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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2025

Black Sabbath, Master Of Reality: tra fattoni, oscurità e fango

So you children of the world
Listen to what I say
If you want a better place to live in
Spread the word today
Show the world that love is still alive
You must be brave
Or you children of today
Are children of the grave, yeah!

Arrivati a pubblicare il terzo album in appena un anno e mezzo, i Black Sabbath completano idealmente con “Master Of Reality” la fondazione di un sound e di un immaginario che sarà di molti gruppi del rock più duro, heavy-metal in generale ma anche doom, stoner e sludge. L’ascolto in serie dei primi tre capitoli della loro discografia rivela una rapida evoluzione, in deciso allontanamento da alcuni elementi e modelli che sono ancora evidenti ispirazioni del primo album omonimo e, in misura minore, di “Paranoid” (entrambi 1970).

Si possono individuare alcuni passaggi fondamentali, se il lettore ci perdona una certa semplificazione narrativa. Per quanto riguarda il primo album, il brano “Black Sabbath” ha introdotto al mondo sulfureo l’hard-rock inglese, con immagini mefistofeliche e lugubri fendenti di chitarra, mentre la canzone d’amore luciferina “N.I.B” inizia a delineare un nuovo modello che irrobustisce il blues-rock con volumi imponenti. Il secondo album prosegue nella direzione di un rock più duro, esplosivo e pesante, come dimostrato da “Iron Man” e “War Pigs”, con la canzone “Paranoid” a rappresentare una sostanziale (ma importante e influente) eccezione, che miniaturizza un heavy-metal appena nato per ricondurre a un modello di canzone più essenziale.

Questo terzo “Master Of Reality” lavora principalmente in due direzioni: aggiunge nuovi inni di rock duro, prevalentemente sulla direttrice del sound più cupo e potente, mentre lavora ai margini del sound allargandolo ad altri elementi. Senza alcuna intenzione programmatica, che sembra fuori luogo attribuire a Ozzy Osbourne e soci, i primi tre album dei Black Sabbath rappresentano il manuale minimo, o se si vuole essere più pomposi il testo sacro, di tante band heavy degli anni Ottanta e Novanta.

Fattoni, oscurità e fango: il testo sacro di stoner, doom e sludge

Entrando più nello specifico, e lasciando al lettore curioso i già pubblicati approfondimenti miliari su “Black Sabbath” e “Paranoid”, “Master Of Reality” si presenta con otto brani in 34 minuti. I riff di chitarra elettrica distorta sono centrali, caratterizzati da un suono più grave legato a un'accordatura ribassata. C’è quello ossessivo dell’iniziale “Sweet Leaf”, aperta da colpi di tosse campionati di Iommi e sviluppata come una versione più lenta e aggressiva dei brani simili dell’esordio. È un brano per fattoni scritto da fattoni, e tanto basta a renderlo una pietra miliare dello stoner: elevata al cubo, quest’idea diventerà l’inno alla marijuana degli Sleep.

Subito dopo c’è un riff leggendario come quello di “Children Of The Grave”, un galoppo in palm muting che gioca sui power chords e sfocia in più lenti affondi sepolcrali già in pieno doom. Doveroso citare anche il passo medio di “Lord Of This World”, con la chitarra e il basso che saltuariamente fanno un passo nell’abisso, alla fine delle strofe. L'episodio melmoso di “Into The Void” è invece il momento probabilmente più saccheggiato dai gruppi stoner e sludge, con un riff che vede chitarra e batteria accoppiate a insistere sulle note basse prima di mutare in un trotto maestoso. Ad ogni ripetizione dell'alternarsi tra tempo medio e modeste accelerazioni, il sound sembra farsi più ottundente.

Questi brani incentrati sui riff hanno una grammatica abbastanza semplice, i più critici direbbero monotona, e sembrano orientati al sound più che alla composizione. È una ricerca di potenza sonora, che si rafforza con la ripetizione più che con la variazione o lo sviluppo eccentrico. Il riff dell’heavy-metal che i Black Sabbath hanno già perfezionato con “Iron Man” è tanto più forte quanto più si ripete uguale a se stesso, perché ogni volta aumenta lo stordimento, travolgendo l’ascoltatore anche grazie ai volumi generosi degli amplificatori. Le eventuali variazioni, comprese le succitate accelerazioni, fungono soprattutto come momentaneo allontanamento da un centro di gravità ben preciso: il riff di chitarra distorta, cupo e ossessivo, uguale a se stesso.

Il resto dell’album devia comunque da queste canzoni heavy, per motivi differenti. L’insolitamente luminosa “After Forever”, con un testo cristiano che stride con il resto dell’album e Tony Iommi impegnato anche al synth, è l’episodio più stravagante e fuori contesto. Gli altri tre brani sono invece funzionali allo svolgimento dell’album, ne completano ed espandono il linguaggio e, come in un gioco di luci e ombre, permettono di far risaltare ancora di più le canzoni centrare sui riff.

