Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/05/2026

Lavoratore dipendente

di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.

Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:

  • Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
  • Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
  • Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.

Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.

Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.

Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.

Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.

Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.

Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.

“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.

Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.

Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.

La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.

I giri del tavolo

Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo”.

È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.

La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.

Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.

In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.

Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.

Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.

Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.

Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.

Fonte

15/03/2017

UE, il paradiso degli evasori fiscali

“Un indizio, però, emerge chiaramente da una tavola pubblicata dal Financial Times, elaborata sui dati della Bce: il Lussemburgo dall’introduzione dell’euro, ha stampato moneta fisica in quantità pari “a Belgio, Irlanda, Olanda e Spagna” messe assieme. Un po’ strano per un Paese così piccolo”. 

Inizia così un articolo di Wall Street Italia che analizza le politiche fiscali europee.

Gli altri paesi europei per non rimanere indietro sono tutti a rincorrere, fino ad arrivare al paradosso che l’obiettivo è far pagare meno a chi ha di più. Basta vedere che l’Italia prova a inseguire offrendo una flat tax tombale ai super ricchi da 100.000 euro per chi vuol portare la residenza fiscale nel Bel Paese. È la corsa allo sgravio fiscale da record nella quale Lussemburgo, Irlanda e Olanda sono difficili da raggiungere. Non a caso Fiat ha la sede fiscale in Olanda.

Si è aperta la corsa a chi fa evadere meglio le aziende, Brexit o non Brexit (ammesso che quest’ultima prenda una forma compiuta). È il motivo per cui i paesi dell’Est temono le mosse dei paesi più grandi. All’Italia che ha un’alta pressione fiscale e un debito alto resteranno in mano politiche di polizia fiscale e con la pressione fiscale già alta saranno solo voti per le destre. Mentre i soldi veri avranno da scegliere dove andare tra Olanda, Lussemburgo etc...

Mentre la narrazione dei tg e dei politici italiani dà una duplice versione a seconda del proprio elettorato: chi dà la colpa di tutti i mali all’immigrazione e chi invece grida al recupero dell’evasione fiscale in un sistema che di base vuole far evadere i grandi capitali.

Ma prendiamo la situazione specifica dell’Italia. Mentre i capitali, per pagare meno tasse, affluiscono in Irlanda, Olanda, Lussemburgo (ma anche Inghilterra che si candida a sconti spettacolari per le aziende, vedrete) le entrate fiscali italiane sono in crescita. Ma cosa compone questa crescita? Ovviamente l’imposta sulle persone fisiche mentre diminuiscono del 44% gli introiti fiscali per imposte indirette da introiti da capitale e plusvalenze. C’è l’aumento degli introiti da Iva, che è una tassa indiretta e che tutti (ricchi e poveri) pagano con la stessa aliquota e che qualcuno scarica meglio di altri... In aumento gli introiti da gioco d’azzardo quindi sugli investimenti ad alto rischio dei poveri.
 
Siamo di fronte ad un Paese stagnante, produzione a -2,3% secondo le ultime rilevazioni Istat ma aumento della pressione fiscale. Il fisco è un’altra bestia che non si doma con la retorica del recupero dell’evasione fiscale o del “fisco giusto”. Intanto però paga la parte di società che ha sempre pagato.

Siamo arrivati al punto del capitalismo in cui più sei ricco meno paghi. Gli Stati sono diventati un supermercato per ricchi che per attirare nuovi clienti fa i prezzi più bassi dei supermercati per poveri, che pagano anche per i ricchi.

Redazione, 14 marzo 2017
 

22/06/2016

La beffa del bonus Renzi

Giugno è il mese delle dichiarazioni dei redditi e per migliaia di persone quest’anno la consueta visita al commercialista è stata più amara del solito.

Colpa del bonus Irpef introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, più comunemente noto come bonus “Renzi” degli 80 euro.

I beneficiari del bonus sono coloro che percepiscono un reddito da lavoro dipendente e/o redditi assimilati (es. compensi percepiti da lavoratori soci delle cooperative, remunerazione dei sacerdoti, compensi per lavoratori socialmente utili, ecc).

Sono invece esclusi dal bonus i titolari di altri redditi, a mero titolo di esempio i percettori di reddito di impresa, reddito da lavoro autonomo e i pensionati.

Il bonus Irpef non spetta a coloro i quali hanno un reddito inferiore o uguale a € 8.000: in questo caso si parla di incapienza d’imposta, infatti le detrazioni da lavoro dipendente verrebbero ad essere  pari all’Irpef lorda dovuta.

Il bonus viene invece erogato in misura pari a 80 euro mensili, raggiungendo quindi nell’anno l’importo di € 960, per i dipendenti con  reddito compreso fra gli 8.000 e i 24.000 euro.

Il bonus diminuisce poi al crescere del reddito nella fascia compresa tra i 24.000 e i 26.000 euro, per poi annullarsi oltre tale soglia.

Il credito, come accennato sopra, chiaramente spetta se l’Irpef lorda è di ammontare superiore alle detrazioni di lavoro spettanti.

Milioni d’italiani, dicevamo, hanno quest’anno subito una batosta, perché costretti a restituire all’erario somme percepite che per legge erano non dovute.

In un articolo del 1 giugno il Fatto Quotidiano stimava che 341mila persone con un reddito sotto i 7.500 euro abbiano dovuto restituire il bonus: tra questi molti si sono trovati nella situazione paradossale di aver lavorato 12 mesi nel 2015 e ciononostante, non avendo percepito diverse mensilità dalla propria ditta, hanno finito per conseguire un reddito certificato inferiore a € 8000. Da ciò l’obbligo di restituire il bonus “impropriamente” percepito: insomma “cornuti e mazziati”.

Sono stati tantissimi poi i lavoratori a subire un bagno di sangue per il motivo opposto, ossia l’aver superato le soglie reddituali previste.

Il passo falso per loro è stato quello di comunicare a chi elabora le proprie buste paghe, un reddito previsionale errato. L’equivoco verte sulla definizione stessa di reddito: il bonus Renzi non si calcola infatti sulla base del reddito da lavoro dipendente, ma sulla base del reddito complessivo.

Per comprendere quanto detto finora basta fare un semplice esempio:

Partiamo dall’assunto che il bonus spetta integralmente (960 euro annuali) a chi ha un reddito compreso tra gli 8000 e i 24.000 euro.

Per coloro che hanno un reddito che invece oscilla tra i 24.000 e i 26.000 euro il reddito viene conteggiato in base alla seguente formula:

€ 24.000 < reddito < €26.000               Importo : [(€ 26.000-Reddito complessivo) x € 960] / 2000

Ora, ipotizziamo che un impiegato statale percepisca uno stipendio lordo di € 22.300 usufruendo in busta paga del bonus integrale di € 960,00.

