Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/04/2025

Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone

di Marco Sommariva

Mentre non è ancora morto
il Poteve Opevaio,
schiere di sfruttati
continuano a prendere il bus al volo

Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction.

Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume.

Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”.

Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime.

Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.

A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.

Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò [...] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. [...] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.

Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.

Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.

Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone [...] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “È stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”

Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene.

Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi.

Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”.

Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai.

A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”.

Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre.

Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”.

Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.

Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare.

E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin.

E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale.

Fonte

29/03/2025

Fantozzi, dentro il mito del ragioniere più famoso d'Italia

di Claudio Fabretti

Compie 50 anni il primo capitolo cinematografico della leggendaria saga del ragioniere. Da quel 27 marzo del 1975, Fantozzi è diventata una delle maschere cruciali della commedia e della satira della società italiana. Con un impatto dirompente anche sul lessico

“Abbigliamento di Filini: gonnellino pantalone bianco di una sua zia ricca, maglietta Lacoste pure bianca, scarpa da passeggio di cuoio grasso, calza scozzese e giarrettiere;
doppia racchettina Liberty da volano. Fantozzi: maglietta della GIL, mutanda ascellare aperta sul davanti e chiusa pietosamente con uno spillo da balia, grosso racchettone 1912, elegante visiera verde con la scritta 'Casinò Municipale di Saint Vincent'”
(Voce narrante, "Fantozzi", 1975)

Il 27 marzo 1975 il ragionier Ugo Fantozzi saliva per la prima volta a bordo della sua Bianchina, destinazione Ufficio Sinistri della Megaditta ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica. Tutto ciò, nelle sale cinematografiche, perché il personaggio letterario era già attivo da qualche anno: dal 1968, quando Paolo Villaggio iniziò a pubblicare sull'Europeo i racconti ispirati alle gag che lui stesso interpretava in tv nel programma "Quelli della Domenica", e dal 1971, quando i monologhi di Fantocci – come l'autore lo chiamava all'epoca – furono raccolti da Rizzoli in un libro che in pochi mesi vendette un milione di copie, primo di una serie di fortunati bestseller.

Ma nei cinema l'avvento di quel travet in mutande ascellari e baschetto d'ordinanza fu uno shock. L'Italia era improvvisamente nuda, con tutte le sue miserie e meschinità. Uno spaccato di desolazione aziendale che Villaggio aveva mutuato dalla sua esperienza all'Italsider. In quei corridoi interminabili sono nati idealmente personaggi leggendari, come il solerte ragionier Filini, instancabile organizzatore di manifestazioni ricreative, il cialtronissimo geometra Calboni, l'agognata (e sguaiatissima) signorina Silvani, più una pletora di sadici megadirettori – galattici, centrali o laterali – dal subdolo Duca Conte Balabam al superstiziosissimo Duca Conte Semenzara, patito del gioco d'azzardo, passando per il Visconte Cobram, ideatore dell'omonima coppa ciclistica, e il temutissimo cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli, capace di organizzare a tradimento proiezioni di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco la sera di Italia-Inghilterra.

Fantozzi ha la forza caricaturale di un cartone animato, ma più che a (anti)eroi dell'animazione come Homer Simpson, cui pure qualcuno l'ha paragonato, può essere accostato a un personaggio di Gogol (non a caso vincerà proprio il Premio Gogol in Unione Sovietica, nella sezione "migliore opera umoristica"), di Kafka (ebbene sì, c'è anche chi ne ha scritto un libro: Emilio Cagnoni – "Fantozzi Kafka", L'Epos, 2007) oppure alle maschere chapliniane: di queste ultime incarna la natura tragica e comica insieme, ma anche il messaggio di ribellione, celato dietro le sembianze bonarie da Puccettone – come è solito appellarlo l'odioso Calboni, accompagnando l'epiteto con immancabile pizzicotto sulla guancia. Pur riversando principalmente in famiglia le sue frustrazioni, a spese della malcapitata moglie Pina e dell'orrenda figlia Mariangela, Fantozzi è infatti capace di inaspettati e titanici scatti d'orgoglio. Come quando, nell'umiliante partita a biliardo con il feroce Catellani, "al 38° coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio", inanella tre colpi da ko ("rinterzo ad effetto con birillo centrale", "calcio a 5 sponde" e "triplo filotto reale ritornato con pallino"), vedendosi poi costretto a sequestrare la madre dell'imbufalito Cavaliere Conte. Oppure quando, suggestionato dall'ideologia comunista del sovversivo ragionier Folagra, scaglia un sampietrino contro la vetrata aziendale, subendo una tragica convocazione ai piani alti dell'azienda e la condanna a ripartire dal gradino più basso della carriera: parafulmine. La rivolta più celebre, però, resterà quella al cospetto del suddetto professor Riccardelli, quando, al termine dell'ennesima proiezione forzata, sbotterà nella fatidica frase "La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!", incassando 92 minuti di applausi.

