Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2025

Capisaldi 2025

Un anno fa auspicavo un 2025 musicalmente più stimolante. In parte così è stato, grazie alla cospicua quantità di materiale di "approfondimento" che mi è capitato di leggere, anche se in prevalenza riguardante gruppi o generi comunque conosciuti.

Come da prassi consolidata negli ultimi anni, invece, gli ascolti non sono stati particolarmente ricchi:

  • interessante la retrospettiva sull'Eminem del periodo migliore;
  • piacevole il debutto dei comunque derivativi Montrose;
  • molto apprezzati i Doobie Brothers (che conoscevo senza saperlo); 
  • ottimi i Tears for Fears, soprattutto dopo aver preso le misure della loro arte al di fuori dell'ambito asfittico degli strumentalizzatissimi singoli;
  • ottimi i Genesis, che non mi colpirono durante i primi ascolti nel 2024, ma lo fecero nell'estate passata, merito anche dei testi di OndaRock, a partire dalla monografia

C'è stato, purtroppo, anche spazio per un pacco non del tutto inaspettato: Dissonance Theory dei Coroner. Album atteso per così tanto tempo da diventare una chimera alla stregua di Chinese Democracy di Axl Rose, pardon... Guns N' Roses.

L'album è formalmente ineccepibile, ma nonostante reiterati ascolti non è riuscito a lasciarmi nulla, probabilmente perchè, al netto delle dichiarazioni degli autori, il disco è avulso dal sentimento dei tempi moderni quando, invece, i suoi predecessori  – di 30 anni prima... qualcosa vorrà dire... – erano immersi fino al midollo in quelle ansiogene aspettative dei primi anni '90 che anticipavano ciò che sarebbe stato l'oggi.

Di tutto questo, in Dissonance Theory non c'è traccia. 

26/10/2025

[Opinione] Da un certo punto di vista, Dissonance Theory è il miglior disco dei Coroner

Di una cosa ero certo: che il disco di reunion dei Coroner avrebbe preso forma con molta intelligenza. E così è stato. Dispiaciuto per l’assenza nel trio di Marquis Marky, ossia il batterista, che inizialmente era stato coinvolto nelle primissime tournée, mi sono avvicinato a Dissonance Theory pensando a due cose soltanto: a quanto è bella la fica, e al fatto che nessun album dei Coroner assomiglia a un altro album dei Coroner. E pertanto neanche Dissonance Theory sarebbe cascato nel tranello di volere assomigliare a un Grin essendone, trent’anni dopo e oltre, il diretto successore, o a un Punishment for Decadence.

La copertina, però, che è pur bella, ce la mette tutta a instaurare paragoni, con quella banda nera verticale buttata sulla destra, e il logo in alto, con lo stesso pattern grafico presente dai tempi di No More Color.

È il momento di spalare fango laddove ne spalerò tanto per i futuri dieci anni, sempre che riesca a camparli tutti: il pregio del nuovo Coroner è lo stesso difetto che aveva caratterizzato l’ultimo e inconsistente album dei Dark Angel. Da loro volevo un punto di contatto, una somiglianza, un ponte con Time Does Not Heal. Dagli svizzeri non lo volevo affatto: musica nuova, musica diversa, musica che i Coroner potessero proporre nel 2025. Ricorderei anche che il gruppo si era sciolto in un periodo storico in cui, al netto delle innovazioni e evoluzioni apportate al proprio suono, nessuno all’atto pratico se li voleva più cacare di striscio. Oggi i Coroner hanno un senso, e il problema è semmai che si sono presi delle tempistiche particolarmente dilatate: Dissonance Theory, arriva dopo reunion già chiacchierata intorno al 2004/2005, e ufficializzata cinque anni più tardi.

Avevo sentito un singolo d’anticipazione e non mi era particolarmente piaciuto, era un banale thrash metal moderno, lineare e vagamente anonimo. L’album nel suo complesso mi ha esaltato come poche volte mi sono esaltato negli ultimi anni. Le prime tre canzoni sono una legnata: la prima aggressiva e semplice, con un riff portante che mi ha ricordato The Seven Tongues of God e i Nevermore di The Politics of Ecstasy, dopodiché Sacrificial Lamb a evocare i Voivod, e Crisium Bound. Una più bella dell’altra. 

