di Luciano Gallino - La Repubblica
Caro professor Boeri, mi permetto di richiamare la sua attenzione sul fatto che l’informazione riguardo alle pensioni è in gran parte incompleta, fuorviante o addirittura falsa. È superfluo ricordare che qualunque informazione venga diffusa in merito alla previdenza pubblica tocca milioni di persone che sperano di arrivare quanto prima a percepire una pensione, e altri milioni che una pensione già riscuotono. Penso che tutti loro abbiano un ragionevole diritto a che l’informazione pubblica sul sistema pensionistico sia possibilmente completa e corretta.
Sono tre gli ambiti in merito ai quali si grida alla prossima rovina dell’Inps, ricorrendo a dati che sono o scorretti o scorrettamente usati. In primo luogo vi sono le gestioni deficitarie perché le pensioni pagate eccedono i contributi versati. In cima alla lista figura l’Inpdap, l’ente che gestisce le pensioni degli statali, da pochi anni incorporato nell’Inps. Nel 2012 ha registrato un disavanzo di 24 miliardi, in aumento dagli anni precedenti, compensato da un intervento dello Stato. Ma per la maggior parte esso non è affatto dovuto allo scarso numero di coloro che versano i contributi rispetto ai pensionati. È dovuto al fatto che molti enti della pubblica amministrazione, pressati dalle note ristrettezze di bilancio, da anni non versavano all’Inpdap, né ora all’Inps, i contributi dovuti. Piuttosto che rimediare ai mancati versamenti della Pa trasferendo all’Inps quei fondi che permettono a molti di accusarlo di gestione dissennata del bilancio, lo Stato farebbe meglio a fornire agli enti pubblici non in regola le necessario risorse. Perché non sollecitarlo in tal senso?
Ci sono, è vero, le gestioni in passivo alle quali i contributi non li versa quasi nessuno, vuoi perché i giovani che li versavano sono diventati pensionati e non sono stati sostituiti, oppure perché si tratta di prepensionamenti aventi per definizione una copertura contributiva insufficiente ma imposti a suo tempo dal governo. Il primo caso è quello dei coltivatori diretti: dato che il loro numero è fortemente diminuito con gli anni, oggi sono in tanti a ricevere la pensione, ma pochi a versare i contributi, da cui deriva un passivo di circa 6 miliardi l’anno. Il secondo caso riguarda (ex) ferrovieri, addetti ai trasporti, telefonici e altri, soggetti a prepensionamento forzato come forma di sostegno al reddito — che in quanto tale non avrebbe dovuta essere caricata all’Inps. Nell’insieme si tratta di circa 20 miliardi di passivo, ma sarà solo il tempo a tappare il buco di bilancio di queste gestioni. Nel frattempo questi resti del passato non dovrebbero essere usati per spaventare pensionati e pensionandi descrivendo l’Inps come un’azienda sull’orlo del baratro.
Un altro settore dove un suo intervento parrebbe indispensabile è l’enorme ammontare delle prestazioni assistenziali e affini di cui lo Stato più di 25 anni fa accollò la gestione all’Inps. Nel 2014, stando al Bilancio preventivo Inps, esse hanno comportato trasferimenti da parte dello Stato per oltre 95 miliardi. Per 77 miliardi si tratta di somme imputabili alla Gestione prestazioni temporanee (trattamenti di famiglia, di integrazione salariale — cioè la Cig — di disoccupazione, di malattia ecc.) e alla Gestione degli interventi assistenziali (principalmente oneri per il mantenimento dei salari e per interventi a sostegno della famiglia). Quei 17,7 miliardi restanti rappresentano le spese per invalidi civili (costituite dall’indennità ad personam, più il costo degli accompagnatori e simili). Tali onerosi trasferimenti non hanno nulla a che fare con l’ordinario sistema previdenziale — come si legge in numerosi rapporti dell’Istituto — tuttavia spingono molti commentatori a dire o scrivere che «le pensioni costano allo Stato più di 90 miliardi l’anno». Questa scorrettezza influisce negativamente anche sulle statistiche internazionali, poiché in ogni altro paese Ue le suddette spese sono imputate a voci quali “sostegno alla famiglia” o “esclusione sociale”. Al proposito cito da un bel rapporto del giugno 2014 curato dal centro studi Itinerari previdenziali su Il bilancio del sistema previdenziale italiano: «Sarebbe forse il momento per chi fornisce dati a Eurostat di far sì che la corretta classificazione delle spese pensionistiche consenta di evitare al nostro Paese lo stigma di una bassa posizione nelle classifiche Ocse e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, della esclusione sociale e della casa mentre appare lo Stato che spende moltissimo per pensioni» (pag. 60). Mi pare che sarebbe un bel compito per il nuovo presidente Inps affrontare tale impegno. Non da ultimo perché i nostri saggi commentatori desumono dalle statistiche Ocse e Eurostat che il nostro sistema pensionistico assorbe una quota eccezionalmente elevata sul Pil. Tuttavia, più importante ancora sarebbe un suo intervento sul governo affinché rispolveri una proposta di legge di almeno vent’anni fa che prevedeva la separazione delle gestioni assistenziali dall’Inps, così da allineare la situazione italiana a quella internazionale.
