Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/07/2026
14/06/2026
Baxeicò. Una storia del basilico
di Camillo Acquilino
Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istruttore severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]
Alle cugine Gaggero
che di basilico ne sanno
e a Lorenzo Ferrando
che ancora lo coltiva!
Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.
Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.
La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.
Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.
Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo... sun a Lizeettaa (con la z di Zena)... a l’è mollaa!”.
Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!
Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.
Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.
Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.
La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.
Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e... tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.
In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.
Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.
È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.
Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.
La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.
Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.
Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.
La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.
La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!
Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.
Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.
Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perché il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.
La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.
La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.
Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.
Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.
Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.
La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.
La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.
Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.
Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.
Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da sole tre; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.
La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.
Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.
A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.
Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.
Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.
L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?
Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.
Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.
Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori.
Fonte
07/05/2023
Operai e contadini in lotta: repressione poliziesca negli anni ’40
Nel suo testo Maida ricorda la storia dei “Treni della Felicità” organizzati nell’immediato dopoguerra per precipua (ma non esclusiva) iniziativa del PCI e dell’UDI allo scopo di trasferire temporaneamente bambini delle zone maggiormente colpite dagli eventi bellici (un esempio fra tutti Cassino, ma anche le gradi città come Torino, Milano, Roma) per farli ospitare da famiglie in zone dove le condizioni di vita erano sicuramente migliori.
Si trattò di un grande moto di solidarietà che scosse il Paese pur tra contraddizioni e contrasti anche di tipo ideologico.
All’interno del libro trova marginalmente spazio anche un resoconto della repressione che, in quegli anni e fino all’inizio degli anni ’50, subirono le lotte operaie e contadini al Sud come al Nord: una lunga striscia di violenze poliziesche, arresti arbitrari, morti e feriti.
Un passaggio storico la cui memoria appare completamente obliata (a proposito di “pacificazione nazionale”) e che, invece, proprio di questo tempi dovrebbe essere pienamente recuperata.
Il primo evento da ricordare rimane Portella della Ginestra: 1 maggio 1947. Fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra dalla banda di Salvatore Giuliano appoggiato dai poteri reazionari dell’isola il 1º maggio 1947 provocando undici morti e numerosi feriti.
Si ricorda ancora come nel 1948 18 bambini figli di sindacalisti siciliani uccisi o arrestati furono ospitati da famiglie indicate dalla Federazione del PCI di Bologna: Questo fatto si ricorda semplicemente per testimoniare come Portella della Ginestra non rappresentò un fatto isolato ma la “punta” di un’opera di sistematica repressione di lungo periodo esercitata in Sicilia nei riguardi della sinistra e del sindacato.
Da notare come il luttuoso evento di Portella della Ginestra si verificò mentre era ancora in carica (per pochi giorni) il tripartito DC – PSI – PCI.
Nel novembre 1947 con l’uccisione di cinque braccianti durante lo sciopero generale di Puglia e Basilicata, iniziò uno stillicidio di vittime, per lo più contadini e operai, in operazioni di ordine pubblico nelle quali la polizia viene schierata a sostegno di latifondisti e imprenditori.
Ricordiamo gli episodi più significativi di questa vera e propria epopea.
Melissa: la strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro.
Nell’ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza, uccidendo così due uomini e una donna
Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo ‘sciopero alla rovescia’: al grido di ‘pane e lavoro’ costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell’epoca.
Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud.
Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati.
Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni.
Lentella (Chieti) 21 marzo 1950: due operai uccisi nel corso di uno sciopero per conseguire migliori condizioni nel lavoro agricolo.
San Severo (Foggia) 22 marzo 1950: un morto e 40 feriti in occasione della sciopero generale di solidarietà per i fatti del giorno precedente accaduti a Lentella.
Nel 1951 dalla tribuna del VII congresso del Partito Comunista Togliatti offrì un quadro preciso della repressione: tra il 1948 e il 1951 62 lavoratori uccisi in scontri causati da scioperi, occupazioni delle terre, proteste sindacali di diverso tipo; 3.126 feriti; 92.169 arresti da cui si verificarono 19.306 condanne per 8.441 anni di carcere.
Si ricorda ancora la strage di Reggio Emilia: il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione svolta durante lo sciopero generale proclamato dopo i fatti di Genova causati per la protesta avverso la convocazione nel capoluogo ligure del congresso del MSI (che avrebbe dovuto essere presieduto dal prefetto repubblichino Basile) cinque operai reggiani: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine.
La strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia, in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
L’allora presidente del consiglio Fernando Tambroni diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti (oltre Reggio Emilia, anche Licata, Catania e Palermo) e centinaia di feriti.
Si è fin qui sviluppato un riassunto molto stringato scritto semplicemente per ricordare che Costituzione e Democrazia sono costate alla parte migliore del popolo italiano davvero lacrime e sangue (senza retorica).
Fonte
22/11/2022
Lavoro agricolo in Italia ed in Europa
Per un organizzazione sindacale affrontare la tematica dell’agricoltura e della alimentazione è d’obbligo partire dalle condizioni in cui sono trattati i lavoratori che insieme ai contadini sono i protagonisti giornalieri della produzione del cibo. Senza contadini e senza braccianti agricoli, tutti lo sappiamo, non ci sarebbe produzione di cibo.
E se in cima alle nostre priorità come Unione Sindacale di Base, c’è il concetto che il CIBO NON E’ UNA MERCE MA UN DIRITTO ne consegue che tutto il sistema agroalimentare dovrebbe essere subordinato alla soddisfazione dei diritti fondamentali di tutti i protagonisti di questo sistema.
Dai piccoli produttori, ai lavoratori della terra, ai consumatori dei prodotti alimentari le politiche agricole comunitarie, ossia pubbliche, dovrebbero tener conto di tutti gli aspetti che favoriscono il benessere sociale, economico e lavorativo di queste categorie, mettendo in secondo piano la ricerca del massimo profitto da parte dei privati, malattia endemica del sistema capitalistico.
Stiamo sostenendo, nell’ambito di una larga campagna nazionale , l’iniziativa di 27 organizzazioni e associazioni impegnate nella difesa dell’agroecologia e del rispetto dell’ambiente, per contrastare la reale minaccia portata avanti in Europa ed in Italia per la reintroduzione degli OGM senza dichiararlo in etichetta.
L’intera filiera agroalimentare italiana, convenzionale e biologica, è nota in tutto il mondo anche per il fatto che da oltre vent’anni il nostro paese ha deciso di restare libero da OGM.
Questa decisione, grazie anche ad una legislazione sempre più stringente, rappresenta una chiave della forza commerciale e della garanzia di qualità del nostro cibo sul mercato. La deregolamentazione dei nuovi OGM metterebbe invece a rischio l’intero comparto con conseguenze irreversibili..
Dobbiamo invece constatare che il sistema agricolo è totalmente subordinato agli interessi delle grandi industrie alimentari, dei grandi proprietari terrieri, delle grandi speculazioni finanziarie, delle grandi catene di distribuzione e commercializzazione del cibo che impongono, condizionano determinano le politiche agricole pubbliche.
Siamo consapevoli di come quest’incontro avvenga in un momento drammatico per le sorti dell’intera umanità, la guerra russo-ucraino sta evidenziando ancora una volta come gli interessi capitalistici contrapposti di nazioni interessate più al riposizionamento geopolitico per il dominio del mercato internazionale, che alle sorti del fabbisogno alimentare delle popolazioni, produrrà un notevole peggioramento in Europa delle condizioni di vita di milioni di persone.
Come accaduto in tante guerre determinate dalla stessa volontà di dominio dei mercati, il terrore e l’insicurezza stanno già determinando lo spostamento di milioni di profughi da una nazione all’altra.
Purtroppo dobbiamo testimoniare che le migliaia di profughi provenienti dai conflitti in terre africane, in Afghanisthan, in Siria, in Iraq e precedentemente dai paesi dell’est Europa, sono divenute in Italia forza lavoro da sfruttare al limite dello schiavismo, spesso ed in grandi numeri questo è avvenuto in agricoltura.
La denuncia che noi oggi rappresentiamo ai partecipanti a questo incontro è una denuncia che parte dalle nostre esperienze dirette sui campi dove quotidianamente siamo presenti per raccogliere le testimonianze dei lavoratori della terra e per organizzarli nella rivendicazione dei loro diritti, ma queste nostre denunce sono state nel tempo confermate e rilanciate sia a livello internazionale che a livello nazionale da personalità, organizzazioni, istituzioni che sicuramente più di noi dovrebbero pesare nel cambiamento delle regole.
Dopo diversi anni di interventi nei campi al fianco principalmente dei lavoratori migranti, sfruttati e ricattati per la loro condizione di straniero spesso clandestino e quindi maggiormente ricattabile, nel 2018 otteniamo dal Governo italiano uno specifico tavolo di interlocuzione sulle condizioni lavorative, e ponendo già allora l’importanza della condizionalità sociale del rispetto dei diritti dei lavoratori nella regolamentazione dell’elargizione dei sussidi garantiti dalla PAC.
