Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta X. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta X. Mostra tutti i post

11/05/2026

Chi decide chi odiare oggi?

Una raccomandazione per i lettori organizzati. Se incontrate qualcuno che continua dire “la destra fa schifo, ma il problema della ‘sensazione di insicurezza’ esiste e va affrontato con misure urgenti“, prima prendetelo a schiaffi. Poi fategli leggere il seguito. O viceversa.

*****

Un’ex MAGA ci svela come funziona la propaganda d’odio online

Ashley St. Clair ha 27 anni, un milione di follower su X e un figlio con Elon Musk. Per anni è stata una delle influencer più feroci dell’ecosistema MAGA, ma oggi ne è diventata la principale accusatrice, svelandoci come funziona il meccanismo a pagamento dei politici dell’estrema destra americana, che pagano influencer e “hater’s” per seminare odio online.

Le sue rivelazioni, con tanto di screenshot di chat di gruppo coordinate da funzionari della Casa Bianca, pagamenti in nero per amplificare certi messaggi, “pacchetti di compenso” da migliaia di dollari per post politici non dichiarati, non sorprendono chi studia i meccanismi della disinformazione.

Ma la sua testimonianza diretta, documentata da screenshot e messaggi, offre qualcosa di raro: una visione dall’interno di come funziona davvero la fabbrica dell’odio digitale.

E quella fabbrica, come vedremo, non è un’esclusiva americana.

Il “Gabinete do Ódio” brasiliano: quando lo Stato coordina l’odio

A migliaia di chilometri da New York, il Supremo Tribunal Federal brasiliano e la Polícia Federal hanno portato alla luce una struttura simile due anni fa: in Brasile, il coordinamento dell’odio online era gestito direttamente dall’interno del Palazzo del Planalto, la sede della presidenza.

Il cosiddetto Gabinete do Ódio (letteralmente “Ufficio dell’Odio”) era una cellula operativa informale che lavorava durante il governo Bolsonaro, composta da collaboratori stretti del presidente, incluso suo figlio Carlos, candidato al Senato della Repubblica nelle elezioni di Ottobre. Il suo compito era produrre e amplificare contenuti aggressivi, diffondere disinformazione sulle istituzioni democratiche, sulle elezioni e sulla stampa, e mobilitare reti di influencer e troll per attaccare gli oppositori.

La prima a rivelarlo è stata l’ex deputata bolsonarista Joice Hasselmann. La persecuzione è avvenuta dopo che lei si era allontanata dal governo Bolsonaro e aveva denunciato il gruppo alla Commissione Parlamentare di Inchiesta delle Fake News, il che ha provocato attacchi coordinati sui social network: minacciavano di stuprarla, ucciderla, la chiamavano “maiala”, Peppa Pig e grassa.

Le indagini hanno rivelato un sistema strutturato: account coordinati, messaggi standardizzati da diffondere simultaneamente, e una gerarchia che collegava i “soldati digitali” (termine usato da Bolsonaro stesso per i suoi sostenitori online) direttamente alle stanze del potere.

Non era spontaneismo di base. Era un’operazione.

Il parallelo con quanto descritto da St. Clair è evidente: chat di gruppo con nomi evocativi, “ordini di marcia” distribuiti dall’alto, influencer che si presentavano come voci indipendenti del popolo mentre ricevevano istruzioni coordinate. La differenza è forse solo di scala e di brasiliana spregiudicatezza nell’istituzionalizzare il tutto.

E in Italia? La “cattiveria performativa” è arrivata anche qui

Sarebbe comodo liquidare queste storie come patologie delle Americhe.

Ma chiunque trascorra del tempo sui social media italiani riconosce schemi identici.

Ci sono profili (alcuni con decine di migliaia di follower), altri con pochi amici, foto vecchie, di animali, mai aggiornati o senza foto, che sembrano muoversi in sincronia. Stessa notizia, stesso frame interpretativo, stesso tono aggressivo, a volte le stesse identiche parole, pubblicate a distanza di minuti.

Quando esce una notizia su un migrante che annega, sulla Global Sumud Flotilla, su Francesca Albanese, sul genocidio del popolo palestinese o qualsiasi altro bersaglio identificato dalle destre come il nemico, la macchina si attiva in pochi secondi.

Alla notizia del sequestro e della tortura di Saif Abukeshek e Thiago Ávila, nelle carceri israeliane, e della morte della madre del secondo, sono arrivate le faccine sorridenti.

Già, le faccine. È forse il fenomeno più inquietante della cattiveria digitale italiana contemporanea: la risposta con emoji gioiose (😂 🎉 😊 ) sotto notizie di morti, stupri, lutti, bombardamenti su popolazioni civili. Non inganniamoci: non è sfogo emotivo ma linguaggio codificato, un segnale di appartenenza a una tribù che misura la propria coesione nella capacità di disumanizzare l’altro, di trasformare la sofferenza altrui in intrattenimento comunitario. È una rete che nelle Americhe funziona a pagamento.

