L’autoproclamazione di Guaidò rappresenta a tutti gli effetti un
tentativo di colpo di Stato, ed è davvero difficile, se non impossibile,
provare a descrivere diversamente quello che sta avvenendo in questi
giorni in Venezuela. Un tentativo che fortunatamente, almeno per ora,
non ha avuto gli sviluppi che auspicavano a Washington, ma che però è
ben al di la dall’essere stato scongiurato, come dimostra l’esproprio
dei conti bancari della PDVSA negli Stati Uniti.
Miliardi di dollari pubblici sottratti allo stato venezuelano e messi
arbitrariamente a disposizione di un golpista, il tutto in barba ad ogni
legge del diritto internazionale.
Ora immaginate solo per un momento cosa sarebbe accaduto se Bernie
Sanders si fosse dichiarato unilateralmente Presidente degli Stati Uniti
invitando l’esercito alla diserzione, magari contestando l’irregolarità
delle presidenziali del 2016 adducendo come prova l’interferenza dei
russi nel processo elettorale. Con ogni probabilità il “mondo
civilizzato” che oggi plaude al “giovane ribelle” di Caracas lo avrebbe
preso per matto, oppure ignorato. Probabilmente sarebbe stato anche
arrestato e processato nel giro di qualche ora, visto che l’ordinamento
giuridico nordamericano prevede il reato di cospirazione.
Oppure pensate a cosa sarebbe accaduto se Jeremy Corbyn, dallo
speaker corner di Hyde Park, avesse annunciato urbi et orbi di aver
spodestato Theresa May, garantendogli però, magnanimamente, l’amnistia.
Anche in questo caso la risposta sarebbe stato un pulmino con le lucine
blu lampeggianti e una di quelle camice bianche con le maniche lunghe
lunghe che arrivano fin dietro la schiena, oltre che a una bella dose di
tranquillanti.
E invece dopo nemmeno qualche ora dalla sua autoinvestitura Guaidò,
un illustre sconosciuto a cui mancava solo di dichiararsi la
reincarnazione di Napoleone, è stato immediatamente riconosciuto come
legittimo presidente dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti
latinoamericani. D’altronde, verrebbe da chiedersi, se l’imperatore
Caligola fece senatore un cavallo, perché mai Trump, che evidentemente
si crede anche lui imperatore, non dovrebbe far presidente un asino?
Ieri, dopo i passi falsi all’Oea e all’Onu, è stata la volta del
riconoscimento di Guaidò da parte di Australia e Israele e, tempo
qualche giorno, siamo sicuri che arriverà anche la consacrazione formale
dell’Unione Europea. La farsa di un mitomane con la feluca immaginaria
in testa rischia così di volgere rapidamente in tragedia, come abbiamo
già visto in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria, solo per parlare degli
“interventi umanitari” di questi ultimi anni.
Ora, di fronte a questo che, come abbiamo detto, è un vero e proprio
golpe con mandanti internazionali, ognuno sul pianeta ha svolto
diligentemente la sua parte in commedia. Nessuno si è sottratto al suo
ruolo.
Televisioni e giornali di tutto il mondo hanno cominciato a costruire
il frame orwelliano dentro cui inquadrare un possibile intervento
militare: il golpista è così diventato il “giovane ribelle”; il
presidente legittimo (democraticamente eletto con il 67,84% dei consensi
solo 9 mesi fa) si è trasformato in un “dittatore”, un “despota
feroce”; la rivoluzione bolivariana sarebbe in realtà un “regime
liberticida” (nonostante dal 1998 ad oggi si sia votato per ben 25
volte); quelli che da noi verrebbero stigmatizzati come dei violenti
black bloc sfasciavetrine sono stati invece promossi al ruolo di
“combattenti per la libertà” peccato che invece delle vetrine delle
multinazionali questi diano alle fiamme biblioteche pubbliche e
ambulatori medici; il linciaggio dei chavisti di pelle scura si è
tramutato in “azioni di protesta”, e così via traducendo nella neolingua
dell’imperialismo.
Anche l’apparto politico di quello che noi veteroleninisti ci
ostiniamo a chiamare il centro imperialista non è stato da meno.
