma in compenso hanno già prenotata una session con la Slash.

Il nome bombolettato sull'asfalto, sul retro la foto segnaletica di quattro ceffi in maschera antigas e un titolo che sta per "testimonianza" ma anche "primato" di efferatezza: ancor prima di metterlo sul piatto, "The Record" si presenta in maniera inequivocabile. Appena cala la puntina, ogni dubbio viene polverizzato: ringhiato a zanne strette in preda a un attacco idrofobo, l'heavy-billy di "Let's Have A War" è ben più minaccioso della sequenza finale del classico di Walter Hill, con quel "We need the space!" non meno tragico del "We are tired of your abuse!" di "Rise Above". Lo sfacciato inno misogino "Beef Bologna" è più subdolo: l'introduzione è una replica di "Mannish Boy" con gli ormoni alle stelle, sciolti in men che non si dica nel corso di una scorribanda supersonica. Altrettanto viscido il sincopato affresco manicomiale di "Camarillo", che sotto la sferza di una chitarra arabeggiante (opera dell'infallibile solista Philo Cramer) fa assaggiare i tormenti dell'internato Charlie Parker.

È invece Ving in persona il narratore della strafottente "I Don’t Care About You", scheggia più genuinamente punk del lotto, con una selvaggia performance di Spit Stix dietro ai tamburi. Dieci anni dopo, i discepoli Guns 'n' Roses la riproporranno nel tributo ai loro idoli "The Spaghetti Incident" in medley con "Look At Your Game, Girl" di Charles Manson: mai abbinamento fu più azzeccato. Il massimo trionfo del vetriolo vinghiano è però "New York's Alright If You Like Saxophones": un'autentica presa per i fondelli del punk-jazz tanto in voga nella Grande Mela, cui pure non sarebbe inopportuno accostarli, con tanto di sax martoriato e doppi sensi omofobi. Il primo fatale dissing tra le due coste, a quanto è dato sapere.

Se ci sono due brani che ben inquadrano il limbo stilistico della band, quelli sono "Gimme Some Action" e "Foreign Policy": il primo è una lezione di compattezza dipanata in soli 58 secondi, il secondo una spericolata premonizione post-hardcore, squassante come un anthem dei Fugazi, in cui la perenne farsa si tinge di semiseria polemica antimilitarista. Dall'altro lato della barricata si ergono "We Destroy The Family" e la già citata "I Love Living In The City", portavoci dell'inclinazione metallica (e della ferocia più sadica) del quartetto. Tutte queste influenze paiono accartocciarsi dentro la rabbia antisociale di "Disconnected", la messa in scena di un esaurimento nervoso che in qualche modo contagia anche la stravolta, ossessiva cover di "We Gotta Get Out Of This Place": quella che nell'originale degli Animals era la propositiva corsa verso una terra promessa, qui diventa una drammatica fuga impossibile già destinata al fallimento. Tra le due versioni passa tutta l'incolmabile distanza tra il raggiante ottimismo dei '60 e la rassegnata disperazione degli anni '80.

La frustrazione viene sfogata nel brano più agghiacciante dei Fear, se non dell'intera storia del punk: "Fresh Flesh" descrive minuziosamente lo smembramento di una prostituta che il protagonista non ha intenzione di pagare, senza lesinare in particolari ("I wanna fuck you to death/ Piss on your waning grace/ I just wanna come in your face/ I don't care if you are dead"). Solo i Type 0 Negative sono annegati in abissi di amoralità altrettanto insondabili.

Meno brutale ma altrettanto inaccettabile "Getting The Brush", che è invece il verosimile proemio di un altro femminicidio, questa volta da parte di un amante abbandonato. Parlottata dal bassista Derf Scratch, è una risposta condensata a "Shut Down (Annihilation Man)", spazzata via insieme a tutto il resto (dell'umanità) dal perfetto apologo nichilista di "No More Nothing", quasi in odor di Sex Pistols. La versione in cd, più compassionevole, aggiunge a mo' di ultimo pasto il garbato singolo "Fuck Christmas".