Nell’Ottobre del 2018 a Roma presso la FAO durante la 45esima edizione del Comitato per la Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite (CFS), partecipiamo all’incontro del CSM denunciando che nonostante l’esistenza di una convenzione intergovernativa adottata dall’ONU per la protezione dei migranti e delle loro famiglie, strumento essenziale per le rivendicazioni e le vertenze dei braccianti sfruttati e schiavizzati, questa non è mai stata ratificata dall’Italia e dall’Europa.
Vogliamo anche ricordare, come l’USB tiene in alta considerazione la Dichiarazione ONU sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali votata 17 dicembre 2018 durante la 73° Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York,
Nel gennaio 2019, dopo che nel novembre 2017 segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale aveva visitato il ghetto dei lavoratori braccianti vicino Foggia e constatato lo stato di enorme degrado in cui sono costretti a vivere i braccianti e aveva quindi portato all’attenzione della Commissione europea la disumana condizione di sfruttamento esistente in uno dei paesi più ricchi del primo mondo, perviene al governo italiano la nota della presidente liberale svedese Cecilia Wikström della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo con la quale l’Italia è stata caldamente invitata a migliorare la situazione dei migranti, con particolare riguardo agli alloggi, all’accesso all’acqua, all’igiene, ai trasporti e alla sicurezza sociale.
Ricordando inoltre che la lotta allo sfruttamento sul lavoro, incluso quello dei migranti, rimane un obiettivo politico e una priorità non solo della Commissione ma dell’intera UE.
Il governo europeo ricorda infatti l’obbligo di garantire ai lavoratori migranti gli stessi diritti di quelli italiani, ivi compresi salari, sicurezza e salute.
Nel gennaio 2020 la Relatrice Speciale ONU per il diritto all’alimentazione Hilal Elver al termine di una visita di undici giorni nelle diverse località italiane dove è maggiormente evidente lo sfruttamento in agricoltura dichiara: “Sulla scena internazionale l’Italia è un paese molto attivo nella promozione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il diritto all’alimentazione; ma questo non si rispecchia interamente su scala nazionale”…
“Durante la mia visita ho incontrato molte persone che dipendono da banchi alimentari e da enti di beneficienza per il loro prossimo pasto, migranti senza dimora e senza un alloggio sicuro dove trascorrere la notte, lavoratori agricoli sottoposti a orari di lavoro eccessivi in condizioni difficili e con stipendi bassi, che non permettono loro di far fronte ai bisogni fondamentali, lavoratori migranti privi di documenti e dunque relegati in un limbo senza accesso a lavori regolari o alla possibilità di prendere in affitto un posto dignitoso in cui vivere e studenti le cui famiglie sono troppo povere per pagare i prezzi richiesti dalle mense scolastiche”, ha aggiunto Elver.
“In quanto paese sviluppato, nonché terza economia in Europa, tali livelli di povertà e di insicurezza alimentare in Italia non sono accettabili. Il governo italiano dovrebbe comprendere che la beneficienza in ambito alimentare non va confusa con il diritto all’alimentazione”.
I migranti che lavorano in ambito agricolo costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili in Italia. All’interno del settore agricolo italiano ci sono tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori migranti, che rappresentano circa la metà della forza lavoro complessiva.
Quello agricolo è spesso l’unico settore in cui i lavoratori poco qualificati riescono a trovare un impiego. La più elevata percentuale di lavoratori irregolari in relazione al numero totale dei lavoratori migranti si trova in ambito agricolo.
“Attraverso la legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro, l’Italia ha esteso la portata della già esistente disposizione contro il caporalato. Ad ogni modo, la legge risulta incapace di sostenere i diritti umani di tutti i lavorati agricoli, nello specifico dei migranti privi di documenti, relegati in una condizione di invisibilità e di paura”.
Lo sfruttamento in ambito lavorativo non costituisce l’unico modo in cui l’illegalità si insinua all’interno del sistema agricolo europeo.
Vi sono anche altri aspetti inaccettabili, tra i quali l’abbandono in aree rurali di prodotti contaminati, che vengono altresì inceneriti o riversati nelle acque dei fiumi; mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi talmente bassi da rischiare di compromettere il proprio sostentamento; acquisti di terreni con proventi da attività illegali; la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche illegali.
“L’aumento della grande distribuzione ha determinato un significativo riassetto del settore alimentare, poiché le principali catene di distribuzione controllano la maggior parte del mercato agroalimentare, imponendo prezzi bassi, che i piccoli agricoltori non riescono a eguagliare”, ha affermato la Relatrice Speciale.
Il 6 Maggio del 2020, Papa Francesco durante l’udienza generale ha risposto all’appello lanciato il 1° Maggio dai braccianti agricoli stipati nelle baraccopoli del Foggiano, “In occasione del 1° Maggio – ha detto il Papa – ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati.
È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro”.
Nel settembre 2021 in risposta ad una richiesta di suggerimenti da parte del neo ministro delle politiche agricole del governo Italiano Patuanelli,avevamo inviato le nostre note , già precedentemente espresse durante i diversi incontri del Tavolo sul caporalato. In sintesi i nostri suggerimenti furono:
“UNA PAC che rispetti il diritto dei lavoratori. – l’immediata attuazione da parte dello stato italiano della condizionalità sociale senza aspettare né il termine della volontarietà del 2023, né tantomeno della obbligatorietà prevista nel 2025.
Il rispetto da parte dei beneficiari delle norme fondamentali relative alle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori agricoli e alla sicurezza e salute sul lavoro, devono essere condizioni imprescindibili.
L’Unione Sindacale di Base chiede, non solo la riduzione dei finanziamenti o la somministrazione di multe alle aziende, ma ritiene che si debba prevedere la totale esclusione dell’azienda dai finanziamenti europei”.
Sono arrivate poche settimane fa le Osservazioni sul piano strategico della PAC 2023-2027 presentato dall’Italia il 31 dicembre 2021. La Commissione europea ha espresso un parere ampiamente negativo evidenziando ben 244 rilievi tra inviti a correggere, modificare e completare nelle parti mancanti, il Piano elaborato dal nostro Governo.
Non spetta a noi entrare nel merito delle numerose osservazioni riguardanti la distribuzione dei fondi della PAC e l’insufficienza delle modalità con cui vengono ripartite le risorse finanziarie, poche per i piccoli produttori e molte per agroindustrie e latifondi. Inutile dire che la PAC italiana soffre di scarsa trasparenza e di poca chiarezza sulle scelte delegate alle regioni.
Ciò che maggiormente ci interessa, in quanto organizzazione sindacale che si batte per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori agricoli, è l’osservazione riguardante l’applicazione della “condizionalità sociale nei contratti di lavoro”.
La Commissione Europea, al punto 10 delle sue osservazioni cita:
“L’Italia dovrebbe rafforzare notevolmente la logica di intervento del piano per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera. Considerato il tasso molto elevato di irregolarità (oltre il 55 %) riscontrato nel settore agricolo italiano in questo campo, è essenziale affrontare la questione per garantire la stabilità economica, la competitività e la sostenibilità sociale delle aziende agricole italiane.
Per gli stessi motivi la Commissione accoglierebbe con favore un’applicazione efficace della condizionalità sociale sin dall’inizio dell’attuazione del piano.”
Sempre nei nostri suggerimenti indicavamo:
“Rispetto al primo semestre del 2018, il tasso di irregolarità riscontrate nelle imprese sottoposte a controllo è salito del 3% (dal 69% al 72%) ed il numero delle posizioni lavorative risultate irregolari è salito del 7,7% (da 77.222 alle attuali 83.191).”
E ancora: “Ora da questi dati fortemente esemplificativi, se si proietta il dato delle irregolarità riscontrate sul totale delle aziende percettrici di fondi PAC, non è azzardato pensare che almeno il 50 % delle aziende che ricevono sostanziosi aiuti dalla PAC non rispettino totalmente i contratti di lavoro. Infatti, la legge sul caporalato considera violazioni gravi oltre all’art. 603-bis Codice Penale sulla intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ed evidenzia le caratteristiche principali con cui si possono verificare gli indici di sfruttamento: - la reiterata corresponsione di retribuzioni palesemente difformi dalle previsioni dei contratti collettivi di lavoro o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
- la reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria e ferie;
- violazioni delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro;
- sottoposizione del lavoratore a degradanti condizioni di lavoro, alloggiative o di sorveglianza.
È assolutamente evidente che il problema del caporalato non può essere appaltato solamente agli organi repressivi e di controllo, ma deve assolutamente essere inquadrato nelle norme che possono prevenire i comportamenti illeciti.”
Inutile dire che le nostre osservazioni formulate al Tavolo del Caporalato e ripetute al Ministero dell’Agricoltura sono state completamente ignorate, sia dalle diverse componenti istituzionali sia dalle forze sindacali e associative delle categorie agricole.