Centrodestri e centrosinistri, conservatori e liberali, sovranisti e
globalisti... tutti hanno messo da parte le differenze ed hanno serrato i
ranghi. Dimostrando che quando si tratta di combattere contro chi prova a
costruire una società diversa da quella dominata dal mercato non ci
sono differenze politiche che tengano.
Fin qui, però, tutto rientra nella “normalità” della funzione che
ognuno svolge, più o meno consapevolmente, all’interno della lotta tra
le classi. Peccheremmo di ingenuità stupendocene. Meno “normali” e
scontate sono state, però, alcune prese di posizione che ci è capitato
di leggere in questi giorni da parte di (cosiddetti) compagni che
potremmo definire “critici-critici” e che, a golpe ancora in corso, non
hanno resistito alla tentazione di salire in cattedra (d’altronde molti
di loro sulle cattedre ci lavorano) a dispensare lezioni e reprimende a
quei buzzurri dei chavisti.
Due esempi su tutti, anche se la lista si potrebbe allungare di molto.
In un articoletto pubblicato da R/project col significativo titolo “Con il distacco necessario” (leggi),
il professor Joseph Halevi, dopo aver inquadrato come un rigurgito
campista le manifestazioni di solidarietà con il Venezuela che si sono
tenute in questi giorni, e dopo aver premesso lui stesso “non sono uno specialista dell’America Latina”, ci rende prima partecipi dei suoi ricordi di un convegno in Uruguay da cui trasse la conclusione inequivocabile che “i chavisti erano fuori da ogni discorso razionale”. Poi ci rende edotti sul fatto che “gli organismi attivi di “potere popolare” altro non erano/sono che le gang delle guapperie di Caracas riorganizzate dal governo ed inquadrate da esso. Prima di Chavez facevano criminalità di strada. Ora hanno poteri di intervento politico polizieschi col governo che ha dato loro delle moto ecc.”. Infine ci assicura che “Maduro non ha la fiducia della maggioranza della popolazione. Ne sono assai certo.”
In buona sostanza, stando a quello che scrive il professor
Halevi, l’esperienza bolivariana si ridurrebbe quindi a un gruppo di
fanatici che, grazie a dei criminali comuni plebei, governano senza il
consenso dei venezuelani. Amen.
Ad andarci giù ancora più pesante, se possibile, è però il professor
Antonio Moscato che, in un articolo pubblicato per il sito Popoff (leggi),
ci spiega come in realtà il vero golpista non sia Guaidò, ma... colpo di
scena... Nicolas Maduro. Ebbene si, avete letto bene, e questo perché nel
2016 in seguito ad alcune evidenti irregolarità “il Tribunale
Supremo di Giustizia (TSJ) nominato dalla precedente assemblea a
fortissima maggioranza chavista, annullò l’elezione di tre deputati
nello spopolato Stato di Amazonas, dichiarando poi decaduta l’intera
Assemblea, che avrebbe dovuto essere sostituita da una commissione del
TSJ. Era un vero e proprio golpe.” Come se non bastasse il
benemerito accademico ultrasinistro, che in realtà ci ricordavamo
qualche anno fa intento a spalare merda su Cuba, sposa in pieno la tesi
dell’estrema destra venezuelana sulle presunte irregolarità delle
recenti elezioni presidenziali arrivando quindi alla conclusione che “pur
considerando una sciagura la crescita dell’opposizione di destra e
socialdemocratica appoggiata da USA e UE, e che a giudizio di diversi
compagni presenti il 23 gennaio è riuscita per la prima volta a
coinvolgere alcuni dei barrios tradizionalmente chavisti, non me la
sento di considerare LEGITTIMA la rielezione di Maduro, avvenuta a carte
truccate.”
Lasciamo a chi legge giudicare quale sia la distanza tra le
tesi sostenute da Moscato e quelle portate aventi dall’amministrazione
statunitense per giustificare un eventuale intervento militare. Appare
grottesco, però, che a muovere critiche così ingenerose siano
solitamente personaggi e micro partiti che non hanno mai, nemmeno da
lontano, tentato di trasformare in realtà la propria idea di società, e
che oggi non riescono a raccogliere consensi nemmeno nel condominio in
cui abitano. Ci tornano in mente i versi di De Andrè, mai così puntuali:
così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio
giusto.
