Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/11/2015

Dino Greco: "Sull'Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare"

Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente della Fiom e poi alla Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d'atto che l'Unione Europea è cosa ben diversa dall'”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull'analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.

Nel corso dell'ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c'è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.

Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.

*****

Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?

È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell'esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l'idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.

Se ne sentono un po' di tutti i colori, in effetti...

Dall'Huffington Post a il manifesto, a Revelli, c'è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addirittura l'invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell'esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!

É l'impressione che ha dato subito Sinistra Italiana...

Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad alleanze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d'accordo tutti – che il Pd è l'elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l'alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, taglia il welfare, ecc? Poi c'è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c'è L'Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.

Ma c'è anche Rifondazione...

Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po' di antiliberismo... Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l'attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.

Ma non c'è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?

Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l'obiettivo è un nuovo partito, chi è d'accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un'altra parte.

Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali...

Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.

Anche qui, non c'è una grande novità...

No, certo. È l'idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l'idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c'è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l'analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili...

Qualcosa che non c'è da tempo, almeno all'altezza della sfida...

Da questo punto di vista siamo orfani. Non c'è analisi sull'Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall'Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica... Su questo c'è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l'illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell'austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell'usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell'euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose...

Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”... Succede anche nel Prc?

L'accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l'Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici... A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell'inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.

Come se l'internazionalismo fosse contenuto nell'Unione Europea... Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?

È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell'Unione Europea... Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d'Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L'esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue...

Fonte

09/09/2015

Una strategia che non c'è più. Il Prc davanti alla resa di Tsipras

La vicenda greca ha segnato un punto di non ritorno nelle diverse esperienze della sinistra radicale europea, dalle sue componenti più "istituzionali" a quelle formalmente più "antagoniste". Fino alla vittoria di Syriza, nel gennaio di quest'anno, si poteva in buona fede credere che un vasto e articolato movimento politico, espressione diretta di un altrettanto articolato fronte sociale aggregatosi in un lungo processo di lotte e mobilitazioni, potesse arrivare al governo di un paese dell'Unione Europea e in questo modo mettere fine alle politiche di austerità, pur all'interno di un orizzonte "europeista" che non metteva in discussione la permanenza del paese all'interno dell'Unione Europea.

Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.

Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.

Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.

Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.

Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.

*****

Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo – per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità – omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.

Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.

Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.

Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.

Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.

Ma questo non accade.

Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.

Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.

Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.

Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.

Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.

Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).

In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.

Provo a spiegarmi con un aneddoto.

Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.

Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?

La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.

Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.

Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.

Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.

Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.

E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto – era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.

Qui però sta il punto.

Se le due opzioni – fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?

Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.

In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.

Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.

Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.

Si cita il Lenin di Brest-Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionario e le sue conquiste.

In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.

L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.

Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.

Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assoluta.

Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.

Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.

Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.

L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.

Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras… a prescindere. Punto e basta.

Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.

Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?

Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?

Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?

Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati propositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.

La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.

La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.

Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.

Fonte

02/08/2015

Non possiamo continuare ad investire sulla riformabilità dell'Europa

I fatti hanno la testa dura. Il vecchio proverbio inglese era stato fin qui ignorato dall'ambiente storicamente riconducibile a Rifondazione Comunista. La difese d'ufficio della "capriola" di Tsipras, dopo la resa senza condizioni firmata nella notte tra il 12 e il 13 luglio, sono state quanto di meno intelligente - e di meno comunista - si sia potuto leggere sull'argomento. Il ritornello "non c'era alternativa" è stato ripetuto fino alla raucedine, nel disperato tentativo di trasformare una dura sconfitta in un mezzo pareggio, se non addirittura in una quasi vittoria.

Ma i fatti hanno la testa dura. Questo intervento di Dino Greco, ultimo direttore di Liberazione, apparsa su www.controlacrisi.org, segna una prima presa d'atto che l'Unione Europea non è riformabile e che vada superata con una rottura. Un passo non fa un cammino, certamente. Com'è noto, a noi la strada del "nazionalismo democratico" sembra decisamente troppo stretta e costellata di possibili equivoci; ed è altrettanto noto che ci sembra decisamente più realistica quella di una libera comunità di Stati sul modello dell'Alba latino-americana.

Ma un passo nella direzione giusta è sempre da salutare con rispetto e attenzione. Perché, quantomeno, non aggiunge un altro metro sulla strada che porta al suicidio.