Al momento di stilare la dichiarazione dei redditi, l’impiegato però comunica al proprio commercialista di avere locato in corso d’anno un fabbricato in comproprietà con la moglie che gli produce un reddito ulteriore (imponibile) di € 3400,00.

In questo caso il suo reddito complessivo per il 2015 sarà di € 25.700.

Ingenuamente l’impiegato ha superato il limite per usufruire per intero del bonus.

Sfruttando la formula sopra riportata è facile capire che il bonus realmente a lui spettante è di soli € 144,00.

Pertanto sarà tenuto in sede di dichiarazione a dover sborsare la differenza ossia € 816,00 (= € 960-€ 144), cifra che cumulata all’Irpef, all’addizionale comunale e regionale comporterà un bagno di sangue per il contribuente in questione.

Il consiglio per i lettori, in relazione alle mensilità restanti del 2016, è il seguente: se non avete certezze sulle vostre previsioni di reddito, comunicate la rinuncia al bonus in busta paga; infatti nel peggiore dei casi questo potrà esservi rimborsato in sede di dichiarazione dei redditi nel 2017, qualora siano soddisfatti i requisiti reddituali.

Fonte

27/07/2015

Anche in Germania la classe operaia non va più in paradiso

Lentamente, ma inesorabilmente, l'offensiva del capitale multinazionale – tramite le "istituzioni" della Troika – macina le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti e dei ceti sociali meno abbienti. Ovunque. I casi più clamorosi sono quelli dei Piigs, naturalmente, con in testa la Grecia condannata a fare da esempio e spauracchio. Seguono a poca distanza Portogallo e Spagna, che non riescono a risollevarsi neanche a calci. Quindi l'Italia del Jobs Act, dei tagli alla spesa sanitaria e ora anche del divieto di sciopero.

Si salvavano, fin qui, i lavoratori dei paesi forti, la cui economia si era ripresa prima e meglio dal botto del 2007-2008, grazie al bonus dell'euro (la moneta unica favorisce per definizione i territori e i capitali a più alta composizione organica e tecnica) e allo strabismo volontario dell'Unione Europea (che chiude da anni entrambi gli occhi sull'eccesso di deficit francese e sul complementare surplus tedesco).

Ora è finita. Rotta da anni qualsiasi possibilità di collegamento virtuoso – cioè: conflittuale – tra lavoratori di diversi paesi, isolati in ognuno di essi da un lato i “garantiti” e dall'altra i “precari” per poi riunificarli tutti sotto la comune condizione di precarietà a basso salario e zero diritti, ora parte l'attacco al “centro”. Ossia alle condizioni di vita e salariali del lavoro dipendente tedesco.

Alla fine della scorsa settimana la Confindustria tedesca ha infatti chiesto ufficialmente al governo di frau Merkel l'abolizione del limite orario quotidiano di otto ore. Questo limite è sancito da una legge che la Bundesvereinigung der deutschen Arbeitgeberverbände (Bda) chiede di cambiare il prima possibile.

Anche in Germania gli industriali non sono dei cretini e non illustrano la propria richiesta in termini che sarebbero immediatamente inaccettabili anche per sindacati più che corporativi come quelli teutonici. La cancellazione del limite giornaliero, infatti, viene richiesta nell'ambito di una “flessibilizzazione”, fermo restando un limite settimanale. «Per guadagnare più spazio di manovra e per rispondere meglio alle necessità aziendali, la legge sull’orario di lavoro dovrebbe prevedere un limite massimo settimanale al posto di quello giornaliero».

E siccome a ogni padrone piace esagerare, il documento presentato dalla Bda spiega che questa “riforma” permetterebbe addirittura «una migliore conciliazione fra lavoro e famiglia». Come Renzi, Poletti o Sacconi dicono sempre: “lo facciamo per il vostro bene”.

Per ora siamo alle schermaglie iniziali. La reazione del sindacato – tanto per far capire la logica con cui ragiona da quelle parti – è negativa, ma Reiner Hoffmann (segretario generale della Dgb) non si trincera dietro i diritti dei lavoratori dipendenti, bensì dietro l'efficienza economica: «Spacciano per moderno qualcosa che danneggerebbe l’economia: tutti gli studi mostrano che dopo otto ore al lavoro la produttività diminuisce molto, qualunque sia la mansione che si sta svolgendo»

Il problema dell'orario, in Germania, è come dappertutto un falso problema. I contratti collettivi di lavoro – là dove esistono, e non è il caso dei “mini job” che hanno precarizzato già un'intera generazione – prevedono in genere 35 ore settimanali. Ma «Il 57% ha un orario settimanale superiore, pari a 37,7 ore».

L'imbarazzo del governo è relativo. In pratica soltanto perché il ministro del lavoro è una leader dell'Spd, Andrea Nahles, che comunque non ha affatto chiuso la porta a possibili modifiche della legge. Semplicemente l'ha rinviata a un “libro bianco”, naturalmente onnicomprensivo di tutte le necessarie riforme del mercato del lavoro tedesco, da mettere a punto nei prossimi mesi.

Tutta la discussione è infatti condizionata dagli sviluppi delle trattative per il Ttip, che punta a fare di Nordamerica e Unione Europea un mercato unico, con regole ovviamente diverse e peggiori di quelle attuali, sul modello anglosassone.

Ma c'è un orizzonte temporale ancora poco indagato che minaccia da vicino “il paradiso” in cui la classe operaia (in senso lato: tutto il lavoro dipendente) era convinta di vivere: l'entrata in produzione dell'automazione integrale di molte fasi del ciclo produttivo. Suonano ancora nella mente le parole tranquillamente minacciose pronunciate meno di un anno fa da Horst Neumann, capo del personale della Volkswagen: “Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone; non verranno rimpiazzate”. Per una ragione molto semplice: “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10”. “Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai cinque euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio economico”.

Gli stessi “imprenditori” che si preparano a far produrre quasi solo i robot si preoccupano, oggi, di spremere più ore di lavoro da robot in carne e ossa.

Quale futuro pensate che ci stiano preparando?

Fonte

30/06/2015

La Francia ferma Uber Pop

La Francia è un paese che ha uno Stato e una sua politica economica. Discutibilissima, naturalmente. Ma non permette di usare il proprio territorio e la propria popolazione come terreno di caccia libero per il primo capitalista multinazionale e rampante che passa.

Nei giorni scorsi Parigi era stata teatro di spettacolari proteste dei traxisti contro la presenza di UberPop, una "non impresa" che si limita a far incontrare la necessità di un mezzo di trasporto privato con la disponibilità occasionale di privati cittadini, grazie a una tecnologia da social network.

