Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2026

Music For The Masses, le liturgie per la celebrità dei Depeche Mode

Musica per le masse ad opera di chi le aveva sempre schivate, professandosi outsider per cultori di Blasphemous Rumours. L’album che nel 1987 proietta i Depeche Mode verso lo stardom può apparire una mossa azzardata, quasi blasfema – per restare in tema – nei confronti del manipolo di adepti che li aveva fedelmente seguiti dalle origini, in quel di Basildon, fino al cuore del decennio Ottanta. Eppure, la svolta che porterà al grande successo Dave Gahan e compagni non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma come una evoluzione nella continuità. E si rivelerà talmente efficace da riuscire nell’impresa più ardua: tenere insieme lo zoccolo duro della prim’ora con nuove orde di irriducibili fan.

Liturgie elettropop

Già il precedente – e cruciale – “Black Celebration” (1986), infatti, aveva segnato un primo, deciso cambio di rotta per i Depeche Mode, in un percorso che da band di culto per feticisti elettropop li avrebbe portati in breve tempo a gremire arene e stadi di tutto il mondo. Nella celebrazione nero pece del 1986 si potevano già cogliere le avvisaglie di una trasformazione in quasi tutti gli aspetti caratteristici del gruppo di Basildon: la voce di Gahan si era fatta più cupa, pur mantenendo il fascino mostrato in alcuni episodi dei precedenti lavori, le sonorità apparivano più robuste e mature, con Gore ormai pienamente in grado di dosare le tastiere in modo da creare atmosfere oniriche (la splendida title track, "Stripped"), pur senza rinunciare a riff aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e "A Question Of Lust"). Dall'epico crescendo di "Black Clebration" fino alla desolazione di "New Dress", l'album proponeva un suono stratificato e denso, che affondava le radici nell'elettropop degli esordi ma, come attitudine e sonorità, ammiccava già al rock da stadio. Poco importava che le chitarre ci fossero o meno: anche un pezzo come "Flies On The Windscreen", col suo macabro accompagnamento di vocalizzi ansimanti, suonava come un vero e proprio anthem negativo, colonna sonora per uscite notturne votate alla decadenza.
Restava quel mix di sacro e profano d'ascendenza blues, da plasmare in nuove, accattivanti forme sonore, senza smarrire quel senso di cupezza e di angoscia che avrebbe sempre accompagnato la premiata ditta di Basildon: un’alchimia complessa per nuove liturgie sonore, quelle di “Music For The Masses”.

Registrato tra Parigi e Londra e mixato in Danimarca, “Music For The Masses” è al tempo stesso il primo album dei Depeche Mode in cui il mentore della Mute, Daniel Miller, non ha un ruolo centrale nella produzione e il primo in cui il tastierista Alan Wilder inizia ad avere un peso rilevante in cabina di regia. A proposito del rapporto con Miller, nel documentario ufficiale sul making of, Martin Gore riconosceva la necessità di “un po’ di nuovo slancio”, mentre lo stesso produttore parlava di “una boccata d’aria fresca” e di “un enorme peso tolto dalle spalle” nel rinunciare alle responsabilità quotidiane. Per la produzione, così, la band si orientò verso Dave Bascombe, che aveva da poco lavorato come ingegnere del suono per "Songs From The Big Chair" dei Tears For Fears. Non potranno certo sfuggire le somiglianze tra alcune atmosfere cupe di quel lavoro e le nuove liturgie per le masse dei Depeche Mode. Nel documentario, Gahan rivelava: “Dave sembrava semplicemente una persona con cui potevamo andare d’accordo”; mentre il compianto Andy Fletcher scherzava: “A volte servono battute nuove, qualcuno che ti prenda un po’ in giro”. In realtà, pur accreditato come co-produttore, Bascombe ridimensiona il proprio ruolo nel plasmare il suono, sostenendo di essere stato impiegato soprattutto come tecnico, più che come guida creativa e di essersi divertito per le “strane” regole non scritte dello studio. Non era suo compito mettere in discussione lo status quo, così si limitò a inserirsi nel flusso di lavoro: una volta che Gore aveva scritto e preparato il demo di un brano, spettava a Wilder e al produttore/ingegnere svilupparlo in studio.

