Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/03/2025

Un album che fa guarire passando attraverso il dolore

di Sara Picardi

Il trentesimo anniversario di Above dei Mad Season ci ricorda quanto certe opere eccezionali siano sempre più distanti da noi in senso cronologico.

Si tratta di una creazione che sboccia negli anni ’90 e fotografa in maniera puntuale lo spirito di quel decennio: Seattle, una città sul mare quasi sconosciuta, diventa il cuore pulsante di una scena musicale destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del rock, quella grunge.

Probabilmente l’ultimo grande movimento che, trascendendo la musica, ha incarnato un fenomeno culturale di protesta sollevando importanti questioni sociali e identitarie, sfidando le disuguaglianze di genere e promuovendo l’autodeterminazione e la visibilità delle donne, sia nel panorama musicale che nella società in generale.

I Mad Season sono un supergruppo nato proprio in questo epicentro, composto da membri provenienti da band leggendarie come Alice in Chains, Screaming Trees e Pearl Jam.

Above, pur avendo influenze musicali molto varie, che spaziano dal blues al jazz, può essere considerato un “testo sacro” della musica grunge poiché racchiude molte tematiche esistenziali profonde e significative del movimento, esplorando le esperienze personali e le difficoltà dei suoi membri, tutti segnati da sofferenze, in particolare legate a problemi di dipendenza di vario tipo.

La formazione comprende Layne Staley (voce) degli Alice in Chains, Mike McCready (chitarra) dei Pearl Jam, John Baker Saunders (basso) e Barrett Martin (batteria) entrambi degli Screaming Trees.

Tutti i membri della band sono ex tossicodipendenti, ormai disintossicati e si uniscono in un legame profondo, di supporto e quasi magico attorno a Staley che in quel periodo lotta disperatamente per liberarsi dalla dipendenza dall’eroina che lo sta consumando lentamente, sia a livello fisico che psicologico.

Dal punto di vista artistico, i Mad Season offrono a Staley una preziosa opportunità di esprimersi in modo più personale rispetto agli Alice in Chains, dove la figura di Jerry Cantrell, chitarrista e principale autore, svolgeva un ruolo fondamentale nella direzione musicale del gruppo.

La loro collaborazione, simile a quella di Lennon e McCartney nei Beatles, si basava su un processo creativo fortemente simbiotico, in cui Cantrell era una presenza chiave.

Tuttavia, all’interno di quella dinamica, il carattere insicuro di Staley è stato probabilmente schiacciato dalla personalità artistica forte del collega.

Nei Mad Season, invece, il cantante ha la possibilità di esplorare nuove dimensioni artistiche, soprattutto libero dalle tremende pressioni da parte dei discografici. Il risultato è un album straordinariamente ispirato, dove ogni traccia colpisce nel profondo.

La voce di Staley, con la sua incredibile estensione e soprattutto con la sua potente espressività emotiva, oscilla tra momenti di delicatezza e urla strazianti.

E nonostante un senso di stanchezza che permea l’album, emerge comunque una speranza che riecheggia tra le note: non tutto è perduto.

Il profondo coinvolgimento dell’enigmatico frontman degli Alice in Chains, appassionato anche di arti figurative – suo è il logo della band – lo spinge a realizzare personalmente la copertina dell’album.
L’opera, un’illustrazione ad inchiostro, è un autoritratto ispirato a una fotografia che lo ritrae insieme alla sua musa e compagna, Demri Parrott.

Immerso in una battaglia che gli imponeva l’auto isolamento per sfuggire alle tentazioni, Layne Staley cercava conforto, oltre che nei disegni, nella lettura. Un’opera in particolare, Il profeta di Kahlil Gibran, lo coinvolse al punto da farne ispirazione per il brano di apertura del disco.

Wake Up è un inno al risvegliarsi, un appello a porre fine alle relazioni distruttive che ci consumano, siano esse legate a persone, sostanze o cattive abitudini. Il brano ci invita a riflettere sul fatto che, quando qualcosa ci danneggia, siamo noi a permettere che accada.