Per concludere riportiamo la dichiarazione di Surya Deva, presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che ha svolto una missione nelle campagne italiane nell’ottobre 2021:
“Gravi e persistenti abusi dei diritti umani in relazione alle attività delle imprese in Italia. Tali abusi includono condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, gravi problemi di salute e sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute pubblica”.
“I lavoratori migranti, compresi quelli provenienti da Paesi africani e asiatici, che lavorano in settori come l’agricoltura, l’abbigliamento e la logistica, sono intrappolati in un circolo vizioso di sfruttamento, schiavitù per debiti e abusi dei diritti umani che deve essere spezzato”.
Il quadro esposto della situazione dei lavoratori agricoli in Italia negli ultimi 5 anni, indica la certificata violazione dei diritti dei lavoratori e soprattutto dei braccianti migranti, ma noi oggi vogliamo strillare la nostra rabbia e la nostra indignazione nei confronti di tutte le istituzioni internazionali e nazionali che ben consapevoli delle condizioni in cui prospera il profitto dell’agricoltura italiana ed europea, si rivoltano dall’altra parte ogni qualvolta bisogna risolvere il benché minimo problema presentato dai lavoratori e dai contadini, che sono i veri protagonisti della produzione delle ricchezze che arricchiscono le grandi aziende, la grande distribuzione organizzata, il sistema bancario e dei fondi di investimento.
È un sistema che arricchisce anche i soggetti impegnati nell’assistenza, nella ricerca sociologica, nella narrazione delle difficoltà in cui vivono i soggetti che sono sfuggiti dalle guerre in Africa, in Asia in medio oriente, e che attraverso un meccanismo di sussidi e finanziamenti pubblici ha alimentato un economia parallela, impegnata a raccontare nei salotti buoni, nelle riunioni internazionali, nei mass media la condizione di povertà e sfruttamento che lo stesso sistema ha determinato.
Un enorme raccolta di dati statistici, di testimonianze che servono a lavare le coscienze, a giustificare l’importanza del proprio operato.
Ciò che manca e che vogliamo denunciare è che tutte queste inchieste sociologiche e di raccolta di testimonianze, non hanno la stessa intensità, gli stessi approfondimenti, gli stessi dati statistici quando si deve denunciare l’operato del sistema agroindustriale, della Grande Distribuzione Organizzata, dell’ingiusto meccanismo dei finanziamenti della PAC.
Possiamo anche affermare che molti di questi studi, inchieste, ricerche sulle condizioni disumane fin’ora evidenziate sono commissionate con soldi pubblici, da quelle istituzioni e da quei decisori politici che nel momento di legiferare preferiscono avvantaggiare i potentati agroindustriali.
In questa direzione sono andate negli ultimi anni le decisioni anche dei governi di centro sinistra, che hanno strutturalmente indebolito fino a renderlo ininfluente l’apparato di controllo delle violazioni sui posti di lavori, che hanno favorito con la complicità anche delle organizzazioni sindacali filo governative, la totalità impunità di padroni e padroncini liberi di operare nella più assoluta impunità in ogni luogo delle campagne italiane.
Non possiamo assolutamente accettare che le situazioni di sfruttamento, evidenziate sotto la spinta anche del nostro intervento, siano presenti da più di venti anni nella indifferenza di governi nazionali e istituzioni locali.
Ciò che servirebbe per contrastare veramente un sistema che provoca l’impoverimento in Italia di milioni di persone, tra lavoratori, contadini e le loro famiglie è il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti e dei contadini attraverso l’introduzione di un salario minimo di legge per i braccianti, l’approvazione di una legge sull’agricoltura contadina, con la tutela della piccola produzione attraverso agevolazioni sulle operazioni fiscali, sanitarie e commerciali, favorendo con veri incentivi l’agroecologia e una produzione agricola in armonia e nel rispetto della natura.
Sappiamo, per avviarmi alle conclusioni, che il miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro coinvolti nella produzione del cibo, è dato da leggi e regolamenti ma è il frutto principalmente della capacità dei lavoratori e dei contadini sfruttati di far sentire la propria voce e di organizzarsi collettivamente per modificare le condizioni esistenti.
L’USB ha partecipato, come organizzazione ospitante al 18° congresso della Federazione Sindacale Mondiale, che si è concluso ieri 8 maggio a Roma, che ha visto la partecipazione di più di 400 delegati provenienti da più di 100 paesi nel mondo, una federazione Sindacale che da sempre è al fianco delle mobilitazioni dei lavoratori agricoli e dei contadini, come accaduto nel 2020/2021 per lotte e gli scioperi promossi unitariamente in India.
Insieme alla Federazione Sindacale Mondiale ci battiamo per l’attuazione pratica degli obiettivi e delle posizioni della FAO, dell’UNESCO e dell’ONU per la piena sufficienza alimentare ed energetica, l’accesso universale ai servizi pubblici di base, la fine della discriminazione civile, razziale ed etnica e la protezione dei diritti dei popoli indigeni, dei rifugiati e dei migranti. Chiediamo la protezione dei diritti umani e il diritto all’acqua, alla terra, all’aria, alla pesca e a tutti i beni essenziali.
Con questo impegno e con questi obiettivi saremo presenti nei momenti di confronto internazionale.
Fonte
21/11/2021
India - I contadini indiani battono politiche neo-liberiste del governo Modi
È una vittoria storica per tutto il movimento contadino indiano che da più di un anno lotta contro questo pacchetto legislativo, volto alla privatizzazione delle politiche agricole ed alla cancellazione di fatto della regia pubblica del settore, favorendo i grandi gruppi dell’agro-business.
La protesta è stata diretta da una coalizione unitaria che raggruppa 32 organizzazioni riunite nella All India Coordination Commitee ed ha fatto convergere in maniera diversa tutti gli strati della società rurale, anche se vi è stato un coinvolgimento minore dei salariati agricoli propriamente detti.
L’annuncio del Primo Ministro è dovuto senz’altro alla paura di perdere le imminenti elezioni amministrative nel Nord dell’India, in particolare nel cruciale Uttar Pradesh – uno dei centri della protesta – il che aprirebbe la strada ad una possibile sconfitta alle elezioni politiche del 2024.
Era quindi urgente non consumare ulteriormente il suo consenso e trovare una soluzione “temporanea”, considerato che tali provvedimenti non erano che un tassello di un puzzle più ampie di politiche neo-liberiste su cui vuole tirare avanti.
In ogni caso come scrive Arun Kumar sulla testata indipendente “The Wire”: «il ritiro delle leggi da parte del parlamento non porterà alla soddisfazione delle richieste degli agricoltori – sarebbero riportate al periodo precedente alla promulgazione delle leggi».
Queste richieste di miglioramento erano state ignorate dall’esecutivo nonostante le massicce mobilitazioni precedenti a quella di quest’anno.
Modi non ha chiesto scusa per le immani sofferenze provocate, né ha detto che cadranno le accuse giudiziarie montate pretestuosamente contro i kisans.
Le dinamiche politiche innestate in questa lotta hanno radicalmente cambiato il volto del Paese, nonostante la feroce repressione statale e la violenza para-fascista dei nazionalisti indù al governo.
Come ha scritto a febbraio P. Sainath, il decano dei giornalisti d’inchiesta indiani e profondo conoscitore della realtà contadina: «ogni tentativo di intimidazione verso la protesta ha avuto come effetto l’accrescimento del numero dei manifestanti. Ogni azione mirata a screditare la protesta d parte dei media asserviti ha ottenuto l’effetto opposto. La cosa più spaventosa è che tutto questo non impedirà al governo di intensificare gli sforzi, che diventeranno più autoritari, fisici e brutali». Cosa che il governo ha fatto.
Giova ricordare che l’attuale esecutivo ha come partito perno della sua maggioranza una formazione nazionalista indù che è il braccio politico di un movimento organizzato para-militare fortemente influenzato sin dalla sua nascita dal nazi-fascismo (RSS), responsabile anche negli ultimi anni di pogrom nei confronti delle minoranze cristiane e mussulmane e di una feroce repressione squadrista nei confronti dei contadini e di chi li sosteneva.
Le parole di un contadino di 70 anni del Punjab, Sardar Santokh Singh, ferito dal lancio ad altezza uomo dei lacrimogeni mentre dimostrava pacificamente il 27 novembre dell’anno scorso ed intervistato da Rural India a febbraio danno la cifra della loro determinazione: “le pallottole non ci fanno paura”.
E infatti la repressione non è bastata, nemmeno l’appoggio internazionale all’esecutivo, sostenuto nella repressione dalle piattaforme private statunitensi della comunicazione digitale.
Il governo alla fine ha dovuto capitolare.