Con la saga di Fantozzi, Villaggio cambia la comicità, ma soprattutto il lessico degli italiani – come gli riconoscerà anche Federico Fellini – grazie a una sfilza di espressioni memorabili, frutto della stessa penna raffinata che insieme a Fabrizio De André aveva partorito la ballata "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers". Aggettivi come "mostruoso", "pazzesco", "orrendo", "tragico", "pauroso" iniziano a uscire dai loro ordinari contesti semantici per descrivere le situazioni più disparate. Prendono piede i neologismi e le frasi idiomatiche: "megadirettore galattico", "mutande ascellari", "salivazione azzerata", "fogna di Calcutta"... E cambiano perfino gli status-symbol: la lotta di classe non è più "flanella contro cachemire", bensì "scrivania nel sottoscala contro poltrona in pelle umana", "naif jugoslavo alla parete contro acquario con gli impiegati che nuotano".

Villaggio è il protagonista assoluto, non solo come interprete – perfetto, malgrado le incertezze iniziali che lo avevano spinto a proporre invano la parte a Pozzetto e Tognazzi – ma anche con la sua impareggiabile voce narrante. Ma le fortune di Fantozzi dipendono anche da una straordinaria umanità di comprimari e caratteristi, che la commedia italiana in quegli anni d'oro poteva permettersi: Liù Bosisio prima e Milena Vukotic poi a prestare generosamente il loro volto alla sventurata Pina, Plinio Fernando opportunamente truccato per interpretare la mostruosa figlia Mariangela, l'occhialutissimo Gigi Reder nei panni dell'amico Filini, l'incontenibile Anna Mazzamauro alias Silvani in Calboni, lo stesso Calboni, prototipo dell'italiano furbo, ruffiano e sciupafemmine, reso immortale dal ghigno baffuto di Giuseppe Anatrelli, più la pattuglia di direttori, tra i quali piace ricordare Ugo Bologna nei panni di Corrado Maria Lobbiam, sotto il cui sguardo severo si consumerà una esilarante cena aziendale, condita dal fulminante botta e risposta: "Come sto andando?". "Male, per Dio!".

L'impatto di Fantozzi sul costume nazionale è definitivo: nessun Capodanno avrebbe mai rinunciato al ricordo dell'infame Maestro Canello e del suo festeggiamento anticipato, nessuna cena sarebbe stata più esente da battute sull'abito fantozzianamente inadeguato o sul cibo rovente a 18.000 gradi Fahrenheit, e su ogni vacanza avrebbe sempre aleggiato la nuvoletta piovosa dell'impiegato. Anche se, in realtà, l'abbrivio della saga ha un bersaglio temporalmente identificabile: l'Italietta degli anni '70, quella dei colletti bianchi, ormai già impelagata in un coacervo di nepotismo, arrivismo e corruzione, tra stuoli di Lup. Man., Gran Farabut e Figl. di Gr. Putt., ma anche quella della nobiltà decaduta – simbolizzata dalla ineffabile Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare – buona al massimo per organizzare cene a Cortina o varare navi, e di una classe media impiegatizia pavida e fannullona, ritratta in istantanee-cult, come quella delle partite a battaglia navale o a ping-pong sulle scrivanie e della gigantesca fuga collettiva a fine orario. "Venivano considerati guru del non far niente, il loro era un lavoro stupido e ripetitivo, guadagnavano poco, così farsi assumere in un'azienda e poi fare nulla dalla mattina alla sera diventava un atto eroico", racconterà Villaggio.

Era l'Italia del posto fisso, nel senso deteriore del termine, con le sue aziende-ministero avviate al tramonto dell'era industriale. Un paese in cui il dialetto veniva faticosamente sostituito da una lingua nazionale, con tanto di scivoloni sui congiuntivi: indimenticabile lo scambio Fantozzi-Filini durante una proibitiva partita di tennis "dalle 6 alle 7 antelucane": -Filini: "Allora, ragioniere, che fa, batti?". -Fantozzi: "Ma, mi dà del tu?". -Filini: "No, no, dicevo, batti lei?". -Fantozzi: "Ah, congiuntivo?". -Filini: "Sì!". -Fantozzi: "Aspetti!".