Il prefetto di Parigi ha in un primo momento deciso di vietare UberPop per decreto, come peraltro richiesto direttamente dal governo. Poi i due capi della filiale francese di UberPop, Thibault De Saint-Phalle e Pierre-Dimitri Gore-Coty, sono stati fermati dalla polizia in seguito alle indagini sulla controversa applicazione statunitense che il prefetto di Parigi ha vietato nei giorni scorsi dopo le manifestazioni dei tassisti. I due capi di Uber France in stato di fermo stanno ora subendo l'interrogatorio della polizia nel quadro delle indagini su "servizi illegali e dissimulazione di dati informatici".

Non basta: sono stati dispiegati sul territorio, presumibilmente in borghese, duecento agenti in più per individuare e fermare gli autisti clandestini. Ad occuparsene sarà la brigata 'Boers' della polizia parigina, specializzata nel controllo e nell'attività dei taxi. Già da settimane, la brigata moltiplica i controlli per smascherare gli UberPop, un'attività ritenuta "illegale" dallo stesso ministro dell'Interno, Bernard Cazeneuve.

Su UberPop si scontrano direttamente due logiche capitalistiche opposte, che ne evidenziano il carattere assolutamente contraddittorio.

Una è quella "classica", del capitalismo regolato da leggi, norme, contratti, con lo Stato a verificare di volta in volta il rispetto di quanto stabilito. E' la logica del tener conto delle diverse classi sociali, della loro necessità di riproduzione, dell'equilibrio tra le diverse classi. E la Francia, come la Germania e altri paesi del "grande Nord", stano bene attenti a che questi equilibri non vengano rotti, creando conflitti indesiderati. Basta andarci per vedere che i grandi centri commerciali - Auchan e  Carrefour, proprio quelli che da noi spuntano come funghi dapperutto - non hanno spazio all'interno dei centri cittadini. E' visibile e tangibile la volontà di mantenere la struttura dei piccoli negozi, per esempio, che non ha una grande efficienza economica ma garantisce un reticolo sociale "intermedio" tra grande impresa, lavoratori dipendenti, migranti, ecc. Un reticolo utilizzabile magari anche in chiave di "controllo sociale", fonte di informazioni e schedatura di soggetti sotto mira, ecc. Insomma, il bello e il brutto di un insieme sociale "inclusivo", pervasivo, da "politica dei redditi", welfaristico e anche un po' poliziesco.

Quella di UberPop è invece la logica multinazionale, svincolata da qualsiasi visione di "tenuta sociale", dove i contratti sono "ad hoc" (a cottimo, praticamente) e senza alcuna continuità di rapporti con i prestatori occasionali di prestazioni. Gli unici dipendenti sono quelli necessari a far funzionare l'infrastruttura informatica, la gestione delle lamentele dei clienti, l'amministrazione contabile. Non vuole alcun rapporto con il territorio utilizzato; incassa e basta, paga le tasse nel paese d'origine (e di domiciliazione fiscale), non versa contributi previdenziali, ecc.

Le due logiche capitalistiche si ritrovano anche dal lato della clientela e da quello della concorrenza. Per il "cliente" è quasi un sogno double face: prezzi bassi, ma nessuna garanzia reale in caso di problemi (non è detto, per esempio, che la macchina che ti viene a prendere sia coperta da assicurazione). Per la concorrenza - i tassisti - è naturalmente l'incubo della disoccupazione.

Ma chi "lavora" per Uber? Chiunque abbia una macchina, tempo libero al momento della chiamata. Un "lavoretto" occasionale, quasi quanto fare babysitting. Che magari va bene per "arrotondare", ma non può costituire "il lavoro" con cui ti mantieni in vita.

Ma è questo il futuro del lavoro "dipendente" reso possibile dalle tecnologie. A meno che...

Fonte

20/02/2015

Il Jobs Act dà il peggio di sé, "adesso"

Il Jobs Act - la votazione del Parlamento si limitò a "delegare" al governo il potere di agire di testa propria - si riempie ora di contenuti. Evitiamo di dire di quale materia organica, perché ci scapperebbero gli insulti.

I media padronali strombazzano l'avvio del "contratto a tutele crescenti", quell'aborto teorizzato alcuni anni fa da Pietro Ichino e oggi diventato legge. In pratica, l'impresa può fare come vuole. Può assumere con "contratto a tempo indeterminato" (e così incassare le agevolazioni statali), ma non sarà affatto vincolata a tenersi il lavoratore assunto. Le "tutele crescenti", infatti, sono una foglia di fico a copertura della totale assenza di tutele.

Nei primi tre anni, per esempio, è come se fossi un normale precario. Licenziabile in ogni momento, senza particolari cerimonie, e un indennizzo ridicolo (parametrato sulla durata del periodo di assunzione). Poi... resti comunque nella stessa condizione, perché l'articolo 18 non esiste - di fatto - più. Un indennizzo e via, anche in caso di licenziamento per "ingiusta causa". Anche se siete al lavoro da anni, però, non illudetevi di prendere cifre favolose: "indennizzo monetario crescente, in base all’anzianità di servizio (con un tetto a 24 mensilità)". Ben che vada, insomma, vi danno due anni di stipendio e un calcio nel sedere.

Il governo aveva promesso che questa boiata serviva a "disboscare" la giungla dei contratti atipici. Falso assoluto. Il disboscamento non è stato nemmeno preso in considerazione: delle 47 tipologie di contratto precario, infatti, ne restano "solo" 45. Una presa per i fondelli di dimensioni galattiche, cui i sindacati concertativi hanno opposto un pensoso "ohibò". Iniziative di lotta: zero.

In pratica il "decreto sul riordino dei contratti" si limiterà a stabilire i criteri per cui una "collaborazione" potrà essere considerata "lavoro subordinato" (prestazioni reiterate secondo un orario definito dal committente, eseguite in base a ordini gerarchici). In più, ma a partire dall'anno prossimo, verranno cancellate le collaborazioni a progetto. Ma non tutte: resteranno quelle disciplinate da "accordi collettivi" firmati da sindacati disponibili.

Spariscono soltanto due fattispecie contrattuali; l'associazione in partecipazione e il jobs sharing (che però nessuna impresa usava: meno di 300 contratti). Al contrario, per lo staff leasing si parla di cancellazione delle causali, quindi di totale libertà per le imprese, che non dovranno più "motivare" perché ricorrono a questa modalità di assunzione anziché con contratto a tempo indeterminato. I contratti a termine restano invece come sono: tetto massimo di durata di 36 mesi, comprensivo di 5 proroghe.

