Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2026

Quarant'anni di Orgasmatron

Da alcuni punti di vista, il disco più importante dei Motorhead non è Overkill, e nemmeno Ace of Spades, bensì Orgasmatron. Se avete iniziato ad ascoltare heavy metal negli anni ’90, come chi scrive, o più tardi, avrete conosciuto Lemmy e compagni già nel ruolo di istituzione inamovibile dedita, a buon diritto, a replicare se stessa. Più che una band un marchio, come lo zannuto teschio suino che adorna quasi ogni loro copertina. E viene anche difficile pensarli diversamente. Eppure ci fu un periodo manco tanto breve, quello seguito all’abbandono, nel 1982, di Fast ‘Eddie’ Clark, in cui la situazione diventò alquanto liquida e lo scioglimento sembrò a un passo.

Another Perfect Day, pubblicato il 4 giugno del 1983, fu accolto con freddezza da pubblico e critica. Lemmy allora andava già per i quaranta. Oggi, che il rock è diventato un reparto geriatrico, verrebbe considerato poco più di un ragazzo ma nel grande baccanale degli anni ’80 a gente ben più giovane di lui era bastato molto meno per ritrovarsi appiccicata l’etichetta di dinosauro. Alla chitarra era arrivato Brian Robertson, ex Thin Lizzy, che con i Motorhead non c’entrava un bel nulla. Il mese dopo arrivò nei negozi Kill’em All, che alzò in modo drastico e repentino lo standard di violenza sonora ritenuto concepibile. Un gruppo a cui manco i Venom erano riusciti a strappare davvero lo scettro di band più rumorosa del mondo si ritrovò sorpassato, all’improvviso obsoleto. Anzi, si era pure ammorbidito, con lo stile troppo pulito e gli assoli troppo lunghi di ‘Robbo’, che dal vivo si rifiutava persino di suonare le hit che tutti i fan volevano ascoltare. Questa e altre intemperanze accelerarono la sua defenestrazione.

Robertson oggi afferma che le canzoni gli sembravano tutte uguali, per darvi l’idea di quanto fosse entusiasta di essere salito a bordo del ‘Bomber’. Il bello è che ‘Philty Animal’ Taylor aveva iniziato a pensarla come lui, voleva suonare qualcosa di più raffinato, smettere di essere considerato un cavernicolo. Il batterista comunicò a Lemmy la decisione di mollare proprio quando quest’ultimo, rimasto dunque per un attimo l’unico membro, si era convinto a tenere entrambi i due superstiti delle selezioni per il posto di chitarrista: gli sconosciuti Wurzel e Phil Campbell. Alla batteria fu reclutato Pete Gill, ex Saxon. Il problema della line-up era stato risolto. Purtroppo ce n’era un altro ancora più grosso: la Bronze Records aveva deciso che dei Motorhead non sapeva più che farsene.

La raccolta No Remorse, uscita nel 1984, avrebbe dovuto essere l’ultimo banchetto sul cadavere del cinghialone. Lemmy ottenne però di includere in ciascuno dei quattro dischi della compilation un inedito con il quale presentare la nuova formazione a quattro. Snaggletooth, Locomotive, Steal Your Face e Killed by Death furono quattro fucilate a pallettoni che dimostrarono a tutti che i Motorhead non erano morti manco per il cazzo. Anzi. Il serrato mid tempo di Killed by Death, in particolare, anticipò in qualche modo l’Lp che sarebbe uscito un paio d’anni dopo. Competere con la furia e il testosterone dei giovanissimi alfieri della rivoluzione thrash non era possibile. Lemmy, che aveva sia istinto che intelligenza analitica, lo aveva capito bene. Alzare quindi il piede dall’acceleratore mentre tutti andavano a cento all’ora? Sì. Provare qualche soluzione più ricercata grazie alle due chitarre? Certamente. Ma nel modo giusto.

