Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2020

Geraldina Colotti: De Andrè ai tempi del coronavirus

È peggio rapinare una banca o fondarla? Ai tempi in cui i versi di Brecht o, almeno, le strofe di De André (“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”) erano la colonna sonora di uno scontro di classe che toglieva letteralmente le braghe alla storia, avremmo sputato in faccia a due sordidi lati del problema: la carità pelosa di chi, dopo essere stato parte del sistema, ci invita a “donare” le briciole, e i poliziotti di tutte le risme che stanno a guardia di questa società divisa in classi, e per questo inventano complotti mafiosi se la gente esce dai supermercati senza pagare la spesa.

Invece, oggi, di fronte al popolo dei senza-diritti che non può comprarsi da mangiare, scattano in contemporanea due riflessi: quello dei sepolcri imbiancati che denunciano lo “scandalo” della povertà senza muovere un dito, e quello dei giustizialisti, che difendono la legalità borghese.

Una legalità che ti uccide con le mani pulite, perché nega i diritti basici e la dignità, rendendo l’oppresso un mendicante che può solo essere un assistito, ma non un essere umano cosciente del posto che occupa nella società divisa in classi.

Un “caso umano” che può catturare un po’ di audience se sale su un ponte per denunciare un licenziamento o un abuso, ma che diventa immediatamente un delinquente da mettere in galera se viola le regole di una società basata sull’ingiustizia sociale.

L’esplosione di questa pandemia riporta alla materialità dei rapporti di sfruttamento, smaschera alibi e ipocrisie, fa giustizia delle trappole in cui è finito ingabbiato il conflitto sociale. Ma davvero c’è qualcuno che, a fronte dei miliardi che ha guadagnato in questi anni il grande capitale internazionale (60 famiglie detengono la ricchezza di tutto il pianeta) si può indignare se il popolo dei senza diritti si riempie il carrello della spesa perché non ha da mangiare?

Qualcuno si è chiesto quanto denaro abbiano intascato quei “benefattori” per essere così generosi da regalare adesso diversi milioni di euro per paura che il proletariato gli chieda davvero i conti come sempre è accaduto nelle rivoluzioni popolari?

E quanti soldi sono stati spesi per foraggiare un circo emergenziale di giudici magistrati, carri armati e polizie nel nostro martoriato sud, quando quei soldi sarebbe bastato destinarli al lavoro, alla salute o all’educazione?

Non è il “volontariato” che deve farsi carico delle politiche pubbliche. Non è l’esercito che deve controllare i supermercati. Sono i capitalisti che devono restituire quello che hanno rubato in questi anni di neoliberismo sfrenato, consentito da politiche complici e consociative di cui gran parte di queste ex sinistre si dovrebbero vergognare.

Si può fare? Sì, si può fare, anche se noi non abbiamo esempi in Europa. Ma esistono altri continenti. La Cina ha dato la sua lezione. Cuba ha dato la sua lezione. Il Venezuela bolivariano, benché assediato in modo criminale dal cowboy della Casa Bianca e dai suoi subalterni, sta dando una lezione. Non è il socialismo ad aver fallito, ma il capitalismo. Questa pandemia lo dimostra.

Mentre in Italia aumenta il numero dei morti – oltre 10.000 – morti spesi sull’altare del capitalismo, alle 6 della sera, dalle finestre si sente cantare l’inno nazionale. L’inno di un paese imperialista, che inneggia ai “martiri di Nassiria” ma non a quelli che muoiono sul lavoro, in mare, o a causa della NATO di cui siamo servitori.

“Ora sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame”, cantava Fabrizio de André. Erano gli anni '70. I tempi degli “espropri proletari”, delle grandi lotte per il potere, del carcere come “scuola di lotta”. La canzone da cui sono tratte quelle strofe, s’intitola “Nella mia ora di libertà”. Dice: “Di respirare la stessa aria di un secondino, non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà...”. È la “canzone del maggio”, il Maggio francese contro le gabbie e le ipocrisie del capitale. Contro la società disciplinare. Ce n’èst qu’un debut si diceva allora. Sous le pavé la plage. Il fuoco cova, anche ora, sotto la cenere.

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30/01/2019

Il Venezuela e i sinistri “critici-critici”

L’autoproclamazione di Guaidò rappresenta a tutti gli effetti un tentativo di colpo di Stato, ed è davvero difficile, se non impossibile, provare a descrivere diversamente quello che sta avvenendo in questi giorni in Venezuela. Un tentativo che fortunatamente, almeno per ora, non ha avuto gli sviluppi che auspicavano a Washington, ma che però è ben al di la dall’essere stato scongiurato, come dimostra l’esproprio dei conti bancari della PDVSA negli Stati Uniti.

Miliardi di dollari pubblici sottratti allo stato venezuelano e messi arbitrariamente a disposizione di un golpista, il tutto in barba ad ogni legge del diritto internazionale.

Ora immaginate solo per un momento cosa sarebbe accaduto se Bernie Sanders si fosse dichiarato unilateralmente Presidente degli Stati Uniti invitando l’esercito alla diserzione, magari contestando l’irregolarità delle presidenziali del 2016 adducendo come prova l’interferenza dei russi nel processo elettorale. Con ogni probabilità il “mondo civilizzato” che oggi plaude al “giovane ribelle” di Caracas lo avrebbe preso per matto, oppure ignorato. Probabilmente sarebbe stato anche arrestato e processato nel giro di qualche ora, visto che l’ordinamento giuridico nordamericano prevede il reato di cospirazione.

