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martedì 11 gennaio 2011

AAA Rivoluzione cercasi...

Ne abbiamo parlato relativamente spesso ma senza soffermarci mai troppo a sondare un argomento che ci bolle in testa da sempre (e visto l'andazzo attuale non potrebbe essere altrimenti) e che trova il proprio casus belli in un recente commento apposto dal Fornicatore al duplice messaggio di fine anno Napolitano/Grillo.
Tutto sto cappello introduttivo per dire che butterò giù qualche considerazione sulla Rivoluzione (Madonna che bella parola, già ti senti esaltato quando la pronunci!) in senso ampio del termine.
Riflettere di rivoluzione è oggi una necessità imposta dal mondo in cui viviamo, un mondo che non conosceva tensioni sociali così aspre dai primi anni '80, preceduti da due decenni estremamente attuali; benché a me stia fondamentalmente sulle scatole il mondo fricchettone e buona parte dell'iconografia della sinistra trasandata degli anni '60 e '70 ritengo indiscutibile che, senza la spinta propulsiva del '68 prima e del '77 poi, gran parte delle libertà intellettuali e sociali di cui godiamo e abusiamo oggi (forse ancora per poco) non sarebbero mai esistite: mi riferisco alle tutele dei lavoratori in sede di stipulazione di un contratto, piuttosto che all'emancipazione sociale di un Paese "commissariato" a scopare solo per riprodursi, o alla legge sull'aborto, all'affermazione del diritto di sciopero, a una scuola meno fascio-centrica e sostenitrice (almeno a parole) della cultura come strumento di avanzamento sociale (della serie mio padre è battilamma, ma siccome lo Stato fornisce a chiunque i mezzi per studiare, magari io figlio, un giorno potrò essere ingegnere, medico, ricercatore ecc).
Insomma, per farla breve, quegli anni a me garbano e dovrebbero garbare a chiunque (compresi tanti pirla che hanno scambiato il rock/metal come strumento di divulgazione di puttanate nazi-fasciste) tuttavia, quando sì fa riferimento a quel periodo, troppo spesso sì dimentica che quelle conquiste non sono piovute dal cielo come la manna nella Bibbia, ma sono il risultato di scontri che hanno riversato il malcontento e l'insoddisfazione d'intere generazioni contro istituzioni rappresentative d'interessi ben differenti (per capirci, agli industriali, l'acquisizione di potere decisionale e contrattuale da parte dei lavoratori è SEMPRE stato sui coglioni) che sono stati quanto meno deviati dal proprio corso, grazie ad anni di manifestazioni studentesche ed operaie, nei cui confronti lo Stato ha risposto con la violenza della Celere e dei servizi segreti deviati, anziché attraverso un'attività parlamentare in grado di svecchiare radicalmente mentalità e struttura del sistema Italia. La risposta repressiva degli organi politico-istituzionali della nazione, è stata un seme importante su cui s'è sviluppata un'estesa rete di terrorismo ed eversione di sinistra, che non conobbe eguali nel resto del mondo Occidentale del tempo (fatta forse eccezione per la RAF tedesca).
Spesso do per scontato che la fine di quella stagione sia conosciuta e "chiara" a tutti, in realtà non è così in un Paese la cui memoria storica più remota è lo scudetto dell'Inter nell'89. Non è quindi tempo sprecato precisare che la fine degli anni di piombo non coincise con il raggiungimento della parità sociale che s'era inseguita, anche con violenza, per 20 anni, ma sì chiuse con una nuova rincorsa al sogno americano del consumismo e della ricchezza opulenta, ostentata e pubblicizzata per cancellare dalla memoria l'insuccesso politico, ideologico e militare statunitense nell'ex Indocina Francese, che sul fronte interno produsse un paio di generazioni di sbandati (quelli tornati dal fronte e schifati da quanti non c'erano andati perché imboscati dal papi coi soldi) e una crisi economica superata con la disgregazione della coesione sociale e dei movimenti del '68 da cui è iniziato tutto questo discorso.
Tornando a casa nostra, non risulta infatti casuale che la vera batosta (quanto meno giuridica) sia stata inflitta prevalentemente all'eversione di sinistra e quindi d'estrazione sociale che, in molti casi, è giunta a dissociarsi da principi e modus operandi sostenuti per due decenni. Sorte diversa è stata riservata all'eversione nera che ha, invece, goduto e gode tutt'ora di una sostanziale impunità a ogni livello, dall'esecutore materiale al mandante, dimostrando empiricamente che il coinvolgimento delle istituzioni nella lunga scia di attentati dinamitardi che hanno insanguinato l'Italia a partire da Piazza Fontana nel dicembre '69, non può essere considerata complottismo da fantapolitica.
Il finale con cui s'è chiusa la stagione eversiva nel nostro Paese c'insegna, quindi, che la violenza, anche finalizzata all'interesse collettivo più o meno tale, è destinata al fallimento perché deumanizza chi la pone in essere, snatura i principi da cui s'è mossa e finisce per inimicarsi la sensibilità collettività, anche quella più compiacente verso metodi "diretti" di confronto sociale e politico; i consensi ai brigatisti, infatti, hanno preso a scemare vertiginosamente anche all'interno delle frange sociali più accese quando il terrorismo imboccò la via dell'omicidio.