Per quanto l’attuale sistema agricolo indiano sia deficitario, e sia stato gradualmente trasformato dalle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni, ha assicurato il raggiungimento dell’autonomia alimentare all’India dopo l’indipendenza ed è basato sulla produzione ad un prezzo concordato con l’autorità pubblica di alcune derrate alimentari e la loro vendita allo Stato, con un sistema di piccoli intermediari.
È assicurata una parziale redistribuzione alimentare che garantisce alla popolazione di non morire di fame in un contesto di generale impoverimento e di malnutrizione.
Un quadro quindi notevolmente migliorabile, come chiedono i contadini da anni, ma non “smantellabile”.
I provvedimenti legislativi contestati dagli agricoltori erano stati introdotti lo scorso settembre, senza una vera discussione parlamentare, per poi essere “sospesi” per 18 mesi a gennaio di quest’anno dalla Corte Suprema, a seguito della lotta, con una commissione incaricata di trovare un impossibile compromesso tra gli attori in campo.
Il governo prendeva tempo, volendo giungere ad una riformulazione del pacchetto ma non al suo ritiro; i contadini ne chiedevano la cancellazione.
Hanno vinto i contadini che hanno pagato un prezzo altissimo in termini repressivi: circa 700 di loro sono morti, 200 per ipotermia, nei primi mesi della lotta, passati negli accampamenti attorno alla capitale.
Tali leggi avrebbero stravolto l’agricoltura indiana, principale fonte di sostentamento per circa il 60% della popolazione, praticata per più dell’80% da piccoli proprietari terrieri che posseggono solo qualche ettaro di terra.
Una porzione dell’economia che determina circa il 15% del Pil indiano e su cui volevano mettere mano in particolare due grandi gruppi che sono tra i principali sponsor del partito di maggioranza, il BJP, ed il capitale multinazionale.
I bastioni della protesta sono stati principalmente il Punjab e l’Haryana – il 3% del territorio totale dell’India, in cui vengono prodotti circa metà del riso e del mais dell’intera nazione – ma anche l’Uttar Pradesh.
«Le proteste sono diventate visibili a livello nazionale solo alla fine di novembre», ha scritto la ricercatrice Ravinder Kaur nei primi mesi dell’anno, «quando i sindacati contadini hanno dato l’ordine di marciare sulla capitale. “Chalo Delhi” (“andiamo a Delhi”)».
Questo è stato il giorno del più grande sciopero generale della storia dell’umanità, in cui il movimento operaio organizzato indiano ha protestato contro le riforme del lavoro neo-liberiste del governo.
I contadini indiani si sono infatti accampati a fine novembre scorso ai confini della capitale e martedì 26 gennaio di quest’anno sono entrati a Nuova Dehli per la prevista giornata di protesta Farmers Public Day Parade.
I dispositivi securitari non avevano potuto impedire alla marea umana dei 200 mila contadini accampati alla periferia della città di entrare nella capitale con trattori, pick-up e vetture attraverso le tre arterie principali.
Il 6 febbraio l’asse della protesta si era spostato dalla capitale, di fatto militarizzata come se si trattasse di una zona di guerra, a quasi tutte le regioni, non solo quelle più coinvolte, con le maggiori arterie statali bloccate da contadini e solidali durante il Chakka jam.
E la settimana successiva, il 18 febbraio, la protesta si era spostata sui binari con il blocco dei treni, rail roko – promosso unitariamente – mentre la settimana seguente si era svolto un rally nel Punjab che aveva visto la partecipazione di più di 100 mila persone.
Impossibile dare conto in poche righe delle forme di sviluppo di questa storica lotta, ma forse uno dei momenti più significativi – ignorato bellamente dal femminismo mainstream – è stata la mobilitazione dell’8 marzo.
Come ha scritto Pritam Singh riferendosi alla lotta dei farmers indiani: «nessun movimento nella storia indiana – incluso il movimento per l’indipendenza dal dominio britannico – ha avuto questo grado di partecipazione femminile».
Un fatto epocale, quindi.
Per tornare alle reazioni dei dirigenti contadini, alla notizia del cedimento di Modi, questi hanno salutato positivamente il fatto, ma hanno anche comunicato che non smobiliteranno fino a che le leggi non verranno completamente cancellate.
La vittoria dei contadini, salutata con soddisfazione dalle varie formazioni marxiste presenti nel paese, è una tappa fondamentale della parabola discendente del governo indiano, uno dei principali alleati statunitensi nella regione nella politica di “contenimento” anti-cinese.
Come ha scritto Brinda Karat, membro del Politburo del Partito Comunista Indiano (Marxista) – CPI(M) – «Le classi lavoratrici indiane, i kisans ed i lavoratori hanno mostrato con il loro coraggio che la dittatura non funziona, che la dittatura può essere sconfitta.
La vittoria del movimento contadino ha implicazioni più ampie e porterà fiducia a tutti coloro che si muovono nella parte della giustizia e dei valori della democrazia e del secolarismo scolpiti nella nostra costituzione».
Fonte
22/03/2021
Commissione Agricoltura, l’inizio del governo Draghi è dei peggiori!
Anni di lavoro e dibattiti annullati in 10 minuti!
Il mondo contadino sa benissimo come le posizioni di alcuni decisori politici difficilmente potranno essere conciliate con gli interessi dei produttori locali.
Crocevia chiama le associazioni impegnate nella campagna per una legge sull’agricoltura contadina e tutte le associazioni ambientaliste e dei consumatori ad una assemblea online per decidere insieme come reagire a questo evidente passo indietro!
Ma per dare maggiori informazioni su un argomento normalmente nascosto all’opinione pubblica, vogliamo ripresentare una LETTERA APERTA che le associazioni facenti parte la Campagna per una legge per l’agricoltura contadina hanno pubblicato il 2 febbraio 2021, quando non era all’ordine del giorno un repentino cambiamento della situazione politica.
Lettera aperta ai contadini e alle contadine d'Italia
Siamo contadini e contadine a sostegno della Campagna popolare per l’agricoltura contadina, vi scriviamo perché, sia noi che voi, intendiamo la vita contadina non solo come un’attività economica ma come uno stile di vita, con la dignità umana che ciò comporta. Ed è una scelta di vita, perché oggi fare agricoltura come noi la intendiamo e non secondo un modello agroindustriale non può essere che una scelta, perché, altrimenti, tutto ci spingerebbe a cercarci un altro modo per avere un reddito da lavoro.
Tutti insieme condividiamo questo modo di coltivare e/o di allevare gli animali: un modo rispettoso, sostenibile, equilibrato, lungimirante di produrre cibo ed interagire con gli ecosistemi; un’agricoltura basata sul lavoro competente anziché sul capitale, sulla manualità attenta più che sulla meccanizzazione, sulla pluricoltura e la diversificazione e non sulle monocolture, sul mantenimento della salute del suolo e non sulla chimica di sintesi; un’agricoltura più lenta, forse, a dar profitti, ma che ha un futuro e che permette a tutti e tutte di averlo.
E con la quale l’azienda che lavora ha anch’essa un futuro, perché si regge in gran parte sulle proprie gambe: vi siete mai chiesti quanto è sano e sicuro per le attività di cui viviamo dipendere completamente dai sostegni della PAC, dal valore che grossisti e grande distribuzione impongono ai nostri prodotti, dalla volatilità dei prezzi sui mercati globalizzati sottoposti alle speculazioni finanziarie?
Sappiamo che la PAC basata sulla superficie aziendale è un premio alla proprietà fondiaria, un incentivo al suo accentramento alla sua concentrazione (sappiamo benissimo come la maggior parte dei contributi PAC vanno ad una piccola minoranza delle aziende italiane mentre i piccoli produttori devono accontentarsi di poco più di mille euro l’anno).
Il modello agricolo contadino si fonda sull’autonomia aziendale, sulla propria capacità di autogestire il più possibile integralmente il proprio ciclo produttivo, dalle risorse di base alla vendita al consumatore finale: è grazie a questo che i contadini, storicamente, hanno sempre saputo resistere alle avversità contingenti dovute alle più varie ragioni; ed è per questo che sono sempre stati attori fondamentali nella cura dei territori in cui vivono, così come portatori delle tradizioni e delle identità locali, di ciò che di un luogo fa quel particolare luogo e non uno spazio qualsiasi, spremibile a piacimento da parte di qualsiasi multinazionale, ma anche delle innovazioni necessarie ad adattare le nostre aziende al clima che cambia, alla società che cambia. Se siete contadini e contadine come noi sapete molto bene quanto sia vitale questa autonomia e quanta importanza abbia, perché essa sia possibile, la capacità di trasformare direttamente e vendere direttamente al consumatore finale i propri prodotti.
Ma anno dopo anno questa parte del nostro lavoro ci è stata resa impossibile, sostanzialmente illegale, a causa di normative concepite a misura delle industrie agroalimentari di grandi dimensioni.