Risolta una volta per tutte la controversia contrattuale con la vecchia etichetta, il gruppo si accasò con la GWR. Era ormai il 1986 e nel metallo stava succedendo di tutto. Il primo singolo, Deaf Forever, prese tutti di sorpresa. Una corrusca fantasia bellica di ambientazione vichinga affidata a un brano cadenzato e marziale, con un ritornello contagioso da pugno alzato, destinato ad aprire la scaletta di un Lp che inizia poi presto a correre su binari più tradizionali. L’impeto e il tiro di Mean Machine e Doctor Rock sono però di nuovo quelli dei tempi migliori. A proposito di binari, in origine avrebbe dovuto essere Ridin’ with the Driver a dare il titolo al disco e a Petagno fu infatti commissionata una copertina a tema ferroviario. La produzione di Bill Laswell fu all’epoca assai criticata, anche da Lemmy stesso, che la trovava ovattata e poco nitida. Ain’t My Crime, raccontò il cantante nella sua autobiografia White Line Fever, avrebbe dovuto essere addirittura una sorta di suite in quattro sezioni di cui solo una sopravvisse. Laswell sostiene che Lemmy, dato il suo famigerato stile di vita, era in condizioni di lucidità così precarie da essere stato del tutto assente durante la fase di missaggio e che quindi aveva ben poco da lamentarsi.

Ain’t My Crime era un pezzo a cui Lemmy era assai affezionato per via della tematica sentimentale. Sir Kilmister si sentiva finalmente un paroliere maturo ed era molto fiero delle liriche dell’album, più elaborate del solito. “Forse la gente le sentirà e non penserà più che sono solo un gorilla senza cervello con un giubbotto di pelle”, scherzò nelle interviste dell’epoca. E in effetti Orgasmatron è una delle pochissime canzoni heavy metal famose anche e soprattutto per il testo, che Lemmy sostiene di aver scritto di getto, destato la notte da un’improvvisa ispirazione. Il ritratto di tre volti di un potere multiforme e immanente, di fronte al quale l’uomo non può che restare schiacciato, è ancor oggi la cosa più simile a un manifesto politico heavy metal mai concepito, nel segno di un pessimismo lucido e anarcoide nel quale si sarebbero riconosciute generazioni di metallari di ogni orientamento ideologico, prima che arrivassero i social network a trasformarci in tifoserie decerebrate che fanno a gara a chi urla più forte mentre in qualche lussuosa tenuta californiana miliardari pedofili ridono di noi dantescamente. “Allontanare gli intrusi dalle proprie emozioni”, diceva il poeta. Ecco.

Lenta e sinistra, Orgasmatron, di fatto il più canonico dei blues in dodici battute, diventa un brano simbolo che sarà riconsegnato alla gioventù del male degli anni ’90 dalla celeberrima cover dei Sepultura (opinione impopolare: preferisco quella dei Satyricon). Tuttavia il disco in classifica non andò meglio di Another Perfect Day. Le recensioni furono contrastanti e il periodo che seguì fu complicato. Il lavoro successivo, Rock’n’Roll, che vide il provvisorio ritorno di Taylor, fu tirato via e scritto con la mano sinistra per stessa ammissione di Lemmy, all’epoca distratto da apparizioni cinematografiche e altre avventure. Il punto è che se lo poteva permettere. Orgasmatron aveva segnato l’orgogliosa resurrezione della sua creatura quando in molti avevano iniziato a intonarne il requiem.

Quanto la scommessa fosse stata vinta lo si sarebbe capito solo nei primi anni ’90. I Metallica avevano di nuovo cambiato le regole del gioco da soli con il black album. Il fenomeno grunge e l’uragano Pantera avevano spazzato via i suoni degli anni ’80. I virgulti del thrash che erano sembrati prossimi a condannare Lemmy a una pensione prematura arrancavano senza una direzione precisa. Adesso erano loro i dinosauri. Nel mezzo di questa generalizzata esplosione creativa, i Motorhead pubblicarono tre dischi in tre anni, dal ’91 al ’93. Tutti gli altri, giovani e un po’ meno giovani, facevano a gara a inginocchiarsi di fronte a loro e a definirli con devozione la loro più grande influenza. I Motorhead avevano ormai consolidato uno status leggendario che nulla e nessuno avrebbe più potuto togliere loro. Erano diventati il classico che per definizione resta sempre moderno. (Ciccio Russo)

