Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/09/2026

Intervista ad Away, Voivod

Durante il momento Sarapanda del secondo giorno del Frantic Fest, sono qui che attendo Away al banco merchandise dei Voivod; la band ha appena suonato per il festival, donando ai presenti una performance memorabile nonostante alcuni problemi di formazione avuti poco prima della partenza del tour estivo. Michel Langevin è l’unico membro ad aver fatto parte di ogni incarnazione dell’affascinante e polimorfica band canadese, ne ha curato ogni artwork ed è stato sempre attento alla visione, estetica ed etica, della formazione. Dopo un po’ me lo trovo dinnanzi, Michel è sorridente, saluta e concede foto e autografi ai fan che si sono fermati nello stand. Utilizziamo il banchetto di alcune band che hanno già sgomberato i loro prodotti per sederci a chiacchierare. Il batterista ha ancora in mente la calorosa accoglienza che il pubblico ha riservato loro qualche minuto prima: tra applausi e una pioggia di gonfiabili come nella tradizione del festival, non sono mancati i palloni, e la band si è esercitata nello sport nazionale (che da un po’ di anni pratichiamo con meno bravura del solito), rilanciandoli verso le transenne.

“Un bel po’ di palloni sono piovuti sul palco, uno l’ho anche calciato io! Mi ci sono messo di impegno a colpirlo, sennò sai che figura facevo...”

Ho visto che anche Eric si è dilettato. Beh, come sportivi non ve la cavate malissimo.

Conta che abbiamo fatto un tour con i Napalm Death e in un momento di tempo libero ci siamo messi a giocare a basket, ma erano molto più bravi di noi. Infilavano un canestro dietro l’altro!

Com’è nato il progetto sinfonico? Hai qualche album preferito che coniuga metal e orchestra?

L’Orchestra Sinfonica di Montréal si è messa in contatto con noi dopo che li avevamo citati in un giornale cittadino per i senza fissa dimora, un periodico che viene fornito loro così da poterlo vendere e racimolare qualche soldo. In uno dei numeri c’era un articolo con la mia intervista che è finito anche online; il primo fagotto dell’Orchestra Sinfonica di Montréal lo ha letto e l’ha portato ai responsabili della direzione dell’Orchestra. Questi ultimi sono messi in contatto con noi e così abbiamo lavorato a questo progetto per quasi due anni, con la finalità di realizzare uno show assieme. Successivamente, l’Orchestra Sinfonica del Québec si è messa in contatto con noi, ed è quello lo show che abbiamo documentato per il vinile. Personalmente non ho molta familiarità con gli album metal sinfonici, ma ho amato Symphonia in Bulgaria degli Asia. Quello è il mio preferito.

E in che modo l’esperienza sinfonica ha influenzato il nuovo album?

Penso che abbiamo davvero imparato molto, e che il modo in cui stiamo scrivendo e registrando il nuovo album sia molto influenzato da essa. Il prossimo disco sarà un concept con il ritorno di Korgull e tutto il resto, suonerà un po’ come la colonna sonora di un film di fantascienza proprio per questo motivo.

Quindi un’atmosfera più cinematografica.

Esatto.

Il vostro precedente lavoro ha comunque a che fare con la vostra intera discografia. Morgöth Tales è composto per la maggior parte da brani risalenti agli anni ’80 e ’90. È stata una scelta pianificata fin dall’inizio?

Beh, volevamo coprire tutte le diverse ere dei Voivod. Quindi c’è una canzone con Jason, c’è una canzone con Eric e del materiale degli anni ’80, e abbiamo anche scritto un inedito. Ma l’obiettivo principale era ri-registrare canzoni che non fossero necessariamente delle hit, ma cose più oscure, come Nuage Fractal da Angel Rat. E ovviamente serviva per celebrare il quarantesimo anniversario della band.

Come hai ricordato tu stesso, nella scaletta di Morgöth Tales c’è un brano con Jason Newsted. Tu e Jason avete registrato del materiale inedito insieme a metà anni ’90 a San Francisco o è solo una leggenda metropolitana?

No, abbiamo registrato un sacco di roba con Piggy, Jason e io, sotto il nome TarRat, ma non abbiamo mai pubblicato nulla. Però, da quelle registrazioni, abbiamo fatto la cover di un pezzo sull’album Phobos, M-Body. È una canzone che abbiamo scritto Jason, Piggy ed io.

Ma le avete ancora queste sessioni o sono andate perdute?

Non sono andate perdute, abbiamo i nastri, ma non le abbiamo mai pubblicate.

A causa di conflitti con le etichette e cose del genere?

All’epoca Jason aveva un sacco di progetti con gente come Faith No More, Sepultura, ma non gli era permesso pubblicarli, quindi era per il suo personale piacere nel suo studio privato.

Su Morgöth Tales c’è anche un pezzo con Eric Forrest, che in questo momento è in tour con voi come cantante per i problemi di famiglia di Snake. Avete ancora in programma di pubblicare il demo del vostro famoso terzo album inedito [quello del periodo 2000, doveva avere Steve Albini in cabina di regia, tutto venne sospeso dopo un grave incidente accaduto al tourbus dei Voivod, ndr], come avevi accennato qualche anno fa?

L’album con Eric Forrest? Sì, ci piacerebbe molto farlo. Vorremmo pubblicare un cofanetto e includerlo lì dentro. Ma prima daremo alle stampe un cofanetto con gli anni di Jason. Dopo di che, quello degli anni di Eric Forrest.

Quindi sarà la mossa successiva alla pubblicazione del cofanetto con Jason?

Sì. Conterrà Negatron, Phobos e Voivod Lives, più materiale bonus.

Grandioso, abbiamo due belle notizie in una! Sempre riguardo le demo, perché avete scelto la Alternative Tentacles per pubblicare finalmente To the Death nel 2011?

Perché Jello è un vecchio amico. Quarant’anni fa aveva dei problemi e non aveva più la sua Censorship Foundation perché era stato citato in giudizio dal governo per l’album Frankenchrist. Gli ho scritto, lui mi ha risposto e siamo rimasti in contatto. Un giorno mi ha chiesto: “Hai qualcosa che potrei pubblicare?”, e ho pensato che i primi demo, To the Death, fossero la scelta migliore perché sono la cosa più punk metal che abbiamo mai fatto. Era davvero felicissimo e, per fortuna, all’epoca avevamo registrato il demo su una cassetta al cromo, quindi il suono era perfetto.

Ora penso sia fuori catalogo. CD e vinile di To the Death credo siano esauriti.

Sì, ma hanno intenzione di ristamparlo a breve con la maglietta.

Questa è un’altra ottima notizia per gli appassionati. Qual è stata l’ispirazione originale dietro Korgull?

È un concept molto orientato sulla Guerra Fredda. E ci sono molte influenze, come il libro Dracula. Quando ero ragazzino scoprii la rivista Heavy Metal e i fumetti. E volevo diventare un disegnatore di fumetti per loro, così creai il mio personaggio, il mio vampiro, basato sul libro Dracula di Bram Stoker. Era anche molto orientato a Dungeons & Dragons, ma con l’inasprirsi della situazione della Guerra Fredda il concept diventò sempre più apocalittico. E quando abbiamo formato la band nel gennaio dell’83 e stavamo cercando un nome, io ho proposto il nome Voivod con tutto il concept che c’era dietro; i ragazzi si entusiasmarono e finimmo per sviluppare il concept per tutti gli anni ’80.

Hai qualche aneddoto dal tour di Nothingface con Voivod, Soundgarden e Faith No More? Perché sono tre tra le mie band preferite.

Sì, fu davvero incredibile, mi ricordo che ci piaceva salire tutti insieme sul palco e improvvisare canzoni dei Black Sabbath. Fu davvero fantastico. Erano tutte persone magnifiche. Fu incredibile ed entrambi i nostri compagni diventarono popolarissimi durante il tour, quindi tantissima gente venne ai concerti. Un tour grandioso.

Com’è nato il libro Altered Horizon?

L’editore si è messo in contatto con me, e anche quelli di Above the Void, che fanno video per noi e alcune grafiche che hai visto stasera come sfondo sono opera loro. Il tutto si basava sull’arte che compongo quando sono in tour. Ho consegnato i miei bozzetti su penna, matita e fogli e loro li plasmavano grazie a un uso non banale dell’intelligenza artificiale. È stata una bella esperienza in cui la mia arte da viaggio si è trasformata in grafiche davvero spettacolari.

Quindi non hai paura dell’intelligenza artificiale?