Prima e dopo “Children Of The Grave”, potente nel sound e minacciosa nei versi legati all’apocalisse nucleare, troviamo due strumentali impensabili nei primi due album: “Embryo” è una breve danza medievaleggiante per chitarre; “Orchid” una struggente fantasia per chitarra acustica, dai toni addirittura fantasy. Questa fusione di acustico e lirico con l’elettrico e il fragoroso sarà centrale per molti gruppi heavy-metal, dagli Iron Maiden agli Agalloch e oltre. Non sembra, quindi, una semplice diversione, ma un modo per bilanciare brani più fisici e ossessivi con interludi più lirici e misurati.

Manca all’appello solo, si fa per dire, "Solitude", erede ideale di “Planet Caravan”. È solo apparentemente la classica ballad inserita in un album metal, come diventerà frequente per molte band negli anni Ottanta (Scorpions, Motley Crue, Poison ecc.). Il suo riferimento è in realtà la psichedelia, pur virata al gotico e al decadente: impreziosita dal flauto e dal pianoforte suonato da Iommi, con Osbourne che per una volta misura il canto e opta per un approccio dove prevalgono le sfumature emotive, è in realtà resa onirica dall'insieme di delay e un riff di basso di Geezer Butler che svolge quasi interamente il lavoro ritmico, insieme ai campanelli suonati per l’occasione da Bill Ward. Il testo è attraversato da una dolente desolazione.

Una trilogia irripetibile e la competizione con i due capolavori precedenti

Nel gioco della classifiche, più o meno soggettive, “Master Of Reality” alle volte la spunta sui primi due album. Per chi è cresciuto con Kyuss e Orange Goblin, ma anche Melvins e persino parte del grunge, è facile individuare qui il punto d’origine di molte soluzioni. Dal racconto dei protagonisti sappiamo che fu il primo album composto e registrato con più tempo a disposizione, abbastanza da affinare i brani e tentare anche direzioni un po' diverse. Il ruolo di Tony Iommi è già diventato quello di protagonista, nonostante i contributi fondamentali degli altri tre. I suoi riff prendono spesso l’attenzione dell'ascoltatore, con il basso di Butler e la batteria di Ward che lavorano a supporto. Ozzy Osbourne, che era il ragazzo disperato dinanzi a Satana nel primo brano dell’esordio e il mostro di ferro di “Iron Man”, vede un po' ridursi il suo ruolo: escluso (ovviamente) dagli strumentali, messa in soffitta l’armonica e senza possibilità (o capacità?) di seguire l’evoluzione in direzione sludge, doom e stoner, rappresenta forse il meno allineato all’evoluzione della band. Per uno dei casi della storia del rock, però, il suo timbro un po' nasale, il suo cantato abbastanza vicino al parlato e il suo stile ansioso e alienato riescono a contrastare con il lugubre assalto degli altri tre, risaltando nell’arrangiamento mentre il resto s’impasta in un magma sonoro di grande potenza.

In patria “Master Of Reality” confermò il successo di pubblico arrivando al quinto posto in classifica, meglio dell’esordio e solo poco peggio del primo posto ottenuto da “Paranoid”. Negli Stati Uniti, l’ottavo posto in classifica rappresenta il miglior risultato commerciale ottenuto dagli album di studio della band. Le certificazioni delle copie vendute, nel tempo, confermano il grande entusiasmo statunitense: al disco d'oro in patria si contrappone un doppio platino oltre Oceano a testimoniare il superamento dei due milioni di copie vendute.

Nonostante sia il terzo di tre album rimasti nella storia della musica heavy, e uno dei tanti di una vasta discografia, al momento in cui viene scritto quest’articolo due canzoni di “Master Of Reality” sono tra le dieci più ascoltate della band su Spotify: “Children Of The Grave” (intorno ai 180 milioni di stream, al numero sei) e “Sweet Leaf” (circa 89 milioni di stream, al numero dieci). 

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23/07/2025

Morto Ozzy Osbourne, leggenda dell'hard & heavy

È morto a 76 anni Ozzy Osbourne, leggenda dell'heavy metal e voce della band britannica dei Black Sabbath. Lo riporta la Bbc. Osborne, malato da tempo, aveva partecipato a un concerto-evento di addio alle scene dei Black Sabbath un paio di settimane fa a Birmingham, città d'origine della celebre rock band.

All’anagrafe John Michael Osbourne, Ozzy nasce il 3 dicembre 1948 in un sobborgo operaio dell’Inghilterra postbellica. Cresce tra ristrettezze economiche e noia esistenziale. Quarto di sei figli (due fratelli, Paul e Tony, e tre sorelle: Jean, Iris e Gillian), vive un’infanzia difficile, segnata da condizioni familiari precarie e da disturbi del linguaggio: è dislessico e balbuziente. Ma proprio da questo disagio germoglia il seme di una rivoluzione.

A quindici anni lascia la scuola e comincia a collezionare mestieri: muratore, idraulico, attrezzista, operaio in una fabbrica d’auto, macellaio in un mattatoio. Nessuno di questi lavori fa per lui. Finché, insieme a Tony Iommi – uno dei compagni di scuola che più detestava – Geezer Butler e Bill Ward, dà vita ai Polka Tulk Blues Band. Dopo qualche cambio di nome e formazione, il gruppo assume definitivamente il nome di Black Sabbath, ispirato al titolo americano del film di Mario Bava I tre volti della paura.

