Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/02/2026

A Trick Of The Tail, i 50 anni del primo atto dei Genesis post-Gabriel

Nel 1976 i Genesis dimostrano di essere un gruppo in grado di far fronte alle peggiori avversità. Al tempo stesso mettono in atto quello che è un inizio di “normalizzazione”. Una normalizzazione che darà vita ad album comunque straordinari (tutti quelli fino a “Duke”), senza però un quid particolare, qualcosa che fino a quel momento li aveva resi un gruppo realmente fuori dal comune. Qualcuno dirà: è lampante, era venuta a mancare la presenza magnetica di Peter Gabriel, la sua voce, il suo istrionismo, i travestimenti. Anche, ma non solo. Gabriel incarnava un mondo realmente alieno, al quale i restanti quattro non avevano accesso. Per sensibilità, spirito avventuroso e carattere, Peter rappresentava la parte malata dei Genesis. Era colui che rovistava nell'animo umano per tirarne fuori il peggio e il meglio, che scavava nelle paure, nei sogni, nella più fervida (e a volte perversa) immaginazione. E questo rendeva la musica tremendamente interessante, unica.

Fino all'abbandono del cantante la proposta dei Genesis era stata un coacervo di sensazioni disparate: c'era l'aspetto favolistico, certo, ma anche quello grottesco, brutale, surreale, morboso, a tratti sgradevole (vogliamo parlare del vecchio lascivo di “The Musical Box”?). Tutto questo e molto altro aveva reso i dischi del periodo Gabriel simboli di un rock che si smarcava dai suoi stereotipi per inglobare universi letterari, gotici, oscuri e luminosi. Gabriel forniva ai Genesis fisicità, storie, testi, teatralità. I suoi sguardi magnetici e temibili, l'ironia, la serietà e il misticismo (“Supper's Ready”) lo avevano trasformato in una rockstar fuori dai cliché, ma enormemente seduttiva.

Il culmine era stata la saga di “The Lamb Lies Down On Broadway”, nella quale il cantante era diventato unico autore di una storia oltre ogni logica nel suo spaziare tra problemi di ego, mutazioni sessuali, castrazioni, esseri impacchettati nella plastica, donne serpente e tutto il delirante immaginario. In “The Lamb” la mente di Peter era esplosa, complice la visione dei capolavori di Alejandro Jodorowsky. Regista visionario, psichedelico, anche lui malato. Nel frattempo Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins suonavano da par loro, e osservavano, senza capire il teatro che il loro cantante aveva messo in atto. Specie tastierista e bassista, non esenti da un poco di puzza sotto il naso. Amavano lanciarsi in grandi affreschi sonori ma tutto quello scavo psicologico, quelle ambiguità, quella freak parade non la comprendevano.

Hackett e Collins stavano un po' nel mezzo. Phil in quel momento era totalmente dentro la musica, suonava con chiunque gli capitasse a tiro e gli interessava crescere come strumentista, cosa che stava facendo, a livelli stellari. Steve era forse il più vicino a Gabriel per interessi comuni e maggiore empatia. Ma era costantemente schiacciato da Banks e Rutherford che lo relegavano sempre ai margini dei mix. Lui se ne stava, fino al punto in cui non ce l'avrebbe più fatta.

Così si giunge al 13 febbraio 1976, data d'uscita di “A Trick Of The Tail”... Peter Gabriel ha abbandonato portando con sé tutto il suo bagaglio di particolarità. La nave Genesis si ritrova a essere guidata principalmente dai soliti Tony e Mike per un album registrato in tempi relativamente rapidi che restituisce l’immagine di una band che ha ritrovato compattezza, che suona con piacere, quasi con sollievo. È un disco che non cerca più di disturbare, ma di affascinare e avvolgere. La magia non è più nell’eccesso, ma nell’equilibrio, in una scrittura che punta a donare emozioni piacevoli più che a lasciare cicatrici. Lo si capisce già dalla copertina, al bando le inquietanti visioni di Rael e via a una sfilata di personaggi (ce n'è uno per ogni canzone) volta per volta simpatici, bizzarri, buffi, teneri. Mai disturbanti.

