Alexis Tsipras ha vinto le elezioni. Ha ottenuto quello che voleva, ora ha un gruppo parlamentare completamente fedele e disposto a seguire la strada del terzo memorandum e conferma la possibilità di formare un governo con la destra dei Greci Indipendenti senza dover nominare ministri del centrosinistra e del centrodestra.
“Con il 50% di astensione non vince nessuno”
La “vittoria” di Tsipras è arrivata al prezzo di un calo della partecipazione alle elezioni, dal 63,62% di affluenza di gennaio al 56,57% di settembre.
Prima ancora di parlare dell’austerità, se si vuole essere minimamente coerenti, non si può fare finta di niente e parlare di “grande vittoria della democrazia e della partecipazione”. Abbiamo passato anni a spiegare la truffa del maggioritario che trasforma una minoranza in una maggioranza, a spiegare che il 40% di Renzi è in realtà il 21,7% degli aventi diritto al voto. Abbiamo contestato l’idea per cui in una democrazia matura vota sempre una minoranza e che “le decisioni sono prese da chi vuole e ha la competenza per partecipare alle elezioni”. Abbiamo sempre detto che nessun cambiamento reale può avvenire senza la partecipazione e soprattutto senza recuperare le masse popolari che si rifugiano nell’astensione perché non trovano rappresentanza nel sistema politico.
Se in Grecia vota poco più che un elettore su due, non possiamo dire cose diverse di quando succede lo stesso in Italia. Il 36,34% di SYRIZA è in realtà il 22,57% degli aventi diritto al voto. Aggiungendo i Greci Indipendenti, il governo rappresenterà il 25,52% degli aventi diritto. Un quarto degli aventi diritto.
Unità Popolare
L’operazione di Unità Popolare s’è fermata sotto la soglia di sbarramento per lo 0,13%, ovvero settemila voti. Anche qui, se si contesta in Italia la soglia di sbarramento come antidemocratica, se si dice che la soglia non solo priva una fetta di cittadini della rappresentanza cui avrebbero diritto, ma spinge anche a votare obtorto collo per i partiti maggiori sotto la spinta del meccanismo antidemocratico del “voto utile”, allora non si può non dire le stesse cose per quanto riguardo la Grecia.
Detto questo, è evidente che Unità Popolare non è riuscita ad accreditarsi come rappresentante del NO vittorioso al referendum. Chiamando le elezioni anticipate con così poco preavviso Tsipras puntava a impedire alla sinistra di SYRIZA di organizzarsi in maniera efficacie. Era sotto gli occhi di tutti che la sinistra di SYRIZA non era un “partito nel partito” pronto a staccarsi e agire autonomamente.
L’attenzione riguardo a Unità Popolare si è concentrata sui “grandi nomi” aderenti. Certamente, il balletto di Zoe Konstantopolou che prima aderisce, poi non aderisce e poi aderisce, non ha fatto bene a Unità Popolare. Certamente, Glezos e Varoufakis che prima dicono che non possono sostenere una lista a favore dell’uscita dall’euro e poi la sostengono, rende l’idea della confusione in cui è stata costruita Unità Popolare.
L’attenzione sui grandi nomi però è sbagliata, tanto più quando si parla di un soggetto politico come Unità Popolare che punta alla lotta e al radicamento popolare. Il vero punto di attenzione dovrebbe essere su quanto Unità Popolare sia in grado di ricomporre tutto quello che è in uscita libera dal processo di disgregazione di SYRIZA. Purtroppo, fino ad ora, non abbastanza. Segnali evidenti sono arrivati durante la costruzione della lista: la coalizione di ultra-sinistra ANTARSYA ha perso alcune frange che hanno partecipato a UP ma si è presentata comunque alle elezioni ottenendo lo 0,85% dei voti, l’organizzazione giovanile di SYRIZA è uscita in blocco ma non ha aderito a UP limitandosi invece a dare indicazione di voto per “tutte le liste anti austerità”, tanti membri del Comitato Centrale di SYRIZA e/o parlamentari hanno rifiutato di candidarsi e sostenere le liste di SYRIZA senza però schierarsi con UP.
Non ho la sfera di cristallo per sapere se il generoso tentativo di Unità Popolare ha le gambe per camminare anche fuori dal parlamento.
Ciò che è sicuro è che ora nel panorama della politica greca l’unica forza politica di sinistra di opposizione all’austerità è il Partito Comunista di Grecia KKE che ha confermato la sua compattezza, prendendo esattamente lo stesso 5,5% delle elezioni di gennaio. Nelle nostre analisi tendiamo sempre a liquidarlo come “settario e ininfluente”. Se la definizione di “settario” si adatta perfettamente alla linea politica del KKE, rimane che avrà pur qualcosa da dire se resta saldo in mezzo agli scossoni che hanno invece tenuto Unità Popolare sotto il 3%.
Il governo del terzo memorandum
Alexis Tsipras ora ha il compito di guidare il governo sotto il terzo memorandum. Dopo la notte del “waterboarding mentale” ci si è dimenticati troppo presto di cosa voglia dire il terzo memorandum.
Sotto il terzo memorandum il governo greco è costretto a ripudiare le leggi fatte negli ultimi mesi che non siano compatibili con il memorandum, da questa falciata si salvano solo alcuni dei provvedimenti “umanitari”, ma neanche tutti. Sotto il terzo memorandum il commissariamento della Grecia è ancora più stretto. Uno dei punti faticosamente strappati dal governo Tsipras a febbraio era che gli ufficiali della troika non dovevano stare ad Atene a controllare ogni singolo atto, era che le trattative dovevano avvenire a Bruxelles dove il governo greco avrebbe discusso i provvedimenti dopo averli presi. Con il terzo memorandum si torna alla troika ad Atene che, per di più, controlla ogni singolo atto parlamentare prima che sia discusso. Con il terzo memorandum il governo greco deve affidare a un fondo modello-Treuhand (l’istituzione che privatizzò i beni della Germania Est in un’orgia di corruzione e inefficienza) beni pubblici per 50 miliardi di euro, una cifra esorbitante per il valore dei beni pubblici greci, raggiungibile solo mettendo sul mercato, letteralmente, le isole greche.
Tsipras si è ricandidato dicendo che lotterà per far pesare questi provvedimenti agli oligarchi, a chi non ha mai pagato le tasse. Dice che lotterà aspettando che nuovi governi di sinistra prendano il potere negli altri paesi periferici e che questo permetta di riaprire la partita a livello europeo.
È lecito dubitare che questo sia fattibile. Innanzitutto, nonostante il governo SYRIZA-ANEL sia formalmente autonomo, di fatto Tsipras ha resuscitato centrodestra e centrosinistra per coinvolgerli nella costruzione del terzo memorandum dopo il referendum. E il centrodestra e il centrosinistra greci (in parte, anche ANEL) sono esattamente i rappresentanti politici di chi non ha mai pagato le tasse e ha campato per tutta la vita facendo il parassita di uno stato inefficiente.
Ma soprattutto, è lecito dubitare che l’opzione dell’ondata di governi di sinistra sia realistica. In Irlanda, Spagna e Portogallo i numeri brutali dicono che a ora non c’è nessuna possibilità seria per nessun governo di sinistra. Forse con l’unica eccezione della Spagna in cui le vicende dell’indipendentismo catalano potrebbero dare un nuovo scossone allo scenario politico, i numeri indicano dappertutto l’affermarsi di grandi coalizioni in totale accordo con le istituzioni europee.
Infine, è lecito dubitare che “ora che ha una nuova legittimazione democratica” SYRIZA sia nelle condizioni per trattare meglio con l’Europa. Il governo Tsipras è già stato punito per aver cercato di condurre una trattativa vera nel momento di massimo consenso elettorale, abbiamo già visto come il tentativo di aprire le contraddizioni tra Germania e Francia si sia concluso con il governo socialdemocratico francese che ha insaponato la corda con cui il governo cristianodemocratico-socialdemocratico tedesco ha impiccato il governo di sinistra radicale greco. L’idea che ci siano ora le condizioni per riaprire la trattativa su punti reali (certo, magari ora invece di 50 miliardi di privatizzazione l’Europa si limiterà a 49 miliardi) assomiglia più a un pio desidero che a una possibilità data dai rapporti di forza reali.
La sinistra italiana e la Grecia
SYRIZA ha chiesto sostegno agli altri partiti del Partito della Sinistra Europea e a tutte le sinistre con una lettera significativamente firmata dal solo responsabile esteri del partito, dato che nel frattempo il segretario si era dimesso. Lettera in cui tutte le colpe sono state accollate alla minoranza interna, in pieno stile da realismo socialista.
La risposta della sinistra italiana è stata il presentat-arm!
Certamente sarebbe stato da vigliacchi voltare le spalle dopo essere andati a farsi belli ad Atene quando le prospettive sembravano rosee. Ma la reazione della sinistra italiana (dalla segreteria di Rifondazione Comunista all’ARCI passando per SEL e Civati) è stata una cosa diversa dalla solidarietà a una forza politica affine che si trova in grande difficoltà, è stata la strumentalizzazione della vicenda greca per legittimare il processo di ricomposizione di gruppi dirigenti all’interno della Costituente della Sinistra, la famosa “SYRIZA italiana” che viene lanciata ormai a scadenze stagionale da un paio d’anni.
Lo schieramento a sostegno di Tsipras è vissuto alla giornata, cercando di sfoderare trucchetti retorici nuovi (e contraddittori) per star dietro alle notizie del giorno. L’atteggiamento ondivago di alcuni personaggi come Manolis Glezos e Yanis Varoufakis ha messo a dura prova i sostenitori senza se e senza ma di Tsipras. Prima hanno esaltato i responsabili Glezos e Varoufakis che pur in disaccordo con Tsipras non partecipavano a Unità Popolare, salvo poi riesumare le accuse di minoritarismo e scissionismo quando ci si è accorti che Glezos e Varoufakis sostenevano Unità Popolare
Accuse di minoritarismo e scissionismo che curiosamente sono esattamente quelle prodotte dal PDS-DS-PD contro la sinistra radicale che ora le volge contro un pezzo di sinistra radicale greca. Accuse che, va detto, suonano a tratti imbarazzanti quando provengono da dirigenti che per anni hanno prodotto disastri elettorali e organizzativi, dirigenti che hanno prodotto lotte di corrente all’ultimo sangue mentre non si accorgevano che le liste non prendevano voti e le organizzazioni perdevano militanti.
Aldilà del pulpito da cui viene la predica, la verità è che la retorica assunta nel sostegno alla “nuova SYRIZA” è pericolosa, su almeno due punti.
Il primo punto è che se un anno fa sembrava data per assunta l’impossibilità di governare da sinistra l’austerità, ora questa possibilità “rientra dalla finestra” dopo essere stata buttata fuori dalla porta. Quando si dice che anche dentro al pesantissimo programma di austerità imposto alla Grecia si possono trovare spazi per politiche redistributive di sinistra cosa si sta facendo se non riaprire alla possibilità di una nuova alleanza col centrosinistra (possibilità che di fatto viene proclamata come unico orizzonte da Vendola e Civati…)?
Certo, per una parte dei partecipanti al progetto di “Costituente della Sinistra” si tratta di una contorsione retorica e tattica. In altre parole, un giro di parole per giustificare il prolungato sostegno a Tsipras. Ma così facendo si fa mostra di avere una retorica vuota. Retorica vuota che si manifesta anche nelle chiacchiere sull’Europa. Sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista hanno detto che, pur nella sconfitta, il terzo memorandum ha il pregio di dimostrare l’irriformabilità dell’Europa. Anche questo appare però come retorica vuota nel momento in cui non si trae nessuna conseguenza. Se l’Europa non è riformabile, vuole dire che bisogna come minimo cambiare completamente l’approccio alle questioni europee. E invece sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista persistono a riproporre esattamente le stesse proposte politiche di quando si considerava in qualche maniera la riformabilità dell’Europa. La proposta continua a essere la costruzione della “sinistra di governo” fino a quando non ci sarà una coalizione di governi anti-austerità in grado di riformare l’Europa.
Il secondo punto è quello della democrazia interna. Tsipras ha deciso di sgretolare SYRIZA pur di portare avanti la linea che crede giusta. Non si tratta solo dello scontro con la minoranza di sinistra organizzata, Tsipras è andato alla rottura con il segretario del partito, con la maggioranza del Comitato Centrale, con l’organizzazione giovanile del partito, con la corrente sindacale del partito, con le federazioni e le sezioni territoriali.
Personalmente cerco di restare nel quadro di una cultura politica per cui all’interno di un’organizzazione che vuole rimanere unita si deve perseguire la sintesi tra le posizioni: massima democrazia nella discussione, massima unità nell’azione. Poi nella realtà spesso si arretra sul “principio di maggioranza”, tutti fanno quello che decide la maggioranza fatta salva la possibilità per la minoranza di rendere nota la propria posizione. Questo “principio di maggioranza” è quello che è stato rispettato dalla minoranza di SYRIZA durante gli ultimi due anni, inclusa l’azione di governo. Tsipras con la mossa delle elezioni non ha solo rifiutato il principio della sintesi, ha rifiutato il principio di maggioranza andando a elezioni in cui si sarebbe comunque tolta qualunque agibilità alla minoranza.
È questo il tipo di democrazia interna cui allude la Costituente della Sinistra? Una democrazia interna in cui chi non è d’accordo è fuori? Una democrazia interna in cui il gruppo dirigente dell’organizzazione è totalmente autonomo dal resto dell’organizzazione? Una democrazia interna in cui determinate posizioni “euro scettiche” sono messe al bando?
Non si tratta di una questione marginale. Io la vivo dall’interno del PRC, dove sono e dove resto. Come può il PRC partecipare a una costituente che proclama il principio democratico di “una testa un voto”, ma poi, di fatto, legittima il principio leaderista per cui decide tutto la singola persona o un ristrettissimo gruppo dirigente? L’ipotesi che la “SYRIZA italiana” assuma questa modalità è molto più che un’ipotesi, l’abbiamo vista in azione quando sono state formate le liste de L’Altra Europa, liste formate dai sei “garanti” senza nessun tipo di controllo democratico ma con l’approvazione personale di Alexis Tsipras. All’epoca abbiamo dovuto ingoiare il boccone amaro per l’impellenza delle elezioni. Oggi?
Ma si tratta di qualcosa che investe tutta la sinistra che potrebbe essere interessata a una ricomposizione. La questione europea, la questione dell’Unione Monetaria Europea investe trasversalmente tutti i settori della sinistra politica, sindacale e di movimento. In tutti i settori si possono trovare compagni che sono fedeli all’idea degli Stati Uniti d’Europa in maniera religiosa, compagni traghettati ormai a posizioni anti europeiste e un grande spettro di posizioni confuse, dinamiche, in movimento. A questo si risponde dicendo che la linea è “dentro l’euro, a costo di gestire noi l’austerità”?
Ovviamente, questo apre a una domanda ancora più grande: perché facciamo la ricomposizione della sinistra? Si tratta di un obiettivo strategico in sé cui bisogna sacrificare tutte le possibili dissidenze? O si tratta di un mezzo per raggiungere degli scopi?
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/09/2015
09/09/2015
Una strategia che non c'è più. Il Prc davanti alla resa di Tsipras
La vicenda greca ha segnato un punto di non ritorno nelle diverse esperienze della sinistra radicale europea, dalle sue componenti più "istituzionali" a quelle formalmente più "antagoniste". Fino alla vittoria di Syriza, nel gennaio di quest'anno, si poteva in buona fede credere che un vasto e articolato movimento politico, espressione diretta di un altrettanto articolato fronte sociale aggregatosi in un lungo processo di lotte e mobilitazioni, potesse arrivare al governo di un paese dell'Unione Europea e in questo modo mettere fine alle politiche di austerità, pur all'interno di un orizzonte "europeista" che non metteva in discussione la permanenza del paese all'interno dell'Unione Europea.
Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.
Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.
Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.
Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.
Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.
Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo – per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità – omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.
Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.
Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.
Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.
Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.
Ma questo non accade.
Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.
Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.
Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.
Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.
Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.
Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).
In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.
Provo a spiegarmi con un aneddoto.
Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.
Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?
La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.
Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.
Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.
Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.
Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.
E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto – era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.
Qui però sta il punto.
Se le due opzioni – fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?
Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.
In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.
Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.
Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.
Si cita il Lenin di Brest-Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionario e le sue conquiste.
In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.
L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.
Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.
Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assoluta.
Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.
Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.
Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.
L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.
Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras… a prescindere. Punto e basta.
Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.
Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?
Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?
Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?
Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati propositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.
La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.
La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.
Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.
Fonte
Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.
Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.
Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.
Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.
Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.
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Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo – per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità – omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.
Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.
Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.
Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.
Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.
Ma questo non accade.
Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.
Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.
Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.
Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.
Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.
Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).
In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.
Provo a spiegarmi con un aneddoto.
Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.
Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?
La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.
Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.
Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.
Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.
Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.
E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto – era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.
Qui però sta il punto.
Se le due opzioni – fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?
Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.
In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.
Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.
Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.
Si cita il Lenin di Brest-Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionario e le sue conquiste.
In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.
L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.
Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.
Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assoluta.
Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.
Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.
Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.
L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.
Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras… a prescindere. Punto e basta.
Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.
Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?
Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?
Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?
Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati propositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.
La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.
La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.
Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.
Fonte
24/07/2015
Perché Sel-Rifondazione e & c. se la prendono così calda per difendere Tsipras?
Sel, Rifondazione e l’area dei loro militanti più fedeli hanno ingaggiato una battaglia furibonda per difendere Tsipras, anche più di quanto non facciano i recenti fuoriusciti del Pd, che osservano una linea più sobria. Gli argomenti sono più o meno questi, variamente declinati e mescolati…
- non c’era altro da fare (ma allora perché sbrodolarsela per 5 mesi e non chiudere subito, prima di svuotare le banche?);
- l’accordo finale è migliore del precedente (Ah si?! E in cosa?);
- così la Grecia ha ottenuto la riduzione del debito (veramente non l’ha ancora ottenuta, non sappiamo se lo sarà, in che misura ed a che costo);
- chi ha perso la faccia è la Merkel (si ma solo perché ad uscirne bene è Schauble);
- Tsipras ci ha insegnato cosa significa lottare (veramente ci ha insegnato come prenderle di santa ragione, dopo una manfrina di cinque mesi);
- a criticare Tsipras sono solo i trotskijsti, anarchici, ml e falsi comunisti (quindi anche 40 deputati, la maggioranza del Comitato centrale di Siryza e Varoufakis sono trotzkijsti, anarchici ecc?).
Potremmo proseguire ma mi pare che basti.
