Il leitmotiv dell'anno che si chiude è stato la mancanza di tempo: troppe cose da fare per tenere il passo del mondo! Conseguentemente il tempo per "tutto il resto" si è ridotto al lumicino.
Gli ascolti, ovviamente, ne hanno fatto largamente le spese.
È una premessa che ripeto da ormai molti anni, segno che da questo punto di vista va sempre peggio e non se ne vede la fine.
Dunque anno avaro il 2023, in cui per forza di cose, la parte del leone l'hanno fatta gli ascolti consolidati, perché quando manca il tempo si torna su quanto già si conosce.
Tra le nuove uscite pochissimo materiale, comunque tutto partorito da soggetti ormai maturi, anzi quasi senili, nell'ordine:
Depeche Mode, con un ritorno di inaspettato livello considerando 4 decadi di carriera e la recente dipartita di Andrew Fletcher;
Godflesh di cui tanto per cambiare hanno parlato in pochissimi... sarà che di sti tempi non fa bello tessere le lodi di quegli artisti che ti sbattono nelle orecchie il lezzo del nostro mondo;
Overkill che mi paiono gli unici a tenere botta tra i thrasher statunitensi.
I Godflesh erano un ponte tra il metal e il resto della
musica pesante che valesse la pena ascoltare, ne abbracciavano una
parte importante.
Lungo tutti gli anni ’90 chi non ne voleva un cazzo di
vecchie glorie in crisi di identità, taglialegna in libera uscita, favolette Disney
con eunuchi alla voce o quale che fosse il farsesco trend del momento,
da qui doveva passare per sentire come suonano veramente alienazione,
escapismo, industrializzazione, sopraffazione. Era questo il suono della
realtà che ci circondava – è ancora così, la differenza è che la realtà
di oggi non ha prodotto musica, solo suoni sgradevoli; tocca sucarcela
così com’è –.
Fin dal primo, i dischi dei Godflesh sono stati il biglietto
d'ingresso verso altre forme di aggressione sonora, molto più e molto
meglio di quasi tutti gli altri: industrial, dub, techno, illbient,
trip-hop, drum’n’bass, oltre alla grande passione (mai ricambiata) per
Leonard Cohen.
Parti di un totale catturato miracolosamente nel momento
stesso in cui si manifesta, a volte lasciato solamente intuire (su
quelle intuizioni in troppi hanno mangiato per decenni), loro la
principale emanazione in un cantiere aperto, stesse teste nomi diversi,
rimescolare le carte in molteplici incastri dove convergevano anche i
soliti sospetti – Techno Animal, Fall of Because, God, Ice, Curse of the
Golden Vampire, The Bug, ditene una – tutti uniti e motivati dallo
stesso destino: cercare luce nella sporcizia, salvezza nel fango.
Us and Them è l’ultimo disco dei Godflesh,
il più inderogabile. Musicalmente lo spettro di influenze, spunti e
suggestioni ha raggiunto il suo apice; lo stesso si può dire del
corrispettivo lirico. Già nel precedente Songs of Love and Hate, Justin Broadrick aveva scelto di includere i testi nel libretto “per far capire all’ascoltatore quello che dico”;
qui la questione diventa cruciale, le parole acquistano un peso
specifico di svariate misure superiore al piombo. Niente scherzi: se
l’ermetismo esistesse ancora, Broadrick sarebbe il solo degno di sedere
alla destra di Giuseppe Ungaretti.
È tutto qui Solo noi e loro Non c’è altro modo Noi, o loro
Rinuncia, o sdraialo Lascia perdere, o prendilo quando è a terra Rinuncia, siamo noi e loro Arrenditi, è noi o loro
Più che una chiamata alle armi, lo spartiacque per capire chi sta
dalla stessa parte della barricata; dunque contiamoci e restiamo uniti,
che è una brutta lotta dover vivere in questo mondo. E così tutti gli
altri pezzi: poche parole, il meno possibile, frasi calibrate fino a
diventare sentenze incontestabili, per vedere il mondo come funziona
alla base, per restare fuori dal gorgo, per non abbassare la guardia.
Una questione draconiana.
Inattuale e radicato nel proprio tempo e fuori da ogni tempo, tutto
in una volta, tutto insieme: è il disco da lanciare nell’iperspazio per
tramandare a forme di vita aliene com’era la musica nell’ultimo decennio
del ventesimo secolo. La storia l’hanno scritta con Streetcleaner e Pure, ma è questo il tassello più importante, il livello successivo oltre il quale diventa impossibile spingersi, il punto zero; Us and Them il loro Somewhere In Time, il loro In Utero.
C’è anche un tentativo di rap in Defiled, ecco lo scenario:
Verrò contaminato, nel tuo mondo sono ingenuo come un bambino
smarrito. Ora non sembro più così forte. Le mie allucinazioni sono
reali? Non sono nel giusto, non sono nel torto. Riesco a sentire solo la
stessa vecchia merda. Ricostruiscimi, distruggimi e finiamola. Lo vedi
bene che sto ancora qui, la sola cosa vera che mi hai insegnato è stata
avere paura. Ho paura.
Nemmeno negli ultimi strascichi di rave clandestini che accompagnano
la fine del millennio si è sentito un assalto psichico delle stesse
proporzioni. È il grido di un’era che si sta accartocciando prima di
collassare, il futuro non un’alba di possibilità, il suo esatto
contrario: la barriera del 2000 sta per essere infranta e tutta la
letteratura di fantascienza prodotta fino a qui crolla come un castello
di carte di fronte alla minaccia incombente del millennium bug che il 31
dicembre 1999 forse manderà in tilt tutti i computer del mondo dopo le
23:59. La migliore ipotesi è che il primo gennaio tutto rimanga come era
prima.