S'intenda, “A Trick Of The Tail” è un disco comunque straordinario. Lasciate da parte le stranezze di “The Lamb” (che addirittura ospitava accenni funky e paesaggi ambient) i quattro si sentono liberi di tornare alle atmosfere fatate di “Selling England By The Pound”. Ma questo conteneva comunque grandi visioni gabrieliane, specie nei calembour di “Dancin' With The Moonlit Knight” e nell'epopea tra cronaca locale e Monty Python di “The Battle Of Epping Forest”. Ora invece tutto si fa più accessibile, chiaro, in qualche modo comodo. Le vere novità sono rappresentate dagli inediti – ed esaltanti – accenni jazz rock (“Dance On A Volcano”, “Los Endos”) e da “Squonk”, con il suo ritmo tosto che Collins ha mutato, per sua stessa ammissione, da John Bonham.

Per il resto si torna alle atmosfere acustico-incantate a base di 12 corde arpeggiate (“Entangled”, “Ripples”), alle cavalcate in tempi dispari (il solo di tastiere in 13/8 di “Robbery, Assault & Battery”) e fa capolino anche un po' di ironia favolistica/beatlesiana (“A Trick Of The Tail”). A ergersi come punta di diamante una composizione banksiana degna dell'Olimpo come “Mad Man Moon” con una melodia vocale e dei passaggi armonici in stato di grazia divina. Lo stesso Tony sembra prendere definitivamente possesso dello spazio sonoro: Mellotron e ARP Pro Soloist non sono più soltanto strumenti evocativi, ma veri motori narrativi, capaci di sostenere interi brani e di guidarne le dinamiche emotive. In “Dance On A Volcano” e “Los Endos” le tastiere dialogano con la batteria in un gioco di tensioni che conferma una nuova centralità ritmica nel gruppo. Anche Rutherford costruisce fondamenta elastiche che consentono alla musica di muoversi con naturalezza tra i cambi di tempo.

In generale la bellezza si spreca, ma è una bellezza più pulita, patinata, da bravi ragazzi del rock progressivo. Non c'è più il sangue tra i denti, non c'è più il sesso malsano, le visioni di mondi altri, non ci sono Jodorowsky, il macabro vittoriano, le nursery rhymes da incubo e le visioni apocalittiche. Liberi dalle zavorre, i nostri si permettono di girare anche dei video piacevolmente trash, specie quello di “Robbery, Assault & Battery”, con i quattro protagonisti di un'improbabile vicenda di guardie e ladri volutamente sopra le righe. Un gioco autoironico quasi liberatorio: come se finalmente i Genesis potessero permettersi di ridere di sé stessi.

In tutto ciò la grande rivoluzione: Collins ha esordito come cantante. E anche qui, a livello tecnico nulla da dire, anzi, il batterista si dimostra anche più abile del suo predecessore. Però manca qualcosa, manca il ruvido, lo sporco, il tecnicamente imperfetto ma di grande presa emozionale. Con “A Trick Of The Tail” i Genesis si danno una bella ripulita. Hanno abbandonato le intuizioni gabrieliane ma hanno guadagnato in scioltezza strumentale. I brani hanno perso qualsiasi velleità sperimentale e sono diventati più godibili, più adatti al pubblico mainstream dell'epoca. Dal punto di vista commerciale, infatti, “A Trick Of The Tail” venderà più di tutti i dischi dei Genesis fino a quel momento. Una bella iniezione di fiducia per i quattro e un bel dito medio a chi pensava che fossero finiti con l'abbandono del frontman. Ma tale successo sarà un'arma a doppio taglio. 

Ringalluzziti dai risultati Banks, Rutherford e Collins vorranno sempre più mettersi al servizio della pop song tout court. I risultati li conosciamo tutti, nel bene e nel male.

Fonte 

31/12/2025

Capisaldi 2025

Un anno fa auspicavo un 2025 musicalmente più stimolante. In parte così è stato, grazie alla cospicua quantità di materiale di "approfondimento" che mi è capitato di leggere, anche se in prevalenza riguardante gruppi o generi comunque conosciuti.

