Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2020

Taglio del cuneo fiscale. Tutto, meno che aumenti salariali

Nella nota di aggiornamento al Def e nel testo definitivo del bilancio è stato confermato il cosiddetto taglio del cuneo fiscale, misura che decorrerà a partire dal luglio del 2020. Il Consiglio dei Ministri solo pochi giorni fa ha approvato il decreto legge che prevede l’applicazione dell’intervento che avrà per il solo 2020, un costo di 2,947 miliardi e di 596,3 milioni per il trascinamento degli oneri nel 2021.

Il cuneo fiscale, la cui riduzione è spesso sciorinata in tv come la panacea di tutti i mali economici, non è altro che è un valore percentuale che indica il rapporto tra tutte le imposte sul lavoro e il costo del lavoro complessivo. Semplificando, il concetto potrebbe esplicarsi come la differenza tra il salario lordo e il salario netto ricevuto dal lavoratore.

Già nel recente passato si era agito sul cuneo fiscale con l’ art. 1 del D.L. n. 66/2014, che aveva introdotto il cosiddetto bonus “Renzi” da 80 euro.

Nella previsione originaria, i beneficiari del bonus erano coloro che percepivano un reddito da lavoro dipendente e/o redditi assimilati (es. compensi percepiti da lavoratori soci delle cooperative, remunerazione dei sacerdoti, compensi per lavoratori socialmente utili, ecc). Il bonus Irpef non spettava a chi avesse un reddito inferiore o uguale a € 8.000 euro (ossia a chi ne avrebbe avuto ancora più necessità), perché sotto quella soglia non si paga l'“imposta sulle persone fisiche”.

Il bonus veniva invece erogato in misura pari a 80 euro mensili, raggiungendo quindi nell’anno l’importo di € 960, per i dipendenti con reddito compreso fra gli 8.000 e i 24.000 euro. Il bonus diminuiva poi al crescere del reddito nella fascia compresa tra i 24.000 e i 26.000 euro, per poi annullarsi oltre tale soglia. (I limiti sono stati poi innalzati nel corso degli anni fino ad arrivare a una soglia minima di 8.174 euro e una massima di 26.600 euro per la sua percezione, nda).

Per il riferimento della fascia di reddito si teneva conto non del reddito da lavoro dipendente, ma del reddito lordo complessivo.

L’attuale misura estende la platea dei beneficiari della misura, aumentandone le soglie reddituali:

- coloro che già percepiscono il “bonus 80 euro”, cioè chi guadagna tra 8.200 e 24.600 euro lordi annui, avranno diritto ad un ulteriore riduzione delle imposte di 240 euro l’anno;

- coloro che ad oggi non percepivano il “bonus 80 euro”, o lo ricevevano solo parzialmente, cioè coloro che percepisce tra i 24.600 e i 28.000 euro, avranno diritto ad un beneficio mensile fino a 100 euro;

- chi guadagna tra i 28.000 e i 35.000 euro avrà una riduzione delle tasse di almeno 80 euro.

Infine, chi ha una retribuzione annua tra i 35.000 e i 40.000 euro potrà usufruire di una detrazione che si abbassa gradualmente fino ad azzerarsi. Più specificatamente, per i redditi fino a 36.000, l’aumento in busta paga ammonterebbe a 64 euro, per quelli fino a 37.000 si riduce a 48 euro, mentre per quelli sotto i 38.000 si riceveranno circa 32 euro in più al mese. Si arriva così al minimo percepito: i lavoratori dipendenti con redditi fino a 39.000 avranno 16 euro in più mensili in busta paga, fino ad arrivare all’azzeramento nel caso di redditi da 40.000 euro annui.

La misura agisce dunque come un bonus fiscale andando a decurtare le trattenute Irpef e dunque incrementando il netto in buste paga dei lavoratori dipendenti, senza però incidere ovviamente, sulla contribuzione previdenziale. Interessati sarebbero circa 16 milioni di lavoratori di cui almeno 4,3 milioni finora esclusi dal beneficio.

“Un primo intervento concreto nel segno della crescita e dell’equità che costituirà la base di una più ampia riforma del sistema fiscale”, ha commentato il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

L’intervento che ha ricevuto il plauso dei sindacati maggiori continua però a escludere dall’agevolazione la categoria dei pensionati, indipendentemente dal reddito.

