Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

11 Settembre 1973 nella memoria

Ricordiamo il golpe cileno dell’11 settembre 1973 promosso dall’amministrazione USA Nixon-Kissinger e ferocemente attuato dai militari di quel paese. Teniamo molto a rammentare quei tragici fatti proprio perché stiamo vivendo un presente di grande difficoltà per la democrazia.

Dopo il voto in Sassonia questa crisi sta assumendo particolari aspetti proprio in Italia dove – addirittura- è stata aperta dalla magistratura un’inchiesta su presunti rapporti tra un movimento politico di estrema destra e settori dell’esercito e della polizia.

L’Italia non è nuova a iniziative di carattere eversivo, dal “Piano Solo del 1964 a diversi episodi negli anni’70 (Rosa dei Venti, Golpe Borghese) culminati nella triste vicenda della P2 e dei servizi segreti deviati (Piazza Fontana, Ustica, strage di Bologna).

Dunque: per non dimenticare, per non sottovalutare, per non cedere alla tentazione dell’accomodamento opportunistico.

*****

L’11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.

Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.

Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto Il 4 settembre quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.

Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.

Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.

Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: nessuno osa più misurarsi con possibilità della trasformazione radicale delle marxiane “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi di inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.

Un’idea quella del riscatto sociale che non deve essere mai smarrita.

Fonte

11/09/2024

Cile 11/09/1973 - Finché i popoli continueranno a lottare…

di Franco Astengo

...là ci sarà un’idea di riscatto sociale e di rivoluzione politica .

L’11 settembre 1973, cinquantuno anni fa, in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, di cui era segretario di stato Henry Kissinger, col massacro di migliaia di cileni pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende. Un’esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi della storia del movimento operaio internazionale: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, alla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, alla rivoluzione cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il giorno di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Fonte

29/09/2023

Cile - Il passato torna a bussare alla porta

Il passato torna a bussare alla porta e la memoria è avvolta dal freddo di questo settembre cileno.

A 50 anni da quel fatidico 11 settembre del 1973, fiumi di inchiostro sono stati versati sul golpe fascista contro il Presidente costituzionale, il socialista Salvador Allende e l’inizio della dittatura civico-militare con il burattino Pinochet a capo della “Giunta militare”. Un golpe eseguito dai militari, con la complicità attiva dell’estrema destra fascista e di gran parte della Democrazia Cristiana. Come hanno ampiamente dimostrato i documenti declassificati della CIA, insieme alla oligarchia cilena, i mandanti furono le multinazionali (con le statunitensi ITT, Anaconda e Kennecot in prima fila) ed il governo statunitense del presidente Richard Nixon e del suo fido consigliere Henry Kissinger, che temevano l’espansione dell’esempio cileno anche a Paesi come l’Italia.

Quel giorno, secondo le stesse Forze Armate cilene, solo nell’attacco al palazzo presidenziale de La Moneda, furono sparati ben 57.000 proiettili per metter fine all’esperienza di costruzione di un “socialismo con sapore a vino rosso ed empanadas”, come lo definiva Allende, sottolineandone l’unicità storica. Come sostenne il Generale Leigh, bisognava “estirpare il cancro marxista” della “via cilena al socialismo”. Grazie al golpe che ne fu l’atto fondante, il Cile divenne il laboratorio mondiale dell’applicazione delle politiche neo-liberiste dei Chicago boys e del loro mentore, Milton Friedman.

In queste settimane, dopo un silenzio complice durato anni, sullo schermo delle televisioni cilene sono scorse immagini e storie mai viste e sconosciute alla popolazione. Ma, nonostante gli anni passati, le innumerevoli testimonianze dirette, alcune nuove informazioni trapelate ultimamente, ed ulteriori documenti desecretati dagli archivi statunitensi, le vecchie ferite sono lungi dall’essere rimarginate. Viceversa, a mezzo secolo di distanza, si sono approfondite le differenze in una società fortemente polarizzata.

La tragica rottura del processo democratico, la morte violenta di Allende, la fine dell’esperienza di governo della Unidad Popular e l’instaurazione di una feroce dittatura, continuano a dividere la società. Un sondaggio dello scorso maggio, ha mostrato che il 36% degli intervistati giustifica il colpo di Stato. Allo stesso tempo, più del 60% degli intervistati descrive Pinochet come un dittatore e un corrotto, anche grazie a una lunga indagine giudiziaria sul “caso Riggs”, che ha rivelato che il patrimonio totale di Pinochet ammontava a 21,3 milioni di dollari, di cui 17,8 milioni di origine illecita accumulati in decine di conti bancari esteri.

Ma non basta. Dopo tutto ciò che già si sa sugli orrori della dittatura civico-militare, le destre rimangono imperturbabili e complici, nonostante alcuni disaccordi tra i loro tre partiti (Renovaciòn Nacional, Uniòn Democratica Independiente, Partido Republicano). Lasciandosi alle spalle le pur timide aperture del passato da parte della destra “moderata”, oggi quello che prevale è il pinochetismo dell’estrema destra del giovane Partido Republicano, che ha permeato i partiti della destra tradizionale. Nelle ultime settimane, nonostante le richieste del governo di dissociarsi dall’intervento militare e dalle azioni criminali della dittatura, questi settori hanno giustificato la rottura istituzionale e rivendicato l’infame eredità dei governi civico-militari. In casi sporadici ed individuali, seppur giustificando il golpe, hanno preso le distanze dalle violazioni dei diritti umani commesse nei 17 anni successivi al colpo di Stato.

Con diverse sfumature, oggi le destre oscillano tra il negazionismo totale (sono tutte menzogne), la giustificazione (il governo marxista di Allende andava comunque fermato) e la corresponsabilità che assolve tutti (il caos e l’ingovernabilità provocata da Allende hanno causato la risposta del golpe; in un modo o in un altro siamo tutti colpevoli).

Un copione che si ripete puntuale, non solo in Cile, ma nel resto del continente ed oltre.

Il potere armato

Anche rispetto al Cile di oggi, nell’esaminare l’eredità della dittatura è sempre utile comprendere la differenza tra arrivare al governo, (conquistando il potere politico) ed avere il potere reale, quello garantito dai “poteri forti”, in particolare da quello finanziario, mediatico, giudiziario e militare. A questo proposito, il caso cileno è emblematico: Allende aveva il governo, ma non il potere.

Per quanto riguarda il potere militare, esso si è naturalmente rafforzato durante gli anni della dittatura. Oggi, a più di trenta anni dalla sua uscita di scena come protagonista, rimane intatto il potere delle Forze Armate e dei Carabineros, che godono di un’autonomia, di un’indipendenza e di privilegi parzialmente “incomprensibili”. Il peso delle FF.AA. si è mantenuto sostanzialmente intatto, sebbene leggermente ridotto da parziali riforme della “costituzione” della dittatura, in una transizione senza fine iniziata nel 1990, con un passaggio di consegne di cui chi scrive è stato testimone diretto.

Oggi gli uomini in divisa continuano ad avere diversi privilegi e un regime esclusivo in quanto a pensioni (col metodo a ripartizione), giustizia, sanità. Hanno persino il potere di veto su quali siti possono essere dichiarati luoghi di memoria della repressione o da quali caserme rimuovere o meno le targhe di commemorazione a nome di Augusto Pinochet o degli altri membri della “Giunta militare”.

È bene ricordare che, nonostante il passaggio di consegne ai civili del 1990, il dittatore è rimasto comandante in capo dell’Esercito fino al 10 marzo del 1998. E dal giorno dopo, grazie alla “costituzione” della dittatura del 1980, Pinochet ha assunto la carica di senatore vitalizio fino al 4 luglio del 2002. Con l’arroganza garantita dall’impunità, rispetto alle violazioni dei diritti umani ha sempre sostenuto che “l’Esercito del Cile non ha motivo di chiedere perdono per aver partecipato a questo compito patriottico”. Sfiorato dai processi in cui è riuscito a non comparire mai sul banco degli imputati, Pinochet è morto nel suo letto il 10 dicembre 2006 ed i suoi funerali sono stati una prova di forza del fascismo.

Solo nel 2005, un anno prima della sua morte e a 15 anni dalla fine della dittatura, una riforma costituzionale ha posto fine, tra l’altro, all’inamovibilità dei comandanti in capo delle Forze Armate e dei Carabineros, ha eliminato i senatori nominati ed i senatori a vita, nonché il ruolo delle Forze Armate come le uniche garanti delle istituzioni.

Dal 1990 ad oggi, gli alti comandi militari (in servizio e in pensione) non hanno mai smesso di intromettersi nella vita politica, più o meno apertamente, con segnali aperti o dietro le quinte. Lo hanno fatto in maniera costante, provocatoria, sfidando sfacciatamente il governo con dichiarazioni e gesti assolutamente sediziosi, spalleggiati dalla destra politica che ha una delle sue basi nella “famiglia militare”.

In questi anni, si sono susseguite le visite dei generali in pensione al “carcere di lusso” di Punta Peuco dove sono “reclusi” alcuni dei pochi alti gradi militari condannati per drammatiche violazioni dei diritti umani. E poche settimane fa, lo stesso comandante in capo dell’Esercito è andato a rendere omaggio a un ex generale, suicidatosi subito dopo aver appreso della sua condanna giudiziaria per l’omicidio dell’artista Victor Jara.

Il forte potere militare è stato però intaccato dai numerosi scandali di corruzione che hanno coinvolto molti comandanti ed alti gradi (in particolare dell’Esercito). L’inchiesta, nota come milico gate, ha minato la credibilità dell’istituzione militare che, tutto sommato, era ancora vista come un’istituzione “rispettabile”. I fondi milionari (di cui molti sono riservati con scarso controllo interno) provenivano dalla discussa “Legge riservata del rame”, che destinava alle FF.AA. la bellezza del 10% delle entrate dello sfruttamento del rame da parte dell’impresa statale CODELCO. Non si tratta certo di bruscolini, visto che il Cile è il principale produttore mondiale di rame con il 27% della produzione globale, e ospita le miniere più grandi del mondo.

Il passato presente

I segni profondi dei 17 anni della dittatura civico-militare marcano tuttora la politica del Cile, a 33 anni dalla sua fine.

Innanzitutto, perché il modello sociale ed economico neo-liberista, blindato dalla “costituzione” della dittatura, è sostanzialmente intatto, “migliorato” con leggeri ritocchi dai governi di centro-sinistra post dittatura. È intatto il “Dio mercato” come bussola per la guida dell’economia, nonché lo “Stato sussidiario al mercato”, con le concessioni ai privati di tutto il possibile, dalle pensioni, alla sanità, dall’educazione fino ai corsi d’acqua (caso unico al mondo). Il Cile rimane uno dei Paesi più diseguali del continente. La “costituzione” della dittatura non solo è ancora in vigore, ma rischia di rimanerci, visti gli attuali rapporti di forza.