Richiamo infine la sua attenzione su un punto cruciale rilevato già tempo addietro da un noto esperto del sistema previdenziale, il professor Pizzuti dell’Università di Roma, e però ignorato in genere da chi esprime giudizi sulle pensioni. Il punto è che i pensionati italiani pagano l’Irpef al pari di ogni altro contribuente. Qualche anno fa il professor Pizzuti stimava che l’Irpef versata dai pensionati ammontasse a circa 48 miliardi, ossia tre punti di Pil. Al presente saranno forse qualcosa di meno, causa la crisi, ma fossero anche scesi a 45 ciò significherebbe comunque che i pensionati anche nel 2014 hanno fornito allo Stato i soldi per pagare le anticipazioni che ha versato all’Inps per tappare i buchi di varie gestioni previdenziali (21 miliardi), e inoltre hanno contribuito con 24 miliardi al derelitto bilancio pubblico. Per cui, prima di bastonarli come si usa da tanti proporre, bisognerebbe considerare la loro reale posizione economica, e soprattutto usare in modo corretto e completo i dati del sistema previdenziale. Mi auguro, signor presidente, che ella sia disponibile a operare in tal senso.
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18/05/2015
Sulle pensioni si gioca lurido. Tutti i giorni
E' forse l'argomento su cui la menzogna viene spesa con più disinvoltura. Sia dall'impagabile pseudo-premier di Pontassieve, che da parte della "stampa specializzata" in questioni economico-finanziarie. E' un gioco facile, perché la materia è davvero complessa, e ben pochi riescono a districarsi nella gran molte di dati e leggi.
Renzi ha voluto provare, sul tema, a sfidare il buon senso di tutti gli italiani, a cominciare dai giornalisti. In una dei diecimila comizietti volanti con cui occupa tutti i media tutti i giorni (il mistero è dove trovi il tempo di governare, ossia leggere dossier e farsi un'idea informata di quel che il governo decide; probabilmente non lo fa, e il governo vero è esercitato da altri) è riuscito a infilare una perla davvero notevole: "Nessun pensionato perderà un centesimo. Ma ora scriveremo una nuova norma che metterà in tasca il primo agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati".
Il riferimento è l'ormai nota sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il blocco dell'indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.486 euro lordi, circa 1.200 euro netti al mese). Sulla stampa nazionale, e anche su questo giornale, si era provato a fare due conti, arrivando a quantificare in cifre piuttosto consistenti il rimborso dovuto - dovuto - relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014, con un effetto "trascinamento" sulla consistenza attuale degli assegni pensionistici. Come minimo, da 2.000 euro in su. Ora, anche un asino in aritmetica elementare dovrebbe capire che se il governo restituisce 500 euro una tantum - invece di (almeno) 2.000, e senza neanche contare l'aumento derivante dal recupero dell'indicizzazione, tu stai togliendo (almeno) 1.500 euro a ognuno di quei quattro milioni di pensionati. Molto più di un centesimo, no?
Ci fosse stato un giornalista mainstream che l'abbia fatto notare... Tutti a ripetere a pappagallo stupido la frasetta di Renzi come se fosse un grande regalo ai pensionati, invece che - come è - un furto che disattende una sentenza della Consulta.
Al contrario, IlSole24Ore di oggi ricomincia con la solita storia del bilancio Inps in passivo, per il quarto anno consecutivo, dandone la colpa alle pensioni pubbliche e, pudicamente, alle "gestioni speciali". Un modo di non nominare le pensioni d'oro dei dirigenti d'azienda (i "manager", insomma), la cui cassa previdenziale privata è andata molti anni fa in fallimento (straordinari questi "manager"; non sanno gestire nemmeno se stessi); da allora i ricchi assegni mensili vengono pagati dall'Inps, naturalmente senza che ci siano versamenti contributivi adeguati a coprire questa spesa.