Ne ho paura, perché se pensi in termini di armi ad alta tecnologia è un aspetto inquietante, così come non fa certo bene all’ambiente. Però, se l’intelligenza artificiale viene alimentata con la mia arte, mi sta bene. È anche uno strumento fantastico per animare i miei disegni, fa risparmiare un sacco di tempo. Quindi è un po’ un dilemma per me, capisci? Se la uso, cerco di... Mettiamola così: io ho studiato scienze, non ho studiato arte. Mettiamo che debba disegnare qualcuno che corre verso di me: non ho la nozione della prospettiva. Chiederò all’IA di darmi un esempio, ma glielo chiederò una volta sola, perché consuma molta acqua. Quindi ho imparato a usarla con parsimonia, chiedendo subito la cosa che mi serve e poi accontentandomi.

Quindi è intelligenza artificiale usata con intelligenza. 

Esattamente, sì. E vedi, è una di quelle battaglie che puoi cercare di combattere, ma sai già che non vincerai. È lo stesso discorso che possiamo fare con Spotify, no? Quindi sta a te cercare di usarla nella maniera più costruttiva.

Com’è nato Voivod: The Nuclear Warrior, il videogioco dei Voivod in arrivo?

Oh, è opera di Nicola [Piovesa] del Chaosmonger Studio. Ha fatto il video per la canzone Target Earth, una persona di grande talento. Si è messo in contatto con noi proponendoci di fare un videogioco stile old school, tipo fine anni ’80/inizio anni ’90. Eravamo tutti entusiasti. Gli ho fornito un sacco di grafica a bassa risoluzione come quella che facevo per l’album Nothingface. Chewy sta trasformando la musica dei Voivod in stile 8-bit, Snake sta facendo la voce del personaggio principale e Rocky sta testando il gioco. Siamo davvero coinvolti. Dovrebbe uscire molto presto.

A questo punto non posso non chiederti quale sia il tuo videogioco preferito...

Oh mio Dio. C’era un gioco a cui giocavo sul mio Amiga, ed è passato così tanto tempo che l’ho dimenticato. Era un gioco spaventoso e la voce era di William Burroughs. Sì, ma in questo momento mi sfugge dalla mente.

Cercherò su Google questa cosa, perché sembra interessante e non lo conosco. [PS: ho fatto i compiti a casa e si tratta di The Dark Eye, una avventura psicologica horror della Inscape, un po’ alla Myst, ndr]

Non mi definisco esattamente un videogiocatore, quindi non gioco molto. Ma ti posso dire che il videogioco a cui ho giocato di più in assoluto è stato Galaga. Sì, e Galaxian, ho passato tantissimo tempo con questi due giochi.

Come senti che sia evoluto il tuo stile artistico visivo nel corso di tutti questi decenni?

È iniziato, come dicevo, un po’ orientato su Dungeons & Dragons e poi è diventato molto apocalittico. Ho visto un film, un documentario del National Film Board of Canada intitolato If You Love This Planet. Dopodiché la mia arte è cambiata. Ma ci sono stati altri film che mi hanno influenzato, come Eraserhead, o anche Pink Floyd – The Wall, la parte animata. E i primi film cyberpunk, Mad Max, Blade Runner, Terminator hanno davvero influenzato le mie grafiche. E piano piano sono diventato più surrealista.

Surreale...

Sì, sì, sì. Invece che molto meccanica, ora ci sono più curve nel mio stile.

E poi crei più con strumenti digitali.

Sì, perché come dicevo non ho studiato arte e le copertine dei primi album dei Voivod le ho fatte con la pittura acrilica. Le prime quattro sono realizzate così! Mi ci volevano mesi tra un tour e le registrazioni. Così intorno all’86-’87 ho comprato un Commodore e sono diventato più orientato all’arte digitale. Ma faccio ancora tanto chinato, soprattutto quando sono in viaggio. Faccio un disegno e poi lo pubblico online.

Questo lo so bene perché seguo il tuo gruppo Facebook (Worlds Away: Voivod and the Art of Michel Langevin) e vedo che ti diletti in ogni data del tour. A questo proposito faccio una domanda di natura egoistica: potrei acquistare uno dei lavori che stai facendo in tour?

Posso disegnartene uno rapidamente. Perché al momento non li vendo, li colleziono. Sono per il prossimo libro che sarà sull’arte fatta in viaggio. Sarà simile a Altered Horizon, ma solo arte da viaggio.

Ho una penna se va bene...

Certo!

Michel Langevin si è messo lì per alcuni minuti a dare corpo a uno dei suoi scenari fantastici. Scusandosi persino di alcune imprecisioni dovute al fatto che fosse senza occhiali. Se non è la persona più disponibile della scena metal poco ci manca.

Ringrazio l’intercessione di Stefania Renzetti e Dale Tomlinson, senza i quali non sarei riuscito a trascorrere questa piacevolissima ventina di minuti con uno dei musicisti che più di tutti ha saputo coniugare suono e immagini nel mondo dell’arte mondiale.

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01/08/2026

Avere vent'anni: Voivod - Katorz

I Voivod potrebbero rappresentare di per sé un concept sci-fi su una band che non muore mai, nonostante svariate avversità sopraggiunte per cercare di ucciderla: il Fato ci prova una prima volta quando la formazione fallisce l’approdo a circuiti più mainstream con Angel Rat, nonostante la presenza del produttore dei Rush, con il successivo smembramento di una formazione originale già compromessa. La sorte ci ritenta alle porte del nuovo millennio, quando un incidente stradale manda in coma il sostituto di Blackie, Eric Forrest. Il celebre proverbio parla dell’ineluttabilità di un terzo episodio, che sarà il più funesto di tutti: un tumore reclama la vita di Piggy, che aveva già sofferto di analoghe problematiche anni prima, superate solo grazie a una terapia farmacologica sperimentale. Il letale cancro al colon, diagnosticato tardi, giunse mentre i Voivod stavano cercando di arrampicarsi nuovamente verso un più adeguato bacino di utenza. Ad aiutarli era arrivato Jason Newsted, un veterano di gioie e dolori dello showbiz.

In un periodo compreso tra un tour americano con i Sepultura e l’Ozzfest 2003, la band tirò fuori un bel po’ di improvvisazioni grezze; Newsted prese le registrazioni di quelle sessioni, le riorganizzò su dei CD a casa sua e le spedì ad Away, che a sua volta le passò a Piggy. A quel punto, partendo da quegli spunti nati in giro o nella sala prove di Montreal, il chitarrista si mise a lavorare da solo o con l’ex bassista dei Metallica al computer per comporre e registrare le tracce di chitarra definitive di un disco che purtroppo non riuscì ad ascoltare. Morì a fine agosto del 2005 e i suoi amici si strinsero attorno alla famiglia, celebrando un funerale vichingo con tanto di feretro adagiato nel letto del fiume in barca e dato alle fiamme, per poi prendere per un periodo strade diverse. Away, per esempio, si concentrò sugli artwork su commissione. Ma più i mesi passavano e più era difficile resistere al richiamo di quella musica registrata dall’amico scomparso, che chiedeva di essere liberata definitivamente. Si trattava di alcune ore di riff registrati già in formato canzone, qualche beatbox primitivo e qualche bozza vocale.

La sfida non era esente da criticità che andavano al di là dell’aspetto emotivo. Dal punto di vista tecnico, l’ostacolo principale riguardava l’assenza totale di un metronomo o di un click. Piggy aveva inciso le sue tracce di chitarra a casa senza alcun freno emotivo e, di conseguenza, il tempo non era costante, ma “ondeggiava” continuamente, subendo accelerazioni e rallentamenti impercettibili ma cruciali. Al batterista Away toccò l’ingrato ma anche affascinante compito di inseguire il suo amico di una vita, ovvero incidere le proprie parti su una chitarra già registrata, invertendo il normale processo di studio. È stato un compito titanico, in cui ha dovuto danzare tra i passaggi di Piggy per fare in modo che il groove risultasse naturale e solido, e non un impasto rigido o scollato. Un’impresa che affrontò appendendo nello studio di registrazione un poster dell’amico, così da percepire ancora più vivida la sua presenza nelle stanze degli studi di registrazione. A questa criticità si sommava la natura grezza delle tracce di basso fornite inizialmente da Jason Newsted: registrate su una sedia a dondolo del portico della sua casa a San Francisco con un mini-amplificatore da 10 Watt direttamente connesso al Mac di D’Amour, presentavano una resa dinamica e un volume d’ambiente che il produttore Glen Robinson dovette isolare, ripulire e sottoporre a un processo di re-amping per uniformarle alla potenza distorta delle chitarre.

Del resto, Robinson aveva inciso con loro il capolavoro Nothingface, e il suono qui, rispetto all’omonimo album, ha sfumature diverse: magari meno corposo, ma più crudo e onesto. Con chitarre più sature, graffianti e dominanti, il basso di Newsted svicola da ogni effetto e pulsa con una potenza tellurica. Se l’album del 2003 si muoveva verso coordinate che fondevano riff stoner e il grezzume dei loro primi lavori con un tocco di Motörhead, Katorz aggiunge una particolare attenzione su un riffing ciclico che si fa caotico e disorientante e, per forza di necessità, guida gli altri tre compagni.