Con i Sabbath, Ozzy scrive alcune delle pagine fondamentali dell’heavy metal. Brani come “Paranoid”, “War Pigs” e “Iron Man” diventano inni generazionali: suoni cupi, riff minacciosi, testi che parlano di guerra, alienazione, incubi e stregoneria. Il 13 febbraio 1970, con l’uscita dell’album d’esordio “Black Sabbath”, nasce ufficialmente il metal. E Ozzy ne diventa la voce più iconica.

Il successo, però, arriva insieme ai demoni. E Ozzy non si tira indietro: li abbraccia con tutta l’intensità possibile. Diventa il simbolo stesso dell’eccesso: alcol, LSD, cocaina — la sua è una vita in continuo trip. La mitologia rock si nutre dei suoi episodi leggendari: sniffa formiche sul marciapiede durante un tour con i Mötley Crüe (in una delle più assurde sfide tossiche della storia del rock, insieme a Nikki Sixx), morde la testa di un pipistrello lanciato sul palco scambiandolo per un pupazzo (non lo era). Episodi grotteschi, a metà tra l’horror e il surreale, che lo trasformano in una figura pop ancor prima che Mtv lo consacri con “The Osbournes”, il primo reality rock della televisione.

Nel 1979 viene cacciato dai Black Sabbath per abuso di sostanze. Colto da una psicosi maniaco-depressiva, si chiude in una stanza d’albergo a Los Angeles e ci resta per quasi un anno, immerso nell’alcol e nelle droghe, devastato dalla fine della sua avventura con la band. È l’inizio del tracollo. Ma poi, grazie all’aiuto di Sharon Arden – figlia del manager dei Sabbath e futura moglie – Ozzy si rimette in piedi e dà vita a un nuovo progetto solista. Al suo fianco, un giovane chitarrista destinato a diventare leggenda: Randy Rhoads.

Con “Blizzard Of Ozz” e “Diary Of A Madman” torna prepotentemente sulla scena. La voce graffiante, i testi gotici e allucinati, lo stile immediatamente riconoscibile: Ozzy si conferma uno dei più grandi frontman della storia del rock. Anche dopo la tragica morte di Rhoads — scomparso a 25 anni in un incidente aereo — Ozzy prosegue la sua corsa, firmando dischi fondamentali come “No More Tears” e “Ozzmosis”, e accanto a lui un altro chitarrista destinato al culto, Zakk Wylde.

Nel 2011, dopo anni di voci e smentite, viene ufficializzata la tanto attesa reunion dei Black Sabbath nella formazione originale. L’annuncio arriva l’11 novembre alle 11:11 al Whisky a Go Go di Los Angeles: nuovo album in arrivo e tour mondiale previsto per il 2012. Ma a gennaio, la diagnosi di un linfoma a Tony Iommi costringe la band a ridimensionare i piani. Le date europee vengono cancellate e sostituite dai concerti di “Ozzy & Friends”, supergruppo che include, tra gli altri, Zakk Wylde, Geezer Butler e Slash.

Nel 2013 esce finalmente “13”, primo disco dei Sabbath con Ozzy alla voce dai tempi di “Never Say Die”. Intanto, la sua vita privata continua a oscillare tra caos e leggenda: il matrimonio con Sharon, tre figli e l’esposizione mediatica grazie a MTV, che ne fa una delle famiglie più famose (e disfunzionali) del rock. Ma dietro la maschera, tornano le cadute, le cliniche, i fantasmi. Nel 2020 arriva la diagnosi del morbo di Parkinson, e con essa il lento ritiro dalle scene.

Nonostante tutto, Ozzy pubblica due lavori, “Ordinary Man” e “Patient Number 9”, che suonano come struggenti addii. Poi, tra pandemia e convalescenze, si fa largo il sogno di un ultimo ritorno. Il 5 luglio 2025, quel sogno prende forma: “Back to the Beginning”, concerto d’addio a Birmingham, chiude il cerchio di una carriera irripetibile. Ozzy, fragile ma ancora potente, canta seduto su un trono le ultime “Iron Man” e “Paranoid”. Sul palco, insieme a lui, i Sabbath e ospiti d’eccezione come Metallica, Tool e Gojira.

"Non mi sento davvero il padre del metal o del rock. Al massimo, un fratello maggiore", dirà più volte. Ma in quanto a carisma, follia e impatto sulla sua scena, nessuno è mai stato come lui.

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07/07/2025

Black Sabbath: l'ultimo concerto con Ozzy Osbourne a Birmingham

Il 5 luglio 2025, al Villa Park di Birmingham, i Black Sabbath si sono riuniti per l’ultima volta nella formazione originale – Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward – per “Back to the Beginning”, un concerto celebrativo e d’addio ideato da Tom Morello. L’evento, andato sold-out in pochi minuti, ha richiamato 45.000 spettatori allo stadio e migliaia di fan collegati in streaming da ogni parte del mondo, nonostante alcuni disguidi tecnici e ritardi nella trasmissione.