Nel corso degli anni Fantozzi continuerà a raschiare il fondo dei bassi istinti tricolori, sbandierando icone-simbolo dell'italianità media, che siano le vestaglie di flanella, il bidè, il frittatone di cipolle, il rutto libero, le canotte di lana, il calcio o il telecomando, nuovo strumento di potere domestico utilizzato anche per fotografare l'esplosione delle tv private, come nella scena del delirante zapping notturno ("380 cambi di canale in 26 secondi netti!"), con l'immancabile epilogo hot nella "ora in cui le famiglie si ritirano sconfitte: l'ora di proibito, di vietatissimo, di Oroscopone, super porno show", in cui un allupatissimo Fantozzi abbraccerà il televisore al culmine di uno strip-tease, finendo per sintonizzarsi su un prete.

Nessuno, in Italia, aveva mai fatto ridere così, con quello strano miscuglio di comicità grafica (la lingua felpata, le mani spugnate, i rutti con effetto-valanga) e fisica-parodistica, a metà tra Charlot e il circo. E soprattutto nessuno era mai stato così feroce, trasformando l'umiliazione in sghignazzo. Con punte di crudeltà assoluta, come nella scena in cui la piccola Mariangela viene scambiata per la scimmietta del circo. Ma Fantozzi è anche il più celebre incassatore, pardon, parafulmine, del cinema italiano: totalmente inerte di fronte al destino avverso, perfino quello sentimentale ("Ugo, io ti stimo moltissimo" sarà il massimo riconoscimento che otterrà dalla moglie), riesce sempre, in qualche modo, a restare a galla, un po' come l'Italia stessa, vessata, umiliata, offesa, eppure in qualche modo capace di tirare avanti. "All'inizio la gente rideva e basta, ma si sentiva anche aggredita – spiegherà Villaggio – poi subentrò la gratitudine. Fantozzi è un subitore perfetto, ha liberato tutti dalla spiacevole sensazione di sentirsi unici nel proprio essere sfigati. Era come una seduta terapeutica, gli spettatori seguivano le sue avventure e pensavano: forse è vero, siamo tutti così".
 
Una iperbole vivente e una maschera geniale, a cui si può perdonare l'agonia degli ultimi capitoli della venticinquennale saga, iniziata sotto lo sguardo grottesco di Luciano Salce, nei primi due memorabili atti, e mantenutasi su buoni livelli almeno per un paio d'altri, a firma Neri Parenti. Oggi, come allora, di Fantozzi e della sua satira al vetriolo, c'è un disperato bisogno: "Venghi, ragioniere, venghi".

Fonte

06/07/2017

Quell’insano bisogno di glorificazione

Difficile svelare il mistero che porta con sé una cultura massmediatica che procede dissacrando costantemente se stessa e, nel medesimo tempo, in continua ricerca di nuovi eroi ambiguamente popolari. La morte di Paolo Villaggio in tal senso fornisce più di un solido esempio. E’ il sintomo di una perversione che agisce non solo dall’alto verso il basso, dai grandi media al popolo, ma prorompe soprattutto dal “popolo” stesso. Nonostante la post-modernità abbia apparentemente espunto il sacro, questo si impone per altre vie, attraverso altri canali, inconsapevolmente (per chi lo subisce). La morte dell’attore ha dato il via al processo di santificazione. Chi avesse osato addentrarsi nella critica di questo o quell’aspetto del suo lungo percorso professionale, veniva escluso dalla comunità dei credenti, coincidente, ça va sans dire, col “popolo”. Persino le critiche positive, se non adeguate alla canonizzazione in corso, venivano scambiate per bestemmie. Improvvisamente un popolo cresciuto con le peggiori derive fantozziane del suo percorso iniziava a discettare della sua amicizia con De André, dei suoi libri(!) o altre fesserie del genere. Il problema non risiede nella valutazione, più o meno corretta o avveduta, che si può avere su questo o quel personaggio pubblico, ma l’idea stessa che questo non possa essere sottoposto a critica altrimenti si è “distanti dal popolo”, “intellettualoidi”, nonché – immancabile per i lettori del bignami radical – “zdanoviani”. Una parabola che in realtà si è potuta vedere anche in occasione del concerto di Vasco Rossi lo scorso primo luglio. Anche qui, del fatto in sé (cioè del concerto e di Vasco) ci interessa poco. Ma la gazzarra scatenatasi al primo accenno di critica, qualsiasi essa fosse, lascia interdetti. Chiunque avesse avuto l’ardire di sollevare il minimo punto di vista alternativo a quello della massa dei credenti, veniva ignominiosamente espulso dal novero degli esseri umani, appartenente di fatto all’élite, anzi, alla casta, qualsiasi essa fosse: dei “politici”, degli “intellettuali”, o magari alla casta degli zdanoviani, l’unica probabilmente ancora prospera e intoccabile.