St. Clair ha definito X un sito “alimentato dalla cattiveria performativa”. È una formula che si adatta perfettamente anche al panorama italiano: un’indignazione che non nasce da convinzioni autentiche ma viene eseguita per un pubblico, calibrata per massimizzare la reazione emotiva, ottimizzata per l’algoritmo.

Chi decide chi odiare oggi?

La domanda che emerge dalle rivelazioni di St. Clair è: quanto di quello che vediamo sui social è spontaneo, e quanto è orchestrato?

In Italia mancano ancora indagini giudiziarie della portata di quella brasiliana, e testimonianze dirette come quella dell’ex influencer americana. Ma alcuni segnali sono visibili a occhio nudo.

Le campagne di odio contro singoli bersagli (giornalisti/e, attivisti/e, scrittrici e scrittori e movimenti sociali considerati “nemici”) hanno spesso una durata e un’intensità che suggerisce coordinamento.

Il bersaglio cambia con una regolarità sospetta. Oggi è il magistrato, domani è l’ONG, dopodomani è il professore universitario che ha firmato un appello. La logica è quella descritta da St. Clair: qualcuno, da qualche parte, decide chi odiare quel giorno, e la rete si mobilita.

Non è necessario che esista un “Gabinete do Ódio” formale. Bastano chat su Telegram, gruppi WhatsApp, stanze private su Discord e piattaforme che premiano economicamente i contenuti più divisivi.

Il punto non è l’ideologia, ma il modello di business.

Il risultato è un degrado progressivo dello spazio pubblico digitale. Non perché le persone siano cattive, ma perché il sistema le incentiva a comportarsi come se lo fossero, pagando alcune di loro profumatamente.

St. Clair dice di parlare perché vuole che i suoi figli sappiano “che non si dovrebbe mai sacrificare ciò che è giusto per il benessere materiale”. È un’affermazione personale, quasi intimista. Ma pone una questione politica urgente.

La trasparenza sui finanziamenti dei contenuti politici online (in Italia come negli USA) è ancora largamente assente.

Le piattaforme non sono tenute a rivelare chi paga per amplificare certi messaggi, per questo gli influencer politici operano in un vuoto normativo che andrebbe regolato.

Nel frattempo, ogni volta che qualcuno mette una faccina sorridente sotto la notizia di una strage, sta partecipando (consciamente o no) a un sistema costruito per normalizzare la disumanizzazione. Eseguendo la sua parte in uno spettacolo scritto da altri, per fini che spesso non conosce, crede di rendere peggiore la giornata di qualcuno quando, in realtà, rovina se stesso.

Riconoscere il meccanismo è il primo passo per sottrarsi a esso.

Fonti

1. The Washington Post: “Inside a MAGA influencer’s turn against the right-wing machine” (07/05/2026)

2. New Republic: “The Ex-MAGA Influencer Who Now Hates All Things MAGA—and Herself Too” (05/05/2026)

3. Huffpost: “Ex-Trump Ally: MAGA Influencers Were Paid To Coordinate Talking Points After WHCD Shooting” (28/04/2026)

4. Supremo Tribunal Federal. Inquérito 4781 — Inquérito das Fake News.

5. Polícia Federal do Brasil. Relatório de investigação sobre o Gabinete do Ódio, 2023–2024.

6. Nobre, Marcos. Limites da Democracia. Todavia, 2022

Fonte

17/01/2025

L’offensiva di Elon Musk e della sua X in Europa

Il magnate della finanza e proprietario del social network X, Elon Musk, è passato all’offensiva, tuffandosi a capofitto nel dibattito politico europeo.

L’uomo che sta emergendo come una potente pedina del futuro governo di Donald Trump non ha fatto mistero della sua ambizione di diventare il protagonista principale e negli ultimi giorni ha mosso pezzi nella partita a scacchi internazionale. Anticipando, così, che dal comodo potere repubblicano alla Casa Bianca potrebbe diventare un attivo promotore di quella che si sta configurando come un’internazionale di estrema destra. Niente di meno che una “internazionale reazionaria”, come molti media europei l’hanno già definita.

La stretta relazione di Musk con il capo del governo italiano Giorgia Meloni ha facilitato l’incontro della leader italiana all’inizio di gennaio con il futuro presidente Donald Trump. Questa vicinanza delinea senza dubbio quello che sarà l’asse ideologico USA-Europa di questa nuova alleanza internazionale.