Come da prassi consolidata negli ultimi anni, invece, gli ascolti non sono stati particolarmente ricchi:

  • interessante la retrospettiva sull'Eminem del periodo migliore;
  • piacevole il debutto dei comunque derivativi Montrose;
  • molto apprezzati i Doobie Brothers (che conoscevo senza saperlo); 
  • ottimi i Tears for Fears, soprattutto dopo aver preso le misure della loro arte al di fuori dell'ambito asfittico degli strumentalizzatissimi singoli;
  • ottimi i Genesis, che non mi colpirono durante i primi ascolti nel 2024, ma lo fecero nell'estate passata, merito anche dei testi di OndaRock, a partire dalla monografia

C'è stato, purtroppo, anche spazio per un pacco non del tutto inaspettato: Dissonance Theory dei Coroner. Album atteso per così tanto tempo da diventare una chimera alla stregua di Chinese Democracy di Axl Rose, pardon... Guns N' Roses.

L'album è formalmente ineccepibile, ma nonostante reiterati ascolti non è riuscito a lasciarmi nulla, probabilmente perchè, al netto delle dichiarazioni degli autori, il disco è avulso dal sentimento dei tempi moderni quando, invece, i suoi predecessori  – di 30 anni prima... qualcosa vorrà dire... – erano immersi fino al midollo in quelle ansiogene aspettative dei primi anni '90 che anticipavano ciò che sarebbe stato l'oggi.

Di tutto questo, in Dissonance Theory non c'è traccia. 

25/10/2023

I 50 anni di "Selling England By The Pound" dei Genesis

“Era soprattutto la canzone di Tony Banks, poi però una volta ho suonato la linea di piano alla chitarra ed è venuta fuori così, come un uccello in volo sul mare. È una melodia tormentata e ogni volta che la suono mi fa sentire bene. Alla fine, ogni membro della band ha colorato gli spazi dello schizzo iniziale del pianoforte di Tony, è stato un prodotto di gruppo”.

Il racconto che Steve Hackett ci ha fornito a proposito della genesi(s) della suite “Firth Of Fifth” spiega meglio di ogni altro giro di parole che cosa sia stato “Selling England By The Pound”: una straordinaria opera corale, una reazione a catena in cui ogni componente del gruppo, stimolato dai compagni, è riuscito a esprimere tutta la sua creatività. Un album storico, che in questi giorni compie mezzo secolo. Ci teniamo sul vago non a caso: la data originale di pubblicazione del disco è un vero mistero, al quale c’è anche chi ha dedicato un lungo approfondimento. Potrebbe essere stata il 28 settembre, come riportato da alcuni, oppure il 5 o il 12 ottobre, come sostengono altri. Tutti muniti di buone argomentazioni.

Quel che è certo è che anche cinquant’anni dopo “Selling England By The Pound” resta un capolavoro del progressive e del rock tutto, un saggio di straordinaria creatività ad opera del quintetto inglese nato a Godalming, nel Surrey, sei anni prima. Cinquantatré minuti e quarantuno secondi di fantasia musicale, in perfetto equilibrio tra la vocazione prog di opere precedenti come “Nursery Crime” e “Foxtrot” e quella propensione più pop che sarebbe emersa successivamente, con l’avvicendamento al timone tra Peter Gabriel e Phil Collins, e qui già rintracciabile nel singolo – e futuro cavallo di battaglia live – “I Know What I Like”. Con un sound pieno e vibrante, migliorato nelle successive ristampe in cd del 1994 e del 2007.

Sente oggi il peso dei suoi cinquant’anni? Ovviamente sì. Sarebbe assurdo, ad esempio, pretendere di ricondurlo alla modernità post-progressiva di un “Red” dei King Crimson. “Selling England By The Pound” è una testimonianza storica di uno stile musicale rigorosamente sigillato negli anni '70, in tutte le sue colorate sfumature. Eppure, riascoltando quei brani, anche nelle recenti performance live del loro più indomito interprete, il succitato Hackett in versione solista, si riesce ancora a cogliere appieno la freschezza dello spirito creativo che animava quei Genesis a metà del cammino, sempre sotto la guida illuminata dell’arcangelo Gabriel, ma decisi a far emergere appieno tutte le loro individualità: da un ispiratissimo Tony Banks, che inserisce i primi suoni sintetizzati, pur senza abbandonare il pianoforte, il mellotron e l’onnipresente organo, a un più misurato Phil Collins, abile nel dosare sarabande ritmiche e fasi di quiete prima della tempesta, da un Mike Rutheford instancabile puntello sonoro col suo basso pulsante a un incontenibile Steve Hackett, che troverà proprio nello struggente volo di chitarra di “Firth Of Fifth” uno dei suoi assoli più memorabili.