Oppure pensate a cosa sarebbe accaduto se Jeremy Corbyn, dallo speaker corner di Hyde Park, avesse annunciato urbi et orbi di aver spodestato Theresa May, garantendogli però, magnanimamente, l’amnistia. Anche in questo caso la risposta sarebbe stato un pulmino con le lucine blu lampeggianti e una di quelle camice bianche con le maniche lunghe lunghe che arrivano fin dietro la schiena, oltre che a una bella dose di tranquillanti.

E invece dopo nemmeno qualche ora dalla sua autoinvestitura Guaidò, un illustre sconosciuto a cui mancava solo di dichiararsi la reincarnazione di Napoleone, è stato immediatamente riconosciuto come legittimo presidente dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti latinoamericani. D’altronde, verrebbe da chiedersi, se l’imperatore Caligola fece senatore un cavallo, perché mai Trump, che evidentemente si crede anche lui imperatore, non dovrebbe far presidente un asino?

Ieri, dopo i passi falsi all’Oea e all’Onu,  è stata la volta del riconoscimento di Guaidò da parte di Australia e Israele e, tempo qualche giorno, siamo sicuri che arriverà anche la consacrazione formale dell’Unione Europea. La farsa di un mitomane con la feluca immaginaria in testa rischia così di volgere rapidamente in tragedia, come abbiamo già visto in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria, solo per parlare degli “interventi umanitari” di questi ultimi anni.

Ora, di fronte a questo che, come abbiamo detto, è un vero e proprio golpe con mandanti internazionali, ognuno sul pianeta ha svolto diligentemente la sua parte in commedia. Nessuno si è sottratto al suo ruolo.

Televisioni e giornali di tutto il mondo hanno cominciato a costruire il frame orwelliano dentro cui inquadrare un possibile intervento militare: il golpista è così diventato il “giovane ribelle”; il presidente legittimo (democraticamente eletto con il 67,84% dei consensi solo 9 mesi fa) si è trasformato in un “dittatore”, un “despota feroce”; la rivoluzione bolivariana sarebbe in realtà un “regime liberticida” (nonostante dal 1998 ad oggi si sia votato per ben 25 volte); quelli che da noi verrebbero stigmatizzati come dei violenti black bloc sfasciavetrine sono stati invece promossi al ruolo di “combattenti per la libertà” peccato che invece delle vetrine delle multinazionali questi diano alle fiamme biblioteche pubbliche e ambulatori medici; il linciaggio dei chavisti di pelle scura si è tramutato in “azioni di protesta”, e così via traducendo nella neolingua dell’imperialismo.

Anche l’apparto politico di quello che noi veteroleninisti ci ostiniamo a chiamare il centro imperialista non è stato da meno. Centrodestri e centrosinistri, conservatori e liberali, sovranisti e globalisti... tutti hanno messo da parte le differenze ed hanno serrato i ranghi. Dimostrando che quando si tratta di combattere contro chi prova a costruire una società diversa da quella dominata dal mercato non ci sono differenze politiche che tengano.

Fin qui, però, tutto rientra nella “normalità” della funzione che ognuno svolge, più o meno consapevolmente, all’interno della lotta tra le classi. Peccheremmo di ingenuità stupendocene. Meno “normali” e scontate sono state, però, alcune prese di posizione che ci è capitato di leggere in questi giorni da parte di (cosiddetti) compagni che potremmo definire “critici-critici” e che, a golpe ancora in corso, non hanno resistito alla tentazione di salire in cattedra (d’altronde molti di loro sulle cattedre ci lavorano) a dispensare lezioni e reprimende a quei buzzurri dei chavisti.

Due esempi su tutti, anche se la lista si potrebbe allungare di molto.

In un articoletto pubblicato da R/project col significativo titolo “Con il distacco necessario” (leggi), il professor Joseph Halevi, dopo aver inquadrato come un rigurgito campista le manifestazioni di solidarietà con il Venezuela che si sono tenute in questi giorni, e dopo aver premesso lui stesso “non sono uno specialista dell’America Latina”, ci rende prima partecipi dei suoi ricordi di un convegno in Uruguay da cui trasse la conclusione inequivocabile che “i chavisti erano fuori da ogni discorso razionale”. Poi ci rende edotti sul fatto che gli organismi attivi di “potere popolare” altro non erano/sono che le gang delle guapperie di Caracas riorganizzate dal governo ed inquadrate da esso. Prima di Chavez  facevano criminalità di strada. Ora hanno poteri di intervento politico polizieschi col governo che ha dato loro delle moto ecc.”. Infine ci assicura che “Maduro non ha la fiducia della maggioranza della popolazione. Ne sono assai certo.”

In buona sostanza, stando a quello che scrive il professor Halevi, l’esperienza bolivariana si ridurrebbe quindi a un gruppo di fanatici che, grazie a dei criminali comuni plebei, governano senza il consenso dei venezuelani. Amen.

Ad andarci giù ancora più pesante, se possibile, è però il professor Antonio Moscato che, in un articolo pubblicato per il sito Popoff (leggi), ci spiega come in realtà il vero golpista non sia Guaidò, ma... colpo di scena... Nicolas Maduro. Ebbene si, avete letto bene, e questo perché nel 2016 in seguito ad alcune evidenti irregolarità “il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) nominato dalla precedente assemblea a fortissima maggioranza chavista, annullò l’elezione di tre deputati nello spopolato Stato di Amazonas, dichiarando poi decaduta l’intera Assemblea, che avrebbe dovuto essere sostituita da una commissione del TSJ. Era un vero e proprio golpe.” Come se non bastasse il benemerito accademico ultrasinistro, che in realtà ci ricordavamo qualche anno fa intento a spalare merda su Cuba, sposa in pieno la tesi dell’estrema destra venezuelana sulle presunte irregolarità delle recenti elezioni presidenziali arrivando quindi alla conclusione che “pur considerando una sciagura la crescita dell’opposizione di destra e socialdemocratica appoggiata da USA e UE, e che a giudizio di diversi compagni presenti il 23 gennaio è riuscita per la prima volta a coinvolgere alcuni dei barrios tradizionalmente chavisti, non me la sento di considerare LEGITTIMA la rielezione di Maduro, avvenuta a carte truccate.”