Le session iniziarono al Guillaume Tell, un cinema parigino riconvertito, che si rivelò proficuo grazie alla disponibilità di diversi strumenti orchestrali. Il lavoro proseguì ai Konk Studios dei Kinks a Londra e in uno studio mobile installato in una vecchia villa nella campagna inglese, per poi concludersi con registrazioni e mixaggi ai Puk Studios in Danimarca (edificio purtroppo distrutto da un incendio nel 2020). Ne scaturì un suono epico e orchestrale, che accentuava la natura melodrammatica e teatrale del Depeche sound: una combinazione dell’abilità tecnica di Bascombe e dell’influenza classica e delle doti di arrangiatore di Wilder. Con brani spesso costruiti su cicli ipnotici che crescono fino a un climax trascinante. Un sound meno pittorico rispetto ai dischi precedenti, e decisamente scultoreo, con i bassi che sembrano scavati nel marmo, mentre continuano le dense sovrapposizioni di tastiere elettroniche. Gore, tuttavia, mette un po' da parte i synth, allentando il purismo elettronico, per dedicarsi alla chitarra elettrica – non a caso, il disco si apre con un riff di chitarra isolato, seppur pesantemente trattato e innescato da un campionatore – mentre la batteria si insidia prepotente.

Dal punto di vista lirico, Gore esplora il tema della strada aperta, un motivo ricorrente che evoca evasione giovanile e avventura, mentre la metafora della guida si intreccia con la sua fascinazione per i giochi di potere e il controllo. “Music For The Masses” segna anche un cambiamento nell'estetica del gruppo, con il coinvolgimento di Anton Corbijn (futuro regista del film "Control" su Ian Curtis) nei videoclip e nei materiali promozionali.

I singoli killer

Un successo annunciato e programmato fin nei dettagli, insomma, inclusi i due singoli apripista. Quando infatti il sesto album in studio del gruppo britannico approda nei negozi, il 28 settembre 1987, i Depeche Mode hanno già aperto una significativa breccia nelle classifiche grazie a un doppio, prelibato antipasto.

Il primo 45 giri, “Strangelove”, propone un Gahan ormai già dannato nel suo abbandono agli eccessi e ai peccati della notte, assecondato da cadenze frenetiche: un energico synth-pop in quattro quarti pensato per le piste da ballo. Uscito 5 mesi prima dell’album, mentre le session erano ancora in corso, “Strangelove” fu ritenuto troppo euforico per adattarsi allo stile più oscuro di “Music For The Masses“, così Miller ne realizzò una versione più lenta e oscura, destinata ai solchi dell'Lp. Anche il raffinato videoclip di Corbijn subì dei cambiamenti: dalle riprese in Super 8 e in bianco e nero effettuate in vari scenari di Parigi vennero espunte le parti in cui comparivano due modelle dark in abbigliamento discinto, prontamente censurate da Mtv Usa.

Ma a dettare la linea all'album sarà soprattutto il successivo 45 giri, “Never Let Me Down Again”, destinato a essere annoverato tra gli inni definitivi del synth-pop. Enfatico, trascinante ma perfettamente calibrato, con l'esaltante montare del refrain pianistico sull'onda del denso corpo sonoro. Un grandioso climax orchestrale, con tanto di campioni sinfonici ispirati da "Carmina Burana" di Carl Orff, che lanciano il pezzo in orbita. Il testo è stato interpretato in vari modi: un viaggio edonistico verso l’oblio, un’esperienza omoerotica, una semplice storia di amicizia. Qualcuno insinuerà perfino che il “best friend” del “ride” potesse essere la droga da cui Gahan era dipendente in quel periodo. Un brano reso irresistibile anche da un rullante devastante, catturato da "When The Levee Breaks" dei Led Zeppelin, per stessa ammissione di Bascombe: “Da ragazzo ho sempre pensato che fosse il suono di batteria più entusiasmante del mondo!”, rivelerà.