E poi c’è lui, il maestro di cerimonie Peter Gabriel, che ha ulteriormente affinato la sua arte vocale e la sua abilità nel concepire testi immaginifici, in cui si mescolano storia, religione e attualità, dipingendo nella fattispecie un affresco a tinte fosche di una Britannia in piena decadenza, economica, politica e morale. È questo il vero filo rosso, se non vero e proprio concept, che tiene insieme gli otto brani, legati da un titolo, traducibile in italiano come "vendesi Inghilterra un tanto al chilo", tratto da un manifesto del Partito Laburista, che denunciava la "svendita" del paese per meri interessi finanziari ed economici.
Non a caso gli show della successiva tournée si apriranno con una sorta di breve monologo in cui Gabriel declama: “My name is Britannia, this is my song called Dancing with the moonlit knight” prima di intonare a cappella i versi “Can you tell me were my country lies?” (“Puoi dirmi dov'è il mio paese?”) interrogandosi sulla crisi del mito della Old Britannia che andava sfaldandosi in quegli anni, tra antiche glorie e recenti disfatte. Non certo una nostalgia nazionalista o revanscista, quella di Gabriel, quanto la denuncia di come la società consumistica stesse logorando il tessuto sociale britannico, inaridendone lo spirito. Insomma, quasi una versione più matura dell’utopia sixties del Village Green di kinksiana memoria e del suo impotente grido d’allarme contro la civiltà industriale. Così la mitologia delle battaglie medievali si trasforma in una rissa tra gang in lotta nell'East End di Londra (“The Battle Of Epping Forest”) per il predominio nei traffici illeciti, mentre l’eterna love-story tra Romeo e Giulietta, convertiti in due proletari della working class, prova a forzare gli argini angusti di un’alienante routine quotidiana nel buio di un “Cinema Show”. Ma il tema della svendita, materiale ed etica, dell'Inghilterra riaffiora in "Aisle Of Plenty" sotto forma di un bizzarro elenco di offerte speciali di un supermarket.

“Selling England By The Pound” è anche una perfetta dimostrazione del senso del divertissement lessicale di Gabriel, che si diletta a giocare con le parole in un versificare a volte all’apparenza incomprensibile, ma in realtà perfettamente decifrabile (in Italia aiutò in tal senso la presenza delle traduzioni di Armando Gallo nella versione originale del 33 giri). La succitata “Firth Of Fifth”, ad esempio, prende il nome dal fiordo sul quale si affaccia Edimburgo e dove sfocia il fiume scozzese Forth (pronunciato come “fourth”, quarto) così – con metafora fluviale del tempo che scorre – i Genesis immaginano la nascita di un nuovo fiume, il quinto (“Fifth”). In “Dancing With The Moonlit Knight”, invece, col termine "unifaun" si allude all’Inghilterra di un tempo, mentre "Queen of Maybe" gioca ironicamente sull'assonanza con "Queen of May". In bilico tra satira sociale e giochi lessicali (senza frontiere) anche la buffa vicenda di un giardiniere scansafatiche di nome Jacob che si accontenta di ciò che gli piace e a cui piace solo ciò che conosce (“I know what I like and I like what I know”); mentre la frase “It’s scrambled eggs” (“Abbiamo uova strapazzate”) in “Aisle Of Plenty” non è nient’altro che la sardonica replica alla domanda sulla cena lasciata in sospeso da “Supper’s Ready”, suite conclusiva di “Foxtrot” (1972).

In un album ineccepibile dalla prima all’ultima nota, non può non essere perfetta anche la copertina, la prima dei Genesis dai tempi di “Trespass” (1970) a non esser firmata dal fido illustratore Paul Whitehead. È il ritratto di una figura maschile dal colorito verdastro che sonnecchia su una panchina mentre una donna con ombrellino parasole gli tende la mano; a fianco della panchina un forcone e un tosaerba, dietro, due file parallele di siepi che si allungano verso l’orizzonte. Trattasi di “The Dream”, dipinto di Betty Swanwick, una “Miss Marple del pennello”, secondo Peter Gabriel, “piena di vita, molto acuta e maliziosa”. Impossibilitata a creare una nuova opera in poco tempo, la pittrice rielabora per i Genesis un suo quadro esposto alla Royal Academy a Londra, aggiungendovi una falciatrice, in riferimento al testo di “I Know What I Like”. Una iconografia assolutamente in linea con lo spirito narrativo del disco, destinata a rimanere tra le cover art più celebri della storia del rock.