Crediamo che ogni processo reale non possa essere esente da errori,
passi falsi, fallimenti e contraddizioni. D’altronde chi apre nuovi
sentieri non ha né mappe né manuali a cui rifarsi. E la storia che si fa
concretamente nelle strade e nelle fabbriche è fatta di sangue, sudore e
merda ed è ben diversa da quella che si immagina nell’ambiente sterile
di qualche aula universitaria. Questo non significa che le esperienze
non debbano essere sottoposte a critiche anche serrate, anzi. E questo
principio vale anche e soprattutto per la rivoluzione bolivariana, in
cui la generosità dei compagni si scontra quotidianamente con lo iato
materiale che c’è tra “stare al governo” e “stare al potere”. Ma c’è un
tempo per la critica e uno per la solidarietà incondizionata con chi
viene aggredito, e questo non è certo il momento di mettersi a
discettare sugli errori presunti o reali del chavismo. Non è campismo, è
internazionalismo. E chi non lo capisce può andare a far in culo!
Fonte
E' l'ennesima dimostrazione che esiste un problema enorme con gli intellettuali.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2019
11/12/2013
Su Mandela e altre storie
Leggendo i commenti in calce all'articolo relativo alla dipartita di Mandela redatto da Carotenuto mi sono imbattuto in una serie di commenti di segnale opposto che hanno stuzzicato la mia curiosità.
Mi riferisco in particolare a quelli firmati da Aldo Garuti (che traccia con passione una storia dell'Africa Nera e di Cuba per me del tutto inedita) e Michele che pone l'accendo sulle ombre del mandato presidenziale di Mandela.
Quest'ultima questione è dipanata con notevole criticità di da Antonio Moscato, docente di Storia del Movimento Operaio che in un paio di occasioni ho avuto il piacere di condividere su queste pagine.
Di seguito riporto il suo intervento, ovviamente caldeggiando la lettura delle due segnalazioni precedenti, non fosse altro perché gettano uno squarcio nel pressapochismo culturale e intellettivo sempre più dilagante in rete.
Mi riferisco in particolare a quelli firmati da Aldo Garuti (che traccia con passione una storia dell'Africa Nera e di Cuba per me del tutto inedita) e Michele che pone l'accendo sulle ombre del mandato presidenziale di Mandela.
Quest'ultima questione è dipanata con notevole criticità di da Antonio Moscato, docente di Storia del Movimento Operaio che in un paio di occasioni ho avuto il piacere di condividere su queste pagine.
Di seguito riporto il suo intervento, ovviamente caldeggiando la lettura delle due segnalazioni precedenti, non fosse altro perché gettano uno squarcio nel pressapochismo culturale e intellettivo sempre più dilagante in rete.
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Nelson Mandela Garibaldi
Difficile sopportare la valanga di gossip con cui viene celebrato Nelson Mandela, presentato come una specie di Gandhi africano, e magari accostato a madre Teresa di Calcutta. Pochissimi hanno accennato allo stato del Sudafrica venti anni dopo la fine dell’Apartheid, alla gravi tensioni sociali, alle nuove barriere create dalle enormi sperequazioni. Uno solo, un britannico di cui non sono riuscito a capire il nome, intervistato da RAI News ha fatto un paragone illuminante: «Mandela è ammirato in tutto il mondo, come lo è stato il vostro eroe, Giuseppe Garibaldi».
Ed è vero. Ma non solo per l’ampio spettro degli elogi funebri: se ne fanno sempre fin troppi, per consuetudine e consolidata ipocrisia, valga come esempio la salva di elogi a Stalin nel 1953 da parte di statisti conservatori o reazionari o semplicemente socialdemocratici, ricordati oggi con devozione dai “nostalgici” come Losurdo. C’è un’analogia reale. Garibaldi, repubblicano, democratico socialisteggiante e anzi simpatizzante della Prima Internazionale, dopo un’impresa militarmente notevole come quella dei “Mille”, rinunciò a farla pesare politicamente sull’assetto dell’Italia unita, e offrì in dono – senza condizioni – a un reuccio mediocre e non alieno dal far sparare sui manifestanti l’intero Regno delle Due Sicilie conquistato con il sangue dei suoi volontari.