Ma perché la Brigata Kalimera si imbarca in una impresa così disperata e perdente? Anche perché un elettore potrebbe chiedersi: “Ma se anche tu, in circostanze analoghe, faresti la stessa politica di austerity, anche solo perché costretto, perché mai dovrei votarti? Mi tengo il Pd”.
Io distinguerei fra i gruppi dirigenti ed i militanti. Per quanto riguarda i secondi il discorso è presto fatto: l’eredità del comunismo da caserma, per cui il gruppo dirigente va sempre difeso, con fede e senza riguardo per la ragione. La critica per loro è un’oziosa perdita di tempo, loro “credono”, non ragionano e sfidano impavidi il ridicolo. E poi ci sono le ragioni sentimentali: a questi militanti della sinistra, romanticamente, piace perdere, li fa sentire migliori, sfortunati ma migliori. Loro vogliono perdere ed è giusto accontentarli. E’ bene che questa sinistra perda sempre e chiudiamola qui.
Più complesso è il caso dei gruppi dirigenti, che sono di assoluto cinismo ed ai quali di Tsipras e del popolo greco non potrebbe interessare di meno. Però, loro hanno fatto un investimento di immagine: solo 14 mesi fa erano presenti alle elezioni come “lista Tsipras” e con quel “brand” sono riusciti a superare per il rotto della cuffia lo sbarramento del 4%. Poi la cosa, come era prevedibile e previsto, si è sfasciata due giorni dopo, fra accordi non rispettati, seggi contesi e slealtà varie, però questo non toglie che, per ragioni di marketing, non si può criticare quello che è stato il marchio di impresa. Anche perché, solo qualche giorno prima in occasione del referendum, l’icona di santo Alexis era stata innalzata più luminosa che mai, senza far caso alle ambiguità e giravolte dei giorni precedenti, che facevano presagire che uso si sarebbe fatto della vittoria del no.
In secondo luogo, il soggetto “nuovo” che sta per nascere sotto l’egida di Sel, al di là dei roboanti proclami anti renziani, già pensa di entrare nella lista del Pd, come imposto dall’Italicum (o di coalizzarsi con il Pd se dovesse tornare il premio di coalizione) e non possono presentarsi con trascorsi da estremisti che non danno affidamento.
Perché, questo è il cuore della questione, loro farebbero ancora una volta come hanno fatto con il Governo Prodi, piegandosi a votare le cose più indecenti come le missioni militari all’estero sotto comando militare americano, espellendo chi non era d’accordo. Fu così che raggiunsero l’obiettivo di perdere 3 elettori su 4 e restare fuori del Parlamento. Una sconfitta presto rimossa ed a cui non ha fatto seguito alcuna riflessione critica. Per cui è evidente che oggi farebbero la stessa cosa di Tsipras, perché non hanno gli strumenti culturali per immaginare nulla di diverso.
Questo ci porta ad un altro aspetto drammatico della questione: i gruppi dirigenti della Brigata Kalimera non capiscono assolutamente nulla di economia monetaria e, più in generale, di economia. Secondo un suo autorevole esponente il cambio 1 a 1 fra marco orientale e marco occidentale, fu un atto di generosità di Khol. Peccato che, con l’arrivo dell’Euro, poi quell’atto di generosità si sia spalmato su tutti gli altri paesi, per cui la Germania si è pagata la riunificazione – evitando l’equivalente di una “questione meridionale” – con il contributo del resto d’Europa. Khol è stato generoso, ma con i soldi degli altri.
Secondo un altro illustre esponente della summentovata Brigata, “bisogna emettere liquidità evitando l’inflazione”. Si può provare con una novena alla Madonna di Lourdes. Per un dirigente ancora più autorevole, la Bce dovrebbe essere “prestatore di ultima istanza”, esattamente come lo era lo Stato nei confronti delle banche e dei soggetti di diritto privato in difficoltà. Peccato che questa volta siano gli stati ad aver bisogno di quel prestatore che è un soggetto di diritto privato. L’autorevole personaggio, che mette nelle mani di Francoforte le speranze di una Europa federale, evidentemente ignora come è fatto il board della Bce e come sono fatti i board delle banche nazionali che lo compongono.
Non chiedetemi i nomi: sono quasi tutti miei amici personali ed, allora, diciamo il peccato e non il peccatore. E il peccato grosso è che questi signori non leggono un accidenti, non sanno niente e non gli importa nulla di sapere qualcosa. Il loro “pensiero” politico si forma fra un articolo di Repubblica, una chiacchierata nella terrazza romana della signora Fulvia, un incontro alla bouvette di Montecitorio con un giornalista “bene informato” e, quando va bene, qualche veloce consultazione di Wikipedia. Mai la lettura di un libro, un seminario di studio, un convegno. Da tempo immemorabile non compare una rivista teorica, non si fa una iniziativa di formazione, non si discute un documento politico di respiro, non si verifica un dibattito di qualche dignità. Il risultato è un certo politico di cialtroncelli, che non sanno nulla e non pensano nulla, ma hanno solo il problema di vivere della rendita di qualche incarico istituzionale. E non sarebbe meglio che una cosa del genere sparisse definitivamente?
Prevengo una obiezione che già immagino mi verrà fatta: “Ma allora i 5stelle sono più bravi? Perché non dici niente di loro?” E, infatti, sono convinto che il M5s stia procedendo troppo lentamente nel processo di maturazione e stia facendo sciocchezze come la proposta del reddito di cittadinanza (solenne fesseria, peraltro condivisa da Sel, da Landini e, suppongo, anche da Rifondazione). Anche questo è il frutto di questo modo impressionistico e facilone di far politica e sono convinto che se il M5s non si dà una mossa, iniziando a fare più sul serio, non ha un grande futuro davanti a se. Non si può vivere sempre di rendita delle brutture che fanno i governi in carica.
Come vedete, niente sconti a nessuno.
Fonte
- non c’era altro da fare (ma allora perché sbrodolarsela per 5 mesi e non chiudere subito, prima di svuotare le banche?);
- l’accordo finale è migliore del precedente (Ah si?! E in cosa?);
- così la Grecia ha ottenuto la riduzione del debito (veramente non l’ha ancora ottenuta, non sappiamo se lo sarà, in che misura ed a che costo);
- chi ha perso la faccia è la Merkel (si ma solo perché ad uscirne bene è Schauble);
- Tsipras ci ha insegnato cosa significa lottare (veramente ci ha insegnato come prenderle di santa ragione, dopo una manfrina di cinque mesi);
- a criticare Tsipras sono solo i trotskijsti, anarchici, ml e falsi comunisti (quindi anche 40 deputati, la maggioranza del Comitato centrale di Siryza e Varoufakis sono trotzkijsti, anarchici ecc?).
Potremmo proseguire ma mi pare che basti.
Ma perché la Brigata Kalimera si imbarca in una impresa così disperata e perdente? Anche perché un elettore potrebbe chiedersi: “Ma se anche tu, in circostanze analoghe, faresti la stessa politica di austerity, anche solo perché costretto, perché mai dovrei votarti? Mi tengo il Pd”.
Io distinguerei fra i gruppi dirigenti ed i militanti. Per quanto riguarda i secondi il discorso è presto fatto: l’eredità del comunismo da caserma, per cui il gruppo dirigente va sempre difeso, con fede e senza riguardo per la ragione. La critica per loro è un’oziosa perdita di tempo, loro “credono”, non ragionano e sfidano impavidi il ridicolo. E poi ci sono le ragioni sentimentali: a questi militanti della sinistra, romanticamente, piace perdere, li fa sentire migliori, sfortunati ma migliori. Loro vogliono perdere ed è giusto accontentarli. E’ bene che questa sinistra perda sempre e chiudiamola qui.
Più complesso è il caso dei gruppi dirigenti, che sono di assoluto cinismo ed ai quali di Tsipras e del popolo greco non potrebbe interessare di meno. Però, loro hanno fatto un investimento di immagine: solo 14 mesi fa erano presenti alle elezioni come “lista Tsipras” e con quel “brand” sono riusciti a superare per il rotto della cuffia lo sbarramento del 4%. Poi la cosa, come era prevedibile e previsto, si è sfasciata due giorni dopo, fra accordi non rispettati, seggi contesi e slealtà varie, però questo non toglie che, per ragioni di marketing, non si può criticare quello che è stato il marchio di impresa. Anche perché, solo qualche giorno prima in occasione del referendum, l’icona di santo Alexis era stata innalzata più luminosa che mai, senza far caso alle ambiguità e giravolte dei giorni precedenti, che facevano presagire che uso si sarebbe fatto della vittoria del no.
In secondo luogo, il soggetto “nuovo” che sta per nascere sotto l’egida di Sel, al di là dei roboanti proclami anti renziani, già pensa di entrare nella lista del Pd, come imposto dall’Italicum (o di coalizzarsi con il Pd se dovesse tornare il premio di coalizione) e non possono presentarsi con trascorsi da estremisti che non danno affidamento.
Perché, questo è il cuore della questione, loro farebbero ancora una volta come hanno fatto con il Governo Prodi, piegandosi a votare le cose più indecenti come le missioni militari all’estero sotto comando militare americano, espellendo chi non era d’accordo. Fu così che raggiunsero l’obiettivo di perdere 3 elettori su 4 e restare fuori del Parlamento. Una sconfitta presto rimossa ed a cui non ha fatto seguito alcuna riflessione critica. Per cui è evidente che oggi farebbero la stessa cosa di Tsipras, perché non hanno gli strumenti culturali per immaginare nulla di diverso.
Questo ci porta ad un altro aspetto drammatico della questione: i gruppi dirigenti della Brigata Kalimera non capiscono assolutamente nulla di economia monetaria e, più in generale, di economia. Secondo un suo autorevole esponente il cambio 1 a 1 fra marco orientale e marco occidentale, fu un atto di generosità di Khol. Peccato che, con l’arrivo dell’Euro, poi quell’atto di generosità si sia spalmato su tutti gli altri paesi, per cui la Germania si è pagata la riunificazione – evitando l’equivalente di una “questione meridionale” – con il contributo del resto d’Europa. Khol è stato generoso, ma con i soldi degli altri.
Secondo un altro illustre esponente della summentovata Brigata, “bisogna emettere liquidità evitando l’inflazione”. Si può provare con una novena alla Madonna di Lourdes. Per un dirigente ancora più autorevole, la Bce dovrebbe essere “prestatore di ultima istanza”, esattamente come lo era lo Stato nei confronti delle banche e dei soggetti di diritto privato in difficoltà. Peccato che questa volta siano gli stati ad aver bisogno di quel prestatore che è un soggetto di diritto privato. L’autorevole personaggio, che mette nelle mani di Francoforte le speranze di una Europa federale, evidentemente ignora come è fatto il board della Bce e come sono fatti i board delle banche nazionali che lo compongono.
Non chiedetemi i nomi: sono quasi tutti miei amici personali ed, allora, diciamo il peccato e non il peccatore. E il peccato grosso è che questi signori non leggono un accidenti, non sanno niente e non gli importa nulla di sapere qualcosa. Il loro “pensiero” politico si forma fra un articolo di Repubblica, una chiacchierata nella terrazza romana della signora Fulvia, un incontro alla bouvette di Montecitorio con un giornalista “bene informato” e, quando va bene, qualche veloce consultazione di Wikipedia. Mai la lettura di un libro, un seminario di studio, un convegno. Da tempo immemorabile non compare una rivista teorica, non si fa una iniziativa di formazione, non si discute un documento politico di respiro, non si verifica un dibattito di qualche dignità. Il risultato è un certo politico di cialtroncelli, che non sanno nulla e non pensano nulla, ma hanno solo il problema di vivere della rendita di qualche incarico istituzionale. E non sarebbe meglio che una cosa del genere sparisse definitivamente?
Prevengo una obiezione che già immagino mi verrà fatta: “Ma allora i 5stelle sono più bravi? Perché non dici niente di loro?” E, infatti, sono convinto che il M5s stia procedendo troppo lentamente nel processo di maturazione e stia facendo sciocchezze come la proposta del reddito di cittadinanza (solenne fesseria, peraltro condivisa da Sel, da Landini e, suppongo, anche da Rifondazione). Anche questo è il frutto di questo modo impressionistico e facilone di far politica e sono convinto che se il M5s non si dà una mossa, iniziando a fare più sul serio, non ha un grande futuro davanti a se. Non si può vivere sempre di rendita delle brutture che fanno i governi in carica.
Come vedete, niente sconti a nessuno.
Fonte
15/07/2015
Tsiprasisti italiani nel delirio
Le sconfitte fanno sempre male. Specie quelle che investono un immaginario atrofizzato, deserto di idee e popolato di icone. Specie se quelle icone, poi, non corrispondo più ai desideri.
Ma questo comunicato emesso da "L'altra Europa con Tsipras", lunedì, a botta calda, a poche ore dalla firma apposta sotto una resa senza condizioni (per ammissione degli stessi vincitori, a cominciare dal "mediatore" Juncker) supera anche la più macabra fantasia.
Lo pubblichiamo perché ci sembra utile a dar forma fisica a una serie di fantasie autoconsolatorie che girano in molti ambienti, anche di movimento, tutte univocamente indirizzate a esorcizzare gli avvenimenti, sminuirne la portata storica e istituzionale, in modo da poter proseguire con le piccole pratiche inutili in cui ognuno è immerso da molti anni.
Riesce anche difficile commentarlo, tante e disarticolate sono le autentiche sciocchezze inanellate per giustificare un posizionamento "al fianco di Tsipras e del popolo greco" proprio nel momento in cui Tsipras va da una parte e il popolo dall'altra (in questo momento è in atto un primo sciopero generale, in Grecia); in cui Tsipras si prepara a bombardare il popolo con una serie di "misure" prescritte dalla Troika e che faranno crollare - nelle previsioni - di almeno un altro 12% il Pil nazionale.
La regina di tutte queste sciocchezze è la citazione di Allende, grande e conseguente riformista cileno, che si è venuto a trovare nella stessa posizione di Tsipras, nel 1973. Invece che con le armi finanziarie, i generali golpisti bussarono alla porta della Moneda con armi "normali". E anche a lui, come a Tsipras, promisero salva la vita in cambio della resa. La differenza dovrebbe esser nota a tutti: Allende morì combattendo, non uscì dalla Moneda camminando dietro Pinochet...
Ma la sciocchezza più grande, la più pericolosa per la salute mentale di tanti attivisti che stanno bruciando le loro vite dietro un'ipotesi politica ormai defunta, è quella relativa alla natura dell'Unione Europea. Dirsi e dire in giro che solo ora "ha cambiato natura" rispetto alle origini significa prendere in giro se stessi e la propria base militante, scrivere che "In tutto il mondo si sono viste le immagini della vergogna. Un gruppo di oligarchi che usa ogni metodo e ogni tortura per piegare un leader e un governo democraticamente eletti e un popolo" e far finta di non capire che quel "gruppo di oligarchi" è esattamente l'Unione Europea definita dai trattati che nessun cittadino d'Europa ha mai potuto conoscere, discutere o votare, è seminare pericolosa confusione.
Non c'è stato alcun "golpe" a Bruxelles contro la "democrazia europea". Il golpe c'è stato contro il popolo greco, le sue istituzioni, con l'imposizione di un ultimatum da stato di guerra che richiede un cambio di governo. E chiunque si presterà a formarlo, foss'anche lo stesso Tsipras (come pare stia avvenendo), dovrà essere legittimamente indicato come il Quisling ellenico. E tra collaborazionisti e resistenti, dovrebbe esser noto, non corre mai buon sangue...
Ci potremmo divertire a lungo con la retorica "antitedesca" che gronda da questo testo, e accusare di tardo-nazionalismo chi, solo fino a dieci giorni fa, rivolgeva questa accusa a chi sostiene da tempo la necessità della rottura dell'Unione Europea. Ma sarebbe tempo perso.
Questo testo ha infatti un altro scopo, non certo quello di capire le dinamiche del reale per abbozzare un progetto di cambiamento. Uno scopo di brevissimo respiro e nessun futuro: mantenere aggregato quel baraccone disperato, che non ha più neanche la speranza di esser salvato dal riformismo altrui.
In tutto il mondo si sono viste le immagini della vergogna. Un gruppo di oligarchi che usa ogni metodo e ogni tortura per piegare un leader e un governo democraticamente eletti e un popolo. Per questo le nostre prime parole sono di grandissimo affetto per Alexis Tsipras che combatte la più dura delle battaglie. Disse Allende che gli altri avevano la forza ma non la ragione. E' ancora così. Si stanno tentando due colpi di Stato. Contro il Governo greco e contro cio' che rimane dell'Europa. Altri colpi di Stato sono stati praticati in questi anni da quel vero regime che e' il capitalismo finanziario e, purtroppo, l'Europa della Troika. Questa volta stanno incontrando una Resistenza, che e' anche una speranza di Liberazione. Non si può chiamare trattativa cio' che e' stato appunto prima il tentativo di abbattere Governo Tsipras e poi, fallito il colpo per lo straordinario esito del referendum, di buttare fuori la Grecia dall'Europa. Dopo l’ostentazione di crudeltà (e di ottusità) di queste settimane e, in crescendo, di queste ore possiamo dire con certezza che NON E’ LA GRECIA DI TSIPRAS, MA LA GERMANIA DI SCHAUBLE E MERKEL, INCOMPATIBILE CON L’EUROPA.Tsipras e il popolo greco stanno lottando per tutto ciò in cui credettero i padri fondatori dell’Europa e che questa leadeship europea politicamente e moralmente miserabile sta quotidianamente tradendo. Un’Europa tedesca è una contraddizione in termini. Oltre che una costruzione impossibile, inaccettabile per qualunque popolo dotato di un briciolo di dignità, economicamente squilibrata a favore di uno solo e per questo votata alla stagnazione e al fallimento, incompatibile con i principii di democrazia, equità e solidarietà.
Di ciò che contiene l'accordo lo stesso Tsipras - a cui va il ringraziamento di tutti noi, per aver dimostrato che cosa significa la DEMOCRAZIA - ha scritto in modo lucidissimo. E dice chiaramente che occorre continuare la lotta. Queste parole ci interrogano tutte e tutti. Quanto siamo stati capaci di fare la nostra parte, che non e' solo per la Grecia ma per noi stessi? Sarebbe sbagliato ora dividersi tra chi invece deve lottare insieme. La battaglia va rilanciata, contro l'austerità, la Troika e gli oligarchi, l’”ordoliberismus” della dogmatica teutonica (l’assunzione dell’austerità e del rigore come principi costituzionali). Grandi sono le responsabilità del governo tedesco, popolari e socialisti, che sono mossi da un nazionalismo esasperato e feroce e che esercitano un ruolo politicamente nefasto oltre a violare quotidianamente, ormai da anni, con il loro surplus esportativo, le stesse regole europee che accusano gli altri di non rispettare.