L’attacco di The Getaway è votato all’assalto senza troppi fronzoli, come fu Gasmask Revival sul predecessore; come in quel caso, ci sono riferimenti abbastanza palesi al conflitto in Iraq. In generale, si ha l’impressione che Katorz sia stato il disco con la maggiore attenzione alla politica e alle tematiche sociali della storia della formazione, con la fantascienza messa da parte perché la cruda realtà era diventata già abbastanza bellicosa di suo. Mr. Clean, un pezzo con un incedere quasi degno dei primi Clutch, conferma questa intenzione, vestendo i panni dell’intolleranza che vuole occuparsi di una pulizia fin troppo approfondita, praticamente etnica (“Last call for the rascals, Mr Clean said…”, “Who will be the next one to get thrown out, just like a garbage bag, you’ll join your friends”, “The homos out, the poor out, the coloured out, the stripped out, the stained out, wipe them all, wipe them all, wipe them”). La traccia culmina in un assolo rumorista e destrutturato, una delle ultime geniali invenzioni di Piggy, posizionato proprio in mezzo al delirio di onnipotenza di Mr. Clean, ormai appagato dall’aver spazzato via ogni diversità e aver reso la società un deserto omogeneo, conformista e privo di qualsiasi estro (“nice and clean society”), al grido ironico di “long live democracy!”.

Lo strascicato ritmo di Red My Mind sembra svilupparsi come un vero e proprio sequel ideale di Bio-TV, e il testo (“It has to stop, I’ve had enough, I used to be good, now I’m bad for good”) sembra complementare alle ossessioni di “Bio-TV is what you’ll be, Bio-TV is what you need”. Pur essendo un disco apparentemente più immediato rispetto a quelli del periodo con E-Force alla voce, a tratti si percepisce la suggestione che le atmosfere e quelle chitarre cigolanti si riallaccino a Phobos: sono figlie dello stesso piacevole smog sonoro, l’inquinamento algido che ti fa sentire a casa. No Angel è invece coperta nel finale da una sana coltre rumorista che seppellisce ogni cosa, compreso il cantato ringhiante di Snake, addizionato da alcuni botta e risposta vocali hardcore e un’accennata nenia. L’epilogo rappresenta forse il momento migliore del disco: The X-Stream rispolvera l’immediatezza e il tiro degli esordi ed è puro sollazzo in stile Motörhead, ancorato su un giro molto semplice. I più nerd la ricorderanno tra i livelli più basilari di un primitivo Guitar Hero II; ancora oggi mi domando come sia finita in quella scaletta.

Difficilmente però i videogiocatori avranno scoperto così i Voivod: Katorz non è un disco per incominciare, rappresenta semmai una maniera per iniziare a concludere qualcosa, la lunga elaborazione di un lutto, la sindrome dell’arto fantasma che però afferra ancora le cose e le scaglia in giro (Polaroids è l’ennesima dimostrazione dell’arte di Piggy in ogni fase della struttura del pezzo: riff, assolo, chiusura). È il progressive in senso lato, nell’assemblaggio di un album a rate e in momenti diversi, come se stessero costruendo una delle bellissime e conturbanti navicelle spaziali degli artwork curati da Away. Nell’ultimo minuto del disco, un frammento acustico: si ha come la suggestione cinematografica di D’Amour che di soppiatto accende la sua piccola astronave nel retrobottega e pian piano scompare nell’immensità dello spazio, diventandone parte. (Federico Francesco Falco)


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11/04/2026

Splendidi quarantenni: Voivod – Rrröööaaarrr

Introdurre i Voivod a qualcuno, o, in generale, convincere ad approfondirli, ha il suo coefficiente di difficoltà. Sia perché non c’è un solo album che racchiuda la piena essenza sperimentale della band, sia perché la definizione “band sottovalutata” è pleonastica e, nel campo della critica musicale, la si usa ormai a momenti anche per le formazioni dei Big Four.

Quando mi capita sui social di condividere un flyer di fine anni Ottanta di un cartellone che vede Faith No More e Soundgarden di spalla ai Voivod, avverto amarezza perché, a posteriori, ai canadesi è toccato il destino mediatico peggiore. Loro che una carriera attiva ce l’hanno tuttora, e continua a essere degna di quegli anni lì. Croce e delizia della band è proprio questa discografia piena di grandi spunti e varietà che a volte intimidisce persino la critica, la quale spesso si limita alle definizioni “gran lavoro”, “disco seminale”, “disco ancora attuale” e poi passa oltre. Come saggiare lo specchio dell’acqua di un lago e poi tornare a riva, senza tuffarsi.

In nome di questa eccessiva cautela, mi sembra giusto introdurre questa analisi così, con uno sfondone: per diversi fan Rrröööaaarrr ha una “produzione di merda”. Un suono rivedibile, caotico, frettoloso. Sensazione cavalcata anche dal bassista di allora, Jean-Yves Thériault, che si è messo a rivendere in CD e in vinile i demo del disco tramite la sua etichetta, nonostante i membri dell’attuale band non l’abbiano presa bene e gli abbiano chiesto di desistere da questa iniziativa.

La storia di Rrröööaaarrr va però contestualizzata nel suo momento storico. È il secondo album della formazione canadese, registrato quando i loro rapporti con Brian Slagel si erano già deteriorati, nonostante un’apparizione nella compilation Metal Massacre e la produzione esecutiva su War and Pain. Si accasarono con la bellicosa Noise Records, dedicando a Brian una “delicatissima” Fuck Off and Die. Granulosissima, sicuramente, ma sembra esserci una specifica volontà dietro questa scelta. Se confrontiamo il suono del disco ai demo (possiamo farlo già nell’edizione 2017 fatta uscire dai Voivod, senza ricorrere ai bootleg legalizzati di Thériault), noterete una differenza specifica: per quanto i secondi risultino più puliti e vicini a quel formato alla Venom sotto steroidi che era già War and Pain, la band necessitava di un passo in avanti, un’ulteriore evoluzione.

Korgüll, la mascotte della band, è già la metafora di questo progresso. Da soldato di terra nella copertina dell’esordio, è qui ritratto mentre sfreccia sul suo Hëll Panzer in stile degno dei vecchi fumetti Heavy Metal di Leonard Mogel, disegnato con un tocco alla Big Daddy Roth. Emette un suono, un ruggito, non chiarissimo ma efficace per farti capire che la minaccia è in prossimità. Un caos primordiale, paludoso, di lamiere stridenti: come se avessero piazzato un panetto di C4 allo speed metal con lo scopo di farsi scaraventare in una fossa piena di ratti da guerra cibernetici malfunzionanti. La madre di tutte le disgregazioni, un ecosistema dettato dalle quattro torri di uno scacchiere arrugginito posizionate ai lati del perimetro.

La prima è la chitarra di Piggy, che, pur mancando della profondità e dello spazio che la renderanno nota nei dischi successivi, qui rimane sempre tagliente, come una sega a gattuccio che stride su piastre d’acciaio facendo scaturire scintille infuocate per tutta la stanza. Il secondo precipizio del mondo è sorretto da Away, che a volumi strabordanti picchia in maniera secca e sgraziata. Sull’angolo opposto troviamo Blacky e il suo pachidermico “blower bass” (ottenuto dopo che il suo amplificatore gli era stato sfortunatamente rubato prima delle registrazioni del disco precedente). Strumenti che si azzannano a vicenda in questo muro denso come una nube tossica che si propaga tra le recinzioni di una centrale nucleare, convergendo nella gola di Snake, che la rigetta fuori ancora più acida.

Quest’ultimo, rimanendo al paragone di inizio capitolo, non è mai stato un Patton o un Cornell, ma con il suo cantato di gola ha sempre fornito quel tocco da Motörhead anche nei dischi più progressive della formazione. Non che questo sia il caso, anzi, semmai le ringhia di Snake fanno da contraltare a testi che a volte tradiscono le origini canadesi. Come nel caso dei Sepultura e di altra gente, qualche passaggio maccheronico nei testi aggiunge una connotazione ancora più bizzarra alla proposta. Sempre in Fuck Off and Die, sentiamo Snake urlare: “C’mon, move your assholes!”. Non mancano poi frasi disordinate in mezzo al nichilismo più spietato, come questo passaggio nel brano Horror:

“Here comes the last fighting men, one by one they’re passing in the gas, sin after sin to industrialize, keep them piteous and left them for dead. Horror! What do you see?”

Versi che non sono esattamente Shakespeare, anzi, suonano un po’ buffi se declamati ad alta voce, ma rientra tutto nell’ecosistema del caos terremotante di questo disco. Non importa che suono emetta la bocca, questo vomitare profluvi di avvertimenti sinistri e proclami apocalittici con puro veleno ha una connotazione primordiale: se un ghepardo ti viene incontro ringhiando, ti viene naturale cagarti addosso e scappare pure se non lo capisci.