Una prima breccia nelle classifiche – si diceva. Non così dirompente, a dirla tutta: “Strangelove” approderà al n.16 in Uk e al n.76 negli Stati Uniti; “Never Let Me Down Again” si fermerà al n.22 in Uk e a n.63 negli Usa. Ma progressivamente saranno proprio quei due singoli a trainare al successo “Music For The Masses”. Magari con la complicità di un terzo colpo da ko uscito su 45 giri, di nome “Behind The Wheel”, che riporta in discoteca questo suono oscuro e fatalista, esplorando il lato oscuro delle relazioni umane: un altro potenziale tormentone da club con una sequenza di accordi inquieta e irrisolta. Wilder spiegò nel documentario: “È una sequenza di quattro accordi che si ripete e non cambia mai. Mi ricorda quelle scale a illusione ottica: sali e non arrivi mai in cima. Quando fai il giro, sei di nuovo in basso... non puoi fermarti, ed è questa la bellezza, anche per l’analogia con la guida”. Rispetto alla single edit, più concisa e diretta, la versione dell’album è dilatata, costruisce lentamente tensione e atmosfera prima di mantenere la promessa con quegli inesorabili colpi di rullante. A impreziosire il brano sarà anche un altro video doc di Corbijn, girato in Italia presso il lungo lago di Arona, in Piemonte, nel quale Gahan resta a piedi, mentre un trattore gli porta via la macchina, ma viene raggiunto da una donna in Vespa su cui sale dopo aver buttato via delle stampelle.

Dopo tre singoli-killer come questi, la quarta scelta su 45 giri sarà invece spiazzante, con la filastrocca delicata e sinistra di “Little 15”, che tuttavia si rivela essenzialmente una riflessione sull’innocenza perduta, narrando la storia di un quindicenne alle prese con le difficoltà della crescita e di una donna adulta, amareggiata dalla vita, che lo ammonisce sui pericoli del mondo. Eventuali allusioni sessuali sembrano (stavolta) da escludere, anche se Gore racconterà: "Parla di una casalinga di mezza età, annoiata, che cerca una nuova ragione di vita attraverso un ragazzo giovane. Non deve per forza essere una cosa sessuale. Anche se questa canzone in particolare si riferisce a un nostro compagno di classe che ebbe davvero una relazione con una donna di mezza età quando aveva 15 anni". Dell’arrangiamento orchestrale campionato del brano, è stato detto che evoca una “Eleanor Rigby” per la generazione synth-pop, ed è in effetti un saggio magistrale dell’abilità di Wilder nel prendere lo scheletro di una composizione di Gore e arricchirlo con la sua magia orchestrale, ispirandosi nella fattispecie al minimalismo di Michael Nyman.

Elettronica per arene rock

Il quarto singolo rappresentava dunque il volto più riflessivo e introspettivo dei Depeche Mode, che porta soprattutto il marchio di Gore e che non è mai mancato in ognuno dei loro album. Tra gli altri episodi dell’album che abbassano le pulsazioni per scavare negli anfratti della psiche, vanno annoverati l’elegante “The Things You Said”, lenta e atmosferica nel suo incedere notturno, “To Have And To Hold”, con campioni di radio russa seguiti da un drone sintetico cupo a precedere un beat minimale e il refrain semplice e ripetitivo di Gahan, e la meno riuscita “I Want You Know”, tipica novelty erotica di Gore che usa gemiti e sospiri campionati da un film per adulti per creare il groove con un Fairlight CMI 3 che oggi suona un po’ datato.

