Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/12/2018

Francia incazzata. E questi sarebbero “di destra”? Le Pen con la polizia…


Cerchiamo, con tutti i nostri limiti, di fare informazione fornire interpretazioni non lineari dei fenomeni sociali contemporanei. Guardiamo i fatti, indaghiamo i processi, riconosciamo sintonie e divergenze.

Sulla Francia dei gilets jaune ne abbiamo sentite – in Italia – di tutti i colori. Anzi, di uno solo: “sono di destra”, “lepenisti”, “violenti”. Fino a dover sentire un ineffabile “inviato Rai” ripetere per due giorni la stessa frase ad ogni servizio, perché restasse impressa a tutti: “Parigi non ha mai vissuto una giornata così”.

Parigi è la città della Rivoluzione Francese, data di inizio della democrazia europea e delle rivoluzioni continentali, tra re e regine decapitati e battaglie gigantesche. E’ la città della Comune, con una repressione da decine di migliaia di morti e mezza popolazione deportata in Nuova Caledonia (cercatevi dov’è, per capire qualcosa...). E’ la città del Maggio ‘68, che se non altro dovrebbe esser rimasto nella memoria anche dei distratti per le strofe di Fabrizio De Andrè o le immagini di Bertolucci (senza fare lo sforzo di citare anche fonti straniere, no? Chessò, Godard...).

Questa è l’informazione del potere, che vorrebbe abolire la Storia, così da farci vivere in un eterno presente dove le cose non cambiano mai davvero (gadget tecnologici a parte) e soprattutto non dovranno cambiare mai.

E non è una infamia solo governativa – anche l’inviato Rai ha una certa età, si è fatto le ossa e studiato da zerbino sotto altri esecutivi – ma soprattutto di quella informazione che si autodefinisce “democratica”.

Un breve florilegio:
Subito sono cominciati scontri con le forze dell’ordine, con i Gilet gialli che lamentavano infiltrazioni da parte dei casseurs parigini, e le forze dell’ordine alle prese con una manifestazione del tutto disorganizzata, che vedeva tra le sue fila elementi della destra più estrema. (La Repubblica, 1 dicembre)

I manifestanti sono al centro della celebre arteria e costruiscono barricate con panchine divelte e cassonetti. Molte le vetrine e le auto danneggiate. Insieme ai facinorosi, già all’opera da inizio mattinata negli scontri con la polizia, la tv Bfm riferisce, secondo info raccolte sul posto, della presenza di “almeno un centinaio di esponenti dell’estrema destra”. (RaiNews, 24 novembre)
Il ministro dell’Interno Christophe Castaner ha accusato la leader del Front National Marine Le Pen di sobillare la protesta. «L’estrema destra – ha detto – si è mobilitata e sta erigendo barricate sugli Champs Elysées». (Corriere della sera, 24 novembre)

La partecipazione al movimento dei gilet gialli è in calo – 75mila persone in tutta la Francia, 5.500 a Parigi – ma la violenza ha preso il sopravvento e cambia il quadro politico, al di là della strumentalizzazione eventuale e della presenza di casseurs di estrema destra. (il manifesto, 2 dicembre) 
e dire che l’autrice a Parigi ci vive, ma evidentemente non esce più di casa e scrive quel che dice la tv locale, con...
Macron e il ministro dell’interno Castaner accusano «l’ultra destra», che ha «risposto all’appello di Marine Le Pen» di andare sui Champs Elysées. (il manifesto, 2 dicembre)

A Parigi, a ferro e fuoco per tutta la giornata, erano soltanto in 8 mila. I casseur, i black bloc, un centinaio di estremisti di destra sono stati i protagonisti della giornata. (Il Messaggero, 2 dicembre)
Un centinaio di “estremisti di destra” che tengono in scacco per 12 o 13 ore 5.000 agenti di polizia (che ha effettuato oltre 200 arresti...) non si sono mai visti – stavolta davvero – in nessun paese europeo. Al massimo una sceneggiata di qualche minuto, conclusa con pacche sulle spalle e arrivederci alla prossima occasione.

Curiosamente, e a conferma, i giornali della destra italiana copiano dalle agenzie stampa, ma non rivendicano affatto quel che pure dovrebbe essere un loro momento di vendetta contro Macron, che ha a più riprese attaccato l’esecutivo grillin-lehista:
“Nella protesta si sono però infiltrati anche numerosi ‘casseur’ e un centinaio di estremisti di destra con fazzoletti neri sul volto.” (Quotidiano.net, ovvero l’incrocio tra Resto del Carlino, Nazione, ecc).

Poi il colpo di scena serale. Marine Le Pen offre il supporto dei fascisti nella repressione del movimento. Come potere leggere dal suo tweet (“I vandali hanno scatenato una situazione insurrezionale a Parigi. Cari gilets jaunes, abbandonate le postazioni per permettere alle forze dell’ordine di intervenire e porre fine a queste violenze”).

Fin dall’inizio di questa protesta, i nostri corrispondenti scrivono di protesta popolare sostanzialmente anti-establisment (in Francia non hanno avuto un qualcosa di corrispondente ai Cinque Stelle), con presenze politiche limitate, a macchia di leopardo (anche di destra, in alcuni casi). Ma con sindacati, studenti e associazioni antirazziste che ormai convergono nelle mobilitazioni e vi imprimono il proprio segno (che poi sarebbe l’essenza di una attività politica degna di questo nome...).

Non ci volete credere? Beh, almeno guardatevi le foto (c’è persino la prima pagina de L’Humanité, organo del Pcf). E fatevi anche una risata...















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08/10/2018

Genova - La Valpolcevera in piazza, la pazienza è già finita


“U mugugnu” di Genova stamattina si è alzato forte e chiaro, rompendo l’atmosfera ovattata stesa sulla tragedia del crollo di ponte Morandi. Gli abitanti della Valpolcevera, sia sfollati che normali residenti da quasi due mesi semi-bloccati da un traffico impazzito, si sono presentati in corteo davanti al palazzo della Regione Liguria, per poi tirare avanti fino alla sede della Prefettura – il “palazzo del governo” – dove stamattina il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli è a colloquio con la commissaria Ue ai Trasporti Violeta Bulc.

Richiesta esplicita: incontrare il baldanzoso “governatore” Giovanni Toti e il sindaco-commissario Marco Bucci. Entrambi esponenti del centrodestra, indistinguibii uno dall’altro anche se messi lì il primo da Berlusconi e l’altro dalla Lega. Stesso discorso per l’impalpabile Toninelli, alle prese con i consueti tira-e-molla con la Ue sulle spese “legali” e quelle che “non rientrano nei parametri”.

Dopo due mesi, insomma, le chiacchiere e le promesse stanno a zero. Neanche un centimetro del ponte residuo è stato demolito, l’inizio del lavori di costruzione del nuovo ponte sono dati per “brevissimi” ma non si vede nulla in movimento che suoni a conferma. E in un popolo abituato a non farsi prendere troppo in giro alla fine è salita la sacrosanta rabbia.

Questa è la prima manifestazione, dopo otto settimane fatte soltanto di presidi, soprattutto nei pressi della “zona rossa” da parte degli sfollati delle case poste sotto o in prossimità del ponte crollato. E gli abitanti promettono che non sarà affatto l’ultima, anzi...

Del resto, oltre al problema della mobilità diventata impossibile, le zone in cui vivono sono rimaste ora senza altri servizi vitali a cominciare dall’ospedale (una mattonata in faccia al “governatore” Toti, che ha messo a gara da pochi giorni gli ospedali liguri, per “risparmiare con la privatizzazione”).

Ma non sono disposti ad aspettare silenziosamente: «Se non avremo risposte certe entro un mese bloccheremo tutta la città e l’autostrada». «Dal 14 agosto – spiega Emilio Rizzo – oltre 50 mila persone sono isolate, proprio come se vivessero segregate dietro un muro. Il fatturato delle attività commerciali crolla, la gente perde il lavoro, è difficile persino accedere al pronto soccorso».

Difficile farli caricare dalla polizia, almeno per ora...

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04/09/2018

Genova. Gli sfollati del ponte fischiano Comune e Regione

E’ durata poco la luna di miele tra le due giunte di centro destra (Comune e Regione), il governo grillin-leghista e la popolazione genovese.

Gli applausi dei funerali di Stato si sono oggi trasformati in fischi e aperta contestazione. Quantomeno delle istituzioni locali.

“Non ci potete trattare come cani cui buttate l’osso”. Protagonisti gli sfollati delle case ancora in piedi sotto l’ex ponte Morandi, sostanzialmente per strada – nella stragrande maggioranza – a quasi venti giorni dal crollo.

Stamattina hanno premuto per entrare nella sala consiliare della Regione Liguria, com’è diritto formale di ogni cittadino; ma hanno dovuto faticare per la “resistenza” delle guardie giurate, “comandate” in senso opposto (ma chi è il presidente della Regione?). Solo quando sono arrivate anche le telecamere la junta presieduta da Toti (giornalista Mediaset, prima di questa incoronazione) ha deciso che era meglio lasciar entrare almeno una delegazione.

Il sindaco Marco Bucci è uscito per parlare e tentare di calmare gli animi. Ma non ha convinto nessuno. Gli sfollati protestano, chiedono di poter rientrare nelle loro abitazioni il tempo necessario a ramazzare almeno gli effetti personali (lettere, foto, ricordi vari, insomma gli oggetti di una vita, senza alcun valore se non per loro); ma dal giorno del crollo non hanno ricevuto alcuna comunicazione ufficiale.

Gira un volantino: “Quelli di ponte Morandi – 50 anni di servitù, 2 settimane di disagi e sofferenze, rivogliamo un futuro!”.

Come sempre, desta scandalo anche la disparità di trattamento con le aziende. Ansaldo, pochi metri più in là delle case, è stata autorizzata a riprendere la produzione. Loro invece nisba.

La seduta monotematica – andrà avanti sino alle 15 – è poi inziiata col classico e retorico minuto di silenzio, che non è servito però a tranquillizzare gli animi.

Il resto sono le solite promesse (“vedremo, sentiremo, faremo”...). Ma il tempo della passività e del trauma è già finito. Ora è il momento della rabbia razionale. Solo poche famiglie, infatti, hanno ottenuto un alloggio popolare provvisorio. Ma per case assolutamente vuote, che vanno “riempite” spendendo molto e con un “cachet” offerto da Atlantia di appena 8.000 euro (“quel che serve per comrare una cucina, poi dormiamo per terra”).

