di Camillo Acquilino
Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istruttore severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]
Alle cugine Gaggero
che di basilico ne sanno
e a Lorenzo Ferrando
che ancora lo coltiva!
Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.
Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.
La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.
Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.
Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo... sun a Lizeettaa (con la z di Zena)... a l’è mollaa!”.
Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!
Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.
Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.
Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.
La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.
Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e... tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.
In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.
Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.
È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.
Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.
La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.
Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.
Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.
La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.
La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!
Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.
Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.
Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perché il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.
La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.
La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.
Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.
Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.
Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.
La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.
La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.
Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.
Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.
Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da sole tre; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.
La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.
Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.
A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.
Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.
Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.
L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?
Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.
Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.
Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/06/2026
Baxeicò. Una storia del basilico
13/06/2026
Il palazzo rosso
di Camillo Acquilino
Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.
Per noi ragazzi di Genova PP, invece, il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.
Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.
OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.
La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.
Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.
Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.
Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.
Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al Sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio...
In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori...
L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.
I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.
L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati. Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.
Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano che avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.
Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.
Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.
Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.
L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta. Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .
Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.
Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.
Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.
Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.
Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.
Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.
Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.
Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che ha staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.
L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.
Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.
Fonte
28/05/2026
Lavoratore dipendente
di Camillo Acquilino
Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.
Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:
- Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
- Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
- Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.
Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.
Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.
Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.
Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.
Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.
Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.
Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.
La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.
I giri del tavolo
Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo”.
È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.
La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.
Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.
In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.
Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.
Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.
Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.
Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.