Sulle pensioni dei dipendenti pubblici il gioco è ancora più lurido, nel solco del nuovo ordine di scuderia. L'Inps, prima di assorbire l'Inpdap (con decreto del governo Monti-Fornero) e le "gestioni speciali", era assolutamente in attivo. Perché si è venuto a creare un buco? Per una banale questione di convenzione contabile. Gli accantonamenti per il Tfs (l'equivalente del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato) non venivano effettuati, anno dopo anno, perché - era il ragionamento - "tanto è sempre lo Stato che paga la liquidazione finale, quindi è inutile accantonare qualcosa che resta comunque nel bilancio pubblico". Insomma, una partita di giro di cui non valeva la pena di occuparsi.
Al momento della fusione tra i due istituti di previdenza, però, quel vuoto che nessuno aveva ritenuto necessario riempire anno dopo anno si è "materializzato" nei conti Inps come un ammanco grandioso.
Invece di presentarlo per quel che è - l'effetto perverso di una privatizzazione strisciante del sistema previdenziale pubblico - la stampa mainstream preferisce suonare la grancassa delle "pensioni pubbliche" che causerebbero "buchi".
Un gioco lurido, quasi quanto quello del premier che "hanno messo lì".
Ultim'ora. Non era vero neanche quello annunciato soltanto ieri ("daremo 500 euro di rimborso ai pensionati" interessati dalla sentenza della Consulta).
La "promessa" (peraltro incostituzionale anch'essa) è stata rimodulata in questo altro modo: «Il tesoretto, ebbene, c’era - ha detto il premier - e lo utilizziamo per le pensioni. Sono 2.180 milioni di euro. Andranno a 3,7 milioni di pensionati che riceveranno il primo di agosto un simpatico bonus, il bonus Poletti». Per esempio: «Se prendi 1700 lordi di pensioni, avrai 750 euro. Se prendi 2000 avrai 450 euro, se prendi 2700 lordi avrai 278 euro, una tantum». «650mila pensionati, quelli sopra i 3200 euro lordi. Non riceveranno alcunché».
Forse, bisognerà vedere, se non cambiano idea ancora. Ma di rispettare una sentenza, non se ne parla...
Fonte
Renzi ha voluto provare, sul tema, a sfidare il buon senso di tutti gli italiani, a cominciare dai giornalisti. In una dei diecimila comizietti volanti con cui occupa tutti i media tutti i giorni (il mistero è dove trovi il tempo di governare, ossia leggere dossier e farsi un'idea informata di quel che il governo decide; probabilmente non lo fa, e il governo vero è esercitato da altri) è riuscito a infilare una perla davvero notevole: "Nessun pensionato perderà un centesimo. Ma ora scriveremo una nuova norma che metterà in tasca il primo agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati".
Il riferimento è l'ormai nota sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il blocco dell'indicizzazione alle pensioni superiori a tre volte il minimo (1.486 euro lordi, circa 1.200 euro netti al mese). Sulla stampa nazionale, e anche su questo giornale, si era provato a fare due conti, arrivando a quantificare in cifre piuttosto consistenti il rimborso dovuto - dovuto - relativamente agli anni 2012, 2013 e 2014, con un effetto "trascinamento" sulla consistenza attuale degli assegni pensionistici. Come minimo, da 2.000 euro in su. Ora, anche un asino in aritmetica elementare dovrebbe capire che se il governo restituisce 500 euro una tantum - invece di (almeno) 2.000, e senza neanche contare l'aumento derivante dal recupero dell'indicizzazione, tu stai togliendo (almeno) 1.500 euro a ognuno di quei quattro milioni di pensionati. Molto più di un centesimo, no?
Ci fosse stato un giornalista mainstream che l'abbia fatto notare... Tutti a ripetere a pappagallo stupido la frasetta di Renzi come se fosse un grande regalo ai pensionati, invece che - come è - un furto che disattende una sentenza della Consulta.
Al contrario, IlSole24Ore di oggi ricomincia con la solita storia del bilancio Inps in passivo, per il quarto anno consecutivo, dandone la colpa alle pensioni pubbliche e, pudicamente, alle "gestioni speciali". Un modo di non nominare le pensioni d'oro dei dirigenti d'azienda (i "manager", insomma), la cui cassa previdenziale privata è andata molti anni fa in fallimento (straordinari questi "manager"; non sanno gestire nemmeno se stessi); da allora i ricchi assegni mensili vengono pagati dall'Inps, naturalmente senza che ci siano versamenti contributivi adeguati a coprire questa spesa.