Eppure questo bisogno collettivo e trasversale di aggrapparsi a qualche certezza “nazional-popolare” (mai termine fu più abusato e ingiuriato) sconfina in questa sorta di ri-sacralizzazione dell’orizzonte narrativo pubblico. L’idea che questa sacralizzazione funziona solo in quanto trasversale, ambigua, pacificante, e proprio per questo da sottoporre a critica chiunque venga investito di tale beatificazione post-mortem, non scalfisce le certezze di questo “popolo” “finalmente libero” di scegliersi i suoi santi e eroi. Non incrina tale certezza neanche il fatto che questi santi siano tali solo perché così presentati da quel circuito culturale-mediatico che abolendo falsamente il sacro in realtà lo riproduce costantemente sotto altre forme. Questi eroi sono tutto fuorché “popolari”, men che meno frutto di processi mitopoietici che li impongono all’attenzione del grande pubblico. Vengono, al contrario, prescritti dall’alto, ma presentati come genuinamente “dal basso”. E’ così che va il mondo, potremmo aggiungere, se non fosse che ormai a cadere per prima in questo insano bisogno di sacro è gran parte di quella sinistra culturale definitivamente inchinata di fronte alle beatificazioni mainstream. Scambiando il mainstream con il popolare, i primi guardiani dell’ortodossia (un tempo, almeno, esercitata, oggi subita) sono coloro che a parole menano vanto di combatterla. Fungendo così da megafono (peraltro gratuito) per ogni indegna operazione di egemonizzazione capitalistica del proprio orizzonte culturale.

Si potrebbe fare un facile confronto, leggendo il modo in cui alcuni giornali di destra, quindi non sospettabili di assecondare le velleità progressiste dei loro lettori, hanno trattato la scomparsa di Villaggio con la figura di De André. Viene presentata l’amicizia tra Villaggio e De André come prova della precoce genialità del Villaggio stesso: «Villaggio, nato a Genova da una famiglia altoborghese, aveva già mostrato di che (ottima) pasta era fatto, scrivendo in combutta con l’amico e complice degli anni giovanili Fabrizio De André, l’irresistibile testo della canzone Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Un irriverente brano di stampo goliardico, che fece fremere di sdegno i benpensanti» (qui). Peccato che sono gli stessi giornali che hanno tentato di demolire quotidianamente l’opera del cantautore genovese, presentato come «il Dio dei bamboccioni», un «ribelle di regime», spiegandoci che «ci sono voluti oltre quarant’anni per infrangere uno dei più granitici tabù del sistema musicale italiano: Fabrizio De André non è il mito che ci hanno fatto credere dopo la morte» (qui). Ecco, questi stessi giornali oggi edificano il mito trasversale di Villaggio (anche) perché «amico di De André», fatto questo che al contrario dovrebbe insospettire i lettori del Giornale ma che, nella costruzione artificiosa e beatificante, scompare in una pappa falsamente “nazional-popolare”, in realtà rigidamente disciplinata.

Neanche un anno fa moriva Dario Fo, altro mito popolare – al pari di De André. Ma proprio perché la “mitizzazione” di Dario Fo era imposta, e non subita, dalle classi popolari, ecco che Libero, lo stesso giornale che oggi glorifica Paolo Villaggio, si trovava afono e spiazzato, tanto da ricordarlo così: «lo smemorato della Repubblica». Col corpo ancora caldo, quando persino la platea clericale dei suoi lettori avrebbe ceduto al tic della misericordia, Libero non poteva far altro che insultare la memoria del grande attore e regista milanese. Perché Dario Fo, come Fabrizio De André, non riesce ad essere pacificato, dato che la loro “sacralizzazione” non è proceduta dall’alto verso il popolo, quindi disciplinata, ma il suo contrario, dunque ingestibile. Sono due esempi prossimi a Paolo Villaggio: De André perché costantemente tirato in ballo in questi giorni, Fo perché recentemente scomparso. Ma se ne potrebbero fare di altri, il discorso non cambierebbe. Questa discrasia, lungi dall’essere colta, viene anzi rigettata al mittente col solito corollario di bestialità “anti-intellettualistiche”. Rimane la domanda del perché permanga questa urgenza del sacro, sebbene declinata in funzione pacificante. O forse proprio per questo.

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05/07/2017

Il buon padrone di Fantozzi


«Ma... Mi scusi... Sire, ma... Non mi vorrà dire che lei è... Scusi il termine, sa... “Comunista”?»
«Beh... Proprio comunista, no! Vede, io sono un medio-progressista...»

«Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte queste ingiustizie che ci sono, lei che cosa consiglierebbe di fare, Maestà?»

«Ecco... Bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà, come me e come lei, caro Fantozzi, cominciassero a incontrarsi senza violenze, in una serie di civili e democratiche riunioni. Fino a che non saremo tutti d’accordo.»

«Ma... Mi scusi Santità... Ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!»

«Posso aspettare... Io!»
«Grazie...»

Fantozzi, Luciano Salce, 1975.

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03/07/2017

E’ morto Paolo Villaggio. Era ora

Paolo Villaggio ha percorso l’affollatissima strada dell’uomo di cultura italiano del Novecento: da originale, a tratti geniale, interprete di una società in fase di profonda trasformazione, a portavoce di indicibili banalità sull’universo mondo. Questa parabola lo accomuna al 99% della cricca intellettuale del nostro paese, un mondo che è transitato, senza colpo ferire, dall’opposizione ai canoni culturali e politici dominanti al più completo asservimento verso di questi. Una generazione intellettuale prima organica, volente o nolente, a una visione del mondo. Poi festosamente disorganica, e proprio per questo libera di sparare le più immani boiate, le più trite ovvietà sub-culturali, circondata da quell’aura intellettuale opportunamente veicolata dal dispositivo televisivo. Eppure Paolo Villaggio è stato, per un breve periodo, interprete di un’acuta riflessione sulla società italiana e sulle contraddizioni generate dal suo arrembante sviluppo capitalistico. Tra il 1975 e il 1976 Villaggio è protagonista di due film eccezionali: Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi. Eccezionali per vari motivi. In primo luogo, raccontano le vicende di un’Italia borghese, arricchita ma ancora pezzente, incapace di gestire il lavoro sicuro, la macchina a rate, la casa di proprietà, e che entra immediatamente in cortocircuito sociale tra le nuove ambizioni e il ricordo della povertà. Un paese piccolo borghese rapidamente individualizzato, egoistico, competitivo. Negli anni Settanta, momento di passaggio tra la recente povertà e il rapido arricchimento, molti saranno i film e i libri che racconteranno questa inedita trasformazione. Due su tutti: Dillinger è morto, di Marco Ferreri, e Un borghese piccolo piccolo, di Monicelli. Due film chiaramente superiori al Fantozzi di Luciano Salce. Eppure i due film di Salce irrompono nella cultura italiana per alcuni tratti originali e innovativi. Al contrario dei film prima citati, non si prendono sul serio, non hanno ambizioni di sorta, salvo poi acquisirle retrospettivamente grazie al successo clamoroso che consacrerà la figura nazional-popolare di Villaggio. Nei Fantozzi la critica della neo-borghesia parassitaria è al tempo stesso spietata e indulgente. Fantozzi è nel medesimo tempo sia protagonista che vittima del processo di borghesizzazione della società italiana, e non si capisce mai dove finiscano le responsabilità sociali e dove inizino quelle soggettive, individuali. Se nei film di Sordi la caratura negativa del protagonista è immediatamente ascrivibile al personaggio, in Fantozzi il lato comico e quello critico convivono in una sintesi efficace e che giustamente ha avuto la capacità di divenire popolare rimanendo, al tempo stesso, profondamente culturale. Non sono tanti gli esempi simili, quelli cioè di una commedia, addirittura cabarettistica in alcuni suoi tratti, in grado però di sviscerare (nei suoi limiti ovviamente) un tratto ancora inesplorato della società italiana.

Dopo Il secondo tragico Fantozzi Villaggio viene fagocitato dal suo stesso successo, replicando in sedicesimi, via via degradando, un personaggio ormai completamente disattivato della sua carica innovativa. Dagli anni Novanta Villaggio è definitivamente rientrato nell’alveo dell’assoluta compatibilità al circuito culturale-massmediatico berlusconiano, non tanto perché protagonista dei suoi film, ma per la sequela di idiozie che ha saputo spargere in questo trentennio, in cui l’atteggiamento da guru finiva definitivamente per “macchiettizzarlo”. Peccato, per un originale interprete di quella capacità molto italiana di saper coniugare la Cultura con il popolo, l’alto e il basso, secondo un’espressione abusata. Paolo Villaggio è stato tante cose nella sua lunghissima vita pubblica. A prevalere nettamente nel ricordo collettivo saranno i due Fantozzi, e perciò possiamo concludere che, nonostante tutto, nonostante lo stesso Villaggio, oggi scompare un protagonista importante della cultura italiana.

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