Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/03/2025

Un album che fa guarire passando attraverso il dolore

di Sara Picardi

Il trentesimo anniversario di Above dei Mad Season ci ricorda quanto certe opere eccezionali siano sempre più distanti da noi in senso cronologico.

Si tratta di una creazione che sboccia negli anni ’90 e fotografa in maniera puntuale lo spirito di quel decennio: Seattle, una città sul mare quasi sconosciuta, diventa il cuore pulsante di una scena musicale destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del rock, quella grunge.

Probabilmente l’ultimo grande movimento che, trascendendo la musica, ha incarnato un fenomeno culturale di protesta sollevando importanti questioni sociali e identitarie, sfidando le disuguaglianze di genere e promuovendo l’autodeterminazione e la visibilità delle donne, sia nel panorama musicale che nella società in generale.

I Mad Season sono un supergruppo nato proprio in questo epicentro, composto da membri provenienti da band leggendarie come Alice in Chains, Screaming Trees e Pearl Jam.

Above, pur avendo influenze musicali molto varie, che spaziano dal blues al jazz, può essere considerato un “testo sacro” della musica grunge poiché racchiude molte tematiche esistenziali profonde e significative del movimento, esplorando le esperienze personali e le difficoltà dei suoi membri, tutti segnati da sofferenze, in particolare legate a problemi di dipendenza di vario tipo.

La formazione comprende Layne Staley (voce) degli Alice in Chains, Mike McCready (chitarra) dei Pearl Jam, John Baker Saunders (basso) e Barrett Martin (batteria) entrambi degli Screaming Trees.

Tutti i membri della band sono ex tossicodipendenti, ormai disintossicati e si uniscono in un legame profondo, di supporto e quasi magico attorno a Staley che in quel periodo lotta disperatamente per liberarsi dalla dipendenza dall’eroina che lo sta consumando lentamente, sia a livello fisico che psicologico.

Dal punto di vista artistico, i Mad Season offrono a Staley una preziosa opportunità di esprimersi in modo più personale rispetto agli Alice in Chains, dove la figura di Jerry Cantrell, chitarrista e principale autore, svolgeva un ruolo fondamentale nella direzione musicale del gruppo.

La loro collaborazione, simile a quella di Lennon e McCartney nei Beatles, si basava su un processo creativo fortemente simbiotico, in cui Cantrell era una presenza chiave.

Tuttavia, all’interno di quella dinamica, il carattere insicuro di Staley è stato probabilmente schiacciato dalla personalità artistica forte del collega.

Nei Mad Season, invece, il cantante ha la possibilità di esplorare nuove dimensioni artistiche, soprattutto libero dalle tremende pressioni da parte dei discografici. Il risultato è un album straordinariamente ispirato, dove ogni traccia colpisce nel profondo.

La voce di Staley, con la sua incredibile estensione e soprattutto con la sua potente espressività emotiva, oscilla tra momenti di delicatezza e urla strazianti.

E nonostante un senso di stanchezza che permea l’album, emerge comunque una speranza che riecheggia tra le note: non tutto è perduto.

Il profondo coinvolgimento dell’enigmatico frontman degli Alice in Chains, appassionato anche di arti figurative – suo è il logo della band – lo spinge a realizzare personalmente la copertina dell’album.
L’opera, un’illustrazione ad inchiostro, è un autoritratto ispirato a una fotografia che lo ritrae insieme alla sua musa e compagna, Demri Parrott.

Immerso in una battaglia che gli imponeva l’auto isolamento per sfuggire alle tentazioni, Layne Staley cercava conforto, oltre che nei disegni, nella lettura. Un’opera in particolare, Il profeta di Kahlil Gibran, lo coinvolse al punto da farne ispirazione per il brano di apertura del disco.

Wake Up è un inno al risvegliarsi, un appello a porre fine alle relazioni distruttive che ci consumano, siano esse legate a persone, sostanze o cattive abitudini. Il brano ci invita a riflettere sul fatto che, quando qualcosa ci danneggia, siamo noi a permettere che accada.