La relazione molto stretta del presidente Javier Milei sia con Musk che con Meloni proietterebbe il leader argentino come “gamba” latinoamericana di questa costruzione conservatrice.

L’innesco

L’ultimo fine settimana di dicembre Musk, miliardario sudafricano naturalizzato canadese e statunitense, ha rilasciato un commento al quotidiano tedesco Welt am Sonntag (edizione domenicale di Die Welt) che ha avuto l’effetto di una bomba politica nel Paese. Secondo Musk, l’Alternativa per la Germania (AfD) di estrema destra è “l’ultima scintilla di speranza” per la Germania, che, ha osservato, “è sull’orlo del collasso economico e culturale”.

Il commento è stato pubblicato insieme a quello di Jan Philipp Burgard, nuovo caporedattore del gruppo Welt, secondo cui “la diagnosi di Musk è corretta, ma il suo approccio terapeutico, secondo cui solo l’AfD può salvare la Germania, è fatalmente errato”. Burgard ha definito l’AfD “un pericolo per i nostri valori e la nostra economia” e ha ricordato che Björn Höcke, uno dei leader dell’AfD, “è stato condannato più volte per aver usato uno slogan nazista vietato”.

L'intervista a Musk ha ampliato un messaggio pubblicato qualche giorno prima sul suo social network X, in cui aveva già anticipato in modo sintetico la sua analisi della situazione tedesca. Un’analisi che ha generato malessere in settori importanti della classe politica tedesca, che sta facendo campagna elettorale per le elezioni anticipate del 23 febbraio prossimo. Nei sondaggi preliminari, l’AfD, che gode del sostegno di Musk dagli Stati Uniti, appare con quasi il 20% dei voti.

Un giorno dopo il suo controverso commento alla Welt am Sonntag, il quotidiano francese Le Monde ha chiesto: “Fino a che punto Elon Musk estenderà la sua influenza nella campagna elettorale tedesca?” In ogni caso, scrive Le Monde, “il miliardario sembra determinato a svolgere un ruolo attivo nei dibattiti a meno di dodici settimane dalle elezioni legislative anticipate”.

La visione di Musk

A differenza delle sue brevi opinioni in X, osserva Le Monde, questa volta Elon Musk “si è preso il tempo di argomentare, giustificando la sua interferenza nel dibattito pubblico tedesco con il suo status di investitore”, riferendosi al suo gruppo imprenditoriale Tesla, la cui unica fabbrica di automobili europea si trova a Grünheide, vicino a Berlino. Secondo il quotidiano, l’aperto sostegno di Musk all’Alleanza di destra per la Germania è molto problematico, dal momento che lo considera un partito “rispettabile”. Opportunamente, le uniche richieste dell’Alleanza che Musk cita nella sua rubrica di opinione fanno parte anche dei manifesti elettorali dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU e CSU) e dei liberali del Partito Democratico Liberal (FDP): tagli alle tasse e deregolamentazione economica, controlli più severi sull’immigrazione e riforma della politica energetica a favore di un ritorno all’energia nucleare.

Nel suo commento della scorsa settimana, il magnate statunitense ha inoltre sostenuto che solo l’AfD è degno di fiducia, poiché gli altri partiti “hanno fallito”, e ha difeso la sua posizione con argomenti banali: “A coloro che condannano l’AfD come estremista, dico: ‘Non lasciate che l’etichetta che vi è stata data vi preoccupi’”. E ha citato come prova di non essere estremista di destra o anti-straniero il fatto che Alice Weidel, la principale leader dell’Alleanza e candidata cancelliera, ha una relazione saffica con la sua compagna di vita, la produttrice cinematografica dello Sri Lanka Sarah Bossard.

L’opinione di Musk ha provocato le immediate dimissioni della redazione del settimanale e le immediate reazioni dei leader politici, tra cui il cancelliere Olaf Sholz. Il suo impatto è stato tale da smuovere le acque di un dibattito che sta ancora infuriando nella prima metà di gennaio e che si è già esteso oltre la Germania ad altri Paesi europei, come il Regno Unito.

Offensiva europea

Giovedì 9 gennaio, Musk ha nuovamente fornito una piattaforma mediatica di primo piano alla sua alleata tedesca Alice Weidel, con un’intervista di oltre un’ora trasmessa in diretta sulla rete digitale del magnate, che in alcuni momenti ha superato i 200.000 follower.

Musk ha manifestato un particolare interesse per la politica britannica da quando il partito laburista socialdemocratico ha vinto le elezioni nel luglio 2024. Negli ultimi sei mesi, ad esempio, si è espresso a favore dei conservatori del Paese e ha chiesto l’incriminazione di Keir Starmer, il primo ministro britannico accusato dall’opposizione di aver coperto lo sfruttamento sessuale di giovani ragazze da parte di bande di immigrati in diverse città quando era direttore della pubblica accusa.