Fonte

22/06/2016

La beffa del bonus Renzi

Giugno è il mese delle dichiarazioni dei redditi e per migliaia di persone quest’anno la consueta visita al commercialista è stata più amara del solito.

Colpa del bonus Irpef introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, più comunemente noto come bonus “Renzi” degli 80 euro.

I beneficiari del bonus sono coloro che percepiscono un reddito da lavoro dipendente e/o redditi assimilati (es. compensi percepiti da lavoratori soci delle cooperative, remunerazione dei sacerdoti, compensi per lavoratori socialmente utili, ecc).

Sono invece esclusi dal bonus i titolari di altri redditi, a mero titolo di esempio i percettori di reddito di impresa, reddito da lavoro autonomo e i pensionati.

Il bonus Irpef non spetta a coloro i quali hanno un reddito inferiore o uguale a € 8.000: in questo caso si parla di incapienza d’imposta, infatti le detrazioni da lavoro dipendente verrebbero ad essere  pari all’Irpef lorda dovuta.

Il bonus viene invece erogato in misura pari a 80 euro mensili, raggiungendo quindi nell’anno l’importo di € 960, per i dipendenti con  reddito compreso fra gli 8.000 e i 24.000 euro.

Il bonus diminuisce poi al crescere del reddito nella fascia compresa tra i 24.000 e i 26.000 euro, per poi annullarsi oltre tale soglia.

Il credito, come accennato sopra, chiaramente spetta se l’Irpef lorda è di ammontare superiore alle detrazioni di lavoro spettanti.

Milioni d’italiani, dicevamo, hanno quest’anno subito una batosta, perché costretti a restituire all’erario somme percepite che per legge erano non dovute.

In un articolo del 1 giugno il Fatto Quotidiano stimava che 341mila persone con un reddito sotto i 7.500 euro abbiano dovuto restituire il bonus: tra questi molti si sono trovati nella situazione paradossale di aver lavorato 12 mesi nel 2015 e ciononostante, non avendo percepito diverse mensilità dalla propria ditta, hanno finito per conseguire un reddito certificato inferiore a € 8000. Da ciò l’obbligo di restituire il bonus “impropriamente” percepito: insomma “cornuti e mazziati”.

Sono stati tantissimi poi i lavoratori a subire un bagno di sangue per il motivo opposto, ossia l’aver superato le soglie reddituali previste.

Il passo falso per loro è stato quello di comunicare a chi elabora le proprie buste paghe, un reddito previsionale errato. L’equivoco verte sulla definizione stessa di reddito: il bonus Renzi non si calcola infatti sulla base del reddito da lavoro dipendente, ma sulla base del reddito complessivo.

Per comprendere quanto detto finora basta fare un semplice esempio:

Partiamo dall’assunto che il bonus spetta integralmente (960 euro annuali) a chi ha un reddito compreso tra gli 8000 e i 24.000 euro.

Per coloro che hanno un reddito che invece oscilla tra i 24.000 e i 26.000 euro il reddito viene conteggiato in base alla seguente formula:

€ 24.000 < reddito < €26.000               Importo : [(€ 26.000-Reddito complessivo) x € 960] / 2000

Ora, ipotizziamo che un impiegato statale percepisca uno stipendio lordo di € 22.300 usufruendo in busta paga del bonus integrale di € 960,00.

Al momento di stilare la dichiarazione dei redditi, l’impiegato però comunica al proprio commercialista di avere locato in corso d’anno un fabbricato in comproprietà con la moglie che gli produce un reddito ulteriore (imponibile) di € 3400,00.

In questo caso il suo reddito complessivo per il 2015 sarà di € 25.700.

Ingenuamente l’impiegato ha superato il limite per usufruire per intero del bonus.

Sfruttando la formula sopra riportata è facile capire che il bonus realmente a lui spettante è di soli € 144,00.

Pertanto sarà tenuto in sede di dichiarazione a dover sborsare la differenza ossia € 816,00 (= € 960-€ 144), cifra che cumulata all’Irpef, all’addizionale comunale e regionale comporterà un bagno di sangue per il contribuente in questione.