Symmetry è il singolo. È moderna, è ascoltabile, e, messa a metà album di un album sino a quel punto infallibile, ha come il compito di alleggerire un po’ il carico. È come se l’ascolto complessivo di Dissonance Theory ne giustificasse appieno la discussa esistenza. Mi sto rendendo conto che sto facendo un odiato track-by-track, per cui ormai lo porto in fondo, dopodiché corro in cantina a flagellarmi i coglioni con uno sparachiodi e con la promessa di non farlo mai più. Perché odio le recensioni track-by-track.

The Law è ciò che gli scribacchini intorno al 2002/2003 avrebbero facilmente etichettato come vorticosa ed evocativa, ma poi accelera, la butta in caciara. Ho sempre visto i Coroner come un qualcosa che girava al cento per cento dal punto di vista dello stile, salvo poi inciampare, non di rado, sulla riuscita delle canzoni. È il motivo per cui tutti li citano come influenza, ma poi siamo all’atto pratico in cinque gatti ad ascoltarne i dischi con una certa frequenza. È come se questa cosa non avessero avuto il tempo materiale per metterla a posto fino, appunto, allo scioglimento in seguito alla pubblicazione di The Unknown (Unreleased Tracks).

Con questo non voglio affermare che Dissonance Theory sia il migliore album dei Coroner, ma sotto alcuni aspetti è esattamente quello, pur non possedendo il peso specifico che poteva avere un Mental Vortex nel 1991 e via discorrendo, e pur non possedendo una Reborn Through Hate, ossia una delle mie personalissime canzoni metal preferite di tutti i tempi.

Ho sentito piovere critiche sul suono di questo album, scarse dinamiche della batteria, un po’ troppa modernità eccetera eccetera. Le solite cose. Sarò sincero: non riesco a immaginarlo con una produzione vecchio stampo. Questo disco ha un suono che gli sta addosso benissimo, perché il suo appeal richiede quello e non un’altra cosa. Ritorno alla premessa: è un album concepito con grande lentezza ma anche con tantissima intelligenza. Il mixaggio è ad opera di Jens Bogren, che se non lo fai lavorare viene a incendiarti la porta del garage mentre stai dormendo.

Transparent Eye sembra una roba alla Meshuggah quando i Meshuggah ancora avevano l’intenzione di farti arrivare vivo in fondo all’album, e smorza tutte quelle stoppate e quelle dissonanze con un efficace ed essenziale ritornello. Tommy Vetterli, anzi Tommy Baron, è il dio dei riff. Quando a metà di Transparent Eye c’è quel ponte aggressivo che anticipa l’assolo, è una goduria clamorosa per tutti noi thrasher che ancora andiamo dallo psicologo per comprendere il male che ci ha appena fatto Gene Hoglan pubblicando un disco. Gli assoli sono bellissimi. Tommy Vetterli, anzi Tommy Baron, è il dio degli assoli. In qualunque stile musicale lui decida di affrontare un assolo, lo fa alla perfezione e lo pensa perfetto per il brano in cui lo vorrà incastrare. Se avete una figlia di sedici anni prego per voi che vi presenti come primo fidanzatino l’eclettico Tommy Baron, con tutte le conseguenze del caso. Almeno ci ragionate di musica a pranzo.

Bella pure Trinity, e qui inizio a tagliare corto, perché poi Charles, che non scrive mai un cazzo da quella bellissima recensione dei Lacuna Coil, ha pure il coraggio di sfracellarmelo perché gli articoli li faccio troppo lunghi, mentre per Renewal si ritorna al discorso stabilito per Symmetry: un po’ banalotta ma proprio per questo in grado di alleggerire l’ascolto, nell’economia di un disco relativamente complesso. Il mio album dell’anno. (Marco Belardi)

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23/10/2025

Coroner – La teoria del tutto

Ciao Tommy, e benvenuto su metalitalia.com. Cosa provi nel rilasciare di nuovo interviste per un nuovo album dei Coroner a trent’anni di distanza dalla pubblicazione degli ultimi brani inediti?