Allo stesso modo grandi le responsabilità di tutti i socialisti europei che hanno semplicemente balbettato rimanendo corresponsabili di questa vergogna. E grandi le responsabilità dei governi Mediterranei che dovrebbero contrastare le politiche di egemonismo tedesco e non lo fanno.
Questa Europa, così, non ha futuro. Non e' il sogno di Spinelli ma un incubo. Noi questa Europa la vogliamo rovesciare. Dobbiamo cacciare la austerità e il liberismo. Affermare la democrazia. Fare una lotta durissima per strappare la moneta dalle mani degli oligarchi. Costruire una centralità mediterranea alternativa e dotata di strumenti per promuovere nuova economia.
Nell’immediato indiciamo una SETTIMANA DELLA VERGOGNA EUROPEA. Manifestiamo davanti ai simboli delle forze del caos e dell’arroganza, a cominciare dalla Deutsche Bank. Facciamo sentire al popolo tedesco e a quelli che vi si accodano tutta l’indignazione del popolo europeo e l’isolamento dei loro governi, con tutti i mezzi dell’azione nonviolenta, dal bombing telematico fino al boicottaggio dei servizi e dei prodotti. Diciamo al nostro governo che con il suo atteggiamento inerte e di fatto colluso non ci rappresenta. Ribadiamo il nostro affetto e il nostro apprezzamento per Alexis Tsipras e per il popolo greco che con la loro generosa azione hanno mostrato a tutto il mondo la vera natura di questa Europa: Grazie al loro coraggio la Grecia e l'intera Europa non sono precipitate in una crisi finanziaria senza precedenti
Fonte
Ma questo comunicato emesso da "L'altra Europa con Tsipras", lunedì, a botta calda, a poche ore dalla firma apposta sotto una resa senza condizioni (per ammissione degli stessi vincitori, a cominciare dal "mediatore" Juncker) supera anche la più macabra fantasia.
Lo pubblichiamo perché ci sembra utile a dar forma fisica a una serie di fantasie autoconsolatorie che girano in molti ambienti, anche di movimento, tutte univocamente indirizzate a esorcizzare gli avvenimenti, sminuirne la portata storica e istituzionale, in modo da poter proseguire con le piccole pratiche inutili in cui ognuno è immerso da molti anni.
Riesce anche difficile commentarlo, tante e disarticolate sono le autentiche sciocchezze inanellate per giustificare un posizionamento "al fianco di Tsipras e del popolo greco" proprio nel momento in cui Tsipras va da una parte e il popolo dall'altra (in questo momento è in atto un primo sciopero generale, in Grecia); in cui Tsipras si prepara a bombardare il popolo con una serie di "misure" prescritte dalla Troika e che faranno crollare - nelle previsioni - di almeno un altro 12% il Pil nazionale.
La regina di tutte queste sciocchezze è la citazione di Allende, grande e conseguente riformista cileno, che si è venuto a trovare nella stessa posizione di Tsipras, nel 1973. Invece che con le armi finanziarie, i generali golpisti bussarono alla porta della Moneda con armi "normali". E anche a lui, come a Tsipras, promisero salva la vita in cambio della resa. La differenza dovrebbe esser nota a tutti: Allende morì combattendo, non uscì dalla Moneda camminando dietro Pinochet...
Ma la sciocchezza più grande, la più pericolosa per la salute mentale di tanti attivisti che stanno bruciando le loro vite dietro un'ipotesi politica ormai defunta, è quella relativa alla natura dell'Unione Europea. Dirsi e dire in giro che solo ora "ha cambiato natura" rispetto alle origini significa prendere in giro se stessi e la propria base militante, scrivere che "In tutto il mondo si sono viste le immagini della vergogna. Un gruppo di oligarchi che usa ogni metodo e ogni tortura per piegare un leader e un governo democraticamente eletti e un popolo" e far finta di non capire che quel "gruppo di oligarchi" è esattamente l'Unione Europea definita dai trattati che nessun cittadino d'Europa ha mai potuto conoscere, discutere o votare, è seminare pericolosa confusione.
Non c'è stato alcun "golpe" a Bruxelles contro la "democrazia europea". Il golpe c'è stato contro il popolo greco, le sue istituzioni, con l'imposizione di un ultimatum da stato di guerra che richiede un cambio di governo. E chiunque si presterà a formarlo, foss'anche lo stesso Tsipras (come pare stia avvenendo), dovrà essere legittimamente indicato come il Quisling ellenico. E tra collaborazionisti e resistenti, dovrebbe esser noto, non corre mai buon sangue...
Ci potremmo divertire a lungo con la retorica "antitedesca" che gronda da questo testo, e accusare di tardo-nazionalismo chi, solo fino a dieci giorni fa, rivolgeva questa accusa a chi sostiene da tempo la necessità della rottura dell'Unione Europea. Ma sarebbe tempo perso.
Questo testo ha infatti un altro scopo, non certo quello di capire le dinamiche del reale per abbozzare un progetto di cambiamento. Uno scopo di brevissimo respiro e nessun futuro: mantenere aggregato quel baraccone disperato, che non ha più neanche la speranza di esser salvato dal riformismo altrui.
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Con Alexis Tsipras e del popolo greco. Continuiamo la lotta
In tutto il mondo si sono viste le immagini della vergogna. Un gruppo di oligarchi che usa ogni metodo e ogni tortura per piegare un leader e un governo democraticamente eletti e un popolo. Per questo le nostre prime parole sono di grandissimo affetto per Alexis Tsipras che combatte la più dura delle battaglie. Disse Allende che gli altri avevano la forza ma non la ragione. E' ancora così. Si stanno tentando due colpi di Stato. Contro il Governo greco e contro cio' che rimane dell'Europa. Altri colpi di Stato sono stati praticati in questi anni da quel vero regime che e' il capitalismo finanziario e, purtroppo, l'Europa della Troika. Questa volta stanno incontrando una Resistenza, che e' anche una speranza di Liberazione. Non si può chiamare trattativa cio' che e' stato appunto prima il tentativo di abbattere Governo Tsipras e poi, fallito il colpo per lo straordinario esito del referendum, di buttare fuori la Grecia dall'Europa. Dopo l’ostentazione di crudeltà (e di ottusità) di queste settimane e, in crescendo, di queste ore possiamo dire con certezza che NON E’ LA GRECIA DI TSIPRAS, MA LA GERMANIA DI SCHAUBLE E MERKEL, INCOMPATIBILE CON L’EUROPA.Tsipras e il popolo greco stanno lottando per tutto ciò in cui credettero i padri fondatori dell’Europa e che questa leadeship europea politicamente e moralmente miserabile sta quotidianamente tradendo. Un’Europa tedesca è una contraddizione in termini. Oltre che una costruzione impossibile, inaccettabile per qualunque popolo dotato di un briciolo di dignità, economicamente squilibrata a favore di uno solo e per questo votata alla stagnazione e al fallimento, incompatibile con i principii di democrazia, equità e solidarietà.
Di ciò che contiene l'accordo lo stesso Tsipras - a cui va il ringraziamento di tutti noi, per aver dimostrato che cosa significa la DEMOCRAZIA - ha scritto in modo lucidissimo. E dice chiaramente che occorre continuare la lotta. Queste parole ci interrogano tutte e tutti. Quanto siamo stati capaci di fare la nostra parte, che non e' solo per la Grecia ma per noi stessi? Sarebbe sbagliato ora dividersi tra chi invece deve lottare insieme. La battaglia va rilanciata, contro l'austerità, la Troika e gli oligarchi, l’”ordoliberismus” della dogmatica teutonica (l’assunzione dell’austerità e del rigore come principi costituzionali). Grandi sono le responsabilità del governo tedesco, popolari e socialisti, che sono mossi da un nazionalismo esasperato e feroce e che esercitano un ruolo politicamente nefasto oltre a violare quotidianamente, ormai da anni, con il loro surplus esportativo, le stesse regole europee che accusano gli altri di non rispettare.
Allo stesso modo grandi le responsabilità di tutti i socialisti europei che hanno semplicemente balbettato rimanendo corresponsabili di questa vergogna. E grandi le responsabilità dei governi Mediterranei che dovrebbero contrastare le politiche di egemonismo tedesco e non lo fanno.
Questa Europa, così, non ha futuro. Non e' il sogno di Spinelli ma un incubo. Noi questa Europa la vogliamo rovesciare. Dobbiamo cacciare la austerità e il liberismo. Affermare la democrazia. Fare una lotta durissima per strappare la moneta dalle mani degli oligarchi. Costruire una centralità mediterranea alternativa e dotata di strumenti per promuovere nuova economia.
Nell’immediato indiciamo una SETTIMANA DELLA VERGOGNA EUROPEA. Manifestiamo davanti ai simboli delle forze del caos e dell’arroganza, a cominciare dalla Deutsche Bank. Facciamo sentire al popolo tedesco e a quelli che vi si accodano tutta l’indignazione del popolo europeo e l’isolamento dei loro governi, con tutti i mezzi dell’azione nonviolenta, dal bombing telematico fino al boicottaggio dei servizi e dei prodotti. Diciamo al nostro governo che con il suo atteggiamento inerte e di fatto colluso non ci rappresenta. Ribadiamo il nostro affetto e il nostro apprezzamento per Alexis Tsipras e per il popolo greco che con la loro generosa azione hanno mostrato a tutto il mondo la vera natura di questa Europa: Grazie al loro coraggio la Grecia e l'intera Europa non sono precipitate in una crisi finanziaria senza precedenti
Fonte
22/06/2015
Grecia-Ue. Il giorno dell'Armageddon
Alla fine è arrivato. Presentato come il giorno dello scontro finale, che deciderà della rovina della Grecia o l'inizio della fine dell'Unione Europea.
Difficilmente sarà una di queste due cose. Almeno nell'immediato. Al tavolo dell'ultima trattativa - divisa in due fasi, prima l'incontro tra i ministri delle finanze (Eurogruppo), poi quello dei primi ministri - Atene si presenta con una nuova proposta definita "l'ultima". I tecnocrati di Bruxelles hanno risposto dicendo che "rappresenta una buona base di discussione". Il diavolo sta sempre nei dettagli, e quello che può sembrare un ostacolo minore per una parte può diventare la vetta insormontabile per l'altra.
A favore del "compromesso" militano ragioni potenti per entrambi i soggetti.
Il governo Tsipras si gioca il rapporto con la popolazione che fin qui l'ha sostenuto con consensi superiori a quelli raccolti in sede di elezioni, a fine gennaio. Quel popolo era in piazza, ieri sera ad Atene, per far sentire il proprio peso sulla "delegazione" che si siederà oggi al tavolo, ma anche e soprattutto sull'Unione Europea, super-stato in formazione che del parere dei popoli fa programmaticamente a meno. Tsipras si gioca anche l'unità di Syriza e quindi la stabilità dello stesso governo. "Concessioni" in aperto contrasto con il programma elettorale (la "piattaforma di Salonicco", già abbondantemente diluita rispetto al patto originario) potrebbero facilmente provocare una spaccatura con la sinistra più o meno comunista, che pesa - dai dell'ultimo comitato centrale - ormai per il 44%.
Del resto, abbiamo scritto più volte, il "mandato elettorale" ricevuto da Syriza, e ribadito ieri sera dalla folla in piazza Syntagma, è una mission impossible: restare nella Ue e nell'euro, ma mettendo fine all'austerità. "Le due cose non stanno insieme", ha spiegato a sua volta Wolfganf Schaeuble, che tra poche ore sarà ancora una volta di fronte a gente che non ha mai nascosto di disprezzare (non fanno parte della sua scuola di pensiero, sia politico che economico).
Anche l'Unione Europea ha la necessità di arrivare a un accordo (vedi qui), ma in termini tali da non aprire le dighe a "deroghe" e richieste di "flessibilità" nell'applicazione dei demenziali trattati che regolano le politiche economiche e di bilancio dei singoli stati (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc).
Nessuno dei due fronti può vincere appieno, nessuno dei due può o vuole "rompere la gabbia". Diciamo che è la situazione perfetta per un pessimo "compromesso". Non solo dal lato greco.
Cosa ha messo, Atene, nella sua "ultima proposta", illustrata da Tsipras per telefono a Merkel, Hollande e Juncker? Di ufficiale non c'è nulla, solo le indiscrezioni lasciate filtrare per "fissare paletti" prima del vertice.
Atene sarebbe pronta ad adottare misure fiscali permanenti pari al 2% del pil mentre i creditori chiederebbero misure per il 2,5%. Lo 0,5% mancante verrebbe coperto da altri "provvedimenti amministrativi". Accetterebbero poi di abolire le pensioni anticipate dal 2016, e aumenterebbero il contributo di solidarietà richiesto a contribuenti e società. Ma solo in cambio di una ristrutturazione, ovvero una drastica riduzione, del debito pubblico.
Misure dure, per la Grecia, specie se si tiene conto che neanche il Pil ufficiale di Atene è una misura affidabile (vedi qui).
Di contro, i "creditori" sarebbero disposti a concedere quanto già offerto a Samaras, a novembre 2012: un taglio degli interessi sui prestiti bilaterali, un'estensione delle scadenze dei prestiti Efsf di 15 anni e il pagamento di interessi differito di 10 anni. Ma solo se Atene approverà tutte le "riforme" richieste.
Non ci sono però in ballo solo i numeri o la partita geostrategica. C'è anche un dato squisitamente politico, che solo adesso viene fuori e mostra la natura profondamente reazionaria di questa "Unione Europea". Basta leggersi l'incipi del pezzo con cui l'Ansa, stamattina, presenta il vertice.
Fonte
Difficilmente sarà una di queste due cose. Almeno nell'immediato. Al tavolo dell'ultima trattativa - divisa in due fasi, prima l'incontro tra i ministri delle finanze (Eurogruppo), poi quello dei primi ministri - Atene si presenta con una nuova proposta definita "l'ultima". I tecnocrati di Bruxelles hanno risposto dicendo che "rappresenta una buona base di discussione". Il diavolo sta sempre nei dettagli, e quello che può sembrare un ostacolo minore per una parte può diventare la vetta insormontabile per l'altra.
A favore del "compromesso" militano ragioni potenti per entrambi i soggetti.
Il governo Tsipras si gioca il rapporto con la popolazione che fin qui l'ha sostenuto con consensi superiori a quelli raccolti in sede di elezioni, a fine gennaio. Quel popolo era in piazza, ieri sera ad Atene, per far sentire il proprio peso sulla "delegazione" che si siederà oggi al tavolo, ma anche e soprattutto sull'Unione Europea, super-stato in formazione che del parere dei popoli fa programmaticamente a meno. Tsipras si gioca anche l'unità di Syriza e quindi la stabilità dello stesso governo. "Concessioni" in aperto contrasto con il programma elettorale (la "piattaforma di Salonicco", già abbondantemente diluita rispetto al patto originario) potrebbero facilmente provocare una spaccatura con la sinistra più o meno comunista, che pesa - dai dell'ultimo comitato centrale - ormai per il 44%.
Del resto, abbiamo scritto più volte, il "mandato elettorale" ricevuto da Syriza, e ribadito ieri sera dalla folla in piazza Syntagma, è una mission impossible: restare nella Ue e nell'euro, ma mettendo fine all'austerità. "Le due cose non stanno insieme", ha spiegato a sua volta Wolfganf Schaeuble, che tra poche ore sarà ancora una volta di fronte a gente che non ha mai nascosto di disprezzare (non fanno parte della sua scuola di pensiero, sia politico che economico).
Anche l'Unione Europea ha la necessità di arrivare a un accordo (vedi qui), ma in termini tali da non aprire le dighe a "deroghe" e richieste di "flessibilità" nell'applicazione dei demenziali trattati che regolano le politiche economiche e di bilancio dei singoli stati (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc).
Nessuno dei due fronti può vincere appieno, nessuno dei due può o vuole "rompere la gabbia". Diciamo che è la situazione perfetta per un pessimo "compromesso". Non solo dal lato greco.
Cosa ha messo, Atene, nella sua "ultima proposta", illustrata da Tsipras per telefono a Merkel, Hollande e Juncker? Di ufficiale non c'è nulla, solo le indiscrezioni lasciate filtrare per "fissare paletti" prima del vertice.
Atene sarebbe pronta ad adottare misure fiscali permanenti pari al 2% del pil mentre i creditori chiederebbero misure per il 2,5%. Lo 0,5% mancante verrebbe coperto da altri "provvedimenti amministrativi". Accetterebbero poi di abolire le pensioni anticipate dal 2016, e aumenterebbero il contributo di solidarietà richiesto a contribuenti e società. Ma solo in cambio di una ristrutturazione, ovvero una drastica riduzione, del debito pubblico.
Misure dure, per la Grecia, specie se si tiene conto che neanche il Pil ufficiale di Atene è una misura affidabile (vedi qui).
Di contro, i "creditori" sarebbero disposti a concedere quanto già offerto a Samaras, a novembre 2012: un taglio degli interessi sui prestiti bilaterali, un'estensione delle scadenze dei prestiti Efsf di 15 anni e il pagamento di interessi differito di 10 anni. Ma solo se Atene approverà tutte le "riforme" richieste.
Non ci sono però in ballo solo i numeri o la partita geostrategica. C'è anche un dato squisitamente politico, che solo adesso viene fuori e mostra la natura profondamente reazionaria di questa "Unione Europea". Basta leggersi l'incipi del pezzo con cui l'Ansa, stamattina, presenta il vertice.