Lasciamo a chi legge giudicare quale sia la distanza tra le tesi sostenute da Moscato e quelle portate aventi dall’amministrazione statunitense per giustificare un eventuale intervento militare. Appare grottesco, però, che a muovere critiche così ingenerose siano solitamente personaggi e micro partiti che non hanno mai, nemmeno da lontano, tentato di trasformare in realtà la propria idea di società, e che oggi non riescono a raccogliere consensi nemmeno nel condominio in cui abitano. Ci tornano in mente i versi di De Andrè, mai così puntuali: così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto.

Crediamo che ogni processo reale non possa essere esente da errori, passi falsi, fallimenti e contraddizioni. D’altronde chi apre nuovi sentieri non ha né mappe né manuali a cui rifarsi. E la storia che si fa concretamente nelle strade e nelle fabbriche è fatta di sangue, sudore e merda ed è ben diversa da quella che si immagina nell’ambiente sterile di qualche aula universitaria. Questo non significa che le esperienze non debbano essere sottoposte a critiche anche serrate, anzi. E questo principio vale anche e soprattutto per la rivoluzione bolivariana, in cui la generosità dei compagni si scontra quotidianamente con lo iato materiale che c’è tra “stare al governo” e “stare al potere”. Ma c’è un tempo per la critica e uno per la solidarietà incondizionata con chi viene aggredito, e questo non è certo il momento di mettersi a discettare sugli errori presunti o reali del chavismo. Non è campismo, è internazionalismo. E chi non lo capisce può andare a far in culo!

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E' l'ennesima dimostrazione che esiste un problema enorme con gli intellettuali. 

11/01/2019

Fabrizio De André vent’anni dopo


De André fa parte della grande cultura italiana, nonostante le contraddizioni lancinanti che la sua opera porta con sé. Da decenni è un monumento, per ciò stesso impossibile da affrontare di petto. Cosa si può dire di qualcuno su cui è già stato scritto e detto di tutto, nel bene come nel male? Meglio tacere evitando la certezza del già sentito. Inutile tanto la rimasticazione di temi altrui quanto la provocazione fine a se stessa. De André va salvaguardato dalla sua normalizzazione, un processo d’altronde avviato con lui ancora aggrappato alla vita, e anche questo fa parte delle controversie umane di un uomo d’altri tempi e d’altre tensioni morali. E nonostante ciò, a vent’anni esatti dalla sua morte, mentre il coro mediatico fa gara a ricordarlo, è giusto non lasciare solo ai poveri di spirito la sua memoria.

Fabrizio De André è uno dei pochissimi autori del secondo Novecento italiano in grado di essere “monumentalizzato” senza passare per il nazional-popolare. Fatto questo di per sé significativo della sua grandezza. Una grandezza sempre controversa, in malfermo equilibrio tra cuore e ragione, politica e disimpegno, libertà e religione, intellettualità e popolo. Un uomo che viveva su di sé, rispecchiandola nella sua poetica, tale lacerante incompiutezza. Il senso di colpa è la sua cifra della poetica. L’essenza piccolo-borghese, da cui non si libererà mai, che saprà cogliere lo spirito dei tempi nelle forme ereticali tipiche dei grandi uomini di cultura. Non per forza, o non sempre, condivisibili. Eppure sempre vive, vivificanti, seducenti, spiazzanti. Oggi possiamo dire che la poesia sopravanza la sua musica, i suoi arrangiamenti, le (discutibili) collaborazioni musicali, addirittura la sua voce, però così caratteristica. De Andrè è anzitutto un poeta, poco italiano, più vicino ad altre tradizioni, quella francese ad esempio.

E se dunque non si può ignorare De André a vent’anni, innamorandosene come se avesse già cantato tutto quello che volevamo sentire di decisivo sul mondo e sull’uomo, è oggi che dobbiamo avere il coraggio di non banalizzarlo. Perché è troppo facile. E’ dall’avamposto di una comodità intellettuale costruita anche su “quelli come De André” (sui suoi sbagli, sui suoi limiti) che oggi potremmo agevolmente liquidarne le aspirazioni cristiane, i dilemmi borghesi di fronte alla rivolta, le pericolanti fascinazioni del rischio, il fortissimo moralismo, il pacifismo intellettuale, la bolsa retorica sottoproletaria, e molti altri eccetera. Oggi è facile, era ieri che era difficile. Rimane deluso chi cerca in De André una sponda politica: troppi i limiti. Rimane ancora giustamente folgorato chi ne vede il poeta che riflette su un mondo che fatica ad afferrare, perennemente fuori posto, unico avamposto in grado di forgiarne la poetica. E quindi non ci resta che ricordarlo, lui più di altri perché lui più controverso di tutti. Rimane, ancora oggi, il poeta del conflitto interiore al suo massimo grado. Visto da questa prospettiva, la sua morte è quella di un Italia e di un mondo che davvero, senza retorica, sono venuti meno. C’è qualcosa d’altro, che fatica a trovare una sua profondità, una sua etica conseguente. Gli anni Sessanta e Settanta erano anch’essi, fuori di nostalgia, tempi incerti, sebbene sorretti dal rapporto con i padri (spirituali, culturali) e da un’etica nuova e vecchia allo stesso tempo, prodotta dalla lotta politica e culturale. De André incarna tutto questo e per questo va ancora oggi ricordato. Sottratto al ricordo pacificato e volgarizzato del mainstream, e restituito alla sua dimensione autoriale radicale.