Rrröööaaarrr è questo da quarant’anni, un cingolato dritto nel culo che ti sconquassa l’intestino a mo’ di coriandoli a carnevale, che prende il meglio delle sue imperfezioni, come nel caso degli esordi di Megadeth e Metallica, in cui non c’è un cazzo da dover correggere o masterizzare. Su quei riff studierà gente del calibro dei Neurosis, del death e thrash brasiliano, sino ai Godflesh. Gli stessi Voivod per tornare a essere altrettanto estremi ci metteranno un’altra decina di anni, con un altro cagnaccio dietro al microfono, ma è un racconto destinato ad altre pagine. Un album così dritto al punto non concede alcun istante per le divagazioni. Rrröööaaarrr non è un mero proseguire sul tracciato di War and Pain, è la sua corsia di sorpasso, l’invasione di carreggiata, il frontale che fai con l’aria delle casse a volume 40 mentre parte l’accordo principale di To the Death, già allora un motto per i fanatici della band.


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22/10/2024

Voivod (1988) Dimension Hatröss

Intorno alla metà degli anni Ottanta, mentre il thrash-metal dominava i cuori dei metallari, con gli estremismi death e black in rampa di lancio e pronti a minacciare con una certa continuità le orecchie degli ascoltatori meno smaliziati, formazioni quali gli svizzeri Celtic Frost e i canadesi Voivod si presero la briga di spostare i confini del metal al di là di steccati che, per certi versi, potevano già dirsi classici. Se i primi lo portarono consapevolmente verso territori avanguardistici con album quali "To Mega Therion" (1985) e "Into The Pandemonium" (1987), i secondi ne trasfigurarono la tensione sperimentale in visioni distopiche, fantascientifiche, raggiungendo la vetta della loro arte musicale nei solchi di "Dimension Hatröss" (1988) e "Nothingface" (1989).

Nati nel 1982 a Jonquière, nella provincia del Québec, grazie alle passioni congiunte del batterista Michel "Away" Langevin e del chitarrista Denis "Piggy" D'Amour, i Voivod trovarono forma stabile nella forma del quartetto grazie all'arrivo del cantante Denis "Snake" Bélanger e del bassista Jean-Yves "Blacky" Thériault, inizialmente convinti che la loro strada fosse quella del nascente speed-metal. Tuttavia, col passare del tempo, si ritrovarono a rimestare nelle loro influenze, tirando fuori un mix di thrash-metal, new wave/post-punk, progressive-rock e psichedelia pinkfloydiana, ma soprattutto, grazie all'estro di Langevin, presero a edificare la loro musica all'ombra di Morgoth, una terra desolata, dominata dai ghiacci e sempre in guerra.

Si trattava di uno scenario perfetto per le scorrazzate del guerriero Voivod, la cui figura Langevin aveva delineato quando aveva circa dieci anni, dopo aver digerito già un buon numero di libri di fantascienza e di horror, tra cui "Dracula" di Bram Stoker e "Il signore degli anelli" di J. R. R. Tolkien. Nel corso degli anni, e dopo essere passato indenne attraverso un grave incidente automobilistico, quel prezioso frutto della sua fantasia sarebbe maturato all'ombra di riflessioni legate al rapporto tra biologia, tecnologia e meccanica, trovando ulteriore respiro anche nella paranoia legata alla Guerra Fredda, alimentata da pellicole quali "Mad Max - Interceptor" (1979), "Blade Runner" (1982) e "The Day After" (1983), che non poco peso avevano avuto nello sviluppo dell'estetica e della musica di formazioni quali i Manowar di Joey DeMaio e i Carnivore del giovane Peter Steele, giusto per limitarci a un paio di nomi.

In prima battuta, però, il mondo di Voivod era servito al giovane Langevin per dare un senso ai giorni più grigi della sua adolescenza: "Ebbi molti problemi psicologici, così mi servii di quel tipo di mondo per contrastare quello che stavo vivendo. (...) Imparai a controllare la mia natura schizofrenica e a esprimerla creativamente attraverso alcune nuove e originali idee. Quando unimmo le nostre forze, fummo quindi d'accordo che sarebbe stato cool avere l'antica leggenda di Voivod come nostro marchio di fabbrica, così come concordammo sul fatto di usare il suo mondo come concept, anche perché si trattava di qualcosa di diverso da quello che caratterizzava le band metal dell'epoca che o erano sataniste oppure avevano a che fare con sesso, droga e rock'n'roll. Con ogni nostro disco, continuammo a sviluppare il concept, mostrando la nostra progressione sia a livello di pensiero che di musica".

Fu all'altezza dell'esordio "War And Pain" (correva l'anno 1984) che Langevin (per tutti, ormai, solo Away, perché sembrava essere sempre altrove con la mente) poté concretamente sperimentare quella sua intuizione e non fu quindi un caso se quel primo Lp dei Voivod trattasse temi quali l'olocausto nucleare e tutto ciò che ne consegue a livello di impatto sulle vite umane, anche se la musica era ancora in balìa di uno speed-thrash molto caotico e rozzo, direi quasi lo-fi, per quanto sostenuto da una passione irrefrenabile.

Il disco fece un certo clamore tra le schiere dei metallari dell'epoca (quarantamila le copie vendute in un paio d'anni: fidatevi, all'epoca non erano poche per una band tutto sommato ancora sconosciuta!), nonostante, o forse proprio grazie alle accuse di nazismo/fascismo che alcuni addetti ai lavori, sobillati da quei testi pieni zeppi di guerre e armi, avevano a più riprese scagliato nei loro confronti.

Malgrado il relativo successo di pubblico, i Voivod non ne ricavarono comunque granché, perché l'accordo che avevano firmato con la Metal Blade era praticamente un contratto-capestro. Fu così che i giovani canadesi preferirono mollare gli ormeggi, andando a cercare riparo presso la Combat Records, con cui pubblicarono il più curato "Rrröööaaarrr" (1986), che presentava un sound più articolato e potente.

Nel frattempo, anche la mente di Langevin aveva nuovamente partorito, dando vita alla mostruosa figura di Korgull, nato dall'incrocio tra Voivod e un carrarmato.

Ma il disco che proietterà definitivamente il sound dei Voivod verso i territori di un progressive thrash-metal dai connotati "tecnici" sarà il successivo "Killing Technology", uscito nel 1987 e capace di portarsi dietro tutta una serie di riflessioni sul lato oscuro del progresso tecnologico e sulla cappa plumbea che la Guerra Fredda (nota a margine: il disco fu registrato in una Berlino ancora divisa dal Muro) aveva ormai già da tempo fatto calare sull'umanità tutta.

Da non sottovalutare, poi, l'impatto che la recente esplosione della centrale nucleare di Černobyl' ebbe sui nostri (26 aprile 1986): dentro le loro menti si agitavano, ancora una volta, ma con un'evidenza quasi insostenibile, scenari di distruzione, malattia, morte.

Resisi conto che l'esperienza di "Killing Technology" aveva tracciato coordinate piuttosto originali, i Voivod ne approfondirono temi e sonorità con le otto tracce di "Dimension Hatröss", un'opera il cui immaginario fu così delineato da Langevin nel corso di un'intervista concessa nel 1988 a Borivoj Krgin di "Metal Forces": "L'intera storia ruota attorno a un esperimento che ha luogo nel laboratorio di Voivod (la creatura, non la band!), durante il quale egli crea una dimensione completamente nuova - come una piccola galassia - e vi entra poi per osservare l'evoluzione dei suoi abitanti. La storia è composta da otto capitoli, in cui ogni canzone rappresenta una parte diversa, ed è più o meno un riflesso di ciò che accade nel nostro mondo e di ciò che pensiamo possa accadere alla nostra specie".

Oltre ad evocare i rischi che la scienza corre quando "gioca" a fare Dio (che, lo si sottolinei con forza, sono necessariamente legati alla sua propria essenza, soprattutto se si considera che ormai la scienza pensa a se stessa, grazie soprattutto alle strizzatine d'occhio del pensiero filosofico, come a un campo d'azione sostanzialmente privo di limiti), la "dimensione completamente nuova" generata dalla mente di Voivod è un microuniverso estremamente instabile, in cui oppressione, sofferenza e miseria finiscono per moltiplicare il proprio impatto sull'umanità. In tal senso, in questa "piccola galassia" Voivod è l'uomo-Dio della Tecnica alle prese con le implicazioni più nefaste delle sue creazioni.