Il live si è sviluppato come una lunga maratona rock-metal, con le più importanti band della scena internazionale impegnate a reinterpretare i classici dei Sabbath e del repertorio solista di Ozzy. I Mastodon hanno aperto con una potente versione di “Supernaut”, seguiti dai Rival Sons con “Electric Funeral”, dagli Anthrax con “Into The Void” e dai Lamb of God con “Children Of The Grave”. A seguire, vari supergruppi composti da artisti presenti nel cast hanno portato sul palco riletture sorprendenti: Lzzy Hale ha dato voce a “The Ultimate Sin”, Jack Black ha infiammato “Mr. Crowley”, mentre Yungblud ha emozionato con una versione intensa e inaspettata di “Changes”.

Tra i momenti più eclatanti, le performance degli Alice in Chains e dei Gojira, un epico “drum off” su “Symptom Of The Universe” con Travis Barker, Chad Smith e Danny Carey, e una sequenza di omaggi con brani come “Breaking The Law”, “Bark At The Moon”, “Walk This Way” e “Whole Lotta Love”, interpretati da ospiti d’eccezione come Billy Corgan, Sammy Hagar, Steven Tyler e Ron Wood.

Nella seconda parte dello show si sono alternati i Pantera con “Planet Caravan” ed “Electric Funeral”, i Tool con “Hand Of Doom” e gli Slayer con una travolgente “Wicked World”. I Guns N’ Roses hanno dedicato quasi tutto il set ai Sabbath, rispolverando “It’s Alright”, “Never Say Die”, “Junior’s Eyes” e “Sabbath Bloody Sabbath”, prima di chiudere con le loro “Welcome To the Jungle” e “Paradise City”.
I Metallica hanno spaziato tra propri classici, come “Master Of Puppets”, e omaggi sabbathiani come “Hole In The Sky” e “Johnny Blade”.

Al calare della sera, Ozzy Osbourne ha fatto il suo ingresso su un trono nero, aprendo la parte finale dello show con una selezione dai suoi album solisti: “I Don’t Know”, “Mr. Crowley”, “Suicide Solution”, “Mama, I’m Coming Home” e “Crazy Train”. Poi, il momento tanto atteso: Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward lo raggiungono sul palco. Per la prima volta dal 2005, i Black Sabbath originali tornano a suonare insieme, chiudendo il cerchio con “War Pigs”, “N.I.B.”, “Iron Man” e “Paranoid”.

Si è concluso così “Back to the Beginning”, un rito collettivo, solenne e vibrante, che ha celebrato non solo una band leggendaria, ma anche Birmingham e l’intera cultura metal.


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Dalla nostalgia al culto dei morti il passo è brevissimo...

16/08/2022

Black Sabbath - 1970 - Paranoid

I primi Black Sabbath sono una band inarrestabile, la cui creatività viene rapidamente messa a disposizione del pubblico: l’esordio omonimo, pubblicato in Inghilterra nel febbraio 1970 e negli Stati Uniti a giugno dello stesso anno, viene subito seguito da un secondo album, “Paranoid”, pubblicato in patria nel settembre e negli Stati Uniti quattro mesi dopo, nel gennaio 1971.

Nel luglio 1971 si aggiunge anche “Master Of Reality”, così da totalizzare tre album in 17 mesi.  D’altronde il capolavoro con cui hanno delineato alcuni tratti dell’heavy-metal e del doom è stato registrato in poche ore, seguendo uno stile che riduce al minimo gli interventi di perfezionamento e post-produzione. Sull’onda degli entusiasmi di certo pubblico per “Black Sabbath”, e nonostante le feroci stroncature di molta critica, Ozzy Osbourne e compagni cercano di capitalizzare il discreto posizionamento nella classifica inglese, dove arrivano fino all’ottavo posto, tornando in studio già nel giugno del 1970. 

Quando si trovano a registrare, però, c’è bisogno di un filler di circa tre minuti e così il chitarrista Tony Iommi propone un suo riff, semplice e ficcante, sul quale il bassista Geezer Butler scrive all’impronta un testo che Ozzy Osbourne legge praticamente quando stanno già provando, live in studio, con i nastri in movimento. Il brano è semplice e diretto, costruito su una pentatonica di Mi che funge da locomotiva di una canzone fortemente chitarristica, che attorno a questo strumento nasce e si sviluppa. Il testo, che non cita mai la parola “paranoid” e che pare debba il suo titolo a uno dei soprannomi affibbiati a Butler, è un perfetto esempio del malessere giovanile tanto spesso centrale nella storia dell’heavy-metal. La prima strofa è, in questo senso, iconica:

Finished with my woman
'Cause she couldn't help me with my mind
People think I'm insane
Because I am frowning all the time

Sostanzialmente una canzone sulla depressione, “Paranoid”, che in una versione iniziale comprendeva anche un “The” nel titolo, è diventata l’unica grande hit dei Black Sabbath, grazie alla sua immediatezza. Su Spotify totalizza quasi il doppio degli ascolti del secondo brano più ascoltato della band, peraltro sempre nella scaletta di questo secondo album, “Iron Man”.

Arrivata al quarto posto nella classifica dei singoli nel Regno Unito, con ottimi posizionamenti anche in Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Austria e Sudafrica, “Paranoid” è, anche dopo decenni dalla sua prima pubblicazione, uno dei classici dell’heavy-metal, un brano che ricorre fra gli studenti di chitarra in cerca di cover con cui fare pratica e uno dei punti di svolta per l’intero genere, cristallizzandone, anche con un certo successo commerciale, un modello semplice e vincente. Gli stessi Black Sabbath utilizzeranno il medesimo approccio compositivo per molti altri brani, partendo da un riff di chitarra distorta e poi costruendo su questo nuove canzoni, anche ben più articolate di “Paranoid”. 