Vent’anni che sembrano un secolo.

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03/10/2018

Fuori legge


L’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, può rivelarsi una spada “che divide il bene dal male”, ovvero un episodio emblematico capace di segnare un confine sul piano della politica, dell’etica, della convivenza tra regole e valori generali di una società.

C’è un magistrato che ha ritenuto illegale l’operato di un sindaco teso a favorire l’integrazione degli immigrati arrivati nel nostro paese, in una comunità locale altrimenti condannata allo spopolamento, e di dare soluzioni concrete ai problemi che questo può come sempre creare.

Ma la la volontà di risolvere i problemi si è scontrata con un duplice apparato legislativo determinato da un sistema di governance multilivello, che parte dall’alto e arriva fino al più piccolo dei municipi.

Sul piano strettamente economico-finanziario, ci sono gli obblighi derivanti dal vincolo al pareggio di bilancio, ovvero dal “patto di stabilità” che ogni amministrazione – centrale o locale – è tenuta a rispettare. Ordini che vengono da Bruxelles, ma debbono essere applicati fino all’ultimo sperduto paese del Mezzogiorno. Dunque anche a Riace. E’ un dispositivo che, unito alla riduzione delle erogazioni dello Stato centrale agli enti locali, ha contribuito a mandare a gambe all’aria parecchie amministrazioni comunali (anche a prescindere dalle scelte politiche o dalla competenza tecnica degli eletti), costringendole a tagliare in primo luogo i servizi sociali (asili nido, mense, trasporti, assistenza sociale, ecc.)

Il secondo dispositivo coercitivo è rappresentato dalle leggi restrittive contro l’immigrazione, che puniscono non solo i migranti in arrivo con la definizione di “clandestino”, ma anche ogni forma di solidarietà attiva.

Si può trattare del “montanaro” che aiuta i migranti ad attraversare i valichi di confine o la barista di un paese di frontiera (accade a Ventimiglia); può essere il medico che cura anche chi è esterno al sistema sanitario nazionale o il sindaco che forza le regole per distribuire pasti e generi alimentari ai migranti senza permesso di soggiorno, o che, addirittura, facilita un “matrimonio di scopo” proprio per consentire un permesso di soggiorno.

L’attività di Mimmo Lucano come amministratore rientra in molte di queste tipologie. E’ una sintesi tra l’istinto alto della solidarietà umana e le inevitabili forzature o disobbedienza alle leggi esistenti, ostative rispetto alla ricerca di soluzioni compatibili con un bilancio ridotto a meno dell’osso.

L’aver fatto a sportellate con il leader della Lega Salvini, quando ancora non era “ministro e vicepremier”, ha reso Mimmo Lucano un bersaglio predestinato. Ma va sottolineato come le leggi che Mimmo Lucano avrebbe violato non sono neppure quelle emanate dal ministro degli Interni Salvini, ma le norme elaborate dai suoi predecessori “democratici e antirazzisti” (nelle dichiarazioni in tv...), e soprattutto da un altro “illustre” calabrese come Marco Minniti. La prima inchiesta contro Mimmo, ricordiamo risale a oltre un anno fa e Salvini ancora abbaiava in giro invece di sedere sugli scranni del governo.

L’ordinanza che ha portato all’arresto di Mimmo Lucano è una summa di burocrazia leguleia che trasforma in “fattispecie di reato” una serie di azioni dettate dal buonsenso e dalla volontà di chi, ai problemi che si presentano, deve e vuole dare soluzioni.

E non sottolineeremo mai con abbastanza forza che l’impianto accusatorio è stato praticamente demolito – 14 capi di imputazione su 15 – non appena è arrivato alla prima verifica con la legge.

Il giudice che valutato l’ordinanza di quasi mille pagine scrive di aver rilevato “vaghezza e genericità del capo di imputazione”, tale da “non essere idoneo a rappresentare contestazione provvisoria alla quale validamente agganciare un qualsivoglia provvedimento custodiale”. Traduciamo: i fatti contestati non consentono di riconoscere una condotta illecita e tantomeno di far arrestare qualcuno...

Il solo riferimento a “collusioni ed altri mezzi fraudolenti che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in formula vuota, ossia priva di un reale contenuto di tipicità”. Traduzione: chiacchiere. Il Gip è ancora più perentorio, parlando di “errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”. Diciamo noi, su questa base giuridica, che l’”intento persecutorio” contro Mimmo è stato molto deciso, ma incapace di trovare riscontri anche minimi. Vista la quantità di mezzi messi in campo – intercettazioni, ecc. – probabilmente si può concludere che non ci fossero proprio.

Qualcuno potrebbe obiettare che la disobbedienza alle leggi può essere la scelta individuale o collettiva dei cittadini, ma non l’azione consapevole di un amministratore pubblico. Ma è una distinzione molto ipocrita, oltre che di lana caprina. Un amministratore viene eletto “dal popolo” per realizzare un indirizzo politico e non per fare il passacarte, altrimenti quella rappresentativa sarebbe una funzione del tutto inutile e formale. Basterebbe lasciar fare tutto al segretario comunale e al ragioniere capo.