La realizzazione del successore di "Killing Technology" si articolò in due fasi. In una prima, di pre-produzione, i quattro amici, chiusi nell'appartamento che a quel tempo condividevano in un quartiere di Montreal, lavorarono senza sosta ai nuovi brani, dormendo praticamente in mezzo a cavi, amplificatori e strumenti. L'atmosfera si rivelò particolarmente elettrica, dato che quello stesso appartamento si trovava sopra uno strip club frequentato da una banda di motociclisti non esattamente raccomandabili e con cui i nostri eroi finirono per scontrarsi, avendo avuto la non felice idea di praticare un foro nel pavimento e farvi passare un microfono per ascoltare quello che accadeva giusto sotto i loro piedi. Quando i biker si incazzarono, se la cavarono, ma solo perché Blacky ebbe l'intuizione di raccontare loro una storia strappalacrime sul suo criceto, che aveva pensato bene di perdersi tra le pieghe del muro...

Dopo essersi lasciato alle spalle il Canada, la band volò quindi verso Berlino Ovest, dove era attesa presso gli studi Music Lab per scavare finalmente i solchi di "Dimension Hatröss". Nell'allora capitale artistica della Germania Ovest, i Voivod portarono la propria musica a un nuovo livello e questo fu possibile soprattutto grazie alla scoperta dell'elettronica e all'influenza che alcune band industrial (in primis, i teutonici Einstürzende Neubauten) ebbero su di loro.

"Di colpo, non eravamo più la band thrash di un tempo. Per noi, fu l'inizio di qualcosa di nuovo ed eccitante", ricorderà Langevin. Così nuovo che il batterista, chiamato a più riprese a definire il sound della sua creatura, ebbe non poche difficoltà a rintracciare un'etichetta adeguata, essendo la musica dei Voivod "il risultato di molte grandi influenze", che spaziavano dai primi amori classic-metal (Judas Priest, Motörhead e Venom, su tutti), all'hardcore rabbioso di G.B.H. e Discharge, passando per il post-punk più o meno eccentrico di Killing Joke e Chrome, le partiture progressive di King Crimson, Van Der Graaf Generator e Rush, fino alla fusion della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin.
In ogni caso, un'etichetta come "science-fiction music" per Langevin poteva andare più che bene, soprattutto se rapportata a quelle che, nel frattempo, alcuni critici si erano preoccupati di elaborare, cose come "nuclear metal", "industrial metal" e "space punk".

Registrato tra il 4 dicembre 1987 e il 4 gennaio 1988, prodotto da Harris Johns, già a supporto della band su "Killing Technology", e forte di alcune produzioni di rilievo in ambito metal (tra cui "Walls Of Jericho" degli Helloween e "Pleasure To Kill" dei Kreator), "Dimension Hatröss" (distribuito in patria dalla Maze Records e nel resto del mondo dalla Noise Records) è accompagnato da una delle copertine metal più iconiche degli anni Ottanta (ancora una volta opera dello stesso Langevin), raffigurante il solito Korgull, il cui corpo, però, si è ormai trasformato in un congegno meccanico stagliato su di uno sfondo che fa pensare a un sole estremamente radioattivo.

La truce immagine del primo Korgull (quello, per intenderci, apparso sulla copertina di "Rrröööaaarrr") era ormai solo un ricordo e ciò segnò anche uno stacco definitivo rispetto al passato musicale dei Voivod, che per molti - tra cui anche chi scrive - toccarono il proprio apice creativo proprio tra i solchi di "Dimension Hatröss", uno dei dischi più importanti per l'evoluzione del metal, in tutte le sue forme.
Ma c'è di più: "Dimension Hatröss" fu anche uno di quei dischi che contribuì a erodere la convinzione, estremamente diffusa, che il metal fosse un genere rozzo e "poco intelligente", mostrando, di contro, che anche tra le sue pieghe si annidava un grande serbatoio di creatività, capace, nel corso degli anni a venire, di far sentire la sua eco anche su artisti insospettabili (per dirne una, Thurston Moore dei Sonic Youth ha sempre speso belle parole per i Voivod e soprattutto per "Dimension Hatröss").

Ricordo che quando ascoltammo l'album per la prima volta fu un momento molto emozionante. Sapevamo che si trattava di qualcosa di diverso rispetto a quello che c'era all'epoca in giro, ma non avremmo mai pensato che avrebbe avuto un impatto così imponente
(Denis "Piggy" D'Amour)

Fin dal suo primo tassello, "Experiment", appare chiaro che la band è riuscita a fondere alla perfezione e con tocco originalissimo il retaggio thrash, il desiderio di essere "progressive" e l'immaginario fantascientifico che Langevin continuava instancabilmente a scolpire con la sua fervida fantasia. Quello dei Voivod è un suono gelidamente caotico, in cui il riffing innovativo di Piggy (lontano dal desiderio di mostrare le proprie abilità attraverso la velocità d'esecuzione e intenzionato invece a creare un'originalissima sinergia tra uso della dissonanza e strappi vorticosi), il tono distaccato, vagamente androide (anche se sempre lambito da una passione bruciante) di Snake e il batterismo preciso e martellante di Langevin erigono partiture per l'epoca assolutamente inedite.

Dal punto di vista lirico, "Experiment" è diviso in due parti: nella prima, Voivod utilizza un acceleratore di particelle per creare un piccolo campo di energia che assomiglia a un nuovo mondo ("All I need is a new world/ Create my universe": questo nuovo universo è, evidentemente, la stessa "dimensione atroce"*), mentre nella seconda vi si avventura.

I think I've found the way
I wanna move not stay
Time is fast and so unsafe
Conquest is what I can expect
Without frontiers there's no respect
The less you give the more I take
Che i Voivod stiano ormai veleggiando oltre le colonne d'Ercole del metal più sperimentale è confermato, anzi rafforzato, dalla successiva "Tribal Convictions", che si presenta con drumming tribale e sferzate chitarristiche, dunque consegnandosi a una visione sonora in cui l'entusiasmo "primitivista" dei loro primi lavori (si vedano, a tal proposito, le tracce di speed-metal della seconda parte) entra in rotta di collisione con le più sofisticate soluzioni del nuovo corso (ancora nella seconda parte, da 3:55 in poi si ascoltano praticamente dei Rush teletrasportati in un lontanissimo futuro). Le "convinzioni tribali" sono quelle dei primi esseri viventi incontrati da Voivod nella "dimensione atroce" e che, sulla scorta di quelle stesse convinzioni, finiscono per considerare e adorare come un Dio quello che, ai loro occhi, è una strana, nonché inquietante presenza. Per quegli esseri, la fede in Voivod è in fin dei conti necessaria per giustificare la propria violenza e la propria sete di sangue.
They're searching for something
Something to believe in...
Their convictions
Blood effusion
Is it a crime
Their convictions
Self-destruction

"Chaosmongers" potrebbe essere il vessillo sotto cui raccogliere tutta l'avventura dei Voivod, veri e propri "promotori del Caos" (questo il significato del titolo), essendo il suddetto uno dei brani più complessi e affascinanti di "Dimension Hatröss", con la sua follia egregiamente architettata intorno a una frenesia che tradisce i trascorsi punk-hardcore dei nostri e che, ancora una volta, viene piegata a farsi traiettoria lungo cui incanalare diversi cambi di tempo e di atmosfera, mentre chi ascolta s'immerge in un abisso di distruzione, lì dove i "chaosmongers", che sono anche dei terroristi dalle tendenze anarchiche ("Direct strategy/ Against authority"), sono pronti persino al sacrificio più alto e a "sopportare" eventuali errori ("The chaosmöngers/ Prefer to get away/ When people fall down/ But they killed the wrong ones") pur di consentire all'umanità di sperare in un futuro migliore.

L'eccitazione crossover di "Technocratic Manipulators", modulata attraverso un vorticoso gioco di agglutinazione e vibranti deflagrazioni, lascia il posto, poco prima del secondo minuto, a una fuga dalle tinte spaziali che potrebbe essere raccontata come l'improvvisa decisione degli Hawkwind di fare fagotto e mettersi in cammino verso il santuario di Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart. Con questo brano, i Voivod disegnano a tinte fosche una tipica società orwelliana (nella già citata intervista concessa a "Metal Forces", Langevin citava esplicitamente l'influenza di "1984"), in cui l'obbedienza e la volontà di "identificare sé stessi in una singola nazione o in un'unità di altro tipo, collocandola al di là del bene e del male e non riconoscendo altro dovere che la promozione dei suoi interessi" (per usare le parole di George Orwell) trasformano l'uomo in un vero e proprio automa, che vive in una condizione di ipnosi necessaria affinché l'autorità della "grande testa" ("big head") sia riconosciuta come suprema e inscalfibile.