*****

La cosa più semplice, diretta e, purtroppo, definitiva l’ha detta Lucio Carracciolo (direttore di Limes), quando ha scritto che dopo l’accordo della capitolazione “la Grecia cessa di esistere come Stato indipendente”.
Non ancora nella forma, ma certo nella sostanza. “Restano i Greci”, ma espropriati di tutto: della giurisdizione politica, economica, sociale.

Ciò perché l’intesa ha il carattere, neppure dissimulato, di una resa senza condizioni.

E’ davvero come se il board dell’Ue fosse entrato ad Atene alla guida dei tanks col mandato di non fare prigionieri e il signor Schauble avesse infine messo il suo sigillo sull’occupazione sbattendo sulla bilancia la “spada di Brenno”.

Il congegno del diktat è concepito per prefigurare una colonizzazione stabile del paese, la sua trasformazione in un protettorato su cui veglia la resuscitata troika, i cui funzionari, prima ripudiati dal governo greco, torneranno come cani da guardia a controllare l’attuazione di ogni singolo punto dell’accordo, prima ancora che su di esso si pronunci (pletoricamente) il parlamento preso in ostaggio insieme al popolo di Grecia.

Evito di riassumere qui l’impressionante incalzare del diktat, i contenuti scolpiti nelle 7 pagine del nuovo memorandum. Alla condizione però che essi siano tenuti ben presenti. Perché c’è un antico vizio, nella sinistra, ed è la tendenza a rimuovere le sconfitte (in questo caso la drammatica materialità di quell’intesa) per “buttarla in politica” e assolversi dall’urgenza di una rielaborazione critica delle proprie tesi.

Di questa pessima abitudine ha in questi giorni libero corso una versione ancor più paradossale, quella secondo cui l’accordo è una tagliola talmente pesante da non potere essere applicata: dunque - sento dire - è come se non esistesse!

Invece l’accordo esiste eccome, come esistono i pretoriani (gli euroburocrati di Bruxelles e Berlino) che vegliano al minuto su ciascun atto legislativo al fine di garantirne la meticolosa applicazione.

Vorrei essere chiaro su un punto preliminare: la questione non si pone in termini di “tradimento”, scorciatoia fuorviante di ogni querelle che annega il dibattito a sinistra in un mare di inutili e autolesionistici insulti.

Tsipras non è Vidkun Quisling. Semmai è una figura tragica che i fatti rischiano di trasformare nell’esecutore testamentario del referendum.
Alla radice dell’esito del lungo braccio di ferro c’è un errore (fatale) di comprensione teorica della realtà dell’Unione Europea, errore del quale la stessa sinistra radicale italiana divide la paternità.

L’errore è consistito (consiste?) nel ritenere che con la Commissione europea, con la Bce, con il Fmi sia possibile negoziare la fine (o almeno l’attenuazione) dell’austerity.
Un po’ come se una vittima dei “cravattari” si illudesse di potere concordare con i propri aguzzini la fine dell’usura.

Ricordo, per inciso, che quasi tutta la sinistra italiana aveva creduto che le dimissioni di Varoufakis, intervenute dopo la vittoria nel referendum e prima che se ne conoscessero le reali ragioni, potessero essere un viatico positivo per l’accordo, quasi che ad impedirlo fosse ormai soltanto un conflitto di caratteri fra i ministri delle finanze greco e tedesco!

Il fatto che non si dovrebbe mai dimenticare è che l’austerity non è altro che la principale missione politica delle classi dominanti europee (privatizzazione integrale, abolizione del welfare, deflazione salariale, concentrazione di potere e ricchezza, mercatismo assoluto, ecc.). E che l’architettura congegnata per rendere inespugnabile questo modo dell’accumulazione, dell’appropriazione privata, dell’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro non può essere incrinata con il consenso dei suoi artefici, che in quel caso vedrebbero messa in discussione la propria ragione di esistenza.

Non avere compreso l’irriducibilità del proprio antagonista ha fatto ritenere che la ragionevolezza delle proprie posizioni, il carattere manifestamente ingiusto e per giunta inefficace delle misure imposte sino ad allora alla Grecia potesse dischiudere la porta ad un’intesa positiva. Nulla di più illusorio.