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02/04/2017

Il popolo del terremoto sta perdendo la pazienza

Ieri la protesta delle popolazioni delle zone terremotate è tornata in piazza Montecitorio. Ma per farsi sentire e far capire che non hanno più tempo né voglia di aspettare l'inerzia istituzionale, hanno anche bloccato la via Salaria tra Amatrice ed Arquata del Tronto. “La ri-scossa dei terremotati” campeggia sugli striscioni che i manifestanti hanno esposto davanti alla Camera, in concomitanza con il blocco stradale della via Salaria. GUARDA IL VIDEO

“Chiediamo una risposta immediata, fatti, finalmente, dopo 7 mesi di parole", ha detto in piazza una donna, esponente di uno dei comitati. "Questo è un ultimatum: riuniamoci con il governo, i gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione, il commissario Errani, dobbiamo avere una risposta entro una settimana. Altrimenti non ci sposteremo più dalla Salaria, bloccheremo l’Italia”.

“C’è una manifesta incapacità sotto gli occhi di tutti – è l’atto d’accusa dei terremotati – Ci sono 54mila tonnellate di macerie solo nel Lazio... Gentiloni ha detto che saranno aperti di più i cordoni della borsa, ma i soldi a disposizione sono insufficienti. Stiamo rischiando lo spopolamento del centro Italia. Vogliamo l’apertura di un tavolo tra le istituzioni per portare le nostre proposte”.

Le foto di Patrizia Cortellessa alla manifestazione dei terremotati a Montecitorio.

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29/04/2016

Francia - Manifestazioni contro la legge sul lavoro. 124 arresti, ventotto poliziotti feriti

Decine di fermi in Francia per gli scontri avvenuti oggi durante la quarta giornata di mobilitazione contro la nuova legge del lavoro osteggiata da studenti, sindacati e lavoratori. Secondo la CGT, nella capitale hanno manifestato  60.000 persone. A Marsiglia sono stati fermati 57 manifestanti che erano entrati nella stazione ferroviaria di Marseille Saint-Charles per bloccarla durante il corteo contro la legge El-Khomri. Manifestazioni e scontri sono avvenuti anche in altre città della Francia dove la polizia è intervenuta con cariche e lacrimogeni. Altri diciassette manifestanti sono stati fermati a Rennes, cinque a Parigi. Si segnalano feriti anche tra i poliziotti, sia a Parigi che a Tolosa. Scontri e danneggiamenti anche a Nantes e Lione.

A Parigi negli scontri, due agenti sono rimasti feriti, di cui uno, appunto, in stato grave per lesioni al cranio. Gli scontri più duri sono avvenuti nella zona del Pont d’Austerlitz, uno dei ponti che attraversano la Senna. Ha fatto il giro del mondo intanto la foto di una lussuosa Porsche incendiata alla periferia di Nantes.

L’auto di lusso era parcheggiata davanti alla prefettura di Loire-Atlantique. Altri veicoli parcheggiati nelle vicinanze non sono stati danneggiati fa sapere il quotidiano Le Parisienne. A Nantes i fermati sono stati 39. Dal momento che le proteste sono iniziate contro la legge Khomri, questo porta il numero a 131 arresti nella sola città di Nantes.

Al termine della quarta giornata di mobilitazione si registrano complessivamente 124 arresti tra i manifestanti e 28 agenti feriti di cui tre in condizioni gravi riferisce il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve.

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08/10/2015

Bruxelles. In 100 mila contro il "governo dei ricchi", scontri e arresti


E’ finita con duri scontri la grande manifestazione che ieri ha sfilato nel centro della capitale belga (ed europea). Al termine della protesta convocata a Bruxelles dai sindacati contro le ultime controriforme a base di tagli e privatizzazioni del governo, la polizia ha arrestato 17 persone.

Secondo le autorità, gli scontri sarebbero iniziati dopo che circa “200 anarchici”, incappucciati o col volto coperto, avrebbero cominciato a lanciare pietre contro i cordoni di polizia. In realtà le immagini riprese durante gli scontri con i reparti antisommossa mostrano anche molti lavoratori impegnati a lanciare oggetti o a difendersi dalle cariche.

Ad un lancio di sassi e cartelli stradali divelti, gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e cannoni ad acqua utilizzando una decina di idranti.

Che la situazione sociale nel paese sia incandescente lo dimostra anche il fatto che nel primo pomeriggio altri scontri, anche se meno violenti, si erano registrati sempre a Bruxelles tra polizia e scaricatori di porto di Gand e Anversa, sostenuti da alcuni agricoltori, altra categoria da tempo sul piede di guerra.


Fino a quel momento la manifestazione, alla quale hanno partecipato circa 100 mila persone (80 mila per la polizia) senza che fosse tra l’altro stato convocato lo sciopero generale, si era svolta in maniera tranquilla ma determinata all’insegna dello slogan “Solo briciole per noi”. I partecipanti, soprattutto lavoratori giunti da tutto il paese nonostante la pioggia battente, hanno sfilato per ore dalla Gare du Nord fino alla Gare du Sud, passando davanti a numerosi palazzi governativi, inscenando l’ennesima protesta contro le politiche neoliberiste e rigoriste imposte dal governo guidato dal liberale Charles Michel. Mentre il corteo paralizzava il centro della città, anche il trasporto pubblico è stato bloccato dalla protesta dei lavoratori: hanno funzionato solo 20 linee di autobus e hanno viaggiato solo il 50% dei convogli della metropolitana.

In particolare i sindacati denunciano il programma antipopolare alla base dell’accordo che esattamente un anno fa ha fatto da sfondo alla costituzione della maggioranza parlamentare che sostiene l’esecutivo. Un programma che mira esplicitamente a far pagare la crisi ai settori più deboli della società e a scaricare sui lavoratori dipendenti la riduzione dell’alto deficit pubblico del paese. Tra le misure più contestate l'aumento dell'età pensionabile a 67 anni.


“Ai lavoratori e a coloro che ricevono i sussidi rimangono solo le briciole dopo un anno di governo” hanno denunciato i promotori della manifestazione di ieri, preceduta negli ultimi dodici mesi da numerosi scioperi e proteste territoriali e nazionali. I manifestanti hanno chiesto un aumento dei salari, una riforma del sistema fiscale che faccia pagare più tasse ai ricchi e programmi di assistenza ai settori più deboli della popolazione.

I sindacati - Fgtb, Csc e Cgslb - denunciano anche la decisione da parte del governo di imporre i provvedimenti senza cercare alcun confronto con le parti sociali, in nome di una sorta di 'pilota automatico' che va implementato al di là del consenso di cui le misure previste godono o meno tra la popolazione.

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06/10/2015

Volare, oh oh


Allons enfants… et voilà il manager, pur scortato, deve darsela a gambe, e volare, volare oltre la rete divisoria, tenuto per le chiappe dai guardiaspalle che non possono guardargliele più di fronte a centinaia di lavoratori urticanti, incazzati per i previsti licenziamenti. Duemilanovecento. Dopo i precedenti duemilaequattro, cinquemilaefischia, duemilaottocento, considerati non persone ma numeri su numeri, che quelli come Xavier - i tagliatori di teste (predecessori dell’Isis) - hanno falcidiato e continuano a colpire per assecondare una fede: il fondamentalismo del capitale. Necessario per quadrare i profitti di certe aziende che teorizzano di conservarli all’infinito anche in tempo di crisi, puntando a farla pagare solo a chi lavora. Che però non ci sta: rilancia la propria rabbia sul manager usurpatore in un luddistico e liberatorio inseguimento che è solo simulacro d’un linciaggio, ma mette il fiatone. Issato sul bordo della cancellata che lo salva, il descamisado monsieur Broseta, respira a fondo e smaltisce la paura, pensa d’averla scampata bella e incamera il totale sostegno di quella politica che per il ruolo ricoperto deve oggettivamente scandalizzarsi del gesto ribelle, ma mai si scandalizza di gettare via coi licenziamenti le vite di migliaia di famiglie.

Ovviamente il troppo focoso manipolo che ha placcato e lacerato la chemise del capo del personale Air France, quasi che fosse un’ala avversaria inglese o degli All Blacks, viene stigmatizzato da taluni sindacalisti e da colleghi che si distinguono per metodi e stile. Lo stesso fronte di protesta ha varie voci, quelle di ben pagati piloti, non sono le stesse di altro personale, perciò la Compagnìa avrà modo di condurre trattative vantaggiose per sé. Ma qui evidenziamo l’unica situazione che intimorisce chi ha tutto il potere contrattuale (il manager) e può collocare in prima pagina proteste altrimenti archiviate come routinario dissenso sui piani aziendali: il gesto clamoroso. L’arrampicata sulla ciminiera, il seppellimento in miniera, l’occupazione di fabbriche ormai dismesse e mai più operative, azioni di rottura come lo straccio di giacca, camicia e cravatta. Roba datata, da cattivoni fuori tempo massimo? Forse. Ma i tempi che si vivono, con l’economia strozzata a danno dei soli lavoratori (chiunque essi siano piloti, hostess o scaricatori dei nastri) più le normative azzeratrici di diritti e tutele, necessitano anche di questi atti d’accusa. Ricordando a chi vive la contraddizione del lavoro salariato che la lotta è ricerca di futuro, la camicia inamidata certezza d’un presente aziendale tragicamente licenzioso.

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29/07/2015

Troppe contestazioni nel Pd. Renzi rinuncia al comizio

Diciamo che non s'era mai visto e tanto basta a farne un evento simbolico forte: il segretario del Pd che rinuncia a presenziare alla festa del Pd (inspiegabilmente ancora intitolata "de l'Unità") per timore delle contestazioni di militanti, iscritti, simpatizzanti del Pd.

Carino, vero? E' praticamente un caso unico al mondo, crediamo; ma siamo disposti  ricevere segnalazioni che ci smentiscano.

E dire che il premier-segretario aveva fatto persino un'incursione tra gli stand della festa, ma solo per ricamarci su un personale "sondaggio" contro Ignazio Marino, tra una partita a biliardino col fido Flavio Lotti (contro Orfini)  e un saluto ai cronisti sempre al seguito. Non si è saputo quali dati abbia raccolto (anche il sindaco di Roma non è proprio popolarissimo, nella Capitale e soprattutto tra i piddini di qualunque osservanza), ma l'aria deve avergli confermato i rumors della vigilia: qui non sei gradito.