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10/05/2021

Motorhead - 1979 - Overkill

Certi gruppi non possono fare a meno del proprio istrione. È il carisma del leader che li spinge e li solleva dal suolo a ogni nuova uscita. Ma non tutti gli istrioni sono uguali: alcuni hanno il dono della singolarità, mentre altri soltanto la vocazione del condottiero. Ian Fraser Kilmister, per tutto il mondo "semplicemente" Lemmy, è uno dei primi. Senza di lui i Motörhead non avrebbero mai invaso il pianeta, definendo un sound, un modo di essere e un'estetica ben precisa; tant'è che si sono sciolti subito dopo la sua scomparsa nel 2015. Lemmy è stato per i Motörhead ciò che lo spirito santo è per il vangelo. E i Motörhead sono stati per il metal tutto ciò che l'adrenalina è per l'organismo. Doppia cassa, basso al vetriolo, chitarra supersonica, testi dissacranti che spaziano dal sesso alla droga, dalla lotta alla guerra alla vita on the road di cui Lemmy, con quel baffo tra i più imitati della storia dell'uomo, è simbolo indiscusso.

Speed-metal, direbbero i più pignoli; puro rock and roll, replicherebbe il gruppo inglese. Ma la faccenda è più ampia. La storia dei Motörhead è costellata infatti da una serie di vicende intrinsecamente connesse al carattere e alle peripezie di Lemmy. Fatti e misfatti che iniziano con gli spaziali Hawkwind che cacciano il carismatico bassista dalla band durante una tournée in Canada, in seguito al suo arresto per possesso di anfetamine. Un episodio emblematico del carattere inafferrabile, tumultuoso fino all'inverosimile di Lemmy, e che i fan dei Motörhead interpretano fin dalla primissima ora come provvidenziale. Non solo. Nell'addio alla band che inventò di sana pianta lo space-rock c’è un aspetto tanto simbolico quanto leggendario: Lemmy saluta i suoi ex-compagni dopo aver firmato per loro un ultimo singolo, intitolato, guarda un po', "Motörhead".

Ma quest'ultimo è solo uno dei tanti colpi di genio di un fenomeno musicale che ha rivoluzionato a suo modo uno stile. È grazie alla violenza selvaggia dei Motörhead che band come Metallica e Megadeth, giusto per citarne alcune, riusciranno in futuro a mutare un genere che spopolerà più o meno ovunque negli anni '80. Non è un caso, infatti, che soprattutto i primi abbiano riconosciuto il debito con Lemmy e soci, interpretando alla loro maniera svariati successi, e addirittura registrando con loro nel 1994, a Los Angeles, un disco bootleg per festeggiare i cinquant'anni di Lemmy, "The Lemmy's a.k.a. Metallica". Un titolo che è tutto dire.

Dopo le prove generali con l'omonimo esordio del 1977, che include anche il sopracitato brano "Motörhead", già Hawkwind, Lemmy, Taylor e Clarke sono pronti ad azionare l'elettroshock al rock and roll; la scarica di adrenalina – "Overkill" è appunto l'energia che fa esplodere l'oggetto su cui viene applicata alla stregua di una lampadina che si fulmina – che nell'introduttiva "Overkill", title track leggendaria, viene sputata in faccia al mondo da Lemmy mentre la doppia cassa inaugura una nuova stagione ritmica. È la canzone più importante dell'heavy metal o giù di lì; la genesi di un sound distinguibilissimo tra milioni. Una formula che resisterà nel tempo e che nei quattro lustri successivi definirà una cifra non solo stilistica ma anche estetica e umorale. Una way of life per frotte di band chiuse in garage prima di salire a bordo della propria Harley Davidson e sfondare il locale. Tra fiumi di alcool e secchiate di droga, quella messa in scena da Lemmy è un'autodistruzione epocale, capace di sfidare e magari mandare a tappeto anche il miglior Keith Richards. Il riff è supersonico, e precede quello hard rock e di certo non meno assassino della successiva "Stay Clean", altro cavallo di battaglia per reckless in sella.

I Motörhead pestano come forsennati per tutto il tempo. In "(I Won't) Pay Your Price" l'incazzatura è doppia: Lemmy non vuole più saperne di pagare il conto per gli altri. È già fin troppo preso dai suoi errori per potersi permettere il lusso di accreditarsi quelli che non gli appartengono.