Per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani da parte della dittatura, in questi anni il silenzio delle istituzioni è stato assordante, con una timida azione giudiziaria. In base ai dati ufficiali del “Secondo Rapporto della Comisiòn Valech” dell’agosto 2011, le vittime dirette della dittatura sono 40.018, di cui circa 3.200 le persone uccise o fatte sparire nel periodo 1973-1990. Mancano ancora all’appello 1.469 vittime di sparizione forzata, di cui 1.092 detenuti-e desaparecidos-as, e 377 assassinati-e, di cui non sono stati consegnati i corpi.

Una ferita aperta, sanguinante e dolorosa, che i diversi governi hanno parzialmente cercato di affrontare attraverso gesti di riparazione. Ma dal ritorno alla “democrazia” nel 1990, non si è mai conclusa la ricerca dei resti dei desaparecidos da parte dei familiari che non hanno pace, mentre rimangono impuniti quasi tutti i responsabili di quegli omicidi, che il Cile ha fatto poco per assicurare alla giustizia. Alcuni di loro, condannati in Italia con giudizio definitivo grazie ai processi che si sono occupati del “Plan Condor” (e degli omicidi di persone di origini italiane), passeggiano tranquillamente per le strade di Santiago e di altri Paesi, nonostante le richieste di estradizione.

Da parte loro, in quanto istituzioni, né le Forze Armate, né i Carabineros hanno mai ammesso la responsabilità della rottura golpista della democrazia e del tradimento alla Costituzione in un momento di grave crisi politica ed economica, come furono i mesi che precedettero il golpe. Nonostante le (scarse) dichiarazioni ufficiali che affermano il contrario, non c’è mai stata una vera collaborazione per conoscere il destino dei desaparecidos.

Coloro i quali hanno accusato direttamente Pinochet per gli orrori commessi, come l’ex-comandante in capo dell’esercito e generale in pensione Ricardo Martinez, sono semplicemente dei traditori per quei settori delle FF.AA. “leali allo spirito di corpo” ed alla dittatura. “Credo fermamente, con la mia formazione e con i miei 46 anni nell’Esercito cileno, che la responsabilità di tutto ciò che è accaduto sia del comandante in capo di allora, il generale Augusto Pinochet”, ha detto Martinez pochi giorni fa. Tra i molti crimini, il generale ha puntato l’indice contro Pinochet per l’assassinio del suo predecessore a capo dell’Esercito, il generale costituzionalista Carlos Prats Gonzáles e di sua moglie, avvenuto nel 1974 a Buenos Aires dove si erano rifugiati. E tra gli omicidi “eccellenti” c’è da ricordare inoltre quello dello stesso generale René Schneider Chereau, anch’egli comandante in capo dell’Esercito subito prima di Prats, assassinato nel 1970 per preparare il golpe “sgombrando il campo” dai militari costituzionalisti.

Schneider non fu l’unico alto grado militare assassinato dai golpisti. Poche settimane prima del colpo di Stato, il 27 luglio 1973, fu assassinato anche l’aiutante di campo (Edecàn) del Presidente Allende, il capitano Arturo Araya Peeters. Araya era l’unico ostacolo che impediva all’altro futuro membro della giunta militare, José Toribio Merino, di accedere al comando della Marina cilena e portare a termine il colpo di Stato.

Quella del Generale Martinez è stata quindi una dichiarazione importante. Ma il silenzio delle caserme è assordante per le altre istituzioni in divisa, come l’Aeronautica, la Marina e i Carabineros che, a 33 anni dalla fine della dittatura, tacciono olimpicamente sulle loro responsabilità, non collaborano alla ricerca dei desaparecidos e si rifiutano sdegnati di condannare Pinochet.

Tra le iniziative positive del governo del Presidente Gabriel Boric, in questi giorni c’è stato un segnale importante al Paese. In occasione del 50° anniversario del golpe, il governo ha lanciato un “Piano nazionale di ricerca” con l’obiettivo di “chiarire le circostanze della scomparsa e/o della morte delle vittime di sparizione forzata, in modo sistematico e permanente, in conformità con gli obblighi dello Stato del Cile e con gli standard internazionali”[1]. L’obiettivo principale è quindi scoprire il destino di tutti-e coloro che sono stati-e fatti-e sparire dalle forze armate durante la dittatura civico-militare.

Qualche giorno fa, in occasione della parata militare, il comandante in capo dell’esercito, il generale Javier Iturriaga, ha affermato che “la nostra generazione deve assumersi la responsabilità del passato, come ha fatto, e collaborare con la giustizia in tutto ciò che ci viene richiesto”. Parole che pesano come un macigno, che saranno messe alla prova del tempo. Parole che si aggiungono a quelle del vescovo di Santiago, Carlos Godoy, che ha ricordato “la ferita aperta che abbiamo come Paese e il fatto che ci siano ancora famiglie che non hanno potuto rivedersi o dirsi addio”[2].

Il cammino della memoria è ancora lungo e in salita.

Note

[1] https://www.derechoshumanos.gob.cl/plan-nacional-de-busqueda/

[2] https://www.iglesiadesantiago.cl/arzobispado/site/artic/20230908/pags/20230908100651.html

Fonte

11/09/2023

Memoria del Cile

Non dimenticheremo mai il sacrificio dei compagni cileni, ma a cinquant’anni di distanza la memoria della tragedia del “golpe” che defenestrò il governo legittimo di Salvador Allende merita un di più di riflessione rispetto al semplice ricordo.

L’11 settembre 1973 il caso cileno ha acquisito grande rilievo internazionale sia per le potenzialità implicite nella situazione politica precedente al golpe sia per le stesse conseguenze dell’azione militare che ancor oggi si riflettono sul paese sudamericano.

In quel momento, infatti, la situazione cilena nella sua fase democratica poneva un problema di natura internazionale proprio perché introduceva un forte elemento dialettico costituendo un’eccezione nell’ambito subcontinentale.

Unidad popular, il movimento di Allende, aveva un programma di ispirazione marxista e il Presidente si era presentato come fautore di una trasformazione in senso socialista della società cilena, nel rispetto della costituzione e della legalità.

Era questa la clausola politica indispensabile in una situazione molto delicata sotto il profilo degli equilibri politici: Allende era stato votato con il 36,2%. Sulla sua candidatura al Congresso erano confluiti i voti democristiani ( il cui candidato Rodomir Tomic aveva ottenuto il 27,8% del voto popolare) sulla base di una convergenza diretta a sbarrare la strada alla destra (il conservatore Alessandri aveva ottenuto il 34,9%).

L’elezione di Allende provocò reazioni di diffidenza negli USA, dove i programmi effettivi (non quelli elettorali) del neo-presidente erano noti e ben presto fu avviata una attività di boicottaggio del governo: nel 1976 un’inchiesta condotta dal Senato degli Stati Uniti stabilì come fosse avvenuto il diretto coinvolgimento della CIA nella formazione di un fronte di opposizione ad Allende e nella collaborazione con gli ufficiali che attuarono il colpo di stato.

Allende del resto avviò un programma di nazionalizzazioni nel settore minerario, in quello bancario, finanziario e agricolo toccando gli interessi di paesi stranieri e in primo luogo proprio degli USA.

La crescita della spirale inflazionistica portò ad una serie di scioperi come quello delle “casseruole” sull’aumento dei generi di prima necessità e – soprattutto – quello degli autotrasportatori (finanziato direttamente dagli americani) che mise una categoria numericamente limitata in una posizione strategica per provocare conseguenze economiche dirompenti.

Costretto a tenersi all’interno delle regole democratiche, Allende non ebbe possibilità di reagire.

Quando nel marzo del 1973 indisse le elezioni per il rinnovo del Congresso ne uscì sconfitto, dato che la coalizione di destra conservò la maggioranza di cui già disponeva (Confederazione della Democrazia, comprendente la DC al 55,49; Unidad Popular al 44,23).

Il resto da marzo a settembre 1973 è storia nota e il governo militare di Pinochet governò il Cile sino al marzo 1990.

Nel golpe con Allende sarebbero morti 3150 militanti oltre alle migliaia di incarcerati, torturati, esiliati .

Coloro che disponevano della forza ma non della ragione non si limitarono ad abbattere un governo legittimo ma sperimentarono un sistema economico – sociale improntato al liberismo selvaggio dei “Chicago – boys” anticipando di un decennio l’era reaganian – tachteriana.

Rimangono due punti da discutere: l’accettazione da parte del Partito Socialista e della Democrazia Cristiana cilene di una logica da “fine della storia”; una logica – che oggi viene giustamente fatta notare da diversi analisti – avrebbe poi ispirato la transizione in un paese ormai gestito a “democrazia protetta” dove la democrazia formale non poteva toccare il modello economico, né aprire il capitolo delle violazioni dei diritti umani che il dittatore riteneva sistemato con l’autoamnistia del 1978.

Un peso della storia che condiziona ancora adesso la presidenza Boric e il partito comunista al governo in paese che, dopo la cosiddetta “esplosione sociale” del 2019 ha prima eletto una Costituente favorevole al mutamento costituzionale (2021) poi bocciando la proposta nel 2022 rimanendo così in vigore quella del 1980.

La seconda considerazione conclusiva dovrebbe riguardare il peso che la vicenda cilena ebbe sul “caso italiano” nel provocare la proposta di “compromesso storico” (dizione usata giornalisticamente ma non aderente alla realtà dei contenuti) avanzata dal segretario del PCI Enrico Berlinguer. Per motivi di economia del discorso non è possibile in questa sede inoltrarsi in una analisi che mantiene però i suoi aspetti di riflesso sull’attualità: basterà concludere con un interrogativo, quanto l’azione del PCI e di Berlinguer in quel momento fu ispirata dall’esperienza cilena e quanto invece come occasione dall’idea di ripresa della linea togliattiana dei “fronti popolari” poi tradotta nella solidarietà antifascista brutalmente interrotta dalla DC all’avvento della guerra fredda e dell’accostamento agli USA?

Fonte

25/06/2023

Cile - 29 giugno 1973-2023. Il re è nudo...

In questi ultimi giorni, a poca distanza dal 29 giugno, giorno del “Tanquetazo”, primo tentativo di golpe armato tentato e fallito nel 1973 contro Salvador Allende Gossenz, Presidente democraticamente eletto, e a un paio di mesi dal 50° anniversario del sanguinoso colpo di Stato portato a termine l’11 settembre dello stesso anno, il Presidente cileno Gabriel Boric esterna davanti alle telecamere il suo neopensiero sulla Unidad Popular: “Si parla molto della Unidad Popular e penso che sia un periodo da rivedere. E da sinistra dobbiamo essere in grado di analizzarlo in modo molto più dettagliato e non solo da una prospettiva mitica”.


Questo giornale ha più volte segnalato l’ambiguità di Boric e del suo governo, che, dietro una verniciata di rosa e colori vari, sta portando avanti l’agenda delle destre nazionali e del neoliberismo transnazionale. Insomma ne ha fatte di cotte e di crude per garantire la continuità degli interessi del capitale multinazionale in tutti i campi.