Anche se l’album si chiude con Live to Lose (pezzo scritto e inciso nel 1995 e mai pubblicato fino ad allora), il vero congedo è la precedente The Internal,
glaciale presa di coscienza finale, definitiva, saldare i conti alla
fine dei giochi; musicalmente una sinistra premonizione del recupero
shoegaze coatto nei pessimi Jesu di là da venire, Broadrick a salmodiare
come un Lindo Ferretti in acido. Il punto d’arrivo di un modo di
confrontarsi con la musica e con la vita che poi non ritroveremo più, se
non in versione annacquata, depotenziata, e solo quando Broadrick è
particolarmente ispirato (gli episodi si possono contare su una mano e
avanza pure qualche dito).
La nostra pace ora è in pezzi Che altro ti aspettavi?
Siamo niente Niente in verità
Ecco che arriva L’inverno interiore Dove l’innocenza dimentica.
Quel che uscirà poi a nome Godflesh è del tutto irrilevante. Us and Them, per usare le parole di chi ha saputo dirlo meglio di chiunque altro, il segno di una resa invincibile. (Matteo Cortesi)
La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di
tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera
sopravvivenza quotidiana...
Era questo il passaggio più pregno dei capisaldi dello scorso anno.
Trascorsi 12 mesi, la situazione è probabilmente peggiorata, lo testimonia la cronologia sonora rintracciabile su queste pagine dell'anno ormai trascorso: limitata nella quantità ed estemporanea nello sviluppo.
Al proprio interno, inoltre, nessun nuovo ascolto si è rivelato "memorabile". Infatti, il meglio di quanto mi è passato nelle orecchie, come i Creedence oppure i Metallica, è base delle mie scalette ormai da anni.
L'eccezione è costituita da Rainier Fog, ultima pubblicazione degli Alice in Chains e The Wake dei Voivod che, tuttavia, essendo un unicum, hanno confermato sostanzialmente la regola.
Meritano comunque di essere menzionati i Godflesh, autori di un ritorno del tutto inatteso, i Bush con l'ottimo esordio del 1994 Sixteen Stone e a seguire con parecchia distanza i Great White ed i Greta Van Fleet, entrambi autori di alcuni brani che ho trovato particolarmente piacevoli.
Resta tuttavia il fatto che il 2018 si chiude all'insegna della crisi, a onor del vero non interamente determinata dai soli ritmi di vita sempre più estenuanti che impediscono di dedicarsi al "superfluo", ma anche da un sostanziale stallo dell'arte, che ha ormai superato abbondantemente il tempo utile per "anticipare l'effettivo crollo della società borghese liberale".
Quest'ultima, infatti, è ormai morta da un pezzo, ma dal momento che nessuno ha trovato la forza per seppellirla nel cimitero della Storia, il suo cadavere continua ad ingombrare gli spazi della vita, compresi quelli dell'arte che non sa scovarne di nuovi, e non è solo una questione di gusti personali dissonanti rispetto a ciò che viene dato in pasto al pubblico oggi.
Non si può fare a meno di augurarsi che il 2019 la mandi migliore...
Squarcio la notte all'interno di un vetusto autobus che si addentra nelle buie strade della periferia metropolitana. Il mezzo è gremito di passeggeri d'ogni etnia, accomunati da un'unica caratteristica: essere sottoproletariato, umanità cui è concessa la fruizione del centro borghese solo nell'ottica di sostenere i profitti del capitale che, sulla messa a valore della vita cittadina sta giocando, per ora con successo, la sua nuova scommessa.
Nelle orecchie Post Self, ultimo inquietante parto dei Godflesh. Un album che descrive alla perfezione la distopia fattasi realtà di un presente che ha raggiunto e superato ogni fantascienza.
Di questi tempi, rimane poco da immaginare all'estro artistico, per tentare di scuotere le coscienze non è più necessario proiettare immagini e suoni in un futuro post apocalittico mezzo secolo avanti ai nostri giorni, perché il disastro è qui ed ora, non sì è più a un passo dall'abisso, ma direttamente al centro dell'occhio dell'orrore fatto del più bieco e pervasivo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, così strisciante da raggiungere vette di perversione inimmaginabili per capacità annichilente.
Il post industrial – e molto altro – targato novembre 2017 della coppia Justin Broadrick/G.C. Green è tutto questo: un'istantanea, spesso stupefacente, della putrescenza che ammorba la società occidentale, un pugno allo stomaco che cancellerà dai nostri volti i sorrisi di convenienza con cui cerchiamo di mistificare la pochezza delle esistenze che ci vengono imposte, distorsioni disturbanti ed ossessive che incalzeranno inesorabilmente ogni nostra serenità presunta fino a decostruirla pezzo per pezzo.
Non c'è un barlume di speranza in queste note, nessun accenno armonico che suggerisca la possibile esistenza anche solo di una fortuita casualità capace d'indirizzare il domani verso un orizzonte di speranza.
Questo album riconsegna al pubblico i Godflesh pregni di un vigore che avremmo dato per smarrito e ci ribadisce, se mai ve ne fosse necessità, che se vogliamo davvero un futuro diverso lo dobbiamo costruire pezzo per pezzo, perché siamo circondati da rovine ormai irrecuperabili.