That's not for me, too much for me
That's all for me
And they're going nowhere
To find better somewhere
But can't get out of there
Is it the same message
For the preconceived children ?
Let me know, before I go...
Death of their liberty
Feeds the supremacy
Under hypnosis I take a walk
Controlled people have to stop
Robotic voice starts to talk
Why we must be listening
I think we all had the same dreams

Se l'umanità è destinata ad affrontare problemi enormi, non resta altro che proporre macrosoluzioni. È quanto sostiene il testo di "Macrosolutions To Megaproblems", che idealmente si riallaccia a "Chaosmongers", poiché riporta l'attenzione su terroristi-rivoluzionari il cui compito è quello di combattere il "grande bugiardo" ("big liar"), che controlla le menti degli uomini, rendendoli ciechi. A quest'ultimi, i "chaosmongers" si rivolgono con un ritornello emblematico, la cui essenza sta nella convergenza di autenticità e capacità di rapportarsi alla realtà senza filtro alcuno: "You better shake up your mind/ Coz if you're just staying blind/ Integrity you won't find".

Musicalmente parlando, "Macrosolutions To Megaproblems", oltre a poter vantare uno dei chorus più efficaci del disco e a rimarcare la grande intesa strumentale dei quattro canadesi, impacchetta un'altra gemma da consegnare agli annali del thrash progressivo e arty, accompagnando il tutto con un implicito ammonimento: "La potenza è niente senza controllo".

Uno dei brani più gelidi e futuristici è "Brain Scan", aperto da una cadenza meccanica e dalle minacciose parole di Snake, qui in una delle sue versioni più sinistramente inumane/robotiche (più che chiara l'influenza del Syd Barrett di "Astronomy Domine", un brano che, non a caso, gli stessi Voivod riproporranno un anno dopo su "Nothingface"). "Brain Scan" presenta anche una delle immagini più inquietanti del disco, quella "scansione del cervello" che fa piazza pulita della personalità e della libertà di pensiero dell'uomo, rendendolo presente a se stesso solo come entità "fuori di sé" (è il grande dramma della nostra epoca, sempre più interessata all'esteriorità, alla proliferazione smisurata di immagini e, insomma, a quella che, con straordinaria intuizione, una settantina di anni fa Günther Anders definì "iconomania"). A quest'altezza, ricorda Langevin, Voivod ha in pratica incontrato "un organismo composto esclusivamente da materia cerebrale", insomma una delle forme più elevate dell'evoluzione umana.

Sometimes I feel
Their cold presence
Checking my mind, it's a brain scan
Sometimes my soul
Can't reach a sense
This head is mine, it's a brain scan
(...)
Locking me out of my skull
Something without physical
Disturbing my frequency
Terminate identity
Me, I, myself out of me
Out of me, out of me...

Annunciata da un'intro allarmante (riff indiavolato di chitarra e pelli palpitanti), "Psychic Vacuum" (per il quale venne anche realizzato un videoclip di discreto successo) assomiglia a un meccanismo intergalattico che ruota infinitamente su se stesso, pur articolandosi in diverse ramificazioni, simbolo degli sforzi che quelle forme più elevate dell'evoluzione umana, di cui si diceva a proposito di "Brain Scan", devono produrre nel tentativo di carpire l'anima di Voivod. Come ebbe a sottolineare lo stesso Langevin, "Psychic Vacuum" è anche un atto d'accusa nei confronti delle numerose sette religiose americane, "ai cui membri viene insegnato a dipendere dal loro padrone e a fare tutto ciò che gli viene detto, proprio come accade con una macchina".

Head is like a burning house
What can I do for my rescue
Inverse the strike to take the lead
Then following what I believe
Ain't got the same conception

Evocata da cupi scenari di stelle esplose, "Cosmic Drama" ha il compito di risolvere i diversi nodi tematici fin qui proposti da Langevin e mirabilmente sonorizzati insieme ai suoi sodali. Ormai capace di "vedere la piccola luce", nonché di "sapere cosa c'è nel cielo", Voivod realizza che il microuniverso che ha creato è "perso in un'ombra" e che il futuro non riserverà altro che oscurità, perché c'è "troppa oppressione", "nessuna soddisfazione" ed è impossibile rintracciare un grado di libertà capace di soddisfare appieno un'umanità evidentemente dominata da un'inquietudine ancora più radicale di quanto si possa pensare. "Il cielo è rosso e la natura/ cade in disgrazia. Lo spazio è terrore/ Non c'è posto per essere al sicuro": queste le parole pronunciate da Snake mentre la band procede austera nel macinare le sue taglienti, visionarie trame sonore.

In "Cosmic Drama" si fondono suggestioni provenienti dal racconto biblico del Diluvio Universale e un pessimismo che potrebbe leopardianamente dirsi "cosmico", ma vengono prepotentemente alla luce anche assonanze spirituali e filosofiche (che invero riguardano tutto "Dimension Hatröss") con il cyberpunk, quel sottogenere della fantascienza volto all'esplorazione di un futuro distopico dominato da una tecnologia molto avanzata e in cui la linea di demarcazione tra uomo e macchina è a dir poco sfocata (è interessante sottolineare come uno dei capisaldi del cyberpunk, e cioè "Neuromancer" di William Gibson, sia stato pubblicato nel 1984, lo stesso anno in cui i Voivod esordirono sulla lunga distanza).

The final process
Hard and so complex
Reverse the motion
Adding some tension
Setting the machine
Awaiting to leave
My bones and my soul
On my way back home
Have a look behind
Nothing more to find

A questo punto, per onor di cronaca, bisognerebbe dire due parole sulla cover di "Batman", che uscì come bonus track solo sulla versione cd di "Dimension Hatröss". Ma a cosa servirebbe? Con l'universo lirico-musicale del capolavoro dei Voivod, il celebre tema scritto - lo ricordiamo - da Neal Hefti per la fortunata serie televisiva che andò in onda, per la prima volta, negli Usa tra il 1966 e il 1968, non c'entra assolutamente nulla.

Prima di chiudere, è importante invece ribadire quanto i Voivod siano stati importanti per l'evoluzione del metal e quanto la loro musica continui ancora oggi a esercitare un'influenza enorme. Ogni volta che ascoltate dei metalhead fare una musica dissonante, schizofrenica, avventurosa, una musica che magari è anche immersa in scenari distopico-fantascientifici, ripetete a voi stessi i nomi di Michel "Away" Langevin, Denis "Snake" Bélanger, Jean-Yves "Blacky" Thériault e dell'indimenticato Denis "Piggy" D'Amour (1959-2005).

Nota
* Snake pronuncia il termine "Hatröss" (la cui lettera "ö" munita di dieresi è evidentemente un omaggio agli amati Motörhead) come fosse il francese "atroce", che sta a significare proprio "atroce" in italiano, ma anche "terribile", "orribile".

Fonte

31/12/2022

Capisaldi 2022

È indiscutibilmente difficile fare il punto sull'anno che si conclude.

Nel 2022 la realtà ha più che doppiato qualsiasi fantasia: crisi sistemica del modello capitalista, crisi climatica, crisi pandemica cui ha fatto eco quella sociale accentuata dalla guerra in Ucraina.

Rammentando che al peggio non c'è mai fine vengono i sudori freddi...

Complesso, quindi, fare previsioni per il 2023 che non siano fosche, non fosse altro per gli spettri di guerra a tutto campo – compresa quella nucleare – che in Occidente vengono sventolati dai media come si trattasse di gagliardetti in una partita di calcio.

È evidente che i tempi attuali non vivono una banale sommatoria di emergenze, ma una complessiva crisi di civiltà. Il problema è che il senso comune è lontano dal prenderne compiutamente atto, mentre il tempo stringe.

Su questo versante il mondo dell'arte e della cultura – che, seppur di sistema, nei decenni passati ha rappresentato un antidoto al sonno della ragione – ha mostrato un allineamento agli interessi dominanti sfacciato, disgustoso e con sempre meno eccezioni.

Con queste premesse era arduo trovare appagamento nelle novità e infatti anche gli ascolti del 2022 sono stati prevalentemente all'insegna dell'antologia.

Fanno eccezione:

- i Fontaines D.C. autori di un trittico entusiasmante pubblicato tra 2019 e 2022;

- i Voivod usciti con l'ennesimo disco più che lusinghiero in una carriera 40ennale e soprattutto protagonisti di un concerto memorabile in quel di Genova;

- e sulla scia dei canadesi gli E-Force di Eric Forrest, frontman dei medesimi Voivod a metà anni '90, nel periodo industrial del gruppo.