Un chiaro monito che Staley probabilmente cercava di impartire a se stesso, e in cui infonde un trasporto palpabile attraverso una performance viscerale, che cattura l’ascoltatore senza lasciare spazio a scappatoie.

Particolare è l’inclusione nel progetto di un secondo cantante solista, Mark Lanegan, frontman degli Screaming Trees e uno dei più stretti amici di Layne Staley. Insieme, i due hanno scritto e interpretato due brani, tra cui la title track Above e uno dei pezzi più riusciti del disco Long Gone Day. Nato dalla complicità tra i due cantanti, che hanno alternato le strofe con naturalezza, grazie al loro profondo legame, il brano evoca la malinconia di un passato lontano che si tramuta in un forte senso di isolamento e abbandono. Caratterizzato da influenze jazz, rock psichedelico, rock classico e blues, Long Gone Day è arricchita dal sassofono di Skerik, aggiungendo un ulteriore strato emotivo.

Il pezzo esplora la perdita degli affetti più antichi, e di conseguenza più significativi, dove emerge la consapevolezza amara che talvolta coloro con cui si è condiviso tanto, sembrano aver dimenticato il percorso fatto insieme e sono andati oltre, lasciandoci indietro.

La scelta di sostituire la batteria con il suono moderato dello xilofono accentua la sensazione di un ricordo roseo distante e idealizzato.

Above si insinua nel tessuto del tempo proprio quando il grunge inizia a ripiegarsi su se stesso, lentamente, consumato dalle tendenze autodistruttive dei suoi protagonisti: il suicidio di Kurt Cobain – il rappresentante più noto del movimento – segna l’ineluttabile punto di non ritorno. Il disco resta un’opera unica, l’inizio della fine di un fenomeno che racconta l’estinguersi delle sottoculture musicali piegate sotto il peso del mercato. La setlist viene riproposta e ampliata dal vivo nel bootleg Live at The Moore, registrato il 29 aprile 1995, dove la band rende omaggio al leader dei Nirvana, scomparso pochi mesi prima, inserendo un accenno di sassofono a Come As You Are all’interno di Long Gone Day.

La parabola di Layne Staley si conclude in modo tragico. A seguito della morte per endocardite dell’amata Demri Parrott, il cantante perde definitivamente la sua battaglia contro la dipendenza e si chiude in una spirale autodistruttiva senza via d’uscita. Smette di avere contatti con il mondo esterno e si isola nel suo appartamento, che si trasforma in rifugio e prigione. Sopravvivrà fino al 5 aprile 2002, ma la sua fine sarà particolarmente drammatica: il suo corpo verrà ritrovato solo quattordici giorni dopo, in completa solitudine. Accanto a lui, bombolette spray di colore, l’ultimo, disperato tentativo di rifugiarsi nell’arte figurativa, l’unico mezzo rimastogli per esprimersi senza doversi più esporre al mondo esterno.

Dopo trent’anni, un periodo che segna il passaggio da una generazione all’altra, Above non mostra segni di invecchiamento. Al contrario, continua a esplorare temi universali e senza tempo: la paura della perdita e l’impossibilità di sfuggirvi, il timore di se stessi e degli altri.

Un desiderio confuso di riunificazione che non è aggressivo, ma piuttosto mite, quasi passivo. Una ricerca silenziosa di sollievo.

Nel 1970 Lester Bangs, leggendario giornalista della rivista “Rolling Stone”, recensiva Astral Weeks di Van Morrison definendolo salvifico: “Astral Weeks è curativo […] È come una terapia, una liberazione. Non c’è niente di simile nel rock. […] È un album che ti trasporta, ti fa entrare in una dimensione diversa, dove la sofferenza e la gioia sono una cosa sola”. Il meraviglioso disco del 1968 conserva ancora il suo potente impatto, ma per i millennials, la Gen Z e le generazioni successive è difficile viverlo come qualcosa di ‘proprio’.