Il risultato fu pagato pesantemente proprio dalle nuove regioni annesse all’Italia (tra l’altro con un referendum truccatissimo). Per anni dilagò una protesta, il brigantaggio, represso con ferocia ignorata dalla maggior parte degli italiani, e presentato in blocco come puramente reazionario e filoborbonico, mentre ad esso parteciparono anche ex combattenti garibaldini delusi dal nuovo ordine e dalle discriminazioni nei confronti dei volontari da parte degli arroganti e inetti ufficiali di carriera “piemontesi”, che non avevano mai vinto una battaglia significativa.
Difficile sopportare la valanga di gossip con cui viene celebrato Nelson Mandela, presentato come una specie di Gandhi africano, e magari accostato a madre Teresa di Calcutta. Pochissimi hanno accennato allo stato del Sudafrica venti anni dopo la fine dell’Apartheid, alla gravi tensioni sociali, alle nuove barriere create dalle enormi sperequazioni. Uno solo, un britannico di cui non sono riuscito a capire il nome, intervistato da RAI News ha fatto un paragone illuminante: «Mandela è ammirato in tutto il mondo, come lo è stato il vostro eroe, Giuseppe Garibaldi».
Ed è vero. Ma non solo per l’ampio spettro degli elogi funebri: se ne fanno sempre fin troppi, per consuetudine e consolidata ipocrisia, valga come esempio la salva di elogi a Stalin nel 1953 da parte di statisti conservatori o reazionari o semplicemente socialdemocratici, ricordati oggi con devozione dai “nostalgici” come Losurdo. C’è un’analogia reale. Garibaldi, repubblicano, democratico socialisteggiante e anzi simpatizzante della Prima Internazionale, dopo un’impresa militarmente notevole come quella dei “Mille”, rinunciò a farla pesare politicamente sull’assetto dell’Italia unita, e offrì in dono – senza condizioni – a un reuccio mediocre e non alieno dal far sparare sui manifestanti l’intero Regno delle Due Sicilie conquistato con il sangue dei suoi volontari.
Il risultato fu pagato pesantemente proprio dalle nuove regioni annesse all’Italia (tra l’altro con un referendum truccatissimo). Per anni dilagò una protesta, il brigantaggio, represso con ferocia ignorata dalla maggior parte degli italiani, e presentato in blocco come puramente reazionario e filoborbonico, mentre ad esso parteciparono anche ex combattenti garibaldini delusi dal nuovo ordine e dalle discriminazioni nei confronti dei volontari da parte degli arroganti e inetti ufficiali di carriera “piemontesi”, che non avevano mai vinto una battaglia significativa.
Mandela effettivamente ha impegnato il suo enorme prestigio (accumulato con la sua lunghissima detenzione e la tenacia nel rifiutare capitolazioni in cambio di attenuazioni del regime carcerario) per assicurare una transizione senza spargimento di sangue, ma che lasciava intatto il potere economico e assicurava la permanenza del potente apparato militare e repressivo. Che è rimasto immutato, a parte l’ingresso di quadri subalterni di colore, e che si è visto in azione un anno fa nell’eccidio di minatori in sciopero a Marikana…
Oggi tutti esaltano episodi della grande amicizia tra Mandela e il suo ultimo carceriere, o come la scelta di conservare nelle loro funzioni personaggi come John Reinders, capo del protocollo presidenziale durante i mandati dell’ultimo presidente bianco, F. W. de Klerk, e del suo predecessore, P.W. Botha, affidando loro grandi responsabilità perché “noi veniamo dalle campagne, non sappiamo come amministrare un organismo come la presidenza del Sudafrica”, aveva detto Mandela, aggiungendo “abbiamo bisogno di persone sperimentate come lei”. John Reinders lo sapeva bene, tanto che è rimasto al suo posto anche con il successore di Mandela, Thabo Mbeki.
Come e perché e successo? Il ruolo di Nelson Mandela era cresciuto proprio quando nel 1961 aveva assunto la carica di comandante in capo del nuovo braccio militare dell’ANC, Umkhonto we Siswe (La lancia della nazione) ed era stato costretto a passare alla clandestinità. A quell’epoca faceva riferimento esplicito all’esempio della rivoluzione cubana, e quando compariva in pubblico ci teneva a indossare una divisa verde olivo che richiamava quella di Fidel Castro o di Ernesto Che Guevara. “Prenderemo il potere alla maniera di Castro”, diceva allora.