Ventisette minuti e 21 secondi sono più che sufficienti per terremotare un genere che si credeva approdato al limite della propria trivialità. Rimarranno ineguagliati, sia fuori che dentro il ranch. Il gruppo sopravviverà il tempo di un altro album ("More Beer", 1985), per poi arenarsi insieme alla scena che lo aveva partorito. In mezzo, una spiazzante apparizione al "Rock Against Reagan", tanto per far saltare ogni plausibile chiave interpretativa. Ving approfondirà la sua passione per il blues e il country, collaborerà con Dave Mustaine e il superfan Dave Grohl e soprattutto coronerà le sue ambizione di attore, recitando anche in "Flashdance" e "Streets Of Fire": quando ti ritrovi una faccia simile non potrebbe andare altrimenti. Resusciterà la sigla a fasi alterne, prima per completare l'esilarante trilogia etilica ("Have Another Beer With Fear" del 1995 e "American Beer" del 2000), poi per una paradossale re-incisione dell'esordio ("The Fear Record", 2012), inutile quanto il remake shot-by-shot di "Psycho" ad opera di Gus Van Sant e, in quanto tale, magnificamente punk. Sotto i suoi ranghi passeranno musicisti di ogni estrazione, dall'alfiere zappiano Scott Thunes a un ancora sconosciuto Flea.

La provocazione becera sarà l'ultimo fuscello a cui appenderci per non perire sull'altare della "cultura del piagnisteo" profetizzata da Robert Hughes? Nel dubbio, prima che ci arrestino tutti, continueremo ad ascoltare "The Record", capolavoro di una band a cui oggi nessuno concederebbe un contratto.

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13/08/2019

Flipper With David Yow And Mike Watt

C’è modo e modo di organizzare una reunion – specie in un periodo storico che ne sembra più che mai (e spesso inutilmente) saturo. Al di là del merito di certe discutibili operazioni di “scongelamento”, infatti, si può anche scegliere di celebrare il passato con una scelta filologicamente inesatta, ma “spiritualmente” azzeccatissima. E per nostra fortuna è proprio questo il caso del tour per il quarantennale dei Flipper (1979), veri punk americani d’antan, i cui membri storici rimanenti hanno invitato per l’occasione due coeve leggende della scena: David Yow e Mike Watt, vale a dire rispettivamente LA voce e IL basso del post-hardcore (semplificando sulla tassonomia). Tanto basta a rendere l’evento, più che ghiotto, decisamente irrinunciabile.

La prima delle tre date italiane in calendario è ospitata in un luogo per veri true, un antro bolognese che conserva l’estetica e l’anima dell’underground in senso proprio: il Freakout Club è l’arena ideale per annegare nel sudore e negli spintoni, al ritmo indiavolato di un trio o quartetto d’assalto. A scaldare l’atmosfera ci pensano dunque i texani WE Are The Asteroid, dagli exploit più recenti ma non certo di primo pelo in quanto a età e curriculum artistico (a inizio millennio il bassista Nathan Calhoun ha brevemente militato anche nei Butthole Surfers).

Un sound veramente corposo, il loro, con una sezione ritmica rombante e distorsioni assordanti, che a momenti di stampo hard-blues alterna gravose cadenze stoner, ma sempre all’insegna di un interplay sovreccitato e ricco di personalità. Alla fine dei quaranta minuti d’ordinanza la scatola di sardine è già una sauna, e chi può ne approfitta per una rapida boccata d’aria o di birra fredda.

Per il resto sarebbe stato difficile non avere aspettative elevate nei confronti degli “attuali” Flipper: attese d’altronde ripagate in toto, soprattutto grazie a un frontman che, senza nulla togliere agli altri veterani, ha il potere di ipnotizzare e trascinare nel proprio gorgo allucinato tutti gli astanti. Fra la chitarra di Ted Falconi (il vero “dinosauro” della formazione), la batteria di Steve DePace e l’integerrimo quadrettato Watt, i muscolari riff degli strumentisti sono il trampolino di lancio per il cianciare sudaticcio di Yow, destinato a rubare la scena con siparietti i più sconvenienti possibile.

Le grida di inni ribelli come “Way Of The World”, “I Saw You Shine” e “Life Is Cheap” (dal miliare “Generic”, 1982), nonché il ghigno sardonico di “Ha Ha Ha” (da “Blow’n Chunks”, 1984), vanno man mano confondendosi in un tragicomico balletto con la folla, che il vocalist utilizza a piacimento come piedistallo, giardinetto da innaffiare e conforto affettivo, tra abbracci disperati e baci senza grazia, nel più completo abbandono all’ebbrezza provocata dall’alcol e dalla crescente spossatezza fisica. Se infatti i musicisti sembrano divertirsi parecchio e scambiarsi ammiccamenti d’intesa, anche in questo caso la performance del mastino Yow si tramuta in un gioco al massacro, un libidinoso impeto di autodistruzione che si riflette nel vuoto dei suoi occhi di lucertola e nel barcollamento che lo spinge più volte a poggiarsi per un poco, stremato, contro gli amplificatori ai lati del palco.