Ormai in gioco non c'è più solo il futuro della Grecia, ma il concetto stesso di Europa. Quello che andrà in scena domani non sarà un negoziato sui numeri: le posizioni ormai sono vicine, con le nuove proposte Grecia e creditori distano solo uno 0,5% del pil ellenico. Lo scontro all'Eurosummit sarà tutto politico: un Governo di estrema sinistra, l'unico di Eurolandia e il primo in Europa Occidentale dal dopoguerra, che si ribella alle politiche di austerità decise da istituzioni a guida democristiana. Il Governo Syriza non può permettersi di tradire le promesse elettorali e gli altri Governi non possono permettersi di darla vinta a dei neogovernanti della sinistra radicale che contestano le regole applicate finora, e pretendono un taglio del debito. Sono diversi i timori dei Governi in carica nei confronti di ogni concessione a Syriza. Primo: un'apertura potrebbe spianare la strada a movimenti come Podemos in Spagna, M5S in Italia, Sinn Fein in Irlanda, Le Pen in Francia, e dare linfa a tutta la galassia euroscettica europea. Secondo: gli altri Paesi sotto programma o appena usciti, come Cipro, Portogallo, Irlanda, Spagna, potrebbero chiedere un alleggerimento delle condizioni a loro imposte in cambio degli aiuti. Ma, d'altra parte, anche mantenere una posizione rigida che potrebbe spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe delle ripercussioni politiche, perché pure un'Europa incapace di tendere la mano ad Atene darebbe argomenti agli euroscettici, soprattutto in un momento in cui è sotto accusa proprio perché incapace di mostrare solidarietà con la questione immigrazione. Il confronto non sarà facile, e comunque vada l'Eurozona non sarà più la stessa: se cederà a Syriza, sancirà la fine dei salvataggi in cambio di dure condizioni, e se non mollerà, cambierà per sempre forma con la prima uscita di un Paese dai 19 della moneta unica.Detto con tranquilla consapevolezza, sarebbe meglio l'Armageddon...
Fonte
16/05/2015
L’inutilità esistenziale dell’a-sinistra elettorale
La triste vicenda
di Barbara Spinelli, che esemplifica al meglio le ragioni di
un’irrilevanza politica – quella dell’attuale sinistra elettorale –
vengono oggi confermate dal solerte Nick Vendola, secondo cui la
famigerata “lista Tsipras” altro non era che “un cartello elettorale, la
rozza sommatoria di un’edificazione last minute”. Un commento che si
somma alle “riflessioni” della Spinelli, che perentoriamente affermava
qualche giorno fa, sempre sul Corriere: “L’Altra Europa non è all’altezza del progetto”. Salvo tenersi poltrona e stipendio,
traslocando armi e bagagli nel gruppo (dal nome più sfigato dell’agone
politico) “Sinistra Unitaria Europea”, dopo aver promesso in campagna
elettorale che avrebbe rinunciato al seggio per garantire l’elezione di
altri militanti dal nome meno altisonante. Poi, si sa, prendersi uno
stipendio senza lavorare è sempre una buona prospettiva, che può
allegramente barattarsi con la coerenza.
Ma come? Dopo aver provato ad analizzare
la natura marginale, fuori tempo, fallimentare, di certi cartelli
elettorali riproposti pedissequamente ad ogni elezione (prima della
sfigata “lista Tsipras”, c’era la sfigatissima “lista Ingroia”,
e prima ancora altre ultra-sfigate ammucchiate elettorali dei
perdenti), oggi i dirigenti di quei raccoglitori di (non)voti
derubricano il tutto a “rozza sommatoria” elettorale? Ma con quale
coraggio? Ancora ci ricordiamo gli improbabili tentativi degli eterni
illusi, quella “massa”(massa?) di elettori nostalgici di un segno da
mettere in una scheda purchessia, convinti sempre e comunque di votare
il “menopeggio” (basta dare un’occhiata ai diversi commenti in calce ai
vari articoli di analisi di tali liste elettorali, linkati poco sopra).
Ci ricordiamo i rimbrotti, gli insulti, le raffinate analisi di chi
cercava di convincersi di un progetto considerato fallimentare, oggi
possiamo dirlo senza timore di smentita, persino da chi lo aveva
architettato. Inutile stare qui a ricordare di come certe cose vadano
dette prima, come cerchiamo – non solo noi – di fare in vista di certi appuntamenti politici, non dopo
una sconfitta numerica, perché la sconfitta politica che fonda questi
vani tentativi sarebbe la stessa anche in presenza di una tornata
elettorale azzeccata per sbaglio. Sono quei partiti, con quel ceto politico, che portano avanti quel
discorso politico, culturale ed economico, che vanno superati, non
reiterati stancamente ad ogni appuntamento. Siamo però convinti che chi
ha avuto il coraggio di votare le varie liste Ingroia/Tsipras,
arcobaleno o maestre qualsiasi, non mancherà di rilevare le
differenze sostanziali tra queste e il prossimo arzigogolo elettorale
creato solo per dare continuità ad un ceto politico in lotta contro il
proprio pensionamento. Sono le lotte di classe e la capacità politica di
esprimere una loro sintesi che creano un percorso, anche elettorale.
Non le riunioni tra sessantenni pluritrombati terrorizzati dall’idea di
trovarsi un lavoro.
21/04/2015
Mal di pancia nell'Altra Europa. La sinistra si inchioda sulle elezioni
Per molti è uno scenario già visto, per altri è la conferma della ruvidità delle relazioni tra individualità, attivisti sociali e i residui dei partiti della sinistra radicale (Sel, Prc), ma la discussione che è emersa dall'assemblea nazionale de L'Altra Europa – Lista Tsipras, del 18 e 19 aprile, offre uno spettacolo non imprevisto né imprevedibile.
Una lettera aperta inviata alla vigilia dell'assemblea nazionale da un cospicuo numero di firmatari, anche con funzioni e storie diverse tra loro, afferma di “non condividere il percorso che l'attuale gruppo dirigente dell'Altra Europa sta perseguendo”. Colpisce il fatto di trovare tra i firmatari gli intellettuali che presero la testa dell'operazione lista Tsipras lo scorso anno (Luciano Gallino, Barbara Spinelli, Guido Viale etc.) e attivisti in prima linea nel movimento No Tav come Nicoletta Dosio o attivisti ambientalisti e antimilitaristi come Ivano Marescotti. Insomma persone che, per motivi molto diversi, mal sopportano le ingerenze o le esigenze dei partiti. Questi ultimi spesso combattuti tra un ostracismo che ha molte ragioni di darsi e la riduzione al ruolo di “portatori” in quanto uniche strutture organizzate sul territorio. Questa difficile convivenza, esplode poi sistematicamente in occasione delle elezioni, anche di quelle municipali o delle comunità montane se ve ne fosse l'occasione.
Non può non balzare agli occhi il fatto che gran parte delle doglianze espresse dai firmatari della lettera aperta facciano riferimento a episodi o scelte imposte da Sel e Prc in occasione delle prossime elezioni regionali. I due partiti, entrambi attraversati da spaccature territoriali caso per caso, sembrano aver ritrovato la sintonia perduta dopo il congresso di Chianciano del Prc e la successiva scissione operata da Vendola e co.
Da un lato la scelta – giusta – di andare a liste alternative e non in coalizione con il Pd, ha messo in fibrillazione Sel (ma anche federazioni del Prc come quella di Venezia), dall'altro l'intesa ritrovata tra Sel e Prc, per esempio, ha fatto seri danni nel rapporto con esperienze più legate ai movimenti sociali in realtà come la Campania e la Liguria.
Insomma tra ansia da prestazione elettorale (o sindrome da quorum) e pretesa, non peregrina, di non essere trattati come appestati in tutti i “nuovi inizi” a cui abbiamo assistito dalla disfatta dell'Arcobaleno nel 2008 fino ad oggi (Alba, Cambiare si può, Rivoluzione Civile e infine Lista Tsipras), i partiti della sinistra radicale sembrano ritrovarsi sempre alla casella di partenza. Ma è così da quando, soprattutto nel rapporto con il Pd, la sinistra radicale è diventata oggetto e non soggetto dei suoi destini.
Quando abbiamo dato un contributo alla sfida della costruzione di Ross@, che alcuni hanno lasciato proprio rispondendo al “richiamo della foresta” per ritornare nella palude di cui stiamo parlando, siamo stati consapevoli che con questo mondo e questa modalità andava operata una rottura, in sinergia con l'unità sui terreni del conflitto, ma assumendo la rottura come presupposto. Rottura con la gabbia dell'Unione Europea innanzitutto (cosa che l'Altra Europa continua a rimuovere nonostante quanto la Grecia stia dimostrando) e con il sistema Pd (che è qualcosa di più invasivo e coercitivo di quanto sia il solo Renzi). Ma su entrambi i fattori di rottura, decisiva per qualsiasi ricostruzione, il mondo della sinistra che l'ha sfangata per un pelino con l'Altra Europa per Tsipras alle elezioni europee, continua a sognare di poter ritornare alla situazione precedente e non riesce a immaginare né ad immaginarsi in una funzione diversa e antagonista nel futuro. Nasce anche da questo la nostra alterità all'ipotesi della Coalizione Sociale di Landini, intuizione giusta ma con orizzonte improponibile (riformista) e interlocutori controproducenti sul piano sociale (le associazioni del terzo settore).
Insomma, con questa tormentata residualità della sinistra condividiamo talvolta le stesse piazze ma guardiamo a modalità e interlocutori diversi per renderle vive. Non è un caso che la Fiom, Sel, Prc, associazionismo del terzo settore si tengano alla larga dalle manifestazioni contro l'Expo dei prossimi giorni.
E' un dibattito e una divaricazione che non nasce oggi e che probabilmente non si ricomporrà domani se non perché la realtà – che ha la testa dura – si incaricherà di dimostrare la validità delle opzioni sul campo.
Riproduciamo qui di seguito il testo della lettera aperta inviata all'assemblea nazionale de L'Altra Europa e indichiamo questo link per leggersi il duro botta e risposta tra Marco Revelli e l'eurodeputata del Prc/Altra Europa Eleonora Fiorenza. I lettori di Contropiano traggano da sé le proprie conclusioni. Conoscono questo mondo quanto e meglio di noi.
Lettera aperta all'assemblea nazionale de L'Altra Europa
Abbiamo condiviso e continuiamo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che alcuni di noi hanno contribuito a redigere e che altri hanno sostenuto con la propria candidatura e con la propria militanza, ma – nonostante molte mediazioni – non possiamo condividere il percorso che l’attuale gruppo dirigente dell’Altra Europa sta perseguendo.
Durante l’ultima assemblea nazionale di Bologna, il 18 e 19 gennaio, non è stato definito alcun programma, dato che quell’assemblea era stata messa nell’impossibilità di esprimere un voto.
Non votare e non contarsi significa sempre eludere la sostanza: cioè i temi politici fondamentali su cui non c’è eventualmente accordo.
Era stato però designato un “Comitato operativo transitorio” formato dalle stesse persone che avevano dato corpo in precedenza ai molti e spesso stravaganti acronimi (Con, Cot) che indicavano organismi non eletti, incaricati di condurre all’assemblea successiva. Di assemblea in assemblea, con sempre meno militanti e sempre più invisibili al mondo, siamo giunti a compiere quel presunto “percorso unitario” – mai votato e mai deciso, reso possibile dall’immobilismo e dalla subalternità ai piccoli ceti partitici della sinistra – che ha portato a delegittimare il lavoro di aggregazione fatto con continuità e abnegazione dai comitati regionali nati in vista delle elezioni.
Fino a giungere al caso esemplare dell’Altra Liguria, di cui la dirigenza di Altra Europa ha ignorato o misconosciuto le scelte – analogamente a quanto accaduto per L’altra Sardegna, L’altra Calabria e L’altra Emilia Romagna – insieme a quelle delle tante forze con cui questa struttura locale era riuscita a costruire un primo embrione di coalizione sociale. Un disconoscimento volto ad appoggiare la candidatura Pastorino che, per le passate prese di posizione, contrasta con gran parte dei principi ispiratori e dei punti programmatici della nostra comunità. In particolare, contrasta con uno dei cardini dell’appello istitutivo de L’Altra Europa: quello di non candidare personaggi che ricoprissero o avessero ricoperto cariche elettive o ruoli dirigenti in altri partiti nella passata e nella presente legislatura, onde salvaguardare il carattere sostanzialmente apartitico della lista.
Il superamento delle piccole identità partitiche era la caratteristica che aveva maggiormente distinto il nostro progetto, permettendoci di raggiungere il risicato quattro per cento che ci aveva fatto esistere come forza politica: un principio che per l’Altra Europa dovrebbe avere valore statutario.
Le cose sono andate diversamente. La dirigenza che gestisce oggi quel che resta dell’Altra Europa ha voluto perseguire ciò che già aveva enunciato nel documento Siamo a un bivio: la confluenza, in vista di una fantomatica e sempre di nuovo rinviata unificazione, tra i piccoli partiti della cosiddetta sinistra radicale, e dell’ancor più fantomatica unificazione con una frangia della sinistra Pd di cui non si conoscono le reali prospettive.
Il nucleo di una ventina di persone che, pur non essendo mai state elette, si sono insediate al comando dell’Altra Europa, si è di fatto ritagliato, all’interno dei circa quarantamila sottoscrittori dell’appello iniziale, un proprio “corpo sociale” costituito da poco più di settemila adesioni (dopo averne preannunciate decine di migliaia e aver detto che il vero referente erano il milione e centomila elettori), ormai formato in gran parte da militanti di partiti (soprattutto Rifondazione comunista) che tutt’ora hanno forti legami con le proprie case di appartenenza.
Il cosiddetto Comitato di Transizione ha trasformato la prossima assemblea nazionale del 18-19 aprile in un congresso per delegati – un ossimoro, e in buona parte un tradimento delle intese iniziali – che eleggerà un organismo su lista unica bloccata, un comitato centrale inamovibile, solo formalmente legittimato democraticamente.
Si sono tenute assemblee territoriali con la pretesa di voto su mozioni (una della quali, per altro, ritirata dagli stessi estensori) e con “controllori” centrali incaricati di verificare il rispetto dei criteri imposti. In questo modo,migliaia di militanti sono stati esclusi dal corpo sociale dell’Altra Europa. Dei sei promotori iniziali (poi garanti) del progetto, ne è rimasto solo uno. Tutti gli intellettuali, gli artisti, gli studiosi, gli esponenti di rilievo dei tanti movimenti che si erano raccolti intorno al progetto – un gran numero di persone, tra cui decine dei nostri candidati e candidate – ci hanno lasciato strada facendo.
Il risultato è che la linea politica dell’Altra Europa si piega ormai di volta in volta alle esigenze tattiche imposte dalla sua subalternità agli interessi dei partiti con cui vorrebbe unificarsi: basti pensare al voltafaccia sulla nostra costituzione in associazione, che Sel non gradiva e che per questo non si è più fatta, o al voltafaccia sulla partecipazione alle elezioni regionali, prima scartata perché “le Regioni non contano nulla”, poi sostenuta per offrire uno spazio a Sel, dove questo partito non riesce ad accordarsi con il Pd; o, ancora, al voltafaccia nei confronti del tema “coalizione sociale”, prima marginalizzato e addirittura irriso, e poi, dopo le prese di posizione di Landini e Rodotà, riannesso in modo posticcio al percorso della “Casa comune della sinistra e dei democratici”. Per non dire dei contorsionismi necessari a stare con i movimenti No Tav, No Triv, No Expo e al tempo stesso mantenersene fuori, così da non costituire una minaccia per chi, pur abbracciando astrattamente una posizione, ne pratica un’altra, spesso diametralmente opposta, quando siede in giunte comunali e regionali. Lo stesso vale per la vicenda di Tempa Rossa e per i movimenti che lottano contro le Grandi Opere, l’erosione del suolo in Liguria, il No Muos in Sicilia, le Grandi Navi e il No Mose in Veneto.
Tutto questo ha disgregato ciò che era unito: molti di coloro che hanno sostenuto la nascita dell’Altra Europa si sentono ormai esuli in patria, alcuni si sono allontanati, altri hanno ritrovato entusiasmo riavviando un processo partecipativo.
Tutti però sono convinti che il percorso seguito attualmente non abbia futuro, essendo una stanca e ancor più contorta riedizione di progetti di aggregazione tra forze politiche prive di una propria ragion d’essere, per quanto ben decise a salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria identità e, il più delle volte, i propri apparati (o zavorra, come li definisce Stefano Rodotà).
Stanno tuttavia prendendo forma e moltiplicandosi innumerevoli punti da cui partire per far rivivere quello spirito unitario – fondato su partecipazione orizzontale e attenzione ai processi sociali, anziché sugli schieramenti partitici – che aveva animato l’adesione al nostro progetto iniziale.
Li ritroviamo nelle reti fra movimenti, nella trasversalità delle mobilitazioni per i migranti, nella perseveranza di tanti militanti e comitati, nella fierezza con cui L’Altro Veneto e molte “Altre” Regioni hanno deciso di affrontare le elezioni regionali con slogan come “basta cemento, basta tangenti”, chiedendo che la politica ritrovi un rapporto con l’etica del bene comune e sappia mettere al primo posto la solidarietà, l’accoglienza, le persone. La politica vera dell’Altra Europa, per noi, si fa lì.
Luciano Gallino (ex garante)
Barbara Spinelli (ex garante ed eurodeputata)
Guido Viale (ex garante)
Anna Lucia Bonanni (ex candidata)
Enzo Di Salvatore (ex candidato)
Nicoletta Dosio (ex candidata)
Mauro Gallegati (ex candidato)
Domenico Gattuso (ex candidato)
Antonella Leto (ex candidata, portavoce di Primalepersone)
Carla Mattioli (ex candidata)
Ivano Marescotti (ex candidato)
Daniela Padoan (ex candidata)
Dijana Pavlovic (ex candidata)
Adriano Prosperi (ex candidato)
Roberta Radich (ex attivista L’Altra Europa, portavoce di Primalepersone)
Rossella Rispoli (ex candidata)
Carlo Salmaso (ex candidato)
Edoardo Salzano (ex candidato)
Gian Luigi Ago (Azione Civile / L’Altra Liguria)
Carlo Amabile (L’Altra Emilia Romagna)
Pino Ippolito Armino
Loredana Astigiano (L’Altra Liguria)
Simonetta Astigiano (L’Altra Liguria)
Francesco Baicchi
Claudia Bellucci
Mirko Benelli
Norma Bertullacelli
Gabriella Bianco
Giorgio Boratto
Maria Grazia Bordini
Antonio Bruno
Paolo Cacciari
Francesco Saverio Calabresi
Alberto Casartelli (Altra Emilia Romagna, Ravenna)
Vincenzo Cavulo
Furio Chiaretta (L’Altra Europa Val Pellice)
Anna Maria Chiossone
Lucia Ciarmoli (Comitato II Municipio Roma, Liberacittadinanza)
Angelo Cifatte (portavoce Tavola per la pace Liguria)
Laura Cima
Nicola Cipolla (Presidente Cepes)
Francesca Costantini
Andrea Crespiani (sostenitore L’Altra Europa, Albenga)
Claudio Culotta (L’Altra Liguria Genova)
Claudia dall’Olio (ex attivista Altra Europa, Bologna)
Chiara De Capitani
Marina De Felici
Pietro Del Zanna
Laura Di Lucia Coletti (candidata presidente L’Altro Veneto – Ora possiamo!)