Un chiaro monito che Staley probabilmente cercava di impartire a se stesso, e in cui infonde un trasporto palpabile attraverso una performance viscerale, che cattura l’ascoltatore senza lasciare spazio a scappatoie.

Particolare è l’inclusione nel progetto di un secondo cantante solista, Mark Lanegan, frontman degli Screaming Trees e uno dei più stretti amici di Layne Staley. Insieme, i due hanno scritto e interpretato due brani, tra cui la title track Above e uno dei pezzi più riusciti del disco Long Gone Day. Nato dalla complicità tra i due cantanti, che hanno alternato le strofe con naturalezza, grazie al loro profondo legame, il brano evoca la malinconia di un passato lontano che si tramuta in un forte senso di isolamento e abbandono. Caratterizzato da influenze jazz, rock psichedelico, rock classico e blues, Long Gone Day è arricchita dal sassofono di Skerik, aggiungendo un ulteriore strato emotivo.

Il pezzo esplora la perdita degli affetti più antichi, e di conseguenza più significativi, dove emerge la consapevolezza amara che talvolta coloro con cui si è condiviso tanto, sembrano aver dimenticato il percorso fatto insieme e sono andati oltre, lasciandoci indietro.

La scelta di sostituire la batteria con il suono moderato dello xilofono accentua la sensazione di un ricordo roseo distante e idealizzato.

Above si insinua nel tessuto del tempo proprio quando il grunge inizia a ripiegarsi su se stesso, lentamente, consumato dalle tendenze autodistruttive dei suoi protagonisti: il suicidio di Kurt Cobain – il rappresentante più noto del movimento – segna l’ineluttabile punto di non ritorno. Il disco resta un’opera unica, l’inizio della fine di un fenomeno che racconta l’estinguersi delle sottoculture musicali piegate sotto il peso del mercato. La setlist viene riproposta e ampliata dal vivo nel bootleg Live at The Moore, registrato il 29 aprile 1995, dove la band rende omaggio al leader dei Nirvana, scomparso pochi mesi prima, inserendo un accenno di sassofono a Come As You Are all’interno di Long Gone Day.

La parabola di Layne Staley si conclude in modo tragico. A seguito della morte per endocardite dell’amata Demri Parrott, il cantante perde definitivamente la sua battaglia contro la dipendenza e si chiude in una spirale autodistruttiva senza via d’uscita. Smette di avere contatti con il mondo esterno e si isola nel suo appartamento, che si trasforma in rifugio e prigione. Sopravvivrà fino al 5 aprile 2002, ma la sua fine sarà particolarmente drammatica: il suo corpo verrà ritrovato solo quattordici giorni dopo, in completa solitudine. Accanto a lui, bombolette spray di colore, l’ultimo, disperato tentativo di rifugiarsi nell’arte figurativa, l’unico mezzo rimastogli per esprimersi senza doversi più esporre al mondo esterno.

Dopo trent’anni, un periodo che segna il passaggio da una generazione all’altra, Above non mostra segni di invecchiamento. Al contrario, continua a esplorare temi universali e senza tempo: la paura della perdita e l’impossibilità di sfuggirvi, il timore di se stessi e degli altri.

Un desiderio confuso di riunificazione che non è aggressivo, ma piuttosto mite, quasi passivo. Una ricerca silenziosa di sollievo.

Nel 1970 Lester Bangs, leggendario giornalista della rivista “Rolling Stone”, recensiva Astral Weeks di Van Morrison definendolo salvifico: “Astral Weeks è curativo […] È come una terapia, una liberazione. Non c’è niente di simile nel rock. […] È un album che ti trasporta, ti fa entrare in una dimensione diversa, dove la sofferenza e la gioia sono una cosa sola”. Il meraviglioso disco del 1968 conserva ancora il suo potente impatto, ma per i millennials, la Gen Z e le generazioni successive è difficile viverlo come qualcosa di ‘proprio’.

Profondamente radicato nell’ottimismo degli anni Sessanta, trasmette un senso di libertà che appare estraneo alla società contemporanea: un’epoca globalizzata in cui l’iperconnessione, paradossalmente, riflette l’incapacità di relazionarsi in modo profondo con gli altri. Un’epoca segnata da fragilità emotive insormontabili e dalle conseguenti dipendenze: dai videogiochi, dal web, dai legami tossici e altro ancora.