Non che il clima di festa ne potesse risentire, ma in fondo ogni grande esibizione punk-rock conserva quell’amarezza di fondo che ne è in sostanza la scintilla originaria, il moto scatenante che porta a imbracciare le chitarre e gettarsi nella mischia senza indugi né amor proprio.

Sarebbe ipocrita negare che la partecipazione di David Yow abbia messo parzialmente in ombra i suoi comprimari, ma d’altro canto ha di certo dato a tutti i partecipanti l’occasione per non rimanere passivi di fronte al più genuino e turbolento spettacolo di rabbia e passione che l’hardcore possa offrire. Certo, alla fine dei giochi il mio unico pensiero è stato di procurarmi al più presto una doccia e un letto, ma quanto ne è valsa la pena.

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29/06/2019

Hardcore punk a New York

di Mauro Baldrati

È stato presentato al Biografilm di Bologna l’atteso documentario At the matinée, di Giangiacomo De Stefano, che inizierà un tour di distribuzione diretta in alcune sale italiane (difficilmente entrerà nella programmazione mainstream). È una ricostruzione, con interviste e alcuni filmati dell’epoca, dell’ambiente hardcore punk newyorkese degli anni ’80, che nacque e ruotò intorno a un famoso locale underground nel Lower East Side di Manhattan, il CBGB (acronimo di Country Blue Grass Blues). Negli anni '70 era stato un punto di riferimento per le nuove tendenze internazionali: ci suonavano abitualmente Patti Smith, Ramones, Television, Talking Heads, Blondie, Clash. Poi era caduto in disuso, anche per la tremenda involuzione della città, avvitata sulla crisi economica, il degrado urbano, la violenza. Poi, forse con la modalità casuale con cui nascono le grandi idee, così, tanto per fare, al proprietario Hilly Kristal venne in mente di riconvertirlo. Diventò un locale diurno, la domenica, per attirare un pubblico giovane, con la sua musica, il post punk più estremo che prenderà il nome di hardcore.

Siamo nei primi anni '80. I ragazzini vanno a scuola il lunedì, ma la domenica pomeriggio sono liberi. Lì per lì si formano nuovi gruppi, che scalpitano e ruggiscono intorno ai maestri, i Warzone, i Quicksand, gli Youth Of Today, un ambiente sulfureo e variegato che darà la luce a gruppi simbolo come i Cro-Mags di Harley Flanagan.

Un navigatore d’eccezione, Walter Schreifels, chitarrista e compositore dei Gorilla Biscuits, torna sul posto, di fronte alla nuova vetrina del negozio che un tempo fu il CBGB. Come dice il Bob Dylan di oggi sul Rolling Thunder tour, non resta nulla. Solo polvere. Forse non eravamo neppure nati. Neanche i rumori, i suoni furiosi, le urla “tirate in faccia”, gli odori pregnanti di sudore adolescenziale, i corpi scaraventati tra il pubblico, i muri anneriti ammuffiti rivestiti di collages e graffiti, i bagni lerci di un seminterrato gremito fino all’inverosimile con 40-45 gradi di temperatura interna, nessuna uscita di sicurezza e un angelo custode, anzi, una task force di angeli che l’hanno protetto da un piccolo, insignificante incidente: una sigaretta accesa, una scintilla degli impianti elettrici che avrebbero provocato una strage di ragazzini, imprigionati in una bara mortale come un sommergibile che affonda, un carro armato che va a fuoco.

Schreifels racconta, ricorda, intervista i sopravvissuti, tutti sani e presenti mentalmente: ex chitarristi o cantanti dei gruppi hardcore, che cercano di restituire la furia del periodo, la rabbia entusiasta dei dodicenni, dei quattordicenni che si agitavano sul palco e in platea. Bambini ipercresciuti che spesso, come ha raccontato proprio Harley Flanagan nel libro autobiografico La mia vita Hardcore, già suonavano (dopo avere ottenuto il permesso dalle mamme), fumavano droga e avevano pure dei rudimentali rapporti sessuali con ragazze più grandi. Anche se, precisa giustamente qualcuno degli intervistati, bisogna superare il luogo comune dello sballo ad ogni costo. Non tutti volevano drogarsi, da bravi hardcore punk. Molti credevano nell’amicizia, nella solidarietà, nell’accoglienza, non bevevano e non si drogavano affatto.