Che un comizio del segretario del partito venga annullato per la rivolta nel partito... Questo sì che è un record ineguagliabile... Anche la polizia non ci ha potuto fare molto, perché la festa del (teoricamente) proprio partito non è un appuntamento istituzionale in cui si possano schierare le truppe armate per tener lontani i facinorosi... iscritti al partito del segretario.

Eppure proprio le ragioni di "sicurezza" sono state invocate ufficialmente per cancellare l'appuntamento serale di Renzi. Che gli volessero anche mettere le mani addosso?

Vero è che all'appuntamento erano attesi anche i Cinque Stelle e qualche rappresentante dei movimenti per la casa. Ma il "mitico servizio d'ordine" dei vecchi tempi avrebbe portato lo stesso in trionfo il segretario. No?

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08/12/2014

La polizia carica la Milano che non se la beve

Stavolta neanche le agenzia di stampa governative se la sono sentita di coprire le responsabilità delle cosiddette "forze dell'ordine". Persino l'Ansa è costretta infatti a titolare: "Scala, polizia carica i centri sociali". Poi non c'erano soltanto i centri sociali, in piazza per contestare il "primo mondo", "quelli che stanno di sopra", in occasione della prima della Scala, ma non è neanche questo l'aspetto principale. “Fuck Renzi“, “Fuck the police”, “Stop agli sgomberi e agli sfratti“. Striscioni per il diritto alla casa e contro il Jobs Act.

E' bastato che un po' di ragazzi dessero "l'impressione" di voler passare attraverso il fitto sbarramento di poliziotti messi a protezione della "bella gente" perché partissero cariche violentissime. Tutto è cominciato da via Santa Margherita, uno degli accessi a piazza della Scala dove per le 18 doveva  cominciare la tradizionale Prima del teatro milanese.

Le agenzie, a parte i titoli, fanno per il resto il loro non eclatante mestiere, e quindi provano a "indiziare"  dei tafferugli gli attivisti del centro sociale Cantiere e altri antagonisti, "addirittura" dotati di caschi e scudi di polistirolo. Dopo alcuni minuti di fronteggiamento è partita violentisima una carica della durata comunque abbastanza breve. Ma i manifestanti non si sono fatti allontanare e sono rimasti sul luogo, scandendo slogan che coprono l'intero arco delle questioni aperte con il governo Renzi e Confindustria, senza dimenticare quelli in memoria di Alexis Grigoropulos, ucciso sei anni fa da un agente di polizia in Grecia (la manifestazione svoltasi ad Atene oggi si è ben presto trasformata in una lunga serie di scontri).

''Ci hanno manganellato, due di noi sono stati colpiti alla testa''. A dirlo ai giornalisti presenti è una compagna colpita in via Santa Margherita. La polizia, dal canto suo, non conferma la presenza di feriti anche se non esclude che possano esserci stati dei contusi. Il 118 da parte sua ha precisato di non aver fatto interventi, né trasporti sanitari né medicazioni sul posto.

La tensione si è poi spostata all'angolo con via Marino, dove - tra l'uscita della Galleria Vittorio Emanuele e Palazzo Marino - uno schieramento esagerato di "forze dell'ordine" viene fronteggiato da alcune centinaia di compagni.

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07/12/2014

Messico in piazza contro il terrorismo di stato. Trovati i resti di uno studente di Ayotzinapa


La notizia dell’identificazione dei resti del diciannovenne Alexander Mora Valencia, uno dei 43 normalisti desaparecidos il 27 settembre scorso ad Iguala, è arrivata proprio nel corso dell’ennesima giornata di mobilitazione per esigere giustizia per gli studenti di Ayotzinapa e le dimissioni del presidente Peña Nieto, tingendo di lutto la protesta che ha nuovamente movimentato le piazze messicane in una data per niente casuale: il 6 dicembre, ovvero il centesimo anniversario della presa di Città del Messico da parte dell’Ejercito Libertador del Sur di Emiliano Zapata e della División del Norte di Francisco Villa.

La notizia della morte di Alexander è stata confermata anche dal gruppo di antropologi forensi argentini che lo hanno comunicato ai genitori delle vittime nel tardo pomeriggio di venerdì, sostenendo che gli esami genetici hanno confermato che il frammento osseo ed il dente contenuti all’interno della borsa ritrovata nel fiume San Juan nei pressi della discarica di Cocula appartengono al ragazzo. I periti hanno inoltre comunicato che sono ancora in attesa dei risultati delle analisi di altri 17 campioni.

Secondo quanto hanno raccontato alla stampa da Ezequiel Mora Chora, padre del ragazzo, e Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari e presidente del Centro de Derechos Humanos de la Montaña de Tlachinolla, governo e periti erano al corrente dei risultati delle analisi da un paio di giorni, e questo avrebbe giustificato le recenti dichiarazioni del presidente che, nei giorni scorsi, dopo aver cercato inutilmente di impossessarsi dello slogan ‘Ayotzinapa somos todos’, aveva invitato i familiari delle vittime e coloro che protestano in tutto il paese a superare il lutto e il dolore per la strage e a fare un passo avanti per ritornare alla normalità. Il che ha provocato reazioni indignate da parte di diversi settori della società, arrabbiati per il tentativo di minimizzazione messo in opera da Peña Nieto.

Ezequiel Mora e Vidulfo Rosales, inoltre, hanno espresso dubbi rispetto al posto in cui la versione ufficiale sostiene di aver trovato i resti in questione, dichiarando che, durante l’operazione della procura generale della repubblica (PGR) nella discarica di Cocula, ai forensi argentini non era stato permesso l’accesso, per cui il sospetto che inquirenti e governo abbiano semplicemente fretta di chiudere il caso per cercare di smobilitare la protesta resta ancora forte e, di conseguenza, familiari e Unión de Pueblos y Organizaciones del Estado de Guerrero (UPOEG) continueranno a cercare vivi gli altri 42 normalisti. Il padre di Alexander ha infine rivolto un appello alla società messicana perché non spenga la richiesta di giustizia per Ayotzinapa.


Rispetto alle mobilitazioni, che anche in quest’occasione hanno avuto un rilievo internazionale, pare proprio che la strategia del terrore portata avanti da governo e polizia durante le ultime settimane non abbia intimidito gli uomini e le donne che da un paio di mesi denunciano la strage e le sparizioni di stato e che, con lo slogan “fuera Peña!”, stanno indicando un chiaro desiderio di rottura all’interno della realtà politica messicana.

La capitale del paese ha di nuovo visto sfilare una imponente manifestazione. A partire dalle 16, migliaia di persone hanno inondato Paseo de la Reforma, il lungo vialone che collega l’Angel de la Independencia al Monumento de la Revolución, dove oltre tre ore e mezza più  tardi si è conclusa la mobilitazione con una serie di interventi da parte del comitato di genitori e compagni dei normalisti e di altri organizzazioni sociali. 

La mobilitazione è stata aperta dai familiari e i compagni delle vittime, seguiti da delegazioni di normalisti provenienti da diversi stati della repubblica, studenti medi e universitari della capitale e non solo, organizzazioni sociali come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco (FPDT) ed il Frente Popular Francisco Villa Independiente (FPFVI), nonché una numerosa delegazione di maestri della combattiva Sección 22Coordinadora Nacional (CNTE), solo per citare alcune realtà. Inoltre, hanno partecipato intere famiglie e tantissime individualità non organizzate.

Da sottolineare la presenza delle organizzazioni contadine appartenenti al movimento Sin Maíz No Hay País (“Senza mais non c’è paese”), da anni in lotta contro lo strapotere delle multinazionali agroalimentari e per la sovranità alimentare. Queste si sono mobilitate a partire da giovedì con iniziative che hanno avuto lo scopo di aggregare le tematiche specifiche e le rivendicazioni della lotta del mondo contadino alla protesta nazionale in solidarietà con i normalisti e contro il governo. Durante la mattinata, invece, si è svolta una cavalcata verso il centro, mentre sono state bloccate le principali vie di accesso alla città. Nei giorni scorsi, invece, con 43 trattori avevano sfilato per il centro storico in solidarietà con gli studenti desaparecidos della scuola normale rurale Isidro Burgos.


All’interno del corteo è stata gridata anche l’esigenza di liberare Bryan Reyes e Jaqueline Santana, detenuti il 14 novembre scorso dopo un fallito tentativo di sparizione forzata portato avanti da alcuni agenti federali in borghese. Gli studenti, accusati di furto aggravato ai danni di un poliziotto, sono in sciopero della fame dal 20 novembre scorso e, insieme alla loro liberazione, stanno chiedendo quella degli oltre 700 detenuti politici rinchiusi nei penitenziari messicani. A questo proposito, va segnalato l’arresto di Gibrán Salazar Ramirez, studente della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH), fermato da una ventina di poliziotti della capitale attorno alle 18.30 appena fuori dalla fermata della metro Balderas e prima ancora che potesse raggiungere il corteo.

Indignazione e rabbia si sono fatte sentire quando Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, ha comunicato ai migliaia di manifestanti che affollavano il Monumento a la Revolución i risultati delle analisi forensi. Durante gli interventi successivi, Omar García, a nome dei normalisti di Ayotzinapa, ha sostenuto che la conferma della morte di Alexander non ferma la lotta, e che il movimento non ha intenzione di fare passi indietro, dichiarando che d’ora in avanti, i normalisti non riconosceranno il governo di Peña Nieto. Per quanto riguarda le richieste, invece, il movimento esige il castigo per gli assassini di Alexander, la “restitución con vida” degli altri 42 normalisti ancora considerati desaparecidos, nonché le dimissioni del presidente Peña Nieto.

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22/11/2014

Verità e giustizia per i 43 di Iguala: la rabbia invade Città del Messico, scontri


Giornata campale ieri in tutto il Messico, ed in particolare nella capitale federale nel cui centro si sono ricongiunte le tre carovane organizzate dai familiari e dai compagni delle vittime della strage di Iguala dello scorso 26 settembre, giorno in cui sei persone morirono sotto i colpi d’arma da fuoco dei poliziotti e dei narcos e 43 studenti della scuola Normal di Ayotzinapa scomparvero nel nulla.