Se invece un amministratore pubblico – da Palazzo Chigi all’ultimo municipio – è una carica politica, quindi abilitata a fare qualche scelta, allora bisogna rendersi conto che attualmente le leggi esistenti impediscono la realizzazione dell’indirizzo politico su cui un amministratore ha ricevuto mandato.

E dunque ogni amministratore si trova davanti ad un bivio: forzare le regole o adattarvisi. Vale per i governi nazionali come per quelli locali.

Se poi le leggi esistenti contrastano con i valori minimi di giustizia sociale o solidarietà umana, il bivio si fa ancora più pregnante. Anche uno studente del primo anno dovrebbe aver chiaro che giustizia e legalità sono concetti molto differenti, al punto che ciò che è giusto può benissimo essere illegale e viceversa.

Come la legge che, ad esempio, dovrebbe tutelare di più la “proprietà privata” e quindi punire pesantemente le occupazioni di edifici da parte di famiglie senza casa. Ma di fronte all’emergenza oggettiva – migliaia di famiglie, soprattutto “itagliane”, senza possibilità di pagare gli affitti determinati dal “mercato” – come si può accettare una legge che punisce chi agisce in stato di necessità? Come si può rispettare una legge che, privilegiando la tutela della proprietà privata, disattende apertamente la Costituzione, che afferma invece la prevalenza dei diritti sociali collettivi rispetto al medesimo problema?

La Storia, però, ci consegna anche esempi più chiari. Ovviamente terribili. Anche le leggi razziali erano espressione della volontà dello Stato (all’epoca il regime fascista) e come tali richiedevano l’obbedienza da parte di tutti i cittadini. Oggi come allora, avremmo accettato quelle leggi, facendo magari i delatori o girando la testa, o avremmo aiutato una famiglia ebrea a mangiare, nascondersi, sopravvivere, fuggire?

L’idea che la legalità possa essere invocata come unica ratio, a prescindere dalla natura delle leggi (che sono sempre un’impalcatura assolutamente temporanea) è del tutto malsana, illogica, reazionaria. Paralizzante. Si capisce che sia il potere a farla propria. Ridicolo che siano “quelli del cambiamento” a sposarla.

Questa idea deve ormai deve essere radicalmente messa in discussione. Soprattutto perché finisce per confliggere con il più elementare senso di giustizia.

Come cantava il poeta, “c’hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane / oggi sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame”.

E Mimmo Lucano – lo dicono anche le carte – non ha nemmeno rubato nulla, al contrario del partito di cui è leader il ministro dell’Interno...

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19/02/2018

Visioni Militant(i): Fabrizio De André – Principe libero, di Luca Facchini

Una fiction Rai nientemeno che su Fabrizio De André non poteva non generare reazioni manichee, e così puntualmente è stato. Chi l’ha trovata orribile, noiosa, falsa; a chi invece è piaciuta, estasiato dall’interpretazione di Marinelli o dal realismo tabagista. Inevitabilmente affrontare di petto la vita e l’opera di De André, negli anni divenuto icona della cultura italiana del secondo Novecento, porta a giudizi trancianti e passionali. Cercheremo di mettere da parte l’immediato giudizio di valore, per quanto condividiamo l’opinione nazionalpopolare su De André: nonostante sia stato volgarmente monumentalizzato, rimane un gigante della cultura italiana, pur nelle sue straordinarie contraddizioni e nel suo moralismo al tempo geniale e fastidioso.

Fabrizio De André è stato un uomo talmente complesso e dilaniato da contraddizioni che hanno partorito un’opera altrettanto multiforme e contrastante, che restituirla in un prodotto cinematografico – e peggio ancora in una fiction – è impossibile. Bisogna operare dei tagli, ridurre la portata del suo percorso a delle linee guida, estrapolare dal suo prodotto un significato che attraversa l’opera nel suo insieme. Così non è stato fatto. Canzoni, progetti e album rimangono (molto) sullo sfondo. Se qualcuno fosse interessato a capire quali ragionamenti avessero sorretto la scrittura della Buona novella nel 1970, o di Rimini del 1978, non ne troverà traccia. Dove sta la contraddizione in De André? Quale il suo rapporto tra impegno politico, idea del mondo, condizione sociale, cristianesimo, uomo? Niente. L’unica contraddizione su cui si insiste è quella, insopportabile, dell’artista maudit che, nonostante ciò, riesce a inanellare capolavori insuperabili come La guerra di Piero o Via del Campo. 

Il problema principale della fiction è allora quella di raccontare (bene, male, non è questo il problema) un uomo pacificato. Viene espunto qualsiasi riferimento al conflitto, tanto interiore – fortissimo – quanto col mondo esterno. Non parliamo del contesto. La mobilitazione politica e sociale di quegli anni viene, semplicemente, annullata. Eppure questa sarà al centro del De André degli anni Settanta, lo dilanierà addirittura, tormentato dal rapporto tra etica e politica, in lui risolto in un moralismo ambivalente che lo porterà subito a condannare il suo album forse più bello e imperfetto: Storia di un impiegato (bello e imperfetto proprio perché oggi è d’uso criticarne la facile morale, ma dietro la dicotomia stereotipata c’era una tormenta esistenziale vera, non una posa post-moderna). Non si capisce nulla di questo De André, via di mezzo tra Paolo Villaggio e Luigi Tenco. Se si vuole ridurre la portata di un artista a due o tre ore di fiction, bisogna metterne in risalto la sua essenza. Ed è questa ad esserne uscita snaturata. De André è uomo del conflitto tra morale borghese e natura umana spogliata della condanna del peccato. Inutile rintracciare un percorso artistico in questa lotta, la fiction decide di aggirare il problema.

