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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2024

Soundgarden – Superunknown | Trent’anni di giorni cupi

Ah, l’infanzia.

Ricordo ancora i pomeriggi a giocare a Road Rash sul buon vecchio Pentium 133 MHz, agli esordi della mia carriera di videogiocatore. Corse clandestine di moto con botte da orbi, sicuramente un grande inizio. Per non parlare della colonna sonora, piena di pezzoni rock anni ’90 che all’epoca non potevo ancora apprezzare fino in fondo.

Ma i Soundgarden, quelli di Outshined e Kickstand... beh, loro sono riusciti a rimanere impressi in modo indelebile nella mia memoria d’infanzia e si sa, certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Dieci giorni fa Superunknown, album che contiene alcuni di quei pezzoni, ha compiuto la bellezza di trent’anni di età. E non li dimostra proprio.

Conosciuti come una delle band più importanti della scena grunge degli anni ’90, i Soundgarden si sono sempre contraddistinti per un approccio più aggressivo, con riff cupi e cadenzati chiaramente ispirati ai Black Sabbath, ma con su ricamata la voce alta e graffiante di Chris Cornell, che qualcuno (mio padre N.d.A.) ha giustamente definito l’unico degno erede di Robert Plant. L’apice di quel suono si trova in Badmotorfinger, album che ha rappresentato la consacrazione dei quattro ragazzi di Seattle.

Superunknown, invece, è stato un disco spartiacque, che sicuramente avrà destabilizzato lo zoccolo duro dei fan di Chris Cornell e soci. Non è sorprendente: il suono heavy dei lavori precedenti è stato decisamente messo da parte per battere territori meno esplorati, toccando la psichedelia fino ad arrivare al pop.

Un chiaro esempio è il singolo per eccellenza, Black Hole Sun. Cosa dire di uno dei pezzi più iconici della musica rock anni ’90 che non sia stato già detto? Decisamente poco, se non altro che non sia neanche lontanamente il miglior brano del disco. Stesso dicasi per Spoonman, altra canzone arcinota, che ha un gran tiro ed è catchy al punto giusto con quel groove letteralmente suonato con cucchiai ed ispirato ad Artis the spoonman, altro artista in voga nella Seattle di quel periodo.

L’album si apre con Let me drown e My wave, due tipici pezzi rock anni ’90 di grande impatto, ma è con la successiva Fell on black days che sale il livello. Canzone tipicamente Cornelliana, ne rappresenta l’anima più crepuscolare e malinconica, nelle liriche come nelle musiche, ed è probabilmente una delle sue migliori interpretazioni vocali.

A momenti più heavy vicini al passato (Mailman, 4th of July) o punk (la già citata Kickstand), si associano pezzi in cui i Soundgarden riescono ad unire un sapore country a sonorità psichedeliche in un mix tanto inusuale quanto personale e riuscito (Head Down, Half).

Gli arrangiamenti sono più ricercati ed elaborati che in passato (Superunknown, The day I tried to live o la meravigliosa Limo wreck), andando a rafforzare ancora di più il contrasto tra vecchio e nuovo che c’è in questo disco e, ancora di più nel successivo Down on the upside, che però non riuscirà, almeno a parere di chi scrive, a bissarne il successo qualitativo. Qualcuno (stavolta non ricordo chi N.d.A.) ha scritto che i Soundgarden fossero diventati in quel momento un po’ come “i Black Sabbath che suonano i Beatles” e trovo che sia una definizione piuttosto azzeccata, per quanto sottovaluti una componente molto personale della band che la fa brillare di luce propria.

Anche la produzione è un piccolo miracolo di compromesso: decisamente più ripulita che in passato, ma riesce a non snaturare o plastificare troppo la musica della band, evitando l’alone di suono grunge tipicamente del periodo e risultando fresca ancora oggi.

Superunknown è stato, a detta dello stesso Cornell, il primo album in cui abbia lasciato maggiormente il timone compositivo agli altri membri della band e, nonostante questo, è stato anche l’inizio della fine dei Soundgarden, divisi tra la voglia di esplorare nuovi lidi e sonorità sempre più morbide del frontman, in contrasto con l’anima più legata al sound tradizionale del resto del gruppo.