Roberto Felici
Umberto Franchi (L’Altra Europa, Lucca)
Enrico Gagliano
Giuseppe Gallenti (Azione Civile / Movimento civico Natura)
Cristopher Garaventa (L’Altra Liguria)
Cosimo Antonio Gervasi (L’Altra Pioltello)
Antonella Ghirardelli
Luca Giusti (L’Altra Europa Genova)
Antonio Greco
Athos Gualazzi (Partito Pirata)
Salvatore Lihard (Associazione L’Altra Europa – Laboratorio Venezia)
Pino Lombardo (ex referente L’Altra Europa Reggio Calabria)
Simone Lorenzoni
Antonio Madera (Comitato L’Altra Europa Bologna)
Carlo Magagni (ex attivista L’Altra Europa, Bologna)
Cuono Marzano
Germano Modena (L’altra Europa Cuneo)
Gaspare Motta
Laura Orsucci (Comitato transitorio nazionale L’Altra Europa)
Alessandra Padoan
Franco Pagliano
Pino Parisi (L’Altra Liguria)
Pier Giorgio Pavarino (coordinatore L’Altra Liguria del Ponente savonese)
Michele Pedrolo
Vincenzo Pellegrino
Gianluigi Piva (ex attivista AE)
Maria Ricciardi Giannoni (delegata Comitato di Parma e presidente nazionale Liberacittadinanza)
Riccardo Rifici
Annamaria Rivera
Serena Romagnoli (Comitato II Municipio Roma)
Pino Romano (Coordinamento AE Sicilia)
Paolo Rossi
Maddalena Rufo
Geni Sardo
Agata Sciacca
Michele Soddu
Paolo Sollier (Comitato L’Altra Europa Vercelli)
Mario Sommella (Prima le persone)
Giancarlo Spazioso
Ugo Sturlese (delegato del Comitato L’Altra Europa Cuneo)
Valeria Tancredi (L’Altra Emilia Romagna)
Corine Van Kooten Niekerk
Nicola Vallinoto (L’Altra Europa Genova)
Massimo Vanni (Comitato versiliese L’Altra Europa)
Renzo Vienna (Altro Piemonte a Sinistra)
Rosalba Vitale (Azione Civile)
Uliana Zanetti (ex candidata Altra Emilia Romagna)
Danilo Zannoni
Fonte
Una lettera aperta inviata alla vigilia dell'assemblea nazionale da un cospicuo numero di firmatari, anche con funzioni e storie diverse tra loro, afferma di “non condividere il percorso che l'attuale gruppo dirigente dell'Altra Europa sta perseguendo”. Colpisce il fatto di trovare tra i firmatari gli intellettuali che presero la testa dell'operazione lista Tsipras lo scorso anno (Luciano Gallino, Barbara Spinelli, Guido Viale etc.) e attivisti in prima linea nel movimento No Tav come Nicoletta Dosio o attivisti ambientalisti e antimilitaristi come Ivano Marescotti. Insomma persone che, per motivi molto diversi, mal sopportano le ingerenze o le esigenze dei partiti. Questi ultimi spesso combattuti tra un ostracismo che ha molte ragioni di darsi e la riduzione al ruolo di “portatori” in quanto uniche strutture organizzate sul territorio. Questa difficile convivenza, esplode poi sistematicamente in occasione delle elezioni, anche di quelle municipali o delle comunità montane se ve ne fosse l'occasione.
Non può non balzare agli occhi il fatto che gran parte delle doglianze espresse dai firmatari della lettera aperta facciano riferimento a episodi o scelte imposte da Sel e Prc in occasione delle prossime elezioni regionali. I due partiti, entrambi attraversati da spaccature territoriali caso per caso, sembrano aver ritrovato la sintonia perduta dopo il congresso di Chianciano del Prc e la successiva scissione operata da Vendola e co.
Da un lato la scelta – giusta – di andare a liste alternative e non in coalizione con il Pd, ha messo in fibrillazione Sel (ma anche federazioni del Prc come quella di Venezia), dall'altro l'intesa ritrovata tra Sel e Prc, per esempio, ha fatto seri danni nel rapporto con esperienze più legate ai movimenti sociali in realtà come la Campania e la Liguria.
Insomma tra ansia da prestazione elettorale (o sindrome da quorum) e pretesa, non peregrina, di non essere trattati come appestati in tutti i “nuovi inizi” a cui abbiamo assistito dalla disfatta dell'Arcobaleno nel 2008 fino ad oggi (Alba, Cambiare si può, Rivoluzione Civile e infine Lista Tsipras), i partiti della sinistra radicale sembrano ritrovarsi sempre alla casella di partenza. Ma è così da quando, soprattutto nel rapporto con il Pd, la sinistra radicale è diventata oggetto e non soggetto dei suoi destini.
Quando abbiamo dato un contributo alla sfida della costruzione di Ross@, che alcuni hanno lasciato proprio rispondendo al “richiamo della foresta” per ritornare nella palude di cui stiamo parlando, siamo stati consapevoli che con questo mondo e questa modalità andava operata una rottura, in sinergia con l'unità sui terreni del conflitto, ma assumendo la rottura come presupposto. Rottura con la gabbia dell'Unione Europea innanzitutto (cosa che l'Altra Europa continua a rimuovere nonostante quanto la Grecia stia dimostrando) e con il sistema Pd (che è qualcosa di più invasivo e coercitivo di quanto sia il solo Renzi). Ma su entrambi i fattori di rottura, decisiva per qualsiasi ricostruzione, il mondo della sinistra che l'ha sfangata per un pelino con l'Altra Europa per Tsipras alle elezioni europee, continua a sognare di poter ritornare alla situazione precedente e non riesce a immaginare né ad immaginarsi in una funzione diversa e antagonista nel futuro. Nasce anche da questo la nostra alterità all'ipotesi della Coalizione Sociale di Landini, intuizione giusta ma con orizzonte improponibile (riformista) e interlocutori controproducenti sul piano sociale (le associazioni del terzo settore).
Insomma, con questa tormentata residualità della sinistra condividiamo talvolta le stesse piazze ma guardiamo a modalità e interlocutori diversi per renderle vive. Non è un caso che la Fiom, Sel, Prc, associazionismo del terzo settore si tengano alla larga dalle manifestazioni contro l'Expo dei prossimi giorni.
E' un dibattito e una divaricazione che non nasce oggi e che probabilmente non si ricomporrà domani se non perché la realtà – che ha la testa dura – si incaricherà di dimostrare la validità delle opzioni sul campo.
Riproduciamo qui di seguito il testo della lettera aperta inviata all'assemblea nazionale de L'Altra Europa e indichiamo questo link per leggersi il duro botta e risposta tra Marco Revelli e l'eurodeputata del Prc/Altra Europa Eleonora Fiorenza. I lettori di Contropiano traggano da sé le proprie conclusioni. Conoscono questo mondo quanto e meglio di noi.
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Lettera aperta all'assemblea nazionale de L'Altra Europa
Abbiamo condiviso e continuiamo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che alcuni di noi hanno contribuito a redigere e che altri hanno sostenuto con la propria candidatura e con la propria militanza, ma – nonostante molte mediazioni – non possiamo condividere il percorso che l’attuale gruppo dirigente dell’Altra Europa sta perseguendo.
Durante l’ultima assemblea nazionale di Bologna, il 18 e 19 gennaio, non è stato definito alcun programma, dato che quell’assemblea era stata messa nell’impossibilità di esprimere un voto.
Non votare e non contarsi significa sempre eludere la sostanza: cioè i temi politici fondamentali su cui non c’è eventualmente accordo.
Era stato però designato un “Comitato operativo transitorio” formato dalle stesse persone che avevano dato corpo in precedenza ai molti e spesso stravaganti acronimi (Con, Cot) che indicavano organismi non eletti, incaricati di condurre all’assemblea successiva. Di assemblea in assemblea, con sempre meno militanti e sempre più invisibili al mondo, siamo giunti a compiere quel presunto “percorso unitario” – mai votato e mai deciso, reso possibile dall’immobilismo e dalla subalternità ai piccoli ceti partitici della sinistra – che ha portato a delegittimare il lavoro di aggregazione fatto con continuità e abnegazione dai comitati regionali nati in vista delle elezioni.
Fino a giungere al caso esemplare dell’Altra Liguria, di cui la dirigenza di Altra Europa ha ignorato o misconosciuto le scelte – analogamente a quanto accaduto per L’altra Sardegna, L’altra Calabria e L’altra Emilia Romagna – insieme a quelle delle tante forze con cui questa struttura locale era riuscita a costruire un primo embrione di coalizione sociale. Un disconoscimento volto ad appoggiare la candidatura Pastorino che, per le passate prese di posizione, contrasta con gran parte dei principi ispiratori e dei punti programmatici della nostra comunità. In particolare, contrasta con uno dei cardini dell’appello istitutivo de L’Altra Europa: quello di non candidare personaggi che ricoprissero o avessero ricoperto cariche elettive o ruoli dirigenti in altri partiti nella passata e nella presente legislatura, onde salvaguardare il carattere sostanzialmente apartitico della lista.
Il superamento delle piccole identità partitiche era la caratteristica che aveva maggiormente distinto il nostro progetto, permettendoci di raggiungere il risicato quattro per cento che ci aveva fatto esistere come forza politica: un principio che per l’Altra Europa dovrebbe avere valore statutario.
Le cose sono andate diversamente. La dirigenza che gestisce oggi quel che resta dell’Altra Europa ha voluto perseguire ciò che già aveva enunciato nel documento Siamo a un bivio: la confluenza, in vista di una fantomatica e sempre di nuovo rinviata unificazione, tra i piccoli partiti della cosiddetta sinistra radicale, e dell’ancor più fantomatica unificazione con una frangia della sinistra Pd di cui non si conoscono le reali prospettive.
Il nucleo di una ventina di persone che, pur non essendo mai state elette, si sono insediate al comando dell’Altra Europa, si è di fatto ritagliato, all’interno dei circa quarantamila sottoscrittori dell’appello iniziale, un proprio “corpo sociale” costituito da poco più di settemila adesioni (dopo averne preannunciate decine di migliaia e aver detto che il vero referente erano il milione e centomila elettori), ormai formato in gran parte da militanti di partiti (soprattutto Rifondazione comunista) che tutt’ora hanno forti legami con le proprie case di appartenenza.
Il cosiddetto Comitato di Transizione ha trasformato la prossima assemblea nazionale del 18-19 aprile in un congresso per delegati – un ossimoro, e in buona parte un tradimento delle intese iniziali – che eleggerà un organismo su lista unica bloccata, un comitato centrale inamovibile, solo formalmente legittimato democraticamente.
Si sono tenute assemblee territoriali con la pretesa di voto su mozioni (una della quali, per altro, ritirata dagli stessi estensori) e con “controllori” centrali incaricati di verificare il rispetto dei criteri imposti. In questo modo,migliaia di militanti sono stati esclusi dal corpo sociale dell’Altra Europa. Dei sei promotori iniziali (poi garanti) del progetto, ne è rimasto solo uno. Tutti gli intellettuali, gli artisti, gli studiosi, gli esponenti di rilievo dei tanti movimenti che si erano raccolti intorno al progetto – un gran numero di persone, tra cui decine dei nostri candidati e candidate – ci hanno lasciato strada facendo.
Il risultato è che la linea politica dell’Altra Europa si piega ormai di volta in volta alle esigenze tattiche imposte dalla sua subalternità agli interessi dei partiti con cui vorrebbe unificarsi: basti pensare al voltafaccia sulla nostra costituzione in associazione, che Sel non gradiva e che per questo non si è più fatta, o al voltafaccia sulla partecipazione alle elezioni regionali, prima scartata perché “le Regioni non contano nulla”, poi sostenuta per offrire uno spazio a Sel, dove questo partito non riesce ad accordarsi con il Pd; o, ancora, al voltafaccia nei confronti del tema “coalizione sociale”, prima marginalizzato e addirittura irriso, e poi, dopo le prese di posizione di Landini e Rodotà, riannesso in modo posticcio al percorso della “Casa comune della sinistra e dei democratici”. Per non dire dei contorsionismi necessari a stare con i movimenti No Tav, No Triv, No Expo e al tempo stesso mantenersene fuori, così da non costituire una minaccia per chi, pur abbracciando astrattamente una posizione, ne pratica un’altra, spesso diametralmente opposta, quando siede in giunte comunali e regionali. Lo stesso vale per la vicenda di Tempa Rossa e per i movimenti che lottano contro le Grandi Opere, l’erosione del suolo in Liguria, il No Muos in Sicilia, le Grandi Navi e il No Mose in Veneto.
Tutto questo ha disgregato ciò che era unito: molti di coloro che hanno sostenuto la nascita dell’Altra Europa si sentono ormai esuli in patria, alcuni si sono allontanati, altri hanno ritrovato entusiasmo riavviando un processo partecipativo.
Tutti però sono convinti che il percorso seguito attualmente non abbia futuro, essendo una stanca e ancor più contorta riedizione di progetti di aggregazione tra forze politiche prive di una propria ragion d’essere, per quanto ben decise a salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria identità e, il più delle volte, i propri apparati (o zavorra, come li definisce Stefano Rodotà).
Stanno tuttavia prendendo forma e moltiplicandosi innumerevoli punti da cui partire per far rivivere quello spirito unitario – fondato su partecipazione orizzontale e attenzione ai processi sociali, anziché sugli schieramenti partitici – che aveva animato l’adesione al nostro progetto iniziale.
Li ritroviamo nelle reti fra movimenti, nella trasversalità delle mobilitazioni per i migranti, nella perseveranza di tanti militanti e comitati, nella fierezza con cui L’Altro Veneto e molte “Altre” Regioni hanno deciso di affrontare le elezioni regionali con slogan come “basta cemento, basta tangenti”, chiedendo che la politica ritrovi un rapporto con l’etica del bene comune e sappia mettere al primo posto la solidarietà, l’accoglienza, le persone. La politica vera dell’Altra Europa, per noi, si fa lì.
Luciano Gallino (ex garante)
Barbara Spinelli (ex garante ed eurodeputata)
Guido Viale (ex garante)
Anna Lucia Bonanni (ex candidata)
Enzo Di Salvatore (ex candidato)
Nicoletta Dosio (ex candidata)
Mauro Gallegati (ex candidato)
Domenico Gattuso (ex candidato)
Antonella Leto (ex candidata, portavoce di Primalepersone)
Carla Mattioli (ex candidata)
Ivano Marescotti (ex candidato)
Daniela Padoan (ex candidata)
Dijana Pavlovic (ex candidata)
Adriano Prosperi (ex candidato)
Roberta Radich (ex attivista L’Altra Europa, portavoce di Primalepersone)
Rossella Rispoli (ex candidata)
Carlo Salmaso (ex candidato)
Edoardo Salzano (ex candidato)
Gian Luigi Ago (Azione Civile / L’Altra Liguria)
Carlo Amabile (L’Altra Emilia Romagna)
Pino Ippolito Armino
Loredana Astigiano (L’Altra Liguria)
Simonetta Astigiano (L’Altra Liguria)
Francesco Baicchi
Claudia Bellucci
Mirko Benelli
Norma Bertullacelli
Gabriella Bianco
Giorgio Boratto
Maria Grazia Bordini
Antonio Bruno
Paolo Cacciari
Francesco Saverio Calabresi
Alberto Casartelli (Altra Emilia Romagna, Ravenna)
Vincenzo Cavulo
Furio Chiaretta (L’Altra Europa Val Pellice)
Anna Maria Chiossone
Lucia Ciarmoli (Comitato II Municipio Roma, Liberacittadinanza)
Angelo Cifatte (portavoce Tavola per la pace Liguria)
Laura Cima
Nicola Cipolla (Presidente Cepes)
Francesca Costantini
Andrea Crespiani (sostenitore L’Altra Europa, Albenga)
Claudio Culotta (L’Altra Liguria Genova)
Claudia dall’Olio (ex attivista Altra Europa, Bologna)
Chiara De Capitani
Marina De Felici
Pietro Del Zanna
Laura Di Lucia Coletti (candidata presidente L’Altro Veneto – Ora possiamo!)
Roberto Felici
Umberto Franchi (L’Altra Europa, Lucca)
Enrico Gagliano
Giuseppe Gallenti (Azione Civile / Movimento civico Natura)
Cristopher Garaventa (L’Altra Liguria)
Cosimo Antonio Gervasi (L’Altra Pioltello)
Antonella Ghirardelli
Luca Giusti (L’Altra Europa Genova)
Antonio Greco
Athos Gualazzi (Partito Pirata)
Salvatore Lihard (Associazione L’Altra Europa – Laboratorio Venezia)
Pino Lombardo (ex referente L’Altra Europa Reggio Calabria)
Simone Lorenzoni
Antonio Madera (Comitato L’Altra Europa Bologna)
Carlo Magagni (ex attivista L’Altra Europa, Bologna)
Cuono Marzano
Germano Modena (L’altra Europa Cuneo)
Gaspare Motta
Laura Orsucci (Comitato transitorio nazionale L’Altra Europa)
Alessandra Padoan
Franco Pagliano
Pino Parisi (L’Altra Liguria)
Pier Giorgio Pavarino (coordinatore L’Altra Liguria del Ponente savonese)
Michele Pedrolo
Vincenzo Pellegrino
Gianluigi Piva (ex attivista AE)
Maria Ricciardi Giannoni (delegata Comitato di Parma e presidente nazionale Liberacittadinanza)
Riccardo Rifici
Annamaria Rivera
Serena Romagnoli (Comitato II Municipio Roma)
Pino Romano (Coordinamento AE Sicilia)
Paolo Rossi
Maddalena Rufo
Geni Sardo
Agata Sciacca
Michele Soddu
Paolo Sollier (Comitato L’Altra Europa Vercelli)
Mario Sommella (Prima le persone)
Giancarlo Spazioso
Ugo Sturlese (delegato del Comitato L’Altra Europa Cuneo)
Valeria Tancredi (L’Altra Emilia Romagna)
Corine Van Kooten Niekerk
Nicola Vallinoto (L’Altra Europa Genova)
Massimo Vanni (Comitato versiliese L’Altra Europa)
Renzo Vienna (Altro Piemonte a Sinistra)
Rosalba Vitale (Azione Civile)
Uliana Zanetti (ex candidata Altra Emilia Romagna)
Danilo Zannoni
Fonte
26/11/2014
Regionali: che nessuno canti vittoria (salvo la Lega).