Sulle pensioni dei dipendenti pubblici il gioco è ancora più lurido, nel solco del nuovo ordine di scuderia. L'Inps, prima di assorbire l'Inpdap (con decreto del governo Monti-Fornero) e le "gestioni speciali", era assolutamente in attivo. Perché si è venuto a creare un buco? Per una banale questione di convenzione contabile. Gli accantonamenti per il Tfs (l'equivalente del Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato) non venivano effettuati, anno dopo anno, perché - era il ragionamento - "tanto è sempre lo Stato che paga la liquidazione finale, quindi è inutile accantonare qualcosa che resta comunque nel bilancio pubblico". Insomma, una partita di giro di cui non valeva la pena di occuparsi.
Al momento della fusione tra i due istituti di previdenza, però, quel vuoto che nessuno aveva ritenuto necessario riempire anno dopo anno si è "materializzato" nei conti Inps come un ammanco grandioso.
Invece di presentarlo per quel che è - l'effetto perverso di una privatizzazione strisciante del sistema previdenziale pubblico - la stampa mainstream preferisce suonare la grancassa delle "pensioni pubbliche" che causerebbero "buchi".
Un gioco lurido, quasi quanto quello del premier che "hanno messo lì".
Ultim'ora. Non era vero neanche quello annunciato soltanto ieri ("daremo 500 euro di rimborso ai pensionati" interessati dalla sentenza della Consulta).
La "promessa" (peraltro incostituzionale anch'essa) è stata rimodulata in questo altro modo: «Il tesoretto, ebbene, c’era - ha detto il premier - e lo utilizziamo per le pensioni. Sono 2.180 milioni di euro. Andranno a 3,7 milioni di pensionati che riceveranno il primo di agosto un simpatico bonus, il bonus Poletti». Per esempio: «Se prendi 1700 lordi di pensioni, avrai 750 euro. Se prendi 2000 avrai 450 euro, se prendi 2700 lordi avrai 278 euro, una tantum». «650mila pensionati, quelli sopra i 3200 euro lordi. Non riceveranno alcunché».
Forse, bisognerà vedere, se non cambiano idea ancora. Ma di rispettare una sentenza, non se ne parla...
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01/11/2014
Il governo: evasore contributivo, truffatore, strozzino
Ciclicamente i giornali, le televisioni, i soliti professori universitari nonché il noto politico di turno ci ricordano (citando i dati europei piuttosto che l’OCSE, organizzazioni che hanno fatto fallire mezzo mondo) che il sistema previdenziale italiano sarebbe sull’orlo del collasso.
Tra i pensionati scatta il terrore che la loro pensione non sarà più pagata e tra i giovani l’idea che non l'avranno mai.
Come sempre la disinformazione è la cifra di questa dittatura mediatica che acconsente il passaggio delle sole notizie che fanno comodo e quando non sono utili o si ignorano o si falsificano.
E’ il caso dell’INPS.
Grande enfasi è stata data alla notizia che la grande INPS, che oggi unifica il sistema previdenziale del lavoro pubblico con quello privato, ha un bilancio in deficit di quasi 10 miliardi di euro.
Assolutamente vero, peccato che i pennivendoli dei grandi mezzi di comunicazione omettano di dire quali sono le cause di questo deficit, informando che il responsabile è lo Stato che per decenni, nel ruolo di datore di lavoro, non ha mai versato i contributi dei propri dipendenti.
Ma lo Stato evasore è anche Stato usuraio. Come Totò che truffando il bottegaio si riprendeva sia il danaro del pagamento sia l’ipotetico resto, il governo italiano, che è debitore moroso verso la cassa previdenziale in qualità di datore di lavoro, si ripresenta come fisco offrendosi di prestare soldi all’INPAD creando nel bilancio di questo istituto un debito verso lo Stato. Mazziati e cornuti! Mitico. Da un lato evasore e dall’altro strozzino.
Vediamo con ordine e documentiamo quanto detto.
Il Governo italiano per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato non ha mai versato una lira di contributo previdenziale a nessun fondo sino al 1 gennaio 1996.
Nello stesso tempo però incassava in entrata i contributi dei lavoratori.