Provo un mix di sensazioni, a riguardo: da un lato, è molto bello, e mi sento estremamente carico e motivato, ma dall’altro lato sono anche un po’ nervoso. Al momento abbiamo fatto uscire due singoli: le reazioni dei fan sono andate oltre ogni nostra più rosea aspettativa, e questo ci rende davvero molto felici.

A livello stilistico, l’album suona un po’ come un compendio della vostra intera carriera, in particolar modo del periodo “Grin/Mental Vortex”, sebbene filtrato attraverso un approccio musicale contemporaneo. È una cosa che avevate pianificato, o il tutto si è sviluppato in modo naturale durante le sessioni di composizione?

Prima di iniziare il processo di scrittura ho passato molto tempo pensando al modo in cui questo nuovo album avrebbe dovuto suonare. sarebbe dovuto essere più vicino a “Grin”, uno degli album più amati da una certa parte dei nostri fan, o sarebbe dovuto essere più vicino al sound dei primi tre album, che un’altra parte del nostro pubblico reputa i migliori della nostra discografia?

Alla fine sono giunto alla conclusione che tutto questo rimuginare non aveva alcun senso: oggi sono una persona completamente diversa da quella che scrisse quegli album, non mi sarebbe stato possibile, e non sarei stato credibile, se avessi cercato di replicarli. Quel tempo è passato, quindi mi sono semplicemente messo a scrivere liberamente, valutando i risultati. È stato un processo molto naturale. Ovviamente, ci sono delle similitudini evidenti con i nostri vecchi dischi, perché alla fine dei conti mi sono sempre occupato io della stesura dei riff, e quindi il mio modo di scrivere si è semplicemente evoluto parallelamente al mio gusto, in modo coerente.

In “Dissonance Theory” sono presenti delle idee che avevate messo da parte durante i lunghi anni di inattività, o si tratta di materiale composto interamente dopo la reunion del 2010?

Tutte le composizioni di “Dissonance Theory” sono nate dopo la reunion. In passato, quando facevamo uscire un album all’anno, arrivavamo sempre in studio senza avere tutte le canzoni pronte: ce ne mancavano sempre un paio e, una volta finito l’album, non ci restavano idee incompiute da utilizzare nel disco successivo.

È sempre stato così; probabilmente sono un po’ pigro, e ho bisogno di essere un po’ sotto pressione per diventare produttivo al 100%.

Nonostante le loro strutture complesse, i brani trasmettono un feeling ‘live’ decisamente marcato. Quanto sono stati importanti i concerti tenuti negli ultimi quindici anni per lo sviluppo della direzione musicale dell’album?

Anche secondo me le nuove canzoni hanno una buona indole e un buon potenziale ‘live’. ovviamente, dovremo provarle per bene in sala prove, prima. Ci piace molto suonare dal vivo, e io mi diverto in particolar modo con le parti thrash più veloci. Penso che questo nuovo album punti molto di più sull’impatto emotivo e sulle atmosfere, rispetto al passato, ma mentre componevo sentivo spesso la voglia di inserire qualche parte più veloce, qua e là: in questo senso, direi che la dimensione live ha avuto un suo peso nel modo in cui le canzoni si sono sviluppate in fase di scrittura. Credo comunque che nell’album ci siano spunti per tutti i gusti.

Qual è stata la scintilla che ha riacceso il desiderio di scrivere nuova musica a nome ‘Coroner’, dopo che era stato ripetutamente dichiarato, nei primi anni della reunion, che questo non rientrava nei piani della band? È stato difficile trovare di nuovo la giusta chimica per scrivere brani insieme?

Quando abbiamo annunciato la reunion, i piani erano quelli di fare alcuni show divertendoci a suonare i vecchi pezzi. In particolar modo, Marky (Edelmann, batterista originario della band, ndr) non aveva nessuna intenzione di mettersi a lavorare su nuovi brani. Inizialmente si sarebbe dovuto trattare di pochi show, o brevi tour. Dopo un paio di anni, Marky a manifestato la volontà di smettere, ma noi ci stavamo divertendo troppo, volevamo andare avanti. A quel punto, anche grazie alla nuova energia portata nella band dall’ingresso in formazione di Diego (Rapacchietti, attuale batterista del gruppo, ndr), abbiamo nuovamente valutato la possibilità di scrivere materiale per un nuovo album. Abbiamo firmato il contratto con la casa discografica fra il 2014 e il 2015, con l’intenzione di averlo pronto per il 2017 o 2018, ma le cose sono andate diversamente, e ci è voluto molto più tempo.