Le interviste si alternano con filmati dell’epoca, tutti di pessima qualità naturalmente, girati da spettatori, immagini sgranate, traballanti per i continui urti, il corpo di qualcuno scaraventato sulla platea, con un audio inascoltabile, distorto, che forniscono un effetto presenza formidabile, privo di qualunque filtro o rielaborazione. Sembra di esserci, anzi, ci siamo, travolti dall’adrenalina e dal testosterone adolescenziale in totale libertà, come un branco di cuccioli predatori che lottano, giocano, ruggiscono.

Era un ambiente soprattutto maschile, per cui le ragazze, dicono un paio di signore oggi distinte e sorridenti che parteciparono a quegli anni frenetici, erano rare, e dovevano essere “toste”.

L’esperienza, l’epica, come una nuova frontiera dell’ansia di vivere e di esserci e di urlare la propria libertà, durerà per tutto il decennio, finché la città, desiderosa di “riqualificare”, genererà la svolta: demolizioni, chiusure di locali, nuovi negozi, appartamenti, uffici. Via il vecchio mondo post beat, post hippy, post punk; via tutto e avanti i soldi, la speculazione e il crimine organizzato (il lato B del nuovo capitalismo rampante). Ci saranno scontri tra punk e polizia, guerriglia, con l’esito scontato che tutti conosciamo.

At the matinée è un film interessante, divertente, per certi aspetti strabiliante; resta, forse per la qualità delle interviste, così intense, così rievocative, un senso di vuoto, la rarefazione onirica di un periodo che forse non fu solo artistico, ma soprattutto esistenziale, improvvisato nella sua ansia di agire, di abbattere le barriere, tutte, con la violenza di un ariete da sfondamento.

È nato, è cresciuto con la velocità di una scarica elettrica, è passato con le sue architetture e le sue iconografie rase al suolo dalla “modernità”, e non restano che i ricordi.

Nessun Tempo Ritrovato.

Non resta che polvere.

Fonte

13/06/2017

Un fine settimana surreale nell'ex Stalingrado d'Italia


C'è dell'ironia nel trovarsi quasi per caso a Sesto San Giovanni, in uno spazio denominato "carroponte" ad ascoltare in concerto i Descendents, formazione capostipite – o giù di li – di quell'hardcore fatto da kids (californiani) per kids (californiani) quindi cronaca urlata dei passaggi adolescenziali che hanno condotto tutti, seppur con sfumature diverse, all'età adulta.

Inizialmente pensavo di scrivere una normale recensione della serata, ma l'esplosivo incrociarsi di tante contraddizioni in un solo luogo, ha completamente traviato le mie intenzioni.

Mi risulta molto difficile rappresentare la sensazione di sospensione e straniamento vissuta durante quelle ore. L'unica similitudine che riesco a identificare è quella con la poetica surreale delle pellicole dei fratelli Coen.

A partire dalla mia discesa a Milano Lambrate, con Piazza Bottini attraversata da una cittadinanza che fin da primo impatto ho avvertito come forzatamente normalizzata nel cosmopolitismo, passando per la stanza all'undicesimo piano della Torre appesa con vista sugli ex uffici Alitalia, i cui trascorsi erano testimoniati dal logo della fu compagnia di bandiera accatastato sul tetto dello stabile, ogni cosa gonfiava l'attesa per l'apparizione di qualche personaggio sopra le righe, magari interpretato da John Goodman o dall'altro John, Turturro.

Invece nulla, nessun set, niente "motore e azione" ma una distopia fastidiosamente reale, in cui l'unico personaggio sopra le righe sono stato io, così abile a sembrare uno che non c'entrava nulla da attirare solo di sponda l'interesse di polizia e finanza che perquisivano meticolosamente ogni ingresso in un ambiente che, teoricamente, per gli ACAB ci si aspetterebbe essere fuori giurisdizione.