Peggio ancora per i licenziamenti collettivi, da cui persino una parte del Pd aveva chiesto di stralciare le norme che consentiranno all'azienda di selezionare i lavoratori da licenziare in barba a ogni criterio già definito dalla legislazione esistente (anzianità di servizio, reddito familiare, figli a carico, ecc). Renzi ci ha pensato su e poi ha deciso che no, meglio lasciare all'arbitrio padronale scelte di questo tipo. Ci mancherebbe solo che ci fossero ancora delle leggi che difendono anche solo in piccola misura il lavoratore... Non sarebbe "moderno e civile".

Inutile dire che era proprio questa la soluzione pretesa dalle imprese, basta ascoltare il presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi: «I licenziamenti collettivi devono rimanere inseriti nel contratto a tutele crescenti perché sono per definizione licenziamenti economici e quindi oggettivi. Una differente disciplina dei licenziamenti economici collettivi rispetto a quelli individuali non è presente in alcun Paese europeo e neppure fuori dall’Europa e, se si dovesse attuare, ridurrebbe l’efficacia e quindi la credibilità della riforma». Come detto: non sarebbe "moderno e civile".

Pessime notizie ovviamente anche sul fronte ammortizzatori sociali. Prenderà corpo da maggio il Naspi, definizione che mette insieme Aspi e mini-Aspi della Fornero (sembra passato un secolo, vero?). Durerà al massimo due anni. Potrebbe sembrare un tempo congruo per sostenere il reddito di chi è alla ricerca di un nuovo lavoro in questo paese disgraziato. E infatti il governo ha già previsto di ridurlo a solo un anno e mezzo, a partire dal gennaio 2017.

Insomma: tutto il peggio della "vecchia" precarietà coniugato con tutto il peggio della "nuova" assenza di tutele legislative. Per il lavoro dipendente si profila un futuro medioevale.

Fonte

24/08/2014

Ci risiamo con le pensioni...


E’ ritornato come una araba fenice il refrain delle pensione e questa volta sotto il ritornello delle pensioni d’oro, della rapina perpetuata da chi la sta percependo secondo il calcolo retributivo e cosa si deve intendere per "pensioni d’oro": sopra i 2000 euro o sopra i 10.000? Come se fosse la cifra “in sé” a stabilire l’asticella e non invece il rapporto a cosa corrisponde in beni e necessità quella cifra. Sono i beni e le necessità che si posso acquistare con quei danari a stabilire se siano sopra la primaria necessità o molto al di sopra fin nel superfluo o appena appena decentemente in linea con l’esistenza.

Nessuno si è domandato a quanto ammontava il costo e quanto è stato sottratto ai cittadini per i due aerei che si sono scontrati mentre simulavano e giocavano alla guerra. Quanti esodati potremmo pagare con i soldi che si spendono per il normale consumo quotidiano di carburante per tenere in volo quei mostri mangia soldi? Qui non si sta parlando di spese di investimenti o per gli F35 o per le nuove fregate commissionate. Ma di semplice spese correnti, mensili, di routine. Teniamo a terra quegli uomini e quelle macchine, e utilizziamo quegli uomini ad altri compiti sociali.

Rinunciamo alla “grandeur militare” (che non ne siamo neppure capaci, visto che i nostri generali non hanno vinto nella storia neppure una sola guerra e che nella guerra del Kossovo siamo stati capaci di essere gli unici ad essere abbattuti dalla sgangherata contraerea kosovara) e pensiamo invece, a mantenere in vita i nostri cittadini.

Ma noi si preferisce parlare di ridurre le pensioni e non le spese correnti militari.

Eccellono in questo falso ideologico i pieddini e i renziani. Insomma quelli a cui la leggenda metropolitana attribuisce l’appartenenza ad una “sinistra”, un “centro sinistra” a qualcosa di ibrido a cui si dà l’identificazione di diverso dalla “destra”. Il ragionamento a cui ricorrono è identificabile a: Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, vogliamo equità e solidarietà, vogliamo che si diano gli 80 euro anche ai pensionati al di sopra dei mille euro, ma non vogliamo che nessuno paghi il conto.

NO! Vogliamo che non siano sempre i soliti a pagare! Che centra la solidarietà se a pagare sono sempre i noti? Basterebbe che si ritornasse ad una imposta fortemente progressiva sui redditi; è da trent’anni che le aliquote per le imposte dei redditi più alti sono state fortemente ridotte. E non ci sarebbe bisogno della “solidarietà” dei meno abbienti.

Anche la ex ministra “lacrimevole” è scesa in campo. Avrebbe ancora il coraggio di parlare dopo il “massacro sociale” da lei compiuto. Andrebbe processata e condannata per crimini contro l'umanità e invece continua a dire la sua, ad essere stipendiata come dipendente pubblica e con i nostri soldi, pure!

E persino la CGIL  che si  identifica, ancora, con quel che fu e non con quella che è diventata, accetta e  fa sua l’identificazione governativa. “indubbiamente c’è una differenza forte tra chi è andato in pensione col retributivo e chi ci va ora”. Certamente!, E che lo scoprono ora? E non è forse per questo che ci si ribellava a questo tipo di calcolo? E la colpa di chi è? Di quelli che hanno sottostato alle leggi di allora, che hanno pagato fin all’ultimo centesimo quello che gli veniva chiesto, consentendo all’INPS e all’INPDAP di chiudere i bilanci sempre in attivo anche quando sono stati accollati a questi Cassa Integrazione e pensioni ai lavoratori indipendenti, vitalizzi di ogni genere, pensioni per invalidità, casse previdenziali privati allegramente gestite e assistenzialismo di ogni genere; spese che avrebbero dovuto essere a carico della fiscalità generale e che invece sono stati “accollati” ai soliti fessi (leggi: lavoratori dipendenti)?

E ora si vorrebbe che di colpo si decurtasse un tenore di vita per questi lavoratori , per delle colpe non loro e persino per un reato “compiuto” anni addietro? E questo sarebbe “costituzionale”, “legittimo”, mentre il contributo degli alti burocrati, la riduzione degli stipendi per i parlamentari e i politici in genere, i vitalizi elargiti dopo appena cinque anni di mandato, non lo sarebbero?

Ma di quale “solidarietà” si sta parlando? Si tratta ancora una volta di un “massacro sociale” .

O di lotta di classe dall'alto. Chiamiamo le cose come stanno.

24/03/2014

Adesso è ufficiale: con i contributi delle pensioni si paga il deficit dello Stato


Da un po’ di tempo conduco una battaglia, in splendida solitudine, per denunciare che il sistema previdenziale gestito dall’INPS è in ottima salute.