Al momento dell’arresto era militante del partito comunista del Sudafrica, del cui comitato centrale faceva parte. Quando fu liberato, invece, lo aveva lasciato: il necrologio del PCS dice oggi pudicamente che nel 1990 e fino alla morte “era diventato un grande amico dei comunisti”. Cos’era successo?
Certo non erano state le minacce o le pressioni esercitate su di lui negli ultimi cinque anni di detenzione, quando il ministro della Giustizia Kobie Coetsee e il capo dei servizi di sicurezza Niel Barnard, esponenti della estrema destra afrikaner, lo incontrarono segretamente in carcere per ben 70 volte. Paradossalmente i due rimasero colpiti dal loro prigioniero: Coetsee dichiarò a un giornalista e scrittore inglese, John Carlin, che Mandela era “la reincarnazione delle grandi virtù della Roma antica, dignitas, gravitas, honestas…”.
Carlin, in un omaggio al grande leader scomparso, lo elogia per aver allontanato “la prospettiva di una controrivoluzione terrorista dell’estrema destra armata” e di aver trasformato il Sudafrica “nonostante tutti i problemi che ha, e che condivide con dozzine di paesi, dopo essersi liberato della terribile particolarità che in passato lo distingueva dal resto del mondo, in una democrazia stabile, molto più rispettosa nei confronti della legge e della libertà di espressione di quanto sia, per esempio, la Russia, un altro paese che mise fine ad anni di tirannia più o meno nella stessa epoca”.
Un esempio chiave, per capire la scelta di Mandela di rinunciare a una parte essenziale del suo programma, che non era solo l’eliminazione dell’apartheid, ma anche la giustizia sociale. La data della sua libertà coincide con il crollo di gran parte del movimento comunista in seguito alla disgregazione degli Stati del socialismo reale e della stessa Unione Sovietica. Non lo assolve, ma spiega in che clima è avvenuta la sua rinuncia a molte delle sue idee di una vita.
Tranne Cuba che resisteva, si potrebbe obiettare, ma vorrei ricordare cos’era Cuba nel 1994, quando finalmente, dopo altri lunghi anni di trattative, Mandela arrivò alla presidenza. Tra balseros e razionamenti feroci, combinati alle prime aperture ai capitali stranieri, Cuba non poteva più essere un modello convincente. E non lo può essere neanche ora, impelagata com’è in riforme pericolose e al tempo stesso rimaste a metà. Il che non toglie nulla ai meriti storici di Cuba, riconosciuti più volte da Mandela, e di cui abbiamo già parlato nell’articolo precedente (Nelson Mandela). Sulla stampa cubana e latinoamericana vicina a Cuba si sono moltiplicate le rievocazioni di Cuito Cuanavale e di tutta l’impresa angolana.
Molti commentatori riformisti, dal già ricordato Carlin a Matthew Stern, ripetono comunque che riparare le ingiustizie sociali ereditate dall’apartheid era impossibile in un paese con quel tasso di incremento demografico, e che almeno si è creata una classe media nera florida.
Ma è una classe subalterna e senza autonomia, che riceve solo le briciole delle risorse di cui il Sudafrica beneficia per lo sfruttamento delle risorse di molti paesi dell’Africa australe. Matthew Stern, economista che ha lavorato per il governo sudafricano e per la World Bank, parla di “una grande opportunità”: “Le compagnie sudafricane si stanno espandendo rapidamente nella regione, dalla grande distribuzione alla telefonia, fino al settore manifatturiero. Sono mercati potenzialmente importanti nei quali noi abbiamo un accesso privilegiato”. Ma a chi allude, con quel noi?