I Genesis, con le loro sonorità romantiche e barocche, avevano già ampiamente dimostrato il loro talento. Ma nel 1973 riescono a consacrarsi in maniera definitiva, suggellando uno stile che resterà tra i più influenti e imitati dell’intera galassia prog. Più rifinito e accurato dei predecessori, anche grazie alla produzione di John Burns, “Selling England By The Pound” riuscirà a sfondare nel Regno Unito, dove scalerà le classifiche fino al terzo posto (con "I Know What I Like” primo singolo della band a varcare le soglie della Top 30), mentre negli Stati Uniti – come sempre assai poco ricettivi nei confronti del prog – si fermerà in settantesima posizione.

La critica, invece, quasi all’unanimità, gli tributerà entusiastici peana, destinati – come spesso si confà ai capolavori – ad aumentare con il passare degli anni, a scapito di quei pochi scettici di allora, che finiranno tardivamente col ravvedersi. E se è vero che quella stagione e quello spirito sembrano ormai sepolti sotto la naftalina del tempo, oggi più che mai, in tempi di Brexit e di pericolose derive sovraniste, il grido “Can you tell me were my country lies?” risuona forte come e più di allora.

(Claudio Fabretti)

LA RECENSIONE

Nel 1973 con l'uscita di questo album si completò uno dei periodi più luminosi del progressive rock. Dopo lo straordinario lavoro d'esordio dei King Crimson ("In The Court Of The Crimson King"), l'altrettanto stupendo e classicheggiante debutto degli Emerson Lake & Palmer con il disco omonimo e il sinfonismo di "Close To The Edge" degli Yes, arrivò questo "Selling England By The Pound" a suggellare l'era di massimo splendore vissuta in quegli anni da uno dei generi più elaborati e suggestivi del rock.

I Genesis, con le loro sonorità romantiche e barocche, molto più levigate e dolci dei tre lavori sopracitati, avevano già in precedenza dimostrato di avere raggiunto la maturità. "Nursery Crime", "Foxtrot" e, in tono leggermente minore, "Trespass" erano lavori destinati a rimanere pietre miliari di un certo tipo di rock. Ma fu con questo disco che Peter Gabriel e compagni realizzarono il loro lavoro più rappresentativo, il disco da consegnare ai posteri con l'orgoglio di chi sa di aver concepito un corpo sonoro i cui cromosomi non sarebbero mai stati scalfiti dallo scorrere del tempo.

La musica dei Genesis del "periodo d’oro" era caratterizzata da una impalcatura sonora complessa e articolata: come in un grande puzzle, ogni strumento innescava una azione e reazione di un altro strumento, generando un intersecarsi di suoni e melodie sia in sottofondo, sia in completa evidenza. In questo grande mosaico di suoni, tutto era concepito ad arte per vivere di vita propria. Si potevano ascoltare le tastiere fare da filo conduttore al brano, e in sottofondo tre secondi di ricamo chitarristico; ma quei tre secondi erano talmente fondamentali che se non fossero esistiti, tutto il brano ne avrebbe risentito e l'intera architettura sonora sarebbe crollata.

Era musica "colorata", quella dei Genesis, mai uguale a se stessa: un trionfo di idee fervide, che sprizzavano fuori in maniera tangibile e fantasiosa. Una musica che immergeva l'ascoltatore in un mondo diverso, che come una macchina del tempo proiettava verso epoche remote, grazie al suo particolare "barocchismo", mai pacchiano o speculativo. Ascoltando queste melodie ad occhi chiusi, ci si cala idealmente in un mondo popolato da draghi e fate, castelli e giardini verdissimi, come testimonia in modo incisivo la stessa copertina.

Oltre ai testi, sempre misteriosi e intriganti, è anche la tecnica della band a risaltare: il sapiente cantato di Peter Gabriel, che come un folletto saltella da un brano all'altro con la sua particolare grazia interpretativa, le tastiere mai spettacolari o strabordanti di Tony Banks, i ricami di Steve Hackett che disegnano orpelli sonori in completa libertà, per non dimenticare lo stile ritmico di Collins, che come un cuore palpitante riusciva sempre a calarsi nel fulcro emotivo del brano.