Sino a questa data comunque pagava direttamente le pensioni e il sistema era in equilibrio.
Dal 1996 è stato creato presso l’INPDAP il fondo per i dipendenti dello Stato (CTPS) quindi da questa data lo Stato paga i contributi come ogni altra azienda. Ma per il pregresso? Nulla. Infatti, non è previsto alcun trasferimento del capitale contributivo che lo Stato avrebbe dovuto accantonare come ha fatto ogni altro datore di lavoro. Contemporaneamente però all’INPDAP è imposto di pagare le pensioni anche per i soggetti ai quali lo Stato non ha versato una lira di contributi previdenziali. La truffa si è poi conclusa quando con legge finanziaria del 2008 si esclude ufficialmente ogni apporto finanziario da parte dello Stato alla cassa delle pensioni statali. E se non paga il datore di lavoro “evasore”, chi paga? “Pantalone” ovviamente, ovvero i lavoratori dipendenti del settore privato. Perché lo Stato che da una parte è evasore e non ci pensa nemmeno a saldare il proprio debito, dall’altro è “strozzino” e si offre di prestare soldi all’INPDAP. Questi prestiti a strozzinaggio eufemisticamente vengono chiamate “anticipazione”. Per capire la dimensioni di questa truffa si tenga presente che il “prestito” è passato da 5,6 miliardi di euro del 2009 a 8,4 miliardi di euro del 2011. Si ascolti bene: quando il governo Monti impone il passaggio dell’INPDAP all’INPS il montante dei cosiddetti prestiti all’INPDAP della Stato “evasore e strozzino” ammontavano a ben 25 miliardi.
Questo fardello è la causa del disavanzo patrimoniale INPDAP , iscritto nel bilancio di chiusura della cassa dei pubblici dipendenti che in questo modo viene scaricata sull’INPS senza menzionar il debito dello Stato.
Ma udite, udite, con il gioco delle tre carte dove vince sempre il baro, il Governo con la legge di stabilità 2012 del governo Monti, istituisce con oneri a carico della fiscalità generale “la Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno della gestione previdenziale” (GIAS) chiamata a pagare una parte delle pensioni dei pubblici dipendenti.
Quindi il proprio debito, prima l’ha scaricato sui lavoratori, poi quando è diventato enorme, l’ha trasferito sulla collettività mettendolo nella voce “assistenza”, togliendolo dalle spese correnti del personale, facendo quindi un falso in bilancio perché i contributi sono dovuti e non carità. Iscrivendo il proprio debito nel capitolo assistenza si tolgono risorse ai veri interventi assistenziali quali ad esempio disoccupazione e sostegno al reddito per le fasce deboli della popolazione. Nel contempo si trasferisce un pesante disavanzo finanziario di quasi 10 miliardi all’incolpevole INPS. Una scelta politica che però aiuta a supportare, di fronte all’opinione pubblica, i tagli alle pensioni ed avviare la privatizzazione del sistema previdenziale.
Potremmo chiudere qui. Ma nella speranza che un giorno la pena per questi governanti truffaldini possa essere più pesante possibile, ricordiamo l’altra parte di questa grande truffa attuata dai vari Governi contro i lavoratori e le lavoratrici che anno accantonato i propri risparmi al fine di avere la pensione a sostegno della vecchiaia. E’ bene ricordare che il fondo pensioni del lavoro dipendente non produce nessun disavanzo grazie al versamento dei propri contributi, al contrario dei deficit dei fondi pensioni dei dirigenti, del clero e dei lavoratori autonomi di cui nessuno parla.
Ovviamente nei decenni passati l’INPS ha investito molte delle proprie risorse economiche accantonate acquistando immobili. Perché l’INPS non specula in borsa come i fondi previdenziali integrativi gestiti da CGIL CISL e UIL.
Cosa è successo nei decenni scorsi e si ripeterà nei prossimi mesi? Che i Governi, cioè gli stessi che blaterano di libero mercato e si dicono preoccupati del deficit dell’INPS, espropriano i lavoratori e le lavoratrici del patrimonio immobiliare di loro proprietà, (acquistati con i contributi trattenuti dalle busta paga) per ripianare il debito dello Stato.
Ma provate a immaginare cosa accadrebbe se lo Stato si appropriasse delle proprietà immobiliare delle Assicurazioni o delle Banche? Si parlerebbe di bolscevichi. Se invece si rubano ricchezze ai lavoratori, beh che dire… è la crisi.