Ma negli anni ’90, come un miracolo laico, un fiore che sboccia tra le crepe dell’asfalto, nasce Above – l’Astral Weeks delle nuove generazioni – destinato a dare voce e sollievo a chi è nato dopo i fasti degli anni Sessanta e Settanta. Mentre Layne Staley come un moderno e dissennato Cristo, si è fatto immortale attraverso una musica senza tempo.

Ferite ataviche, vuoti incolmabili, solitudini irrisolvibili, desiderio e paura del prossimo e dipendenze ingestibili sono fantasmi che, nell’era dell’alienazione digitale, prendono vita, quotidianamente. Ospiti terrificanti che, nei momenti di crisi, esplodono con violenza prorompente.

Di fronte a tutto ciò, l’unica vera consolazione è l’arte, quella che contiene verità, che ci aiuta a scoprire noi stessi, quella con la A maiuscola a cui non si può fare altro che genuflettersi.

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20/05/2024

Pearl Jam - 2024 - Dark Matter

Ve lo ricordate negli anni Novanta il rito che si consumava ogni volta che usciva un nuovo disco dei Pearl Jam? L’attesa snervante partiva mesi prima, i booklet erano sempre sorprendenti, con stralci di testi scritti a mano, si faceva fatica a leggerli, le parole te le dovevi conquistare, cercando di comprendere le parti mancanti attraverso la voce di Eddie Vedder. Quei testi distillati, che procedevano per slogan, per frasi spezzettate, su argomenti mai banali, con dentro pezzi di vita, sogni e disagi post-adolescenziali di un ragazzo come noi. C’era tanto dentro quelle canzoni che ci facevano sentire al centro del mondo: siamo diventati grandi immergendoci in quella voce, in quegli strumenti, in quella poetica che è entrata nel mito. Un culto che si allargava persino alle pubblicazioni dei tanti progetti paralleli dei singoli membri: Mother Love Bone, Temple Of The Dog, Brad, Mad Season, Three Fish, Hovercraft. Cosa è rimasto di tutto questo fra le pieghe di “Dark Matter”?

L’ho messo su, e al primo ascolto ho avuto la sensazione che questa volta non ci fosse davvero quasi nulla da salvare. Sono giunto a temere un’improvvisa rivalutazione di “Gigaton” (dove in alcuni frangenti quantomeno si percepiva l’intenzione di esplorare soluzioni inedite) e “Lightining Bolt” (a posteriori valutabile come il punto più basso della loro discografia, dovremmo essere tutti d’accordo). Poi l’ho messo su la seconda volta e la traccia che mi ha colpito di più è stata “Won’t Tell”. Ascoltatela con attenzione: è contagiosa e radiofonica, Vedder potrebbe averla scritta di ritorno dal concerto di Taylor Swift, al quale ha assistito, con famigliola al seguito, qualche mese fa. Quella strofa ammiccante, quel ritornello killer, quel bridge che spariglia le carte non la rendono troppo diversa da una delle tante hit del periodo soft-rock della superstar americana, per la quale Eddie ha speso di recente parole al miele, su lei e sui suoi fan, assecondando persino la strategia suicida di pubblicare “Dark Matter” lo stesso giorno dell’attesissimo nuovo album della Swift, di fatto castrando sul nascere qualsiasi vaga possibilità di poter raggiungere almeno per una settimana il primo posto delle classifiche di vendita. E non tiratemi fuori la storia dei Pearl Jam "contro il sistema": non regge più da parecchi anni...