Il processo di composizione è cambiato, rispetto al passato, oppure il vostro modo di lavorare è rimasto più o meno lo stesso? Puoi spiegarci come funzionano le cose, sotto questo aspetto, in casa Coroner?

Il processo di scrittura è rimasto più o meno invariato, rispetto al passato. anche allora, iniziavo a raccogliere i riff e le idee di base e cercavo di dargli una struttura aiutandomi con un vecchio computer atari (una tecnologia nuova, per i tempi).

Ora, grazie a Pro Tools, posso registrare i riff e programmare parti di batteria in modo molto più semplice. Ai tempi avevo una drum machine molto complicata da programmare, soprattutto per quanto riguardava i pattern ritmici più complessi. La cosa che è cambiata di più, rispetto al passato, è quindi la facilità con la quale posso dare forma alle mie idee prima di presentarle agli altri, grazie ai nuovi sviluppi tecnologici.

Ci sono voluti quindici anni per poter stringere fra le mani un nuovo album dei Coroner, dopo la reunion del 2010.
In questo tempo, ti sei mai sentito schiacciato dal peso di un passato che ha proiettato la band nel novero delle formazioni più innovative di tutti i tempi, o si è trattato semplicemente di aspettare che le stelle si riallineassero nel modo giusto, per fare le cose nel miglior modo possibile?
Quanto è gravoso portare sulle spalle il nome ‘Coroner’, con tutte le aspettative che ne derivano?


Alla fine, come dicevo, ci sono voluti meno di quindici anni per avere il disco pronto. abbiamo iniziato a scrivere i nuovi pezzi attorno al 2015, ma poi le cose sono andate un po’ per le lunghe, a causa di vari impegni, nonché di alcuni avvenimenti che hanno rallentato molto le cose, come la morte di mio padre e di quello di Ron, o il mio divorzio.

Poi ci si è messo di mezzo anche il Covid-19, e va anche considerato il peso della mia professione di produttore: lavorare tutto il giorno con la musica rende difficile essere particolarmente carichi e creativi, quando alla sera si chiude lo studio e si va casa. Lo studio sta andando molto bene, e questo mi ha lasciato davvero poco tempo libero per potermi concentrare sul nuovo Coroner.

Oltretutto, non riesco proprio a scrivere nuova musica nel mio studio, perché ovunque mi giri vedo del lavoro da fare. L’unico modo in cui riesco a farlo è quando me ne vado da solo, in montagna. dopodiché, Diego mi raggiunge e lavoriamo sui dettagli e sugli arrangiamenti di batteria, ma posso farlo al massimo per cinque o sei giorni, perché poi devo tornare allo studio, dove c’ è una nuova band che mi aspetta.

Per di più, oltre al fatto che tendo a trovare spesso motivi per procrastinare, sono anche una persona che si annoia facilmente, quando scrive, oltre ad essere molto esigente: su trenta riff, forse uno finisce per essere utilizzato effettivamente in una canzone. Come se non bastasse, a tutto questo va aggiunta anche la mia maniacalità ossessiva per quanto riguarda i suoni, una volta iniziato il processo di registrazione; questo è forse il nostro primo album del quale sono soddisfatto al 100%, da questo punto di vista.

Quindi direi che la pressione, anche quella per il peso delle aspettative derivanti dal nostro passato e del nostro nome, fa parte del mio modus operandi; ma concorrono anche tante altre cose.

Come si diceva prima, nonostante “Dissonance Theory” suoni pienamente in stile Coroner, l’ascolto mette in evidenza incontestabili tratti di contemporaneità, a partire dalla produzione. In che modo il tuo lavoro come produttore ha influenzato lo sviluppo dell’attuale sound della band?