Ieri, in occasione dell'anniversario dello scoppio della rivoluzione del 1910, un'enorme marcia ha sfilato nel centro di Città del Messico per chiedere verità e giustizia sui 43 desaparecidos e per ricevere i tre convogli partiti una settimana fa dallo stato del Guerrero e reduci da un tour di iniziative nel resto del territorio messicano dove sopravvissuti alla strage e parenti delle vittime hanno potuto toccare con mano non solo l’ampia solidarietà popolare e la profonda indignazione della società messicana nei confronti della classe politica e delle sue connivenze con la criminalità e gli squadroni della morte, ma anche la gravità della situazione. Non c’è uno stato, un territorio del Messico – hanno raccontato i promotori delle tre carovane – dove non sia stata trovata una fossa comune dove i cartelli della droga, coperti dalla complicità delle autorità politiche e di sicurezza, non abbiano nascosto le vittime delle loro stragi. A manifestare con le delegazioni arrivate dal Guerrero si sono ritrovati insieme non solo i coordinamenti studenteschi che contestano la riforma elitaria del sistema d’istruzione e i sindacati degli insegnanti protagonisti negli ultimi mesi di forti conflitti, ma anche organizzazioni popolari di vario tipo, partiti di sinistra, attivisti di una vasta rete di gruppi sociali che sta di fatto trasformando la denuncia di quanto accaduto ad Iguala in un movimento globale contro un sistema ingiusto e corrotto e di denuncia del terrorismo di stato che ogni anno produce migliaia di vittime.


Al margine dell'enorme manifestazione realizzata allo Zocalo consistenti gruppi di dimostranti si sono scontrati con i reparti antisommossa della polizia nel centro della capitale federale. I cordoni di agenti hanno impiegato lacrimogeni, manganelli e idranti contro i gruppi di manifestanti che hanno assaltato il Palacio Nacional, sede del Ministero delle Finanze e di alcune delle attività del governo presieduto da Enrique Peña Nieto, al grido di "Assassini". Poco prima alcuni dimostranti avevano dato fuoco all'effigie del presidente e lanciato fuochi artificiali attraverso l'inferriata dello storico palazzo.
Contro i poliziotti i manifestanti hanno scagliato non solo pietre e bastoni ma anche bottiglie molotov. Dopo i primi scontri le forze dell’ordine hanno di fatto sgomberato con la forza l’intero Zocalo, spingendo via dalla piazza decine di migliaia di dimostranti. Alla fine della giornata una trentina di persone sono state fermate e cinque sono rimaste ferite.


Qualche ora prima, circa 500 giovani con il volto coperto avevano bloccato le strade di accesso all’Aeroporto Internazionale di Città del Messico. Gli studenti, provenienti dall’Università Autonoma di Città del Messico, dall’Università Nazionale Autonoma, dall’Università Autonoma Metropolitana e dall’Istituto Politecnico Nazionale, esponevano striscioni che recitavano, tra le altre cose: "Ni adicto, ni delincuente, somos estudiantes conscientes!" (Né drogati né delinquenti ma studenti coscienti) e "Ayotzinapa aguanta, el pueblo se levanta" (Ayotzinapa non si arrende, il popolo si ribella).
Quando i reparti antisommossa della polizia sono intervenuti per impedire che i dimostranti penetrassero all’interno dello scalo e bloccassero le operazioni di volo come avvenuto alcuni giorni fa ad Acapulco sono iniziati scontri durati per circa mezzora (che si sono conclusi con alcuni feriti e 15 fermati), al termine dei quale i manifestanti hanno deciso di ritirarsi verso Piazza delle Tre Culture dove stava per partire uno dei cortei poi confluiti allo Zocalo.


Ieri manifestazioni si sono svolte anche negli stati di Guerrero, Morelos, Puebla, Guanajuato e Tamaulipas, con scontri violenti a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas.

Intanto mentre la mobilitazione prevede già nuove tappe e continua ad estendersi in tutto lo stato, i genitori dei 43 desaparecidos hanno ribadito la loro completa sfiducia nei confronti della Procura generale incaricata di indagare sui fatti e del tentativo da parte degli inquirenti di chiudere la faccenda in maniera sbrigativa dopo la confessione di tre killer della banda dei Guerreros Unidos secondo i quali gli studenti sarebbero stati tutti uccisi e i loro corpi bruciati. Ma i corpi dei giovani non si trovano e continua quindi la mobilitazione affinché tornino a casa vivi oltre che per la punizione dei responsabili politici del massacro, oltre che degli esecutori.


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21/11/2014

Ferguson. Tensione altissima per sentenza contro agente di polizia


I riflettori tornano ad accendersi su Ferguson, cittadina del Missouri dove il Gran Giurì deve decidere sulla colpevolezza o meno del poliziotto bianco – Darren Wilson – che ad agosto uccise un giovane nero, Michael Brown. Nelle manifestazioni intorno al tribunale e al dipartimento di polizia si registrano giù decine di arresti tra i giovani neri e gli attivisti delle reti impegnate contro la brutalità poliziesca. Il governatore del Missouri, Nixon, ha dichiarato lo stato d'emergenza ed ha mobilitato per le strade la Guardia Nazionale. I turni dei poliziotti di Ferguson sono saliti a 12 ore, soprattutto verso il fine settimana dove si prevedono manifestazioni di protesta.

Secondo l'Associated Press che ha raccolto indiscrezioni, il poliziotto che ha ucciso Michael Brown si dice ottimista sull'esito della sentenza del Gran Giurì. Al contrario, Benjamin Crump, uno degli avvocati della famiglia del giovane nero ucciso, ha affermato che la giuria si muoverà come su un otto volante. Il poliziotto accusato dell'omicidio, ha visto il sostegno dei sindacati di polizia e dei gruppi di destra che hanno raccolto 500mila dollari per la sua difesa.

Già da mercoledi sera, nonostante una temperatura sotto lo zero, ci sono state manifestazioni contro le violenze poliziesche e il rischio che il tribunale le assolve. La polizia in assetto antisommossa ha effettuato tre cariche contro una barricata eretta dai manifestanti su una strada nei pressi del dipartimento di polizia e ne ha arrestati diversi. In attesa della sentenza la tensione continua a crescere.

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14/11/2014

Messico, monta la rabbia: assalto ai palazzi del potere


Non si placano in Messico le proteste popolari contro il governo e i legami tra classe politica e bande criminali dopo la strage di Iguala, nel Guerrero, dove il 26 settembre poliziotti e narcos hanno ucciso sei persone e rapito 43 giovani studenti che, secondo quanto confessato da tre dei killer, sarebbero stati uccisi dalla banda dei Guerreros Unidos.

Ad essere presi di mira nelle ultime ore sono stati soprattutto i luoghi simbolo del Governo e dei maggiori partiti di potere del paese, a sottolineare la responsabilità delle istituzioni in quanto accaduto ai ragazzi di Aytotzinapa.

A respingere il tentativo da parte del governo e del procuratore capo che indaga sulla vicenda, Morillo, di dare per chiusa la vicenda dopo la confessione dei tre narcos sono stati innanzitutto i parenti e i compagni dei desaparecidos, che continuano a chiedere che i loro cari vengano trovati vivi o morti e che tutti i responsabili di quanto accaduto, politici compresi, vengano puniti. Anche perché i resti umani trovati in una discarica nei pressi di Iguala e attribuiti dalle autorità ai corpi dei normalistas di Ayotzinapa non sono dei ragazzi spariti da quanto è emerso dopo i primi esami medici. Sia i periti nominati dal governo sia quelli nominati dai familiari delle vittime hanno escluso che i corpi ritrovati siano quelli dei normalistas, e ora occorrerà aspettare i risultati delle analisi dei campioni inviati al laboratorio dell’Università di Innsbruck, in Austria.


Intanto la rabbia monta. Ieri pomeriggio un folto gruppo di manifestanti ha assaltato la sede del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale, al governo) a Morelia, il cui aeroporto era invece stato bloccato per alcune ore nel pomeriggio di ieri dai normalistas del Michoacán.

La mattina di martedì 11 inoltre, sempre a Morelia, studenti e insegnanti delle Scuole Normali hanno dato fuoco alla segreteria delle finanze dello Stato del Michoacán per poi proseguire in corteo sanzionando le sedi del PAN (partito nazionalista e conservatore), della Nuova Alleanza, del PRD (di centro-sinistra, è il partito del sindaco di Iguala, mandante politico dei fatti di Ayotzinapa), del Ministero delle Finanze e del palazzo del Governo. Mobilitazioni analoghe si sono svolte anche nella capitale federale, Città del Messico, dove è stato assaltato il Palazzo Presidenziale, e naturalmente nella capitale del Guerrero, Chilpancingo, dove i manifestanti hanno assaltato le sedi delle istituzioni locali, e poi anche ad Acapulco, dove insegnanti e studenti hanno assediato e poi bloccato l’aeroporto.


E anche nelle ultime ore la rabbia dei settori popolari continua a prendere di mira i palazzi del potere. Circa 500 tra insegnanti aderenti al sindacato di sinistra Ceteg e di studenti della Fede­ra­cion de Estu­dian­tes Cam­pe­si­nos Socia­li­stas de Mexico (Fecsm) hanno di nuovo preso d'assalto e dato alle fiamme il Parlamento del Guerrero, a Chilpancingo. I manifestanti hanno attaccato l'edificio entrando dalle finestre, e una volta all'interno hanno distrutto gli uffici dei deputati mentre all'esterno venivano incendiate sei automobili e sui muri comparivano le scritte "Morte ai partiti politici”, “Topi di fogna”, “APG” (Assemblea Popolare del Guerrero) e “CETEG". Ad essere presi d'assalto, poi, sono stati anche il ministero regionale dell'educazione e l'ufficio del governatore.

Nel frattempo due “carovane” sono partite da Iguala portando i familiari dei 43 normalistas di Ayotzinapa nelle principali città del Messico per chiedere verità e giustizia e richiamare governo e istituzioni alle proprie responsabilità.


Una delle carovane è partita in direzione nord, verso il confine con gli Stati Uniti, mentre le altre due stanno raggiungendo le frontiere meridionali del Messico e, al termine del tour, la prossima settimana i convogli di autobus e automobili ribattezzati “Bri­gadas Nacio­nales de los 43 Desa­pa­re­ci­dos” si ricongiungeranno nella capitale federale il prossimo 20 novembre con una grande manifestazione convocata allo Zocalo. La prima brigata porta il nome di uno degli studenti scomparsi, Julio Cesar Rami­rez Mon­tes, e toccherà gli stati del Michoa­can, Jali­sco, Zaca­te­cas e Chi­hua­hua. La seconda è dedi­cata a Daniel Solis Gal­lardo e viag­gerà negli stati di More­los, Tlax­cala e Chia­pas (con­ti­guo al Gua­te­mala). La terza è la Bri­gada Julio Cesar Rami­rez Nava e andrà nei municipi di Guer­rero de Tlapa, San Luis Aca­tlan, Ayu­tla, Tecoa­napa, Zihua­ta­nejo, Atoyac e Aca­pulco.