Il sistema previdenziale non è assolutamente sull’orlo del fallimento, come spesso affermato dai mezzi di dis”informazione”, in quanto i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, sino ad ora, si sono pagati abbondantemente, con i contributi, le proprie pensioni. I contributi non sono tasse, come vengono definiti nelle statistiche giornalistiche, ma salario differito che viene accantonato oggi per essere riscosso domani all’interno di un sistema solidaristico.

Da tempo cerco di denunciare che lo Stato non mette un euro nel sistema previdenziale del lavoro dipendente privato (sul lavoro pubblico più avanti spiegherò la grande truffa fatta ai danni dell’INPDAP).

Oggi però posso riportare una testimonianza al di sopra di ogni sospetto. Quanto scritto dal neo commissario straordinario dell’INPS Vittorio Conti nel documento consegnato in questi giorni alla commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali, rappresenta la prova della malafede, della ipocrisia, della complicità criminale di quanti parlano di deficit della previdenza pubblica, di sistema al collasso etc. etc. etc. Riporto testualmente la dichiarazione.

“L'attuazione delle norme sulla spending review, previste a partire dal 2012, e quindi il conseguimento di obiettivi di riduzione delle spese di funzionamento pari a 515,7 milioni di euro strutturali da riversare annualmente in entrata al bilancio dello Stato”.

La parola magica è “da riversare in entrata", che rende noto a tutti (anche a quelli che non vogliono sapere) che è l’INPS a dare ogni anno danaro allo Stato, attraverso i contributi dei lavoratori e delle lavoratrici. E non “due euro”, ma mezzo miliardo di euro!

Tanto per non farci mancare nulla, ricordo la prima riga della Relazione del Direttore generale, nel rendiconto generale dell’INPS nel 2011.

"Il bilancio consuntivo dell’anno 2011 del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) presenta un risultato di esercizio (ndr. un avanzo) di 469 mln.”

Eppure ogni volta che si parla di INPS si parla di deficit, di fallimento, di buco nei bilanci.
Che questa campagna sia condotta da chi vuole privatizzare il sistema previdenziale, per trasferire i 150 miliardi di euro che ogni anno i lavoratori e le lavoratrici accantonano per la propria pensione pubblica nella roulette russa delle pensioni private gestite dalle assicurazioni o nei fondi di CGIL CISL UIL è comprensibile.

Incomprensibile invece è che nessuno di coloro che a parole afferma di voler difendere le pensioni dei lavoratori o delle lavoratrici non faccia mai una campagna di informazione su questi temi.

Ancora più incomprensibile che i diretti interessati (i veri proprietari dell’INPS, cioè i lavoratori e le lavoratrici) si facciano turlupinare e siano completamenti silenti.

Ma perché è così facile indignarsi per i vitalizi dei parlamentari, ma non si muove un dito contro il furto delle nostre pensioni?

Anche questa è una ulteriore prova della egemonia culturale che pervade il mondo del lavoro.

Infine due parole sul “deficit INPDAP”. Guardando il bilancio relativo al lavoro pubblico ciò sembrerebbe confermato dalle cifre. Peccato che vi sia un piccolo particolare: lo Stato è stato un evasore contributivo dal 1945 sino alla fine degli anni ’90. Nel bilancio dell’INPDAP mancano 45 anni di versamenti contributivi dei dipendenti statali. Ed ora si vorrebbe farli pagare al lavoro privato.

Scendere in piazza per la propria pensione, giovani e anziani uniti nella lotta è un obiettivo prioritario. Se non ora quando?

Marzo 2014

PS: per chi vuole un approfondimento su questo tema rimando a questo articolo dove vi è l’analisi del bilancio INPS del 2011.

di Maurizio Scarpa ex vicepresidente del Direttivo Nazionale Cgil, ora nell'Usb.

Fonte

06/03/2014

Lavoratori pubblici? Sono i più produttivi...


La fabbrica del falso è sempre al lavoro. E alimenta i "luoghi comuni", trascinandoli per le orecchie durante i decenni, in barba ai cambiamenti che nel frattempo inevitabilmente si verificano.

Quello sulla "fannullonaggine" dei lavoratori pubblici è tra i più gettonati, facili, condivisi senza alcuna necessità di conferma empirica. Poi arriva la solita analisi tecnica della Corte dei Conti - quella che fa le pulci al governo su come amministra  spese e bilanci - e si scopre il contrario.

Lasciamo volentieri la parola all'articolo che segue, tratto da un sito di informazione specifica assolutamente tranquillo come quotidianosanita. Naturalmente, al contrario dell'autore (preoccupato che ci possano essere errori marchiani nello sviluppo della spending review), noi non confidiamo affatto nelle capacità amministrative del nuovo governo Renzi...

*****

Dipendenti pubblici. Troppi e poco produttivi? Una balla. Ecco i dati che smentiscono un falso mito

La realtà è invece ben diversa e racconta di un sistema in linea con gli altri paesi così come viene autorevolmente certificato dalla Corte  dei Conti nella sua relazione del 2012 sul “Costo del lavoro pubblico”. L'Italia è allineata ai partner europei sia per numero sia per costi.

Tra i miti razionali più utilizzati dai detrattori dei sistemi pubblici di welfare, quello della pletora dei  dipendenti pubblici e della loro scarsa  produttività,  occupa il di sicuro il posto d’onore.
Un mito sostanzialmente falso, (anche se è sicuramente da migliorare la performance complessiva della P.A),  che viene sostenuto con particolare verve da due categorie di soggetti (politici e imprenditori) che di tale supposta inefficienza sono rispettivamente responsabili e corresponsabili.


I primi perché da loro dipende la nomina dei principali manager pubblici che dovrebbero garantire una adeguata conduzione gestionale; i secondi (dalla grandi industrie coma la FIAT alle banche passando per Alitalia etc.)  perché hanno potuto sopravvivere alla durezza del mercato solo grazie agli aiuti di Stato e alle tasse dei contribuenti onesti  di cui la stragrande maggioranza appartiene proprio al comparto dei pubblici dipendenti.

La realtà è invece ben diversa e racconta di un sistema in linea con gli altri paesi così come viene autorevolmente certificato dalla Corte  dei Conti nella sua relazione del 2012 sul “Costo del lavoro pubblico”.

Dal punto di vista della consistenza degli organici l’analisi comparativa effettuata, evidenzia, per l’Italia, valori non dissimili da quelli degli altri grandi paesi europei (ad eccezione della Germania), con parametri particolarmente virtuosi per alcuni rapporti. In particolare, negli ultimi  quattro anni, il numero dei dipendenti pubblici ha subito una decisa riduzione evidenziata anche dall’andamento dei dipendenti pubblici sul totale degli occupati.