È quest’ultimo il caso di un altro classico dell’album, la già citata “Iron Man”, che inizialmente venne chiamata “Iron Bloke”. Se “Paranoid” si ferma dopo 2:48, questa volta si sfiorano i sei minuti di durata. A rubare la scena è, ancora una volta, la chitarra elettrica distorta e assordante di Tony Iommi. “Iron Man” è un brano che già nel suo celebre inizio (affidato a otto battiti meccanici, una voce filtrata e una corda del Mi grave maltrattata) ci racconta dell’allontanamento della band dal blues. Quest’ultimo non prevede niente di meccanico o di artificiale, ma anzi predilige una narrazione fatta di sangue, sudore e lacrime. Se nel blues si racconta il proprio vissuto, qui siamo nel pieno della narrazione fantascientifica, un'avventura che comprende viaggi nel tempo, tempeste magnetiche, colpi di scena e tragiche morti:

He was turned to steel
In the great magnetic field
When he traveled time
For the future of mankind

In questo senso, “Iron Man” è forse il più credibile manifesto dell’heavy-metal, non solo per il titolo e non unicamente per l’assolo, dal trasporto morriconiano sul finale. "Iron Man" ha vissuto una seconda giovinezza con il famoso film Marvel omonimo del 2008, nel quale è stata inserita nei titoli di coda, anche se il parallelo con l'eroe dei fumetti si ferma al nome. Il canale televisivo VH1 ha premiato il brano come la migliore canzone heavy-metal di tutti i tempi, una di quelle decisioni che anche chi dissente non faticherà a giustificare.

Il terzo classico, e sia detto senza poter essere tacciati di generosità, è il maestoso brano in apertura, “War Pigs”. Marcatamente di protesta, schierato apertamente contro la guerra come anche altre canzoni dei Black Sabbath, doveva inizialmente incentrarsi sulla “Notte di Valpurga”, un'antica celebrazione pagana della primavera che avveniva la notte tra il 30 aprile e il 1º maggio e che ha una particolare valenza nel culto delle streghe. Geezer Butler considera la celebrazione una specie di Natale per i satanisti e proprio partendo dall’idea del male più assoluto ha sviluppato un brano contro la guerra. Anche quando il titolo è stato cambiato, perché ritenuto eccessivamente satanico, i riferimenti a streghe e maligno del testo sono rimasti intatti. Sono gli anni del Vietnam e, nonostante in Inghilterra il servizio militare non fosse più obbligatorio, molti giovani come Butler temevano di poter essere richiamati al fronte a combattere una guerra percepita come insensata. 

Nei suoi otto minuti scarsi, che comprendono la coda intitolata “Luke’s Wall”, "War Pigs" ha tutto quello che si può chiedere a un classico dell’heavy-metal, sin dai suoi primi due minuti, con i fendenti di chitarra iniziali, lenti profondi e duri, e poi quel gioco di stop’n’go che ha fatto storia, con i versi iniziali giustamente entrati nelle antologie del rock:

Generals gathered in their masses
Just like witches at black masses
Evil minds that plot destruction
Sorcerers of death's construction
In the fields, the bodies burning
As the war machine keeps turning
Death and hatred to mankind
Poisoning their brainwashed minds

Dopo, però, un groove che è una delle ultime rimanenze blues dell’album funge da pretesto per aumentare la tensione, in attesa del primo assolo e soprattutto come anticipazione della seconda parte, che ripercorre in buona sostanza la prima, salvo evolvere verso un più articolato e psichedelico assolo di Iommi, prima imperniato su una frase melodica e quindi, anche per effetto delle iniezioni ritmiche di Bill Ward alla batteria, più liberamente ed epicamente sviluppato in un canto tragico dello strumento, secondo un epos che nella discografia dei Black Sabbath è meglio espresso solo nella già analizzata "Iron Man".

A questi tre classici si uniscono altri cinque brani che non possono forse stare alla pari ma, non per questo, mancano di motivi di interesse.

In ordine di scaletta, il primo è “Planet Caravan”, l’omaggio psichedelico dell’album cantato attraverso un amplificatore Leslie. È idealmente accoppiabile con “Solitude”, che sarà inserita nel successivo album “Master Of Reality” (1971), ma rispetto a quella è più luminosa nei suoi riflessi allucinati e cosmici e più creativa nel contesto del loro canzoniere, essendo il primo brano in cui la band rinuncia ai panni di metallari per allargare gli orizzonti. La canzone ha un suo culto e non a caso è stata coverizzata dai Pantera oltre a essere stata utilizzata in una missione Nasa nel 2020.