"L'obiettivo è dire alla gente che continueremo a pretendere dal governo che li trovi, che per noi sono vivi e che serve proseguire le ricerche", ha spiegato Epifanio Alvarez, uno dei familiari dei desaparecidos.

Si tratta di chiedere "alla popolazione il suo sostegno per trovare i giovani", secondo un membro del comitato studentesco dell'istituto dal quale provengono i giovani scomparsi nel nulla.

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12/11/2014

Desaparecidos: manifestanti incendiano sede del partito di governo


Una sede locale del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), il partito liberale del presidente del Messico Enrique Peña Nieto, è stata assaltata e data alle fiamme ieri da alcune centinaia di manifestanti che protestavano per la scomparsa di 43 studenti, avvenuta a Iguala, nello Stato meridionale di Guerrero.

Secondo la Protezione civile, durante l’assalto sono state ferite leggermente tre persone. Gli scontri si sono verificati ieri pomeriggio a Chilpancingo, la capitale di Guerrero, al termine di un corteo convocato dal locale Coordinamento dei lavoratori del settore dell’istruzione, principalmente dal sindacato alternativo Ceteg, che ha visto la partecipazione anche di alcuni studenti. Il corteo di migliaia di dimostranti e parenti delle vittime si è concluso davanti alla sede regionale del partito di governo che, dopo alcuni scontri con la polizia che cercava di proteggerla, è stata devastata e data alle fiamme.

Mentre il Messico è sempre più indignato per la strage di Iguala - i 43 studenti presuntamente uccisi e bruciati da una banda di narcos ai quali erano stati consegnati dalla polizia agli ordini del sindaco del comune, poi arrestato insieme alla moglie - il presidente Enrique Pena Nieto è letteralmente assediato da critiche per il lusso nel quale vive con la moglie, Angelica Rivera Hurtado, una ex star delle telenovelas.

L'ultimo scandalo è esploso mentre Pena Nieto si trova in tournèe diplomatica per assistere al vertice dell'Apec a Pechino e del G20 a Brisbane. La rabbia dei messicani su Twitter è esplosa, dopo la scoperta che la First Lady, che accompagna il marito nel suo viaggio, ha portato con sé il suo truccatore di fiducia, Alfonso Waithsman. Naturalmente a spese dei contribuenti.

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Carrara. Occupato il Comune, nata l’assemblea permanente

11 novembre. L’occupazione del Comune di Carrara è arrivata al suo quarto giorno. Tanti cittadini, esasperati dall’ultima alluvione, sabato scorso avevano dato vita ad una manifestazione davanti al comune. Sin dal mattino qualche manifestante aveva occupato la sala consiliare. L’occupazione di massa è scattata intorno all’una, quando il sindaco ha deciso di affacciarsi alla finestra, dichiarando che sia lui sia la sua giunta non si consideravano responsabili dell’accaduto.
 

I pochi carabinieri di guardia alla scalinata d’accesso al comune hanno capito al volo e, dopo aver messo al sicuro il sindaco, se ne sono andati.
Diverse centinaia di persone fanno a turno nella sala occupata. Qualche politico sperava che la protesta facesse da volano per la nascita di una lista civica, ma si è presto disilluso di fronte alla determinazione dell’assemblea popolare ad autogestire la lotta e la gestione dell’emergenza. E’ nata l’assemblea permanente dei cittadini di Carrara, con riunioni quotidiane ogni giorno alle 18. I partecipanti hanno dato vita a vari gruppi di lavoro e si sono dotati di un ufficio di comunicazione, con il compito di trasmettere all’esterno le decisioni dell’assemblea.
 

A Carrara ci sono state 11 alluvioni in quattro anni che, sommate a quelle dei paesi vicini, arrivano ad un’alluvione all’anno. Al di là di qualche intervento tampone è stato fatto poco o nulla. Questa volta, grazie all’abbassamento dell’alveo del fiume Carriona e all’innalzamento degli argini, il centro storico si è salvato dall’inondazione, ma la frazione a mare di Marina è stata investita in pieno. I tanti volontari che sono immediatamente accorsi per dare una mano cercando di salvare qualcosa, si sono trovati di fronte scene di grande desolazione: in numerose case poco o nulla era sfuggito alla furia delle acque.
La rabbia è tanta, perché è forte la consapevolezza che il dissesto idrogeologico non può essere affrontato con provvedimenti tampone, ma servirebbero interventi strutturali, che potrebbero mettere in discussione interessi molto forti. In primis quelli dei padroni delle cave che ad uno sfruttamento intensivo uniscono la vendita degli scarti di lavorazione, un tempo lasciati sul fianco della montagna ed oggi venduti per il mercato dei carbonati di calcio.

La tradizione libertaria di Carrara, una radicata attitudine a fare da se, hanno innescato una risposta forte, che al di là della protesta e della rabbia, sta costruendo un percorso di autonomia, che mette in difficoltà il governo della città e chi ambirebbe a prenderne il posto.

Ne abbiamo parlato con Donato, un compagno che, come tanti, sin da giovedì scorso ha spalato fango a Marina, e, da sabato, partecipa all’occupazione e all’assemblea permanente.
Il nome scelto non è casuale. E’ lo stesso che i cittadini di questi territori si diedero per la lotta contro la Framoplant, impianto chimico che ha avvelenato per decenni l’ambiente e chi ci abitava. Dopo 12 anni di lotte la Farmoplant chiuse i battenti.


Ascolta la diretta con Donato
 
11 novembre 2014

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10/11/2014

Messico, dimostranti assaltano il Palazzo Presidenziale. Un intero sistema sotto accusa


Città del Messico - Il tentativo della Procura della Repubblica di mettere la parola fine sul massacro di Iguala e la sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa a colpi di conferenze stampa e arresti spettacolari non è servita a tranquillizzare l’opinione pubblica e a fermare le mobilitazioni. Al contrario, la ricostruzione degli inquirenti che dà per morti i ragazzi, ha rappresentato un vero e proprio boomerang per le autorità. Con ancor più rabbia e indignazione, infatti, il paese ha risposto mobilitandosi quasi immediatamente dopo le rivelazioni dei killer con cortei, presidi, flash mob e blocchi stradali spontanei.

La prima forte reazione alla conferenza del procuratore Murillo è venuta dai familiari delle vittime che hanno ribadito la loro totale sfiducia negli organi inquirenti, i quali fondano la loro ricostruzione dei fatti esclusivamente sulle dichiarazioni dei detenuti senza fare riferimento a nessuna prova scientifica e dimostrando una fretta assai sospetta di chiudere il caso. In una conferenza stampa svoltasi nella scuola normale rurale Isidro Burgos pochi minuti dopo quella della procura, i portavoce del Comitato hanno sottolineato che accetteranno solamente i risultati prodotti dalle analisi dell’equipe argentino di antropologi forensi, e che, finché non saranno prove tangibili e concrete a confermarne il ritrovamento, considereranno vivi i 43 desaparecidos e continueranno le ricerche e la lotta.

A far arrabbiare non solo i genitori ed i compagni delle vittime ma anche l’importante e variegato movimento che riempe da oltre un mese le piazze messicane è stato il tempismo della conferenza. Se in altre occasioni gli incontri con la stampa di Murillo - seguiti dai messaggi alla nazione del presidente Peña Nieto ripetuti all’infinito dai mass media –sono arrivati alla vigilia delle giornate globali di mobilitazione per tentare di sottrargli riflettori e partecipazione, stavolta giungono giusto due giorni prima dell’inizio del viaggio presidenziale in Cina e Australia, da molti giudicato inopportuno data la mancanza di informazioni sui giovani e lo stato di ebollizione in cui si trova il paese.

Inoltre, sul finire della conferenza stampa, durata poco più di un’ora e durante la quale si è glissato sui molti punti oscuri della faccenda eludendo domande cruciali poste dai giornalisti presenti, Murillo ha detto di essere stanco della pressione e del tanto lavoro di questi giorni, chiudendo così l’incontro. La frase pronunciata, “ya me cansé”, che potremmo tradurre con “ormai sono stanco”, ha definitivamente frustrato l’obiettivo di tranquillizzare il pueblo, moltiplicando invece l’indignazione. Questa, infatti, si è dimostrata innanzitutto sui social network dove l’hashtag #YoMeCansé (insieme a #AccionGlobalAyotzinapa e #A39RenunciaEPN) è tuttora trandingtopic a livello nazionale e lo è stato per un bel pezzo sul piano globale.

Sotto questo titolo, manifestanti virtuali e reali hanno sottolineato che ad essere stanca di terrore e impunità è la società intera, vittima da otto anni a questa parte delle scelte di una classe politica che ha lavorato in funzione degli interessi del grande capitale, e di una scellerata guerra che ha già prodotto migliaia di morti e desaparecidos riducendo nei fatti l’agibilità democratica in tutto il territorio nazionale. In questo senso, la lotta per chiedere verità e giustizia per la strage e la restituzione in vita dei normalisti è diventata un catalizzatore dello scontento già da tempo presente all’interno della società messicana.

Le iniziative, infatti, sono andate ben al di là delle tastiere dei computer ed hanno invaso le strade immediatamente dopo la fine della conferenza. A Città del Messico, inondata di manifestanti e di eventi solo due giorni prima durante la terza giornata globale di lotta per Ayotzinapa, è stato indetto un presidio al Ángel de la Independencia alle 20, cioè una quarantina di minuti dopo lo “ya me cansé” incriminato e presente, in seguito, in decine di cartelli portati dai manifestanti. Dopo essere aumentato nei numeri il presidio si è trasformato in un corteo conclusosi con diversi interventi di fronte alla PGR (Procuraduría General de la República). Nello stesso tempo si sono verificati alcuni blocchi stradali in diversi punti della capitale federale.

Il sabato, nonostante il battage mediatico desse per risolta la questione Ayotzinapa invitando al ritorno alla normalità (come richiesto anche dalla principale organizzazione impresariale dello stato del Guerrero che si è detta stanca delle mobilitazioni nell’entità), le mobilitazioni sono continuate con una grande partecipazione al corteo di Città del Messico, lanciato la sera prima e preceduto da un flash mob nella piazza centrale della capitale e da altre iniziative. Composta soprattutto da uomini e donne non organizzati, con grande presenza anche di famiglie, la manifestazione si è conclusa nello Zocalo.