Per  quanto riguarda i costi del personale “il rapporto tra la spesa per redditi ed il PIL (11,1% nel 2011) appare superiore esclusivamente al parametro relativo alla Germania. Nella media europea si colloca il rapporto tra spesa per redditi e spesa corrente delle pubbliche amministrazioni. Il raffronto tra il numero dei dipendenti pubblici e il totale degli occupati, in forte discesa per l’Italia nell’ultimo decennio (dal 16,4% al 14,4%), evidenzia un peso della burocrazia sul mercato del lavoro pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito”. In ogni caso “Il rapporto tra il PIL e la spesa per redditi dei dipendenti pubblici, è stimato in diminuzione sino a raggiungere, nel 2014, un valore pari al 10%, dato che rappresenta il valore minimo decennale del predetto indicatore”
Anche nei confronti dei redditi del settore privato la storia raccontata dalla Corte dei  Conti va in direzione opposta a quello che si vorrebbe fare credere. “Nel periodo 2005-2011 il divario tra le retribuzioni contrattuali del settore pubblico e quelle dei comparti privati subisce un drastico ridimensionamento, passando da un valore dell’8% al 2,6%, forbice destinata ulteriormente a restringersi per effetto del blocco della contrattazione collettiva per i soli dipendenti pubblici fino a tutto il 2014”

Ed infine per quanto riguarda la previsione di spesa “L’esame dei dati contenuti nel conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, aggiornati al 31 dicembre 2010, conferma un ritrovato controllo della spesa di personale per effetto delle norme contenute nel decreto-legge n. 112 del 2008, prima ancora, dunque, dell’entrata in vigore delle più stringenti misure di contenimento recate dal decreto-legge n. 78 del 2010, i cui effetti, in termini disaggregati ed analitici per singolo comparto di contrattazione, saranno esaminati nella Relazione del prossimo anno.

C’è dunque una narrazione che dissimula la realtà e nasconde un’altra verità ovverosia che lo stato sociale erga omnes è reso possibile solo ed esclusivamente grazie al lavoro dei dipendenti (pubblici e non) che con le loro tasse ne rendono possibile il funzionamento.
Su questo punto vorrei ricordare che circa l'82% dei dipendenti dichiara un'imposta netta, per un valore complessivo di 90,7 miliardi di euro (61% del totale imposta netta dichiarata) ed un valore medio di 5.300 euro (i pensionati contribuiscono invece nella misura del 30% circa).
Mentre analizzando la composizione del reddito complessivo si evidenzia come l’incidenza  del reddito da lavoro dipendente sia circa il 91% del totale. Il restante 9% è composto prevalentemente da: redditi da pensione (3,43%), fabbricati (2,28%), altri redditi (1,44%), redditi d'impresa e di lavoro autonomo (1,05%) e redditi da partecipazione (0,95%).

I dipendenti pubblici del nostro paese, dunque, non sono diversi da quelli del resto d’Europa ma a differenza degli altri subiscono un accanimento fiscale che nel caso dei medici raggiunge livelli assolutamente intollerabili sia nel lavoro dipendente tradizionale sia in quello assimilato come nella libera professionale.

Un esempio concreto di questo ultimo caso tratto dalla real life fugherà qualsiasi dubbio residuo. B.P. è un professionista di comprovata esperienza che decide di avviare una attività di libera professione intra-moenia attraverso la stipula di una convenzione tra la propria ASL e una struttura totalmente privata non convenzionata con il SSN e che offre prestazioni sanitarie in regime esclusivamente privato.
Il professionista in questione esegue visita e test diagnostici in vivo e lavora presso la struttura per circa 6 ore settimanali e questo è il resoconto dei primi due mesi di attività

Importo Fatturato totale  4.085,00 €
Quota provvigione struttura convenzionata  973 €
Importo Fattura inviata alla ASL  3.112.00 €
Trattenuta Costi aziendali (5%+10%) -431
Importo parziale  2680€
Fondo perequativo-5%
Legge Balduzzi -5%
Lordo busta paga 2424
Netto in busta paga (aliquota 43%) 1.382
Alla fine B.P. ha percepito per ogni ora di lavoro una somma di 45% € netti, fatte salve le spese per i trasporti e in quota parte della assicurazione professionale che ha dovuto accendere per espressa richiesta della struttura ospitante.

Questo dunque è l’orizzonte in cui si muovono oggi i dipendenti pubblici e in modo particolare i medici. Un paesaggio contrassegnato da scarsa considerazione (i cosiddetti fannulloni) e da una oppressione senza precedenti dal punto di vista fiscale che mortifica il lavoro e la libera intraprendenza individuale. Una situazione a cui il nuovo governo deve mettere mano subito e  in modo incisivo se il Presidente del consiglio Renzi vuole essere all’altezza delle sue promesse e non sprecare il credito di cui attualmente gode.

Fonte

25/01/2014

Lavoratori e pensionati massacrati anche dall'Irpef

Di solito, quando si sente strillare contro le tasse, a parlare sono piccoli imprenditori, artigiani, commercianti. Gente insomma che i conti li deve fare per forza, presentare dichiarazioni dei redditi quasi sempre "aggiustate" (se non addirittura azzerate, come nel caso della signora Armellini, ex compagna del "montiano" e "rigoroso" Bruno Tabacci, che s'era "dimenticata di possedere immobili per oltre due miliardi - miliardi, non milioni - di euro).
Sfatata anche la leggenda interessata che "il Nord" subisca di più; gli aumenti maggiori si sono infatti verificati nel già moribondo Mezzogiorno.
Lavoratori e pensionati, defalcati già in busta paga, spesso nemmeno se ne accorgono, se non per il fatto che salari e assegni Inps sono sempre più magri. Bisogna perciò questa volta ringraziare la Cgia di Mestre, che ha fatto due conti e ha scoperto che in effetti sono proprio lavoratori dipendenti (precari compresi, naturalmente!) e pensionati a fare la parte del tacchino alla festa del ringraziamento. I dati forniti sono letteralmente allucinanti. Leggere per credere. O almeno incazzarsi, uscire di casa, e preparare la mobilitazione di primavera contro questi pseudo-governanti di Nottingham.

*****

Tra il 2010 e il 2014 i più colpiti dagli incrementi sono stati i pensionati (+34%) e gli operai (+36)

Negli ultimi 5 anni le pensioni e le buste paga degli italiani sono diventate più leggere a causa dell’aumento delle addizionali comunali e regionali Irpef. Tra il 2010 e quest’anno, denuncia l’Ufficio studi della CGIA, queste addizionali hanno subito una vera e propria impennata: l’aumento medio è stato di oltre il 30%.