Ascolto “Dark Matter” per la terza volta e trovo che “Running”, uno dei tre singoli che hanno preceduto la pubblicazione integrale dell’album, quella “Running” che ha compiuto il miracolo di mettere tutti d’accordo, fan e detrattori, circa la pochezza del risultato finale, alla fine dei conti risulti come uno dei pezzi meno brutti dell’album, una botta di energia provvidenziale, nonostante appaia disgraziatamente forzata.
Non che manchi energia, dentro “Dark Matter”, che come di consueto parte infilando un paio di zampate iper-elettriche, “Scared Of Fear” e “React, Respond”, sane iniezioni di adrenalina per mostrare quanto il fuoco dentro non sia ancora spento. Salvo ben presto raggomitolarsi sulle più rassicuranti e avvolgenti note di “Wreckage”, una delle loro tipiche ballad di ampio respiro, che si svincolano dal dover riempire per forza tutto lo spazio necessario. Ma poi s’inciampa nell’ennesimo riff che scopiazza “I Love Rock’n’Roll”, posto in apertura della title track, già scoperta da qualche settimana, e nella confusione di “Upper Hand”, evidente ricalibrazione di “Nothing As It Seems”, con tanto di chitarra gilmouriana.

Anche stavolta un disco dei Pearl Jam regge a mala pena fino a metà corsa, un crollo verticale che parte dai quasi sei minuti (!!!) di “Waiting For Stevie”, scritta da Vedder mentre era in studio ad aspettare Stevie Wonder per un featuring in “Earthling”, il suo disco solista, e prosegue per le ultime tre impalpabili tracce, “Something Special”, “Got To Give” e “Setting Sun”, che ripropongono all’infinito il super-collaudato schema "intro–strofa–ritornello–strofa–ritornello–bridge–assolo di Mike McCready–ritornello–ending".
La batteria di Matt Cameron non esce mai davvero potente, equalizzata in modalità anni Ottanta, priva di forza e visceralità. Risultato programmato di concerto con il produttore Andrew Watt, new entry nella line-up ufficiale e co-autore di tutte e undici le tracce, così come il chitarrista Josh Klinghoffer e il resto della storica ciurma.

Alla fine le mie preferenze restano indirizzate verso la patinatissima “Won’t Tell”, una specie di nuova “Siren”, perché lontani dalle nostalgie, dagli scimmiottamenti del passato e dal confronto con loro stessi, i Pearl Jam sembrano più veri. Fossero andati tutti e cinque a vedere l’Eras Tour, quella sera a Seattle, assorbendone l’infettiva vitalità, forse “Dark Matter” sarebbe stato un disco migliore...

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18/10/2023

Pearl Jam, i 30 anni di "Vs"

L’ultima cosa a cui pensarono fu il nome. Per un attimo valutarono di chiamare il loro secondo album semplicemente come loro: “Pearl Jam”. In fondo, dopo aver smaltito la sbornia del successo interplanetario, satura di tutti i giochi aziendali che ruotavano attorno alla sua fama, la band di Seattle cercava soltanto di riottenere la propria autonomia artistica. Svincolarsi, dunque, da tutte le pressioni esterne, dall’esigenza di dover stare costantemente sotto i riflettori in una promozione ininterrotta della propria musica. E ancora liberarsi dal contesto mediatico che la stava imprigionando nel calderone grunge creando vere o presunte rivalità con altri attori della stessa scena.

Il secondo album nasce in questo momento di impellente e assoluto bisogno di affrancamento. Lo stratosferico disco d’esordio era stata una valanga che avrebbe potuto travolgerli e consumarli in breve tempo. “Vs” è stato in un certo senso il pilastro su cui hanno fondato le basi per la carriera longeva e appagante che effettivamente hanno avuto. Forse stilisticamente inferiore al successivo “Vitalogy”, il secondogenito della band di Seattle si presenta ruvido, sporco e arrabbiato, più vicino per musicalità al background hard rock da cui sono partiti (Green River, Temple Of The Dog). In una spericolata manovra contromano, il quintetto americano recupera l’irruenza giovanile e la preserva da ogni forma di contenimento o ritocco per sottrazione da post-produzione (ottimo, in questo senso, il lavoro del produttore Brendan O'Brien). Il suono rimbombante dell’iniziale “Go” sembra essere stato registrato in uno scantinato di periferia. Nei primi trenta secondi le percussioni sono assolutamente predominanti e le chitarre ronzanti sembrano quasi in lontananza. Poi David Abbruzzese lancia il segnale: uno “sbam” micidiale alla batteria che imbecca tutti gli altri strumenti. Fra riff di chitarra e assoli indimenticabili, “Go” rende praticamente impossibile un ascolto quieto e senza movimento. Scelto come singolo iniziale, il brano, è un incipit strabordante che lancerà l’album verso cifre di vendita straordinarie: quasi un milione di copie nella sola prima settimana.