L'aria che tira e il senso di quella militarizzazione normalizzata, tuttavia, si chiarificano appena varcate le transenne d'ingresso: sotto e intorno al carroponte pochissimi punk o skin, ma hipster e "alternativi" a profusione; zero disagio o rabbia esistenziale pronte a esplodere in musica, ma tante barbe ben curate e lenzuolate di tatuaggi esposti, a volte con ostentazione, su fisicità più o meno toniche.

(Si dirà a suonare sono i Descendents non i Dead Kennedys... touché!...).

Mancava soltanto "The Dude" in pantofole, occhiali da sole e un mozzicone di spinello tra le dita, per completare una scena ai limiti della perfezione, capace d'immortalare lo stato di precaria sospensione che attraversa gli ambienti in cui viviamo e di conseguenza noi stessi.

La medesima sospensione che pervade Sesto, inghiottita da una riconversione al terziario che ha cancellato la storia operaia di quei territori, la cui testimonianza è affidata a un mesto monumento in memoria dei caduti per mano dello sfruttamento capitalista edificato lungo via Carducci – nello spiazzo antistante le sedi di due multinazionali tedesche, una francese e quel che resta di Breda... – e a quel carroponte, costretto nei confini dell'archeologia industriale, tra spazi commerciali e museali la cui costante è il dubbio gusto architettonico.

Osservare quello scheletro d'acciaio nudo stagliarsi nella notte mi ha riempito di malinconia, perché nelle officine meccaniche in cui i carriponte sono la norma, ho dato avvio alla mia maturazione di classe e constatare di aver avuto il privilegio di "vedere l'ultima frontiera prima che scompaia" e senza che qualcuno o qualcosa abbia posto oltre i confini, è stato triste.

E non è sufficiente un'ottima esibizione dei Descendents a riconciliarmi con il modernismo senza prospettive che luccica sulle poche rovine rimaste della fu Stalingrado d'Italia, non è sufficiente verificare che l'attempato quartetto tiene il palco come innumerevoli (tutti?) gruppi di ventenni non avrebbero mai l'energia di fare, perché "Everything sucks today" suona comunque fuori tempo massimo in un mondo che necessita di ben altri inni per celebrarsi e soprattutto inseguire nuovi orizzonti.

Ps: devo fare un ringraziamento a chi mi ha voluto con se in quei luoghi. Senza la sua spinta non avrei vissuto quei momenti di annebbiata lucidità, a dimostrazione che spesso, l'importanza di una persona sta nel condurti dove tu mai avresti immaginato di poterti trovare.

21/03/2016

Lutto per l'hardcore romano, morto Roberto Perciballi fondatore dei Bloody Riot

Il 2015 è stato un anno decisamente funereo per la musica, tra le dipartite di Pino Daniele, BB King, Scott Weiland e Lemmy ce n’è stato per gli amanti di tutti i generi.

Con David Bowie, il medesimo corso ha aperto anche il 2016, che oggi aggiunge un’altra tacca alla propria contabilità nera con il nome di Roberto Perciballi.

Ai più il soggetto risulterà quasi certamente sconosciuto, non si tratta, infatti, di un nome di grido come i suoi illustri colleghi, ma rappresenta comunque un pezzo di storia essendo stato fondatore e voce dei Bloody Riot, formazione romana che, insieme ai concittadini Klaxon e alle compagini torinesi (Negazione, Nerorgasmo, Indigesti, Declino ecc.) ha costituito il nocciolo duro della scena hardcore italiana che, una volta tanto, non aveva nulla da invidiare a quelle d’oltreconfine, anzi.

Personalmente ebbi modo di vedere Perciballi all’opera tre anni fa, in una serata organizzata al Pinelli di Genova e incentrata sull’hardcore punk in cui le punte di lancia erano Klaxon e Bloody Riot appunto.

In quell’occasione, Perciballi era accompagnato da un quartetto di ventenni con cui tirò fuori una prestazione eccezionale, infondendo un’energia incredibile al repertorio della formazione, incentrato completamente su tematiche antisistema (dalla denuncia dello stato repressivo, ai consumi di droga, allo sbandamento dei giovani, compresi quelli dei movimenti) che rendono ancora più amara, oggi in cui imperversano il disimpegno e l’assenza di riferimenti ideologici e culturali tra le classi proletarie, la sua morte.


