Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/08/2026

Avere vent'anni: Voivod - Katorz

I Voivod potrebbero rappresentare di per sé un concept sci-fi su una band che non muore mai, nonostante svariate avversità sopraggiunte per cercare di ucciderla: il Fato ci prova una prima volta quando la formazione fallisce l’approdo a circuiti più mainstream con Angel Rat, nonostante la presenza del produttore dei Rush, con il successivo smembramento di una formazione originale già compromessa. La sorte ci ritenta alle porte del nuovo millennio, quando un incidente stradale manda in coma il sostituto di Blackie, Eric Forrest. Il celebre proverbio parla dell’ineluttabilità di un terzo episodio, che sarà il più funesto di tutti: un tumore reclama la vita di Piggy, che aveva già sofferto di analoghe problematiche anni prima, superate solo grazie a una terapia farmacologica sperimentale. Il letale cancro al colon, diagnosticato tardi, giunse mentre i Voivod stavano cercando di arrampicarsi nuovamente verso un più adeguato bacino di utenza. Ad aiutarli era arrivato Jason Newsted, un veterano di gioie e dolori dello showbiz.

In un periodo compreso tra un tour americano con i Sepultura e l’Ozzfest 2003, la band tirò fuori un bel po’ di improvvisazioni grezze; Newsted prese le registrazioni di quelle sessioni, le riorganizzò su dei CD a casa sua e le spedì ad Away, che a sua volta le passò a Piggy. A quel punto, partendo da quegli spunti nati in giro o nella sala prove di Montreal, il chitarrista si mise a lavorare da solo o con l’ex bassista dei Metallica al computer per comporre e registrare le tracce di chitarra definitive di un disco che purtroppo non riuscì ad ascoltare. Morì a fine agosto del 2005 e i suoi amici si strinsero attorno alla famiglia, celebrando un funerale vichingo con tanto di feretro adagiato nel letto del fiume in barca e dato alle fiamme, per poi prendere per un periodo strade diverse. Away, per esempio, si concentrò sugli artwork su commissione. Ma più i mesi passavano e più era difficile resistere al richiamo di quella musica registrata dall’amico scomparso, che chiedeva di essere liberata definitivamente. Si trattava di alcune ore di riff registrati già in formato canzone, qualche beatbox primitivo e qualche bozza vocale.

La sfida non era esente da criticità che andavano al di là dell’aspetto emotivo. Dal punto di vista tecnico, l’ostacolo principale riguardava l’assenza totale di un metronomo o di un click. Piggy aveva inciso le sue tracce di chitarra a casa senza alcun freno emotivo e, di conseguenza, il tempo non era costante, ma “ondeggiava” continuamente, subendo accelerazioni e rallentamenti impercettibili ma cruciali. Al batterista Away toccò l’ingrato ma anche affascinante compito di inseguire il suo amico di una vita, ovvero incidere le proprie parti su una chitarra già registrata, invertendo il normale processo di studio. È stato un compito titanico, in cui ha dovuto danzare tra i passaggi di Piggy per fare in modo che il groove risultasse naturale e solido, e non un impasto rigido o scollato. Un’impresa che affrontò appendendo nello studio di registrazione un poster dell’amico, così da percepire ancora più vivida la sua presenza nelle stanze degli studi di registrazione. A questa criticità si sommava la natura grezza delle tracce di basso fornite inizialmente da Jason Newsted: registrate su una sedia a dondolo del portico della sua casa a San Francisco con un mini-amplificatore da 10 Watt direttamente connesso al Mac di D’Amour, presentavano una resa dinamica e un volume d’ambiente che il produttore Glen Robinson dovette isolare, ripulire e sottoporre a un processo di re-amping per uniformarle alla potenza distorta delle chitarre.