Altri due brani sono invece meno famosi ma fondamentali per l’heavy-metal, a livello di tematiche e di suoni. Il primo, “Electric Funeral”, è un concentrato di immagini apocalittiche dettato dalle tensioni nucleari dell’epoca, praticamente il prototipo di classici apocalittici come “
Raining In Blood” e di tanti incubi atomici messi in musica metal negli anni Ottanta. I versi iniziali sono un modello copiato infinite volte:

Reflex in the sky
Warn you you're gonna die
Storm coming, you better hide
From the atomic tide
Flashes in the sky
Turns houses into sties
Turns people into clay
Radiation, minds decay

L’altro brano è “Hand Of Doom”, un esercizio di tensione e un nuovo show chitarristico, con in più un minaccioso giro di basso e un testo che descrive l’incubo della droga.

Come per “Electric Funeral”, anche in questo caso una serie di miglioramenti nelle tecniche di registrazione e un affinamento del concetto stesso di heavy-metal avrebbero forse permesso a questi brani di esprimere pienamente il loro potenziale, portandoli ai livelli del trittico “Paranoid”-“Iron Man”-“War Pigs”. Gli appassionati e tante band, però, hanno saputo individuare in queste composizioni un modello da studiare ed elaborare. La “Hand Of Doom” che gli Slayer e la “Electric Funeral” che i Pantera hanno registrato per il tribute album “Nativity In Black II” (2000), per esempio, suggeriscono quanto brani come questi siano nel Dna di tante formazioni successive. 

A chiudere la scaletta due brani molto diversi fra loro: lo strumentale “Rat Salad” è una jam costruita attorno all’assolo di batteria di Bill Ward, secondo un modello interpretato da tante altre formazioni hard’n’heavy dell’epoca e oggi un po’ obsoleto (si pensi a “Moby Dick” dei Led Zeppelin o “The Mule” dei Deep Purple); “Fairies Wear Boots” (conosciuta nell’edizione statunitense come “Jack The Stripper/Fairies Wear Boots”) è un altro brano chitarristico, elaborato e avventuroso anche nel testo, della stessa risma di “Iron Man” e “War Pigs”, ma senza un riff leggendario e per questo fermo un gradino sotto. 

Insieme all’esordio omonimo e al successore “Master Of Reality”, “Paranoid” ha contribuito a formare l’idea stessa di heavy-metal.

In quanto opera centrale di una trilogia, contiene qualcosa che appartiene ancora al primissimo periodo della formazione ma anche alcuni degli elementi che si possono ascoltare nel terzo, altrettanto importante, album. Se “Black Sabbath” ha segnato la nascita di un evoluto hard’n’heavy sulfureo e spettacolare ancora in contatto con il blues, “Paranoid” ha traghettato quel suono pienamente nell’heavy-metal, delineando anche alcune tematiche e soluzioni tipiche del genere, soprattutto nel reparto chitarristico, anticipando peraltro le maggiori aperture ad altre sonorità del suo successore. Ha inoltre sostituito molto dell’orrore gotico degli esordi con tematiche sociali quali guerra e dipendenze, pur affrontate con qualche ingenuità, e cercato nella potenza, e non nella velocità, la sua dimensione caratterizzante.

Quando si potrà avere sia potenza sia velocità, queste idee diventeranno il punto di partenza per una nuova ondata di metallari inglesi, e quando si vorrà esasperare solo l’aspetto lugubre dei lenti, distorti riff di Iommi, allora le varie “Iron Man”, “Electric Funeral”, “Hand Of Doom” diventeranno il punto di partenza per tante band stoner, sludge e doom. Pensare che gli Electric Wizard, titolari del capolavoro “Dopethrone” (2000), debbano il loro titolo proprio a una crasi fra “Electric Funeral” e un brano dell’esordio dei Black Sabbath, “The Wizard”, restituisce bene l’idea della fondamentale influenza della formazione inglese.

Unico vero successo in classifica per i Black Sabbath, "Paranoid" ha venduto nei decenni successivi oltre 4 milioni di copie solo negli Stati Uniti: un tipico caso di long seller, che ha resistito all’astio dei critici contemporanei.

Cinquant’anni dopo è da considerarsi non solo un classico dell’heavy-metal ma di tutto il rock degli anni Settanta, anche se la sua influenza sarà esercitata soprattutto nei due decenni successivi. E tutto questo nonostante la copertina, una foto scattata da Keith Macmillan di Roger Brown, sia stata concepita con l’idea che il seguito di “Black Sabbath” dovesse chiamarsi “War Pigs” senza aver nulla a che vedere con il titolo poi scelto, “Paranoid”. Sarà Osbourne a commentare a modo suo la cosa, in un’intervista del 1998 di Phil Alexander: 

What the fuck does a bloke dressed as a pig with a sword in his hand got to do with being paranoid, I don't know, but they decided to change the album title without changing the artwork