Ma probabilmente è proprio questo contrasto, come spesso accade, a regalare le opere d’arte migliori. La compattezza ritmica di Matt Cameron alla batteria e Ben Shepard al basso sorreggono alla grande i riff più istrionici ed i soli di chitarra sloppy e caotici di Kim Thayil.

Ma è Chris Cornell quello sugli scudi. Con il suo timbro caratteristico e graffiante, riconoscibile tra mille, regala una prestazione magistrale e sofferta, soprattutto nei pezzi più intimi e cupi, come la già citata Fell on black days, che racconta la depressione che gli toglierà la vita diversi anni più tardi.

Definire Superunknown uno dei migliori album grunge sarebbe allo stesso tempo sbagliato e riduttivo.

Sbagliato perché è un album che le sonorità grunge se le è messe decisamente alle spalle, riduttivo perché un disco del genere non può risaltare solo all’interno di una corrente musicale e rappresenta la summa di tutti gli elementi che hanno reso Cornell e compagni un pezzo di storia della musica contemporanea.

E se ne possono dire tante... Chris calante dal vivo, Kim Thayil sporco e rumoroso e chi più ne ha, più ne metta. Ma quando i quattro ragazzi di Seattle ci si mettevano, la magia era inevitabile. E lo è ancora oggi, trent’anni dopo.

PS: nel caso non fosse chiaro, dal 18 Maggio 2017 sono un po’ in lutto.
E non sembra destinato a finire.

Fonte

21/07/2017

Il buco nero del grunge: la scomparsa di Chris Cornell

Un altro lutto tra i musicisti della generazione di Seattle con il solito inquietante copione

Il 18 maggio Chris Cornell è morto, da solo, in una camera d’albergo. Ovunque si possono leggere coccodrilli accoratissimi che celebrano una delle ultime icone e la morte di un movimento, il cosiddetto grunge, che ha segnato qualche generazione.

Nel corso degli anni molti si sono trovati ad ammettere che il grunge probabilmente non è mai esistito: è stata solo una fortunata congiuntura spazio-temporale che ha visto nascere (e morire) nell’arco di pochi anni e pochi km (con qualche eccezione britannica) alcune delle più entusiasmanti band del decennio.

E’ vero che musicalmente, per gli ascoltatori più smaliziati, le quattro grandi band di Seattle avevano poco in comune: i primi Nirvana erano un gruppo indie-punk vicinissimo ai suoni della SST, i Pearl Jam una versione hard di Springsteen, gli Alice In Chains una band heavy metal sotto acidi e i Soundgarden di Cornell i più mainstream tra gli eredi dei Black Sabbath.

Ma grunge non è stato un movimento musicale. E’ stata un’idea. Ed è stata la messa in musica e parole di una generazione, la mia, che è stata sconfitta. Una generazione a cui hanno tolto il futuro e che (non) ha trovato risposte nelle parole di Andrew Wood e di tutte le altre vittime degli anni ’90.

Alla fine degli anni ’80 il rock mainstream americano era rappresentato dai capelli cotonati e i lustrini di Motley Crue e Poison o, al limite, la versione per giovani romantici dello street rock rappresentata dai (mitologici, niente da dire) Guns ’n’ Roses. Le band di Seattle hanno rappresentato, per tutti, la ribellione, anche estetica, all’establishment rock: via i lustrini e gli spandex e via libera al look della classe media di provincia, i vestiti che si trovavano negli store di periferia. E’ stata una scelta naturale: fuori dalle grandi metropoli culturalmente vive ci si vestiva (e ci si veste tuttora) così. Purtroppo per i protagonisti il mercato reagisce sempre più in fretta di tutti. Jeans e camicia di flanella sono diventati i nuovi spandex, l’icona estetica di tutto un movimento che, in pochi anni, è diventato mondiale. E’ diventato una moda, malgrado i suoi protagonisti.

In questi giorni molti necrologi celebrano il mito di Chris Cornell, un cinquantenne che, come disse Cobain di sé nella sua ultima lettera, si era ritrovato a timbrare il cartellino. Non c’è niente di romantico ed eroico nella morte delle rockstar. C’è spesso esclusivamente la solitudine, una cosa molto poco pop, molto poco glamour, molto poco modaiola e molto umana.