Il consiglio per i lettori, in relazione alle mensilità restanti del 2016, è il seguente: se non avete certezze sulle vostre previsioni di reddito, comunicate la rinuncia al bonus in busta paga; infatti nel peggiore dei casi questo potrà esservi rimborsato in sede di dichiarazione dei redditi nel 2017, qualora siano soddisfatti i requisiti reddituali.

Fonte

21/06/2014

SEL calante? Renzismo e prospettive per la Sinistra

Non è la prima volta che un gruppo parlamentare di opposizione approva una proposta del governo. E la cosa in sé non ha niente di scandaloso. Perché dunque tanto clamore per il voto favorevole di SEL sugli “80 Euro”? Le ragioni sono chiaramente tutte nel contesto in cui esso è maturato. Da una parte, resta il fatto che il provvedimento in questione non è un decreto come gli altri, bensì lo strumento su cui Renzi ha basato la sua strategia del consenso negli ultimi mesi (fruttata il 40,8% delle europee) – strategia che ora sembra aver piegato anche la maggioranza dei parlamentari di SEL. Dall’altra, è chiaro che si è trattato dell’ultimo atto di un braccio di ferro in corso ormai da diversi mesi fra le componenti di quel partito. In qualche modo Gennaro Migliore, leader dell’ala moderata (minoranza nel partito), ha dimostrato di avere il controllo del gruppo parlamentare, e quindi di potere di fatto decapitare SEL in caso di scissione.

La lacerazione, sempre più profonda, segnala che la formula che ha ispirato la nascita di Sinistra Ecologia e Libertà – il tentativo (per altro malriuscito) di aggregare le forze “a sinistra del PD” per provare a incidere sul baricentro moderato del centrosinistra – si è esaurita. Non c’è più metafora o paradosso che possa tenere insieme un dilemma sempre più stridente: in questo momento o si sta con (e, in prospettiva, dentro) il PD o si è contro di esso. Sull’esaurimento del progetto originario di SEL il suo gruppo dirigente ha indubbie responsabilità, ma negli ultimi mesi un elemento ben più dirompente è intervenuto sul quadro politico, ridimensionando drasticamente i margini di quel partito. L’effetto Renzi.

L’operazione di costruzione di una nuova leadership intorno all’ex sindaco di Firenze ha i tratti di un enorme processo di concentrazione degli interessi dominanti del paese. Per trovare un precedente analogo non è tanto alla DC che bisogna guardare, ma forse alla “Sinistra storica” di Depretris, che riuscì a scompaginare gli schieramenti parlamentari consolidando, con le politiche protezioniste, quell’alleanza fra grandi agrari del Sud e industriali emergenti del Nord che avrebbe rappresentato il blocco sociale egemone nei decenni successivi. Analogamente, il PD si sta ponendo nel quadro politico non come partito “centrista”, ma come forza centrale. Da questa posizione può compiere anche incursioni nei campi avversari, come è accaduto nel caso degli 80 Euro con i soggetti alla sua sinistra. A questo partito non interessano alleanze organiche con forze minori – che al più conta di fagocitare anche attraverso una legge elettorale iper-maggioritaria –: è la linea politica della nuova leadership (ovviamente non riducibile al solo Renzi) che costruisce di volta in volta la maggioranza in Parlamento, non il contrario. Realista come tutti i conservatori, Migliore è ben consapevole di questa china e intende percorrerla fino in fondo.

Dunque non ci sono alternative? Un’analisi più attenta mostra che in realtà la base di consenso che Renzi ha conquistato di recente è quanto mai fragile. Già si sono levati da Bruxelles moniti severi nei confronti della situazione del bilancio pubblico italiano; quasi certamente le performance del Pil si riveleranno nei prossimi mesi meno brillanti di quanto prospettato dal Def a firma Padoan. Tutto questo potrebbe tradursi a breve in nuove manovre restrittive o in importanti privatizzazioni. In un caso o nell’altro, le tensioni ancora presenti nel corpo del paese – appena e solo in parte anestetizzate dagli 80 Euro – potrebbero riacutizzarsi e investire Renzi e il PD.