Non ha neanche sfigurato davanti al suo predecessore in tema di repressione a studenti e popolazioni in lotta. È riuscito pure a insinuare la flessibilità selvaggia nell’orario di lavoro mascherandola furbescamente da “conquista delle 40 ore”. Ha garantito il suo appoggio alla guerra in Ucraina (ovviamente dalla parte di Zelensky) pur nel contesto del resto del Sudamerica che proclama la necessità di pace.

Ha criticato la gestione dei “diritti umani” in paesi come Cuba, Venezuela e Nicaragua, mentre in Cile, malgrado le promesse elettorali, ha mantenuto in carcere molti dei prigionieri della rivolta del 2019 e continua a celebrare processi farsa contro i Mapuche servendosi di “testimoni segreti”.

Ma comunque, finora, non era arrivato a rinnegare ufficialmente l’esperienza storica della Unidad Popular. A onor del vero, nei fatti già si era espresso abbondantemente in questo senso, visto che tutti gli atti del suo governo sono andati in direzione ostinata e contraria a tutti i proclami che aveva fatto in campagna elettorale quando si pavoneggiava assimilandosi al Presidente Allende.

In realtà già in campagna elettorale, pian pianino, aveva fatto progressive e prudenti marce indietro nel programma, per non risultare sgradito a chi conta...

Gli atti, i fatti concreti del suo governo sono andati sempre più lontano dalla direzione che ha segnato quell’esperienza memorabile ed epica che fu il governo di Allende. Non aveva però ancora avuto la sfacciataggine di prenderne le distanze formalmente, visto che dopotutto era stato votato (illusoriamente...), da molti di coloro che sono andati alle urne, per essere il secondo Allende.

Un’altra parte di coloro che lo avevano votato, invece, non si era proprio fatta illusioni sulla statura politica e/o rivoluzionaria di questa persona, ma l’ha votato solo per la paura di mettere la presidenza in mano a Kast, rappresentante del più becero pinochettismo di ritorno.

Tra coloro che si erano illusi e si erano persino fortemente impegnati per il successo elettorale di Boric c’era addirittura Miguel Lawner, architetto, ex Direttore Generale della Corporazione di Miglioramento Urbano (CORMU) del governo di Allende.

Lawner si è anche fattivamente impegnato per il governo di Boric sulle questioni abitative e urbane, ed è quindi con grande amarezza che prende atto dell’offesa alla realtà storica fatta dalle dichiarazioni di Boric, che vuole “smitizzare” gli enormi risultati ottenuti dalla Unidad Popular nelle condizioni allora date.

Vale la pena di riportare qui le parole di Lawner sulla Unidad Popular:
“Il prestigio di Allende è dovuto alla capacità di aver realizzato le grandi trasformazioni promesse nella sua campagna elettorale, nel pluralismo, nella democrazia e nella libertà, come lui stesso ha più volte affermato.

Il Parlamento cileno ha approvato all’unanimità la nazionalizzazione delle grandi compagnie nordamericane proprietarie dei giacimenti di Calama, Sewell ed El Salvador. È stata creata Codelco [ndt: compagnia nazionale del rame] e, nonostante le severe restrizioni imposte dagli Stati Uniti, si è riuscita ad incrementare la produzione mineraria.

Avevamo promesso di portare a termine la Riforma Agraria, ponendo fine al latifondo cileno che teneva inutilizzati i migliori terreni seminativi, e lo abbiamo fatto.

Avevamo promesso di costruire 100.000 case durante il primo anno di governo, destinate preferibilmente ai settori a basso reddito, e lo abbiamo fatto.

Abbiamo promesso di dare gratuitamente mezzo litro di latte al giorno a ogni bambino cileno, e l’abbiamo fatto.

Abbiamo promesso di aumentare le retribuzioni dei lavoratori e nel 1971 la partecipazione percentuale delle retribuzioni al lavoro era del 61,7% del reddito geografico, un tasso non noto in precedenza in Cile.

Avevamo promesso di rendere possibile il riposo a tutti i settori che prima non avevano mai potuto godersi una vacanza (che nelle nostre Prime 40 Misure chiamiamo turismo popolare), e lo abbiamo fatto. In un anno abbiamo completato 16 Stabilimenti Balneari Popolari situati nelle migliori spiagge del Cile.

Abbiamo promesso di facilitare la lettura per tutti i cileni e abbiamo creato l’Editoriale Quimantú, che ha iniziato a pubblicare le migliori opere di scrittori cileni e stranieri, in tirature fino a 60.000 copie, per il valore di due pacchetti di sigarette.

In 275 giorni, abbiamo costruito l’edificio più bello mai costruito in Cile: UNCTAD III, che ha stupito i 3.000 delegati stranieri presenti a tale incontro, per l’eccezionale integrazione tra Arte e Architettura.

Potrei continuare ad elencare numerosi altri successi, ma non rientrano in questa breve colonna. Ripeto: abbiamo fatto tutto nel pieno rispetto delle istituzioni pubbliche, cosa che naturalmente ha suscitato la feroce reazione dei settori oligarchici che hanno visto lesi i loro oscuri interessi e hanno cominciato, prima che Allende si insediasse, a cospirare per rovesciare il governo, in complicità con il Dipartimento di Stato nordamericano e il suo braccio esecutivo: la CIA.

L’esperienza di Allende si basava sulla tesi della costruzione di un modello di società socialista attraverso mezzi pacifici, a lungo elaborata dalle organizzazioni politiche della sinistra cilena.” (da qui)
La posizione ormai apertamente revisionista assunta da Gabriel Boric viene chiaramente denunciata anche da Marcos Roitman Rosenmann, cileno, accademico alla Complutense di Madrid che ha collaborato con l’avvocato Joan Garcés alla strategia che portò in tribunale Pinochet.

Qui di seguito un suo articolo che ripercorre gli eventi che dal 29 giugno 1973 arrivano, con la complicità della Democrazia Cristiana e il tradimento di alcuni generali, alla tragica conclusione dell’11 settembre.

Cile 1973-2023. Dal tradimento di Pinochet alla spudoratezza di Gabriel Boric

L’attuale presidente del Cile, Gabriel Boric, fa sua la posizione della destra intellettuale cilena che accusa la Unidad Popular per il colpo di Stato e di incapacità nel momento di costruire un ampio consenso. Si sente a suo agio in questa posizione. L’obiettivo è quello di mantenere il punto sul fatto che Allende e il suo governo non sono stati in grado di creare consenso.

Una post-verità installata nelle menti delle nuove generazioni politiche che oggi al governo prendono le distanze dal progetto politico che ha significato per il Cile il momento della confluenza del movimento popolare in una proposta capace di cambiare e torcere il braccio del capitalismo dipendente.

L’impudenza di Gabriel Boric si basa sul testo di Daniel Mansuy: Allende, la sinistra cilena e l’U.P. Non c’è voluto molto per trovare una risposta a quella bugia. È stato Miguel Lawner a sottolineare che: “Il presidente Gabriel Boric ci raccomanda di leggere il libro... di Mansuy, nipote dell’ex ammiraglio Ismael Huerta, uno dei principali istigatori del colpo di Stato. Sono profondamente addolorato, ma non posso tacere davanti all’offesa recata alla memoria storica. L’apprezzamento di Salvador Allende è universale ed è ben lontano, lontanissimo dal corrispondere a un mero mito, generato pagando con la propria vita la fedeltà alle istituzioni democratiche”.

Boric vuole riscrivere la storia, negare i fatti e fare sua la narrazione del fallimento e della sconfitta politica dell’U.P.

Ma facciamo un po’ di memoria: dopo mille giorni di assedio, la borghesia cilena, i partiti politici di destra e il governo Nixon-Kissinger, rompono la funzione non deliberativa delle forze armate. Tra il 29 giugno 1973, data del fallito putsch, e l’11 settembre non riposano. La Contraloría General de la República [ndt: preposta a salvaguardare il principio di legalità costituzionale degli atti delle istituzioni], in mano alla Democrazia Cristiana, dichiara parzialmente incostituzionale il decreto che formava i tre settori dell’economia, sociale, misto e privato.

L’8 luglio i presidenti del Senato, Eduardo Frei Montalva e della Camera dei Deputati, Luis Pareto, hanno redatto un comunicato in cui si legge: il governo “intende imporre uno schema ideologico e programmatico che la maggioranza del Paese rifiuta”.

Il 27 luglio l’estrema destra ha assassinato il Capitán de Navío [ndt: uno dei più alti gradi della Marina Militare cilena] e assistente personale del presidente, Arturo Araya Peeters, e il 22 agosto la Camera dei deputati, controllata dall’opposizione, ha puntualizzato: “è un fatto che l’attuale governo della repubblica, sin dal suo inizio, ha cercato di conquistare il potere con l’ovvio scopo di sottoporre tutte le persone al più stretto controllo economico e politico da parte dello Stato e ottenere così l’instaurazione di un sistema totalitario, assolutamente opposto al sistema rappresentativo che la Costituzione istituisce; che a tal fine il Governo non è incorso in isolate violazioni della Costituzione e della legge, ma ne ha fatto un sistema permanente di condotta, (...) violando abitualmente le garanzie che la Costituzione assicura a tutti gli abitanti del repubblica e permettendo e sostenendo la creazione di poteri paralleli, illegittimi, che costituiscono un gravissimo pericolo per la nazione, con tutto ciò ha distrutto elementi essenziali del quadro istituzionale e dello Stato di Diritto”. Invita quindi le forze armate a intervenire, “...al fine di... assicurare l’ordine costituzionale della nostra Patria...”.

Il giorno prima, il 21 agosto, donne di “Potere Femminile”, militanti della Democrazia Cristiana, del Partito Nazionale e di Patria y Libertad [ndt: formazione di estrema destra], hanno accompagnato le mogli dei generali a casa del comandante in capo dell’esercito Carlos Prats e l’hanno insultato, chiamandolo codardo, sollecitando l’intervento delle forze armate per rovesciare il governo costituzionale. Il giorno successivo, il generale Prats presenta le sue dimissioni. Nella lettera si legge: “Avendo constatato nei giorni scorsi che coloro che mi denigravano erano riusciti a turbare i criteri di un settore degli ufficiali dell’esercito, ho stimato... di non diventare un fattore di rottura della disciplina e di alterazione dello Stato di Diritto”.

Guillermo Pickering, comandante delle scuole militari e Mario Sepúlveda, comandante della seconda divisione (Santiago), generali con comando di truppa, si dimettono in solidarietà con Prats. Il direttore generale dei Carabineros, Jose María Sepúlveda Galindo, rimane fermo. Starà con il presidente a La Moneda l’11 settembre. Anche il vicedirettore Jorge Urrutia e i generali Rubén Álvarez e Orestes Salinas non cedettero al golpe, i ribelli ricorsero a un mediocre generale, sesto nella catena di comando, Cesar Mendoza. Nella Marina, il suo comandante, Raúl Montero, sarà trattenuto a casa sua.