La cosa che mi ha influenzato di più è stato il modo in cui la tecnologia è cambiata nel corso degli anni, rendendo tutto più facile e con un miglior risultato finale. Per quanto mi riguarda, preferisco il sound moderno perché, quando è ben fatto, ha una resa decisamente migliore rispetto a quello dei vecchi tempi.

Quello che voglio fare è utilizzare le nuove tecnologie, ma con un approccio ‘old-school’: oggi molte band fanno una o due take e poi passano le ore a editare il risultato; noi preferiamo fare take finché non sentiamo di avere catturato davvero quello che avevamo in mente, riducendo l’ editing al minimo.

Come produttore, cosa ne pensi dell’attuale standardizzazione delle produzioni in ambito metal?

Non amo la standardizzazione che le produzioni metal hanno raggiunto negli ultimi anni, suonano un po’ tutte uguali. Penso che il problema principale siano i budget limitati con cui le band si trovano a dover convivere, dovuti alle scarse entrate relative alle vendite, cui si aggiunge la scarsa rendita delle piattaforme streaming come Spotify.

Molti cercano di fare le cose per conto loro, per risparmiare, ma alla fine finiscono per usare tutti le stesse cose, facendo somigliare molto le produzioni l’una all’altra. Io qui ho un grande studio, con un sacco di apparecchiature analogiche, tanti microfoni diversi; tutte cose cui questi artisti spesso non hanno accesso. Non conoscono la professione, e finiscono per usare tutti i medesimi preset, gli stessi plug-in, e così tutto suona uguale, noioso, di plastica. Io cerco di tenermi più alla larga possibile da questo modo di lavorare, sia con i Coroner che con le band che vengono nel mio studio.

Si tratta di un problema cui non sfuggono nemmeno le grandi produzioni, ma in quel caso io penso che, per certi versi, il problema sia proprio il pubblico: le label sono invogliate a dare un elevato standard di pulizia e perfezione al sound delle loro pubblicazioni per il timore che proporre qualcosa di diverso, più particolare, possa non essere ben accolto dalla massa degli ascoltatori, diventando più difficile da vendere. Questa evoluzione (o involuzione) delle produzioni non mi piace: mi mancano l’originalità, il carattere e l’unicità del sound delle varie band. In passato, potevi riconoscere un artista da una singola nota: ti bastava un secondo di un brano dei Black Sabbath per dire “Oh, questi sono i Black Sabbath”. Questo ormai non succede più, ed è un vero peccato.

Un largo stuolo di fan considera i Coroner come un baluardo del genio applicato alla musica metal; nel corso degli anni, ci sono state delle band in cui hai riscontrato lo stesso spirito pionieristico, lo stesso desiderio di espandere i confini musicali del genere?
Ad esempio, in un brano come “Transparent Eye” si possono cogliere degli spunti non lontani dai Meshuggah, mentre in “Symmetry” si possono cogliere sentori non lontani da certi Nevermore. Apprezzi il modo in cui queste due band hanno sviluppato la loro visione musicale? Trovi dei parallelismi col percorso dei Coroner, in queste o in altre band?


Certo. Penso che queste due band siano eccezionali. Amo ascoltare i Meshuggah quando mi alleno, la loro intensità mi aiuta molto (ride, ndr). Un’altra band che mi piace molto e che potremmo inserire nella medesima categoria, anche se con uno stile diverso, sono gli Opeth; sono dei grandi musicisti, oltre che nostri ottimi amici. Ritengo siano una band con un sound unico e personale, anche dopo il cambio di stile che li ha portati vicini a vibrazioni 70’s. Non tutti hanno apprezzato quella svolta, ma io penso che quelle atmosfere calzino a pennello col loro sound.

I testi dell’album sembrano legati da un filo comune: possiamo definire “Dissonance Theory” come un concept album?

“Dissonance Theory” non è un concept album in senso stretto, nel senso che non narra una storia con un suo inizio, uno sviluppo e una fine, però tutti i testi ruotano attorno al concetto di ‘dissociazione cognitiva’, cioè il conflitto che si scatena nella mente di un individuo quando alcuni aspetti della sua vita sono in contrasto fra di loro, come ad esempio qualcuno che fuma anche se sa che non è salutare, e quindi si crea una sua giustificazione, o verità, per conciliare le due cose. Il tema di fondo dell’album è che ci sono diverse verità per ogni cosa, a seconda del punto di vista; non esiste una verità che valga per tutti.