Ciò però potrebbe non bastare a indebolire la centralità di quel partito e il progetto di cui è portatore, offrendo piuttosto il pretesto per una più intensa torsione autoritaria. La condizione indispensabile per provare a contrastare efficacemente quell’operazione è la costruzione di una soggettività politica in grado di organizzare il dissenso diffuso nella società. Impresa che impone non tanto l’accordo fra sigle (di partito o di movimento) quanto l’elaborazione di un punto di vista autonomo, che individui priorità precise e da cui discendano una chiara analisi di fase e un programma in grado di fronteggiarla. Questa è la sfida che attende non solo la parte di SEL che non ha condiviso il voto di ieri o gli altri soggetti che hanno animato l’esperienza de L’Altra Europa con Tsipras, ma chiunque non voglia rassegnarsi a uno stato duraturo di disoccupazione di massa, precarietà radicata e spazi democratici sempre più stretti. “Hic Rhodus, hic salta”, avrebbe detto qualcuno.

Fonte

19/06/2014

I modesti effetti degli 80 euro in busta paga

Il bonus fiscale di 80 euro mensili, che ha rappresentato uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico, corrisponde a un importo massimo di 640 euro per il 2014 ed è riservato ai lavoratori dipendenti e assimilati che hanno un reddito da lavoro dipendente fino a 26.000 euro[1]. Il decreto legge 66/2014 che lo ha istituito ha suscitato alcune perplessità che andrebbero approfondite[2].

In Italia, il sistema di tassazione è di tipo individuale e non dipende dal reddito percepito dai diversi componenti del nucleo familiare. Ciò significa che a parità di composizione e di reddito complessivo familiare, con il bonus calcolato sul reddito individuale si creano condizioni di disparità tra famiglie monoreddito con figli a carico che non ricevono alcun beneficio dalla manovra governativa e famiglie, magari con più redditi e senza figli, che percepiranno più bonus.

Il credito inoltre esclude dal rimborso gli incapienti e i percettori di reddito che non appartengono alla categoria dei lavoratori dipendenti, e occorre sottolineare che le disposizioni del decreto si applicano solo per il periodo d’imposta 2014. In definitiva, solo con la dichiarazione dei redditi, che avverrà a maggio 2015, ciascun lavoratore potrà sapere esattamente a quanto ammonta il bonus ricevuto e non saranno infrequenti i casi di restituzione al fisco di somme impropriamente ricevute nel corso del 2014.

Per avere un’idea della platea dei possibili beneficiari si può considerare che i lavoratori dipendenti che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2012 sono stati 20 milioni e 790 mila, di cui circa 11 milioni hanno un reddito compreso nella fascia interessata al bonus (Mef, Dipartimento delle Finanze). Ulteriori beneficiari di un bonus parziale sono anche tutti quei lavoratori dipendenti che hanno un reddito annuale basso, avendo lavorato soltanto alcuni mesi.

Per approfondire ulteriormente la questione presentiamo di seguito i risultati di una ricerca condotta a partire dai dati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie riferita all’anno 2012[3].

Da questa analisi emerge che a ottenere il bonus sarà il 57,4% dei lavoratori dipendenti  e assimilati, che riceveranno un importo medio di 558 euro (tavola 1). L’analisi per decili di famiglie consente di capire meglio a chi andranno i benefici della manovra fiscale e le conclusioni si sposano con gli altri studi scientifici già pubblicati[4]. Su 100 famiglie italiane solo 39 ricevono il bonus (tavola 2). Ma l’aspetto più deludente è che soltanto il 22% della porzione più povera di popolazione percepisce il bonus, ricavandone mediamente soltanto 96 euro l’anno in più (+1,3%), mentre il 10% delle famiglie con un reddito già più elevato riceve maggiori entrate per 243 euro l’anno (+0,3%). Più in generale, si nota che, in conseguenza della manovra, sono soprattutto le famiglie con un reddito medio-alto quelle che beneficiano maggiormente del bonus.

Se si tiene conto della numerosità dei nuclei familiari (tavola 3)[5], si evidenzia una distribuzione dei redditi equivalenti che favorisce le classi centrali.

L’effetto redistributivo del bonus è solo di lieve entità, come mostra l’indice di concentrazione di Gini che si riduce di soli due decimi di punti[6]. La propensione al  consumo, che, come noto, diminuisce all’aumentare del reddito, è uguale sia nel gruppo dei beneficiari sia in quello dei non beneficiari, come risulta dalle elaborazioni condotte sui dati dell’indagine della Banca d’Italia.