Ma quando le stesse normative si fanno modello unico e vengono imposte anche a noi piccoli produttori, a chi trasforma in azienda il solo proprio prodotto aziendale, lo autoconsuma o lo vende direttamente a chi lo consumerà, e magari solo in ambito locale, come si fa a non vedere che le condizioni di produzione e lavoro sono diverse? E che quindi meritano normative specifiche e distinte?
Per resistere, molti di noi, obbligati ad investimenti gravosi, sono costretti a tirare avanti sottovalorizzando il proprio lavoro o mantenendosi in stato di semi-illegalità, o perfino ad abbandonare le proprie aziende. Ed insieme a ciò ci sono molte altre questioni per le quali le normative attualmente vigenti ed il modo in cui i regolamenti europei vengono oggi interpretati in Italia ci mettono ai margini del mondo dell’agricoltura, di quello che veramente è il nostro mondo, nel quale noi siamo l’enorme maggioranza, le più piccole delle nostre aziende, quelle che non riescono neanche a remunerare un addetto a tempo pieno, da sole producono circa un terzo del valore totale dell’agricoltura italiana.
C’è, tra le altre, la questione del riconoscimento di diritti collettivi sulle sementi autoprodotte, il loro libero scambio e la loro libera vendita tra contadini; quella della libertà dello scambio del lavoro amicale tra contadini; il ripristino del diritto a fare i lavori edili in economia sui propri edifici rurali; un regime specifico in materia fiscale e previdenziale; regole ad hoc sull’ospitalità e la ristorazione rurale; c’è tutto il tema enorme del recupero dei terreni abbandonati; quello delle aree interne che andrebbero ripopolate e quello ancor più urgente del ruolo fondamentale che una presenza diffusa, capillare, di aziende contadine sui territori, anche montani, collinari, marginali, spopolati, potrebbe avere nella manutenzione a fini di sicurezza idrogeologica nel nostro Paese; un contributo che nessuna politica pubblica potrebbe mai dare meglio di chi su quegli stessi territori ci vive e ci lavora.
Per tutte queste ragioni occorre che lo Stato italiano ci riconosca per quelli che siamo: contadini! E non genericamente agricoltori o imprenditori agricoli. Siamo portatori di un modello di agricoltura, di interazione produttiva con l’ambiente e gli ecosistemi che va riconosciuto giuridicamente nella sua specificità! E questo vale per i contadini di tutto il mondo, come sostiene anche la FAO e come riconosciuto dalla Dichiarazione ONU sui Diritti dei Contadini.
Da alcuni anni sono state presentate in Parlamento proposte di legge sull’agricoltura contadina. Partite dal basso e con il confronto nella società civile, sono state supportate da diversi parlamentari. Noi puntiamo all’approvazione di una legge quadro nazionale che riconosca e regolamenti in modo adeguato l’agricoltura contadina come modello agricolo specifico distinto, nella sua interezza e complessità, dalle altre forme di agricoltura; crediamo che sia ormai una questione di giustizia, di pluralismo, di democrazia e perfino quasi di sopravvivenza per quella che da sempre è l’attività basilare su cui ogni umanità ha potuto e può vivere. Ora siamo giunti ad un punto importante del percorso parlamentare, poiché siamo ad un passo dalla sua approvazione alla Camera dei Deputati.
Nonostante ciò, assistiamo a continui rimandi e al tentativo di alcune forze politiche di stravolgere la natura delle proposte presentate rischiando di ridurle a mera operazione d’immagine. Non dobbiamo permetterlo! E non possiamo permettere che le lungaggini burocratiche portino l’iter per l’approvazione della legge oltre il termine della Legislatura, costringendo poi a ripartire daccapo.
Chiediamo a tutti i contadini e contadine delle Associazioni aderenti alla Campagna popolare per l’agricoltura contadina, a tutte le altre realtà in cui sono presenti contadini, ai cittadini e alla società civile, di reindirizzare questa lettera, anche con articoli su mezzi di stampa, di dare diffusione a quanto vi abbiamo raccontato, per estendere l’informazione e prendere posizione tutti insieme per una legge che riconosca in modo specifico la figura contadina e le sue attività.
SÌ a una legge quadro nazionale che riconosca e regolamenti in modo adeguato l’agricoltura contadina!
NO a ulteriori rimandi nella sua approvazione!
NO a emendamenti che stravolgano le proposte contadine!
Campagna Popolare per una legge che riconosca l’Agricoltura Contadina. Per approfondire leggi QUI.
Fonte
27/12/2020
Il contadino invisibile e la strenna di Natale della Signora Ministro Bellanova
Certo!”
(a.o. dicembre 2020)
Con l’attuale ministro questa definizione perde di valore. Le sue dichiarazioni e, peggio, gli atti amministrativi che propone sembra proprio che abbiano lo scopo di rendere visibili gli invisibili. Di andarli a cercare per colpirli.
Nel peggiore dei modi, impedendo loro di mantenere quel poco di autonomia e dignità che sono riusciti a conservare nel corso dell’ultimo mezzo secolo, frutto di battaglie spesso silenziose, “invisibili” ai più, solitarie o collettive, con qualche raro supporto della politica, più eccezioni che giustificano la regola, dovute all’intelligenza e sensibilità di alcuni politici, nel Parlamento o fuori.
Possiamo prendere alcuni degli ultimissimi atti del MIPAF, come la convenzione tra AGEA e le organizzazioni professionali agricole o i 4 decreti legge sparati in rapidità e silenziosamente in Parlamento per stravolgere le leggi nazionali ed europee che regolano il mercato delle sementi.
È tempo di semina, il tempo – dopo le piogge – permette di tornare nei campi. Cominceremo, quindi, dalle sementi. Dati alla mano, quelli che è possibile trovare, ci mostrano un mercato globale dominato da 6 imprese multinazionali, la prima con un giro d’affari di oltre 12 miliardi di dollari, la sesta con un più modesto valore di 1,4 miliardi di dollari.
Poi c’è un gruppo più numeroso di imprese che viaggiano tra il miliardo di dollari ed i 100 milioni di dollari. Quelle più piccole non contano un granché, comunque, sotto i 10 milioni di dollari non vengono neanche censite nei dati globali.
In Italia, nel settore delle sementi agricole e orticole, le microimprese rappresentano più della metà del numero totale di aziende sementiere (53%); un terzo sono piccole; 12% media e 1,5% grande. Nel settore dei materiali di moltiplicazione della frutta e della vite, quasi tutte le aziende sono microimprese. Il volume d’affari TOTALE è di circa 700 milioni, che non è poco per il paese.
Può una qualche impresa italiana pensare di competere con i monopoli globali? No di certo, se vuole competere sullo stesso spazio di mercato immaginando di immettere sul mercato varietà frutto di genoma editing tanto innovative da essere competitive.
Al contrario avrebbe senso, anche in termini industriali, lavorare sulle specificità agro-ecologiche dei nostri territori, specializzarsi in un mercato molto segmentato e specialistico di varietà legate alle DOP e IGP o alle esigenze di industrie agroalimentari di qualità. Usando il “GMO free” come una barriera “non tariffaria”.
In effetti “experts have described the emergence of biotechnologies as the key driver of the consolidation process that has taken place in the global seed industry”.[1] Detto diversamente, più un’industria dipende dalla vendita di sementi OGM, vecchi o nuovi, e più entra in un processo di concentrazione.
I piccoli sementieri, quindi, sono destinati ad essere facili prede, anche quelli più grandi nel mercato nazionale, sotto a 100 milioni di dollari di fatturato.[2]
I dati generali ci danno ragione. La contesa sul mercato nazionale rischia di cancellare i piccoli per far spazio prima a monopolisti nazionali e poi, inesorabilmente, a quelli multinazionali perchè “France, Germany and Italy account for more than half of the EU seed and plant reproductive material market, which is the third biggest in the world”.
E allora si modifica la legislazione sementiere, nell’illusione che qualche grossa impresa sementiera nazionale possa aumentare la sua fetta di questo importante mercato, rompendo il “GMO free”.
Ma non tocca ai contadini dare consigli alle industrie. Noi dobbiamo difendere i nostri diritti.
I decreti proposti dal Ministro dell’agricoltura non ci vanno certo leggeri sulla questione dei diritti degli agricoltori sulle sementi. Già al primo articolo del decreto che riordina il settore sementiero (211) scrive “...È altresì considerata produzione a scopo di commercializzazione quella effettuata da cooperative, consorzi, associazioni, aziende agrarie e altri enti anche se al solo scopo della distribuzione ai propri associati, compartecipanti e dipendenti. Inoltre è considerata «produzione a scopo di commercializzazione» anche ogni lavorazione di prodotti sementieri, le attività di selezione di granella per reimpiego aziendale, nonché la selezione di sementi, effettuata per conto di terzi”.
Per favore, non ci vendete la storia che questo già era previsto in una legge del 1973, perché il ITPGRFA3 e la legge d’applicazione in Italia dovranno aspettare 21 anni ancora prima di entrare in vigore. Ma ora sono quasi 20 anni che è in vigore e quindi non si può violare.