Fonte

10/10/2021

Black Sabbath - 1971 - Iron Man

I am iron man
Otto battiti della cassa di Bill Ward, secchi, lenti, minimali e meccanici, per introdurre uno dei fendenti di chitarra più famosi, importanti, influenti di sempre: la corda più spessa della chitarra elettrica di Tony Iommi, il Mi grave, tenuta premuta oltre la fine della tastiera e poi rilasciata, tanto da farle emettere un minaccioso lamento metallico da accoppiare alla voce filtrata, robotica, inumana di Ozzy Osbourne, leggenda vuole ottenuta cantando attraverso le pale di in un ventilatore ma più probabilmente il risultato di un uso del ring-modulator assai intenso. In neanche trenta secondi, “Iron Man”, il singolo del 7 ottobre 1971 degli inglesi Black Sabbath, si dimostra un brano impossibile da dimenticare, stravagante fino a potersi definire unico nel suo genere. A proposito proprio di genere: già da questo mezzo minuto scarso, è chiaro che qualcosa di diverso c’è rispetto a “Evil Woman”, il brano dei Crow usato dalla band come primo singolo della carriera, a gennaio 1970. Della matrice blues, in questo battito meccanico, nella chitarra mostruosamente deformata, nella voce androide non è rimasto nulla. Ma “Iron Man” è molto di più di un allontanamento dal blues e dal fratello minore blues-rock, ancora presente in buone dosi sul capolavoro “Black Sabbath”, perché insieme a una manciata di altri fondamentali brani aiuta a definire i confini che dividono l’hard-rock, etichetta sotto la quale ricade almeno in parte il leggendario esordio dei quattro di Birmingham, dall’heavy-metal. Non ci può essere, d’altronde, niente di più metallico di un uomo di ferro, converrete anche voi.

Battute a parte, “Iron Man” è un brano che già nel suo celebre inizio ci racconta di un cambiamento marcato avvenuto nella storia del rock e sostanzialmente riassumibile con l’allontanamento dall’impronta emotiva ed estetica del blues. Quest’ultimo non prevede niente di meccanico o di artificiale, ma anzi predilige una narrazione fatta di sangue, sudore e lacrime. Se nel blues si racconta il proprio vissuto, qui siamo nel pieno della narrazione fantascientifica, un'avventura che comprende viaggi nel tempo, tempeste magnetiche, colpi di scena e tragiche morti.

Ricostruiamo però come accade che “Iron Man” diventi un singolo, prima di esplorare il resto del brano. Il già citato esordio è pubblicato il venerdì 13 febbraio 1970, ovviamente non una data casuale per dei mattacchioni come Ozzy e soci, e riscuote un buon successo in Gran Bretagna e Stati Uniti, nonostante l’opposizione di tanti critici, compreso il celebre Lester Bangs, che ne criticano aspramente alcuni aspetti che poi diventeranno quelli amati da tantissimi metallari. La band torna in studio nel giugno 1970, vorrebbe chiamare il secondo album “War Pigs”, ma alla fine opta per “Paranoid”, sulla scia di un breve brano scritto, a detta di Bill Ward, in 20-25 minuti durante le session e perfetto per essere un biglietto da visita per un pubblico più vasto, vista la struttura semplice e la durata contenuta uniti ai volumi imponenti. Rimarrà il loro più grande singolo di successo in patria e una buona hit negli Stati Uniti, forse il loro brano più mainstream, ma ha comunque il difetto di non rappresentare al meglio cosa stava avvenendo di più rilevante nello stile della formazione, che in realtà si trovava sempre più a suo agio con brani lunghi, pesanti e complessi, e non certo con brevi rock’n’roll corazzati, pur se avvincenti. Per quanto poi "Paranoid" sia anch'esso un classico, modello di riferimento per un certo modo di fare heavy-metal in Inghilterra, non è neanche lontanamente il brano più visionario e ambizioso del disco.

La già citata “War Pigs” è un ottimo esempio di dove stesse puntando la formazione: quasi 8 minuti di durata, riff distorti di chitarra a profusione, lunghe fughe strumentali e ampie esplorazioni psichedeliche. L’altro brano di “Paranoid” a fotografare questa evoluzione fondamentale per tutto l’hard-rock e l’heavy-metal è “Hand Of Doom”, 7 minuti che hanno contribuito a nominare un intero sottogenere e che fanno dell’avventuroso stile compositivo il proprio punto forte, insieme all'inedito modo di utilizzare lo spazio compositivo sfruttando i contrasti fra pieni e vuoti, esplosione e desolazione.

Con questi brani freschi di pubblicazione in patria i Black Sabbath arrivano anche negli Stati Uniti, nell’ottobre del 1970, ma per evitare di cannibalizzare il successo dell’esordio rimandano la pubblicazione dell'album “Paranoid” oltreoceano: arriverà in terra americana solo nel gennaio 1971.

Per promuovere i primi tour torna comoda la pubblicazione di un secondo brano, e così succede che “Iron Man” diventa il primo singolo di discreto successo statunitense per la formazione inglese: arriva al numero 52 di Billboard, e per fare meglio toccherà aspettare addirittura "Psycho Man" del 1998. In Inghilterra il singolo non viene neanche pubblicato, rimanendo un'esclusiva di Canada e Usa.

È una strana storia, ma in qualche modo "Iron Man" entra nella storia del rock americano, aiutando a fare di "Paranoid" un album quattro volte platino negli Stati Uniti e platino in Canada, mente in patria si ferma al disco d'oro. La versione del singolo, abbreviata a 3:33 e tagliata nella seconda metà, è però minore rispetto a quella dell'album, che avevamo iniziato a descrivere e che rimane invece il nostro riferimento per il resto di questo approfondimento. Dopo l'iconico inizio, arriva un riff di cinque accordi, cadenzato e assordante, ai quali risponde una seconda parte di riff appena più articolata, a creare l'impalcatura fondamentale del brano, delimitando lo stile heavy-metal in modo definitivo: è un manifesto di potenza sonora, un passo lento e colossale, avvincente e assordante.