Una valutazione obiettiva sull’efficacia del provvedimento varato dal governo Renzi  dipende naturalmente dagli obiettivi che essa si prefigge e dalle coperture finanziarie utilizzate per sostenere il bonus fiscale[7].

Se lo scopo fosse stato quello di rilanciare la crescita, si deve constatare con rammarico che l’impatto sarà estremamente modesto. L’importo redistribuito nel 2014 (circa 6,6 miliardi di euro secondo la stima effettuata dai tecnici del Senato),  sarà  solo dello 0,4% del Pil e assumendo una propensione al consumo di 0,8% l’incremento atteso della domanda scende allo 0,32%[8]. Se poi si considera  il minor consumo privato (se il bonus è finanziato con un aumento della tassazione) o pubblico (nella misura in cui il bonus è finanziato attraverso un taglio della spesa della PA) se ne deduce che la manovra avrà un effetto trascurabile sul Pil e, quindi, sulla crescita.

Tanto più che entro il 15 gennaio 2015, sarà adottato un decreto per aumentare le aliquote di imposta e ridurre le agevolazioni e le detrazioni fiscali per conseguire un maggior gettito di 3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi dal 2017 (DEF 2014)[9].

Ma, eliminando l’ipotesi di un beneficio sulla crescita, si potrebbe ritenere che l’obiettivo del Governo fosse operare una redistribuzione dei redditi, in considerazione della forte disuguaglianza esistente in Italia. Ma anche a questo scopo il provvedimento, come si è visto, risulta inefficace, perché la concentrazione dei redditi si riduce solo marginalmente.

D’altra parte se la finalità era la maggiore equità sociale, sarebbe stato opportuno utilizzare strumenti diversi per l’individuazione dei beneficiari, primo fra tutti quello dell’indicatore Isee[10].

A riguardo è opportuno aggiungere che ben più efficace poteva essere l’introduzione di una forma di reddito minimo per coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale [11]. Una manovra di questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali. Un effetto aggiuntivo sulla crescita poteva essere, poi, ottenuto se ai destinatari del reddito minimo, ma anche agli attuali percettori di ammortizzatori sociali, venisse chiesto in cambio un impegno lavorativo in settori pubblici strategici che offrono un servizio a pagamento (svolgere la funzione di custodi in musei, siti archeologici, parchi pubblici, ecc. per consentire, ad esempio, un orario prolungato del servizio di apertura).

In alternativa ai trasferimenti monetari, una maggiore inclusione sociale potrebbe essere raggiunta anche con trasferimenti pubblici in natura diretti ai ceti meno abbienti (con strumenti come i buoni alimentari e l’edilizia popolare), ma ad esempio anche attraverso il sostegno del tempo pieno nell’istruzione pubblica per favorire in misura maggiore il lavoro femminile, oppure rafforzando l’assistenza sanitaria pubblica e sociale. In questo caso, la riduzione delle disuguaglianze si avrebbe in termini di capabilities, cioè di opportunità materiali da cogliere all’interno della società.

C’è tuttavia da considerare che la platea dei beneficiari del reddito minimo o dei trasferimenti in natura sarebbe risultata minore di quella del decreto proposto, i tempi di realizzazione sarebbero stati più lunghi e nell’immediato l’impatto in termini di consenso politico ed elettorale sarebbe stato inferiore.

In conclusione, al di là del beneficio economico che solo alcune famiglie percepiranno, il bonus come previsto nell’attuale decreto non appare una misura idonea a dare nuovo slancio all’economia italiana né capace di incidere significativamente sulle condizioni di vita delle famiglie più disagiate; né si tratta di una misura strutturale, dal momento che le coperture del decreto sono una tantum.