Profondamente radicato nell’ottimismo degli anni Sessanta, trasmette un senso di libertà che appare estraneo alla società contemporanea: un’epoca globalizzata in cui l’iperconnessione, paradossalmente, riflette l’incapacità di relazionarsi in modo profondo con gli altri. Un’epoca segnata da fragilità emotive insormontabili e dalle conseguenti dipendenze: dai videogiochi, dal web, dai legami tossici e altro ancora.

Ma negli anni ’90, come un miracolo laico, un fiore che sboccia tra le crepe dell’asfalto, nasce Above – l’Astral Weeks delle nuove generazioni – destinato a dare voce e sollievo a chi è nato dopo i fasti degli anni Sessanta e Settanta. Mentre Layne Staley come un moderno e dissennato Cristo, si è fatto immortale attraverso una musica senza tempo.

Ferite ataviche, vuoti incolmabili, solitudini irrisolvibili, desiderio e paura del prossimo e dipendenze ingestibili sono fantasmi che, nell’era dell’alienazione digitale, prendono vita, quotidianamente. Ospiti terrificanti che, nei momenti di crisi, esplodono con violenza prorompente.

Di fronte a tutto ciò, l’unica vera consolazione è l’arte, quella che contiene verità, che ci aiuta a scoprire noi stessi, quella con la A maiuscola a cui non si può fare altro che genuflettersi.

Fonte

01/10/2022

Alice In Chains - 1992 - Dirt

"1991. The Year Punk Broke", titola nel 1992 un documentario realizzato dal filmmaker/musicista indipendente Dave Markey sulla tournée europea di Sonic Youth, Mudhoney, Nirvana, Dinosaur Jr. e Babes in Toyland. All'inizio del decennio il mondo della musica alternative rock che conquista le classifiche è nettamente diviso in due: da una parte dell'oceano il britpop, dall'altra il grunge. Due mondi stilisticamente inaccostabili, che condividono però più di quanto si immagini: la capacità di incarnare il tumulto interiore della Generazione X, con due reazioni di segno opposto, ma anche due proposte tanto varie da finire, l'una e l'altra, sotto due etichette di comodo.

Soundgarden, Melvins, Mudhoney, Screaming Trees, Pearl JamNirvana e tanti altri: attenendoci ai diversi sound di queste band, risulta davvero difficile definire il grunge come genere dal punto di vista dei tratti stilistici comuni. Il non-genere diventa però un ombrello efficace quando si guarda altrove: tendenza autodistruttiva, rabbia cieca, rifiuto bilaterale e, ovviamente, geografia. Se infatti volessimo identificare il tratto unificante e distintivo di queste band, sarebbe proprio il loro milieu socio-culturale, quella mappa nel Pacific North-West tracciata tra Aberdeen (Melvins), Olympia (Beat Happening, Unwound) e Ellensburg (Screaming Trees), che trova un epicentro esplosivo in Seattle (Tad, Green River), la città che aveva dato respiro e sangue alla musica di Jimi Hendrix, Ray Charles, Sonics e Wailers. A cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90, Seattle diventa improvvisamente il simbolo di una musica fino ad allora non presente nel rock mainstream, figlia di un malessere generazionale più di un riff metal o di una tendenza tutta punk a scatarrare il proprio rifiuto. E nessuno dei protagonisti è davvero preparato a cosa comportino questa (sovra)esposizione, soprattutto nei mass media, e questa attenzione fideistica da parte di una folla di freak, drop-out, non-allineati e senza-Dio che si specchia nel grunge trasformando le nuove band in un culto.

Ignari di storia e collocazione geografica, schiacciando play su "Dirt" e dunque sulla leggendaria opener "Them Bones", si viene investiti da un riff torrenziale e da un urlo primordiale che trasudano heavy metal, stoner, hard-rock e sludge. Non fa alcuna differenza la successiva "Dam The River", ancora più dritta e permeata di violenza sludge. La band di Jerry Cantrell e Layne Staley rappresenta, infatti, insieme ai primi Soundgarden, quella che potremmo chiamare l'ala metal del Seattle Sound. Se veniamo però ai significati, alla disperazione che ci viene iniettata ogni volta che facciamo risuonare una canzone degli Alice In Chains e in particolare di "Dirt", il loro capolavoro nonché una delle opere più emblematiche del grunge, è chiaro che ci troviamo al cospetto di una specie di tavola dei comandamenti del genere e a una storia di auto-distruzione iconica quanto quella di Kurt Cobain.