Dopo il lamento dissonante e il riff portante, il brano inizia a svilupparsi anche narrativamente, dando seguito agli indizi già concessi all’ascoltatore in apertura. Scopriamo così che Geezer Butler, bassista e compositore del testo, ha deciso di raccontare una stravagante avventura fantascientifica, dai risvolti apocalittici e con un avvitamento narrativo sorprendente.

L’essere dalla voce robotica dell'inizio solleva molti interrogativi nelle persone che lo incontrano: ci si chiede se sia pazzo, se possa vederci o se riesca almeno a camminare senza cadere, se dobbiamo considerarlo vivo o morto e se, in definitiva, dobbiamo concedergli la nostra attenzione o semplicemente non preoccuparcene. Sono due quartine che in realtà aumentano il senso di mistero, incuriosiscono più che spiegare e costringono a proseguire l'ascolto, se non altro per soddisfare la propria curiosità.

La terza e quarta strofa sono quelle cruciali per capire chi sia l’uomo di ferro del titolo. Scopriamo che era un individuo come noi, che è riuscito a viaggiare nello spazio e osservare il futuro dell’umanità ottenendo in cambio una minacciosa visione apocalittica. Durante il viaggio di ritorno sulla Terra, attraversa un potente campo magnetico, si trasforma chissà come in un pesante essere di metallo e rimane isolato nel suo corpo ormai alieno, profondamente diverso da quando partì. Le persone, tutt'altro che impietosite dalla sua condizione di mostro di metallo incapace anche solo di comunicare la sua terribile previsione sul futuro, lo trascurano, quando non lo deridono, fino a fomentare in lui un profondo desiderio di vendetta: l’umanità che lui vorrebbe salvare da un futuro avverso è la stessa per la quale cerca una terribile, sanguinaria punizione.

Dopo tre minuti, quel "Now he has his revenge" rappresenta il plot-twist narrativo ed è accompagnato da una svolta anche nella componente musicale in senso stretto: il passo lento diventa una cavalcata di blues-rock incendiario e quindi un bombardamento chitarristico che poi riconduce, con rinnovata potenza, al riff portante, lento e pesante come il passo dell'uomo di ferro. I tempi sono maturi e lo strano essere metallico è pronto a scatenare la sua rabbia sulle persone che avrebbe voluto salvare, e che ora diventano le sue vittime designate. Proprio per non aver ricevuto attenzione e aiuto, ha progettato la sua terribile vendetta.

In definitiva, il metallico protagonista che urla il suo nome in apertura diventa il motivo dell’apocalisse che aveva intravisto nel futuro, facendo di “Iron Man” un curioso esempio di profezia che si autoavvera.

Dopo 4 minuti e 20 secondi, chiusa l'ultima strofa con un proclama supereroistico come "Iron man lives again", il brano si prepara al suo pirotecnico finale. La velocità s'impenna, Butler e Ward si sfidano in un testa a testa supersonico che funge da febbricitante tela sonora sulla quale Iommi può sfogare la potenza della sua chitarra, prima tornando ai fendenti metallici dell'apertura, poi imbastendo un tema epico, morriconiano, che vortica su se stesso più volte, prima di fermarsi perentoriamente in un ultimo colpo di teatro da infarto.

"Iron Man" ha vissuto una seconda giovinezza con il famoso film Marvel omonimo del 2008, nel quale è stata inserita nei titoli di coda, anche se il parallelo con l'eroe dei fumetti si ferma al nome. Il canale televisivo VH1 ha premiato il brano come la migliore canzone heavy-metal di tutti i tempi, una di quelle decisioni per le quali anche chi dissente non faticherà a giustificare. I Black Sabbath nel frattempo hanno pubblicato altri 17 album, l'ultimo dei quali, nel 2013, ha chiuso la carriera. Per il concerto finale, il 4 febbraio 2017 nella loro Birmingham, hanno dovuto selezionare 17 brani da una carriera ultraquarantennale, e fra questi non poteva mancare "Iron Man".
Has he lost his mind?
Can he see or is he blind?
Can he walk at all
Or if he moves will he fall?
Is he alive or dead?
Has he thoughts within his head?
We'll just pass him there
Why should we even care?
He was turned to steel
In the great magnetic field
When he traveled time
For the future of mankind
Nobody wants him
He just stares at the world
Planning his vengeance
That he will soon unfurl
Now the time is here
For iron man to spread fear
Vengeance from the grave
Kills the people he once saved
Nobody wants him
They just turn their heads
Nobody helps him
Now he has his revenge
Heavy boots of lead
Fills his victims full of dread
Running as fast as they can
Iron man lives again
Fonte

02/02/2017

Solitude


Come ci si sente al mattino quando si percorrono periferie un tempo borghesi ed ora parificate dallo squallore della crisi alle borgate più anonime e percorse da un sentimento di desolata sconfitta per un presente che si ripete sempre uguale a se stesso.

31/12/2016

Capisaldi 2016

Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.

A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.

Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.

C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.

A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.

Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.

Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.

Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.

Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.

Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.

Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.

Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...

Tanta roba per il trio romano dunque!