Per il resto ho recuperato:

- Ummagumma e More dei Pink Floyd, che senza una valida ragione ho sempre considerato album minori e quindi di scarso interesse. Manco a dirlo mi sono dovuto ricredere, non fosse altro perchè questi sono gli ennesimi dischi che danno corpo alla tesi per cui il periodo artisticamente più fecondo per la musica pop sia stato quello degli anni '60;

- il debutto dei Dillinger Escape Plan, una pietra miliare di un genere che fondamentalmente detesto, probabilmente perchè ha esaurito tutto quello che poteva dire con questo Calculating Infinity;

- i Gun Club di Fire of Love in particolare, che a mio modesto avviso è quello che i Rolling Stones sarebbero dovuti diventare dopo il 1972 senza riuscirvi;

- i Red Temple Spirits, scoperti in questi ultimi giorni con un album monumentale, uno dei pochi che, terminato l'ascolto, lascia la sensazione netta di qualcosa di senza tempo al pari di pochissime altre opere come l'esordio dei Velvet Undergorund;

- gli Who, finalmente ascoltati oltre la dimensione dei singoli. Mi ha particolarmente colpito Quadrophenia, mentre mi ha lasciato più tiepido del previsto Tommy, abbastanza inutile discettare su Who's Next per evidenti meriti oggettivi;

- i Rolling Stones, ascoltati in rigoroso ordine enciclopedico dagli esordi a metà anni '70. Memorabili in ordine di gradimento: Aftermath, Beggars Banquet e Sticky Finges;

- i Beatles, gruppo dell'anno e la chiudo qui, perchè non so come rendere lo stupore reiteratamente vissuto ascoltando i dischi pubblicati nella seconda metà dei '60.
A pensare che questi tipi tra il 1965 e il 1969 hanno infilato Help, Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's, il White Album ed Abbey Road fa venire le vertigini e da la misura del perchè, a 60 anni di distanza, un'epoca così densa di arte pop sia assurta a mito intergenerazionale, con una punta di rammarico per non averla potuta nemmeno sfiorare.

31/12/2018

Capisaldi 2018

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...
Era questo il passaggio più pregno dei capisaldi dello scorso anno.
Trascorsi 12 mesi, la situazione è probabilmente peggiorata, lo testimonia la cronologia sonora rintracciabile su queste pagine dell'anno ormai trascorso: limitata nella quantità ed estemporanea nello sviluppo.

Al proprio interno, inoltre, nessun nuovo ascolto si è rivelato "memorabile". Infatti, il meglio di quanto mi è passato nelle orecchie, come i Creedence oppure i Metallica, è base delle mie scalette ormai da anni.
L'eccezione è costituita da Rainier Fog, ultima pubblicazione degli Alice in Chains e The Wake dei Voivod che, tuttavia, essendo un unicum, hanno confermato sostanzialmente la regola.

Meritano comunque di essere menzionati i Godflesh, autori di un ritorno del tutto inatteso, i Bush con l'ottimo esordio del 1994 Sixteen Stone e a seguire con parecchia distanza i Great White ed i Greta Van Fleet, entrambi autori di alcuni brani che ho trovato particolarmente piacevoli.

Resta tuttavia il fatto che il 2018 si chiude all'insegna della crisi, a onor del vero non interamente determinata dai soli ritmi di vita sempre più estenuanti che impediscono di dedicarsi al "superfluo", ma anche da un sostanziale stallo dell'arte, che ha ormai superato abbondantemente il tempo utile per "anticipare l'effettivo crollo della società borghese liberale".

Quest'ultima, infatti, è ormai morta da un pezzo, ma dal momento che nessuno ha trovato la forza per seppellirla nel cimitero della Storia, il suo cadavere continua ad ingombrare gli spazi della vita, compresi quelli dell'arte che non sa scovarne di nuovi, e non è solo una questione di gusti personali dissonanti rispetto a ciò che viene dato in pasto al pubblico oggi.

Non si può fare a meno di augurarsi che il 2019 la mandi migliore...

10/12/2018

Voivod - L'esplorazione inarrestabile

Allo scoccare dei trentacinque anni di carriera, ben pochi gruppi hanno ancora la forza e la brillantezza per guardare avanti e non limitarsi a perpetrare, sotto forme lievemente diverse, le formule che li hanno resi celebri. La ‘benzina’ creativa è un bene prezioso che tende a scarseggiare quando l’età avanza. Discorso che non sta minimamente in piedi con i Voivod, che nel punto più tragico della loro storia – la morte del chitarrista e principale songwriter Piggy – hanno avuto la capacità di non disunirsi e, trovato un suo validissimo sostituto, sono ripartiti con uno slancio che pensiamo abbia sorpreso anche il più accanito dei loro fan. Nel 2018 che sta terminando, uno degli album dall’impatto più fragoroso è stato sicuramente il loro “The Wake”, disco di sfavillante avanguardismo, che rende onore all’heavy metal nella sua accezione più nobile, quella di musica protesa al futuro e dotata di un trasformismo che non perda di lucidità, potenza e coinvolgimento. Snake, storico singer della formazione canadese, autore proprio in “The Wake” della miglior prova vocale della carriera, è il nostro gradito interlocutore, cui si aggiunge una testimonianza del batterista Away in chiusura a proposito della sua arte pittorica, fondamentale contributo visivo alle avventure affrontate dalle sette note.


La reazione immediata all’ascolto di “The Wake” è quella di stupore: anche dopo numerosi ascolti, ci si interroga su come sia stato possibile realizzare musica così strana, intricata, energica. Riascoltandolo, ti accorgi che avete realizzato un disco di livello così altisonante?

È il frutto di tre anni di intenso lavoro, ci abbiamo messo tutto quello che avevamo dentro in questo disco. È un vero piacere riascoltarlo, apprezzarne le qualità e condividerlo con tutti ora che è disponibile. Ed è eccitante vedere la reazione dei nostri fan, che aspettavano “The Wake” da tempo.

Se con “Target Earth” eravate tornati al techno-thrash, limando di molto gli elementi rock e punk degli album da “Voivod” a “Infini”, in quest’ultimo album avete ulteriormente complicato il vostro stile, esaltando la vostra vena di pazzia e la volontà di esplorare nuovi suoni, sia nelle strutture, che per gli arrangiamenti. Che cosa vi ha guidato in questo approccio complesso e futurista, sempre presente nel vostro dna ma spinto in “The Wake” verso nuovi orizzonti?

Volevamo scrivere un concept album, dove tutto quanto seguisse un unico flusso narrativo. È il primo album scritto integralmente da questa line-up, volevamo spingerci oltre quanto prodotto finora, abbattere i confini della nostra musica ed esplorare nuovi processi creativi. “The Wake” per noi è un album importantissimo, e cade addirittura nel nostro trentacinquesimo anno di attività!

Possiamo ascoltare alcune parti di chitarra acustica e partiture sinfoniche durante “The Wake”. In particolare le seconde sono molto importanti all’interno di alcune canzoni e conducono ad alcuni segmenti incredibili: penso per esempio alle progressioni di “Iconspiracy” o alla quiete indotta in alcuni momenti di “Always moving”. Come avete lavorato per introdurre partiture classiche, senza snaturare il vostro stile?

Chewy ha avuto l’idea di queste parti di musica classica. Lavora come insegnate di musica e ha avuto l’opportunità di invitare alcuni suoi studenti per collaborare con noi. Ha scritto le parti di quartetto d’archi e ha diretto i musicisti, come un direttore d’orchestra, durante le registrazioni. Gli archi hanno sicuramente dato un tocco d’atmosfera importante.

Come accaduto per “Post society”, le tue linee vocali si avventurano in territori raramente frequentati in passato. Possiamo sentirti impegnato in strani recitati e urla allucinate, quasi come se tu fossi un attore che impersona svariati personaggi durante una stessa canzone! E' cambiato qualcosa nel tuo modo di interpretare il cantato negli ultimi anni?

Penso che l’attuale line-up abbia influito da questo punto di vista. Rocky, il nostro bassista, e Chewy hanno una buona chimica insieme. Portano nuovi colori e sapori nella nostra musica, pur rispettando il background dei Voivod. Chewy mi ha aiutato tantissimo sia nella stesura delle vocals di “Post society” che “The wake”. Ama condividere la sua personale visione dei pezzi e ha avuto un forte impatto sul mio modo di cantare. Adesso il mio cantato è più preciso e prendo rischi maggiori, per provare cose mai fatte prima.

“The Wake” è un concept album e, come per la musica, la storia non è così facile da comprendere e interpretare. Sembra, per alcuni schemi adottati e per il tipo di cantato, che abbiate posto una grande attenzione al fatto che ogni sfumatura lirica trovasse adeguata corrispondenza nel tono della musica. Parole e note si sviluppano insieme per narrare adeguatamente la storia che avevate in mente. Come avete adattato la musica ai testi, e viceversa?

Ritengo la voce uno strumento come tutti gli altri. La mia ispirazione principale è la musica, la fonetica delle parole viene scelta in un certo modo per fondersi pienamente con la struttura musicale. Mi piace che vi siano differenti interpretazioni delle liriche e delle storie raccontate nelle canzoni. A volte, scrivo i pezzi già pensando a come un lettore possa, dalla lettura del testo, ricavare una sua storia personale, che magari esuli dal contesto di partenza che avevo ipotizzato io.