Il primo brano, “Consequence”, ad esempio, parla dell’intelligenza artificiale; una tecnologia che può essere di grande aiuto sotto vari aspetti, come scrivere email, sbrigare pratiche o altre incombenze, ma che può essere, al contempo, anche molto pericolosa. la gente potrebbe perdere il proprio lavoro a causa sua, e altre implicazioni potrebbero prefigurare scenari addirittura apocalittici.

Io non credo che succederà, ma sono molto preoccupato per gli effetti che questa tecnologia potrebbe avere sul modo in cui la gente troverà le sue informazioni, in futuro. Come faremo a sapere se chi ci sta dando le suddette informazioni è una persona reale o se si tratta semplicemente di un dispositivo programmato per diffondere fake news? Penso sia davvero pericoloso.

Dal punto di vista della creatività e dell’arte, ne stiamo già constatando gli effetti nefasti: si vedono già artwork realizzati dall’intelligenza artificiale, band che producono video e photobook generati artificialmente, addirittura album interamente generati dall’IA; a volte le suddette band nemmeno esistono. È assurdo.

In un album di tale livello è davvero difficile scegliere le canzoni più rappresentative, anche se è impossibile non includere “Consequence”, “Sacrificial Lamb” e “Transparent Eye” nel novero degli episodi più entusiasmanti. C'è qualche brano di “Dissonance Theory” al quale ti senti particolarmente legato, o del quale sei particolarmente soddisfatto, e perchè?

Sono davvero soddisfatto di tutti i brani presenti nell’album. Io tendo a considerare ogni nostro lavoro come una singola opera d’arte, quindi per me è davvero difficile rispondere a questa domanda. È come chiedere a un padre di scegliere fra i suoi figli: sono tutti miei bambini, e io li amo tutti allo stesso modo (ride, ndr).

Potrei citare il primo singolo, “Renewal”, per il semplice fatto che è stato forse il brano dalla gestazione più complessa: ho scritto il riff di apertura di questo pezzo nel 2015, durante una vacanza. L’ho fatto sentire a Diego e abbiamo convenuto che non fosse male, ma che non fosse ancora abbastanza ‘forte’ da diventare un nuovo pezzo dei Coroner; così l’ho lasciato in sospeso fino a quando, ormai prossimi alla conclusione delle registrazioni del disco, abbiamo pensato che l’album fosse un po’ corto, e che sarebbe stato bello inserire ancora una canzone.

Allora mi sono ricordato di quell’idea, l’ho rispolverata, ci ho aggiunto una nuova strofa, un nuovo pre-chorus, un nuovo ritornello e tutta la parte centrale, tutto in poche ore. “Renewal”, per me, è quindi la canzone più fresca di tutte, oltre che l’ultima ad essere stata registrata. La amo molto, tant’è che ha finito per essere il primo singolo dell’album.

Negli ultimi quindici anni avete calcato piuttosto spesso i palchi italiani: avete già pianificato di tornare presto nel nostro paese per promuovere “Dissonance Theory”?

Abbiamo profuso molte energie in questo album, e vogliamo portare questi pezzi live il più possibile. Abbiamo una nuova agenzia di booking per l’Europa e una per gli USA e per il resto del mondo; stanno lavorando molto duro per fissare i nuovi show, e torneremo senza dubbio presto nel vostro paese. Amo l’Italia: ho trascorso le mie vacanze estive in Sicilia l’anno scorso, e tutti noi amiamo tutto, della vostra terra, a partire dal cibo. Diego ha anche una casa, da voi. Vive un po’ in Svizzera, e un po’ in Italia.

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25/08/2021

Il capolavoro dei Coroner ha compiuto trent’anni

L’internet, e nella fattispecie Facebook, è quel luogo in cui ti ricordano continuamente cose. Quando si leggevano le riviste cartacee, che è poi il periodo in cui ho iniziato a seguire il metal io, nessuno parlava di date e ricorrenze. Non c’era un “ventennale di Houses of the Holy dei Led Zeppelin” o roba del genere.