"Music from down the hole"

Raramente un disco così introflesso su dolore, dipendenze e diniego sociale, e allo stesso tempo così duro tanto da venire spesso considerato a tutti gli effetti un'opera metal, ha ottenuto una performance commerciale devastante come quella del secondo capitolo della discografia degli Alice In Chains. Inutile ribadire che, al netto del valore intrinseco dell'album, le cose sarebbero andate diversamente senza la febbre grunge infettata da "Nevermind" (DGC, 1991 - the year punk broke) a tutta la gioventù del mondo. Riversato sugli scaffali dei negozi il 29 settembre 1992, "Dirt" si piazzò alla posizione numero 6 della classifica generale di Billboard per restare nella lista per ben 196 settimane. Si stima che al 2008 "Dirt" abbia venduto tre milioni e mezzo di copie nei soli Stati Uniti.

L'alto tasso di liriche basate sulla lotta alla dipendenza da eroina e sull'inevitabile resa ad essa, altro non era che lo specchio del reale tormento e dell'angoscia vissuti dai membri della band. Per registrare il disco agli Eldorado Recording Studios di Los Angeles, Staley abbandonò infatti il rehab e visse dunque il periodo tra strazio e dolore, stati d'animo spettrali che innervano le sfumature della sua voce metallica, che pare echeggiare da un antro fosco dell'anima.

Il produttore Dave Jerden ricorda le registrazioni di "Dirt" come un periodo teso e tumultuoso nel quale si scontrò più volte con Staley, al quale dovette intimare ripetutamente di rimanere sobrio. Entrambi dipendenti da alcol e altre sostanze, non erano messi molto meglio il batterista Sean Kinney e il bassista Mike Starr, quest'ultimo sarebbe stato infatti allontanato dalla band a titolo definitivo durante il tour promozionale del disco.

A liti, intrattabilità, scazzi e repentini attacchi d'ira si aggiunse il clima di tensione della rivolta di Los Angeles, che infuriò durante le registrazioni in seguito all'assoluzione di quattro agenti della polizia locale, incastrati in maniera netta da un video di sorveglianza nell'atto di perpetrare violenze inaudite contro il cittadino afroamericano Rodney King.

Le grandi capacità dei quattro musicisti, in particolare dei due autori Cantrell e Staley, nonché il miglioramento compositivo e tecnologico raggiunto rispetto alle registrazioni dell'acerbo esordio "Facelift" (Columbia, 1990), permisero loro di canalizzare ogni grammo e vibrazione delle energie negative in una scaletta che non concede cedimenti. Sono tredici tracce che piegano alle proprie necessità il metal alternativo, la propensione radiofonica del grunge di Nirvana e Pearl Jam, la vocalità straripante ed espressiva di Staley e tutto il buio che la formazione stava esperendo dentro e fuori di sé.

Down in a hole, feelin' so small
Down in a hole, feelin' so small
I'd like to fly, but my wings have been so denied

Sono versi che echeggiano carichi di presagi dal buco che gli Alice In Chains si stavano scavando. Scritte da Cantrell per raccontare il rapporto difficoltoso con l'amore della sua vita, Courtney Clarke, per bocca di Staley le liriche di "Down In A Hole" acquistano un significato più profondo, che scava fino alla condizione esistenziale dei suoi interpreti e riecheggia in comunione tra le anime senza posa della Generazione X, eternamente fuori posto e condannata all'incomprensione. Forse l'episodio più soave di tutto il disco, il brano vede una chitarra acustica ricamare linee celestiali, dal sapore metallico appena accennato, mentre quelle elettriche si sciolgono in un fiume amaro e riverberato, sul quale la voce del frontman levita leggera, ma incapace di prendere quota, quasi affezionata, assoggettata alla sofferenza.