Il sondaggio che Musk ha appena lanciato tra i suoi utenti, con la proposta secondo la quale “l’America dovrebbe liberare il popolo britannico dal suo dominio tirannico”, parla della sua audacia. Al momento il Regno Unito, che ha affinità storiche con gli Stati Uniti, e la Germania, spina dorsale dell’Unione Europea, sono i bersagli preferiti dei dardi lanciati dal futuro ministro degli Stati Uniti.

Nella prima settimana di gennaio, Starmer, Scholz, Emmanuel Macron e Pedro Sánchez hanno criticato Musk per il suo sostegno all’estrema destra europea e per la sua ingerenza nella politica interna del continente. Il 7 gennaio, il presidente francese ha denunciato Musk per “promuovere un’internazionale reazionaria” che minaccia la democrazia, per essersi intromesso nella campagna elettorale tedesca e per le pressioni dei grandi “conglomerati tecnologici”.

Un giorno prima, l’Unione Europea ha criticato Musk e il suo social network per non aver rispettato le norme sulla trasparenza e il regolamento sui servizi digitali dell’UE e lo ha esortato a mantenere la sua piattaforma neutrale nelle prossime elezioni tedesche.

Secondo l’emittente pubblica svizzera TSR, il 4 gennaio Scholz ha condannato le “dichiarazioni erratiche” di Musk, definendolo un “pazzo” e un “imbecille incompetente” e descrivendo il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier come un “tiranno”. TSR ha anche ricordato che il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha espresso alla radio pubblica NRK la sua preoccupazione “per il fatto che un uomo con un considerevole accesso ai social network e con significative risorse finanziarie si coinvolga in questo modo e direttamente negli affari interni di altri Paesi”.

Ma è stato forse il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez a spingersi più in là nelle sue critiche e mercoledì 8 gennaio, in occasione della cerimonia di apertura del 50° anniversario della scomparsa del dittatore Francisco Franco, è passato all’attacco. Al Museo Reina Sofía di Madrid ha affermato che non è necessario essere di destra o di sinistra per guardare indietro con grande tristezza e terrore agli anni bui del regime di Franco e “temere che questa regressione si ripeta”. Sánchez ha aggiunto che “il fascismo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle è ora la terza forza in Europa. E l’internazionale di destra guidata dall’uomo più ricco del pianeta” (riferendosi a Musk senza nominarlo), “attacca apertamente le nostre istituzioni, fomenta l’odio e invita a sostenere gli eredi del nazismo in Germania”. La libertà non è mai conquistata in modo definitivo, ma può essere persa, ha concluso il leader socialdemocratico spagnolo.

Un potere molto speciale

France Inter si è recentemente chiesta: “Quale altro privato cittadino al mondo ha il potere di suscitare così tante reazioni?” La conclusione è stata che Musk non è chiaramente un cittadino come gli altri: “È, allo stesso tempo, l’uomo più ricco del mondo, a capo di aziende emblematiche come Tesla o Space X; è vicino a Donald Trump, che gli ha affidato il compito di tagliare le spese federali e, soprattutto, è il proprietario del social network X, l’ex Twitter, di cui ha fatto la sua personale cassa di risonanza e delle cause che difende”.

La stessa analisi si riferiva alla “alleanza shock” tra il magnate e la nuova leadership statunitense: “Elon Musk non parla a nome di Donald Trump, ma, per il momento, è in sintonia con lui. Ha adottato i suoi codici di comunicazione e usa e abusa del potere della sua piattaforma X”. Ha sottolineato che l’unione di Musk e di altri giganti tecnologici con Donald Trump preannuncia il matrimonio tra i nuovi padroni del capitalismo statunitense e il promotore di Make America Great Again [MAGA].

E ha anticipato che questa formidabile alleanza avrà un impatto e un’influenza diretta sugli alleati degli Stati Uniti, a cominciare dagli europei.

Tra questi, il capo governo italiano Meloni, praticamente l’unico leader dei principali paesi europei che ha abbracciato con gioia la linea Trump-Musk. Meloni ha appena definito Musk un “genio” e uno “straordinario innovatore”. Proprio il ruolo che la rete X (come molti altri social media) sta già svolgendo come strumento di polarizzazione politica, come documenta uno studio pubblicato nel novembre 2024 su Nature Communications dalla City St. George’s School of Science and Technology, University of London, con il supporto dell’Alan Turing Institute.

Pur riconoscendo i propri limiti – include solo nove Paesi e l’analisi dei 375 milioni di interazioni su X è limitata a un solo giorno del settembre 2022 – questo studio serve comunque a indicare le tendenze. E conclude che i messaggi tossici influenzano e limitano il dialogo democratico nei nove Paesi studiati, promuovendo l’abuso o l’uso improprio di contenuti politici.