A questo punto un gruppo di manifestanti si è recato davanti a Palacio Nacional, sede del potere esecutivo, dove ha iniziato un lungo tentativo di buttare giù il portone riuscendo a bruciacchiarlo, non senza produrre alcune spettacolari fiammate, ed a danneggiarlo in parte. Dopo più di un’ora di assedio al portone, normalmente superprotetto dalle forze dell’ordine e stranamente lasciato indifeso in quest’occasione, sono intervenuti i celerini dell’Estado Mayor Presidencial ed hanno allontanato la folla a colpi di manganello, proiettili di gomma e lacrimogeni. In seguito, la polizia ha iniziato quella che è stata denunciata come una caccia al manifestante e sono state registrate diverse detenzioni arbitrarie. Il bilancio finale, secondo Il Comité Cereso, è di 23 detenuti, la maggioranza dei quali è stata trasportata alla sede della SEIDO (Subprocuradoría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada).

Iniziative si sono tenute anche nello stato del Guerrero dove gli studenti della FECSM (Federación de estudiantes Campesinos Socialistas de México) hanno preso di mira il palazzo di governo ed altri sei edifici istituzionali a Chilpancingo, la capitale dello stato. In precedenza, il Movimiento Popular Guerrerense (MPG) si era manifestato con dei blocchi stradali e la richiesta di dimissioni dei tre livelli di governo. Altre mobilitazioni sono state segnalate in diverse zone del paese, tra le quali spiccano quelle di Veracruz, Chiapas, Morelos e Jalisco. Insomma, pare proprio che la versione ufficiale abbia convinto solo i media mainstream e gli osservatori vicini all’establishment e che per il momento una parte significativa della popolazione non abbia molta voglia di tornare alla “normalità”. Tanto è vero che anche per oggi sono state indette svariate iniziative in diverse regioni del Messico. Nella capitale, per esempio, è previsto un presidio di massa a Plaza de la Constitución per accogliere l’arrivo della Carovana 43x43, partita qualche giorno fa dalla normale rurale di Ayotzinapa e composta da 43 organizzazioni che chiedono la “presentación con vida” dei normalisti.

Tornando alla conferenza stampa di Murillo, sono molte le cose che non convincono i familiari della vittime e non solo. Queste hanno a che fare con la scarsa completezza delle indagini e, per certi versi coincidono con la prima relazione della Commissione parlamentare che sta indagando sui fatti e che ha avuto molto meno rilievo mediatico delle parole dei sicari dei Guerreros Unidos e del procuratore. Nella relazione, presentata alla camera martedì scorso si conferma che i giovani sono stati vittime di sparizione forzata e si indica chiaramente che le responsabilità vanno al di là dell’ambito municipale e che esistono prove di irregolarità nelle indagini.

Nel documento, inoltre, la commissione si dice preoccupata per il tentativo di “criminalizzare le vittime” e riferisce come durante il colloquio con i deputati l’ex governatore Aguirre abbia sostenuto che le normali sono “infiltrate da gruppi criminali”. Insomma, il testo smentisce la linea investigativa presentata dagli inquirenti secondo la quale i responsabili della strage e della sparizione forzata sono esclusivamente l’ex sindaco Abarca e consorte, insieme ai poliziotti municipali di Iguala e Cocula, al soldo dei narcos dei Guerreros Unidos. Insomma, un caso isolato di narco-amministrazione locale e non un crimine di stato con responsabilità per azione od omissione delle forze di sicurezza e dei governi nazionale e statale.

Confermando le dichiarazioni di alcuni normalisti sopravvissuti e i sospetti di molti, la relazione della Commissione dimostra che i responsabili non vanno circoscritti solo nell’ambito locale. Il 26 settembre, infatti, sia la polizia federale sia quella statale hanno vigilato per ore i movimenti dei normalisti ad Iguala, seguendoli e pedinonandoli a lungo. Le prime chiamate ai numeri di emergenza sono arrivate poco dopo le 21.30. Diverse forze di sicurezza dello stato sono state avvisate della sparatoria ma hanno preferito non intervenire. Tra queste va segnalato il XXVII Battaglione Infanteria che si trova a pochi km dalla statale Iguala-Chilpancingo in cui si è svolta la sparatoria.

Polizia statale e federale ed esercito, dunque, erano al corrente di quanto stava succedendo e hanno perfino seguito le attività dei normalisti senza intervenire di fronte agli abusi portati avanti dalla polizia locale e dai pistoleros, il che costituisce una “grave omissione della protezione agli studenti e alla popolazione civile”. Infine, il presidente della Commissione Guillermo Anaya, ha dichiarato che ci sono stati “errori madornali” da parte del governo federale “che hanno chiuso la possibilità di poter trovare i giovani  immediatamente”, due esempi in questo senso sono il non essere intervenuti nelle prime 72 ore e aver trattato la strage come una questione locale.

Insomma il quadro descritto è molto più ampio di quello presentato dalla versione di media e autorità, la quale, lungi dal fare chiarezza sui fatti, pare più mirata a dare risposte mediatiche finalizzate a sgonfiare la protesta e a ripulire l’immagine del paese e del presidente, fino a qualche mese fa considerato un grande riformatore dalla cosidetta comunità internazionale (quella delle guerre per portare pace e democrazia, per capirci), cieca di fronte ai massacri già  in atto e attenta solo ai futuri profitti resi possibili grazie alle cosiddette riforme strutturali. Che poi è la stessa oggi - media mainstream globali in testa - si accontenta della ricostruzione degli inquirenti, gli stessi che hanno rifiutato l’assistenza tecnica offerta dalla CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) e che per anni hanno garantito l’impunità a criminali e corrotti.

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07/11/2014

“No all’austerity”: più di centomila in piazza a Bruxelles, scontri con la polizia


Era una manifestazione organizzata dal composito fronte dei sindacati del Belgio quella che ieri ha portato in piazza più di centomila persone nella capitale di un paese che di fatto non esiste più. Eppure ieri mattina a Bruxelles sono arrivati in tanti: operai, lavoratori pubblici, precari, disoccupati, studenti, attivisti di organizzazioni politiche della sinistra, fiamminghi e valloni.
Palpabile la rabbia contro le misure di austerità appena varate dal nuovo governo di destra del primo ministro Charles Michel che ha detto chiaro e tondo che neanche il Belgio si salverà dai piani lacrime e sangue finora imposti dal nucleo duro dell’Unione Europea ai cosiddetti Piigs: aumento dell’età pensionabile a 67 anni, congelamento dei salari, privatizzazione delle ferrovie con drastici tagli al personale e aumenti delle tariffe.

Forse perché non se lo aspettavano, forse perché sono abituati a difendere con determinazione conquiste sociali e welfare state, la risposta all’appello dei sindacati è stata più massiccia del previsto; secondo gli organizzatori erano almeno 30 anni che non scendeva così tanta gente in piazza. E per le prossime settimane sono già annunciate nuove manifestazioni e poi uno sciopero generale già convocato per il 15 dicembre contro l’annunciato taglio di 11 miliardi di spesa pubblica entro i prossimi 5 anni.

Il folto corteo è partito dalla Gare du Nord ed è sfilato per le vie del centro fino alla Gare du Midi, dove è arrivato intorno alle 13:30. Qui alcune centinaia di dimostranti, per lo più operai portuali di Zeebrugge e Anversa, hanno deviato dal percorso ufficiale cercando di passare per una via laterale. Ma sulla loro strada hanno trovato i cordoni della polizia che di fronte al tentativo di sfondamento dei lavoratori, dotati di maschere e bastoni, hanno risposto con idranti e lacrimogeni innescando scontri che sono durati due ore ed alla quale hanno partecipato anche altre centinaia di manifestanti. I dimostranti hanno rovesciato e incendiato auto e cassonetti, eretto barricate e lanciato pietre, bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Secondo la Croce Rossa sarebbero state almeno 14 le persone condotte in diverse strutture ospedaliere di Bruxelles ed un’altra decina quelle medicate in piazza.

La risposta della piazza è stata assai più determinata e rabbiosa di quanto i sindacati promotori della mobilitazione avessero previsto e sperato e nel giorno in cui a Bruxelles si teneva la riunione dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona anche il trasporto pubblico nella capitale dell’Unione Europea è rimasto praticamente quasi paralizzato.

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04/11/2014

Napoli città scomoda, Renzi rinuncia alla "visita a Bagnoli"

Qualcosa si sta rompendo nella sicumera governativa. E Napoli si guadagna il titolo di "prima città proibita" per Matteo Renzi.

Il premier del "passato remoto"  non andrà infatti a Napoli venerdì prossimo. Eppure era stato lui stesso ad annunciarlo, addirittura il 14 agosto scorso, in occasione dell'ultima (e già molto contestata) visita: «Torneremo il 7 novembre per fare il punto sulla situazione, saremo a Napoli e al Sud per continuare il nostro lavoro».

Nessuna spiegazione sulle ragioni della rinuncia, e ovviamente la "promessa" che comunque si farà vedere in città quanto prima. Ma senza date, magari "un'improvvisata", in un giorno qualsiasi, per non trovarsi davanti la rabbia della gente che va montando. Non la rabbia organizzata in movimenti e manifestazioni, comunque; la stessa che aveva dato appuntamento per il 7, in piazza.

Le voci ufficiose ammettono "problemi di ordine pubblico", visto che ormai dovunque vada viene atteso da gruppi di contestatori che vanno crescendo in numero, varietà di figure sociali e consapevolezza.

Una prima significativa vittoria dei movimenti, dunque; anche se è presumibile che nei palazzi del potere vadano meditando una "vendetta", con possibile "occupazione militare" della città in occasione di una eventuale "visita di riparazione". Sul modello di Brescia, insomma...

Ma non sono soltanto le opposizioni sociali più radicali ad "attendere" che Renzi (o altri ministri del governo) scenda a Napoli per far sentire la propria voce.

Il 21 ci sarà in città la manifestazione semi-nazionale in occasione dello sciopero dei metalmeccanici Fiom. E persino Cgil, Cisl e Uil campane hanno annunciato ieri che martedì prossimo terranno in piazza del Plebiscito un presidio contro il «decreto Poletti», perché con quel provvedimento «migliaia di lavoratori campani rischiano di rimanere senza sostegno al reddito».