09/06/2015

Nerorgasmo

L’oramai consolidato sodalizio tra due santoni del sottobosco internazionale, Marco Garripoli & Giulio Baldizzone – quest’ultimo storico mastermind dei violentissimi Cripple Bastards – coronato dall’affermazione del marchio F.O.A.D. Records, va certamente annoverato tra i pochi eventi favorevoli del nuovo millennio. In breve tempo, la “giovane” etichetta è diventata sinonimo di qualità e indipendenza, nonché basilare punto di riferimento per chi è alla ricerca di genuina intolleranza sonora: punto di forza è un invidiabile catalogo nutrito da ristampe di materiale d’annata – dagli svizzeri Fear Of God agli altrettanto storici Raw Power, passando per le favelas dei Ratos De Porão – con tanto di confezionamento curato nei minimi dettagli, in grado di entusiasmare persino il più pignolo dei collezionisti.
Fiore all’occhiello della label è la presente opera omnia firmata Nerorgasmo (1985-1993) assemblata in quattro anni di ansiogeno lavoro ed infinite astrusità (tanto di cappello per tale viscerale passione, qualità ormai rara nel sempre più deplorevole mercato discografico).
Manco a dirlo, il risultato è veramente impeccabile: cd + dvd racchiusi in un elegante doppio digipack, booklet con testi, scatti e bozzetti originali del compianto Luca ‘Abort’ Bortolusso (leader del progetto Bluevomit, di cui i Nerorgasmo sono la naturale evoluzione), discografia completamente rimasterizzata, testimonianze live praticamente inedite… e chi più ne ha più ne metta.
Per dovere di cronaca, bisognerebbe ricordare che ne esiste (anzi esisteva, visto che sarà oramai un pezzo da collezione, fate una capatina su Discogs! ) un’edizione deluxe arricchita dai gadget più svariati. Gadget che, seppur pregevoli, dovrebbero(…) passare in secondo piano se paragonati alla sublime visionarietà della band in questione.

Essenziale quindi sfatare – per l’ennesima volta – il mito dei favolosi anni ’80, e conseguentemente infognarsi nella porcheria che tale decennio vacuo e disincantato ha realmente tramandato: becero riconglionimento televisivo (Drive In), sfrenato galoppo verso il consumismo (McDonald’s), yuppismo-rampatismo di bassissima lega (la sacra triade Agnelli- Craxi- Berlusconi dice nulla? ).
Insomma, un deterioramento ideologico manifestato con un disimpegno sociale senza precedenti (l’accademico Claudio Cecchetto, i roboanti paninari, ma soprattutto tutte quelle innocque sottocategorie di rockettari dalla folta chioma) puntualmente denunciato dal movimento antagonista, il quale, seguendo The Anarco-School of Thought (Crass, Discharge) erutta continuamente odio verso l’inarrestabile trionfo capitalistico, l’inutilità della guerra e dello stato clericale, la devastante precarietà esistenziale; sottolineando comunque la necessità di una presa di coscienza collettiva (Wretched, Impact, Declino, Negazione, Peggio Punx, Indigesti, Bloody Riot).

In tale scenario, i Nerorgasmo emergono sotto forma di purissima ostilità, una compagnia satura di disagio e sofferenza: fatalisti, negletti dalla società, tutt’altro che mistici o nebulosi, i tre antonelliani descrivono l’effettiva realtà, ma una realtà che non ha nulla a che vedere con ideali immaginari o desideri, giusti o sbagliati che siano, essendo proprio il nichilismo l’assenza di qualsivoglia virtù.
Un’attitudine che, e qui è obbligatorio tenerlo sempre bene a mente, non è un fine, ma piuttosto un mezzo. Una sbandierata alienazione che, oltre a manifestarsi impetuosamente nelle poesie di Luca, violenta anche il sound del gruppo: un hardcore punk trascinato, crudo, tetro, unito ad uno stile vocale graffiante, scazzato e rantolato, praticamente unico.
Vengono quindi date all’oscurità vere e proprie emozioni anabolizzate, con liriche mai banali e tutt’ora attualissime, cariche di rabbia sovversiva (Nerorgasmo, Tutto Uguale), inni decadenti (Ansia, Distruttore), perversioni (Io Mi Amo, Spirale) e crude verità (“Lasciati aiutare vogliamo solo farti bene, ti insegneremo a vivere e ad apprezzare l’esistenza, poi non dovrai decidere il tuo futuro è preparato; le scelte le hanno fatte famiglia, scuola, chiesa e stato” Passione Nera, ndr).