Il risultato è così chiaro da non richiedere troppi commenti:
-il Pd: in cifra assoluta, perde nelle due regioni circa mezzo milione di voti sulle precedenti regionali e poco meno di un milione sulle europee di 5 mesi fa (-700.000 nella sola Emilia). In percentuale perde il 12% in Emilia sulle europee, recupera qualcosa rispetto alle regionali, ma solo per effetto del brutale calo dei votanti.
-il M5s: va anche peggio al M5s che perde poco meno di 300.000 voti in Emilia rispetto alle europee, tornando ad assestarsi intorno al 6% delle regionali precedenti (ma, nelle politiche aveva superato il 24%). In Calabria si riduce al 4,82%, dal 24,9% delle politiche e, in cifra assoluta, perde quasi 9 elettori su 10.
-Forza Italia: letteralmente si polverizza (8,37% in Emilia contro il 24,55% delle regionali precedenti ed 11,8% delle europee; in Calabria 11,91% contro il 26,91% delle regionali precedenti).
-Lista Tsipras: arretra sulle europee in Emilia e sostanzialmente tiene in Calabria. Rispetto alle regionali precedenti, dove Sel e Rifondazione si presentavano separate, perde complessivamente oltre un terzo dei voti. Dunque, non solo non recupera nulla delle perdite del Pd e del M5s, ma perde di suo.
-Lega: presente solo in Emilia dove ottiene un clamoroso successo come prima lista della coalizione, superando il 19% che si somma al quasi 2% degli alleati FdI.
Dunque: il Pd resta il primo partito, ma il 41% delle europee, è lontano anni luce. Fatte le dovute proiezioni, se si votasse per le politiche sarebbe sotto il 35% ed, in cifre assolute, perderebbe quasi il 40% dei suoi elettori. Se percentualmente non è lo stesso tracollo dei risultati in cifra reale è solo perché anche gli altri partiti perdono verso l’astensione. Vero è che in Emilia la flessione è più severa per le ben note vicende giudiziarie, ma la flessione (in voti reali) della Calabria conferma la tendenza al calo generalizzato che va ben al di la delle cause locali.
Non mi pare che Renzi possa consolarsi considerando che la tendenza all’astensione è un “problema di tutti”. Al suo posto sarei molto allarmato, anche perché, per ora lui è quello che perde più di tutti i voti reali. Di fatto, sin qui, Renzi ha goduto di una fortuna sfacciata che ha gonfiato le sue vele, ma è solo una meteora destinata a schiantarsi molto presto. I risultati ancora non del tutto disastrosi si spiegano più con la debolezza delle altre offerte politiche che con la forza del suo consenso.
E qui non hanno da cantar vittoria anche quelli dell’asse Sel-Rifondazione, che non beccano un voto di quelli in uscita da Pd e M5s, prendono i voti dei soliti aficionados (e neanche tutti) e si fermano lì: segno della totale mancanza di vitalità del progetto.
Forza Italia semplicemente scompare, riducendosi ad un partitino sotto il 10% nazionale. Da questo punto di vista, il risultato più significativo è quello calabrese, dove non c’è la Lega ed il partito di Berlusconi perde 3 elettori su 4.
Se consideriamo la sommatoria Fi+Pd (ed il magrissimo risultato del Ncd) si capisce che questo risultato boccia clamorosamente la politica del Nazareno su tutti e due i versanti.
Va malissimo anche al M5s: vero è che alle amministrative il M5s raccoglie sempre meno della metà dei voti delle politiche, però il calo calabrese è catastrofico e quello emiliano è molto pesante. Non si può spiegare solo con il divario fra politiche ed amministrative. Il punto è che il M5s ha raccolto alle politiche molto di più di quanto non fosse il suo reale consenso, perché premiato dal voto di protesta; ma poi non ha saputo dimostrarsi credibile in positivo. L’elettorato giudica in base ai risultati ed, in un anno e mezzo di permanenza in Parlamento i risultati sono davvero pochini. Il punto è che il M5s si è cullato nell’illusione di una vittoria piena, da solo ed in un paio di mosse. L’illusione di passare di vittoria in vittoria sino a balzare oltre il 40% nelle prossime politiche. E per questo ha scelto una linea di assoluto isolamento politico, di denuncia gridata, ha cavalcato l’ondata populista assecondandone anche gli aspetti più ingenui e controproducenti, si è attardato in una visione semplicistica della politica, ha travolto ogni dissenso (anche quello che avrebbe meritato qualche attenzione). Ora arriva il conto.
Questo non vuol dire che sia arrivato il momento di cantare il requiem per il M5s che, anche se seriamente ferito, resta un organo vitale e capace di riprendersi, a patto di saper approfittare della lezione di realismo politico che viene da questi risultati. Il M5s deve ripensare il suo modello organizzativo, la sua prassi politica, la sua proposta complessiva. Ma ne riparleremo in un’occasione specifica.
E veniamo all’unico vincitore di questa tornata: la Lega di Salvini che ormai pone seriamente la sua candidatura alla testa della coalizione di destra. Vero è che al Sud è ancora ben lontana dallo sfondare e che, per ora, il suo sorpasso su Fi è certo solo in Emilia, Lombardia e Veneto (forse Triveneto), mentre lo si può ipotizzare in Piemonte, Liguria e (forse) Toscana, ma da Roma in giù farcela non è semplice. In ogni caso, la partita è aperta, anche perché è prevedibile che le sue fila si ingrosseranno ancora di transfughi in fuga da Forza Italia (quando la nave affonda...).
Magari questo potrebbe essere gradito al Pd, che sogna un ballottaggio di tutto riposo fra se stesso e la Lega: quel che consentirebbe di recuperare voti dall’astensione, dal M5s, da Sel ed anche dal centro, in nome del pericolo “estremista”. Ed anche questo potrebbe essere un calcolo sbagliato: io non giurerei né sul ritorno dei voti dall’astensione né sul fatto che il flusso da M5s, fra astenuti, voto alla Lega e voto al Pd, sia poi così favorevole al Pd. Quanto ai voti della residua Fi…
Ma il rischio maggiore è un altro: quando oltre la metà dell’elettorato non va a votare, vuol dire che si è aperta una crisi di sistema ed ha poco senso fare a gara per il grado di capitano della barca che sta affondando (segnalo un mio pezzo di un po’ di tempo fa dedicato al “punto di confusione“).
In quali forme possiamo pensare ad un collasso del sistema: non mi sembrano probabili le ipotesi estreme di un colpo di stato militare e, meno ancora, di una insurrezione popolare (anche se: “mai dire mai”). Si aprono altre ipotesi meno traumatiche (almeno all’apparenza). In primo luogo, un sostanziale commissariamento del paese da parte della Ue, con procedure più o meno straordinarie. Ad esempio l’ennesimo governo tecnico, magari accompagnato da uno slittamento delle elezioni (qui saremmo in pieno colpo di stato, ma con qualche parvenza di legalità, magari grazie ad un Capo dello Stato disponibile ed una Corte Costituzionale compiacente). Intanto il governo “tecnico” potrebbe arrivare al 2018 grazie al voto di una maggioranza raccogliticcia e basata sul desiderio dei parlamentari di restare in carica il più possibile. Magari una complessa riforma costituzionale potrebbe giustificare uno slittamento delle elezioni per qualche tempo. Poi seguirebbe una rottura costituzionale in forme da individuare. Soluzione probabile sino ad un certo punto, in particolare per quel che attiene alla lesione dei limiti costituzionali, ma da tener presente molto più delle precedenti due.
Altra soluzione è che una delle forze esistenti riesca a prendere la situazione in mano ed a stabilizzarla in qualche modo, magari approfittando anche dell’astensione che mantiene oltre metà dell’elettorato fuori all’area decisionale. “Per ora vinciamo le elezioni e poi si vede”. Ovviamente arrivando anche in questo caso ad una rottura costituzionale. Può essere il Pd? Possibile ma non credo probabilissimo: i margini di consenso di Renzi si eroderanno fatalmente nei prossimi mesi. Questa possibilità esiste solo nella misura in cui si mantenga l’attuale situazione di assenza di sfidanti credibili.
Può essere il M5s? Unica soluzione che non porterebbe ad una rottura costituzionale. Possibile ma non probabilissimo: il M5s ci può riuscire solo a patto di trasformarsi in una credibile forza politica di governo e non ha moltissimo tempo per riuscire a farlo.
La Lega? Forse è l’ipotesi meno improbabile di queste tre e può riuscire se Salvini riuscirà a catalizzare il voto di protesta, assorbendo buona parte dei voti del M5s, prosciugando Fi, catturando anche qualche flusso in uscita del voto Pd (non dimentichiamo il referendum sulla legge Fornero, che ha riscosso anche l’adesione della Cgil). Ma anche qui occorre ritoccare l’immagine barricadiera, solo che, se lo fa, magari conquista voti di centro e destra moderata, ma perde parte di quelli di protesta, se non lo fa, conquista i voti di protesta ma perde quelli moderati. Difficile quadratura del cerchio.
Ma non è detto che la soluzione debba venire dall’interno del quadro esistente. Un 50% di astenuti è un invito ad entrare nell’arena a chi sinora ne è rimasto fuori: c’è lo spazio per una nuova offerta politica. E questa è l’eventualità da cui Renzi deve guardarsi più le spalle. Potrebbe trattarsi di una nuova offerta di centro destra che metta definitivamente da parte l’inservibile Berlusconi e che trovi un leader più giovane e spendibile. O forse di un forte movimento di protesta (da vedere se di sinistra o di destra), o forse di qualcosa di cui ancora non scorgiamo i tratti e rispetto alla quale il M5s, contro le sue intenzioni ed i nostri auspici, potrebbe essere stato il semplice battistrada. Ne riparleremo.
Fonte
-il Pd: in cifra assoluta, perde nelle due regioni circa mezzo milione di voti sulle precedenti regionali e poco meno di un milione sulle europee di 5 mesi fa (-700.000 nella sola Emilia). In percentuale perde il 12% in Emilia sulle europee, recupera qualcosa rispetto alle regionali, ma solo per effetto del brutale calo dei votanti.
-il M5s: va anche peggio al M5s che perde poco meno di 300.000 voti in Emilia rispetto alle europee, tornando ad assestarsi intorno al 6% delle regionali precedenti (ma, nelle politiche aveva superato il 24%). In Calabria si riduce al 4,82%, dal 24,9% delle politiche e, in cifra assoluta, perde quasi 9 elettori su 10.
-Forza Italia: letteralmente si polverizza (8,37% in Emilia contro il 24,55% delle regionali precedenti ed 11,8% delle europee; in Calabria 11,91% contro il 26,91% delle regionali precedenti).
-Lista Tsipras: arretra sulle europee in Emilia e sostanzialmente tiene in Calabria. Rispetto alle regionali precedenti, dove Sel e Rifondazione si presentavano separate, perde complessivamente oltre un terzo dei voti. Dunque, non solo non recupera nulla delle perdite del Pd e del M5s, ma perde di suo.
-Lega: presente solo in Emilia dove ottiene un clamoroso successo come prima lista della coalizione, superando il 19% che si somma al quasi 2% degli alleati FdI.
Dunque: il Pd resta il primo partito, ma il 41% delle europee, è lontano anni luce. Fatte le dovute proiezioni, se si votasse per le politiche sarebbe sotto il 35% ed, in cifre assolute, perderebbe quasi il 40% dei suoi elettori. Se percentualmente non è lo stesso tracollo dei risultati in cifra reale è solo perché anche gli altri partiti perdono verso l’astensione. Vero è che in Emilia la flessione è più severa per le ben note vicende giudiziarie, ma la flessione (in voti reali) della Calabria conferma la tendenza al calo generalizzato che va ben al di la delle cause locali.
Non mi pare che Renzi possa consolarsi considerando che la tendenza all’astensione è un “problema di tutti”. Al suo posto sarei molto allarmato, anche perché, per ora lui è quello che perde più di tutti i voti reali. Di fatto, sin qui, Renzi ha goduto di una fortuna sfacciata che ha gonfiato le sue vele, ma è solo una meteora destinata a schiantarsi molto presto. I risultati ancora non del tutto disastrosi si spiegano più con la debolezza delle altre offerte politiche che con la forza del suo consenso.
E qui non hanno da cantar vittoria anche quelli dell’asse Sel-Rifondazione, che non beccano un voto di quelli in uscita da Pd e M5s, prendono i voti dei soliti aficionados (e neanche tutti) e si fermano lì: segno della totale mancanza di vitalità del progetto.
Forza Italia semplicemente scompare, riducendosi ad un partitino sotto il 10% nazionale. Da questo punto di vista, il risultato più significativo è quello calabrese, dove non c’è la Lega ed il partito di Berlusconi perde 3 elettori su 4.
Se consideriamo la sommatoria Fi+Pd (ed il magrissimo risultato del Ncd) si capisce che questo risultato boccia clamorosamente la politica del Nazareno su tutti e due i versanti.
Va malissimo anche al M5s: vero è che alle amministrative il M5s raccoglie sempre meno della metà dei voti delle politiche, però il calo calabrese è catastrofico e quello emiliano è molto pesante. Non si può spiegare solo con il divario fra politiche ed amministrative. Il punto è che il M5s ha raccolto alle politiche molto di più di quanto non fosse il suo reale consenso, perché premiato dal voto di protesta; ma poi non ha saputo dimostrarsi credibile in positivo. L’elettorato giudica in base ai risultati ed, in un anno e mezzo di permanenza in Parlamento i risultati sono davvero pochini. Il punto è che il M5s si è cullato nell’illusione di una vittoria piena, da solo ed in un paio di mosse. L’illusione di passare di vittoria in vittoria sino a balzare oltre il 40% nelle prossime politiche. E per questo ha scelto una linea di assoluto isolamento politico, di denuncia gridata, ha cavalcato l’ondata populista assecondandone anche gli aspetti più ingenui e controproducenti, si è attardato in una visione semplicistica della politica, ha travolto ogni dissenso (anche quello che avrebbe meritato qualche attenzione). Ora arriva il conto.
Questo non vuol dire che sia arrivato il momento di cantare il requiem per il M5s che, anche se seriamente ferito, resta un organo vitale e capace di riprendersi, a patto di saper approfittare della lezione di realismo politico che viene da questi risultati. Il M5s deve ripensare il suo modello organizzativo, la sua prassi politica, la sua proposta complessiva. Ma ne riparleremo in un’occasione specifica.
E veniamo all’unico vincitore di questa tornata: la Lega di Salvini che ormai pone seriamente la sua candidatura alla testa della coalizione di destra. Vero è che al Sud è ancora ben lontana dallo sfondare e che, per ora, il suo sorpasso su Fi è certo solo in Emilia, Lombardia e Veneto (forse Triveneto), mentre lo si può ipotizzare in Piemonte, Liguria e (forse) Toscana, ma da Roma in giù farcela non è semplice. In ogni caso, la partita è aperta, anche perché è prevedibile che le sue fila si ingrosseranno ancora di transfughi in fuga da Forza Italia (quando la nave affonda...).
Magari questo potrebbe essere gradito al Pd, che sogna un ballottaggio di tutto riposo fra se stesso e la Lega: quel che consentirebbe di recuperare voti dall’astensione, dal M5s, da Sel ed anche dal centro, in nome del pericolo “estremista”. Ed anche questo potrebbe essere un calcolo sbagliato: io non giurerei né sul ritorno dei voti dall’astensione né sul fatto che il flusso da M5s, fra astenuti, voto alla Lega e voto al Pd, sia poi così favorevole al Pd. Quanto ai voti della residua Fi…
Ma il rischio maggiore è un altro: quando oltre la metà dell’elettorato non va a votare, vuol dire che si è aperta una crisi di sistema ed ha poco senso fare a gara per il grado di capitano della barca che sta affondando (segnalo un mio pezzo di un po’ di tempo fa dedicato al “punto di confusione“).
In quali forme possiamo pensare ad un collasso del sistema: non mi sembrano probabili le ipotesi estreme di un colpo di stato militare e, meno ancora, di una insurrezione popolare (anche se: “mai dire mai”). Si aprono altre ipotesi meno traumatiche (almeno all’apparenza). In primo luogo, un sostanziale commissariamento del paese da parte della Ue, con procedure più o meno straordinarie. Ad esempio l’ennesimo governo tecnico, magari accompagnato da uno slittamento delle elezioni (qui saremmo in pieno colpo di stato, ma con qualche parvenza di legalità, magari grazie ad un Capo dello Stato disponibile ed una Corte Costituzionale compiacente). Intanto il governo “tecnico” potrebbe arrivare al 2018 grazie al voto di una maggioranza raccogliticcia e basata sul desiderio dei parlamentari di restare in carica il più possibile. Magari una complessa riforma costituzionale potrebbe giustificare uno slittamento delle elezioni per qualche tempo. Poi seguirebbe una rottura costituzionale in forme da individuare. Soluzione probabile sino ad un certo punto, in particolare per quel che attiene alla lesione dei limiti costituzionali, ma da tener presente molto più delle precedenti due.
Altra soluzione è che una delle forze esistenti riesca a prendere la situazione in mano ed a stabilizzarla in qualche modo, magari approfittando anche dell’astensione che mantiene oltre metà dell’elettorato fuori all’area decisionale. “Per ora vinciamo le elezioni e poi si vede”. Ovviamente arrivando anche in questo caso ad una rottura costituzionale. Può essere il Pd? Possibile ma non credo probabilissimo: i margini di consenso di Renzi si eroderanno fatalmente nei prossimi mesi. Questa possibilità esiste solo nella misura in cui si mantenga l’attuale situazione di assenza di sfidanti credibili.
Può essere il M5s? Unica soluzione che non porterebbe ad una rottura costituzionale. Possibile ma non probabilissimo: il M5s ci può riuscire solo a patto di trasformarsi in una credibile forza politica di governo e non ha moltissimo tempo per riuscire a farlo.
La Lega? Forse è l’ipotesi meno improbabile di queste tre e può riuscire se Salvini riuscirà a catalizzare il voto di protesta, assorbendo buona parte dei voti del M5s, prosciugando Fi, catturando anche qualche flusso in uscita del voto Pd (non dimentichiamo il referendum sulla legge Fornero, che ha riscosso anche l’adesione della Cgil). Ma anche qui occorre ritoccare l’immagine barricadiera, solo che, se lo fa, magari conquista voti di centro e destra moderata, ma perde parte di quelli di protesta, se non lo fa, conquista i voti di protesta ma perde quelli moderati. Difficile quadratura del cerchio.