“Salvo rare eccezioni – afferma il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi – negli ultimi anni le addizionali comunali e regionali Irpef hanno subito dei significativi ritocchi all’insù, sia per compensare i tagli dei trasferimenti statali, sia per fronteggiare gli effetti della crisi che hanno messo a dura prova i bilanci delle Regioni e degli Enti locali. Risultato ? Gli italiani si sono ritrovati con i portafogli più leggeri”. 

Un pensionato con un assegno di 1.000 euro al mese, tra il 2010 e il 2014 ha subito un aggravio medio di 85 euro (+34%). A livello territoriale l’aumento massimo si è registrato a Catanzaro: + 149 euro, pari ad una variazione del +49%.

Un operaio con uno stipendio mensile netto pari a poco più di 1.280 euro,  ha visto aumentare in questi ultimi 5 anni il carico fiscale di  121 euro (+36%). A Venezia l’incremento è stato pesantissimo: +237 euro, pari al +126%.

Un impiegato con uno stipendio di quasi 2.000 euro al mese, ha versato 189 euro in più, pari ad un aumento del 30%. A Napoli e Catanzaro si sono registrati gli incrementi più significativi: + 335 euro (pari al +49%).

Un quadro con uno stipendio mensile di 3.000 euro al mese, ha subito, invece, un aggravio di 324 euro (+31%). 
 
A livello territoriale nei Comuni di Napoli e di Catanzaro si sono verificati gli incrementi più significativi: + 549 euro (+49%).

Come si è giunti a questi risultati ? Per cercare di quantificarne il peso e comprendere come si è evoluto il fenomeno, l’Ufficio studi della CGIA ha calcolato gli aumenti delle addizionali IRPEF avvenuti in questi ultimi anni sia a livello regionale che comunale. In questo ultimo caso sono stati analizzati i trend dei Comuni capoluogo di regione.

L’incremento del prelievo registrato in questi ultimi anni è dipeso, in larga misura,  dalle disposizioni introdotte con il  “Salva Italia” che ha elevato le aliquote per tutte le Regioni a partire dal periodo di imposta 2011. Pertanto, dall’anno di imposta 2012, l’addizionale Irpef regionale è aumentata dello 0,33%.

Tuttavia, la situazione a livello territoriale  varia da Regione a Regione. Nel 2013, ad esempio, la Calabria, la Campania e il Molise hanno applicato l’aliquota Irpef al 2,03%. Un livello di prelievo obbligato in virtù del fatto che la normativa dispone che le Regioni che presentano un disavanzo sanitario e non hanno rispettato i piani di rientro sono costrette a subire un incremento dell’aliquota di ulteriori 0,3 punti percentuali.

In Abruzzo, Lazio e Sicilia, l’aliquota dell’addizionale regionale Irpef è all’ 1,73%. Le Regioni in cui l’aliquota si attesta  al livello base (1,23%)  sono   la Basilicata, il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Valle d’Aosta, il Veneto e le due provincie autonome di Trento e Bolzano. In tutte le altre Regioni il prelievo varia  a seconda dei livelli di reddito.

Per quanto concerne le addizionali comunali IRPEF, le scelte dei Comuni sono state tendenzialmente al rialzo con l’unica eccezione di Firenze che ha diminuito il prelievo. Sono 11 i Comuni capoluogo di Regione che nell’arco temporale da noi considerato hanno aumentato le aliquote.

Nel 2013,  12 Comuni hanno applicato l’addizionale comunale IRPEF al livello massimo dello 0,8%, tra questi,  tre l’hanno aumentato nell’ultimo anno (Venezia, Perugia e Napoli).

“Nei prossimi anni – conclude Bortolussi - l’autonomia tributaria delle Regioni è destinata ad aumentare ulteriormente .  Il Decreto Legislativo in materia di federalismo regionale numero 68 del 2011,  dà la possibilità ai Governatori di aumentare l’aliquota base dell’addizionale regionale di 1,1 punti percentuali a partire dal 2014 e di 2,1 punti percentuali a partire dal 2015. Tale facoltà, sebbene limitata ai redditi superiori al primo scaglione di reddito IRPEF (pari a 15.000 euro) per i quali rimane il limite di maggiorazione di 0,5 punti percentuali, potrà dar luogo ad un ulteriore incremento delle addizionali, con il corrispondente alleggerimento di pensioni e buste paga”.


Il peso delle addizionali comunali e regionali Irpef. Dati medi nazionali riferiti ai contribuenti dei Comuni capoluogo di provincia.

2010
2011
2012
2013
2014
Aggravio Rispetto al 2010
euro
%
Pensionato
250
261
323
332
335
+85
+34
Operaio
334
349
432
446
455
+121
+36
Impiegato
623
626
773
799
812
+189
+30
Quadro
1.034
1.040
1.285
1.333
1.358
+324
+31

Elaborazione Ufficio studi CGIA


Nota:

Pensionato con reddito di 16.000 euro (pensione di 1.000 euro al mese per 13 mensilità)

Operaio con reddito 21.000 euro (stipendio netto di 1.283 euro al mese per 13 mensilità)

Impiegato con reddito 36.000 euro (stipendio netto di 1.998 euro al mese per 13 mensilità)
Quadro con reddito 59.000 euro (stipendio netto di 3.000 euro al mese per 13 mensilità)


Pensionato reddito 16.000 euro (pensione di 1.000 euro al mese per 13 mensilità)


Il peso delle Addizionali IRPEF in busta paga nei comuni capoluogo di Regione

Regioni
2010
2011
2012
2013
2014
Aggravio Rispetto al 2010
euro
%
Catanzaro
304
352
419
453
453
+149
49%
Torino
272
272
339
373
399
+127
47%
Bari
224
224
339
373
342
+118
53%
Roma
304
371
421
421
421
+117
38%
Palermo
288
288
360
405
405
+117
41%
Campobasso
352
400
453
453
453
+101
29%
Genova
256
256
314
325
325
+69
27%
Perugia
288
288
341
346
357
+69
24%
Firenze
192
192
240
229
259
+67
35%
Ancona
274
274
326
326
328
+54
20%
Milano
146
146
199
200
200
+54
37%
Aosta
192
192
245
245
245
+53
28%
Trento
144
144
197
197
197
+53
37%
Bolzano
176
176
229
229
229
+53
30%
Trieste
272
272
325
325
325
+53
19%
Venezia
144
153
218
197
197
+53
37%
Bologna
304
304
357
357
357
+53
17%
L'Aquila
320
320
373
337
373
+53
17%
Potenza
272
272
325
325
325
+53
19%
Cagliari
256
256
307
303
303
+47
18%
Napoli
304
352
403
376
325
+21
7%
Italia
250
261
323
332
335
+85
34%

Elaborazione: Ufficio Studi CGIA


Nota Il dato medio “Italia” corrisponde alla media ponderata delle addizionali di tutti i Comuni capoluogo di provincia. La ponderazione è stata effettuata utilizzando come “pesi” i contribuenti ai fini delle addizionali di ciascun Comune capoluogo di provincia. Per il calcolo delle addizionali regionali, invece, la ponderazione è stata effettuata utilizzando come “peso” il numero dei contribuenti ai fini dell’addizionale di ciascuna Regione.