Alla categoria delle hit mancate appartengono invece la pulsante “Sacred”, residuo legame con l’industrial-pop delle origini tra cori campionati e l’iconografia religiosa sovversiva di Gore (“a firm believer and a warm receiver”) e l’electro di "Nothing", scandita da un riff contagioso e un apparente charleston, che deriva in realtà dal sample della porta pneumatica di un pullman (!).

Un discorso a parte merita la grandeur finale di “Pimpf”, che con i suoi pomposi timbri operistici rasenta pericolosamente un kitsch inaccessibile perfino agli attuali Muse: il brano strumentale, dal gusto wagneriano, con la voce di Gore campionata, scomposta e riprogrammata, prende il nome da una rivista nazista per ragazzi della Hitlerjugend, dettaglio che ne chiarisce il clima. Un azzardo temerario che alla fine trova senso nel climax melodrammatico del disco: Bascombe paragonerà il fervore di "Pimpf" che risuonava dagli altoparlanti prima di un concerto a Parigi all’atmosfera di un comizio politico.

I Depeche Mode di “Music For The Masses”, insomma, sono un gruppo che vive di contrasti e dualismi, uno dei quali è del tutto interno a Gore. È lui che scrive tutti i testi pieni di rese al peccato e slanci purificatori, tra amore sacro (poco, in effetti) e passioni profane (in abbondanza). L'altro dualismo è al contrario esterno: quello tra il Gore paroliere e il Gahan cantante, ma anche tra la voce efebica del primo e quella profonda e virile del secondo: l'innocenza e l'esperienza sono compresenti nella loro musica, come in ogni animo umano.

Scavallata la metà degli anni '80, i Depeche Mode avevano ormai fatto loro il connubio tra paesaggi sonori desolati e ritmi ballabili che già aveva reso forti certe produzioni di Giorgio Moroder o "Blue Monday" dei New Order, ma erano intenzionati a fare della musica elettronica uno spettacolo da arene rock. Il culmine della loro ambizione populista sarà raggiunto nell'epico concerto al Rose Bowl di Pasadena immortalato da D.A. Pennebaker nel video "101". Proprio quell’ultima data, davanti a circa 60.000 spettatori, sancì definitivamente l’affermazione dei Depeche Mode negli Stati Uniti come una delle band alternative di riferimento della fine degli anni Ottanta.

“Music For The Masses”, del resto, segnò il primo vero salto di qualità dei Depeche Mode nel mercato statunitense. Entrò nella Billboard 200 fino alla posizione n.35 e ottenne la certificazione di disco d’oro a circa sei mesi dall’uscita, un risultato decisamente più rapido rispetto a quanto era accaduto con "Some Great Reward" e "Black Celebration", premiati solo a distanza di anni. Fu inoltre il disco con il maggior numero di singoli di successo pubblicati fino a quel momento.

Da ricordare anche il documentario “Depeche Mode: 1987-88 (Sometimes You Do Need Some New Jokes)”, una panoramica sull'album, contenente commenti e interviste di quanti hanno contribuito alla sua realizzazione: oltre al gruppo, il produttore Dave Bascombe, Daniel Miller, Daryl Bamonte, Martyn Atkins (che propose l'idea dei megafoni per la copertina), il regista Anton Corbijn e tanti altri.

Sarebbe toccato al successivo “Violator” (1990) completare l’opera, suggellando il nuovo ruolo dei Depeche Mode come profeti dell’elettropop per le masse. E pensare che tutto nacque per scherzo: quel titolo era infatti una battuta al vetriolo sulla loro presunta irrilevanza commerciale. Uno scherzo che si tradurrà rapidamente in una profezia, proiettando gli ex-outsider di Basildon nell’olimpo del pop-rock mondiale.

Fonte 

31/12/2023

Capisaldi 2023

Il leitmotiv dell'anno che si chiude è stato la mancanza di tempo: troppe cose da fare per tenere il passo del mondo! Conseguentemente il tempo per "tutto il resto" si è ridotto al lumicino.

Gli ascolti, ovviamente, ne hanno fatto largamente le spese.