Da un verso della canzone successiva, “Animal”, il quintetto prende spunto per trovare il nome definitivo dell’album. Basandosi sul testo, avrebbe potuto chiamarsi ancora più esplicitamente “5 VS 1” (opzione effettivamente presa in considerazione dalla band). In quel periodo i Pearl Jam si lanciarono davvero in una lunga serie di battaglie apparentemente donchisciottesche, tanto erano controcorrente. Scelsero di non produrre alcun video per Mtv e di opporsi strenuamente allo strapotere di Ticketmaster, che addebitava cifre, a loro parere, spropositate per costi di servizio. Non esitarono a scegliere le location più insolite, pur di superare gli ostacoli legati ai diritti del colosso della vendita di biglietti. Queste guerre potenzialmente deleterie dal punto di vista economico, si rivelarono, al contrario, vincenti dal punto di vista comunicativo. Non  a caso, ancora oggi molti fan considerano il gruppo uno straordinario esempio di integrità morale e dedizione verso la musica e verso il suo pubblico. D’altronde, è innegabile che il gruppo di Seattle sia riuscito a costruirsi nel tempo una solida reputazione attraverso un approccio empatico e diretto: sul palco, per energia e incisività, i Pearl Jam sono probabilmente  una delle rock band più iconiche degli ultimi decenni.

La rabbia è sicuramente il sentimento che meglio caratterizza le liriche di tutti i brani. Anche una traccia come “Daughter”, lenta e malinconica, ha come tema una battaglia interiore. Si tratta in questo caso di una ragazza con disturbi dell’apprendimento non diagnosticati, che si sente sola e incapace di raggiungere le aspettative della madre

Alone, listless
Breakfast table in an otherwise empty room
Young girl, violence
Center of her own attention
The mother reads aloud, child tries to understand it
Tries to make her proud
The shades go down, it's in her head
Painted room, can't deny there's something wrong

Inevitabile pensare a “Jeremy” e “Why Go”, monumenti in versi sulle problematiche adolescenziali che effettivamente non si discostano molto neanche a livello musicale.

Non occorre, invece, rifugiarsi nei testi per comprendere la forza che sospinge tracce come “Leash” e “Blood”. La prima, con la sua dinamica veloce e l’indimenticabile assolo di chitarra, è diventata ben presto una delle canzoni più iconiche dell’album; la seconda segna uno dei momenti dai ritmi più forsennati che abbiano mai scritto. Non ci sono scorciatoie melodiche o hook accattivanti: Eddie Vedder canta a squarciagola e la sezione ritmica è straripante. Le chitarre mordono il freno solo per un po’, trattenute da brevi intermezzi sincopati. Quando vengono finalmente liberate e si lanciano in picchiata nell’incalzante finale atterrano su un durissimo tappeto sonoro alla vecchia maniera (vengono in mente gli Who soprattutto).

Un taglio più grunge è dato alle numerose canzoni di denuncia sociale presenti in “VS”. “Glorified G” è un brano contro la proliferazione delle armi in territorio americano, “Rats” si rivolge ai dirigenti senza scrupoli che detengono le leve del potere, in “W.M.A.” dei tamburi tribali accompagnano per tutto il tempo il vocalist che accusa membri di istituzioni, come la polizia, di violenze verso gli afro-americani. Quest’ultima, anche per le sue atmosfere funk, si può considerare una precorritrice dell’atteggiamento di apertura verso sonorità musicali eterogenee che la band dimostrerà nei successivi lavori.