* Ricercatori ISTAT

Appendice statistica


 
[1] L’importo effettivamente corrisposto dipende dalla differenza tra l’imposta da pagare e la detrazione per  lavoro dipendente (capienza) di ciascun individuo ed è rapportato al periodo di lavoro effettivamente svolto nell’anno.  Per coloro che hanno lavorato tutto l’anno, se il reddito da lavoro dipendente è fino a  8.147 euro non percepiscono alcun bonus;  se è compreso tra 8.148 e 24.000 euro ricevono l’intero bonus di 640 euro;  se è compreso tra 24.001 e 26.000 euro l’importo del bonus  scala in proporzione al reddito (da 640 a 0 euro);  se è superiore a 26.000 euro l’individuo non ha diritto al bonus.
[2] Non mancano situazioni definite paradossali sotto il profilo distributivo dalla stessa Corte dei Conti: il soggetto con un reddito di 8.147 euro, essendo troppo “povero”, non paga nulla di Irpef e, dunque, non ha diritto a vedersi riconosciuto il bonus 2014; il soggetto appena meno “povero” (reddito di 8.148 euro) paga 1 euro di Irpef e, solo per questo, ha diritto a percepire i 640 euro introdotti dal DL 66/2014.
[3] Si ipotizza che la distribuzione dei redditi sia rimasta immutata tra il 2012 e il 2014. Il reddito disponibile di ciascun individuo è stato dapprima “lordizzato” e successivamente è stato calcolato il bonus fiscale secondo le regole previste dal dl 66/2014. Il bonus spettante a ciascuna famiglia del campione, pari alla somma del bonus spettante a ciascun componente, è stato aggiunto al reddito netto familiare e al reddito netto familiare equivalente. Nel campione i lavoratori dipendenti e i disoccupati che ricevono un ammortizzatore sociale (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, indennità di mobilità) appartenenti alle fasce di reddito interessate al bonus sono il 19,1% del totale, un numero leggermente superiore a quanto risulta dalle dichiarazioni dei redditi dell’Agenzia delle Entrate (18,3%). L’impatto della manovra, sulla base dei dati campionari, risulta di circa 7 miliardi di euro.
[4] M. Baldini et al., Un sostegno alle famiglie della classe media, Lavoce.info, 24 aprile 2014. Nello studio si fa riferimento all’indagine campionaria dell’Istat  sul reddito e condizioni di vita.
[5] Per ciascuna famiglia è stato calcolato il numero di “adulti equivalenti” sommando i coefficienti relativi a ciascun componente (capofamiglia=1;  componenti con 14 anni e più=0,5; componenti con meno di 14 anni=0,3). Il reddito familiare viene poi diviso per tale coefficiente e attribuito a ciascun componente della famiglia, bambini inclusi.
[6] Un risultato analogo è stato ricavato anche dall’Istat e presentato in una recente audizione parlamentare.
[7] Le coperture effettive saranno note solo al momento della definitiva conversione in legge del decreto.
[8] Se si fossero privilegiate  le classi meno abbienti (in particolare le monoreddito con figli a carico) che hanno una maggiore propensione al consumo si sarebbe potuto conseguire un effetto maggiore.
[9] La probabilità che si riescano a ottenere maggiori risparmi di spesa pubblica tali da evitare il previsto inasprimento fiscale sono davvero basse.
[10] Le modalità di determinazione dell’Isee sono state riviste con il Dpcm 5 dicembre 2013, n. 159. L’indicatore della situazione economica equivalente è dato dal rapporto tra l’indicatore della situazione economica (Ise), che è la somma della situazione reddituale e del 20% della situazione patrimoniale, e il numero di componenti equivalenti del nucleo familiare.
[11] Già da alcuni anni la provincia autonoma di Trento corrisponde un reddito di garanzia, di natura temporanea e riservato ai residenti, ad integrazione della condizione economica familiare, fino al raggiungimento di una soglia locale di povertà assoluta (l’indicatore Icef che tiene conto dei dati reddituali, patrimoniali e del numero dei componenti il nucleo). Un’altra proposta di contrasto alla povertà assoluta e all’esclusione sociale  è il Sostegno per l’inclusione attiva (SIA), studiato dal governo Letta, ma rimasto inapplicato. Il Sia avrebbe interessato circa 1,5 milioni di famiglie con un costo presunto di 7 miliardi di euro.  La questione è entrata nel dibattito politico con una proposta di legge sul reddito di cittadinanza, che prevede un assegno fino a 600 euro netti per un single, con un costo complessivo di circa 19 miliardi di euro (al riguardo si vedano i contributi di Antonella Stirati e Andrea Fumagalli).


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