La trattativa si è svolta su un binario a senso unico, con la dichiarazione condivisa che i trattati europei, a partire dalla moneta, non erano in discussione, e che l’accordo si sarebbe potuto raggiungere solo entro e non al di fuori del perimetro dato.

Poi, una volta scoperto che davanti c’era un muro invalicabile si è detto che la sproporzione nei rapporti di forza era talmente grande da non consentire un esito diverso e che la firma era obbligata.
Ma che i rapporti di forza fossero questi e non altri era ben noto a tutti sin dall’inizio, anche quando si davano per certe la fine dell’austerity e la sconfitta della troika.

E allora? Il fatto è che ad una ipotesi alternativa, ad un’altra via d’uscita, che mettesse in conto di non firmare la capitolazione anche a prezzo di subire l’uscita dall’euro non si è mai pensato, se non in chiave di tattica negoziale (Varoufakis), anch’essa rigettata dalla maggioranza della segreteria di Syriza.

La convinzione che non esistesse una via d’uscita ha fatto sì che la straripante vittoria dell’oxi sia stata paradossalmente usata non per sfidare la troika, ma per rendere le armi, senza nulla più da negoziare, sotto il ricatto della “grexit” brandito dalla Germania come una clava.

L’accordo (per usare le stesse parole con cui Tsipras commentò le proposte dell’Ue appena prima della resa) è “umiliazione e disastro”, un taglieggiamento dai contenuti violentemente recessivi, un percorso che conduce esattamente là dove la Grecia è stata portata dagli altri memorandum.

Un accordo che distrugge Syriza (o ne muta in radice la natura) perché il vulnus democratico inferto al partito è fortissimo e alquanto difficile da riassorbire.

E’ questo un fatto incontrovertibile che nessuna acrobazia dialettica può relativizzare: mentre la maggioranza del comitato centrale del partito (e non solo la sinistra) respingeva l’accordo il suo segretario andava da un’altra parte, costruendo una nuova maggioranza parlamentare necessaria per approvare l’intesa col voto decisivo degli oligarchi di Potami, dei corrotti del Pasok e della destra di Nuova democrazia.

Ma c’è di più: ora si sta spiegando che l’accordo fotocopia dei precedenti, contro i quali Syriza è nata, ha combattuto e vinto, lascia dischiusa una strada: quello che fino ad un giorno prima era considerato un obbrobrio indifendibile e una taglia insopportabile sul popolo greco diventa una “non sconfitta” che può rilanciare la lotta interna.
Il governo greco oggi simula un’autonomia che in realtà non gli è concessa.

Ecco, io credo che c’è una cosa peggiore del disfattismo ed è la capacità (di cui la sinistra italiana ha credenziali da master universitario) di trasformare le sconfitte in vittorie, il che equivale a non elaborarne e a non apprenderne la lezione, rimanendo prigionieri di una sorta di coazione a ripetere, a percorrere le strade di sempre anche se senza via d’uscita.

E allora?
Nei confronti di Syriza, di Tsipras, del popolo greco tutta la sinistra italiana ha un enorme debito di riconoscenza. Da soli, contro il moloch europeo, hanno saputo ribellarsi e mettere a nudo la violenza cieca del potere incardinato nelle istituzioni continentali, hanno disvelato la natura degli interessi che esso rappresenta mostrandone sino in fondo il carattere predatorio, hanno strappato le lenti deformanti con le quali certo progressismo aveva educato a guardare all’Europa.

Ma hanno anche dimostrato, a loro spese e a memoria di tutti, che quella immensa prova di coraggio e di generosità non basta, perché il meccanismo infernale che hanno combattuto pensando di piegarlo non è emendabile, non è riformabile dall’interno.

La questione di cui occorre prendere finalmente atto è che l’Ue, i trattati che ne formano l’ossatura e la moneta sono esattamente la stessa cosa, per concatenazione logica e simbolizzazione reciproca; e che l’euro è l’instrumentum regni, la tecnicalità monetaria di una politica socialmente reazionaria, di una inaudita oppressione di classe che trascina con sé una drammatica fuoriuscita dalla democrazia.

L’epilogo della vicenda greca dimostra che l’intera configurazione della formazione economico-sociale europea è una “gabbia d’acciaio” dalle cui maglie non si esce se non rompendola.