Più che mai il mondo reale, presentato a modo suo dalla comunicazione digitale in rete – in gran parte costruita dalla nuova intelligenza artificiale – controllata dagli uomini più ricchi del pianeta, sta diventando teatro di una crescente polarizzazione politico-ideologica che non si vedeva dalla fine della guerra fredda e che minaccia di infiammarsi in nuove guerre finora impensabili.

Fonte

11/01/2025

I pagliacci criminali dell’Afd, da Hitler a Musk

Il circo dei pagliacci dementi che si muove per conto del capitalismo finanziario si è arricchito di un nuovo personaggio, a suo modo sorprendente: Alice Weidel, “capa” del partito neonazista Alternative für Deutschland che si appresta a contendere la vittoria alla Cdu/Cdu nelle elezioni tedesche, tra sei settimane.

La signora, com’è noto, nel corso dell’intervista su X, realizzata direttamente da Elon Musk, ha deciso che era ora di togliersi dalla spalla l’ingombrante eredità di Adolf Hitler definendolo “un comunista”.

Definirla dunque un pagliaccio demente potrebbe sembrare sufficiente, viste le migliaia di comunisti tedeschi morti o imprigionati da Hitler in Germania, a cominciare dal segretario Ernst Thälmann, ucciso nel ‘44 nel campo di concentramento di Buchenwald. Stiamo parlando del segretario di un partito che nel ‘32, nelle ultime elezioni celebrate e che videro i nazisti in testa, aveva ottenuto il 20%.

Per non parlare poi dei 22 milioni di sovietici, comunisti e non, che morirono nella Seconda Guerra Mondiale, prima sotto l’attacco nazista e poi – dopo la battaglia di Stalingrado – nell’offensiva che portò l’Armata Rossa fin dentro il Reichstag, a Berlino, ponendo fine all’esistenza del nazismo come regime e alla vita infame del suo capo/fondatore.

Ma non stiamo qui a misurare il grado dell’offesa che l’ennesimo pagliaccio demente ha fatto nei confronti di tanta parte dell’umanità, segnatamente la migliore. Per quell’offesa, come si dice da sempre, col nazifascismo non si parla, lo si combatte. Punto.

*****

È importante invece mettere bene in luce l’operazione ideologica che sta alla base dello sproloquio di Weidel, perché involontariamente chiarisce quale sia la vera natura del risorto nazifascismo del Terzo Millennio, nelle pieghe della radicale crisi dell’imperialismo occidentale.

L’operazione si regge su due pilastri decisamente contemporanei.

In primo luogo Hitler, secondo lei, era “comunista” perché “ha nazionalizzato l’economia, voleva le grandi imprese collettive”, mentre lei e l’AfD sono “per il libero mercato”.

Come si vede, la realtà storica del nazifascismo così scompare quasi del tutto. La teoria della “razza ariana”, “geneticamente superiore”, il disprezzo per tutte le altre etnie – anche “bianche”, oltre che “colorate” – il suprematismo razzista, il Mein Kampf e qualsiasi altro carattere fondamentale del ventennio “nazional-socialista” viene dimenticato.

E soprattutto il “complotto demo-pluto-giudaico”, i “protocolli dei savi di sion” e tante altre invenzioni che hanno prodotto i lager...

La vera critica a Hitler sarebbe insomma solo la “nazionalizzazione” delle imprese.

Si comprende che un’ex funzionaria di Goldman Sachs sia rimasta colpita da quella scelta politica del “padre ignobile” del suo movimento.

Seppur ai “gradi bassi” – premette il Corriere della Sera – di una grande banca d’affari, ha comunque respirato a pieni polmoni il clima “intellettuale” che portava per esempio i colleghi di JP Morgan a stigmatizzare, già nel 2014, le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché “mostrano una forte influenza delle idee socialiste”.

Nel cervello bipolare di un finanziere, insomma, “socialismo” è sinonimo di “nazionalizzazione”. Il resto è contorno...

Si potrebbe parlare a lungo della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, conseguenza di lungo termine della “crisi del 1929”, esplosa con il crollo di Wall Street. Depressione particolarmente grave per la Germania, appesantita dal dover rimborsare i “danni di guerra” previsti dal Piano Dawes e dai Trattati di Versailles con cui si mise fine al primo conflitto mondiale.

Un “debito pubblico esorbitante”, anche quello, ma non certo dovuto ad una grande spesa sociale...

A quella crisi, tutti i principali paesi capitalistici reagirono ad un certo punto con “politiche keynesiane”. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, indipendentemente dal regime politico vigente, “nazionalizzarono” parte del sistema economico.