Certo, ci sono stati modesti miglioramenti: ad esempio contributi per assicurare energia elettrica e acqua a milioni di persone che ne erano prive, ed estendere un austero sistema pensionistico, di cui il grosso della popolazione era priva, ma l’apparire di un ceto medio di colore relativamente benestante non è più significativo della comparsa di sottufficiali e ufficiali subalterni nella polizia e nell’esercito: il vero potere non è stato redistribuito. Oltre il 30% dei giovani neri sono disoccupati, e non a caso le prime crepe nel sistema di governo sono apparse a livello giovanile, con il distacco dall’ANC di Julius Malema, ex responsabile dei giovani e in passato stretto collaboratore di Jacob Zuma. La sua parola d’ordine appare minacciosa, e lo fa paragonare a Mugabe: «Riprendiamoci le terre che ci appartengono e che i bianchi ci hanno rubato». Sui muri di Pretoria appaiono a volte scritte come «Cari bianchi, la luna di miele per voi è terminata». E i bianchi si asserragliano sempre più nei loro ghetti dorati, condomini di lusso protetti da muraglie altissime e da decine di vigilantes (neri, naturalmente…).
Fino a quando si eviterà l’esplosione?
Antonio Moscato
Postilla. Se qualcuno si è scandalizzato per l’accostamento tra i due combattenti, preciso che non voleva essere offensivo. Anche se è poco conosciuta, la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi, tra una condanna a morte e un'accusa di terrorismo, era degnissima. Marx e soprattutto Engels erano suoi grandi ammiratori, anche se, ovviamente, solo fino all’incontro di Teano. Buon comandante, pessimo politico, scrissero dopo quell’epilogo della gloriosa “impresa dei Mille”… Per ricostruire come cambiò il giudizio rinvio a un mio ampio testo, inserito a suo tempo nel sito: Marx ed Engels sul risorgimento
Oggi tutti esaltano episodi della grande amicizia tra Mandela e il suo ultimo carceriere, o come la scelta di conservare nelle loro funzioni personaggi come John Reinders, capo del protocollo presidenziale durante i mandati dell’ultimo presidente bianco, F. W. de Klerk, e del suo predecessore, P.W. Botha, affidando loro grandi responsabilità perché “noi veniamo dalle campagne, non sappiamo come amministrare un organismo come la presidenza del Sudafrica”, aveva detto Mandela, aggiungendo “abbiamo bisogno di persone sperimentate come lei”. John Reinders lo sapeva bene, tanto che è rimasto al suo posto anche con il successore di Mandela, Thabo Mbeki.
Come e perché e successo? Il ruolo di Nelson Mandela era cresciuto proprio quando nel 1961 aveva assunto la carica di comandante in capo del nuovo braccio militare dell’ANC, Umkhonto we Siswe (La lancia della nazione) ed era stato costretto a passare alla clandestinità. A quell’epoca faceva riferimento esplicito all’esempio della rivoluzione cubana, e quando compariva in pubblico ci teneva a indossare una divisa verde olivo che richiamava quella di Fidel Castro o di Ernesto Che Guevara. “Prenderemo il potere alla maniera di Castro”, diceva allora.
Al momento dell’arresto era militante del partito comunista del Sudafrica, del cui comitato centrale faceva parte. Quando fu liberato, invece, lo aveva lasciato: il necrologio del PCS dice oggi pudicamente che nel 1990 e fino alla morte “era diventato un grande amico dei comunisti”. Cos’era successo?
Certo non erano state le minacce o le pressioni esercitate su di lui negli ultimi cinque anni di detenzione, quando il ministro della Giustizia Kobie Coetsee e il capo dei servizi di sicurezza Niel Barnard, esponenti della estrema destra afrikaner, lo incontrarono segretamente in carcere per ben 70 volte. Paradossalmente i due rimasero colpiti dal loro prigioniero: Coetsee dichiarò a un giornalista e scrittore inglese, John Carlin, che Mandela era “la reincarnazione delle grandi virtù della Roma antica, dignitas, gravitas, honestas…”.
Carlin, in un omaggio al grande leader scomparso, lo elogia per aver allontanato “la prospettiva di una controrivoluzione terrorista dell’estrema destra armata” e di aver trasformato il Sudafrica “nonostante tutti i problemi che ha, e che condivide con dozzine di paesi, dopo essersi liberato della terribile particolarità che in passato lo distingueva dal resto del mondo, in una democrazia stabile, molto più rispettosa nei confronti della legge e della libertà di espressione di quanto sia, per esempio, la Russia, un altro paese che mise fine ad anni di tirannia più o meno nella stessa epoca”.