Come vedete, c’è davvero sangue e merda tra i solchi dei loro dischi.

Una scuola di pensiero che ha avuto un’influenza piuttosto diffusa su tutte le generazioni a venire – basti pensare ai recentissimi Pioggia Nera, piuttosto che ai più stagionati Darkthrone – tutti rigorosamente presenti al definitivo Banchetto di Lusso allestito da un Luca Abort prossimo al canto del cigno, durante quel dannato settembre di quindici anni fa.
“L’affermazione di me stesso è solo nella morte” …e così è stato, tra mille perplessità. Dubbi che invece svaniscono se dovessi descrivere con poche parole l’incolmabile squarcio che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni terreni: Nerorgasmo, il lamento più sincero della stagione hardcore nazionale.

Fonte

22/02/2015

Sogni e bisogni


Sogni e bisogni nella vita di tutti,
dei sogni puoi anche farne a meno,
ma se non hai più bisogni... allora...
Sei finito!!!
Sogni: pensi di averne bisogno?
Bisogni: pensi di non sognare mai?
amare, pensare, cercare
cose reali su cui continuare
che non siano noia o depressione
andare, guardare, vedere, scappare
da tutto ciò che non ti appartiene
da te e dalle tue paure
parlare, giudicare, uscire, lasciare
ogni porta chiusa, non fare passare
niente e nessuno, almeno per adesso
vivere ogni giorno, sopravvivere,
aspettare ogni sera per pensare
che domani non potrebbe mai più arrivare
Sogni: pensi di averne mai avuti?
Bisogni: credi di averne ancora?

16/02/2015

La mia mente


Guarda nei miei occhi, c'è odio
guarda nei miei occhi, c'è paura
senti il mio respiro affannoso
cerca di ricordarti un sorriso
la mia mente vaga, cerca sempre un posto
dove riposarsi, è nervosa, non ce la fa più
non può rimanere qui...
Guarda nel cielo, c'è solo fumo
guarda in strada, ancora uno sbirro
gente che passa, fruscii ormai dimenticati
nessun amico tra le facce che passano
la mia mente vaga, cerca sempre un posto,
forse non lo troverà mai,
e per questo non sarà mai contenta
ci sarà sempre qualcuno che dovrà pagare
o forse lo troverà tra me e te
fra i tuoi occhi ed i miei
l'unico posto dove non c'è odio.

22/07/2013

All Pigs Must Die - Nothing Violates This Nature

Nostalgia balorda! Ebbene sì, questa volta maledico il proverbiale, solido e cronico disinteresse che generalmente nutro verso la scena musicale contemporanea (tanto per non deludere le aspettative, ultimamente sto ripassando tutto quel “delirio sperimentale” che ha caratterizzato la seconda metà degli anni '90, con risultati sorprendenti!). Lo maledico perché stava per far scivolare il monicker (non proprio eccitante, a dirla tutta...) All Pigs Must Die nel fastidioso tugurio dell'indifferenza.
Colgo quindi l'occasione per ringraziare immediatamente il mai avido di consigli Dukefog, che troppo spesso cerca di riaccendere in me la fiamma del metallo estremo più puro (li mortacci tua!) per avermeli consigliati recentemente, durante un pomeriggio quantomai afoso.

This is Boston, not L.A !!! Qualcuno con un po' di anni sulle spalle si ricorderà certamente di criminali come Jerry's Kids, The Freeze, SS Decontrol, Slapshot: quella rabbia, quella sfrontatezza che ha incendiato le strade del New England durante i “favolosi” e “spensierati” eighties.
E' bello, molto bello constatare come tale lesson in violence giochi un ruolo da protagonista sul nuovo Nothing Violates This Nature (potrebbe essere un attualissimo concept? Forse, sfortunatamente non ho ancora i testi sottomano).
Go!! Chaos Arise e Silencer bastonano subito a dovere, aggiungendo al solido involucro hardcore quella sferzata più metallica e decisamente swedish (Dismember & Entombed non sono poi così distanti) indispensabile per farsi rispettare da misantropi e tatuati di tutto il globo.
Ma non c'è tempo per riprendersi. Un devastante riff prossimo al grim unholy black satanizm introduce una quanto mai sinistra trilogia: Primitive Fear - Bloodlines - Of Suffering, è qui che esce fuori il meglio del disco e la buona personalità dei ragazzotti statunitensi (che è bene ricordare, non è certo gente di primo pelo). I tempi rallentano ma non l'ansia... si sono appena spalancate le porte del desolato mondo post-apocalittico narrato dai mitici Amebix, una terra prigioniera di atmosfere ossessive e catastrofiche. Call it crust punk or blackened core, I don't care!