L’Italia fascista, per esempio, lo fece in modo piuttosto radicale, nel tentativo (solo in parte riuscito, anche se a forza di olio di ricino) di modernizzare un paese ancora fondamentalmente agricolo.

Lo stesso New Deal rooseveltiano, pur senza toccare la proprietà privata delle grandi imprese, promosse i consumi popolari con grandi iniezioni di spesa pubblica, anche a costo di far lavorare milioni di persone “per scavare buche e poi riempirle”.

In Germania la “nazionalizzazione” fu molto parziale – altrimenti i Krupp non avrebbero finanziato il regime... – e concentrata soprattutto nella produzione di armamenti destinati ad allargare lo “spazio vitale” per il “popolo eletto” (un altro...).

Ma tutto questo è inutile spiegarlo a gente come Weidel, che ora deve solo legittimarsi agli occhi di un elettorato che potrebbe essere meno entusiasta del previsto (i grandi “padroni” non ci fanno più caso...). Via dunque il fantasma di Hitler, quel “comunista inconsapevole” che ha cercato di sterminarli...

*****

Il secondo pilastro del nuovo nazifascismo è ancora più infame. Siamo nel 2025, c’è un genocidio a Gaza commesso da Israele, ovvero dallo Stato che ha preso vita su decisione dell’Onu per cercare di “rimediare” all’orrore dell’Olocausto. Creando sciaguratamente le premesse di un altro genocidio da parte di un altro “popolo eletto”...

Il peso dell’accusa di antisemitismo, per quanto screditata dall’uso strumentale quotidiano che ormai ne fanno i sionisti, soprattutto in Germania e soprattutto per gli eredi ufficiali del nazismo, è ancora decisamente invalidante.

Cosa c’è di meglio, dunque, che rigettarla sulla “sinistra” e quindi scaricare Hitler perché “antisemita in quanto comunista”? In fondo c’è l’aiuto di Musk, ex sudafricano con miniere di diamanti, che sa altrettanto bene come si trattano “i negri” e i sindacati...

Anche qui, è inutile elencare gli innumerevoli ebrei – russi e non – che hanno avuto ruoli di rilievo nel movimento comunista internazionale e in genere nel movimento operaio.

Con i nazifascisti non si parla, è uno spreco di tempo.

*****

Con due frasette da avanspettacolo, insomma, Weidel (grazie a Musk) prova a scrollarsi di dosso una storia che non ha avuto eguali per livelli di infamia inumana.

Ma proprio questo – il fatto che sia possibile “aprire la bocca” e sparare la qualsiasi, senza trovare qualcuno che ti sputi in faccia togliendoti il microfono – spiega cosa sta avvenendo nel panorama ideologico della crisi di egemonia capitalistico-occidentale.

In ogni paese dell’Occidente ci sono movimenti o partiti nazifascisti che accrescono la propria presenza, influenza, presa elettorale. Tutti questi soggetti, nel loro paese e nel loro insieme, vengono quotidianamente “sdoganati” dal sistema mediatico, oltre che dal resto del panorama politico. Ovvero dai leccapiedi del capitale finanziario e industriale (che possiede quasi tutti i media e foraggia “la politica”).

Non è un caso, non è una tendenza fortuita, non è un imprevisto della Storia, né una disattenzione...

Il fiato del “sistema economico” è corto, le disuguaglianze sociali sono abissali, il mercato mondiale si va frammentando a velocità crescente, da nessuna parte c’è un’idea minima di come ricreare un “modello per il futuro” che sia appetibile per tutti gli strati sociali. O almeno per la maggioranza delle popolazioni.

Si va ad occhi chiusi verso la disoccupazione di massa (solo in questi giorni esce fuori che l’Intelligenza Artificiale farà prestissimo fuori almeno 200.000 funzionari di banca, a Wall Street e dintorni), salari sempre più bassi anche per le funzioni “cognitive”, servizi sociali solo a pagamento, ecc..

Per governare le prevedibili tensioni sociali in tutto l’Occidente la “democrazia” e i “diritti” sono un lusso non più funzionale. I nazisti, invece, tornano utili. Quindi “di moda”. Qualsiasi cazzata dicano...

Fonte

31/12/2019

Capisaldi 2019

Anche a questo giro mi trovo a scrivere parole già sostenute 12 e poi 24 mesi fa ecc.

L'esistenza è sempre più sfibrante, i tempi di vita sempre più ridotti, quindi di musica se ne ascolta poca e quasi sempre male: in cuffia sui mezzi pubblici, piuttosto che in pausa al lavoro, strappando letteralmente con le unghie e i denti qualche istante di raccoglimento per se stessi e il proprio gusto, nei confronti di un mondo sempre più invadente con la propria superficiale sciatteria.