Ma non è detto che la soluzione debba venire dall’interno del quadro esistente. Un 50% di astenuti è un invito ad entrare nell’arena a chi sinora ne è rimasto fuori: c’è lo spazio per una nuova offerta politica. E questa è l’eventualità da cui Renzi deve guardarsi più le spalle. Potrebbe trattarsi di una nuova offerta di centro destra che metta definitivamente da parte l’inservibile Berlusconi e che trovi un leader più giovane e spendibile. O forse di un forte movimento di protesta (da vedere se di sinistra o di destra), o forse di qualcosa di cui ancora non scorgiamo i tratti e rispetto alla quale il M5s, contro le sue intenzioni ed i nostri auspici, potrebbe essere stato il semplice battistrada. Ne riparleremo.
Fonte
23/06/2014
Europee, Italia
Ho sostenuto in un precedente articolo che le europee siano una sommatoria di elezioni nazionali. Questo è tanto più vero in Italia, dove le europee, nonostante un sistema elettorale differente, sono vissute come la rivincita delle elezioni politiche.
40,8% – 80 euro
Confermando le mie scarse capacità divinatorie, prima delle elezioni prevedevo un PD che sarebbe riuscito al massimo a mantenere le percentuali delle politiche grazie al gioco dell’astensione, schiacciato tra la tenuta del 5 Stelle e l’ascesa delle destre. Un errore pacchiano.
Posso provare a consolarmi dicendo che, in fondo, errori simili siano stati fatti da altri osservatori, ben più blasonati di me. Questo non toglie che il peccato capitale non è tanto non aver imbroccato il risultato, quanto aver ignorato una regola della politica perfettamente conosciuta ma rilegata in un angolo al momento del pronostico: siamo in una fase di voto mobile, sempre più gente decide se e chi votare nell’ultima settimana se non negli ultimissimi giorni, possibilmente sotto la spinta di un messaggio chiaro, forte e netto. Quello che è riuscito a Renzi è, quindi, lo stesso colpo che è riuscito più volte a Berlusconi (aboliremo l’ICI!) e alle politiche 2013 a Beppe Grillo.
Il messaggio forte, chiaro e netto di Renzi sono stati gli 80 euro. Renzi ha dato direttamente in busta quello che vent’anni di concertazione non sono mai riusciti a dare: un aumento di stipendio secco. Intendiamoci, la manovra di Renzi è oggettivamente una porcata, una mancia elettorale che sarà pagata col taglio della spesa sociale in pieno stile Reagan-Thatcher, che probabilmente non sarà replicata l’anno prossimo e che altrettanto probabilmente porterà a nuove manovre finanziarie in autunno. Non c’è però scritto da nessuna parte che i messaggi forti, chiari e netti siano anche lungimiranti. E non si tratta neanche di fare del facile moralismo attaccando chi ha votato Renzi per gli 80 euro, semmai si tratta di capire perché altri non riescano a comunicare nulla di altrettanto forte, chiaro e netto e magari anche lungimirante.
Il risultato di Renzi è oggettivamente una vittoria schiacciante. Non bisogna però commettere l’errore di assolutizzare questa vittoria, quantomeno in termini numerici. Gli 11 milioni e 200mila voti ottenuti da Renzi sono molti di più degli 8 milioni e 600mila di Bersani nel 2013, ma sono anche di meno dei 14 milioni e 100mila di Veltroni nel 2008. Un risultato che con una massiccia astensione garantisce un impressionante 40,8%, ma che ipotizzando un’affluenza come quella delle ultime politiche diventa “solo” un 33%. Ciò che le ultime tornate elettorali ci hanno dimostrato è che questo voto mobile può passare da una parte all’altra, e non è quindi detto che vada ancora a Renzi.
L’avanzata ha anche una parte strutturale: la cannibalizzazione degli alleati montiani. Il PD in questi anni ha dimostrato di essere tuttaltro che il partito litigioso, diviso su tutto e sempre sull’orlo della spaccatura di cui spesso si parla (magari illudendosi in una salvifica scissione della “sinistra dei democratici”). Anzi, il PD ha dimostrato ancora una volta di essere una macchina straordinariamente efficacie nel digerire i propri alleati. È già successo alla Rifondazione Comunista dell’era Bertinotti, all’Italia dei Valori e ora succede alla Scelta Civica di Monti (e in maniera minore al Nuovo Centrodestra di Alfano, che sopravvive grazie alla lobby ciellina): il PD divora l’elettorato degli alleati, per le dirigenze politiche a quel punto la scelta è tra entrare direttamente nel PD o tirare la cinghia al di fuori. Indipendentemente dal fatto che il PD bissi questo risultato, è lecito pensare che l’area politica del centrismo montiano sia stata assorbita e non si ripresenterà se non dopo altri sconvolgimenti della scena politica.
Quella di Renzi è una vittoria schiacciante anche per un motivo tutto interno al mondo PD: Renzi vince senza la CGIL, anzi, contro la CGIL. Renzi da gli 80 euro e dice che chi vota PD non vota la CGIL (ovvero il sindacato che da vent’anni non è stato in grado di dare gli 80 euro). Il PD che aderisce al socialismo europeo è un Partito che rivendica fieramente di operare manovre di stampo neoliberista e di andare contro il sindacato. Cose che d’altronde erano la cifra politica del Labour di Blair e della SPD di Schroeder. La differenza tra Veltroni e Renzi è che Veltroni s’è rifiutato di dare un’identità “socialista europea” al PD nel 2008, nel 2014 i socialisti europei sono talmente spostati a destra che pure Renzi può portarci il suo PD a pieno titolo.
A destra, contro l’Europa?
Il Movimento 5 Stelle ha commesso un errore politico grande come una casa: si è posto l’obiettivo di vincere le elezioni. Avendo beneficiato del bonus del voto mobile alle scorse elezioni, tutti sapevano che i grillini non avrebbero potuto ripetere l’exploit. Se lo scorso autunno qualcuno avesse detto che Grillo (tempestato da tutta la propaganda dei media organici alla grande coalizione di governo) sarebbe arrivato al 21%, sarebbe stato preso per fesso. Quello che, di fatto, è un dato di arretramento fisiologico diventa però una sconfitta bruciante per aver completamente mancato l’obiettivo di superare il PD cavalcando lo scontento anti europeo. A trovarsi schiacciato, stavolta, è stato Grillo. La sua polemica contro la “peste rossa” dei sindacati è stata superata dall’antisindacalismo di Renzi. Le proposte traccheggianti sull’euro (fuori, dentro, facciamo un referendum e poi vediamo…) sono state sorpassate delle campagne della Lega e dei Fratelli D’Italia che parteggiavano per l’uscita senza se e senza ma. L’adesione del 5 Stelle al gruppo di destra di Nigel Farage potrebbe avere conseguenze serie su molti degli eletti pentastellati in giro per l’Italia. Ma, considerata la capacità del MoVimento di infilarsi in varie liste “civiche” di destra alle amministrative, non è scritto da nessuna parte che le fronde dei parlamentari o dei consiglieri si ripercuotano sulla base del consenso elettorale grillino.
Il vero vincitore delle elezioni a destra è Matteo Salvini. Alzi la mano chi immaginava la Lega a questo livello dopo gli scandali del 2012. Io lo facevo, ma più per abitudine a fare il profeta di sventura che per reale convinzione. E sicuramente due anni fa era difficile vedere il processo di LePen-izzazione della Lega. La Lega di Salvini infatti ha svolto una campagna molto poco localista facendo sparire slogan come “prima il Nord” o “il 75% delle tasse devono rimanere in Lombardia”. Al contrario, nelle sue esternazioni anti euro Salvini ha sempre parlato di interessi italiani contrapposti a quelli tedeschi, non di interessi padani. Vale la pena di ricordare che ancora pochi anni fa l’intellighenzia leghista fantasticava di una Padania ancorata alla Germania e all’Euro che lasciava il resto d’Italia alla deriva con la sua lira. I risultati della Lega nei collegi Centro, Sud e Isole non sono particolarmente esaltanti, ma dimostrano la capacità di dirottare i voti delle varie organizzazioni della destra estrema, CasaPound in testa. A rimanere schiacciati da questo gioco sono invece i Fratelli D’Italia che proprio al sud hanno la loro base più forte. È probabile che sia stato proprio l’attivismo leghista tra gli ambienti dell’estremismo di destra a togliere alla Meloni quello zerovirgola che le è mancato per superare lo sbarramento.
Riguardo ai rapporti con l’Europa, è da notare che Claudio Borghi, il più in vista dei candidati no euro nella Lega, sostenuto anche da Bagnai e altri opinionisti in vista, ha ottenuto un risultato deludente. 13 mila preferenza nel Nordovest e appena 2800 voti al Centro. Per dare la proporzione, nei rispettivi collegi Salvini raccoglie 230mila e 32mila preferenze. L’ondata antieuro si dimostra così anche per la Lega, oltre che per Grillo, un sentimento diffuso ma che finisce per non essere decisivo nello smuovere le dinamiche elettorali. Nel caso della Lega, come della stessa Le Pen, è poi questionabile quanto sia un progetto politico realistico e quanto una posa elettorale.
L’Altra Europa.
La Lista Tsipras ce l’ha fatta. Nonostante se stessa.
L’Altra Europa è, insieme a Scelta Europea, l’unica lista ad aver accentuato la dimensione europea delle elezioni mettendo il nome del candidato alla Presidenza della Commissione Europea nel simbolo. Miseramente fallita l’operazione dei centristi, quella delle sinistre passa per un risicatissimo 0,03%, circa ottomila voti assoluti. Come accennavo nel precedente post sulle elezioni, L’Altra Europa può considerarsi un’esperienza positiva in termini di eletti ma non in termini di voti assoluti. Nel 2009 la Lista Comunista (Rifondazione + PdCI) prendeva il 3,4% con 1 milione di voti, Sinistra e Libertà il 3,1% con 950mila voti e il Partito Comunista dei Lavoratori lo 0,5% con 150mila voti. Totale delle sinistre “radicali”:7% con più di 2 milioni di voti.
Alle europee del 2014 invece tutte le sinistre unite hanno raggranellato il 4,03% con 1 milione e 100mila voti. A poco può servire aggiungere i 250mila voti dei Verdi o il raccolto ancora più magro dell’Italia dei Valori. Il risultato dice che l’arretramento delle sinistre continua e che ci si è salvati solo grazie a una lista unitaria tenuta insieme con lo spago. E, a voler essere del tutto onesti, il risultato è stato raggiunto grazie anche alla mancanza di una qualunque altra lista di sinistra radicale sulla scheda. In questo senso, il tanto vituperato vincolo delle 150mila firme per presentare la lista è stato il miglior alleato dell’Altra Europa.
L’Altra Europa ha rotto molte tradizioni delle liste di sinistra in Italia, l’unico elemento identitario è il colore rosso, per il resto dal simbolo è scomparso tutto l’armamentario: bandiere rosse, falce martello, il tricolore, la stessa parola “sinistra”. Durante il processo di formazione della lista l’assenza della parola sinistra ha suscitato montagne di polemiche. La decisione è stata presa dai garanti per andare a caccia tra chi “non si definisce né di destra né di sinistra”. Un giro di parole per dire che si puntava all’area degli scontenti del 5 Stelle. Il bilancio dell’operazione è di un completo fallimento della tattica elettorale.
I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: L’Altra Europa soffre ovunque una perdita in media del 2% dei voti verso l’astensione. Aldilà dell’analisi statistica, per chi ha fatto campagna elettorale, non è difficile individuare quel flusso in persone che semplicemente non hanno capito che quella era la lista della sinistra. La mancata caratterizzazione di sinistra si rivela quindi una decisione potenzialmente suicida che ha impedito di raccogliere il minimo della somma tra Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, ALBA e le altre sigle minori. In compenso nelle città analizzate, non si registra nessun flusso di voti significativo dal M5S alla Lista Tsipras. Tutti i voti grillini in uscita finiscono a Renzi, alla Lega o nell’astensione.
La composizione del voto alla Lista Tsipras rivela due caratteristiche distinte ma incrociate. Si tratta principalmente di un voto urbano, non è difficile capire che la dove si concentrano più militanti, la lista riesce a fare una campagna elettorale migliore e addirittura a vincere la prova della Piazza come col comizio di Tsipras a Bologna. Ma all’interno dello stesso risultato urbano appare un’altra dicotomia: il voto si concentra nei quartieri centrali e si dirada nelle zone popolari. Un esempio eclatante è quello di Bologna dove il voto a L’Altra Europa segue un percorso esattamente inverso a quello che un anno fa ebbe il referendum contro i soldi pubblici alle scuole private.
Il problema, quindi, è sia di presenza militante sia di come s’impiega la militanza. Le forze raccolte attorno alla lista, per quanto determinate ed energiche, hanno potuto ovviare solo in parte al profilo moderato impostato dai garanti. Vantarsi di avere una discreta componente giovanile (cosa che potevano vantare sia L’Arcobaleno sia Ingroia) non può far dimenticare che si tratta di una componente prevalentemente ad alta istruzione in contatto con le varie strutture politiche universitarie che hanno partecipato al progetto Tsipras (basti pensare agli ottimi risultati in termini di preferenze a Riccio e Quarta). Non può in nessuna maniera compensare che pur esibendo candidature operaie e appoggio esplicito da pezzi di sindacato la sinistra è ulteriormente arretrata nei settori del lavoro manuale, recuperando invece qualcosa tra i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”.
Dopo
Il dibattito avviato all’interno dei sostenitori della Lista Tsipras non appare particolarmente esaltante. La migrazione di una parte del ceto politico vendoliano verso il PD era scontata già da anni, rimanevano un’incognita i tempi e modi che possiamo ora apprendere dai giornali.
La modalità dell’accettazione dell’elezione da parte di Barbara Spinelli rivela però un altro nervo scoperto della lista: pur propagandando metodi partecipativi in qualunque contesto, L’Altra Europa è stata di fatto costruita attraverso un lavoro estremamente verticistico. Che fosse necessario per costruire la lista in tempi brevissimi è un conto, altro conto è questo atteggiamento prosegua dopo le elezioni. In particolare, nella vicenda Spinelli/Furfaro si è lasciato che la reale motivazione politica della rottura fosse materia per voci da corridoio mentre tutti i giornali si scatenavano accusando Spinelli di essere venuta meno alla parola data. Non sarebbe stato meglio, molto meglio, se si fosse dibattuto pubblicamente del rapporto che l’eletto di SEL avrebbe tenuto col Partito Socialista Europeo? Non sarebbe stato meglio discutere pubblicamente del fatto che aderire a un gruppo piuttosto che a un altro non è questione di lana caprina ma sostanza politica?
Proseguendo con questo metodo si favorisce un lento ritorno ai punti di partenza: comunisti isolati, Vendola col PD, movimentismo civile frammentato. Il tutto ovviamente distaccato dal conflitto sociale.
Eppure, proprio i risultati di PD, delle destre e del 5 Stelle dovrebbero suggerire che per le sinistre sarebbe giunto il momento di darsi una svegliata.
Fonte
40,8% – 80 euro
Confermando le mie scarse capacità divinatorie, prima delle elezioni prevedevo un PD che sarebbe riuscito al massimo a mantenere le percentuali delle politiche grazie al gioco dell’astensione, schiacciato tra la tenuta del 5 Stelle e l’ascesa delle destre. Un errore pacchiano.
Posso provare a consolarmi dicendo che, in fondo, errori simili siano stati fatti da altri osservatori, ben più blasonati di me. Questo non toglie che il peccato capitale non è tanto non aver imbroccato il risultato, quanto aver ignorato una regola della politica perfettamente conosciuta ma rilegata in un angolo al momento del pronostico: siamo in una fase di voto mobile, sempre più gente decide se e chi votare nell’ultima settimana se non negli ultimissimi giorni, possibilmente sotto la spinta di un messaggio chiaro, forte e netto. Quello che è riuscito a Renzi è, quindi, lo stesso colpo che è riuscito più volte a Berlusconi (aboliremo l’ICI!) e alle politiche 2013 a Beppe Grillo.
Il messaggio forte, chiaro e netto di Renzi sono stati gli 80 euro. Renzi ha dato direttamente in busta quello che vent’anni di concertazione non sono mai riusciti a dare: un aumento di stipendio secco. Intendiamoci, la manovra di Renzi è oggettivamente una porcata, una mancia elettorale che sarà pagata col taglio della spesa sociale in pieno stile Reagan-Thatcher, che probabilmente non sarà replicata l’anno prossimo e che altrettanto probabilmente porterà a nuove manovre finanziarie in autunno. Non c’è però scritto da nessuna parte che i messaggi forti, chiari e netti siano anche lungimiranti. E non si tratta neanche di fare del facile moralismo attaccando chi ha votato Renzi per gli 80 euro, semmai si tratta di capire perché altri non riescano a comunicare nulla di altrettanto forte, chiaro e netto e magari anche lungimirante.
Il risultato di Renzi è oggettivamente una vittoria schiacciante. Non bisogna però commettere l’errore di assolutizzare questa vittoria, quantomeno in termini numerici. Gli 11 milioni e 200mila voti ottenuti da Renzi sono molti di più degli 8 milioni e 600mila di Bersani nel 2013, ma sono anche di meno dei 14 milioni e 100mila di Veltroni nel 2008. Un risultato che con una massiccia astensione garantisce un impressionante 40,8%, ma che ipotizzando un’affluenza come quella delle ultime politiche diventa “solo” un 33%. Ciò che le ultime tornate elettorali ci hanno dimostrato è che questo voto mobile può passare da una parte all’altra, e non è quindi detto che vada ancora a Renzi.
L’avanzata ha anche una parte strutturale: la cannibalizzazione degli alleati montiani. Il PD in questi anni ha dimostrato di essere tuttaltro che il partito litigioso, diviso su tutto e sempre sull’orlo della spaccatura di cui spesso si parla (magari illudendosi in una salvifica scissione della “sinistra dei democratici”). Anzi, il PD ha dimostrato ancora una volta di essere una macchina straordinariamente efficacie nel digerire i propri alleati. È già successo alla Rifondazione Comunista dell’era Bertinotti, all’Italia dei Valori e ora succede alla Scelta Civica di Monti (e in maniera minore al Nuovo Centrodestra di Alfano, che sopravvive grazie alla lobby ciellina): il PD divora l’elettorato degli alleati, per le dirigenze politiche a quel punto la scelta è tra entrare direttamente nel PD o tirare la cinghia al di fuori. Indipendentemente dal fatto che il PD bissi questo risultato, è lecito pensare che l’area politica del centrismo montiano sia stata assorbita e non si ripresenterà se non dopo altri sconvolgimenti della scena politica.