È una premessa che ripeto da ormai molti anni, segno che da questo punto di vista va sempre peggio e non se ne vede la fine.

Dunque anno avaro il 2023, in cui per forza di cose, la parte del leone l'hanno fatta gli ascolti consolidati, perché quando manca il tempo si torna su quanto già si conosce.

Tra le nuove uscite pochissimo materiale, comunque tutto partorito da soggetti ormai maturi, anzi quasi senili, nell'ordine:

  • Depeche Mode, con un ritorno di inaspettato livello considerando 4 decadi di carriera e la recente dipartita di Andrew Fletcher;
  • Godflesh di cui tanto per cambiare hanno parlato in pochissimi... sarà che di sti tempi non fa bello tessere le lodi di quegli artisti che ti sbattono nelle orecchie il lezzo del nostro mondo;
  • Overkill che mi paiono gli unici a tenere botta tra i thrasher statunitensi.

Tra il materiale mai ascoltato compiutamente, ma non di nuovo conio, qualcosa di davvero interessante è comunque spuntato fuori, tra Sinead O'Connor, Amy Winehouse, Psychedelic Witchcraft, U2 ed Eminem.

A ben vedere sarebbe potuta andare anche peggio... cosa che mi auguro non succeda nel 2024.

25/03/2023

Depeche Mode - 2023 - Memento Mori

Sono davvero pochi i dischi pubblicati dai Depeche Mode senza che traversie esterne abbiano contraddistinto le fasi di stesura del progetto.
In un’ipotetica classifica di questo tipo, la morte di Andrew Fletcher si collocherebbe, senza ombra di dubbio, nella posizione più alta.
L’improvvisa scomparsa di Andy, avvenuta lo scorso 26 maggio a causa di una dissezione aortica, ha fatto traballare pericolosamente, come mai prima d’ora, le già fragili dinamiche che hanno accompagnato il gruppo praticamente per tutto il percorso ormai ultra-quarantennale.
In occasione di una recente intervista, senza malizia ma sicuramente con poco tatto, a Dave Gahan è scappata un’affermazione che illustrava, da un lato, il ruolo fondamentale rivestito da "Fletch" nella gestione delle questioni organizzative, economiche, contrattuali e strategiche, ma dall’altro esternava la sua ormai definitiva assenza nell’apportare un contributo alla parte creativa, lui che partiva dall’essere agli esordi l’unico vero musicista dell’allora quartetto. Ne è prova il fatto che, al momento del ferale episodio, il materiale poi confluito nel quindicesimo album in studio dal titolo “Memento Mori” fosse già pronto e in traiettoria per essere registrato.
Probabilmente è proprio per questo che Martin Gore e Gahan non sembrano aver avuto troppe remore nel portare avanti in duo il leggendario marchio Depeche Mode, se si esclude qualche tentennamento iniziale di Dave subito fugato dopo l’ascolto di alcune demo inviategli da Martin.
D’altra parte i Depeche Mode erano, da parecchio tempo, un terzetto solo di facciata, vista la solida e imperitura presenza di numerosi e illustri collaboratori.

Ciò che mancherà, e purtroppo per sempre, è la presenza dell’amico Andy, il ragazzone sornione e sorridente, che ha letteralmente sottratto più volte la band dallo scioglimento.

“Memento Mori” ovvero “Ricordati che devi morire”, è un’intestazione stabilita già prima della morte di Fletcher, un titolo che mi fa ricordare una famosa e stranamente calzante battuta di un film di Massimo Troisi e Roberto Benigni. In effetti, in connessione con questa stravagante similitudine, il vero messaggio che Gore, Gahan e soci vogliono veicolare mediante queste dodici canzoni è proprio quello d’innescare una riflessione sul fatto che la vita dell’individuo è assai breve, in troppi frangenti riservata a pensieri funesti, pessimistici. L’invito è quello di vivere le proprie emozioni nel modo più efficace possibile, senza cattiverie gratuite o catastrofismo; un messaggio inedito per chi ha da sempre costruito fortune esprimendo versi di dolore e malessere esistenziale.