Agli ammiragli Daniel Arellano, Hugo Poblete Mery, al capitano René Durandot e al tenente Horacio Larraín, costituzionalisti, viene tolto il comando, e Toribio Merino si autoproclama capo della Marina e sequestra il comandante in capo della Marina, Raúl Montero. Pinochet, un codardo che ha giurato fedeltà, si unisce al putsch. Brady, generale golpista al comando della guarnigione di Santiago, garantisce la mobilitazione delle truppe. Il colpo di stato è consumato l’11 settembre. L’esercito e l’aviazione bombardano La Moneda. Inizia l’arresto e l’assassinio di dirigenti e militanti della Unidad Popular.

Ciò che ha portato al colpo di Stato non è stato il fallimento delle politiche del governo di Salvador Allende, piuttosto sono stati i suoi successi. Perché fare un colpo di Stato se il progetto è un fallimento ed è già sconfitto? Ma questa verità comporta due virtù, che mancano a Gabriel Boric e al suo governo: l’onore e la dignità.

di Marcos Roitmann (Santiago del Cile 1955), professore di ruolo presso l’Università Complutense di Madrid. Ha collaborato con l’avvocato Joan Garcés alla strategia che portò in tribunale il dittatore Pinochet. È autore di diversi libri sull’America Latina: Con la ragione o con la forza, Storia e memoria dei Colpi di Stato, Dittature e Resistenze in America Latina, XXI Secolo. La sua firma compare su prestigiose testate internazionali come Le Monde Diplomatique.

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11/09/2020

L’11 Settembre 1973 è cominciato il mondo di merda di oggi

Giorgio Almirante – nazifascista non pentito, cui oggi in questo paese dominato da memoria distorta e falsa si vorrebbero dedicare vie – dichiarò entusiasta che il golpe contro Allende era “la più grave sconfitta del marxismo dalla fine della guerra”. Purtroppo questa sua infamia annunciava la realtà.

L’assassinio del presidente socialista democraticamente eletto e lo sterminio di decine di migliaia di militanti sindacali, socialisti, comunisti, della sinistra rivoluzionaria, non solo stabilì in Cile la lunga dittatura del macellaio Pinochet.

Sotto la protezione del padrone statunitense, che con con il segretario di stato Kissinger fu organizzatore materiale del golpe, il fascismo dilagò in tutta l’America Latina, instaurando quasi ovunque feroci regimi militari, con centinaia di migliaia di desaparecidos, cioè di assassinati.

Quando oggi Trump, ma anche gran parte dei “democratici” USA e dei governi europei, sostengono i reazionari e i golpisti in Venezuela, Bolivia, Ecuador e in tutta l’America Latina, bisogna sempre sapere che i loro protetti sono gli epigoni di Pinochet e vogliono fare come lui; cioè conservare col sangue i più scandalosi privilegi dei ricchi e delle multinazionali che li mantengono tali.

Ma il golpe contro Allende non è ancora attuale solamente perché le stesse canaglie di allora vorrebbero ripeterlo, o perché il criminale sanitario Bolsonaro si dichiara ammiratore e seguace di Pinochet.

Il fascismo in Cile nel 1973 parla al mondo di oggi perché in quel paese, sopra i corpi martoriati di coloro che Pinochet chiamava “i marxisti”, fu costruito il primo mattone della gabbia liberista che oggi devasta il mondo.

Il Cile fu la cavia di un esperimento economico e sociale guidato dai “Chicago boys”, gli economisti liberisti capeggiati da Milton Friedman.

Tutto il sistema pubblico fu distrutto o privatizzato, tranne beninteso esercito e polizia; i diritti del lavoro cancellati nel nome della flessibilità; il sistema fiscale abbattuto a favore dei ricchi, delle imprese, delle multinazionali. La dittatura fascista di Pinochet permise di instaurare la dittatura del mercato, che poi è dilagata ovunque.

Anche in Italia quel golpe segnò una svolta. Il PCI di Belinguer – sotto la minaccia non tanto velata degli Stati Uniti, ove il sempre operativo Kissinger dichiarava di non volere “spaghetti in salsa cilena” – accettò una politica economica restauratrice a favore di imprese e mercato, nel nome dell’accordo con la DC.

Nel 1971 Fidel Castro, a nome della Cuba che resisteva all’imperialismo allora come oggi, fece un lungo viaggio in Cile, accolto da amico e compagno dal presidente Allende. Parlarono a lungo dei rispettivi programmi ed alla fine, abbracciandosi, convennero che per vie diverse volevano giungere allo stesso obiettivo: il socialismo.

Ma Fidel aggiunse: “non te lo permetteranno mai senza combattere“. Per questo regalò ad Allende il fucile mitragliatore, quella che poi il presidente impugnò nel palazzo presidenziale sottoposto ai bombardamenti dell’aviazione di Pinochet.

Il capitalismo liberista è fascismo economico e nella nostra epoca si è affermato dopo il successo del golpe del fascismo politico. Oggi più che mai essi vanno combattuti e sconfitti insieme, se vogliamo rovesciare il mondo schifoso di oggi.

Ricordiamo il compagno Allende, e tutte e tutti coloro che sono stati assassinati assieme a lui, lottando oggi contro i loro stessi nemici di allora.

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05/09/2020

Cile - 50 anni dalla vittoria di Allende, la lotta continua

Ieri, 4 settembre, ricorrevano i 50 anni dalla vittoria di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali cilene del 1970. Un trionfo di e per le masse popolari, contadini ed operaie, che si riconoscevano nel progetto politico e sociale progressista portato avanti dalla coalizione comunista-socialista Unidad Popular.

Un programma basato sulla nazionalizzazione delle grandi imprese nel settore industriale e bancario, sulla riforma agraria per l’eliminazione dei latifondi, su misure di contrasto alla povertà e all’analfabetismo.

Un percorso interrotto qualche anno più tardi, quel 11 settembre 1973, dal golpe dell’esercito cileno, finanziato ed appoggiato dalla CIA e dall’amministrazione statunitense di Nixon, dopo aver condotto una campagna di boicottaggio e destabilizzazione del paese, per poi imporre e sostenere la dittatura militare di Augusto Pinochet.

L’attacco contro il Cile di Allende costituì un “laboratorio” politico ed economico che gli USA hanno poi rafforzato ed esteso all’intera America Latina con l’Operazione Condor.

Di seguito il testo elaborato dall’Associazione degli ex prigionieri politici cileni in Francia (Aexppch France) in occasione della commemorazione che ha avuto luogo ieri pomeriggio a Parigi, in Place Salvador Allende, di fronte all’ambasciata del Cile.

L’Aexppch agisce in stretto coordinamento con le organizzazioni per i diritti umani, le associazioni delle famiglie di prigionieri scomparsi e giustiziati politici, così come con gruppi di ex prigionieri politici in Cile.

Tra i suoi obiettivi ed impegni: la lotta contro l’impunità per tutti i responsabili di crimini, sparizioni, esecuzioni sommarie e varie altre violazioni dei diritti umani; il dovere della memoria, contribuendo alla ricostruzione dei fatti nascosti dalla dittatura e mai realmente ripristinati dai governi eletti per quasi due decenni; il sostegno alle lotte per i diritti umani, in particolare per la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici, vittime fino ad oggi delle leggi ereditate dal regime militare; denuncia permanente dell’attuale quadro della Costituzione di Pinochet, che concede ampi poteri alle forze armate, ai tribunali militari e alle cosiddette leggi di emergenza “antiterrorismo”.

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Salvador Allende Gossens, “el compañero presidente”, ci richiama di nuovo qui oggi, mezzo secolo dopo esser entrato nella Storia, come primo candidato marxista eletto con suffragio universale.

Salvador Allende, colui che Richard Nixon, l’allora padrone della Casa Bianca, aveva definito “il figlio di puttana”, prima di cadere lui stesso nell’oblio, mentre “el Chicho” Allende è ancora oggi considerato uno dei grandi difensori della dignità umana nel XX° secolo.

“Vi chiedo di comprendere che io sono soltanto un uomo”, aveva affermato Salvador Allende dal balcone della Federazione degli Studenti nella notte del 4 settembre 1970, “(un uomo) con tutte le debolezze che un essere umano può avere. E se ho potuto sopportare la sconfitta di ieri per raggiungere l’obiettivo di oggi, senza superbia né spirito di vendetta, io accetto questo trionfo che non ha nulla di personale e che devo all’unità dei partiti popolari e alle forze sociali che sono state al nostro fianco. Lo devo all’uomo anonimo e lavoratore della nostra patria, lo devo all’umile donna della nostra terra. Devo questa vittoria al popolo cileno, il quale entrerà con me nel Palazzo de La Moneda il 4 novembre”.

Nessuno ci ricorda meglio dello stesso “compagno presidente” in questo discorso che il trionfo elettorale di allora fu il frutto di diversi decenni di lotte popolari, vittorioso alle volte, ma più spesso aventi degli esiti di dolore e di morte per i lavoratori. Ovunque ci sono le tracce di sangue, così generosamente versate da uomini e donne del popolo: alla scuola Santa Maria di Inquique, alla raffineria di salnitro de La Coruña, alla mina di El Salvador, come a Pampa Irigoin, a Puerto Montt, tra i tanti massacri commessi principalmente dall’esercito o dai carabineros, fino al 1969.

Queste lotte di minatori, di contadini, di operai e più tardi dei pobladores riuscirono a guadagnare il consenso di larghi settori della società cilena – impiegati, insegnati, studenti – per costruire un vasto movimento con solidi principi di solidarietà, di difesa della loro dignità e dei loro diritti. Le donne cilene, in particolar modo le casalinghe ma anche le lavoratrici, guadagnarono il riconoscimento della loro condizione sociale, dopo generazioni negate dall’oppressione, anche a casa.

Inoltre, alla fine della prima metà del secolo scorso, il popolo cileno si era dotato di potenti organizzazioni sindacali, di operai e lavoratori, così come di partiti politici di sinistra e di centro con decine di migliaia di militanti.

Questi potevano competere con i partiti della destra per la loro capacità di aggregazione. Ogni cileno e cilena della classe operaia poteva sentirsi rappresentato e rappresentata da un sindacato, un’associazione o un partito politico. Ma niente di tutto ciò fu un regalo di chicchessia; l’avarizia della borghesia, ereditiera del colonialismo e rappresentata dai partiti della destra, restava la stessa.

Una rivoluzione socialista nel nostro continente, alle porte del gigante imperialista statunitense, arrivò a donare un grande incoraggiamento alle lotte popolari di tutta l’America Latina. Cuba si liberava dalla sua dipendenza faccia a faccia con l’imperialismo degli Stati Uniti e cominciava a vincere e a sconfiggere i mali inerenti a quello stato di umiliazione storica: la miseria, l’analfabetismo, la mortalità infantile, ecc.