Oggi, ovviamente, non esistono più gli uffici stampa dei gruppi (gruppi che comunque nessuno si caga), ma tutto viene condiviso su Facebook, e i Coroner sono uno dei tanti gruppi che mi capita di seguire sull’internette, soprattutto perché spero, un giorno, di poterli vedere dal vivo in un’occasione come quella che celebriamo oggi qua. Non che i Coroner ai tempi avessero un ufficio stampa. A parte gli Helloween, non mi viene in mente proprio nessuno nel roster della leggendaria Noise Records che si potesse permettere di vivere di musica solamente, senza doversi trovare un lavoro per mettere il pane, o i pretzel, in tavola.

Una di quelle ricorrenze che ogni tanto capita di vedere nella homepage del social network più perbene che ci sia è stato il trentennale di Mental Vortex, avvenuto esattamente lo scorso 12 di Agosto. Ora, voglio dire, MENTAL VORTEX. Che cazzo. Avete presente? Beh, se non avete presente (e dovreste vergognarvi), Mental Vortex è semplicemente la summa totale globale di quella spinta creativa che il thrash ebbe, poco prima di schiantarsi sul Faraglione degli anni novanta come Fantozzi nel Secondo Tragico Fantozzi, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta e che fu conosciuta come “techno-thrash”.

A pensarci bene era naturale che un gruppo come questi pazzi pazzi svizzeri fosse predestinato ad avere un tale onore. Prendete perfino gli esordi dei Coroner, e paragonateli, per tecnica, inventiva e visionarietà, al resto del mondo. Semplicemente degli alieni. R.I.P. era uno dei pochi dischi che dimostrava già una maturità spaventosa pur essendo un esordio. Quanti sono i gruppi di cui si può dire lo stesso?

Mental Vortex fu anche il loro primo disco che sentii, comprato in una piccola rivendita di dischi usati nel centro storico di Cagliari, gestita da un tizio la cui faccia faceva pensare fortissimamente a notti solitarie (o in compagnia) nel resort a cinque stelle di Buoncammino, e gli attenti e numerosi lettori sardi sanno di cosa sto parlando.

Fu uno shock totale, a partire dalla copertina hitchcockiana, e a seguire con l’indimenticabile attacco di Divine Step, quel riff, quei cambi, quelle parole, e quelle chitarre taglienti come rasoi ma compresse in maniera claustrofobica grazie all’eccellente lavoro in fase di produzione e missaggio del leggendario Tom Morris e di Karl Walterbach (altri tempi, altri uomini). Qua ci sono il ringhio di Ron Royce, l’inventiva e la tecnica strepitosa di Tommy Vetterli, seriamente uno dei migliori chitarristi della sua generazione in ambito metal tutto, e tantissime altre cose belle e interessanti. Semplicemente di un altro pianeta. Un prodotto impreziosito anche da una vena psichedelica e visionaria come solo i Voivod potevano permettersi all’epoca.

Mental Vortex è un gigante che si erge a imprescindibile metro di paragone per qualsiasi prodotto mai uscito che avesse ambizioni di avanguardia o innovazione melodica nella branca più aggressiva del metal. Son of Lilith, la scurissima e delirante Semtex Revolution, con quel testo scarno ed essenziale che, decantato come un flusso di coscienza, la eleva a pezzo di riferimento nel metal per ciò che concerne la descrizione dell’estremismo politico. E poi Sirens, la fantascientifica Metamorphosis e così via fino alla cover di I Want You (She’s so heavy) dei Beatles, che sta su tutti i manuali dell’esecuzione di cover a fare da paradigma su come si fanno le cover.

I Coroner, alla fine dei giochi, altro non sono che i Rush del metal. Un power trio che suona come se ci fosse un’orchestra dietro, senza limiti creativi e con un’intelligenza musicale fuori dal comune, e oggi non possiamo che umilmente chinarci e celebrare un disco come Mental Vortex per quello che è, ovvero uno dei punti di arrivo della musica da quando qualcuno ebbe l’idea di attaccare una chitarra a un amplificatore. (Piero Tola)

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