Si scriveva dei collaboratori, ebbene, la squadra è composta da nomi d’incondizionato prestigio: dalla produzione di James Ford (Gorillaz, Arctic Monkeys, Foals) e della nostrana Marta Salogni (Bjork, Animal Collective, XX), entrambi anche coautori di alcuni brani, da Peter Gordeno e Christian Eigner, ormai considerabili membri effettivi, dalle partiture orchestrali del Maestro Davide Rossi (Verve, Coldplay, Goldfrapp, Royksopp), registrate al Six Feet Under Studios di Torino e, dulcis in fundo, da Richard Butler, sì, proprio il leader degli Psychedelic Furs, anch’egli coautore di ben quattro pezzi. Una fase di scrittura che, come al solito, è una prerogativa pressoché esclusiva di Martin Gore, se si eccettuano un paio di contributi (apprezzabili) forniti da Gahan, da qualche anno inseritosi anche come autore.

Il fattore che emerge incontrastato dai solchi di “Memento Mori” è che, in definitiva, si abbia tra le mani un album spassionatamente "pop", nell’accezione più elegante e virtuosa del termine. Certo, non mancano le tipiche nature di profondità, di ricerca sonora, di oscura attrazione, ma l’ascolto di tutta la tracklist si distende in grande scioltezza, con la voglia di ridare subito un secondo play alla maggior parte dei contenuti gustati, senza rilevare la presenza di quei forzati orpelli che avevano demarcato alcune fasi dei più recenti lavori, più precisamente quelli successivi all’eccellente Playing The Angel.

I due singoli promozionali, “Ghosts Again” e “My Cosmos Is Mine”, regalano emozioni differenti: il primo è un brano spontaneo, che ondeggia tra malinconia e speranza, con suoni che, miscelando amabilmente chitarre e sintetizzatori, scortano un testo che azzarda di fornire alcune chiavi per assimilare il sentimento della perdita; il secondo, un inno di protesta impenetrabile ed enigmatico che farà felici i seguaci della prima ora, è un’occasione in cui il rinomato synth-pop dei Depeche Mode si pregia di richiamare alcune delle fasi industrial che il gruppo aveva diffusamente praticato a metà anni 80: grande intuizione.

La Düsseldorf kraftwerkiana - una piacevole costante incontrata lungo quasi tutto il disco - si palesa incontrastata sulla pelle di “Wagging Tongue”, scritta a quattro mani da Gore e Gahan e ancor di più nella corposa “People Are Good”, che nel suo organismo puramente elettronico funge quasi da omaggio alla celebre “Computer World” scritta proprio da Ralf Hütter e Florian Schneider.

Non sarò stato l’unico che nel leggere il titolo del brano numero quattro, “Don’t Say You Love Me”, è tornato al passato e precisamente al refrain di “It’s No Good”, una delle gemme che aveva impreziosito il monumentale “Ultra”: niente di più diverso all’orizzonte. Il brano composto da Gore e Butler è epico, quasi sacro: “You’ll be the killer/ I’ll be the corpse/ You’ll be the thriller/ And I’ll be the drama, of course”. Sono parole che fanno tornare prepotentemente in vita l’animo oscuro dei Depeche Mode, con un’eleganza rinnovata.

“My Favourite Stranger” è lo stargate piazzato per ricordare la storia dei Depeche Mode, un pezzo impuro, aguzzo, che se fosse stato inserito in Black Celebration o “Some Great Reward” non avrebbe certamente sfigurato.

La quota da interprete solista che Gore eroga in ogni album è qui rappresentata da “Soul With Me”, una ballata melliflua atipica, fissata sul concetto di mortalità, con un ritornello intonato quasi da consumato crooner, uno degli episodi più intriganti tra tutti quelli esposti.
Un piccolo gioiello è invece “Caroline’s Monkey”, canzone sul tema droga che cresce con carismatica progressione, dotata di un ritornello irreprensibile e ben incastonato sul coinvolgente tessuto elettronico.

