Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2018

Capisaldi 2017

C'è stato tanto revival tra i miei capisaldi del 2017. Si è trattato prevalentemente di ascolti fissati nella mia prima giovinezza, che si rispecchiano nella vita odierna tratteggiando una parabola tra aspettative passate e delusione dell'oggi.

Riaprendo quel bagaglio ne ho trovato un po' per tutti i gusti: dai Green Day per i momenti spassionatamente cazzari, alla furia nichilista dei Pantera, passando per la claustrofobica oscurità degli Overkill del triennio '89-'91, probabilmente gli unici tra i miei ascolti passati a rievocare oggi come allora, sensazioni morbosamente sinistre, a tratti infastidenti, ma da cui mi è impossibile congedarmi.

I nuovi ascolti e le riscoperte non sono comunque mancati: tra Fear Factory ed Anthrax infilandoci in mezzo Spin Doctor (!?!) e Sceaming Trees gli stimoli sono stati molti e sarebbero potuti essere anche di più se non mi fosse mancato il tempo, ad esempio, per ragionare a modo sull'ultima uscita dei Depeche Mode...

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...

In questo senso è un mezzo miracolo essere riuscito a dedicarmi come si conviene alla produzione dei Creedence Clearwater Revival in cui ha brillato di luce propria Cosmo's Factory, album immediatamente diventato uno tra i miei ascolti preferiti di sempre.

Va comunque detto che, come verificatosi negli anni più recenti, anche il 2017 ha avuto il suo bel convitato di pietra non tanto condensato in un genere – era stato il grunge – ma in un artista Chris Cornell che, combinazione, con la sua dipartita ha funestato l'anno riaprendo la piaga dello stillicidio di uno stile di cui non è rimasto nulla, oltre a ridare impulso (se qualcuno ne avesse parlato) alle disquisizioni sui traguardi che il successo personale più ampio non fa comunque raggiungere.

Potrei chiosare con un laconico "è il capitalismo, signora mia", ma un'alzata di spalle del genere non sposta nemmeno un grammo di scazzo che anche queste situazioni caricano addosso.

Quindi, che fare? Beh, anzitutto partire dall'assunto che questa non è un'uscita!


18/03/2017

Final exit

Fear Factory - Genexus

Il disco che non ti aspetti

Basta questo a definire le sensazioni provate durante e soprattutto a conclusione dell'ascolto di Genexus, nona pubblicazione degli statunitensi Fear Factory.

Un album che ha già 2 anni sul groppone, cui mi approccio grazie a una domenica mattina completamente libera e su imbeccata del mio storico mentore musicale perchè io, la formazione di Burton e Cazares l'avevo riposta nel passato da un pezzo, fermo com'ero al per me ottimo Digimortal datato 2001 (!!!).

Dell'ultimo 15ennio, infatti, nulla mi aveva davvero entusiasmato dei Fear Factory complice anche un notevole turbinio nelle mie preferenze sonore e una progressione all'interno della biografia del gruppo che non lo ha certo aiutato a tenere le bocce ferme sull'aspetto artistico. Troppi cambi di formazione e scazzi tra i membri storici del gruppo, quelli per capirci che ben 22 anni fa crearono Demanufacture, a tutt'oggi una pietra miliare della musica moderna, soprattutto per chi mastica elettronica e industrial.

Il richiamo a quel capolavoro non è casuale, in quanto Genexus riavvicina (con notevole clamore, almeno per il sottoscritto) i Fear Factory ai fasti vissuti nel decennio dell'apogeo occidentale – per dirla coi toni dei fratelli Wachowski in Matrix – rinverdendo un genere passato dall'essere nuova frontiera della musica non solo pesante, a mera sotto categoria del rock, in concomitanza col venir meno dell'interesse verso gli outfit stravaganti di Merilyn Manson (dalle stelle alle stalle insomma).

Ce ne sarebbe già abbastanza per consigliare Genexus a tutti i folgorati sulla strada del citato Demanufacture, piuttosto che Downward Spiral, Pandemonium e Paradise Now e, invece, val la pena proiettarsi oltre perchè la parabola che l'album in oggetto produce insieme al suo illustre predecessore porta in dote un'attualità tematica che probabilmente ha più valore dell'encomiabile resa sonora.

I Fear Factory infatti, pur non avendo mai smesso di dedicarsi alla narrazione delle contraddizioni, quasi sempre distopiche (a ragion veduta, si pensi ai droni...), generate dall'impatto della tecnologia sulla vita umana, con Genexus si può sostenere portino a compimento la stesura di una sorta di prefazione al dibattito recentissimo che si è, guarda caso, aperto esattamente intorno alla (ri)messa in discussione della confortante tesi secondo cui le moderne tecnologie sono esclusivamente foriere di magnifiche e progressive sorti per il genere umano.

In questo senso, è certo che l'ascolto di Genexus sarebbe estremamente proficuo per tutti i Toni Negri dell'universo mondo.

20/01/2015

Demanufacture


Proviamo a immunizzare almeno questa mattinata dai consueti sproloqui di cazzate proferiti dalla gente che ci circonda.