Comunque, lo scorso anno auspicai un 2019 che la mandasse meglio e tutto sommato così è stato. Ovviamente le novità, in senso anagrafico di pubblicazione, sono state quasi del tutto assenti dai miei palinsesti, a dimostrazione della china ormai irreversibile in cui versa la musica non solo come arte, ma anche come intrattenimento di qualità – e al mondo del cinema butta pure peggio con l'espandersi della pestilenza Netflix e dello stuolo di youtuber prezzolati che non parlano d'altro pur senza essere in grado di farlo –.

La nuova uscita dei 12 mesi appena trascorsi che ricordo con maggior piacere è quella dei redivivi Sacred Reich, probabilmente gli unici tra gli zombie resuscitatati dopo un quarto di secolo d'oblio a mettere insieme un disco contenente quattro idee assemblate con cognizione di causa. Chapeau a loro dunque.

Un gradino appena sotto, esclusivamente perchè verso di loro ripongo aspettative piuttosto elevate, i Die Krupps dell'ultimo e penultimo disco, che si confermano un ritorno assolutamente necessario per l'industrial.

Discreto anche l'ennesimo prodotto degli Overkill, che nonostante una cadenza di pubblicazione biennale e 40 anni di attività sul groppone, riescono sempre – I Hear Black a parte – a cacciare sul mercato dischi ascoltabili. Ovviamente nulla di più, ma la pochezza del mercato in cui s'inseriscono indubbiamente li aiuta a risaltare oltre i propri meriti oggettivi.

Il resto di quello che ho apprezzato è tutta roba che ha dai 25 anni in su con una considerevole quota di revival, su cui certamente influiscono gli anni che si ammucchiano sulla mia schiena. Nell'ordine:

- Billy Idol - Rebel Yell;

- Motorhead - Overkill;

- Iron Maiden con l'omonimo e Killer (l'omonimo in particolare si è imposto a quasi 20 anni dalla prima volta in cui l'ho ascoltato, come uno tra i dischi heavy metal più belli; forse, in assoluto il migliore);

- Benediction - Killing Music (che continuo a considerare una delle migliori uscite death metal old school di sempre);

- Vari recuperi thrash e death metal con presenza preponderante di Testament, Sepultura, Sodom, Pestilence, Atheist e Death;

- i Sonic Youth di Daydream nation che sono probabilmente il livello più alto dell'indie rock statunitense.

Sul tetto del mondo invece quattro nomi soltanto:

- i Doors a cui sono finalmente riuscito a dedicarmi a modo;

- i Morphine autori a me sconosciuti di un esordio assolutamente eccezionale che consiglierei anche ai sordi;

- gli X, che mi hanno lasciato basito come non succedeva da troppo tempo, perchè non sono solo musica ma la descrizione in anticipo di 30 anni del mondo d'oggi;

- i Velvet Underground che nel 1967 misero su disco i canoni stilistici del 75% della musica venuta dopo di loro.

Con un certo rammarico mi tocca scrivere che difficilmente il 2020 sarà capace di ripetersi a questi livelli, ma non è mai detta...

04/08/2019

X - Los Angeles

Dalla metà degli anni 70 Hollywood a Los Angeles s’infiamma con la scena punk. Una scena plurale, dominata da donne e chicanos, dove le differenze culturali, etniche e di genere trovano spazio per l’espressione personale e la condivisione. In questo contesto emerge la stella degli X, band capitanata dalla coppia Exene Cervenka e John Doe, incredibilmente affascinante e disperata (la sorella di Exene, Mirielle, vola invece a New York e prende parte alla scena no wave, insieme al marito Gordon Stevenson, tra Dna e Teenage Jesus & the Jerks).

Come Amos Poe e Ivan Kral a New York scelsero di aprire “The Blank Generation” (1976) sotto il segno di Patti Smith, così Penelope Spheeris sceglie gli X per presentare il fermento punk di allora nel suo storico film documentario “The Decline of Western Civilization” (1981), con una versione incendiaria di “Nausea”. Alla band è così assegnato il ruolo emblematico di connettore e propulsore di una scena che prolifica nelle venue della Città degli Angeli (Fleetwood, Club 88, Whisky a Go-Go, Roxy, Hong Kong Café) e che coagula progetti musicali disparati, come Germs (prodotti da Joan Jett), Alice Bag Band, Circle Jerks fino ai Black Flag, che diventeranno, nello stesso contesto della Southern California, quasi antagonisti con l’inflessibile credo "DIY hard-core".