Tra i passaggi salienti dell’intero album si staglia prepotente “Before We Drown”, scritta da Gahan e costruita con grande sapienza dal duo Eigner-Gordeno. Dave eleva il suo inconfondibile timbro vocale, coadiuvato dai cori di Gore (una scelta frequente, tra le più azzeccate dell’intera opera), su crescenti contorsioni strumentali mai banali. Enorme è l’apertura sonora che si predispone al termine dell’inciso, la si avverte quasi fisiologica e appagante.

Un lampo nel cielo plumbeo è l’onirico midtempo di “Always You”, che scorta un'altra freccia a disposizione, tra le più appuntite della faretra. “Never Let Go” è scritta da Gore ed è adornata con echi dei vecchi Depeche Mode, qui proiettati verso un crescendo strumentale che trova nelle note di chitarra un compagno particolarmente in palla, senza ignorare l’asciutta coda simil-noise anni 90.

Il viaggio si chiude con intensità. In “Speak To Me” emerge il grande lavoro apportato dal team Ford, Eigner, Salogni, Rossi, che su un componimento elaborato dallo stesso Gahan inserisce un maestoso corpo di suoni crescenti nell’anima, col preventivo di esplodere in modo deflagrante.

I Depeche Mode non decadono mai, ci provano (per primi addirittura dall’interno), ma non sembra esistere qualcosa che possa annientarli definitivamente.
Andy sarà entusiasta di vedere dall’alto i suoi amici in grado di reggere l’urto anche questa volta, nonostante tutto.

Forza Martin, forza Dave, non mollate, perché c’è ancora tanto bisogno di voi.

Fonte

20/05/2018

Capisaldi 2017

C'è stato tanto revival tra i miei capisaldi del 2017. Si è trattato prevalentemente di ascolti fissati nella mia prima giovinezza, che si rispecchiano nella vita odierna tratteggiando una parabola tra aspettative passate e delusione dell'oggi.

Riaprendo quel bagaglio ne ho trovato un po' per tutti i gusti: dai Green Day per i momenti spassionatamente cazzari, alla furia nichilista dei Pantera, passando per la claustrofobica oscurità degli Overkill del triennio '89-'91, probabilmente gli unici tra i miei ascolti passati a rievocare oggi come allora, sensazioni morbosamente sinistre, a tratti infastidenti, ma da cui mi è impossibile congedarmi.

I nuovi ascolti e le riscoperte non sono comunque mancati: tra Fear Factory ed Anthrax infilandoci in mezzo Spin Doctor (!?!) e Sceaming Trees gli stimoli sono stati molti e sarebbero potuti essere anche di più se non mi fosse mancato il tempo, ad esempio, per ragionare a modo sull'ultima uscita dei Depeche Mode...

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...

In questo senso è un mezzo miracolo essere riuscito a dedicarmi come si conviene alla produzione dei Creedence Clearwater Revival in cui ha brillato di luce propria Cosmo's Factory, album immediatamente diventato uno tra i miei ascolti preferiti di sempre.

Va comunque detto che, come verificatosi negli anni più recenti, anche il 2017 ha avuto il suo bel convitato di pietra non tanto condensato in un genere – era stato il grunge – ma in un artista Chris Cornell che, combinazione, con la sua dipartita ha funestato l'anno riaprendo la piaga dello stillicidio di uno stile di cui non è rimasto nulla, oltre a ridare impulso (se qualcuno ne avesse parlato) alle disquisizioni sui traguardi che il successo personale più ampio non fa comunque raggiungere.

Potrei chiosare con un laconico "è il capitalismo, signora mia", ma un'alzata di spalle del genere non sposta nemmeno un grammo di scazzo che anche queste situazioni caricano addosso.

Quindi, che fare? Beh, anzitutto partire dall'assunto che questa non è un'uscita!


13/03/2017