Sapendo che una tale situazione si sarebbe prodotta presto o tardi nel continente americano, i signori del potere statunitense improvvisarono allora una strategia menzognera nel loro “cortile di casa” che era l’America Latina. Così nacque la “Alleanza per il Progresso” destinata a ridurre ogni opzione rivoluzionaria.

In Cile, questa strategia ebbe la sua espressione massima nella “Revolución en libertad”, slogan ingannevole che tuttavia portò il Partido Demócrata Cristiano al potere, con la figura di Frei Montalva, dopo una vittoria elettorale che aveva rappresentato una sconfitta bruciante per il “compañero” Allende.

Non sarebbe possibile spiegare il successo, sei anni più tardi, di Salvador Allende senza constatare che i democristiani, tra il 1964 e il 1967, avevano posto le basi per una società partecipativa, tanto nelle città quanto nelle aree rurali. Ma tutto ciò era sempre nella prospettiva di amputare le rivendicazioni del “comunismo intrinsecamente perverso”, come lo definiva il papa Pio XI.

Comunque, all’interno del Partido Demócrata Cristiano al governo, uomini e donne dai solidi principi cristiani e umanisti applicarono una politica di emancipazione delle masse popolari. Si sarebbero subito dopo aggregati alla Unidad Popular.

Applicando più o meno la vecchia formula della carota e del bastone, gli Stati Uniti furono costretti presto a riconoscere la sconfitta della loro sibillina logica contro-rivoluzionaria e, facendo cadere la propria maschera, passarono alla fase superiore, ovvero quella della promozione di una repressione sanguinosa in diversi paesi tramite ingerenze o interventi diretti e indiretti.

Il Brasile, paese fratello, fu oggetto di un colpo di Stato che fece scattare una repressione contro i progressisti e i rivoluzionari, così come un peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. In Cile, allo stesso modo, il Partido Demócrata Cristiano perse la sua facciata “progressista” e ancora una volta il sangue del popolo cileno fu versato.

Tuttavia, tanto nelle città quanto nelle campagne, le forze popolari contrastarono questa repressione crescente, guadagnandone in coscienza ed organizzazione. La sinistra vide la sua influenza accrescersi nella società con la nascita di nuovi partiti e movimenti che, insieme ai partiti esistenti, scalzarono i democristiani dai sindacati, dalle federazioni studentesche e dagli altri ambiti, finanche dallo Stato stesso. Il “Chicho Allende” conquistò la presidenza del Senato, dal 1966 al 1969.

Fu in questo contesto che le forze popolari cilene e il loro miglior alleato di tutti i tempi, Salvador Allende Gossens, “entrarono” insieme nel Palazzo de La Moneda, come disse lui stesso quella notte di 50 anni fa.

Mezzo secolo più tardi, dobbiamo constatare che solo la lotta risoluta degli sfruttati e degli oppressi è ciò che permette di abbattere le barriere, imposte dall’inganno o dal crimine. Riteniamo anche che le nostre lotte, passate e presenti, ci permettano di raggiungere gli obiettivi che portiamo avanti in tutti i campi della società. In altri termini, è solo se siamo in grado di guidare tutte le battaglie – legali o illegali, pacifiche o violente, rivoltose o elettorali – che potremmo aprire strade per maggior uguaglianza, per maggiore giustizia sociale, a cominciare dagli ultimi.

Questa è la lezione che si evidenzia dalla vittoria elettorale del 4 settembre 1970, così come quella del 5 ottobre 1988 per il plebiscito di cui il dittatore Augusto Pinochet non ha potuto né ignorare né rovesciare il risultato.

Noi sappiamo che le trattative che ne sono seguite hanno fatto fuori una grande parte di ciò che la resistenza anti-dittatoriale prevedeva dopo la fine del regime nel 1989. Tale negoziazione ha cancellato una parte del programma rivoluzionario che la coalizione popolare aveva elaborato per il periodo presidenziale 1970-1976.

Il popolo cileno ha attualmente la possibilità di imporre alle classi dominanti, per la prima volta nella storia del Cile, la necessità di redigere una nuova Costituzione, con la partecipazione dei cittadini. Non dimentichiamo che è il popolo stesso, che combatte e manifesta nelle strade di tutte le città del Paese, che è riuscito a far piegare la borghesia post-coloniale e i suoi valori e i suoi seguaci di ogni sorta.

La Costituzione di Pinochet, ancora oggi in vigore, è il principale ostacolo all’emancipazione definitiva dei cileni e delle cilene; questa è stata imposta con la “pace” dei cimiteri, delle fosse comuni e dei “vuelos de la muerte”, così come da numerosi altri crimini brutali e studiati.

La Costituzione del 1980 è il principale strumento che ha permesso la rifondazione del capitalismo in tutta la sua ferocia che noi conosciamo con il nome di “neoliberismo” e che fa oggi danni in tutto il pianeta.

Questa creatura di Pinochet, totem dei dirigenti attuali, deve essere seppellita definitivamente il prossimo 25 ottobre e noi ci stiamo già organizzando per farlo. Ma non siamo ancora di fronte ai grandi viali della vittoria perché il cammino è sempre stretto ed impervio e non ne vediamo ancora la fine.

Tuttavia, più saremo numerosi e determinati, meglio saremo in grado di condurre le battaglie future. Queste lotte, il popolo deve vincerle ed anche consolidarne la vittoria, non permettendo a nessuno, che abbia interessi cupi o rivendichi una rappresentanza che non ha, di “negoziare” come in passato le conquiste che “la piazza” ha ottenuto.

Viva la lotta del popolo cileno!

Eliminiamo per sempre la Costituzione di Pinochet il prossimo 25 ottobre!

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16/04/2020

Addio, compagno Sepulveda

Ennesima vittima della pandemia, ci ha lasciati Luis Sepulveda, bravo scrittore cileno ma soprattutto compagno combattente. Ci conforti che la poetessa Carmen Yañez, sua compagna amatissima di vita, tanto che Sepulveda la sposò due volte, sia fuori pericolo.

Sepulveda è ben noto nel nostro paese, dove i suoi romanzi hanno avuto grande successo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Le rose di Atacama, Patagonia express, Incontro d’amore in un paese in guerra sono diventati libri di culto per i lettori italiani, storie che hanno saputo portarli in un Sudamerica affascinante e talvolta desolato, ma mai rassegnato.

Una letteratura certamente anche di memoria, non scevra da un’intima (ma non intimistica) nostalgia. Una nostalgia che certamente Luis Sepulveda aveva vissuto per 31 anni da apolide, dopo che gli era stata tolta la cittadinanza cilena.

Presentatosi una mattina al consolato di Amburgo, dove doveva andare ogni tre mesi per rinnovare il passaporto marcato con la lettera “L”, quello dei cileni che non potevano rientrare nel paese, fu accolto da alcuni “gorilla” che gli dissero sbrigativamente che lui cileno non lo era più. Solo nel 2017 Sepulveda, quasi per caso, accompagnando sua moglie all’ambasciata di Madrid, apprese che la cittadinanza gli era stata restituita.

Dei “gorilla” e degli sgherri di Pinochet, Sepulveda aveva già esperienza. Militante socialista, molto vicino a Salvador Allende, faceva parte della guardia personale del presidente assassinato dai golpisti. Fu imprigionato e torturato per sette mesi, prima di essere liberato grazie alle pressioni internazionali. Riprese la sua attività come regista di teatro incorrendo dopo qualche tempo in una condanna all’ergastolo, poi commutata in otto anni di prigione e l’espulsione dal paese.

Partì in aereo per andare in Svezia, dove aveva ricevuto asilo politico, ma al primo scalo lasciò tale itinerario per iniziare una lunga peregrinazione tra Uruguay, Brasile e Paraguay che terminò solo quando alla fine fu ospitato da un amico in Ecuador.

In quel paese ebbe un’esperienza importante poiché partecipò a una missione dell’Unesco che lo portò a vivere diversi mesi presso gli indios Shuar, che divennero indirettamente protagonisti del suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva storie d’amore.

In quel romanzo il vecchio Antonio José Bolivar Proano serba come ricordo più prezioso della sua vita l’avere vissuto a lungo presso gli Shuar, esperienza che gli ha insegnato il rispetto dei ritmi e dei tempi della natura e della grande foresta, che i gringos invece sanno solo sfruttare e distruggere.

Quell’esperienza, ancor prima dell’uscita del romanzo, portò Sepulveda alla militanza ambientalista con Greepeace, dove si impegnò negli anni '80 a diversi livelli, prima come membro di uno degli equipaggi dell’organizzazione, poi in ruoli di coordinamento. Da quella militanza nacque poi il libro Il mondo alla fine del mondo.

Nel frattempo, c’era stata la partecipazione alle Brigate Simon Bolivar del Nicaragua, riallacciando un’esperienza combattente che lo aveva già portato in Bolivia nelle fila dell’esercito di Liberazione Nazionale, alla fine degli anni '60.

Infine, dal 1989, la carriera di scrittore, giunta dopo varie esperienze giornalistiche, durante la quale ha saputo parlare a lettori molto diversi, anche bambini, con romanzi, racconti di viaggio, fiabe. La scrittura di Sepulveda è semplice, immediata e diretta, proprio per questo efficace e raggiunge con facilità tutti.

Una vita, quella di Sepulveda, ribelle già dall’infanzia, come ci racconta ne La frontiera scomparsa, dove il nonno, anarchico andaluso scappato in Sudamerica per sfuggire a una condanna a morte, lo porta a pisciare sulle porte delle chiese. Ribelle e anche contrastata, poiché Luis nacque in una camera d’albergo dove si erano rifugiati i genitori in fuga da una denuncia del nonno materno che era invece un ricco possidente.

Mi piace concludere questo ricordo proprio con un riferimento al racconto di Sepulveda Un uomo chiamato Vidal , dalla raccolta di racconti Le rose di Atacama (Guanda, Parma, 2000). Parlando di Vidal, un sindacalista con cui fece amicizia in un mercato dell’Ecuador, dove quest’ultimo era stato fermato dalla polizia, ricorre alle parole di Brecht “Ci sono uomini che lottano tutta la vita: è di loro che non si può fare a meno”.

Non faremo a meno di Luis Sepulveda, dei suoi libri e del suo messaggio di combattente.

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13/09/2019

Il fucile di Salvador Allende


Secondo la montatura del macellaio Pinochet, l‘11 settembre 1973 Salvador Allende, presidente democratico del Cile, si sarebbe suicidato nel palazzo presidenziale sotto bombardamento, utilizzando il fucile mitragliatore regalatogli da Fidel Castro.

Era una menzogna, che voleva esporre una macabra simbologia ed assolvere gli assassini. Allende fu massacrato mentre combatteva contro i golpisti, per diretto ordine del generale infame. Poi fu inscenato il suo suicidio attribuendolo all’arma che veniva dalla famigerata Cuba.