Per il resto, se ci accontentiamo di galleggiare in superficie, possiamo parlare di prodotto ben confezionato, recitato bene o dalla sceneggiatura scorrevole. E’ vero, può essere vero. Ma cosa ce ne facciamo, soprattutto oggi, di un De André simile? Di un De André à la Rino Gaetano (senza nulla togliere a Rino Gaetano, ma l’alcool non può annegare le differenze culturali che informano l’Italia di De André da quella di Gaetano)? E infatti le due fiction biografiche si assomigliano molto. Ad essere confermata è la natura ormai santificata del poeta genovese. Ma questa è, appunto, una conferma, la ripetizione pacificante del già detto e del già consentito. Una conferma che disattiva la carica, ancora notevole, della poetica di De André. Ma siamo su Rai Uno. E allora godiamoci Marinelli.

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06/07/2017

Quell’insano bisogno di glorificazione

Difficile svelare il mistero che porta con sé una cultura massmediatica che procede dissacrando costantemente se stessa e, nel medesimo tempo, in continua ricerca di nuovi eroi ambiguamente popolari. La morte di Paolo Villaggio in tal senso fornisce più di un solido esempio. E’ il sintomo di una perversione che agisce non solo dall’alto verso il basso, dai grandi media al popolo, ma prorompe soprattutto dal “popolo” stesso. Nonostante la post-modernità abbia apparentemente espunto il sacro, questo si impone per altre vie, attraverso altri canali, inconsapevolmente (per chi lo subisce). La morte dell’attore ha dato il via al processo di santificazione. Chi avesse osato addentrarsi nella critica di questo o quell’aspetto del suo lungo percorso professionale, veniva escluso dalla comunità dei credenti, coincidente, ça va sans dire, col “popolo”. Persino le critiche positive, se non adeguate alla canonizzazione in corso, venivano scambiate per bestemmie. Improvvisamente un popolo cresciuto con le peggiori derive fantozziane del suo percorso iniziava a discettare della sua amicizia con De André, dei suoi libri(!) o altre fesserie del genere. Il problema non risiede nella valutazione, più o meno corretta o avveduta, che si può avere su questo o quel personaggio pubblico, ma l’idea stessa che questo non possa essere sottoposto a critica altrimenti si è “distanti dal popolo”, “intellettualoidi”, nonché – immancabile per i lettori del bignami radical – “zdanoviani”. Una parabola che in realtà si è potuta vedere anche in occasione del concerto di Vasco Rossi lo scorso primo luglio. Anche qui, del fatto in sé (cioè del concerto e di Vasco) ci interessa poco. Ma la gazzarra scatenatasi al primo accenno di critica, qualsiasi essa fosse, lascia interdetti. Chiunque avesse avuto l’ardire di sollevare il minimo punto di vista alternativo a quello della massa dei credenti, veniva ignominiosamente espulso dal novero degli esseri umani, appartenente di fatto all’élite, anzi, alla casta, qualsiasi essa fosse: dei “politici”, degli “intellettuali”, o magari alla casta degli zdanoviani, l’unica probabilmente ancora prospera e intoccabile.

Eppure questo bisogno collettivo e trasversale di aggrapparsi a qualche certezza “nazional-popolare” (mai termine fu più abusato e ingiuriato) sconfina in questa sorta di ri-sacralizzazione dell’orizzonte narrativo pubblico. L’idea che questa sacralizzazione funziona solo in quanto trasversale, ambigua, pacificante, e proprio per questo da sottoporre a critica chiunque venga investito di tale beatificazione post-mortem, non scalfisce le certezze di questo “popolo” “finalmente libero” di scegliersi i suoi santi e eroi. Non incrina tale certezza neanche il fatto che questi santi siano tali solo perché così presentati da quel circuito culturale-mediatico che abolendo falsamente il sacro in realtà lo riproduce costantemente sotto altre forme. Questi eroi sono tutto fuorché “popolari”, men che meno frutto di processi mitopoietici che li impongono all’attenzione del grande pubblico. Vengono, al contrario, prescritti dall’alto, ma presentati come genuinamente “dal basso”. E’ così che va il mondo, potremmo aggiungere, se non fosse che ormai a cadere per prima in questo insano bisogno di sacro è gran parte di quella sinistra culturale definitivamente inchinata di fronte alle beatificazioni mainstream. Scambiando il mainstream con il popolare, i primi guardiani dell’ortodossia (un tempo, almeno, esercitata, oggi subita) sono coloro che a parole menano vanto di combatterla. Fungendo così da megafono (peraltro gratuito) per ogni indegna operazione di egemonizzazione capitalistica del proprio orizzonte culturale.

Si potrebbe fare un facile confronto, leggendo il modo in cui alcuni giornali di destra, quindi non sospettabili di assecondare le velleità progressiste dei loro lettori, hanno trattato la scomparsa di Villaggio con la figura di De André. Viene presentata l’amicizia tra Villaggio e De André come prova della precoce genialità del Villaggio stesso: «Villaggio, nato a Genova da una famiglia altoborghese, aveva già mostrato di che (ottima) pasta era fatto, scrivendo in combutta con l’amico e complice degli anni giovanili Fabrizio De André, l’irresistibile testo della canzone Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Un irriverente brano di stampo goliardico, che fece fremere di sdegno i benpensanti» (qui). Peccato che sono gli stessi giornali che hanno tentato di demolire quotidianamente l’opera del cantautore genovese, presentato come «il Dio dei bamboccioni», un «ribelle di regime», spiegandoci che «ci sono voluti oltre quarant’anni per infrangere uno dei più granitici tabù del sistema musicale italiano: Fabrizio De André non è il mito che ci hanno fatto credere dopo la morte» (qui). Ecco, questi stessi giornali oggi edificano il mito trasversale di Villaggio (anche) perché «amico di De André», fatto questo che al contrario dovrebbe insospettire i lettori del Giornale ma che, nella costruzione artificiosa e beatificante, scompare in una pappa falsamente “nazional-popolare”, in realtà rigidamente disciplinata.