L'inizio dell’album è folgorante: "Dancing With The Moonlit Knight" si apre con un canto enfatico di Gabriel, accompagnato dalla chitarra di Hackett, che riesce subito a creare un'atmosfera medievale, fino all'entrata in scena di tutti gli strumenti. In breve, il ritmo diventa incalzante e furibondo, e la chitarra elettrica prende il sopravvento con autentici guizzi; ma è solo un momento: come in una staffetta, la chitarra lascia il passo alle tastiere di Banks, di stampo prettamente progressivo, con in sottofondo le vorticose rullate di Collins. All'improvviso tutto si calma, il brano non sembra più lo stesso e ci si trova proiettati in una dimensione nuova e riflessiva: su queste note, il brano si congeda.

In "I Know What I Like", è invece Collins a dettare le regole: inizio parlato con suoni ritmici echeggianti fra loro in sottofondo, pochi istanti, e tutto esplode in una melodia accattivante, con un ritornello che è un autentico inno alla gioia; fra stacchi e riprese della melodia portante, il brano prosegue leggero e orecchiabile. È il pezzo più facile del disco e sarà destinato a diventare un cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo.

Una introduzione pianistica sapiente dà il benvenuto alla successiva "Firth Of Fifth", capolavoro del disco e composizione tra le più memorabili del repertorio-Genesis. Stacco, il piano scompare e il gruppo si produce in un suono unico, nel quale gli strumenti sono tutti in completa armonia fra di loro. Gabriel, come un attore da Oscar, interpreta maestosamente la melodia principale, quando improvvisamente tutto diviene silenzioso, e in sordina prende campo un dolce flauto che ritmicamente accompagna il brano, fino alla deflagrazione dello splendido assolo di Banks, pronto a lasciare subito il testimone a Hackett per un lirismo supremo di chitarra. Un capolavoro assoluto.

In "More Fool Of Me", invece, un inizio acustico - con un Collins cantilenante alla voce - conduce verso atmosfere più semplici e agresti: qui non vi è la tipica orchestrazione di marca genesiana, ma toni più intimi e sfumati. Un piccolo grande brano, pervaso da una innocente dolcezza. Quindi, una marcetta iniziale ci conduce in un sanguinoso campo di battaglia: quello di "The Battle Of Epping Forest". La voce di Gabriel si fa incalzante, supportata da intermezzi chitarristi ed "entrate" pianistiche, fino a quando, come in un infuriare di urla e grida di guerra, il brano si erge in un vortice di tecnicismi veloci e raffinati. Ma è Gabriel a cantare, e soprattutto a recitare le gesta di cui va raccontando con stile, a seconda dei casi, drammatico, ironico e sbeffeggiante. È un brano, questo, altamente progressivo, forse il più elaborato e complesso dell'intero album. Una suite fatta di galoppate sonore frenetiche in cui gli strumenti sembrano duellare, o meglio simulare le gesta stesse dei personaggi che affollano il testo del brano.

Il successivo "After The Ordeal" è un pezzo strumentale, dal sapore evocativo e dalle atmosfere rinascimentali. Hackett fa sfoggio di ricami suadenti, la batteria lo asseconda con un sereno tappeto ritmico, mentre un flauto prende coraggio e melodicamente porta a termine la canzone.

Altra pietra miliare del disco è "The Cinema Show", dove tutto inizia in maniera tenue e sognante: un egregio Gabriel viene assecondato in sottofondo da un ripetitivo, e proprio per questo sinuoso, arpeggio di chitarra. Fra sonorità improvvise e repentine, che accrescono il clima di attesa, l'ascoltatore viene trasportato in un panorama di suoni epici, dove una nervosa irruzione di Collins alla batteria detta ritmi e cadenze più marcate. Il lavoro di Banks alle tastiere impreziosisce la struttura della canzone con arie barocche. L'album si conclude sulle note di "Aisle Of Plenty", una melodia che, in una sorta di percorso circolare, ci riporta all'inizio del disco, come a volerci indurre a non cessare mai l'ascolto di questo leggendario lavoro.

(Stefano Pretelli)

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