Move out, it's time for someone else
Quit thinking only of yourself
You're really a nasty piece of work
You know you thought you were a hero
But you're really just a jerk
On my way You know I won't pay your price

"I'll Be Your Sister" contiene i geni di centomila band hard rock sorte nei quarant'anni successivi. Anche gli stessi Motörhead pagano però il debito, che lo vogliano o meno, con gli inarrivabili Stooges. Il brano sembra infatti un brano uscito fuori da "Fun House". "Capricorn", altra selvaggina per i fan affamati di tutto il pianeta, espone invece una malinconia che muta in rabbia e perdizione. L'approccio stavolta è quello dei Black Sabbath più evasivi, tra pause deliranti, assoli a cascata e riff taglienti.
"No Class" è, al contrario, l'inno per antonomasia; la traccia cantata a squarciagola dai fan nei concerti. La missione di Lemmy è bruciare sul nascere qualsiasi velleità di elevarsi o circoscriversi in una società in cui quello che dovrebbe contare per davvero, a detta sua, è semplicemente essere se stessi. Tra una doppia cassa e l'altra, un riff da capogiro e una bordata al basso, si procede fulminei, perentori come saette nel deserto. La band inglese non conosce soste e mezze misure. In "Metropolis", tuttavia, molla per un attimo l'acceleratore, prima di chiudere la festa con l'ennesimo assalto al fortino ("Limb From Limb") guidato da un Lemmy mai domo.

Senza "Overkill" e i Motörhead, l'heavy metal tutto non avrebbe mai conosciuto la propria trasmigrazione thrash. Insomma, "Kill'em All" e i suoi primi vagiti speed-metal sarebbero solo un'utopia. Negli anni '80 ormai alle porte, seguiranno concerti incendiari, provocazioni quotidiane, e momenti di gloria resi possibili dalla pubblicazione a distanza super-ravvicinata di altri piccoli grandi capolavori come "Bomber" e "Ace Of Spades". Dischi che proseguiranno la via maestra di "Overkill", la pietra miliare per eccellenza di uno stile tra i più fruttuosi e sfacciati della storia. 

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31/12/2019

Capisaldi 2019

Anche a questo giro mi trovo a scrivere parole già sostenute 12 e poi 24 mesi fa ecc.

L'esistenza è sempre più sfibrante, i tempi di vita sempre più ridotti, quindi di musica se ne ascolta poca e quasi sempre male: in cuffia sui mezzi pubblici, piuttosto che in pausa al lavoro, strappando letteralmente con le unghie e i denti qualche istante di raccoglimento per se stessi e il proprio gusto, nei confronti di un mondo sempre più invadente con la propria superficiale sciatteria.

Comunque, lo scorso anno auspicai un 2019 che la mandasse meglio e tutto sommato così è stato. Ovviamente le novità, in senso anagrafico di pubblicazione, sono state quasi del tutto assenti dai miei palinsesti, a dimostrazione della china ormai irreversibile in cui versa la musica non solo come arte, ma anche come intrattenimento di qualità – e al mondo del cinema butta pure peggio con l'espandersi della pestilenza Netflix e dello stuolo di youtuber prezzolati che non parlano d'altro pur senza essere in grado di farlo –.

La nuova uscita dei 12 mesi appena trascorsi che ricordo con maggior piacere è quella dei redivivi Sacred Reich, probabilmente gli unici tra gli zombie resuscitatati dopo un quarto di secolo d'oblio a mettere insieme un disco contenente quattro idee assemblate con cognizione di causa. Chapeau a loro dunque.

Un gradino appena sotto, esclusivamente perchè verso di loro ripongo aspettative piuttosto elevate, i Die Krupps dell'ultimo e penultimo disco, che si confermano un ritorno assolutamente necessario per l'industrial.

Discreto anche l'ennesimo prodotto degli Overkill, che nonostante una cadenza di pubblicazione biennale e 40 anni di attività sul groppone, riescono sempre – I Hear Black a parte – a cacciare sul mercato dischi ascoltabili. Ovviamente nulla di più, ma la pochezza del mercato in cui s'inseriscono indubbiamente li aiuta a risaltare oltre i propri meriti oggettivi.

Il resto di quello che ho apprezzato è tutta roba che ha dai 25 anni in su con una considerevole quota di revival, su cui certamente influiscono gli anni che si ammucchiano sulla mia schiena. Nell'ordine:

- Billy Idol - Rebel Yell;

- Motorhead - Overkill;

- Iron Maiden con l'omonimo e Killer (l'omonimo in particolare si è imposto a quasi 20 anni dalla prima volta in cui l'ho ascoltato, come uno tra i dischi heavy metal più belli; forse, in assoluto il migliore);

- Benediction - Killing Music (che continuo a considerare una delle migliori uscite death metal old school di sempre);

- Vari recuperi thrash e death metal con presenza preponderante di Testament, Sepultura, Sodom, Pestilence, Atheist e Death;

- i Sonic Youth di Daydream nation che sono probabilmente il livello più alto dell'indie rock statunitense.