Vietare la risemina del raccolto, questo è quello che prevede il DL, cioè obbligare gli agricoltori a ricomprare la semente ogni anno, per legge. Solo Suharto dittatore indonesiano, inviava i militare nei campi per controllare che i contadini non avessero riseminato il raccolto di riso.
Magari le ditte sementieri, ispiratrici della Signora Ministro, sognano di fare altrettanto? Come dicevamo, contraddice i dettami dell’ITPGRFA, ma anche le norme vigenti sui contratti di acquisto di beni. “La vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo (1470 c.c.)”.
La formulazione dell’art. 1470 cod. civ. toglie ogni dubbio: per l’art.1470 cod. civ. il venditore deve trasferire la proprietà della cosa che vende pertanto il venditore di sementi non può imporre obblighi all’uso di queste da parte del compratore, l’agricoltore, che potrà in tutta libertà disporne gli usi, compresa la risemina attraverso la selezione di granella per reimpiego aziendale.
Inoltre i contoterzisti non effettuano nessuna “selezione di sementi” – come si sostiene nel DL – ma solo operazioni di servizio presso l’azienda dell’agricoltore, operazioni di servizio che consistono in pulitura della raccolta con macchinari adeguati.
C’è qualcosa che – accettato a livello internazionale, sia dall’accademia che dall’istituzioni – è ignorato nel nostro paese. Esistono due sistemi sementieri strutturati: quello industriale, gestito dalle imprese sementiere, e quello “contadino” (ufficialmente definito come “informale”) che gestisce in modo dinamico la biodiversità in azienda adattando attraverso la coltivazione varietà e popolazioni di piante.
Il sistema sementiero contadino è di fatto separato dal sistema sementiero industriale, basato su varietà iscritte al catalogo, sulle regole UPOV (in Europa) e su un sistema giuridico incentrato sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale.
Quello contadino si basa sulla conoscenza, l’adattamento e una costruzione giuridica radicata nei diritti collettivi dei contadini che dall’inizio dell’agricoltura hanno prodotto la diversificazione di piante ed animali attraverso l’addomesticamento e l’adattamento a concreti sistemi ecologici, sociali e culturali.
I decreti proposti dal MIPAF non tengono assolutamente conto di queste due realtà distinte e intendono sottoporre tutti alle regole applicabili per il sistema sementiero industriale, riservando la vendita diretta da agricoltore ad altri agricoltori di sementi o materiali di moltiplicazione solo per le varietà, comprese quelle dette “di conservazione”, iscritte al catalogo, di fatto costringendo gli agricoltori a diventare “ditte sementiere” o a rinunciare allo scambio con altri agricoltori, pratica fondamentale per rinnovare la propria semente ed aumentarne la variabilità.
Gli agricoltori che vogliono diventare ditte sementiere ne hanno il diritto, ma la loro attività è altro da quella agricola, del coltivare raccogliere e tornare a coltivare, è semplicemente un altro mestiere.
La Signora Ministro chi ha consultato prima di redigere i decreti? Se ha consultato le organizzazioni professionali, come non vedere un conflitto di interessi tra il mandato istituzionale di queste organizzazioni di “rappresentare e difendere gli interessi degli agricoltori” ed il fatto che sono comproprietarie di industrie sementiere [4] di cui debbono promuovere e difendere lo spazio di mercato?
In tempo di “lavoro intelligente” ci dicono che anche l’agricoltura deve diventare “intelligente”, “di precisione”, deve digitalizzarsi. Soldi pubblici europei e nazionali finiranno a sostegno di queste trasformazioni.
Nessuna illusione, l’enorme parte di queste risorse andranno per l’assistenza tecnica alle aziende attraverso i CAA[5] di proprietà delle organizzazioni professionali agricole. A questi soldi si aggiungono quelli per le pratiche relative alla implementazione delle misure della PAC.
Penserete che tutto questo ben di Dio sarà gestito attraverso “la mano invisibile del mercato e le leggi sacre della concorrenza”. No! Sarà gestito in esclusività dai CAA di alcune organizzazioni professionali sulla base di una convenzione che affida ai CAA la tenuta e il controllo dei fascicoli aziendali.
Ma l’agricoltore imprenditore o il contadino lavoratore potranno accedere a queste risorse finanziarie liberamente o attraverso un professionista di loro scelta? No! Avranno l’obbligo di passare attraverso un CAA o rinunciare. Ci si iscrive, si paga e loro ti fanno accedere al tuo fascicolo aziendale.
Mi ricordo di una spiegazione che ci era stata data: “gli agricoltori farebbero confusione se accedessero direttamente al loro fascicolo aziendale”, ma lo sanno che gli agricoltori – come milioni di altri italiani – gestiscono il loro conto in banca con il telefonino? Senza fare confusione...
Ci prendono per imbecilli. Evito di citare il vecchio adagio “contadini, scarpe grosse...”, ma come non sorridere alle parole del presidente dei Caa Coldiretti Nicola Di Noia che sostiene «Una polemica ridicola e offensiva. Noi lavoriamo per il bene dell’agricoltura italiana e ci mettiamo la faccia tutti i giorni, anche andando contro interessi molto grandi».
E continua “i Caa Coldiretti sono Srl che seguono le indicazioni del ministero e svolgono funzioni pubbliche delegate. Poi che quasi tutti gli agricoltori che vengono da noi decidano di associarsi è un altro discorso...”.
Ecco il punto: ci si associa per avere accesso alle risorse pubbliche messe a disposizioni dell’agricoltura? Ma questo meccanismo non inficia rappresentanza e rappresentatività? Non c’è nessuna sorpresa nell’intervento della Signora Ministro che quando non sa come rispondere, se la prende con Bruxelles, come Salvini.
Infatti, ci dice la stampa “La ministra Bellanova ha risposto a un’interrogazione parlamentare dicendo sostanzialmente che è l’Europa ad aver chiesto di modificare i rapporti con i Caa. Agronomi, periti e agrotecnici sostengono il contrario. E minacciano di rivolgersi a Bruxelles per far valere le loro ragioni”.
Sarà vero che Bruxelles chiede di appaltare con convenzioni di esclusività l’accesso alle risorse pubbliche? Magari è la stessa scusa adottata dal MIPAF per stravolgere la legge sementiera nazionale mentre, in realtà, “Bruxelles” si è data un anno di studio poi un lavoro durante il 2021 per scrivere una bozza del nuovo regolamento “sementi” e quindi approvazione in parlamento e via di seguito. Quindi, al momento non c’è nessuna norma comunitaria a cui adeguarsi.
Tornando ai CAA, si sostiene che il patto con il cartello delle organizzazioni professionali “ridurrà la burocrazia”. Sarà, ma non era più semplice garantire l’accesso diretto al fascicolo aziendale e, per l’assistenza, lasciare la scelta all’agricoltore, che avesse deciso di farsi assistere, di rivolgersi ad un professionista di sua fiducia o ad uno dei tanti CAA non necessariamente legato alle organizzazioni professionali?
S’è fatto giorno, anche se è vigilia di festa, animali e semina non aspettano. E, a conferma della passione per questo mestiere, mi verrebbe da dire “meglio un contadino oggi che un deserto domani”. Buone feste e non ce ne voglia Signora ministro, in fondo noi contadini siamo quelli che producono almeno il 70% (FAO) di quello che finisce sulle tavole degli italiani, anche la sua.
Note:
1) https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/note/join/2013/513994/IPOL-AGRI_NT(2013)513994_EN.pdf
2 SIS: “Il bilancio 2018 ha chiuso con un fatturato vicino ai 45 milioni di euro” . In https://adhoccommunication.it/wp-content/uploads/2019/05/CS-SIS-SISemina2019.pdf . Fondata nel 1947, S.I.S, Società Italiana Sementi, oggi parte del gruppo agroindustriale B.F. Spa, rappresenta la prima azienda del settore sementiero a capitale 100% italiano. Grazie alla qualità e alla professionalità sviluppata da SIS nei suoi 70 anni di storia, l’azienda ha consolidato la propria leadership raggiungendo un fatturato di circa 45 milioni di euro con un ebitda e quote di mercato oltre il 20% per il grano tenero, nel grano duro supera il 30% e del 20% per il riso.
3 ITPGRFA – TRATTATO INTERNAZIONALE SULLE RISORSE FITOGENETICHE PER L’ALIMENTAZIONE E L’AGRICOLTURA
4 SIS: idem
5 I CAA sono dei soggetti privati ai quali AGEA delega i compiti di istruttoria dei fascicoli aziendali delle imprese agricole; i CAA, previo mandato scritto del titolare dell’azienda, predispongono, validano ed inviano agli organismi pagatori, le istanze di erogazione degli incentivi, premi e indennità. (AGEA)
Fonte
10/08/2020
Come funziona la lotta alla povertà nella Cina di Xi Jinping
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| Contea di Xing, provincia dello Shanxi, luglio 2020. (Gabriele Battaglia) |
Liu Jun non ha i denti davanti a parte i due canini, il che lo fa sembrare un simpatico vampiretto dalla fronte alta. Un Dracula triste, che lavora sei giorni a settimana sottoterra, in una miniera di carbone. Lavoro infame e massacrante: con moglie e due figli, lui non arriva a 5000 yuan al mese, poco più di 600 euro.