Vedo che cominciano a capirlo in molti: da Paul Krugman (che da quando se n’è convinto non scrive più su Repubblica) a Oskar Lafontaine, da James Galbraith a Stefano Fassina (che da quando si è affrancato dalla morsa del Pd dice persino cose sensate).

Ebbene, ho l’impressione che l’analisi materialistica della reale essenza dell’Ue noi fatichiamo ancora a compierla, per affidarci, nella pratica (che gramscianamente rivela il nostro reale ambito teorico) a pur generose illusioni volontaristiche.

E’ come se fossimo prigionieri di una sorta di blocco del pensiero, di conformistica adesione all’idea che fuori dall’euro non c’è che il disastro, la degenerazione nazionalistica, la caduta in un buco nero e un’inevitabile deriva reazionaria: anche noi, in certo qual modo, siamo succubi di un nostro “there is no alternative”.

Sicché nessun memorandum, neppure l’inevitabile avvitamento della crisi su se stessa, neppure la distruzione sempre più evidente di ogni aspetto della sovranità nazionale, sono riusciti a sciogliere in noi il timor panico per un’ipotesi che si configuri come vera rottura delle regole del gioco imposte dal capitale, per un salto di paradigma che non ci consegni sistematicamente alla sconfitta.

Eppure chi, se non i comunisti, dovrebbe essere capace di pensiero creativo, dunque “divergente”, tale da rompere continuamente gli schemi dell’esperienza e pensare il non già pensato?

L’elaborazione di una diversa proposta è oggi per noi (per l’esistenza stessa di una sinistra italiana) una necessità vitale. Altrimenti i già zoppicanti tentativi di rendere credibile e fare vivere l’Altra Europa e di immaginare “costituenti” della sinistra antiliberista nascono senza futuro, già con dentro inoculato il virus della dissoluzione.

L’Europa di cui abbiamo discusso sino a ieri e nelle cui coordinate si è mossa la nostra strategia è morta e sepolta. Continuare ad investire sulla sua riformabilità, alimentare questo equivoco significa condannarsi ad un suicidio politico che si compirebbe definitivamente con la firma del TTIP e con l’entrata in vigore del fiscal compact.

Diciamolo in questo modo: se la conclusione della partita greca viene considerata una “contingente necessità” siamo tutti in un cul de sac. Perché nessuno avrà la forza di provarci più.

Un’ultima considerazione su un tema che è spesso tornato nelle nostre discussioni.

Dovrebbe essere ormai chiaro (anche questo è un apprendimento da non buttare) che proprio questa Europa è la più feconda culla del peggior nazionalismo.

Come ha scritto recentemente Marco Bascetta, nella fase più dura dello scontro fra Grecia e Germania il giudizio ricorrente nella stampa tedesca era che il popolo greco è “naturalmente infido”, culturalmente “inquinante”, “moralmente riprovevole”, “parassita”, e – nei casi peggiori – “miscuglio bastardo di Slavi, Turchi e Albanesi”, “altro che età di Pericle”, dunque.
Siamo a pochi passi – ammoniva Bascetta – dal confine invalicabile della dottrina razziale.

Questa è l’altra non meno pericolosa faccia del nazionalismo: il revanscismo sciovinistico tedesco, il bozzolo reazionario coltivato nell’involucro dell’Ue, la costruzione stabile di una gerarchia inossidabile di Stati con in testa la Germania come dominus per vocazione da una parte e i subalterni per costrizione dall’altra.

C’è una strada stretta che noi dobbiamo percorrere. Quella che impone, ad ogni costo, il recupero di una sovranità nazionale da incardinare su una strategia di riunificazione e difesa del lavoro e su una nuova tessitura solidaristica capace di trascendere i confini nazionali per costruire, su una proposta finalmente chiara, una trama democratica che l’attuale assetto dei poteri europei impedisce in radice.

Si tratta, per dirla con le parole di Mimmo Porcaro, di elaborare un nazionalismo democratico, lavorista, solidarista e antirazzista, diametralmente opposto alle farneticazioni reazionarie di Salvini. Senza questo cimento temo che sarà il capataz leghista ad avere la meglio. L’uscita dall’euro prima o poi ci sarà comunque, per autocombustione, ma a quel punto non saremo certo noi a determinarne la direzione.

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