Sul tetto del mondo invece quattro nomi soltanto:

- i Doors a cui sono finalmente riuscito a dedicarmi a modo;

- i Morphine autori a me sconosciuti di un esordio assolutamente eccezionale che consiglierei anche ai sordi;

- gli X, che mi hanno lasciato basito come non succedeva da troppo tempo, perchè non sono solo musica ma la descrizione in anticipo di 30 anni del mondo d'oggi;

- i Velvet Underground che nel 1967 misero su disco i canoni stilistici del 75% della musica venuta dopo di loro.

Con un certo rammarico mi tocca scrivere che difficilmente il 2020 sarà capace di ripetersi a questi livelli, ma non è mai detta...

29/12/2015

È morto Lemmy Kilmster, addio all'Asso di picche

Lemmy Kilmster è morto a Los Angeles all'età di settant'anni, poco dopo aver ricevuto una diagnosi particolarmente severa: cancro.

Una vita eccessiva, la sua, assolutamente rock'n'roll, ideale che non ha mai abdicato né nascosto in mezzo secolo di carriera. Ecco, se si pensa al motto “sex, drugs and rock'n'roll” quello di Lemmy è uno dei primi volti che passa per la mente. L'aneddotica su di lui è molto vasta, e come sempre quando si parla di leggende, sfumata tra la realtà e il mito. Per dire, non si sa nemmeno da cosa derivi il suo soprannome, “Lemmy”.

Ian Fraser Kilmster sosteneva che lo chiamavano così da quando aveva dieci anni e che volesse dire “caprone”, altri dicono che il nomignolo sarebbe nato nei suoi giorni da roadie, quando lui chiedeva in continuazione “Lemme a fiver”, prestami cinque sterline.

Le sue prime tracce nel mondo della musica affondano negli anni '60, quando dopo aver fondato gruppi dalla vita assai breve, Lemmy entrò negli Hawkind, padri nobili dello space rock britannico, era il 1967. L'avventura sarebbe finita dopo otto anni, per licenziamento: era stato arrestato per possesso di anfetamine. In seguito, narra la storia, Lemmy avrebbe provato a insegnare a suonare il basso a Sid Vicious, vanamente, pare, perché dopo poco si constatò la sostanziale inabilità allo strumento da parte del bassista dei Sex Pistols e la faccenda virò verso l'alcol e le sostanze.

Poco dopo Kilmster fondò i Motorhead, un terzetto (a tratti quartetto) di schegge con l'obiettivo di correre più veloci della luce: un misto schizofrenico di punk rock e metal, condito dalla sua voce gutturale e sgraziata, unica nel suo genere. Da ricordare anche qualche sua apparizione in spettacoli televisivi e cinema di serie B: la fiction scientifica “Hardware”, un'apparizione in Eat the Rich, commedia del 1987 di Peter Richardson. Memorabile anche un suo spot del Kit Kat: vestito da metallaro, con il cappello da cowboy in testa mentre suona il violino in una sala da tè, l'autoparodia di una leggenda vivente, il simbolo di una grandezza virata sul trash e sulla simbologia del rock.

Gli ultimi anni sono stati segnati da qualche album non imprescindibile e dai soliti memorabili tour in giro per il mondo, talvolta interrotti da qualche problema di salute che già cominciava a manifestarsi. Il suo verbo è custodito, oltre che nella sua musica, in una clamorosa autobiografia scritta insieme a Janiss Garza, in italia edita da Baldini Castoldi Dalai: “La sottile linea bianca”, il titolo. Azzeccatissimo.

Fonte

Non saprei come ricordarlo Lemmy, all'interno della musica pesa è certamente un'istituzione anche se io non sono mai andato particolarmente matto per i suoi lavori.
Molti anni fa ormai lo conobbi così



e m'è sempre bastato.

Pace all'anima sua quindi, come pure a quella di Scott Weiland, decesso che per ragioni personali mi ha colpito decisamente di più e che insieme a quello di Lemmy imperla "degnamente" la fine di un 2015 non molto esaltante.