Fidel Castro aveva visitato il Cile di Allende nel 1971 e tra i due c’erano stati giorni di grandi discussioni e profonda fratellanza. Fidel Castro comprese il coraggio e la determinazione di Allende nel voler costruire un progetto socialista; e salutando il presidente cileno riconobbe che egli stava perseguendo i suoi stessi scopi per altre vie. Nello stesso tempo però Castro avvisò Allende che gli Stati Uniti e l’imperialismo mai avrebbero permesso una transizione democratica al socialismo. Per questo gli regalò un AK 47.

Il golpe in Cile fu organizzato dagli Stati Uniti, con il coordinamento diretto del segretario di stato Kissinger. I generali traditori e fascisti guidati da Pinochet godevano dell’appoggio della democrazia cristiana e delle altre forze di cosiddetta opposizione democratica, che controllavano la maggioranza del parlamento e la usavano come clava eversiva contro il legittimo presidente.

La CIA aveva a sua volta pianificato sabotaggi a tutte le principali attività del paese, mentre la mafia aveva finanziato lo sciopero ad oltranza dei camionisti, che faceva mancare beni essenziali. Così nei quartieri borghesi si manifestava con le pentole vuote, mentre le squadracce fasciste di Patria e Libertà compivano attentati ed assassini.

Per rispondere alla continua aggressione al suo governo ed al potere popolare, Allende aveva indetto per settembre un referendum, che tutti i sondaggi davano a suo favore. Ma prima che esso venisse effettuato partì il golpe, da parte di generali che avevano assicurato piena fedeltà al presidente legittimo.

Aveva avuto ragione Fidel Castro.

Sopra il mare di sangue di oltre trentamila militanti della sinistra assassinati, il Cile divenne il teatro e la cavia del primo esperimento di politica liberista del dopoguerra. I Chicago Boys di Milton Friedman furono i consulenti economici del tiranno Pinochet e con lui procedettero alla completa privatizzazione delle imprese e dei servizi, del sistema pensionistico e sanitario, dell’istruzione, smantellando ogni diritto sociale e del lavoro. Ancora oggi il Cile è uno dei paesi più socialmente ingiusti dell’America Latina.

L’eredità infame del golpe in Cile è stata l’affermarsi ovunque delle politiche liberiste, che rinunciavano al fascismo con cui erano intimamente legate solo quando se lo potevano permettere.

Oggi ricordiamo Allende pensando anche al Venezuela, dove le stesse forze e gli stessi interessi hanno inscenato lo stesso tentativo di golpe. Ma Chavez aveva proceduto ad un’opera sistematica di smantellamento delle vecchie caste politiche e militari e dei loro poteri. Così un Pinochet ed un esercito disposti ad abbattere il legittimo governo di Maduro, USA e multinazionali non li hanno trovati. E oggi Trump licenzia per inefficienza Bolton, che guidava i fallimentari golpisti in Venezuela.

Ricordiamo il coraggio, la integerrima fede nel socialismo, il martirio di Salvador Allende, ed anche la lezione del fucile-mitragliatore che gli regalò Fidel Castro.

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11/09/2019

11 settembre 1973 - Il golpe USA in Cile

Quarantasei anni fa, l’11 settembre 1973, in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.

Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.

Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto il 4 settembre 1970 quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.

Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.

Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.

Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: le sinistre sembrano essersi ritratte dalla lotta politica, nessuno osa più contrapporsi all’idea della “fine della storia”, alla possibilità della trasformazione radicale del marxiano “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi d’inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.

Un’idea, quella del riscatto sociale, che non deve essere mai smarrita.

Fonte

30/12/2018

Visioni Militant(i): Santiago, Italia, di Nanni Moretti

Il golpe contro Allende è notoriamente una delle mitologie degli anni Settanta, vicenda entro cui trovano spazio tutte le narrazioni edificanti della sinistra popolare dell’epoca. Dopo essersi allontanato dalle dispute politiche – ritagliandosi e poi rifiutando il ruolo di grillo parlante dell’incontro tra Dc e Magistratura (i girotondi, Micromega, in seguito il Pd) – Moretti decide di tornare a parlare di politica senza rischiare nulla. Riparte dunque dal golpe cileno, sicuro dell’unanimità di vedute che avvolge l’evento. Per essere sicuro di essere ecumenicamente accettato e osannato nei circoli intellettuali più navigati, decide di parlare del Cile senza mai parlare degli Usa, senza intervistare i politici cileni più compromessi, senza indagare il ruolo della Chiesa o della borghesia stracciona e dipendente. Una merda insomma? Non proprio. Perché l’asciutto resoconto delle testimonianze dei sopravvissuti, delle vittime del golpe, e della solidarietà che questi ricevettero dal mondo e in particolare dall’Italia, hanno oggi – oggi, alle soglie del 2019 – ancora la forza di colpire al cuore tanto il militante politico “abituato” al racconto della dura storia di classe, quanto il sincero democratico lontano dalla bagarre degli eventi ma ancora “umano”.

Fino a qualche anno fa un’operazione di questo tipo sarebbe stata molto più compromettente. Il silenzio sulle responsabilità, certo, ma anche la struttura di un racconto che si regge sulle emozioni dei rifugiati, degli espatriati. E’ il racconto della fuga, la legittimazione di chi venne travolto dagli eventi. Gente ammirevole, vittime – vere – dell’imperialismo. E chi rimase a combattere i militari? La resistenza armata del Mir? I rivoluzionari morti combattendo? Questioni da tempo espulse dall’interesse generale, figuriamoci dunque se possono interessare Moretti, vecchia volpe del compromesso intellettuale. Ma per ricostruire quelle storie, ritrovare grammatiche più ardite, linguaggi più prossimi alla verità, servirà del tempo. Inutile pretendere quello che non può più essere, almeno momentaneamente, almeno al livello mainstream. Molto più facile mettere nel calderone “migrante” tanto chi lottava per il comunismo – e per questo ha trovato la morte, il carcere o l’esilio – quanto i dannati della terra che attraversano il Mediterraneo. Proponendo, tra le righe, sottaciuti (e compiaciuti) paralleli a-storici (Pinochet come Salvini?).

Ma il documentario conserva una sua forza ineluttabile, che nessuna pacificazione storica e ideologica riuscirà mai a cancellare del tutto. La forza del semplice racconto delle vittime, di chi veniva torturato, di chi si trovò ad abbandonare, dalla notte al giorno, tutta la sua vita, i suoi affetti, le sue cose, per rifugiarsi in qualche ambasciata straniera, partendo poi per paesi lontani. Questo e non altro sono le politiche imperialiste, anche se dirlo oggi risulta inevitabilmente melenso, ideologicamente ottuso, sottilmente populista, e così sia. Il Cile ancora oggi ha molto da insegnarci. Senza difesa non c’è rivoluzione, e non c’è difesa senza repressione. Allende pagò sulla sua pelle questa mancata scelta di campo. Piace proprio per questo, Allende. Perché venne sconfitto. Perché non ebbe il tempo, o non volle accorgersi, che il potere popolare va difeso con ogni mezzo necessario. Che la difesa del potere è una gran brutta cosa, che costa compromessi e scelte etiche senza risposta se pensate fuori dalla rivoluzione. Allende insegna che non bisogna fare come Allende. Questo limite è il motivo per cui uno come Moretti oggi può parlare liberamente di Allende, riuscendo a superare – momentaneamente – i limiti evidenti di una narrazione sostanzialmente opportunista. Moretti è stato un regista importante, il suo problema non è di certo organizzare una messa in scena convincente. E’ una vecchia volpe e sa come trascinare a sé lo spettatore. E nonostante ciò, la forza dei volti e dei corpi è ancora giustamente emozionante. Il problema non è lasciarsi convincere dall’emozione, ma di non saper più pensare le sue necessarie conseguenze.

Fonte

11/09/2018

Salvador Allende: un ricordo e un insegnamento

L’11 settembre del 1973 veniva realizzato il colpo di stato contro il governo di unità popolare in Cile. Il presidente Allende e migliaia di cileni furono uccisi, migliaia detenuti, centinaia desaparidos. Un articolo di Atilio Boron ricorda quell’avvenimento.

Giorni fa, il 4 Settembre, per essere più precisi, sono trascorsi 48 anni dal trionfo di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali del Cile del 1970. Con il passare degli anni si comprova, con dolore, che la sua figura non ha raccolto la valorizzazione che merita persino in alcuni settori della sinistra, dentro e fuori dal Cile. Invece di onorare la figura del presidente-martire e la sua opera molti si sono piegati irreversibilmente alle critiche che il consenso neoliberista dominante ha formulato contro la sua gestione, senza offrire un’analisi alternativa che tenesse in conto le difficilissime, estremamente avverse condizioni che hanno circondato il suo accesso a La Moneda e tutto il suo lavoro di governo. L’avvento della “democrazia a bassa intensità” nel Cile post-Pinochet – prodotto di una sopravvalutata transizione i cui limiti economici, sociali e politici sono oggi evidenti – ha corretto solo in parte la sottovalutazione che avevano subito la figura di Allende e il governo de ll’Unidad Popular. Ciò nonostante, dopo quasi trent’anni di una deludente transizione che ha accentuato le diseguaglianze della società cilena e la sua dipendenza esterna, le cose cominciano a cambiare e, fortunatamente, si notano numerosi tentativi di rivalorizzare la sua fertile eredità.

Si tratta di un atto di stretta giustizia perché, come abbiamo detto in più di un’occasione, Allende è stato il precursore del “ciclo di sinistra” che ha smosso l’America Latina (e il sistema interamericano) dalle fondamenta a partire dalla fine del secolo scorso. Le esperienze vissute in Venezuela con Hugo Chávez, in Ecuador con Rafael Correa, in Bolivia con Evo Morales dove sono state recuperate le risorse naturali hanno nel governo di Allende un luminoso precedente con la nazionalizzazione delle grandi miniere di rame in mano agli oligopoli nordamericani, la nazionalizzazione della banca, l’esproprio dei principali conglomerati industriali e la riforma agraria. Tenendo conto delle condizioni di quel tempo, inizio anni '70, quello che ha fatto il governo dell’UP è stata una vera grande impresa in un paese circondato da dittature di destra e attaccato con furia dagli Stati Uniti.