L'impiego della violenza, quindi, seppur esaltante e allettante sotto molti punti di vista (il mito, distorto per luoghi e tempi, della Resistenza fu una costante per una larga fetta dell'universo brigatista) alla prova dei fatti è fallimentare. Verrebbe dunque da pensare che lo strumento d'affermazione migliore sia quello della protesta "pacifica" ma sì cadrebbe in errore sposando questa tesi perché la semplice indignazione, lo sdegno in salotto davanti alla TV, le marce per la pace di turno, e i cortei studenteschi con le mani infarinate al vento, sono totalmente inutili se non addirittura controproducenti perché avulsi da qualsiasi ritorno a fronte dell'impegno profuso nella propria lotta (vedi gli studenti e la riforma universitaria del dicembre scorso).
Lo scenario finisce così per apparire sconfortante, soprattutto perché i meccanismi che regolano la nostra vita ci fanno sentire giornalmente la propria oppressione. Tuttavia, preservando un minimo d'indipendenza intellettuale (che si raggiunge iniziando a spegnere la tv e scansare Facebook), tutti quelli che non sono come Berlusconi e relativo indotto, possono arrivare all'inaspettata conclusione che l'unico strumento di rivalsa che ancora ci appartiene, risiede nelle nostre tasche. La società dei consumi moderna, quella che per anni ci ha inculcato il comandamento secondo cui il singolo è ciò che possiede, può essere valutata secondo due prospettive differenti. La prima, che conosciamo tutti, è quella filantropica che descrive più o meno criticamente la malsana condizione del cittadino moderno (tutta la sinistra post-comunista italiana, su ste merdate ci campa dalla caduta dell'URSS, basta vedere come il PD sta reagendo ai ricatti industriali della FIAT - 1, 2 -) la seconda, che mai nessuno pubblicizza, pone il consumatore al centro del mercato ma in veste di soggetto attivo, sottraendolo al ruolo passivo di bovino che viene alimentato e munto nei suoi averi fino alle estreme conseguenze. Quando parlo di consumatore attivo, mi riferisco a un soggetto consapevole che il sistema sì regge sulla sua capacità d'assorbire quanti più beni possibile. Alla luce di questa banale ma dirompente ovvietà, la soluzione per uscire dal circolo vizioso che ci attanaglia è quanto mai semplice: smettere di consumare, che non significa fare la vita del barbone, ma chiudere il rubinetto dei bisogni indotti. La crisi dei consumi generata non dall'impossibilità a fruire di strumenti finanziari d'acquisto (ormai non ce la si fa più nemmeno aprendo il finanziamento per 100€ di cellulare) ma per consapevolezza del consumatore, che la moneta se la tiene in tasca, azzererebbe seduta stante l'attuale sistema e gli imporrebbe un radicale rinnovamento, politico economico e sociale. Un consumatore consapevole, infatti, non può e non deve farsi abbindolare dagli incentivi alla rottamazione per tenere a galla un settore industriale morto come quello automobilistico o dall'ennesima offerta di Telecom pubblicizzata dalla Hunziker che di telecomunicazione ne sa quanto Tronchetti Provera, cioè un cazzo (infatti s'è visto che fine ha fatto Telecom...)! Di contro, finirebbe per esigere un sistema intento a creare mercato e ricchezza dal miglioramento della qualità della vita collettiva (della serie meno centri commerciali ricolmi di cazzate e più ambienti umanamente sostenibili) sancito a norma di legge da classi dirigenti che non fanno della politica un mestiere su cui abbarbicarsi, perché retribuite entro livelli da dipendente comune e incentrate sui risultati raggiunti dall'amministratore di turno (quindi il 99% di quelli che stanno in Parlamento oggi, da Berlusconi a Bersani, da Fini a D'Alema, da Pannella a Casini FUORI DAI COGLIONI!).
Utopia? Forse sì, ma a giudicare dai riscontri negativi forniti dalla Confcommercio, che ogni anno posticipa l'inizio della "ripresa", e da quanto sta succedendo in giro per il mondo (a cominciare da Algeria e Tunisia) per l'impennata dei prezzi del genere principe di prima necessità, forse una maggiore consapevolezza ci sarà imposta come clausola base per la semplice sopravvivenza, del resto manca davvero poco al raggiungimento della massa critica.

3 commenti:

  1. Le tue fervide denuncie non finiranno mai di sorprendermi. Un articolo a mio parere inappuntabile;) Complimenti

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  2. "Alla luce di questa banale ma dirompente ovvietà, la soluzione per uscire dal circolo vizioso che ci attanaglia è quanto mai semplice: smettere di consumare, che non significa fare la vita del barbone, ma chiudere il rubinetto dei bisogni indotti"
    Cazzo Luca, se tutti facessero come noi due, saremmo già a metà dell'opera, non credi ?!?

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  3. Assolutamente, anzi per come la vedo io, l'opera sarebbe bella e compiuta perché non esiste alcun ordinamento di nessuno stato che impone coercitivamente al cittadino di "consumare". Il problema sta nel fatto che il consumatore moderno non ha la consapevolezza per rendersi conto di una situazione tanto banale quanto risolutiva.

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