La seconda parte del platter non fa altro che confermare quanto di buono già detto in precedenza - beccatevi l'opener riff Frostiano di Faith Eather oppure ancora la “pettinata” di Aqim Siege - piazzando irruentemente Nothing Violates This Nature tra i must have del 2013 (e dopo l'ultima fiacca di casa Sodom proprio ci voleva!).

Trentadue minuti di speranza per la musica pesa del nuovo millennio (... arridaje!). Fatevi un piacere, aggiungetelo alla vostra collezione, e crogiolatevi nel vederlo di fianco a Teachers quali Integrity e Wolfbrigade: anche queste sono le cose per cui vale la pena vivere.

Fonte

06/03/2013

Last Scream Of The Missing Neighbors


Sarà che le mie prospettive si sono clamorosamente ristrette nell'ultimo decennio, ma ora l'approccio con album che mi fanno scappare di testa è divenuto più sporadico mal al contempo (paradossalmente) carico di un'intensità che nemmeno le pene d'amore sanno eguagliare.
A sto giro capita con una delle tante uscite che il fornicatore mi sta facendo conoscere da quando i suoi orizzonti si sono orientati verso il mondo dell'hardcore/punk.
Come intuibile dalla copertina qui sopra, trattasi di una delle tante collaborazioni intrattenuto da Jello Biafra successivamente al suo divorzio dai Dead Kennedys. Ad accompagnarlo in questa occasione ci sono i canadesi D.O.A, pezzi da 90 della biografia hardcore insieme a gente come Bad Brains e Minor Threat - Osso se scrivo cazzate correggimi gentilmente -.
Il disco, che si potrebbe definire un EP data l'esigua quantità di pezzi che contiene, appena 29 minuti di musica, è una dose letale di critica sociale tratteggiata con satira e cattiveria magistrale da Biafra e sostenuta da composizioni granitiche, trascinanti e cariche di groove capaci di far saltare sulla sedia anche i palati avvezzi ai suoni più incisivi. In questo senso è assolutamente sbalorditiva la produzione che conferisce una compattezza alla sezione ritmica dei D.O.A che, mentre l'ascolti, ti porta a domandarti perché anche tu non hai preso in mano un basso o una chitarra come ha fatto sta gente al posto di marcire nel pidocchioso posto di lavoro - se ce l'hai - in cui porti il tuo culo ogni mattina.
Qui siano davanti a veramente tanta, ma proprio tanta roba (!) che però non è per tutti, e non lo scrivo perché sono imbottito della spocchia di chi pensa d'aver capito tutto, ma perché basta gettare un occhio ai titoli dei pezzi e magari perdere tempo a leggere e comprendere le liriche, per rendersi conto che questo è materiale per gente genuinamente contro il sistema, contro lo stile di vita americano, contro il razzismo, contro la politica imperialista occidentale, contro il mito del cazzo della classe media che ha sguazzato stupidamente in un benessere costruito sulle pelle di milioni di derelitti verso cui stiamo deragliando tutti.
Per questi motivi (e per una costruzione sonora che da lezioni d'estremo a tutti) il brano più significativo del disco è la traccia di chiusura, Full Metal Jackoff, che ho già avuto modo d'esaltare su queste pagine.
In chiusura mi prendo la libertà di condividere con voi il momento di giubilo personale che è scattato quando ho sentito la partenza di We gotta get out of this place originariamente degli Animals. Esaltazione quasi commossa per uno dei pezzi che preferisco tra la produzione rock anni '60 e che qui viene interpretata come meglio non si potrebbe sia a livello sonoro - il basso è un orgasmo - sia vocale con un Biafra eccellente soprattutto in apertura.
Non so che altro aggiungere se non che questo è uno dei prodotti migliori dell'America migliore.



Considerato il nefasto avvenimento di cronaca odierna, dedico l'ennesimo ascolto di quest'album al defunto Chávez, sicuro che apprezzerebbe.