Da “Vs”, furono estratti quattro singoli: oltre alle tracce già citate “Go”, “Animal” e “Daughter”, venne scelta anche “Dissident”, classica ballata non particolarmente brillante ma carica di emotività.  In questo filone è molto più degna di attenzione la struggente “Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town”, che con il suo arrangiamento delicato e malinconico esalta le doti vocali di Eddie Vedder e anticipa lo stile che il frontman utilizzerà largamente nelle sue incursioni soliste. Si tratta senz’altro di una delle canzoni più famose del repertorio, resa celebre anche dal lunghissimo e insolito titolo. Molto nota e frequentemente proposta nelle scalette dei concerti è anche “Rearviewmirror” (uno dei loro "best of" è stato battezzato allo stesso modo). Quando Vedder attacca il ritornello arioso e energico difficilmente il pubblico lo lascia cantare da solo.

Saw things, saw things
Saw things, saw things clearer, clearer
Once you were in my rear-view mirror
I gathered speed from you fucking with me
Once and for all, I'm far away
Hard to believe, finally the shades are raised

Nel finale, c’è tempo anche per un’incursione nelle nebbie psichedeliche e ovattate di “Indifference”. Un toccante giro di basso e lampi in lontananza di chitarre accompagnano il viaggio verso l’inferno del vocalist. La rabbia lentamente si dirada e lascia spazio a un sentimento di dolore puro. Caratterizzata da un lirismo estremo, a differenza delle altre tracce più dirette e sfrontate, “Indifference” scioglie finalmente ogni conflitto. La batteria di Abbruzzese c’è ancora, ma quasi non si percepisce più. Si può ancora urlare ma che differenza fa? ("I will scream my lungs out till it fills this room/ How much difference does it make?").

Con questa domanda ripetuta come una litania si chiude un album che ha tracciato un solco indelebile nella discografia dei Pearl Jam. Adorato e tenuto in conto come un oggetto sacro dai fan della band, “Vs” nasconde le qualità migliori del gruppo di Washington: la capacità di far confluire la rabbia inquieta e spaesata della propria generazione in un prodotto che nasconde anche alcune delle loro più riuscite melodie. Apparentemente divergente da tutti i loro lavori successivi ma allo stesso tempo traboccante di canzoni universalmente riconosciute come le più rappresentative del loro repertorio, “Vs” racchiude elementi apparentemente inconciliabili. Un rock fuori moda con idee musicali nel solco della tradizione, ma che risulterebbe maestoso e strabordante quand'anche uscisse oggi.

Lusingati e vezzeggiati ma all’interno di una gabbia, i Pearl Jam si sentivano come la pecora in copertina di “Vs”. Solo poche settimane prima veniva dato alle stampe “In Utero”, testamento spirituale dei coetanei Nirvana che da quelle sbarre non riuscirono a uscire. Certamente, verrà il tempo anche per Eddie Vedder e compagni di ritornare con piacere all’ovile. Con il peso dell’esperienza e con qualche idea brillante in meno, sarà più conveniente sfruttare la loro storia proponendo innumerevoli ristampe e collezioni. Eppure, lo slancio genuino che portò una band a pubblicare un album così schietto e fuori da ogni strategia commerciale rivelò che dell’ovino conservavano anche la proverbiale purezza. Dell’incredibile triade di album pubblicate dai Pearl Jam nel primo lustro di carriera, “Vs” , se non il più bello, è senz’altro il più coraggioso.

Fonte

13/10/2014

Let the records play


Fino ad ora era mancato lo spunto che mi conducesse all'ascolto dell'ultimo album dei Perl Jam.

Oggi è capitata l'occasione, ma a 3/4 di disco posso dire che se non capitava sarebbe stata la stessa cosa.
Salvo picchi clamorosi nelle ultime tracce (sono giunto in fondo e non ne ho trovati...) posso, infatti, affermare che Lightning Bolt è un album troppo di maniera, in cui gli spunti autentici sono talmente pochi (qualcosina in Mind your manners, Sirens e Let the records play) ed annacquati da confondersi rapidamente in un mare di noia, dove la nota più fastidiosa è probabilmente la tendenza del gruppo ad infilarsi in quel "post grunge" che mi ha sempre fatto storcere il naso anche in tempi non sospetti.

Probabilmente concederò un'altra occasione a questo album, ma dubito che il senso di fiacca che si porta addosso cederà il passo all'entusiasmo. Peccato, ma dopo quasi 25 anni di attività per i Pearl Jam, questi sono momenti fisiologici che ci stanno.