Un esempio chiave, per capire la scelta di Mandela di rinunciare a una parte essenziale del suo programma, che non era solo l’eliminazione dell’apartheid, ma anche la giustizia sociale. La data della sua libertà coincide con il crollo di gran parte del movimento comunista in seguito alla disgregazione degli Stati del socialismo reale e della stessa Unione Sovietica. Non lo assolve, ma spiega in che clima è avvenuta la sua rinuncia a molte delle sue idee di una vita.
Tranne Cuba che resisteva, si potrebbe obiettare, ma vorrei ricordare cos’era Cuba nel 1994, quando finalmente, dopo altri lunghi anni di trattative, Mandela arrivò alla presidenza. Tra balseros e razionamenti feroci, combinati alle prime aperture ai capitali stranieri, Cuba non poteva più essere un modello convincente. E non lo può essere neanche ora, impelagata com’è in riforme pericolose e al tempo stesso rimaste a metà. Il che non toglie nulla ai meriti storici di Cuba, riconosciuti più volte da Mandela, e di cui abbiamo già parlato nell’articolo precedente (Nelson Mandela). Sulla stampa cubana e latinoamericana vicina a Cuba si sono moltiplicate le rievocazioni di Cuito Cuanavale e di tutta l’impresa angolana.
Molti commentatori riformisti, dal già ricordato Carlin a Matthew Stern, ripetono comunque che riparare le ingiustizie sociali ereditate dall’apartheid era impossibile in un paese con quel tasso di incremento demografico, e che almeno si è creata una classe media nera florida.
Ma è una classe subalterna e senza autonomia, che riceve solo le briciole delle risorse di cui il Sudafrica beneficia per lo sfruttamento delle risorse di molti paesi dell’Africa australe. Matthew Stern, economista che ha lavorato per il governo sudafricano e per la World Bank, parla di “una grande opportunità”: “Le compagnie sudafricane si stanno espandendo rapidamente nella regione, dalla grande distribuzione alla telefonia, fino al settore manifatturiero. Sono mercati potenzialmente importanti nei quali noi abbiamo un accesso privilegiato”. Ma a chi allude, con quel noi?
Certo, ci sono stati modesti miglioramenti: ad esempio contributi per assicurare energia elettrica e acqua a milioni di persone che ne erano prive, ed estendere un austero sistema pensionistico, di cui il grosso della popolazione era priva, ma l’apparire di un ceto medio di colore relativamente benestante non è più significativo della comparsa di sottufficiali e ufficiali subalterni nella polizia e nell’esercito: il vero potere non è stato redistribuito. Oltre il 30% dei giovani neri sono disoccupati, e non a caso le prime crepe nel sistema di governo sono apparse a livello giovanile, con il distacco dall’ANC di Julius Malema, ex responsabile dei giovani e in passato stretto collaboratore di Jacob Zuma. La sua parola d’ordine appare minacciosa, e lo fa paragonare a Mugabe: «Riprendiamoci le terre che ci appartengono e che i bianchi ci hanno rubato». Sui muri di Pretoria appaiono a volte scritte come «Cari bianchi, la luna di miele per voi è terminata». E i bianchi si asserragliano sempre più nei loro ghetti dorati, condomini di lusso protetti da muraglie altissime e da decine di vigilantes (neri, naturalmente…).
Fino a quando si eviterà l’esplosione?
Antonio Moscato
Postilla. Se qualcuno si è scandalizzato per l’accostamento tra i due combattenti, preciso che non voleva essere offensivo. Anche se è poco conosciuta, la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi, tra una condanna a morte e un'accusa di terrorismo, era degnissima. Marx e soprattutto Engels erano suoi grandi ammiratori, anche se, ovviamente, solo fino all’incontro di Teano. Buon comandante, pessimo politico, scrissero dopo quell’epilogo della gloriosa “impresa dei Mille”… Per ricostruire come cambiò il giudizio rinvio a un mio ampio testo, inserito a suo tempo nel sito: Marx ed Engels sul risorgimento
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PS: quest'articolo ne smuove talmente tanta di materia da chiudersi in una biblioteca per un paio di mesi almeno. Manco a dirlo non si può fare...
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