Di stretta giustizia, dicevamo, perché Allende è stato un uomo straordinario di Nuestra America. Un socialista senza rinunce, un anti imperialista senza concessioni, un latino-americanista esemplare. Quando Cuba soffriva di un isolamento quasi completo e il Che iniziava la sua ultima campagna in Bolivia, Allende ha assunto nientepopodimeno che la presidenza dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS) per appoggiare l’isola ribelle e il Comandante Eroico. Era allora Senatore per il suo partito, e già allora furono molte le voci che si levarono per rimproverargli il suo incondizionato appoggio all’isola caraibica e all’insorgenza che fioriva non solo in Bolivia per mano del Che ma anche in quasi tutta l’America Latina. Io vivevo in Cile in quegli anni e sono stato testimone della campagna di diffamazioni, aggressioni, insulti e derisione che si è scaricata contro di lui. Il giornale El Mercurio, una delle espressioni più indegne del giornalismo latinoamericano – in realtà, non è giornalismo ma propaganda e nient’altro – lo attaccava tutti i giorni sulle sue pagine politiche e sui suoi editoriali, invariabilmente accompagnati da una caricatura che riproduceva il leader socialista nella carta del re di picche che nella metà superiore impugnava un mitra e in quella inferiore la campana simbolo del Senato. Il messaggio era chiarissimo: Allende non era altro che un guerrigliero castrista che si era travestito da agnello democratico e che dalla sua posizione nel Senato ingannava cilene e cileni.

Questa era pure la diagnosi della CIA, che capì presto il pericolo che la sua figura rappresentava per gli interessi degli Stati Uniti. Già nella campagna presidenziale del 1964 l’agenzia aveva mobilitato grandi risorse per impedire il possibile trionfo della coalizione di sinistra che lo presentava per la carica. Documenti recentemente declassificati dimostrano che furono destinati a tali fini 2,6 milioni di dollari per finanziare la campagna di Eduardo Frei, paladino della Democrazia Cristiana e la sfortunata “Revolución en Libertad” che si proponeva come l’alternativa alla Rivoluzione Cubana. E altri 3 milioni per finanziare una campagna di terrore in cui la figura del dirigente socialista era presentata come quella di un mostro che avrebbe mandato i bambini cileni a studiare a Cuba, nell’URSS e accuse di questo genere. In totale, circa 45 milioni di dollari se li contiamo in valore attuale[1]

Da quanto sopra detto, emergono con chiarezza cristallina le ragioni per cui Washington si oppose dalla stessa notte del 4 Settembre 1970 alla possibilità che Allende assumesse la presidenza della repubblica. Aveva trionfato nell’elezione popolare, ma poiché non aveva raggiunto la maggioranza assoluta, aveva bisogno della ratifica, come presidente, del voto del Congresso Plenario. La sua vittoria era un risultato inaccettabile in piena contro offensiva imperiale, e il denaro investito per impedire l’avvento di Allende a La Moneda è stato molto di più di quello canalizzato per l’elezione precedente, anche se ancora non è unanime il consenso circa la cifra esatta. Gli Stati Uniti si avviavano a una sconfitta senza appello in Vietnam e avevano saturato il continente con dittature militari. Quello di Allende era un grido di guerra contro l’impero e per Washington questo era totalmente inammissibile. Bisognava farla finita con lui in qualsiasi modo.

Secondo la documentazione della CIA, il 15 Settembre del 1970, pochi giorni dopo le elezioni, il Presidente Richard Nixon convocò nel suo studio Henry Kissinger, Consigliere della Sicurezza Nazionale; Richard Helms, Direttore della CIA e William Colby, suo Direttore Aggiunto, e il Procuratore Generale John Mitchell per elaborare la politica a seguire in relazione alle cattive notizie che venivano dal Cile. Nei suoi appunti Colby scrisse che “Nixon era furioso” perché era convinto che una presidenza di Allende avrebbe potenziato la disseminazione della rivoluzione comunista divulgata da Fidel Castro non solo in Cile ma anche nel resto dell’America Latina.[2] In quella riunione propose d’impedire che Allende fosse ratificato dal Congresso e che inaugurasse la sua presidenza. Il messaggio recepito da Helms, a sua volta, esprimeva con chiarezza il viscerale miscuglio di odio e rabbia che il trionfo di Allende provocava in un personaggio come Nixon. Secondo Helms, le sue istruzioni furono le seguenti: “forse c’è una sola possibilità su 10, ma salvate il Cile”; “la spesa vale comunque la pena”; “non mettere in mezzo l’ambasciata”; “non preoccuparsi per i rischi implicati nell’operazione”; “destinare 10 milioni di dollari per cominciare, e anche di più se è necessario fare un lavoro a tempo pieno.”; “Mandiamo i migliori uomini che abbiamo.”; “Per prima cosa, fate in modo che l’economia gridi. Né un bullone né una vite per il Cile;” “In 48 ore voglio un piano d’azione.” [3] E questo è stato ciò che è accaduto, dall’assassinio del generale costituzionalista René Schneider al reclutamento di gruppi paramilitari la cui azioni terroriste erano attribuite a spettrali brigate di sinistra, che la stampa canaglia dell’epoca, con El Mercurio in testa, propagava con fervore per alimentare la credenza che il trionfo dell’Unidad Popular era sinonimo di caos, distruzione e morte in Cile. Però l’intervento degli Stati Uniti contemplava anche pressioni diplomatiche, la penuria programmata di articoli di prima necessità per fomentare il malumore della popolazione, l’organizzazione delle classi medie per lottare contro il governo (caso della corporazione dei camionisti, tra i più importanti) e la canalizzazione di enormi risorse per finanziare i rivoltosi e attrarre i ranghi militari alla causa del golpe.

Se guardiamo il panorama attuale dell’America Latina e dei Caraibi vediamo che poco o nulla è cambiato. Per questo è necessario tornare a studiare minuziosamente quanto accaduto nel Cile di Allende. Il comportamento dell’imperialismo nei paesi di Nuestra America, e specialmente l’avanguardia formata dai paesi dell’ALBA-TCP, non differisce oggi dalle stesse linee guida che la CIA e le altre agenzie del governo statunitense hanno applicato con brutalità selvaggia nel Cile di Allende. Sarebbe ingenuo pensare che oggi, nella stanza Ovale della Casa Bianca, Donald Trump convochi i suoi consiglieri per elaborare strategie politiche distinte da quelle utilizzate per far cadere dal governo e causare la morte di Allende. Il manuale delle operazioni della CIA e altre agenzie d’intelligence del governo degli Stati Uniti per far fronte alle resistenze che si sollevano contro l’imperialismo e per far crollare governi dignitosi, che non s’inginocchiano al comando della Casa Bianca, non è cambiato molto negli ultimi cinquant’anni. Questa è la verità che stiamo vedendo nei casi del Venezuela e del Nicaragua. Informazioni affidabili dimostrano lo stretto vincolo tra i leader dell’opposizione in quei paesi e i più sordidi rappresentanti della destra neofascista negli Stati Uniti. La questione dell’opposizione venezuelana è già fin troppo conosciuta. Ma dati molto recenti dimostrano anche l’intimo legame esistente tra gli oppositori radicalizzati di Daniel Ortega e gli organismi dell’intelligence e fonti finanziarie della destra a Washington.[4] Che coloro che si oppongono al sandinismo non abbiano alcun imbarazzo nel fotografarsi con personaggi impresentabili dal punto di vista della democrazia come Ted Cruz, Marco Rubio e Ileana Ros-Lehtinen, personaggi della mafia anticastrista di Miami, getta un insulto insanabile sui sedicenti democratici nicaraguensi. Se realmente volessero la democrazia nel loro paese, come vanno strillando in giro, non avrebbero mai fatto ricorso all'appoggio di quei terroristi protetti dal Congresso e dai successivi governi degli Stati Uniti.

Come diceva il canto di Violeta Parra, “il leone è sanguinario in ogni generazione.” L’impero non cambia. Nel suo inesorabile processo di decadenza e decomposizione diventerà sempre più violento e criminale. Oggi, a quasi mezzo secolo dalla grande giornata che ebbe il Cile per mano di Salvador Allende non dimentichiamo le lezioni che ci lascia il suo passaggio per il governo e non abbassiamo la guardia – neanche per un secondo! – di fronte a tanto perverso e incorreggibile nemico, quali che siano i suoi gesti, retoriche o personaggi che lo rappresentino. E teniamo conto che quelli che si rivolgono alla Roma americana per cercare appoggio diplomatico, copertura mediatica, denaro e armi per far cadere i propri governi non potranno mai far nascere qualcosa di buono nei loro paesi.

Fonte: Atilio Borón

Note:

[1] Vedi, per maggiori dettagli, i seguenti documenti: (a) «Chile 1964: CIA Covert Support in Frei Election Detailed». The National Security Archive, https://nsarchive2.gwu.edu/news/20040925/index.htm; (b) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 269». U.S. Department of State: Office of the Historian. United States Department of State; (c) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 254». Office of the Historian, Bureau of Public Affairs, United States Department of State, 5 de mayo de 1964.

[2] Vedi (https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol47no3/article03.html)

[3] Un’informazione molto dettagliata su questi progetti del governo nordamericano per destabilizzare e far cadere governi avversari, non solo il caso del Cile, si trovano in US Congress, Senate, Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders, Interim Report of the Select Committee to Study Government Operations with Respect to Intelligence Activities, 94th Congress, 2nd Session, (Washington, DC: US Government Printing Office, 20 November 1975). I riferimenti a quanto detto da Nixon si trovano alla pagina 227 di questo volume.

[4] Vedi l’ampia e demolitrice informazione che riporta questo link: http://kontrainfo.com/demuestran-que-la-cia-esta-detras-del-intento-de-golpe-en-nicaragua-usando-a-grupos-de-ultraizquierda/

Fonte

11/09/2017

11 settembre 1973: Golpe Militare in Cile


Quel giorno dell’11 settembre 1973 le Forze Armate del Cile guidate dalle più alte autorità, misero in atto un colpo di stato militare che è ormai ricordato come il momento in cui terminò il tentativo di mutare il corso della storia non soltanto cilena, fornendo un grande esempio di coniugazione tra democrazia e socialismo valido per tutto il mondo.

In quel giorno Salvador Allende, Presidente della Nazione, decise di immolarsi nel mezzo del bombardamento che aveva come obiettivo La Moneda.

Con questo atto, che lo stesso presidente Allende definì “sacrificio”, la figura del “Compagno Presidente” può essere considerata come martire caduto a difesa dell’idea universale del socialismo.

Con Allende morto, e dopo che i militari avevano occupato e immobilizzato il paese mettendolo in stato di assedio, venne dichiarata una giunta militare governativa composta da Augusto Pinochet, José Toribio Merino, Gustavo Leigh e Cesar Mendoza.

Il golpe militare messo in atto nel paese, fu presentato alla cittadinanza come un ordine temporaneo che avrebbe rapidamente lasciato il posto alla creazione di un governo legittimamente eletto.

Ciò naturalmente non avvenne e la dittatura militare durò per altri diciassette anni.

Durante questo periodo, il paese subì cambiamenti sociali epocali dal punto di vista culturale ed economico, instaurando una politica repressiva attuata dal governo che costò al Cile decine di migliaia di vite umane.

L’11 settembre 1973 la sanguinaria dittatura che fu imposta al Cile concluse un periodo durato 150 anni di storia repubblicana e si impose occupando tutte le istituzioni del paese con cariche nominate direttamente dal regime, tanto da cambiare profondamente le condizioni di vita di tutti i suoi abitanti.