Insomma: sotto il Vesuvio la "popolarità" del premier non è mai decollata...

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30/10/2014

Iguala: Messico in rivolta contro la strage di stato


Sono passati 34 giorni dalla strage di Iguala, durante la quale agenti municipali e sicari hanno sparato a bruciapelo sugli autobus che trasportavano gli studenti della scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, e non si hanno ancora notizie dei 43 normalisti detenuti dalla polizia locale e poi scomparsi nel nulla il 26 settembre scorso.

Il massacro di Iguala, che ha causato la morte di sei persone ed il ferimento di altre venti, ha messo allo scoperto l’orrore che si vive in Messico dall’inizio della cosiddetta guerra al narcotraffico a questa parte ed ha prodotto un’ondata di indignazione che si é diffusa in tutto il Paese, attraversato, da almeno tre settimane, da decine di iniziative ogni giorno. Iniziative che nascono spesso in maniera spontanea e, significativamente, non coinvolgono solo le grandi città ma anche i piccoli centri.

Le proteste, unite alle critiche e alle osservazioni provenienti da mass media e organismi internazionali, stanno mettendo in seria difficoltà il governo di Peña Nieto, il quale sta vivendo la peggiore crisi della sua amministrazione: una crisi umanitaria, di sicurezza e perfino di governabilità alla quale sta rispondendo con una serie d’iniziative che paiono più dirette a contenere i costi politici della strage che indirizzate a fare chiarezza sui fatti e a colpire tutti i responsabili del crimine di lesa umanità in questione.

Nata dal basso e senza il sostegno dei partiti, la protesta sorge inizialmente nelle scuole normali che in tutto il Paese solidarizzano con i loro compagni dello stato del Guerrero. In seguito, la mobilitazione si diffonde tra gli studenti medi e universitari, protagonisti di cinque riuscitissime giornate nazionali di blocco del sistema d’istruzione alla quale aderisce la stragrande maggioranza delle istituzioni accademiche pubbliche e private.

Durante le giornate di paro estudiantil, le piazze si riempiono di giovani e di studenti, cioè proprio di coloro a cui probabilmente era diretto il messaggio di terrore lanciato con l’assalto e la sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Diversi osservatori evocano il ’68 e descrivono il movimento che si sta costituendo in queste settimane come il più importante e partecipato degli ultimi decenni.

Con  il passare dei giorni iniziano a partecipare alle mobilitazioni anche altri settori della società. A questo punto la protesta coinvolge una parte significativa della popolazione e diventa pienamente nazionale, iniziando a preoccupare seriamente il governo. Per citare Bellingausen, editorialista del quotidiano La Jornada, pare proprio che alla scomparsa dei normalisti stia corrispondendo l’improvvisa apparizione di un moltitudinario ed eterogeneo movimento sociale di protesta determinato a dire basta al terrore prodotto dalla complicità tra stato e mafie, ed al patto di impunità che vige tra i partiti e nei riguardi dei potenti di ogni risma.


Sebbene il movimento abbia un carattere nazionale, ed un importante sostegno a livello globale, l’epicentro della protesta è sicuramente lo stato del Guerrero, dove le iniziative hanno raggiunto un alto livello di radicalità riuscendo a mettere in discussione la stessa governabilità della regione. Oltre ad aver duramente sanzionato i simboli del potere politico locale (il congresso statale, il municipio e il palazzo del governo a Chilpancingo, la sede del Partito Rivoluzionario Democratico e quella del comune ad Iguala) e ad aver occupato 21 amministrazioni dello stato, le iniziative, lanciate dalla Asamblea Nacional Popular, nata lo scorso 15 ottobre e formata da genitori e compagni dei desaparecidos, il sindacato CETEG (Coordinadora Estatal de Trabajadores de la Educación de Guerrero) più un centinaio di altre organizzazioni locali e nazionali, si occupano di rendere difficile la circolazione stradale nel territorio.

Quasi quotidianamente, infatti, l’autostrada del Sole, che collega Città del Messico all’importante località turistica di Acapulco, ed altre importanti vie di comunicazioni guerrerensi (la México-Acapulco, la Tierra Colorada-Cruz Grande e la Tlapa-Chilpancingo) vengono bloccate da normalisti e docenti. Oltre ai blocchi stradali vengono fermati anche banche, centri commerciali e sedi istituzionali. Gli studenti in lotta, inoltre, fanno spesso dei blitz pacifici in radio e televisioni, dove chiedono ed ottengono di poter parlare alla popolazione.

Data la situazione il governatore Aguirre è stato costretto alle dimissioni e il ministro dell’interno Chong ha deciso di inviare altri 10 mila uomini per “appoggiare il nuovo governatore”, l’interino José Antonio Ortega, ex-segretario dell’Universidad Autónoma de Guerrero, scelto al di fuori dell’ambito dei politici di professione per dare un segnale di rinnovamento.

Oltre allo stato del Guerrero, le mobilitazioni si stanno verificando in tutto il territorio nazionale. Dallo stato di Morelos a Michoacán, da quello di Veracruz allo Yucatán, è l’intero Paese a mobilitarsi. Per fare solo due esempi, in Chiapas, normalisti e docenti hanno occupato in varie occasioni centri commerciali in diverse località, mentre a Città del Messico il corteo del 22 ottobre ha nettamente superato, in termini di partecipazione ed indignazione, la moltitudinaria manifestazione dell’otto.

Anche nella capitale blocchi stradali, presidi e cortei sono all’ordine del giorno, tanto che è difficile tenerne il conto. Vanno segnalate, però, la manifestazione dei sindacati delle principali università metropolitane - che hanno sfilato per il centro della città domenica 27 ottobre - e l’occupazione temporanea di TV e RADIO-UNAM (mezzi di comunicazione della più importante università pubblica del Paese) da parte di studenti universitari che hanno poi aperto i microfoni ai normalisti.

La mobilitazione interna e la pressione internazionale, alla quale si aggiugono per quanto in maniera tardiva e alquanto ipocrita anche Stati Uniti ed Unione Europea infastidiscono Peña Nieto, che negli anni si era costruito l’immagine del gran modernizzatore proprio grazie al sostegno dei media nazionali e internazionali che adesso fanno gli indignati.Tristemente memorabili, da questo punto di vista, sono state la copertina del Time, che lo raffigurava come il salvatore del Messico, e le cronache di Repubblica ai tempi del tour messicano dell’ex premier Enrico Letta, che esaltavano le riforme strutturali minimizzando la strutturale violenza che già si stava ampiamente verificando nel Paese.

Per quanto riguarda le indagini, le fosse clandestine ritrovate intorno al municipio di Iguala sono sempre di più: 11 secondo la PGR (Procura della Repubblica) e oltre 20 secondo l’UPOEG (Unión de Pueblos y Organizaciones del estado de Guerrero). Mentre i corpi ritrovati sarebbero ormai 38, 28 dei quali, sempre secondo le autorità, non sarebbero però dei giovani scomparsi ma di altre vittime. Stando invece all’equipe argentina di antropologi forensi che rappresentano i familiari degli scomparsi, che hanno denunciato un iniziale sabotaggio della loro partecipazione da parte della PGR, ci vuole ancora tempo per avere i risultati delle prove del DNA.

In una conferenza stampa, tenutasi proprio durante le mobilitazioni del 22 ottobre proprio per togliere i riflettori alla protesta, il procuratore Murillo Karam ha descritto la linea investigativa portata avanti dalle autorità, la quale responsabilizza della strage il solo livello amministrativo locale, infiltrato dai narcos dei Guerreros Unidos, al soldo del quale lavoravano il sindaco Luis Abarca, sua moglie María de los Ángeles Pineda, e il capo della polizia locale Felipe Flores Vázquez, attualmente latitanti e considerati i mandanti del massacro. I tre sono accusati di associazione a delinquere, omicidio e sequestro di persona - e non di sparizione forzata, come invece dovrebbe essere considerando l’intervento delle forze di sicurezza dello stato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i normalisti sarebbero stati attaccati perché confusi con il gruppo criminale dei Los Rojos, nemico dei Guerreros Unidos. In base alle dichiarazioni rilasciate dagli ultimi detenuti, al sequestro avrebbero partecipato sia gli agenti municipali di Iguala che quelli del vicino comune di Cocula, che avrebbero poi consegnato i normalisti ai narcos.

Per il momento, sono state arrestate 54 persone, 22 poliziotti municipali di Iguala, 14 di Colula e appartenenti al cartello dei Guerreros Unidos. Secondo quanto sostenuto dalle autorità, alcuni dei detenuti avrebbero indicato i luoghi dove incontrare i normalisti scomparsi, i quali, sarebbero stati uccisi e bruciati nelle fosse comuni. Tra gli arrestati spicca il capo dei Guerreros Unidos, Sidronio Casarrubias Salgado, che ha dichiarato di non aver ordinato l’assalto ma di non essersi neppure opposto ad esso.

La versione delle autorità viene duramente contestata dal Comitato dei familiari di Azyotzinapa. Vidulfo Rosales Sierra, rappresentante legale dei parenti e membro del Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinolla ha infatti denunciato in una conferenza stampa l’intenzione del governo di colpevolizzare i normalisti legandoli ai narcos. D’altra parte, la linea investigativa viene letta come il tentativo scaricare le responsabilitá della strage al solo livello locale, riducendo cosí il costo politico del massacro in vista delle elezioni municipali e statali del 2015.

Secondo il comitato dei genitori, al contrario, i responsabili, per complicità diretta o omissione, di quella che viene ormai definita una strage di stato sono i tre livelli di governo. Erano infatti note le connivenze del sindaco e di sua moglie con i Guerreros Unidos, come dimostrato dai documenti prodotti dal CISEN (servizi segreti) nei giorni successivi alla strage. Inoltre, Abarca era già stato accusato di 3 omicidi e, nonostante fosse stato accusato da un sopravvissuto, il congresso statale, i partiti e la PGR hanno preferito non procedere nelle indagini.