Ho letto che l’ultima traccia, “Sonic mycelium”, è una specie di medley di altri brani dell’album. Perché avete deciso di chiudere l’album in questo modo, con una canzone che ha un’origine del genere, pur rimanendo alla fine logica e coerente nella struttura per tutta la sua durata?

“Sonic mycelium” è stata composta al termine di tutto il processo creativo. Volevamo riprendere i diversi punti cardine dell’album, dandogli un taglio differente. Mischiare i temi musicali e sfumarli in un altro approccio. È stata una bella sfida, ma allo stesso tempo è stato divertente. Quasi un gioco. E mette l’ascoltatore davanti a un puzzle sonoro.

Nel 2014 Blacky è uscito dalla band e al suo posto è entrato Dominique Laroche (Rocky). Penso che il suo tocco al basso sia evidente sia in “Post society” sia in “The wake”, dove dialoga molto bene con la batteria, suonando delle parti eccellenti e molto caratterizzanti. Come ha contribuito rocky al songwriting?

Rocky è un ottimo musicista e ha una solida esperienza alle spalle. Ha la sua visione dei pezzi e contribuisce in modo considerevole alla composizione. Lui e Chewy insieme lavorano benissimo, si trovano a meraviglia. Condividere le idee come fanno loro significa lavorare meglio sulle canzoni. Inoltre Rocky ha un modo di suonare molto preciso e personale, si sente che ha un suo stile, e anche come persona ci troviamo benissimo con lui. Con questi presupposti, le cose nella band possono solo andar bene!

Piggy è morto nel 2005, lasciando un vuoto che siete stati in grado di colmare, dal punto di vista artistico, grazie a Chewy. Analizzando lo stile di questi due chitarristi, sapresti descriverci i punti in comune e le differenze tra di loro? Quando Chewy è entrato nella line-up, pensavate che sarebbe stato in grado non solo di suonare la musica dei Voivod già esistente, ma anche di comporre del nuovo materiale così tipicamente Voivod, dando un contributo determinante agli ultimi dischi?

Piggy è stato il mentore di Chewy. È cresciuto con i Voivod nelle orecchie da ragazzino, penso sia il miglior musicista in circolazione per portare avanti l’eredità di Piggy. È un grandissimo lavoratore, la sua qualità migliore è quella di saper scrivere musica con il tipico spirito dei Voivod, nel solco di quella di Piggy, incorporando influenze musicali che sono invece le sue personali.

Nel 1987 pubblicavate un album chiamato “Killing Technology”. I temi di quell’opera sono ora più importanti che mai, visto il peso della tecnologia nelle nostre vite: qual è il vostro approccio alla tecnologia oggi, dove sembra che l’umanità non sia capace di muovere un passo senza avvalersi dell’aiuto di qualche sofisticato strumento? Qual è secondo te la “Killing Technology” del 2018?

Il dibattito odierno sulla tecnologia e il suo peso nella società non è poi tanto diverso da quello del 1987, non trovi? Personalmente ritengo che il miglioramento sociale sia alla base del progresso tecnologico. E che il fattore umano sarà sempre ciò che determinerà la nostra sopravvivenza e la nostra capacità di convivere su questo piccolo pianeta nel mezzo di uno spazio sconosciuto.

Dopo tutti questi anni trascorsi a parlare di alieni e avventure spaziali, non siete dispiaciuti che l’esplorazione spaziale non abbia raggiunto molti degli ambiziosi obiettivi che si era posta nel secolo scorso? Siete ancora così affascinati da cosa potremmo trovare e conoscere nello spazio, come lo eravate da giovani negli anni ’80?

Ho un quadro più ampio oggi, nella mia mente, di quello che potrebbe esserci nello spazio rispetto agli anni ’80. Non sono per nulla deluso dai risultati delle esplorazioni spaziali. Ogni giorno avvengono grandi scoperte, grazie a nuovi mezzi e a telescopi più potenti. Diciamo che i progressi in materia avvengono in modo meno spettacolare, non dobbiamo per forza andare fisicamente nello spazio per esplorare nuovi mondi. Però le scoperte proseguono, portandoci più lontano e più in profondità fuori dalla Terra.

Nel vostro disco omonimo, “Voivod”, chiudevate l’album con “We carry on”, dove i testi esprimevano il vostro bisogno di esplorare, creare, arrivare a conoscere nuovi concetti con la stessa curiosità che vi guidava agli inizi di carriera. Dopo altri quindici anni da “Voivod”, puoi confermarci la convinzione con cui cantavi versi come “Day after day sharing and giving / Reinventing the ways of thinking”?

Penso che stiamo proseguendo lungo questa strada, certamente. È quello che facciamo e per cui siamo stati creati, non credi?

Come ha influito l’ambiente culturale di Montreal, dove convivono molte culture e hanno trovato da tempo un equilibrio e un’armonia fra di loro non comune altrove, sul vostro stile musicale, agli inizi e per la sua evoluzione?

Montreal è una grande città, il suo multiculturalismo si è evoluto negli anni e ora è una delle mete turistiche più gettonate del Canada. La scena musicale ed artistica è sempre stata una delle sue peculiarità, le persone qui sono di mentalità aperta e questo ci ha dato una certa spinta per il nostro percorso artistico.

Away, sei ormai un artista affermato per i tuoi artwork, partendo da quelli dei Voivod hai contribuito a molti altri progetti, dentro e fuori il mondo della musica. Qual è il lavoro di cui sei più orgoglioso e perché?

Away: penso che il mio lavoro più importante, quello di cui vada più orgoglioso, rimanga quello per “War And Pain”. È stato il mio primo vero dipinto, sono riuscito a rappresentare il significato della musica e delle liriche, comunicando l’atmosfera futurista e post-apocalittica di quel disco. Sono inoltre orgoglioso dei miei disegni per il progetto di Dave Grohl, Probot, che ha mi ha consentito di arrivare a un’esposizione che altrimenti non avrei mai avuto e mi ha portato a ottenere contatti importanti per lavori grafici successivi.

Fonte

03/03/2013

Band Sottovalutate: i VöivöD (parte terza)

La necessità d'un terzo capitolo dedicato alla saga Voivod s'impone a seguito dell'uscita, totalmente inaspettata per il sottoscritto, del tredicesimo album della band canadese.
Un mese fa mi approcciai allo streaming promozionale senza alcuna aspettativa su ciò che avrei sentito, e dopo un ascolto tutto sommato approssimativo decisi che il materiale meritava abbondantemente l'acquisto. Detto fatto, ordinai il disco dal mio negoziante di fiducia - quasi 4 settimane per avere la mia copia... mercato di merda! - e da ieri lo sto ascoltando come merita.
Sarà banale scriverlo, ma la masterizzazione su supporto è decisamente più pregevole della promozione che ascoltai in rete e l'album letteralmente decolla.
Dopo quasi un decennio di produzioni interessanti ma che troppo spesso comunicavano un senso di spigolosità da bozza incompiuta che assolutamente non s'addice alle capacità della formazione canadese, questo Target Earth spariglia completamente le carte in tavola consegnandoci un ritrovato dinamismo compositivo che davo ormai per perso, e dopo 30 anni di carriera non ci sarebbe nemmeno da recriminare nulla in merito.
Dando un'occhiata ai commenti con cui la nuova uscita dei Voivod è stata accolta dal pubblico quella che mi spinse all'ascolto fu "Questo è probabilmente il miglior disco che i Voivod tireranno fuori dai tempi di The Outer Limits".
Personalmente vado oltre e affermo che questo è un album che s'inserisce a pieno titolo e pari merito tra quanto di meglio hanno fatto i canadesi. A dispetto di alcune opinioni, infatti, non trovo in Target Earth lo scopiazzamento del tal periodo artistico del gruppo, ma una summa riuscitissima di 30 anni di carriera che fonde al meglio la furia primordiale dell'esordio e le successive derive cibernetiche, progressive e nichiliste che hanno caratterizzato la produzione Voivod dal 1984 al 1997.
Resta fuori solo la parentesi incompiuta dedicata alla pubblicazione delle ultime note di Piggy, ma non lo ritengo affatto un errore, dal momento che i suoi compagni in ben tre album hanno reso più che onore a ciò che restava della sua opera.
Forte di queste caratteristiche, Target Earth si connota come l'album più rappresentativo dell'epopea Voivod, il disco che consiglierei a chi si dovesse avvicinare per la prima volta all'universo dei canadesi.

Non siamo più soli!



In chiusura mi concedo una piccola parentesi per elogiare il lavoro di Daniel "Chewy" Mongrain, a mia memoria l'unico caso di un artista che riesce a raccogliere il testimone di un gigante come Piggy.