Del resto, Robinson aveva inciso con loro il capolavoro Nothingface, e il suono qui, rispetto all’omonimo album, ha sfumature diverse: magari meno corposo, ma più crudo e onesto. Con chitarre più sature, graffianti e dominanti, il basso di Newsted svicola da ogni effetto e pulsa con una potenza tellurica. Se l’album del 2003 si muoveva verso coordinate che fondevano riff stoner e il grezzume dei loro primi lavori con un tocco di Motörhead, Katorz aggiunge una particolare attenzione su un riffing ciclico che si fa caotico e disorientante e, per forza di necessità, guida gli altri tre compagni.

L’attacco di The Getaway è votato all’assalto senza troppi fronzoli, come fu Gasmask Revival sul predecessore; come in quel caso, ci sono riferimenti abbastanza palesi al conflitto in Iraq. In generale, si ha l’impressione che Katorz sia stato il disco con la maggiore attenzione alla politica e alle tematiche sociali della storia della formazione, con la fantascienza messa da parte perché la cruda realtà era diventata già abbastanza bellicosa di suo. Mr. Clean, un pezzo con un incedere quasi degno dei primi Clutch, conferma questa intenzione, vestendo i panni dell’intolleranza che vuole occuparsi di una pulizia fin troppo approfondita, praticamente etnica (“Last call for the rascals, Mr Clean said…”, “Who will be the next one to get thrown out, just like a garbage bag, you’ll join your friends”, “The homos out, the poor out, the coloured out, the stripped out, the stained out, wipe them all, wipe them all, wipe them”). La traccia culmina in un assolo rumorista e destrutturato, una delle ultime geniali invenzioni di Piggy, posizionato proprio in mezzo al delirio di onnipotenza di Mr. Clean, ormai appagato dall’aver spazzato via ogni diversità e aver reso la società un deserto omogeneo, conformista e privo di qualsiasi estro (“nice and clean society”), al grido ironico di “long live democracy!”.

Lo strascicato ritmo di Red My Mind sembra svilupparsi come un vero e proprio sequel ideale di Bio-TV, e il testo (“It has to stop, I’ve had enough, I used to be good, now I’m bad for good”) sembra complementare alle ossessioni di “Bio-TV is what you’ll be, Bio-TV is what you need”. Pur essendo un disco apparentemente più immediato rispetto a quelli del periodo con E-Force alla voce, a tratti si percepisce la suggestione che le atmosfere e quelle chitarre cigolanti si riallaccino a Phobos: sono figlie dello stesso piacevole smog sonoro, l’inquinamento algido che ti fa sentire a casa. No Angel è invece coperta nel finale da una sana coltre rumorista che seppellisce ogni cosa, compreso il cantato ringhiante di Snake, addizionato da alcuni botta e risposta vocali hardcore e un’accennata nenia. L’epilogo rappresenta forse il momento migliore del disco: The X-Stream rispolvera l’immediatezza e il tiro degli esordi ed è puro sollazzo in stile Motörhead, ancorato su un giro molto semplice. I più nerd la ricorderanno tra i livelli più basilari di un primitivo Guitar Hero II; ancora oggi mi domando come sia finita in quella scaletta.

Difficilmente però i videogiocatori avranno scoperto così i Voivod: Katorz non è un disco per incominciare, rappresenta semmai una maniera per iniziare a concludere qualcosa, la lunga elaborazione di un lutto, la sindrome dell’arto fantasma che però afferra ancora le cose e le scaglia in giro (Polaroids è l’ennesima dimostrazione dell’arte di Piggy in ogni fase della struttura del pezzo: riff, assolo, chiusura). È il progressive in senso lato, nell’assemblaggio di un album a rate e in momenti diversi, come se stessero costruendo una delle bellissime e conturbanti navicelle spaziali degli artwork curati da Away. Nell’ultimo minuto del disco, un frammento acustico: si ha come la suggestione cinematografica di D’Amour che di soppiatto accende la sua piccola astronave nel retrobottega e pian piano scompare nell’immensità dello spazio, diventandone parte. (Federico Francesco Falco)


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