Neanche un anno fa moriva Dario Fo, altro mito popolare – al pari di De André. Ma proprio perché la “mitizzazione” di Dario Fo era imposta, e non subita, dalle classi popolari, ecco che Libero, lo stesso giornale che oggi glorifica Paolo Villaggio, si trovava afono e spiazzato, tanto da ricordarlo così: «lo smemorato della Repubblica». Col corpo ancora caldo, quando persino la platea clericale dei suoi lettori avrebbe ceduto al tic della misericordia, Libero non poteva far altro che insultare la memoria del grande attore e regista milanese. Perché Dario Fo, come Fabrizio De André, non riesce ad essere pacificato, dato che la loro “sacralizzazione” non è proceduta dall’alto verso il popolo, quindi disciplinata, ma il suo contrario, dunque ingestibile. Sono due esempi prossimi a Paolo Villaggio: De André perché costantemente tirato in ballo in questi giorni, Fo perché recentemente scomparso. Ma se ne potrebbero fare di altri, il discorso non cambierebbe. Questa discrasia, lungi dall’essere colta, viene anzi rigettata al mittente col solito corollario di bestialità “anti-intellettualistiche”. Rimane la domanda del perché permanga questa urgenza del sacro, sebbene declinata in funzione pacificante. O forse proprio per questo.

Fonte 

31/12/2016

Capisaldi 2016

Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.

A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.

Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.

C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.

A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.

Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.

Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.

Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.

Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.

Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.

Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.

Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...

Tanta roba per il trio romano dunque!

26/10/2016

La bestia dentro me

Lei scrive:
Ciao Eretica! Non sai quanta ansia mi sale nello scriverti questo messaggio. Non sarò breve, mai scritto bene, mai avuto dono della sintesi. Vorrei riportare qui la mia storia tuttavia in forma anonima perché mi sento disturbata dal giudizio a riguardo. La affido a te perché nonostante non ti conosca e a volte non ti capisca mi sento rafforzata nell’animo forte dei tuoi post e nel tuo modo così lontano dal mio nel saper portare avanti guerre difficili con tutta questa determinazione priva di violenza. Sono nata nella fortuna. Sono stata cresciuta all’insegna della conoscenza scientifica e dell’amore per l’arte. Mi hanno tirata su ad apertura mentale e dialogo, mi hanno spinta a comprendere il mio valore e quello altrui, lontana da ogni sessismo, fascismo, razzismo, antisemitismo. Nonostante quest’idilliaco inizio sono una di quelli che porta “la bestia” dentro.

Ti scrivo per raccontarti della “bestia”. Scrivo a tutti perché mi sembra che ultimamente questa pagina venga biasimata per la sua ricerca di contenuti sessisti in certe forme “d’arte” (perdonate le virgolette ma ne volevo sottolineare il sarcasmo) d’autore e popolare. Scrivo per le recenti osservazioni sulla canzone di emis killa, sulla pagina gli uomini sono le nuove donne e i vari post sotto i quali vedo scrivere “state esagerando, l’arte non si tocca, una risata ci sta, che palle, mi piacete ma.. e via dicendo”. Scrivo perché in queste lucide(?) arringhe che proponete e nelle analisi che qui vengono fatte vi dimenticate sempre di noi, delle “bestie”.

Sono una di quelli che per qualche motivo nel dolore altrui alza la testa, fiuta qualcosa, sente la bestia muoversi nella pancia, e per quel che posso mi faccio quindi portavoce della categoria. È iniziato tutto quando ero piccolina. Amavo molto gli animali ma per qualche motivo non riuscivo a non fargli del male. Qualche strattonata, qualche strizzata, qualche dispetto sempre di troppo. C’erano momenti in cui vi giuro mi si capovolgeva lo stomaco se non tiravo un calcetto ad un cagnolino o non tiravo ben forte la coda ad un gatto. Scaramucce si che con l’età si son placate. Non si è placata la violenza. Sono cresciuta e sono diventata una di quelle stronze capace di farti sentire una merda per qualunque cosa: i tuoi voti di merda, la tua ignoranza campagnola, la tua pancia grassa, i tuoi brufoli, le tue pene d’amore, le tue amicizie false.

Bullismo l’hanno chiamato e me ne hanno “curata” mi è stato detto. Io la chiamo la bestia. Qualcuno ha cercato di pensare che io fossi stupida e per questo non mi rendevo conto, la verità è ben peggiore, la verità è che quelli come me ci godono delle vostre sofferenze, del vostro dolore, sanno benissimo cosa vi cava il cuore e quando una ragazzina a scuola si taglia le vene perché le hai tolto l’anima e il preside ti convoca con genitori e compagnia non provi rimorso per la ragazzina, hai solo paura della punizione che ti daranno. Voi vi dimenticate sempre questo. Vi dimenticate che ci sono persone che la bestia ce l’hanno dentro. Vi dimenticate che queste bestie si nutrono di ogni appiglio per uscire, sessismo, razzismo, bullismo, non importa.