“Los Angeles” (1980) stesso, primo album della band e disco fondamentale della storia del punk, è la sublimazione delle inquietudini artistiche e culturali che attraversano LA dagli anni 60 agli anni 80: un disco scritto dalla band, realizzato insieme a Ray Manzarek dei Doors e (auto)prodotto dalla Slash Records, compagine discografica della zine Slash Magazine, per la quale scrivevano anche Claude Bessy (Catholic Discipline) e Chris D (Flesh Eaters, Divine Horsemen).

I riff propinati dagli X affondano una recondita idolatria per il rock duro e puro dei primi 60 dentro un oceano di nichilismo dalle tinte noir. Testi scomodi e incendiari fungono da volano per una vera e propria cascata di melodrammi interiori, talvolta esorcizzati con l’irriverenza di chi ha deciso di bruciare e bruciarsi come se non ci fosse un domani all’orizzonte (su tutte spicca la sopracitata "Nausea"). Ebbene, è da tale coagulo di umori e sensazioni disorientanti che nasce la title track: un concentrato di rockabilly strizzato in un secchio di acido solforico con la chitarra di Billy Zoom suonata come se Chuck Berry si unisse di scatto ai Sex Pistols, dando così vita a un amplesso tanto magico, quanto surreale.

È il canto del cigno dell’utopia hippie dei 70 che rimbomba ancora, mentre le campane del punk suonano imperterrite la loro inconsolabile e folle festa. Un party sfrenato, malato, degenerato fino al midollo e con Exene matrona incarognita al microfono, tra un’invettiva sociale da gridare al mondo e un disappunto interiore da sputare in faccia a chiunque incroci il suo sguardo. Quello mosso dagli X è un oltraggio senza soste. Un assalto frontale organizzato tra un mantra di morrisoniana memoria (“The World's A Mess, It's In My Kiss”) e l’ennesimo giro rock da spedire sulla Luna magari con un “semplice” conato (“Sugarlight”).

Gli X si muovono seguendo coordinate che di lì a poco daranno vita alla rivoluzione hardcore della benemerita West Coast statunitense. Uno tsunami che placa la sua inarrestabile corsa in momenti meno incalzanti, ma non per questo meno deviati, come il passo sbilenco e magnetico de “The Unheard Music”. Parimenti, se c’è una canzone che più di ogni altra evidenzia l’anima magmatica della band californiana e di quello che sarà il fondamento di tutto il movimento “L.A. punk”, questa è la trascinante “Johny Hit And Run Paulene”: un vero e proprio boogie per stupratori seriali a cui affidare, in maniera ovviamente del tutto figurata, i propri demoni da scagliare a velocità supersonica contro una società paralizzata e sempre più imbevuta di capitalismo.

In tal senso, resta emblematica l’introduttiva “Your Phone's Off The Hook, But You're Not”, scritta da Doe ed Exene, con il fantasma - più volte citato dallo stesso Doe - del grande rockabilly dei 50 Eddie Cochran (il cui inno ribelle "Summertime Blues" del 1958 viene talvolta considerato come la prima vera canzone punk della storia) a fungere da timoniere tra un conato e l’altro, mentre la chitarra del buon Billy Zoom trascina tutto con sé con il consueto riff in salsa pseudo-blues ultra-accelerato e le parole lasciano poco spazio all’immaginazione, conficcandosi ovunque come schegge impazzite, nell’insolito tentativo di descrivere la pochezza dell’altro lato degli States, rappresentato per l’occasione da una New York eletta a simbolo di una decadenza considerata dagli stessi X vagamente “spicciola”:
Someone clean to chew on
A wife that no one likes
I called and they said all of New York
Was a tow-away zone
We paid sixty dollars on 12th Street today
And now all our money's gone
“Los Angeles” segnerà così tanto la cultura californiana degli anni 70-80 da riecheggiare come un memento mori nella pagina finale del romanzo “Meno di zero” (“Less Than Zero”, 1985) di Bret Easton Ellis, dove il protagonista abbandonerà la città disperata, poco più che adolescente ma già “sul viale del tramonto”:
C’era una canzone che avevo sentito quando ero a Los Angeles, una canzone di un gruppo del posto. La canzone si intitolava “Los Angeles” e le parole e le immagini erano così crude e amare che il testo mi sarebbe ritornato in mente per giorni. Le immagini, lo scoprii soltanto dopo, erano personali e nessuno che conoscessi le condivideva con me. Le immagini che avevo io erano di gente impazzita per via della vita della città. Immagini di genitori così affamati e insoddisfatti da divorare i loro stessi figli. Immagini di persone, ragazzi della mia stessa età, che alzavano lo sguardo dall’asfalto restando accecati dal sole. Queste immagini restarono con me anche dopo che lasciai la città. Immagini così violente e malvagie che sembrarono essere il mio unico punto di riferimento anche molto tempo dopo. Dopo che me ne fui andato.

Fonte