Quella di Renzi è una vittoria schiacciante anche per un motivo tutto interno al mondo PD: Renzi vince senza la CGIL, anzi, contro la CGIL. Renzi da gli 80 euro e dice che chi vota PD non vota la CGIL (ovvero il sindacato che da vent’anni non è stato in grado di dare gli 80 euro). Il PD che aderisce al socialismo europeo è un Partito che rivendica fieramente di operare manovre di stampo neoliberista e di andare contro il sindacato. Cose che d’altronde erano la cifra politica del Labour di Blair e della SPD di Schroeder. La differenza tra Veltroni e Renzi è che Veltroni s’è rifiutato di dare un’identità “socialista europea” al PD nel 2008, nel 2014 i socialisti europei sono talmente spostati a destra che pure Renzi può portarci il suo PD a pieno titolo.
A destra, contro l’Europa?
Il Movimento 5 Stelle ha commesso un errore politico grande come una casa: si è posto l’obiettivo di vincere le elezioni. Avendo beneficiato del bonus del voto mobile alle scorse elezioni, tutti sapevano che i grillini non avrebbero potuto ripetere l’exploit. Se lo scorso autunno qualcuno avesse detto che Grillo (tempestato da tutta la propaganda dei media organici alla grande coalizione di governo) sarebbe arrivato al 21%, sarebbe stato preso per fesso. Quello che, di fatto, è un dato di arretramento fisiologico diventa però una sconfitta bruciante per aver completamente mancato l’obiettivo di superare il PD cavalcando lo scontento anti europeo. A trovarsi schiacciato, stavolta, è stato Grillo. La sua polemica contro la “peste rossa” dei sindacati è stata superata dall’antisindacalismo di Renzi. Le proposte traccheggianti sull’euro (fuori, dentro, facciamo un referendum e poi vediamo…) sono state sorpassate delle campagne della Lega e dei Fratelli D’Italia che parteggiavano per l’uscita senza se e senza ma. L’adesione del 5 Stelle al gruppo di destra di Nigel Farage potrebbe avere conseguenze serie su molti degli eletti pentastellati in giro per l’Italia. Ma, considerata la capacità del MoVimento di infilarsi in varie liste “civiche” di destra alle amministrative, non è scritto da nessuna parte che le fronde dei parlamentari o dei consiglieri si ripercuotano sulla base del consenso elettorale grillino.
Il vero vincitore delle elezioni a destra è Matteo Salvini. Alzi la mano chi immaginava la Lega a questo livello dopo gli scandali del 2012. Io lo facevo, ma più per abitudine a fare il profeta di sventura che per reale convinzione. E sicuramente due anni fa era difficile vedere il processo di LePen-izzazione della Lega. La Lega di Salvini infatti ha svolto una campagna molto poco localista facendo sparire slogan come “prima il Nord” o “il 75% delle tasse devono rimanere in Lombardia”. Al contrario, nelle sue esternazioni anti euro Salvini ha sempre parlato di interessi italiani contrapposti a quelli tedeschi, non di interessi padani. Vale la pena di ricordare che ancora pochi anni fa l’intellighenzia leghista fantasticava di una Padania ancorata alla Germania e all’Euro che lasciava il resto d’Italia alla deriva con la sua lira. I risultati della Lega nei collegi Centro, Sud e Isole non sono particolarmente esaltanti, ma dimostrano la capacità di dirottare i voti delle varie organizzazioni della destra estrema, CasaPound in testa. A rimanere schiacciati da questo gioco sono invece i Fratelli D’Italia che proprio al sud hanno la loro base più forte. È probabile che sia stato proprio l’attivismo leghista tra gli ambienti dell’estremismo di destra a togliere alla Meloni quello zerovirgola che le è mancato per superare lo sbarramento.
Riguardo ai rapporti con l’Europa, è da notare che Claudio Borghi, il più in vista dei candidati no euro nella Lega, sostenuto anche da Bagnai e altri opinionisti in vista, ha ottenuto un risultato deludente. 13 mila preferenza nel Nordovest e appena 2800 voti al Centro. Per dare la proporzione, nei rispettivi collegi Salvini raccoglie 230mila e 32mila preferenze. L’ondata antieuro si dimostra così anche per la Lega, oltre che per Grillo, un sentimento diffuso ma che finisce per non essere decisivo nello smuovere le dinamiche elettorali. Nel caso della Lega, come della stessa Le Pen, è poi questionabile quanto sia un progetto politico realistico e quanto una posa elettorale.
L’Altra Europa.
La Lista Tsipras ce l’ha fatta. Nonostante se stessa.
L’Altra Europa è, insieme a Scelta Europea, l’unica lista ad aver accentuato la dimensione europea delle elezioni mettendo il nome del candidato alla Presidenza della Commissione Europea nel simbolo. Miseramente fallita l’operazione dei centristi, quella delle sinistre passa per un risicatissimo 0,03%, circa ottomila voti assoluti. Come accennavo nel precedente post sulle elezioni, L’Altra Europa può considerarsi un’esperienza positiva in termini di eletti ma non in termini di voti assoluti. Nel 2009 la Lista Comunista (Rifondazione + PdCI) prendeva il 3,4% con 1 milione di voti, Sinistra e Libertà il 3,1% con 950mila voti e il Partito Comunista dei Lavoratori lo 0,5% con 150mila voti. Totale delle sinistre “radicali”:7% con più di 2 milioni di voti.
Alle europee del 2014 invece tutte le sinistre unite hanno raggranellato il 4,03% con 1 milione e 100mila voti. A poco può servire aggiungere i 250mila voti dei Verdi o il raccolto ancora più magro dell’Italia dei Valori. Il risultato dice che l’arretramento delle sinistre continua e che ci si è salvati solo grazie a una lista unitaria tenuta insieme con lo spago. E, a voler essere del tutto onesti, il risultato è stato raggiunto grazie anche alla mancanza di una qualunque altra lista di sinistra radicale sulla scheda. In questo senso, il tanto vituperato vincolo delle 150mila firme per presentare la lista è stato il miglior alleato dell’Altra Europa.
L’Altra Europa ha rotto molte tradizioni delle liste di sinistra in Italia, l’unico elemento identitario è il colore rosso, per il resto dal simbolo è scomparso tutto l’armamentario: bandiere rosse, falce martello, il tricolore, la stessa parola “sinistra”. Durante il processo di formazione della lista l’assenza della parola sinistra ha suscitato montagne di polemiche. La decisione è stata presa dai garanti per andare a caccia tra chi “non si definisce né di destra né di sinistra”. Un giro di parole per dire che si puntava all’area degli scontenti del 5 Stelle. Il bilancio dell’operazione è di un completo fallimento della tattica elettorale.
I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: L’Altra Europa soffre ovunque una perdita in media del 2% dei voti verso l’astensione. Aldilà dell’analisi statistica, per chi ha fatto campagna elettorale, non è difficile individuare quel flusso in persone che semplicemente non hanno capito che quella era la lista della sinistra. La mancata caratterizzazione di sinistra si rivela quindi una decisione potenzialmente suicida che ha impedito di raccogliere il minimo della somma tra Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, ALBA e le altre sigle minori. In compenso nelle città analizzate, non si registra nessun flusso di voti significativo dal M5S alla Lista Tsipras. Tutti i voti grillini in uscita finiscono a Renzi, alla Lega o nell’astensione.
La composizione del voto alla Lista Tsipras rivela due caratteristiche distinte ma incrociate. Si tratta principalmente di un voto urbano, non è difficile capire che la dove si concentrano più militanti, la lista riesce a fare una campagna elettorale migliore e addirittura a vincere la prova della Piazza come col comizio di Tsipras a Bologna. Ma all’interno dello stesso risultato urbano appare un’altra dicotomia: il voto si concentra nei quartieri centrali e si dirada nelle zone popolari. Un esempio eclatante è quello di Bologna dove il voto a L’Altra Europa segue un percorso esattamente inverso a quello che un anno fa ebbe il referendum contro i soldi pubblici alle scuole private.
Il problema, quindi, è sia di presenza militante sia di come s’impiega la militanza. Le forze raccolte attorno alla lista, per quanto determinate ed energiche, hanno potuto ovviare solo in parte al profilo moderato impostato dai garanti. Vantarsi di avere una discreta componente giovanile (cosa che potevano vantare sia L’Arcobaleno sia Ingroia) non può far dimenticare che si tratta di una componente prevalentemente ad alta istruzione in contatto con le varie strutture politiche universitarie che hanno partecipato al progetto Tsipras (basti pensare agli ottimi risultati in termini di preferenze a Riccio e Quarta). Non può in nessuna maniera compensare che pur esibendo candidature operaie e appoggio esplicito da pezzi di sindacato la sinistra è ulteriormente arretrata nei settori del lavoro manuale, recuperando invece qualcosa tra i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”.
Dopo
Il dibattito avviato all’interno dei sostenitori della Lista Tsipras non appare particolarmente esaltante. La migrazione di una parte del ceto politico vendoliano verso il PD era scontata già da anni, rimanevano un’incognita i tempi e modi che possiamo ora apprendere dai giornali.
La modalità dell’accettazione dell’elezione da parte di Barbara Spinelli rivela però un altro nervo scoperto della lista: pur propagandando metodi partecipativi in qualunque contesto, L’Altra Europa è stata di fatto costruita attraverso un lavoro estremamente verticistico. Che fosse necessario per costruire la lista in tempi brevissimi è un conto, altro conto è questo atteggiamento prosegua dopo le elezioni. In particolare, nella vicenda Spinelli/Furfaro si è lasciato che la reale motivazione politica della rottura fosse materia per voci da corridoio mentre tutti i giornali si scatenavano accusando Spinelli di essere venuta meno alla parola data. Non sarebbe stato meglio, molto meglio, se si fosse dibattuto pubblicamente del rapporto che l’eletto di SEL avrebbe tenuto col Partito Socialista Europeo? Non sarebbe stato meglio discutere pubblicamente del fatto che aderire a un gruppo piuttosto che a un altro non è questione di lana caprina ma sostanza politica?
Proseguendo con questo metodo si favorisce un lento ritorno ai punti di partenza: comunisti isolati, Vendola col PD, movimentismo civile frammentato. Il tutto ovviamente distaccato dal conflitto sociale.
Eppure, proprio i risultati di PD, delle destre e del 5 Stelle dovrebbero suggerire che per le sinistre sarebbe giunto il momento di darsi una svegliata.
Fonte
21/06/2014
SEL calante? Renzismo e prospettive per la Sinistra
Non è la prima volta che un gruppo parlamentare di opposizione approva una proposta del governo. E la cosa in sé non ha niente di scandaloso. Perché dunque tanto clamore per il voto favorevole di SEL sugli “80 Euro”? Le ragioni sono chiaramente tutte nel contesto in cui esso è maturato. Da una parte, resta il fatto che il provvedimento in questione non è un decreto come gli altri, bensì lo strumento su cui Renzi ha basato la sua strategia del consenso negli ultimi mesi (fruttata il 40,8% delle europee) – strategia che ora sembra aver piegato anche la maggioranza dei parlamentari di SEL. Dall’altra, è chiaro che si è trattato dell’ultimo atto di un braccio di ferro in corso ormai da diversi mesi fra le componenti di quel partito. In qualche modo Gennaro Migliore, leader dell’ala moderata (minoranza nel partito), ha dimostrato di avere il controllo del gruppo parlamentare, e quindi di potere di fatto decapitare SEL in caso di scissione.
La lacerazione, sempre più profonda, segnala che la formula che ha ispirato la nascita di Sinistra Ecologia e Libertà – il tentativo (per altro malriuscito) di aggregare le forze “a sinistra del PD” per provare a incidere sul baricentro moderato del centrosinistra – si è esaurita. Non c’è più metafora o paradosso che possa tenere insieme un dilemma sempre più stridente: in questo momento o si sta con (e, in prospettiva, dentro) il PD o si è contro di esso. Sull’esaurimento del progetto originario di SEL il suo gruppo dirigente ha indubbie responsabilità, ma negli ultimi mesi un elemento ben più dirompente è intervenuto sul quadro politico, ridimensionando drasticamente i margini di quel partito. L’effetto Renzi.
L’operazione di costruzione di una nuova leadership intorno all’ex sindaco di Firenze ha i tratti di un enorme processo di concentrazione degli interessi dominanti del paese. Per trovare un precedente analogo non è tanto alla DC che bisogna guardare, ma forse alla “Sinistra storica” di Depretris, che riuscì a scompaginare gli schieramenti parlamentari consolidando, con le politiche protezioniste, quell’alleanza fra grandi agrari del Sud e industriali emergenti del Nord che avrebbe rappresentato il blocco sociale egemone nei decenni successivi. Analogamente, il PD si sta ponendo nel quadro politico non come partito “centrista”, ma come forza centrale. Da questa posizione può compiere anche incursioni nei campi avversari, come è accaduto nel caso degli 80 Euro con i soggetti alla sua sinistra. A questo partito non interessano alleanze organiche con forze minori – che al più conta di fagocitare anche attraverso una legge elettorale iper-maggioritaria –: è la linea politica della nuova leadership (ovviamente non riducibile al solo Renzi) che costruisce di volta in volta la maggioranza in Parlamento, non il contrario. Realista come tutti i conservatori, Migliore è ben consapevole di questa china e intende percorrerla fino in fondo.
Dunque non ci sono alternative? Un’analisi più attenta mostra che in realtà la base di consenso che Renzi ha conquistato di recente è quanto mai fragile. Già si sono levati da Bruxelles moniti severi nei confronti della situazione del bilancio pubblico italiano; quasi certamente le performance del Pil si riveleranno nei prossimi mesi meno brillanti di quanto prospettato dal Def a firma Padoan. Tutto questo potrebbe tradursi a breve in nuove manovre restrittive o in importanti privatizzazioni. In un caso o nell’altro, le tensioni ancora presenti nel corpo del paese – appena e solo in parte anestetizzate dagli 80 Euro – potrebbero riacutizzarsi e investire Renzi e il PD.
Ciò però potrebbe non bastare a indebolire la centralità di quel partito e il progetto di cui è portatore, offrendo piuttosto il pretesto per una più intensa torsione autoritaria. La condizione indispensabile per provare a contrastare efficacemente quell’operazione è la costruzione di una soggettività politica in grado di organizzare il dissenso diffuso nella società. Impresa che impone non tanto l’accordo fra sigle (di partito o di movimento) quanto l’elaborazione di un punto di vista autonomo, che individui priorità precise e da cui discendano una chiara analisi di fase e un programma in grado di fronteggiarla. Questa è la sfida che attende non solo la parte di SEL che non ha condiviso il voto di ieri o gli altri soggetti che hanno animato l’esperienza de L’Altra Europa con Tsipras, ma chiunque non voglia rassegnarsi a uno stato duraturo di disoccupazione di massa, precarietà radicata e spazi democratici sempre più stretti. “Hic Rhodus, hic salta”, avrebbe detto qualcuno.
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La lacerazione, sempre più profonda, segnala che la formula che ha ispirato la nascita di Sinistra Ecologia e Libertà – il tentativo (per altro malriuscito) di aggregare le forze “a sinistra del PD” per provare a incidere sul baricentro moderato del centrosinistra – si è esaurita. Non c’è più metafora o paradosso che possa tenere insieme un dilemma sempre più stridente: in questo momento o si sta con (e, in prospettiva, dentro) il PD o si è contro di esso. Sull’esaurimento del progetto originario di SEL il suo gruppo dirigente ha indubbie responsabilità, ma negli ultimi mesi un elemento ben più dirompente è intervenuto sul quadro politico, ridimensionando drasticamente i margini di quel partito. L’effetto Renzi.
L’operazione di costruzione di una nuova leadership intorno all’ex sindaco di Firenze ha i tratti di un enorme processo di concentrazione degli interessi dominanti del paese. Per trovare un precedente analogo non è tanto alla DC che bisogna guardare, ma forse alla “Sinistra storica” di Depretris, che riuscì a scompaginare gli schieramenti parlamentari consolidando, con le politiche protezioniste, quell’alleanza fra grandi agrari del Sud e industriali emergenti del Nord che avrebbe rappresentato il blocco sociale egemone nei decenni successivi. Analogamente, il PD si sta ponendo nel quadro politico non come partito “centrista”, ma come forza centrale. Da questa posizione può compiere anche incursioni nei campi avversari, come è accaduto nel caso degli 80 Euro con i soggetti alla sua sinistra. A questo partito non interessano alleanze organiche con forze minori – che al più conta di fagocitare anche attraverso una legge elettorale iper-maggioritaria –: è la linea politica della nuova leadership (ovviamente non riducibile al solo Renzi) che costruisce di volta in volta la maggioranza in Parlamento, non il contrario. Realista come tutti i conservatori, Migliore è ben consapevole di questa china e intende percorrerla fino in fondo.
Dunque non ci sono alternative? Un’analisi più attenta mostra che in realtà la base di consenso che Renzi ha conquistato di recente è quanto mai fragile. Già si sono levati da Bruxelles moniti severi nei confronti della situazione del bilancio pubblico italiano; quasi certamente le performance del Pil si riveleranno nei prossimi mesi meno brillanti di quanto prospettato dal Def a firma Padoan. Tutto questo potrebbe tradursi a breve in nuove manovre restrittive o in importanti privatizzazioni. In un caso o nell’altro, le tensioni ancora presenti nel corpo del paese – appena e solo in parte anestetizzate dagli 80 Euro – potrebbero riacutizzarsi e investire Renzi e il PD.
Ciò però potrebbe non bastare a indebolire la centralità di quel partito e il progetto di cui è portatore, offrendo piuttosto il pretesto per una più intensa torsione autoritaria. La condizione indispensabile per provare a contrastare efficacemente quell’operazione è la costruzione di una soggettività politica in grado di organizzare il dissenso diffuso nella società. Impresa che impone non tanto l’accordo fra sigle (di partito o di movimento) quanto l’elaborazione di un punto di vista autonomo, che individui priorità precise e da cui discendano una chiara analisi di fase e un programma in grado di fronteggiarla. Questa è la sfida che attende non solo la parte di SEL che non ha condiviso il voto di ieri o gli altri soggetti che hanno animato l’esperienza de L’Altra Europa con Tsipras, ma chiunque non voglia rassegnarsi a uno stato duraturo di disoccupazione di massa, precarietà radicata e spazi democratici sempre più stretti. “Hic Rhodus, hic salta”, avrebbe detto qualcuno.
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