Ho ascoltato la canzone, fatta male a mio parere, del giovane emis e quelle note non sono arte e non sono nemmeno denuncia, quella musica produce esaltazione e la mia bestia ne esultava. Quando le bestie si trovano in gruppo su questi social e leggono quelle pagine misogine e/o razziste non ridono, si gasano ed esultano. Ballano su quelle canzoni fatte male e poi se riescono linciano. Perché le nostre bestie sono deboli, e le vostre risate ingenue su contenuti deplorevoli ci danno la forza di essere gli stronzi bastardi assetati di dolore che siamo. Quando pensate che una battuta non faccia niente, che una canzone sia solo tale e non possa causare nulla ricordatevi di noi delle bestie, e domandatevi se anche in fondo a voi una piccola bestia non stia esultando.

Ogni prestesto è buono per le bestie di uscire e NESSUNA BATTUTA DISCRIMINATORIA, NESSUNA CANZONE SESSISTA, NESSUNA PAROLA RAZZISTA RIMANE INDIFFERENTE ALLE BESTIE. Ogni volta che discriminate anche nella più innocente risata un gruppo di persone, per il sesso, per l’etnia, la religione, l’orientamento sessuale, create dei gradini per cui le nostre deboli e piccole bestie riescono a salire dalle nostre pance fino alla testa alle mani e al cuore. Io credo che il lavoro di questa pagina nell’analisi dei fatti quotidiani e delle immagini e simbologie che ci circondano sia egregio. Io vi ringrazio, perché siete tra quelli che davvero mi aiutano a quietare la bestia, a capire, a comprendere che c’è altro che la può saziare di ben più costruttivo e appagante. Vi lascio con tre canzoni “La confessione” di Enrico Ruggeri per coloro che pensano che non ci sia differenza tra una canzone di denuncia in prima persona e una di incitamento alla violenza. “Il gigante e la bambina” di Dalla per il popolo di facebook. “Blasfemo” di De Andrè per eretica

Saluti da una piccola bestia
Fonte

Mi ha fatto pensare a un sacco di roba questa... come chiamarla... confessione (? Boh...).
Tra le prime La banalità del male.

Meglio lasciare spazio al citato De André

03/05/2016

Nella mia ora di libertà


Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

Ci sono casi – pochi, ma bisogna per forza sottolinearli – in cui una corte giudicante si dimostra più intelligente e “socialmente” avvertita di quanto non sia la classe politica attuale e il circo barnum degli opinionisti da talk show.

“Il fatto non costituisce reato”: per questo motivo la Cassazione ha annullato completamente la condanna per furto inflitta dalla Corte di Appello di Genova a un giovane straniero senza fissa dimora, affermando che non è punibile chi, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per “far fronte” alla “imprescindibile esigenza di alimentarsi”. Con questo verdetto la Suprema Corte ha giudicato legittimo non punire un furto per fame del valore di 4 euro per wurstel e formaggio.

Siamo seri: il dato rilevante non è l'”assoluzione” del malcapitato e affamato. Un paese serio dovrebbe chiedersi come sia possibile che una “perdita di fatturato” del valore di 4 euro possa essere oggetto di un processo che si trascina per i canonici tre gradi di giudizio, prima che qualcuno un po’ più razionale dica – con sentenza – “ma che cosa vi era saltato in mente”.

A fare ricorso in Cassazione non è stato il giovane senza fissa dimora, Roman Ostriakov. Il ricorso lo ha fatto il Procuratore generale della Corte di Appello di Genova che chiedeva che l’imputato fosse condannato non per furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, ma per tentato furto dal momento che Roman era stato bloccato prima di uscire dal supermercato, dopo essere stato notato da un cliente che aveva avvertito il personale vigilante. Il clochard alla cassa aveva pagato solo una confezione di grissini, non i wurstel e le due porzioni di formaggio che si era messo in tasca.

Immaginiamo la scena: un “guardione” della sorveglianza, dall’occhio vigile e implacabile, aveva notato il movimento furtivo e si era quindi avventato sul poveraccio (tra l’altro indebolito proprio dalla fame). Applausi del direttore, preoccupato dall’aumento dei furtarelli di cibo nel supermercato (pare che la fame stia tornando un fenomeno di massa, specie tra quei “privilegiati” dei pensionati).

Di lì un lungo itinerario delirante arrivato fino alla Cassazione solo perché un pubblico ministero aveva visto infliggere una condanna superiore a quella che aveva chiesto! Per i patiti degli “sprechi” ci sarebbe materia per una campagna decennale: decine di migliaia di euro spesi, e ingolfamento dei procedimenti giudiziari, per “reprimere” una bagattella da 4 euro.

La sentenza della Cassazione – numero 18248 della Quinta sezione penale – non riporta l’entità della pena inflitta a Roman, che aveva già dei precedenti di furti di generi alimentari di poco prezzo perché spinto dalla fame. Ad avviso dei supremi giudici quello commesso da Roman è un furto consumato e non tentato, ma – a loro avviso – “la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità”.

Così è stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna inflitta in appello il 12 febbraio del 2015 “perché il fatto non costituisce reato”. I nomi di questi giudici che sono rimasti umani merita di esser fatto: il collegio è stato presieduto da Maurizio Fumo, il consigliere relatore è Francesca Morelli. Anche la Procura della Cassazione aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della decisione dei magistrati genovesi. Che evidentemente non sanno di lavorare nella città di un poeta capace di lasciarci il verso immortale che abbiamo “rubato” per il titolo…

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