Le fa pari in termini di dolcezza, almeno nella parte iniziale, soltanto "Rooster". La canzone prende il titolo dal nomignolo affibbiato dai commilitoni al padre di Cantrell durante la guerra in Vietnam, un'esperienza mai riportata in famiglia. L'intero testo diventa quindi frutto della fantasia del figlio, basata sulla percezione dei segni che la guerra aveva lasciato sul volto e sugli occhi del padre. Ancora una volta il chitarrista si limita ad armonizzare ed è così Staley a dare forma e forza al racconto del "gallo", mentre le esplosioni ritmiche di Kinney e Starr, al pari dell'iconico riff di Cantrell sul ritornello, fanno da contraltare a momenti più rilassati in cui le chitarre vengono fatte piangere e vibrare alla maniera di George Harrison.

Tra le migliori canzoni mai scritte dagli Alice in Chains, "Rooster" e "Down In A Hole" vedono la band abbassare i giri, svelando una complessità e una stratificazione degli arrangiamenti, frutto anche della formazione metal dei musicisti.

"What's the difference, I'll die/ in this sick world of mine"

La dipendenza da eroina di Staley, consapevole della rotta funesta che rappresentava, aleggia in quasi tutti i brani del disco, ma in alcuni diventa addirittura la protagonista. È il caso di "Sickman", che, aperto dal drumming tribale di Kinney e pervaso da una chitarra elettrica singhiozzante e tossica, comprime il senso e le conseguenze estreme del grunge come fenomeno totale. A Layne le conseguenze più ferali non interessano o spaventano: il mondo circostante non vale la pena.

Scritta durante il rehab interrotto per registrare "Dirt", "Junkhead" contiene il punto di vista di un eroinomane al primo stadio. Se il ritornello epico e l'assolo di chitarra libero come il volo di un uccello sembrano glorificare l'abuso di oppiacei, il riff sludge nelle strofe disegna un precipizio e prelude al disastro, un tunnel senza vie d'uscita.

Allucinazioni e presagi si addensano nella title track, un devastante brano grunge-stoner che rimodella l'esperienza dei Kyuss agli scopi del Seattle sound, e nel deserto pieno di crepe, arido e tormentato dal sole della copertina del disco, che accoglie il corpo esanime della modella Mariah O'Brien in una trasfigurazione della fidanzata di Staley, Demi Parrot, prefigurandone la morte che avverrà pochi anni dopo, nel 1996. Nonostante la canzone non menzioni direttamente le droghe, in numerose interviste a Staley e Cantrell si fa riferimento al fatto che sia stata la Parrott a introdurre il cantante degli Alice In Chains all'eroina, iniziazione che trapela nelle liriche criptiche di un brano efficace quanto doloroso nel ritrarre una relazione tossica.

Elettrificata da uno dei riff più ipnotici e frenetici di Cantrell, e degli anni 90 tutti, "Rain When I Die" è un altro brano dalle intuizioni tragiche che anticipa il destino di un'intera generazione di musicisti come Staley e Cobain, fiori che hanno bisogno di acqua per sopravvivere. Sei lunghi minuti di ritmiche impetuose, chitarre psichedeliche e chorus iconici ne fanno una stoccata alternative rock perfetta, nella quale la formazione sfiora e padroneggia l'allure radiofonica di alcuni colleghi grunge più moderati:

Is she ready to know my frustration?
What she slippin' inside, slow castration
I'm a riddle so strong, you can't break me
Did she come here to try, try to take me?
Did she call my name?
I think it's gonna rain
When I die
L'atmosfera diventa asfissiante nella parte finale del disco, tra frustate di stoner isterico a tinte funk ("God Smack"), rigurgiti grotteschi alimentati dalla voce di Tom Araya degli Slayer ("Untitled") e acuminati riff hard-rock à-la Jimmy Page ("Hate To Feel"). Ma l'esperienza più intensa è racchiusa nei due dei brani che chiudono, tra i più emblematici degli Alice in Chains, "Angry Chair" e "Would?", scritti rispettivamente da Staley e Cantrell. Nel primo ci troviamo in bilico tra poche note e semitoni, inspirando la claustrofobia domestica dell'eroinomane attraverso le parole di Staley, la cui voce è sdoppiata, triplicata, sparata dalle continue armonizzazioni:
Loneliness is not a phase
Field of pain is where I graze
Serenity is far away
Saw my reflection and cried
So little hope that I died, oh
Il secondo, un brano scritto per la colonna sonora di "Singles" (1992) di Cameron Crowe e interpretato nel film dalla band live in un club di Seattle, pone il sigillo sull'album. Non esiste qualcosa in "Would?" che non sia memorabile: il fraseggio iniziale del basso scalfito dai piatti della batteria, il coretto psych-black con cui Staley introduce il riff della chitarra, la strofa con le voci che si moltiplicano come in un incubo per riemergere con nerbo e disperazione nei versi del ritornello, la dichiarazione di una disfatta che non conosce soluzione:
Into the flood again
Same old trip it was back then
So I made a big mistake
Try to see it once my way
Am I wrong?
Have I run too far to get home?
Have I gone?
Left you here alone

"Dirt" incarna lo spirito del tempo, pulsionale e tossico, strabordante e incontenibile. È la creatura di uno dei più importanti compositori rock degli anni 90 e il testamento di un interprete unico, che ha saputo innervare lo stoner, l'hard-rock, l'heavy metal e lo sludge della disperazione e dell'angoscia di molte musiche tradizionali afroamericane, prima di tutto il blues. "Dirt" e il destino di Staley, così come "Nevermind" e quello di Cobain o "Superunknown" (A&M, 1994) e quello di Chris Cornell, ripercorrono circolarmente la propria cornice per tornare esattamente al punto di partenza: "broken home(s), broken heart(s)" dai quali fugge il protagonista di "Zen Arcade" (SST, 1984) degli Hüsker Dü e da cui nessuno di loro, invece, è riuscito mai veramente a uscire. 

Fonte

31/12/2018

Capisaldi 2018

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...
Era questo il passaggio più pregno dei capisaldi dello scorso anno.
Trascorsi 12 mesi, la situazione è probabilmente peggiorata, lo testimonia la cronologia sonora rintracciabile su queste pagine dell'anno ormai trascorso: limitata nella quantità ed estemporanea nello sviluppo.

Al proprio interno, inoltre, nessun nuovo ascolto si è rivelato "memorabile". Infatti, il meglio di quanto mi è passato nelle orecchie, come i Creedence oppure i Metallica, è base delle mie scalette ormai da anni.
L'eccezione è costituita da Rainier Fog, ultima pubblicazione degli Alice in Chains e The Wake dei Voivod che, tuttavia, essendo un unicum, hanno confermato sostanzialmente la regola.

Meritano comunque di essere menzionati i Godflesh, autori di un ritorno del tutto inatteso, i Bush con l'ottimo esordio del 1994 Sixteen Stone e a seguire con parecchia distanza i Great White ed i Greta Van Fleet, entrambi autori di alcuni brani che ho trovato particolarmente piacevoli.

Resta tuttavia il fatto che il 2018 si chiude all'insegna della crisi, a onor del vero non interamente determinata dai soli ritmi di vita sempre più estenuanti che impediscono di dedicarsi al "superfluo", ma anche da un sostanziale stallo dell'arte, che ha ormai superato abbondantemente il tempo utile per "anticipare l'effettivo crollo della società borghese liberale".

Quest'ultima, infatti, è ormai morta da un pezzo, ma dal momento che nessuno ha trovato la forza per seppellirla nel cimitero della Storia, il suo cadavere continua ad ingombrare gli spazi della vita, compresi quelli dell'arte che non sa scovarne di nuovi, e non è solo una questione di gusti personali dissonanti rispetto a ciò che viene dato in pasto al pubblico oggi.

Non si può fare a meno di augurarsi che il 2019 la mandi migliore...