Si legge in giro che è stata una generazione di rockstar che ha provato a ribellarsi al giogo del mercato e ne è rimasta schiacciata. E’ probabilmente vero, in molte forme. Dall’inadeguatezza di Cobain ad essere una star e la sua incapacità di provare empatia per una massa anonima che lo venerava (e lo venera ancora), ai più materiali problemi di Staley, Weiland e Hoon, la generazione delle star degli anni ’90 ha fatto vedere che il luminoso mondo della musica non fa prigionieri. Fagocita e rigetta chi non ne vuole essere all’altezza.

Cornell ci ha provato e, per molti anni, ci è riuscito. I primi dischi dei Soundgarden restano il più bell’esempio di hard sabbatthiano degli anni '90, soprattutto per merito della chitarra lisergica di Thrail e dell’incredibile voce, acidissima, di Cornell. Poi la consacrazione e il grande pubblico con Superunknown: la stessa ricetta rivestita di pop. Black Hole Sun resta, e sarà sempre, un inno per una generazione. E non è possibile non citare Temple Of The Dog, supegruppo prima del tempo, nato come tributo a Andrew Wood contenente l’ideale inno del grunge tutto. Il titolo dovreste saperlo.

Negli anni del riflusso Cornell si è riciclato con Timbaland (il picco più assurdamente negativo della sua carriera) dopo aver fatto parte della ignobile operazione Audioslave, per poi tornare a fare, con grande mestiere e pochissima anima, quello che sapeva fare.

Non è bastato per chi ha fatto parte della generazione che ha sublimato la sconfitta di tutti.

Non poteva che finire in questo modo.

“I’m above / Over you I’m standing above / Claiming unconditional love / Above“

per Senza Soste, Luis Vega
20 luglio 2017

Fonte

Nell'informazione alternativa, di parte (sinistra), chiamiamola come ci pare, un articolo così mancava.
Peccato sia arrivato con ritardo, non tanto rispetto al chiacchiericcio della rete 2.0 (di quello c'importa sega), quanto rispetto la sedimentazione che il frenetismo delle nostre società ci impone.
Marcare meglio il tempo, forse avrebbe consentito di destrutturare uno dei capisaldi ideologici ancora fondanti il consenso di cui tutt'ora gode, seppur tra scricchiolii sempre più intensi, il sistema dominante.
Quasi certamente sembrerà banale, ma il fatto che uno degli strumenti culturali prìncipi della diffusione dello "stile di vita" anglosassone – la musica – cozzi sempre più spesso nel "non se ne esce" (l'ultimo in ordine di tempo è Chester Bennington), è una delle dimostrazioni più plastiche del capolinea cui è giunta l'attuale fase del modo di produzione capitalista.

18/05/2017

In morte di Chris Cornell


Non mi sento di scrivere della morte di Chris Cornell facendo miei lo stupore (di morti "giovani" ne ho viste fin troppe tra la gente "normale") e lo sgomento (alla fine per i mezzi che ha avuto un suo anno di vita ne è valsi 10 di un uomo della strada qualsiasi) con cui stampa e pubblico hanno informato/appreso del fatto.

Quel che vivo è piuttosto una sorta di malinconico deja vu che richiama alla mente il 3 dicembre 2015, data in cui a spirare fu Scott Weiland, altra voce dell'epopea grunge seppur immeritatamente meno conosciuta rispetto alla prima linea dei Soundgarden.

Quel giorno e i successivi furono caratterizzati dal vuoto, che si è istantaneamente rinnovato appena sono entrato nella schiera dei tanti venuti a conoscenza che anche Cornell ha chiuso la sua esistenza.

Se Weiland marchiò indelebilmente la mia anima con un paio di brani del debutto dei suoi Stone Temple PilotsPiece of pie, Plush – e con quelli lo ricordo praticamente ogni settimana, mi è parso meno immediato trovare una manciata di pezzi che possano scolpire nella pietra la memoria di Cornell.

Poi ho ricordato quando tentai di tirare le fila del lascito del grunge, e ritrovai il punto ideale da cui, per me, tutto era partito:


Say hello to Heaven Chris