Negli occhi di tutti i cileni rimarrà per sempre l’immagine della Moneda, il Palazzo presidenziale, in fiamme; lo stadio trasformato in lager per rinchiudere i prigionieri politici e i roghi con cui furono bruciati migliaia di libri definiti “pericolosi”.

Pinochet esercitò il potere con pugno di ferro fino al 1990 e introdusse un modello neoliberista ad oltranza che, secondo dati ufficiali, lasciò in povertà più di cinque milioni di persone.

Ci sono testimonianze che affermano che le forze militari continuamente presenti in strada, gli elicotteri che sorvolavano le città di notte, gli arresti alla luce del giorno, contribuirono a instaurare una “pedagogia del terrore”.

Nel mese di ottobre 1973, una delegazione militare guidata dal generale Arellano Stark percorse tutto il Cile con un elicottero Puma. Furono i giorni della Carovana della Morte. A questa ‘delegazione’ si attribuirono settantacinque omicidi, la maggioranza di questa composta da dirigenti politici e sindacali, con la cui morte si voleva scongiurare una più che probabile opposizione che si sarebbe sollevata nei primi mesi del regime di Pinochet.

Gli Stati Uniti cercano ancor oggi di lasciarsi alle spalle il ricordo dell’anniversario del colpo di stato di Pinochet.

Sono stati rivelati poco a poco, anche se in forma parziale, migliaia di documenti, alcuni dei quali mostrano un chiaro sostegno per l’opposizione ad Allende e del collegamento con alcuni degli autori del colpo di stato, prima ancora della nomina di Allende alla presidenza.

I documenti rivelano anche che gli Stati Uniti erano a conoscenza di un coordinamento tra il Cono Sud per la soppressione degli avversari oltre i confini: la cosiddetta “Operazione Condor”.

Nei primi anni ’90 in Paraguay si sono trovati dei documenti della polizia segreta politica paraguaiana. Questi documenti, detti “archivi del terrore”, rivelarono un piano machiavellico ordito nel ’70 dai servizi di sicurezza militari dei regimi dei paesi del Cono Sud: Argentina, Cile, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia per farla finita con gli oppositori delle loro dittature: “le sinistre, i comunisti e i marxisti”.

Il colpo di stato in Cile aprì il varco ad una grande operazione politico – economico che avrebbe portato all’egemonia del neo – liberismo a livello globale.

Si avviò, infatti, la sperimentazione al riguardo della “non naturale associazione” tra democrazia e liberismo economico

Nel “caso cileno” si innestava la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente come “reaganismo – tachterismo”.

I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base dei metodi con cui le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.

Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.

Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste (in particolare in Occidente) anche non vincolate al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione.

Sulla scorta dell’accettazione del “pensiero unico” liberista si sono così creati i presupposti della crisi in atto dal 2008.

L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e del tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo.

Il “golpe cileno” rappresentò anche l’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale in precedenza alla caduta dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”.

Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati gli elementi distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.

Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.

L’11 Settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi della storia del movimento operaio internazionale: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, alla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, alla rivoluzione cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Finché i popoli continueranno a lottare.

Fonte

12/09/2016

Cile 1973, il vero “11 settembre” della democrazia



11 settembre 1973. Salvador Allende viene assassinato in Cile da un golpe sanguinario organizzato da militari e fascisti, padroni e democristiani, Cia e multinazionali.

Oggi è importante ricordare quella data per almeno due ragioni di fondo.

La prima è che il Cile sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet divenne la cavia della prima sperimentazione liberista del secondo dopoguerra. Camminando sopra le decine di migliaia di cadaveri di sostenitori del governo socialista democraticamente eletto, i Chicago boys di Milton Friedman giunsero in Cile per gestire la politica economica del tiranno. E sperimentarono la distruzione del sistema pensionistico pubblico, della sanità e di tutti i servizi sociali, la privatizzazione in favore delle multinazionali di tutto il sistema produttivo a partire dalle ricche miniere di rame, la cancellazione di ogni diritto per il lavoro. La cavia cilena servì a sperimentare le ricette e le dosi delle politiche liberiste, che poi dilagarono in tutto il mondo e che oggi più che mai confermano la loro natura intrinsecamente criminale. Politiche liberiste che in Europa hanno avuto un nuovo impulso con l'uso come nuova cavia della Grecia, sottoposta alla dittatura bancaria della Troika.


La seconda ragione per cui è importante e attuale il sacrificio di Allende e del suo popolo è che oggi ci stanno riprovando. In tutta l'America Latina, dopo quasi quindici anni di governi progressisti, è in atto una controffensiva reazionaria che vuole restaurare il dominio assoluto dei poteri e degli interessi che hanno sempre vessato i popoli di quel continente. I ricchi dei vari paesi, come sempre assieme alle multinazionali e alla finanza USA e UE, sfruttano il disagio ed il malcontento di una parte dei popoli per restaurare il liberismo più infame. E se per ora non sono i militari a fare i golpe, ma settori delle istituzioni, non cambia la sostanza degli obiettivi di chi, come nel 1973, vuole cancellare ogni conquista popolare nel nome del libero mercato e delle multinazionali che lo comandano.

Dopo il golpe cileno le dittature militari liberiste dilagarono in tutto il continente, facendo centinaia di migliaia di vittime. Ed è bene ricordare che le alte gerarchie della Chiesa Cattolica in molti casi furono complici degli assassini, nel nome della lotta al comunismo. Fino alla benedizione ed al caldo sostegno che a Pinochet furono concessi da Giovanni Paolo II, che vergognosamente festeggiò sul balcone uno dei tiranni più sanguinari del dopoguerra.

Ricordiamo tutto, perché la bestia immonda che ha massacrato Allende e il suo popolo è ancora viva e feconda.

Giorgio Cremaschi

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Quarantatré anni fa: l'11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall'amministrazione USA e organizzato dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende.

Migliaia di cileni furono uccisi, imprigionati, deportati, costretti all’esilio (nei tre anni successivi al golpe furono arrestate 130.000 persone e il numero dei desaparecidos rimane ancora indeterminato).

Un'esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d'esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale e in particolare in quello italiano attraverso la riflessione avviata nel PCI dal segretario Enrico Berlinguer, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Quel giorno la lama tagliente della tragedia attraversò la vita dei cileni e dei militanti di sinistra o semplicemente democratici in tutto il mondo.

Cadeva, armi in pugno, il governo del “Compagno Presidente” Salvador Allende e si apriva nella lontana, eppur sentita sempre così vicina nazione, chiusa al mondo dalla cordigliera delle Ande una stagione di massacri e di ferocissima repressione poliziesca.

Con ogni probabilità, in quel drammatico frangente, si chiuse anche una fase della storia della sinistra, a livello internazionale: arrivava a compimento una strategia nata qualche decennio avanti.

La sinistra europea, in particolare, fu chiamata, all’interno della ferrea logica dei blocchi allora ancora imperante, a cercare nuove strade e da questa constatazione di fatto prese l’avvio della già ricordata riflessione proposta al PCI proprio da quei fatti e che si tradusse in due proposte politiche, quella del “compromesso storico” riferita al quadro interno e quella dell’“eurocomunismo” riguardante il quadro internazionale.

Entrambe ebbero vita difficile e breve.

Torniamo però al Cile e al significato politico profondo, si potrebbe dire epocale, che ebbe l’esito di quella vicenda, contrassegnata – è bene ricordarlo – da un complesso, anche contraddittorio, ma sicuramente avanzato tentativo di governo all’interno di un sistema capitalistico del resto molto particolare e specifico come quello cileno.

Il Cile degli inizi degli anni’70 indicava il culmine di un processo attraverso il quale un partito “operaista” era riuscito a realizzare la strategia frontista del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Il Congresso appunto dei “Fronti Popolari” e della relazione Dimitrov).

A quel livello l’esperienza di Unidad Popular, il suo trionfo e la successiva disfatta, trascesero le frontiere politiche e ideologiche dell’America Latina.

La sinistra cilena, in effetti, conservava fin dai tempi della sua fondazione una capacità di presenza autonoma del socialismo, nel quadro sociale e politico del Paese.

Una presenza autonoma che è stata definita come “operaista”, le cui origini strutturali possono essere spiegate dalla particolare conformazione storica della classe operaia cilena come “massa isolata”: una conformazione storica precipua che ebbe, tuttavia, come risultato la costituzione del più potente rapporto fra lavoratori e cultura socialista che il continente latino americano avesse mai conosciuto.

Questa prospettiva di autonomia con cui si costituì politicamente la classe operaia cilena rappresentò una barriera contro la penetrazione del populismo e spinse verso la presenza indipendente dei lavoratori verso ognuno dei diversi tentativi frontisti che, dal 1938 fino all’elezione di Allende, si svilupparono in Cile alla ricerca di nuovi equilibri politici.

Al momento dell’elezione di Allende, però i partiti di sinistra cedettero il passo a una concezione strettamente “sociologizzante” della politica, secondo la quale lo Stato non rappresentava altro che un campo passivo in cui si riflettevano gli interessi di gruppi e di categorie sociali.

Non fu così possibil , come scrive Juan Carlos Portantiero nel saggio sul marxismo latinoamericano contenuto nella Storia del Marxismo edita da Einaudi nel 1982, “ far valere i margini di produttività politica che il potere genera autonomamente”.

In sostanza era assente, nella strategia di Unidad Popular una vera e propria “teoria dello stato”: un limite complessivo che si era già presentato nel corso dell’intera esperienza dei “Fronti Popolari” che, appunto, con la tragedia cilena chiuse il suo ciclo aperto dalla duplica vittoria elettorale in Spagna e in Francia nel 1936.

In quel varco aperto si infilò, vincente, il colpo di stato del generale Pinochet.

Un “golpe” appoggiato e probabilmente organizzato dagli USA, che risultò alla fine un insieme di conservatorismo e di irrompente novità; da un lato il regime conservò i tratti tipici dei regimi militari degli anni’70 (con forti assonanze con quello dei colonnelli greci), compiendo esecuzioni e massacri da parte delle forze dell’ordine o di gruppi paramilitari, esercitando la tortura sistematica dei prigionieri, costringendo all’esilio in massa gli oppositori politici.

Dall’altra parte, sul piano economico, si sviluppò una politica ultraliberista, dando così dimostrazione tra l’altro, che il liberalismo politico e la democrazia non debbono essere naturalmente associati al liberismo economico.

Nel “caso cileno”, però, c’era qualcosa di più: la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente denominato come “reaganismo – tachterismo”.

I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base del dettame attraverso il quale le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.

Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.

Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste situate in quella parte del mondo non vincolata al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione da quale non sono più uscite e che, nella sostanza ha rappresentato l’elemento fondativo della crisi globale che stiamo vivendo.

L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e il tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo: si trattò dell’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale.

Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.

Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.

Non dimenticheremo mai, in ogni caso, il sacrificio di migliaia e migliaia compagne e compagni cileni.

Franco Astengo

Fonte