Per quanto riguarda il governatore Aguirre, ritenuto vicino ai Beltran Leyva, il suo atteggiamento repressivo e la sua scarsa volontà di castigare gli abusi polizieschi erano già noti a partire dal ‘98 quando, da governatore provvisorio dello stato, fu accusato di essere il mandante politico della strage del Charco, durante la quale la polizia sparò a bruciapelo su un gruppo di contadini uccidendone 11. I tre anni del suo ultimo mandato hanno confermato questa tendenza. Sono stati 13 infatti i dirigenti e gli attivisti di organizzazioni sociali uccisi da forze dell’ordine o delinquenti che in tutti i casi l’hanno fatta franca, mentre sono 9 i leader della Polizia Comunitaria detenuti ingiustamente e decine i desaparecidos. Nel frattempo, lo stato del Guerrero è diventato il principale produttore di eroina del Paese, nonché la rotta privilegiata dei traffici di droga e di persone. Tutto ciò, nel totale silenzio di istituzioni e partiti, che hanno preso posizione solo dopo l’esplosione dello scontento.

Per tornare al caso, ci sono vari elementi che sono noti ma che non verranno indagati dalla PGR e che fanno pensare ad una scarsa volontà di chiarire completamente i fatti da parte degli investigatori. Prima di tutto abbiamo il drammatico ritardo – oltre sei ore - con cui la polizia statale, informata della sparatoria, è giunta sul posto. Stesso discorso per il XXVII Battaglione di Fanteria dell’esercito, la cui caserma è situata solo a un paio di km di distanza dal luogo dei fatti, ma che “non si è accorto di nulla”. I soldati con cui hanno avuto a che fare alcuni normalisti sopravvissuti, invece, lungi dall’intervenire hanno impedito ai giovani di chiamare i soccorsi, minacciandoli e burlandosi della drammatica situazione che stavano vivendo. Sollevano sospetti anche l’attendismo della PGR di fronte a un caso che aveva tutte le caratteristiche per essere di pertinenza federale ed il fatto che il sindaco Abarco sia potuto scappare con tutta tranquillità diversi giorni dopo la strage. Tutte queste domande difficilmente troveranno una risposta, dato che la comoda linea investigativa scelta dal procuratore Murillo Karam si guarda bene dall’affrontare questi punti oscuri (o forse fin troppo chiari).

Rispetto alle ricerche dei normalisti scomparsi, per concludere, i genitori hanno denunciato il ritardo dell’azione governativa, l’indifferenza e lo scarso rispetto dimostrato ai familiari delle vittime, che non hanno ricevuto nessun tipo di sostegno dalle istituzioni, ed il mancato utilizzo delle tecnologie più moderne a disposizione come i geo-radar, i raggi infrarossi e altri strumenti tecnologici che permettano di individuare la concentrazione di calcio o di altre sostanze chimiche nel terreno. Per tutti questi motivi, venerdí scorso i familiari hanno rotto il dialogo con la PGR, chiedendo un incontro diretto con il presidente, il quale si è svolto oggi pomeriggio nella residenza ufficiale de Los Pinos, e si è concluso con un giudizio negativo da parte del comitato dei genitori, che ha definito insufficienti gli accordi raggiunti. Secondo il governo, invece, il risultato di questo primo dialogo (ma è possibile che si sia aspettato un mese per iniziare il dialogo?) è soddisfacente .

La risposta - tutta mediatica e mirata a limitare i danni - di Peña Nieto alla crisi umanitaria e politica in atto nel Paese pare non sia bastata a frenare l’indignazione e le mobilitazioni scatenate da un crimine di stato che ha messo di fronte agli occhi dell’intero pianeta la drammatica situazione che predomina in diverse zone del Messico, dove, secondo il quotidiano El Universal, dal 2006 al 2013 sono state ritrovate ben 1243 fosse comuni, mentre sono oltre 100 mila i morti e più di 25 mila i desaparecidos prodotti da guerra e narco-paramilitarismo. Insomma, la strage di Iguala non è affatto un caso locale e isolato, ma è rappresentativo di ciò si vive nel Paese, e le mobilitazioni di questi giorni, che poterebbero segnare un cambio di fase e che culmineranno con la terza giornata globale per Ayotzinapa il prossimo 5 novembre, vanno interpretate all’interno di questo contesto.

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23/10/2014

Studenti desaparecidos, il Messico brucia: assalto ai palazzi del potere


Il Messico brucia, letteralmente, per i 43 studenti del Guerrero di cui si sono perse le tracce ormai da quasi un mese, dopo che durante una manifestazione nel municipio di Iguala alcune centinaia di loro sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco da poliziotti e sicari al servizio della malavita (e dell’oligarchia locale).

Il 26 settembre furono sei le vittime della strage, tra studenti e passanti falciati dai colpi di arma da fuoco degli agenti della polizia locale e di uomini in borghese poi arrestati a decine dopo l’intervento dell’esercito federale. Per i fatti di settembre sono in totale 52 le persone finite sotto custodia tra poliziotti, funzionari pubblici e membri dei gruppi criminali, mentre numerosi mandati di cattura sono stati spiccati nei confronti di altri ricercati.

Ieri una partecipatissima protesta a Città del Messico ha preteso risposte ufficiali da parte delle autorità federali. Alla numerosa marcia hanno partecipato non solo decine di migliaia fra studenti, insegnanti e attivisti sindacali e sociali - molti dei quali vestiti di bianco - ma anche una delegazione di familiari dei giovani desaparecidos arrivati da Iguala per consegnare al governo statale una richiesta di incontro. Una protesta che ha chiesto verità e giustizia per quanto è accaduto nel Guerrero quattro settimane fa, ma anche la fine della violenza delle istituzioni e delle gang criminali – entità spesso coincidenti – contro i giovani, i movimenti sociali e sindacali, gli attivisti politici dell’opposizione, le madri di famiglia, i giornalisti indipendenti.

Durante il corteo – partito dal Monumento del Ángel de la Independencia e conclusosi al Zócalo – i dimostranti hanno gridato slogan di solidarietà nei confronti dei ragazzi della scuola ‘Normal’ di Ayotzinapa come “Se li sono portati via vivi, li rivogliamo vivi”, “Non siete soli”. “Vogliamo dire ai nostri compagni che li stiamo cercando, che le loro famiglie, i loro compagni, i loro vicini li stanno aspettando alla Normale di Ayotzinapa" ha gridato al termine della manifestazione il genitore di uno degli scomparsi che ha accusato esplicitamente le autorità locali di Iguala di aver orchestrato il massacro e il sequestro dei giovani manifestanti. I dimostranti hanno dato al governo un ultimatum di due giorni per incontrarli ed hanno ribadito la loro richiesta di dimissioni del governatore dello stato del Guerrero, Angel Aguirre. “Due giorni, solo due, altrimenti ne subiranno le conseguenze” ha minacciato un familiare, ripreso da un altro ancora, ancora più esplicito: “Se vogliono la guerra, avranno la guerra”.


Ed è proprio una guerra quella che vede impegnati da settimane migliaia di manifestanti nel Guerrero. Proprio ieri professori e studenti hanno assaltato e incendiato la sede del Municipio di Iguala. Dopo aver raggiunto in corteo la sede istituzionale i dimostranti hanno iniziato a lanciare pietre e poi hanno fatto irruzione all’interno del Comune appiccando il fuoco ai locali, così come era accaduto dieci giorni fa al Palazzo del Governo del Guerrero, a Chilpancingo. Una settimana fa i principali gruppi promotori delle proteste studentesche e sindacali avevano minacciato una radicalizzazione delle iniziative contro le istituzioni nel caso in cui i ragazzi scomparsi non fossero tornati a casa o i loro corpi non fossero stati riconsegnati alle famiglie, annunciando l’occupazione a oltranza degli 81 municipi del Guerrero.

Quindi martedì i dimostranti erano passati di nuovo all’azione. Circa 500 insegnanti e studenti, armati di bastoni e attrezzi vari, avevano fatto irruzione nella sede del Partito Rivoluzionario Democratico (di centrosinistra) della capitale statale Chilpancingo per imporre le dimissioni del governatore Angel Aguirre e poi avevano dato fuoco all’ufficio, provocando danni alle suppellettili, ai computer e ai documenti. Attaccate anche le sedi del partito di destra Pan e di altre forze politiche accusate di essere conniventi con la repressione e il legame tra istituzioni e narcotraffico.


A quasi un mese dai tragici fatti di Iguala non si hanno notizie certe sulla sorte dei 43 studenti scomparsi. Secondo gli inquirenti, gli agenti della polizia municipale di Iguala insieme a quelli del vicino municipio di Cocula hanno consegnato i giovani sequestrati ai membri della gang locale denominata ‘Guerreros Unidos’, obbedendo a un ordine del sindaco José Luis Abarca, da giorni latitante insieme a sua moglie e all’assessore alla sicurezza, sui quali pende un ordine di cattura.

Secondo la dinamica ricostruita dal procuratore Murillo, il sindaco di Iguala fu informato che circa 150 studenti stavano arrivando da Ayotzinapa per protestare contro la controriforma federale del sistema educativo. Temendo che potessero interrompere una iniziativa organizzata da sua moglie – imparentata con alcuni noti trafficanti di droga – diede ordine ai poliziotti di bloccare i manifestanti a qualsiasi costo. Quando un poliziotto sparò contro i giovani uccidendone uno i suoi colleghi aprirono il fuoco indiscriminatamente contro gli studenti che cercavano di scappare, compiendo una vera e propria strage. Per errore i poliziotti e i sicari hanno addirittura aperto il fuoco contro un autobus a bordo del quale viaggiavano i giocatori di calcio della squadra locale, i Chilpancingo Hornets.

Nel maldestro tentativo di eliminare le prove del massacro i responsabili politici del comune decisero di far sparire il numero maggiore possibile di ‘testimoni’: decine di studenti furono sequestrati dagli agenti – mentre altri scamparono nascondendosi per più di 24 ore – portati prima nel commissariato di Iguala, poi consegnati agli agenti di Cocula e da questi ai Guerreros Unidos. Secondo l’inchiesta i banditi avrebbero portato i giovani in un terreno a pochi chilometri da Iguala, nella località di Pueblo Viejo, a bordo di un pulmino bianco poi ritrovato alcuni giorni dopo, insieme a nove fosse comuni in cui sono stati ritrovati i resti di 30 cadaveri che però, secondi gli esami forensi, non appartengono agli studenti rapiti il 26 settembre.

E c'è chi ipotizza che gli studenti siano stati bruciati vivi: lo afferma padre Alejandro Solalinde, difensore dei diritti umani nella regione, intervistato dall'agenzia Misna. Il religioso ha detto che i ragazzi sono stati legati su una enorme catasta di legna e le fiamme appiccate mentre erani ancora vivi. "Il governo conosce questo sin dall'inizio. Solo che non lo vuole ammettere" denuncia padre Solalinde.

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