Mi racconta che vorrebbe aprire un negozio, uno qualsiasi, probabilmente il sogno condiviso dal 90% del proletariato cinese: ci provi con i telefoni, se va male passi a grappa e sigarette. Lui però non ha il capitale e il guanxi, la rete relazionale. Ed è forse anche per procacciarsi queste due cose che Liu Jun è qui, a mangiare e sbronzarsi nel retrobottega di un negozio che vende repliche militari di ogni tipo: uniformi che somigliano a quelle dell’Esercito popolare di liberazione, bottiglie di baijiu (acquavite) a forma di granata, modellini di carrarmato e poi l’articolo all’ultimo grido: la mascherina anticovid della polizia cinese con elastico regolabile dietro alle orecchie, blu scura con la scritta jingcha (polizia) sul filtro dell’aria e police – l’equivalente in inglese – su un bordo.
Sarà originale, sarà una replica? Chi lo sa, in fondo è un poliziotto anche il titolare di questo negozio che si chiama Xin Shidai Huwai, “Attività all’aperto per la nuova era”. Un nome azzeccato, perché echeggia il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, il nome che viene dato alla filosofia politica del presidente cinese. Quanto alle attività all’aperto, il negozio organizza campi paramilitari per bambini, cavalcando l’onda patriottica. La moglie del poliziotto mi mostra orgogliosa le foto dei campi: c’è lei in mimetica che urla alla truppa, c’è qualche pargolo in mimetica che piange a dirotto. Mi spiega che piangono perché non vogliono andarsene dopo la settimana d’addestramento.
Qui, in questo retrobottega dove si mangia e si beve, sono tutti ex commilitoni, tutti ardenti nazionalisti che nel loro profilo WeChat, l’applicazione per lo scambio di messaggi più diffusa nel paese, hanno immancabilmente la bandiera cinese in bella mostra. E forse Liu Jun potrà trovare nella combriccola anche chi lo può aiutare a emergere dalle viscere della terra.
Terra gialla
Siamo nella contea di Xing, una delle dieci più povere dell’intero paese, nella provincia dello Shanxi, lungo il corso del fiume Giallo. Questa zona, tradizionalmente legata al carbone e alle attività contadine, è il cuore della civiltà cinese. Nelle strade secondarie che la percorrono un tempo passavano centinaia di camion carichi di combustibili fossili. Le strade sono piene di buche anche oggi. Un tempo si diceva che fossero i contadini a scavarle: il camion ballonzolava, il carbone cadeva dal cassone e loro erano pronti ad arraffarlo per riscaldare le proprie case.
Intorno al capoluogo Xing si estendono le colline di loess, la terra gialla, dove fino a pochi anni fa la gente viveva ancora negli yaodong, le grotte scavate nella roccia. Se ne vedono ancora parecchi, ma la popolazione ormai vive in case di pietra e calce anche nei villaggi. Ovunque, in questa Cina profonda e contadina, compaiono sui muri slogan inequivocabili: “Una precisa assistenza ai poveri che non lasci indietro nessuno”.
Negli ultimi quarant’anni la Cina è riuscita a far superare la soglia di povertà estrema a 850 milioni di persone. È stata un’opera immane, un risultato mai visto nella storia dell’umanità, su cui si fonda una buona fetta di legittimità del Partito comunista. Per povertà estrema oggi s’intende un reddito annuo inferiore ai 3.218 yuan. Con il cambio attuale sono circa 1 euro e 10 centesimi al giorno. Molto meno di quanto prende il nostro amico Liu Jun, il minatore. Sono i contadini quelli che se la passano peggio.
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| Il fiume Giallo, contea di Xing, luglio 2020. (Gabriele Battaglia) |
Entro la fine del 2020 Pechino vuole terminare l’opera, emancipando cinque milioni e mezzo di cinesi che sono ancora sotto la soglia della povertà, soprattutto nelle zone rurali, come la contea di Xing. Nonostante la contrazione economica dovuta al nuovo coronavirus, le autorità hanno riconfermato questo obiettivo.
“Qui, fino all’anno scorso, la soglia di povertà era stabilita intorno ai 3.600 yuan, adesso l’abbiamo elevata a 5000, segno che le cose pian piano migliorano”. A parlare è Zhang Zhiwei, un altro dei convitati nel retrobottega e soprattutto il segretario dell’associazione volontari della contea, un’organizzazione del Partito che si occupa proprio di lotta alla povertà nei villaggi. È un giovane riflessivo, dallo sguardo profondo. Gli altri parlano di lui come del “futuro segretario del partito” nella contea di Xing. “Più del reddito pro capite, sono importanti le condizioni di vita: mangiare e vestirsi, quelle che noi chiamiamo le due necessità. Poi ci sono le tre garanzie: alloggio, assistenza medica e istruzione”, spiega.
Dalla presa di potere dei comunisti nel 1949, gli elenchi puntati servono a far comprendere lungo tutti i livelli dell’apparato statale quali siano gli obiettivi da perseguire. Le due necessità e le tre garanzie rientrano perfettamente in questa tradizione, che serve a mobilitare le masse. Lo studioso cinese Li Zhiyu nella raccolta Afterlives of chinese communism scrive che “la mobilitazione (dongyuan) è un concetto fondamentale nella politica cinese contemporanea. Indica l’uso di un sistema ideologico per incoraggiare, o costringere, i membri della società a partecipare a determinati obiettivi politici, economici o sociali”.
La lotta alla povertà e la lotta al virus sono i due esempi più recenti di mobilitazione. Questo mostra a cosa serve questo approccio: ad affrontare emergenze (la pandemia) o priorità politiche (la lotta alla povertà), situazioni comunque eccezionali. L’eccezionalità della crisi sanitaria a Wuhan e poi nel resto della Cina ha richiesto uno sforzo collettivo gestito dal partito; e un’analoga eccezionalità richiede la riduzione della povertà. Anzi, la seconda mobilitazione viene da più lontano. I quadri del partito sono la prima linea di questo sforzo collettivo. Il giovane Zhang Zhiwei è uno di loro.
“Nella riduzione della povertà intervengono funzionari di contea, gruppi di lavoro e segretari di villaggio”, spiega Zhang. “Nei villaggi ci sono quadri che sono specificamente responsabili del programma, che pianificano le misure con la sezione locale del partito. Si convocano assemblee dei residenti e si decide come migliorare l’ambiente o l’economia, per esempio piantando alberi. Quest’anno i contadini ne hanno piantati tantissimi e sono stati pagati a giornata, 120 o 150 renminbi presi dai fondi collettivi del villaggio”. Nelle campagne oggi l’imperativo è quello di preservare l’ambiente mentre si rincorre lo sviluppo. “C’è il famoso detto del presidente Xi Jinping: acqua limpida e montagne verdi valgono come oro e argento”, aggiunge.
Birra e spiedini di pecora
Andiamo in uno di questi villaggi delle campagne di Xing. A farci da guida è Xiao Ma, incontrato per caso la sera prima mentre mangiava in compagnia seduto a una bancarella. In questa Cina lontana da tutto nessuno applica il distanziamento sociale e nessuno usa la mascherina. “Zero casi, qui da noi”, proclamano orgogliosi. Siamo poveri, almeno abbiamo scampato la pestilenza, pensano.
Xiao Ma è un personaggio che esemplifica la sovrapposizione tra diverse Cine, fatte di mondi ed epoche diverse. È una specie di celebrità su Kuaishou (“Mano lesta”), l’app per condividere video che nella Cina profonda fa concorrenza a Douyin, quella conosciuta nel resto del mondo come TikTok. Sono milioni i cinesi che diffondono video auto prodotti in cui “fanno cose”: cantano, ballano o mangiano robe improbabili, anche metallo. Lui ha carattere, è simpatico, ha la parlantina e molti follower, così promuove anche il ristorantino che ha rilevato da poco: birra e spiedini di pecora.
Sua madre vive in un villaggio sulle colline, in una casetta di pietra dall’ingresso ad arco, che sembra un vecchio yaodong, con una corte all’esterno e un solo ambiente abitativo. Sul muro di fondo, sopra il kang (il letto contadino), svetta un grande poster da cui il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang salutano sorridenti, con una scritta rossa in epigrafe: “Nuova era, nuovo viaggio, nuovo capitolo”. C’è un altro ritratto di Xi, ma la signora evidentemente non aveva più spazio e l’ha appeso dietro alla porta, con una scopa di sterpaglia che penzola di fronte al naso del presidente. “Sono venuti gli ispettori, ci hanno fatto delle domande e hanno detto che siamo usciti dalla povertà”, racconta la donna. “Qui o coltiviamo la terra o di solito andiamo a lavorare fuori”.