Operaio reddito 21.000 euro (stipendio netto di 1.283 euro al mese per 13 mensilità)


Il peso delle Addizionali IRPEF in busta paga nei comuni capoluogo di Regione

Regioni
2010
2011
2012
2013
2014
Aggravio Rispetto al 2010
euro
%
Venezia
189
201
328
407
426
+237
126%
Napoli
399
462
529
545
594
+195
49%
Catanzaro
399
462
550
594
594
+195
49%
Torino
357
357
445
489
524
+167
47%
Bari
294
294
445
489
454
+160
54%
Roma
399
487
552
552
552
+153
38%
Palermo
378
378
473
531
531
+153
41%
Campobasso
462
525
594
594
594
+132
29%
Genova
336
336
412
426
426
+90
27%
Perugia
378
378
447
454
468
+90
24%
Firenze
252
252
315
300
341
+89
35%
Ancona
374
374
443
443
444
+71
19%
Aosta
252
252
321
321
321
+69
28%
Trento
189
189
258
258
258
+69
37%
Bolzano
231
231
300
300
300
+69
30%
Trieste
357
357
426
426
426
+69
19%
Bologna
420
420
489
489
489
+69
17%
L'Aquila
420
420
489
448
489
+69
17%
Potenza
357
357
426
426
426
+69
19%
Milano
211
211
280
279
279
+68
32%
Cagliari
336
336
404
401
401
+65
19%
Italia
334
349
432
446
455
+121
36%

Elaborazione: Ufficio Studi CGIA


Nota Il dato medio “Italia” corrisponde alla media ponderata delle addizionali di tutti i Comuni capoluogo di provincia. La ponderazione è stata effettuata utilizzando come “pesi” i contribuenti ai fini delle addizionali di ciascun Comune capoluogo di provincia. Per il calcolo delle addizionali regionali, invece, la ponderazione è stata effettuata utilizzando come “peso” il numero dei contribuenti ai fini dell’addizionale di ciascuna Regione.


Impiegato reddito 36.000 euro (stipendio netto di 1.998 euro al mese per 13 mensilità)


Il peso delle Addizionali IRPEF in busta paga nei comuni capoluogo di Regione

Regioni
2010
2011
2012
2013
2014
Aggravio Rispetto al 2010
euro
%
Napoli
684
792
911
944
1.019
+335
49%
Catanzaro
684
792
943
1.019
1.019
+335
49%
Roma
684
835
947
947
947
+263
38%
Palermo
648
648
810
911
911
+263
41%
Venezia
504
345
568
709
731
+227
45%
Campobasso
792
900
1.019
1.019
1.019
+227
29%
Milano
411
433
600
600
629
+218
53%
Torino
684
684
835
911
899
+215
31%
Firenze
432
432
540
515
605
+173
40%
Genova
756
756
886
911
911
+155
20%
Perugia
648
648
767
778
803
+155
24%
Bari
684
504
779
855
810
+126
18%
Ancona
684
684
802
802
807
+124
18%
Trento
324
324
443
443
443
+119
37%
Aosta
432
432
551
551
551
+119
28%
Bolzano
396
396
515
515
515
+119
30%
Trieste
612
612
731
731
731
+119
19%
Bologna
756
756
875
875
875
+119
16%
L'Aquila
720
720
839
790
839
+119
17%
Cagliari
576
576
676
678
678
+102
18%
Potenza
612
612
711
711
711
+99
16%
Italia
623
626
773
799
812
+189
30%

Elaborazione: Ufficio Studi CGIA


Nota Il dato medio “Italia” corrisponde alla media ponderata delle addizionali di tutti i Comuni capoluogo di provincia. La ponderazione è stata effettuata utilizzando come “pesi” i contribuenti ai fini delle addizionali di ciascun Comune capoluogo di provincia. Per il calcolo delle addizionali regionali, invece, la ponderazione è stata effettuata utilizzando come “peso” il numero dei contribuenti ai fini dell’addizionale di ciascuna Regione.


Quadro reddito 59.000 euro (stipendio netto di 3.000 euro al mese per 13 mensilità)


Il peso delle Addizionali IRPEF in busta paga nei comuni capoluogo di Regione

Regioni
2010
2011
2012
2013
2014
Aggravio Rispetto al 2010
euro
%
Catanzaro
1.121
1.298
1.546
1.670
1.670
+549
49%
Napoli
1.121
1.298
1.501
1.565
1.670
+549
49%
Roma
1.121
1.369
1.552
1.552
1.552
+431
38%
Palermo
1.062
1.062
1.328
1.493
1.493
+431
41%
Milano
733
768
1.051
1.081
1.127
+394
54%
Venezia
826
566
939
1.173
1.198
+372
45%
Campobasso
1.298
1.475
1.670
1.670
1.670
+372
29%
Torino
1.121
1.121
1.369
1.493
1.477
+356
32%
Firenze
708
708
885
844
1.039
+331
47%
Bari
1.121
826
1.313
1.437
1.437
+316
28%
Genova
1.239
1.239
1.451
1.493
1.493
+254
20%
Perugia
1.062
1.062
1.257
1.274
1.316
+254
24%
Cagliari
944
944
1.145
1.161
1.161
+217
23%
Aosta
708
708
903
903
903
+195
28%
Trento
531
531
726
726
726
+195
37%
Bolzano
649
649
844
844
844
+195
30%
Trieste
1.003
1.003
1.198
1.198
1.198
+195
19%
Bologna
1.239
1.239
1.434
1.434
1.434
+195
16%
L'Aquila
1.180
1.180
1.375
1.326
1.375
+195
17%
Potenza
1.003
1.003
1.198
1.198
1.198
+195
19%
Ancona
1.190
1.190
1.384
1.384
1.383
+194
16%
Italia
1.034
1.040
1.285
1.333
1.358
+324
31%

Elaborazione: Ufficio Studi CGIA


Nota Il dato medio “Italia” corrisponde alla media ponderata delle addizionali di tutti i Comuni capoluogo di provincia. La ponderazione è stata effettuata utilizzando come “pesi” i contribuenti ai fini delle addizionali di ciascun Comune capoluogo di provincia. Per il calcolo delle addizionali regionali, invece, la ponderazione è stata effettuata utilizzando come “peso” il numero dei contribuenti ai fini dell’addizionale di ciascuna Regione.