24/09/2018

Alice in Chains - Rainier Fog

Quel che resta del Grunge.

Può titolarsi così la disamina della nuova uscita degli Alice in Chains, perchè in buona sostanza il disco quello vuole cantare, e lo fa in modo esplicito.

Rainier Fog è un perfetto esempio di amarcord, a un ventennio ormai abbondante da quando il Seattle sound, esaurì fisiologicamente la propria spinta sia creativa a livello artistico, sia propulsiva in termini di sub-cultura nell'emisfero ovest del mondo.

Nostalgia canaglia dunque? In buona misura sì.

Lo dimostrano, a titolo non solo didascalico, il nome medesimo dell'album, ispirato a Monte Rainier, il vulcano che domina l'area metropolitana di Seattle e la decisione del gruppo d'incidere la scaletta dei brani presso i Bad Animals/Studio X, un complesso di registrazione storico, in cui buona parte delle formazioni grunge hanno forgiato il proprio suono. Gli Alice in Chains stessi vi registrarono nel 1995 il disco cui fece seguito lo scioglimento di fatto.

Diventa abbastanza evidente, quindi, che Rainier Fog sia un album per fan, non solo degli AiC in quanto tali, ma della corrente grunge nel suo complesso; ed entro questa focale, tutto sommato, l'album riesce ancora a smuovere, seppur di rimando, una buona dose di emozioni.

Diversamente, perimetrandolo nei propri confini esclusivi, appare un prodotto di maniera in cui ritornelli orecchiabili, ritmica granitica e solismo ancora pregevole si amalgamano in misura accettabile tra loro, ma in funzione prevalente delle necessità di valorizzazione economica delle radio FM statunitensi e più in generale dell'industria musicale odierna.

Stante questo dualismo, diventa sterile enunciare, come tanta critica ha fatto, i punti deboli di Rainier Fog fondati sull'appena descritta "operazione nostalgia" che si riverbera in una scrittura ampiamente già sentita in tutte le proprie componenti – sia strumentali, sia vocali – o nella produzione, ben fatta ma troppo attuale rispetto all'epoca che l'album vuole rievocare.

Più "centrato" sarebbe auspicare che Cantrell, prima o poi – ma di tempo ne rimane sempre meno... – allarghi le maglie del processo creativo al resto del gruppo, eccessivamente imbrigliato dalla sua presenza spesso macroscopicamente ingombrante, come nel caso delle voci.

Nel particolare, la sua appare solo ridondante quando il microfono può giovarsi di un ottimo interprete come DuVall, che a 10 anni dall'ingresso nella formazione, evidentemente, non gode ancora dell'autonomia che meriterebbe.

Fin qui il disco. L'introduzione a "quel che resta del Grunge" cela però altro.

Un "altro" evocato dal gruppo stesso in alcune interviste, in cui ha tracciato una sorta di collegamento tra l'album e le vicende che nell'ultimo lustro hanno squassato il mondo.

Proprio in questo ambito Rainier Fog sembra trovare un riscatto inatteso, perchè le tracce che lo compongono, pregne di malinconia tanto cupa da evocare sindromi ben più nere, diventano una finestra aperta sull'odierna società statunitense e non solo. Un mondo rimasto troppo in fretta orfano dei riferimenti sui cui era stata edificata l'american way of life, mito creduto universale sulla base di una supposta fine della storia, declamata con troppa leggerezza proprio quando il grunge sprigionava le sue prime distorsioni (era il 1989).

Gli Alice in Chains arrivarono un attimo dopo (1990), con quell'istantanea straziante ma terribilmente autentica di We die young.

Avevano capito perfettamente già allora come sarebbe finita.
A 30 anni di distanza si sono limitati a registrare di aver avuto ragione.

Il merito artistico che rivendicano è tutto qui, il loro limite sta nell'impossibilità di andare oltre (ma vale per tutta la "cultura" occidentale degli ultimi decenni).

Parafrasando Gramsci: il nuovo non nasce, perchè il vecchio non è ancora morto.