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| Nel poster, da sinistra, il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang. Sopra, la scritta: “Nuova era, nuovo viaggio, nuovo capitolo”. (Gabriele Battaglia) |
Gliel’hanno detto, ai contadini, che sono usciti dalla povertà. Ma non è che la loro vita sia cambiata molto. Gli abitanti del villaggio sono quasi esclusivamente anziani e portano incisa sul corpo tutta la fatica dell’esistenza. Rughe, ma non solo. Alcuni sono storpi, altri soffrono di demenza. Una corte dei miracoli medievale nella superpotenza cinese. Xiao Ma distribuisce sigarette a un gruppetto con cui ci intratteniamo.
“Quest’anno c’è stata la siccità”, raccontano, “non cresce neppure l’erba, figuriamoci il granturco. L’acqua basta appena per bere e cucinare. Le politiche del governo sono anche buone, ma quando arrivano qui da noi qualcosa non va”. Per loro il problema è soprattutto la corruzione dei funzionari. Su un muro del villaggio è dipinta una grande mano che piove dal cielo – per noi sarebbe dio, per loro il partito – che agguanta un furfante in fuga con un sacchetto pieno di soldi.
In occidente è difficile capire che la campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping al suo insediamento, nel 2013, non è solo un regolamento di conti interno. Per questa gente è giustizia applicata, restituzione del maltolto, speranza. E grazie a essa il sistema ha recuperato credibilità. È questo il motivo per cui Xi Jinping ha consenso in Cina. “Ai tempi di Mao non osavano farsi corrompere”, commenta un vecchio contadino. “Venivano subito puniti”.
Zhang Zhiwei ha una sua idea sulla corruzione: “C’è già dai livelli più bassi”, spiega. “La gente fa regali anche per ottenere quello che già le spetta. Regali cinque chili di carne al funzionario e lui non sa che fare perché sbaglierebbe comunque, che li accetti o no. Va così, salendo di livello in livello. I cinesi sono molto legati alle relazioni interpersonali”.
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| Contea di Xing, luglio 2020. (Gabriele Battaglia) |
Sono gli stessi funzionari a elevare lo status delle famiglie più povere. Fuori dai villaggi ci sono grandi lavagne che riportano i nomi dei nuclei familiari che vivono sotto la soglia di povertà, con di fianco la data prevista per la loro promozione; nella terza colonna, il nome del funzionario responsabile. Dalla buona riuscita della cosa dipende la carriera del funzionario.
“Non c’è nessuno al mondo così sotto pressione come un funzionario locale cinese”, spiega Wang Hui, intellettuale della nuova sinistra cinese, professore di lingua e letteratura cinese all’università Tsinghua di Pechino. In alcuni “villaggi poveri” i funzionari visitano di continuo le famiglie certificate come indigenti, si interessano, chiedono cosa sia meglio fare per migliorare la loro condizione, insistono per offrire un lavoro al capofamiglia o un’opportunità ai figli. “I vicini di casa magari hanno un reddito di poco superiore”, mi spiega un giornalista cinese che preferisce restare anonimo, “ma stanno sopra la soglia di povertà estrema e quindi nessuno si occupa di loro”.
Zhang Zhiwei è convinto che si stia lavorando bene: “Se uno di questi contadini pensa di coltivare il miglio, fa una richiesta al governo e gli vengono fornite sementi per un tipo di miglio organico, di qualità, ad alta resa. In questo modo potrà anche guadagnare di più. Ma non consideriamo solo il reddito, bensì la qualità della vita. Fino a qualche anno fa, nei villaggi vedevi spazzatura dappertutto, adesso anche l’acqua dei canali è pulita. Prima erano praticamente delle fogne. Anche la vita nel tempo libero è migliorata, ci sono nuovi giardini, spazi pedonali dove la gente può trovarsi a ballare”. Una volta migliorato il tenore di vita dei contadini, si continua il monitoraggio per due anni.
Scuole senza bambini
In Cina la lotta alla povertà estrema si sovrappone ad altre politiche che riguardano il mondo contadino, condensate nella formula “costruire un contado socialista”. L’idea è quella di ridurre il gap tra città e campagna facendo investimenti mirati nei villaggi.
Secondo Kristen E. Looney, autrice di Mobilizing for development, uno studio sulla modernizzazione in tutta l’Asia rurale, la Cina ha una grande capacità di mobilitazione, ma una bassa capacità di controllarla, cioè di monitorare i funzionari, il che è un retaggio della decentralizzazione messa in atto negli anni '80 e '90 per scatenare le forze produttive. I governi locali spesso ricorrono alla vendita di terre ai costruttori come metodo più semplice per rimpinguare le casse, oppure si lanciano in progetti infrastrutturali inutili. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 le politiche hanno incoraggiato la speculazione immobiliare. All’inizio doveva essere una politica degli alloggi mirata per i contadini, poi è diventata un costruire fine a e stesso.
Fa effetto vedere come in tutti i villaggi della contea ci sia una scuola sempre senza bambini, dato che sono rimasti solo i vecchi. “I bambini sono meno, perché ai tempi ogni famiglia poteva avere tre o quattro figli, adesso al massimo due”, spiega Zhang. Ma c’è una seconda ragione ancora più importante, il fatto che la gente dà molta più importanza all’istruzione. Quindi quelli del villaggio cercano di mandare i figli a studiare nella contea, quelli della contea in città, quelli della città nel capoluogo e quelli del capoluogo all’estero.
La scuola di uno villaggi che visitiamo è vuota e cadente. “Probabilmente è stata ristrutturata dopo il terremoto del Sichuan”, continua Zhang. Quando nel 2008 il sisma provocò più di novantamila morti, distruggendo almeno 15 milioni di edifici, in Cina scoppiò la polemica sulle cosiddette “case di tofu”. La sensibilità dei cinesi fu particolarmente scossa dalla strage di bambini, dovuta al crollo di almeno settemila scuole. Cominciò così una politica nazionale, con investimenti cospicui per la ristrutturazione o la ricostruzione degli edifici scolastici: investimenti anche dove probabilmente non ce n’era bisogno.
“Prima anch’io pensavo fosse uno spreco”, continua Zhang Zhiwei, “adesso credo che comunque questi edifici rimessi a posto possano essere usati in qualche modo. Il governo del villaggio può decidere di riadattarli per attività sociali o piccole biblioteche”.
La visione del governo cinese è quella di trasformare l’agricoltura di piccola scala in una vasta agricoltura industriale a produttività maggiore, trainata dalle cosiddette “imprese dalla testa di drago” (longtou qiye), conglomerati alimentari dove esperti agronomi si sostituiranno ai contadini per produrre il necessario a sfamare il crescente ceto medio e per rendere la Cina sempre più autonoma dal punto di vista alimentare, al riparo dalle congiunture globali. In prospettiva, i contadini dovrebbero trasferirsi in nuove “città sostenibili”. Urbanizzazione, efficienza produttiva, politiche del lavoro, lotta alla povertà: è evidente la sovrapposizione delle diverse agende in questa Cina governata dalle esigenze dello sviluppo. Pechino deve incastrare tutto ed esercitare anche un controllo su come le politiche vengono messe in pratica a livello locale.
Uno dei problemi è che spostare la popolazione in città o in nuovi palazzoni assurdi in mezzo al nulla non basta a rendere queste persone più ricche, quindi c’è una fetta sempre più ampia di persone che dipende esclusivamente dallo stato sociale. Sono soprattutto anziani, contadini, sono loro i cinque milioni e mezzo ancora sotto il livello di povertà o comunque costantemente a rischio di tornarci. Come quelli sparsi nelle campagne di Xing.
Zhang Zhiwei riconosce che tra questa gente si è diffusa una cultura assistenzialista. C’è perfino chi non vuole superare la soglia di povertà, perché così arrivano gli aiuti. “Questa mentalità deriva dall’abitudine a ricevere merce o denaro”, spiega. “In realtà, la riduzione della povertà non è questo. Quelle sono misure provvisorie, è importante sostenersi autonomamente, sviluppare attività produttive”. Dura la vita del funzionario di provincia, chiamato a emancipare il popolo dalla povertà.
Una donna ci fa entrare nella sua abitazione, dove ha riempito una stanza di letti a castello, trasformandola in un dormitorio che affitta agli operai della vicina autostrada. Si lamenta perché la casa è pericolante e indica un muro che si sta sgretolando. “Se si pensa che un edificio sia pericolante, si fa richiesta d’ispezione”, sospira Zhang.
“Per uscire dalla povertà non aspettare l’aiuto del cielo; per arricchirsi, bisogna essere intraprendenti”, avverte uno slogan scritto a grandi caratteri su un muro del villaggio.
Aiutati, che il ciel t’aiuta.
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