Ricapitolando. Da un lato lo Stato non paga i contributi per i propri dipendenti, poi presta i soldi all’INPDAP, quindi espropria le case di proprietà dell’ente previdenziale per pagare il proprio debito pubblico, mettendo in crisi l’INPS.
Oggi siamo di nuovo all’ennesimo furto. La Legge di Stabilità 27 dicembre 2013, n. 147 ha stabilito un programma straordinario di cessioni di immobili pubblici.
Le unità immobiliari dell’Inps sono 25.440 per un valore di circa 2,4 miliardi di Euro. Difendiamole, sono soldi nostri.
Svegliamoci contro questi governi che non pagano i loro debiti e che rubano i nostri soldi accantonati per pagarci le pensioni. Mentre “loro”, con le nostre tasse, si pagano vitalizi senza badare a spese.
Fonte
Tra i pensionati scatta il terrore che la loro pensione non sarà più pagata e tra i giovani l’idea che non l'avranno mai.
Come sempre la disinformazione è la cifra di questa dittatura mediatica che acconsente il passaggio delle sole notizie che fanno comodo e quando non sono utili o si ignorano o si falsificano.
E’ il caso dell’INPS.
Grande enfasi è stata data alla notizia che la grande INPS, che oggi unifica il sistema previdenziale del lavoro pubblico con quello privato, ha un bilancio in deficit di quasi 10 miliardi di euro.
Assolutamente vero, peccato che i pennivendoli dei grandi mezzi di comunicazione omettano di dire quali sono le cause di questo deficit, informando che il responsabile è lo Stato che per decenni, nel ruolo di datore di lavoro, non ha mai versato i contributi dei propri dipendenti.
Ma lo Stato evasore è anche Stato usuraio. Come Totò che truffando il bottegaio si riprendeva sia il danaro del pagamento sia l’ipotetico resto, il governo italiano, che è debitore moroso verso la cassa previdenziale in qualità di datore di lavoro, si ripresenta come fisco offrendosi di prestare soldi all’INPAD creando nel bilancio di questo istituto un debito verso lo Stato. Mazziati e cornuti! Mitico. Da un lato evasore e dall’altro strozzino.
Vediamo con ordine e documentiamo quanto detto.
Il Governo italiano per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato non ha mai versato una lira di contributo previdenziale a nessun fondo sino al 1 gennaio 1996.
Nello stesso tempo però incassava in entrata i contributi dei lavoratori.
Sino a questa data comunque pagava direttamente le pensioni e il sistema era in equilibrio.
Dal 1996 è stato creato presso l’INPDAP il fondo per i dipendenti dello Stato (CTPS) quindi da questa data lo Stato paga i contributi come ogni altra azienda. Ma per il pregresso? Nulla. Infatti, non è previsto alcun trasferimento del capitale contributivo che lo Stato avrebbe dovuto accantonare come ha fatto ogni altro datore di lavoro. Contemporaneamente però all’INPDAP è imposto di pagare le pensioni anche per i soggetti ai quali lo Stato non ha versato una lira di contributi previdenziali. La truffa si è poi conclusa quando con legge finanziaria del 2008 si esclude ufficialmente ogni apporto finanziario da parte dello Stato alla cassa delle pensioni statali. E se non paga il datore di lavoro “evasore”, chi paga? “Pantalone” ovviamente, ovvero i lavoratori dipendenti del settore privato. Perché lo Stato che da una parte è evasore e non ci pensa nemmeno a saldare il proprio debito, dall’altro è “strozzino” e si offre di prestare soldi all’INPDAP. Questi prestiti a strozzinaggio eufemisticamente vengono chiamate “anticipazione”. Per capire la dimensioni di questa truffa si tenga presente che il “prestito” è passato da 5,6 miliardi di euro del 2009 a 8,4 miliardi di euro del 2011. Si ascolti bene: quando il governo Monti impone il passaggio dell’INPDAP all’INPS il montante dei cosiddetti prestiti all’INPDAP della Stato “evasore e strozzino” ammontavano a ben 25 miliardi.
Questo fardello è la causa del disavanzo patrimoniale INPDAP , iscritto nel bilancio di chiusura della cassa dei pubblici dipendenti che in questo modo viene scaricata sull’INPS senza menzionar il debito dello Stato.
Ma udite, udite, con il gioco delle tre carte dove vince sempre il baro, il Governo con la legge di stabilità 2012 del governo Monti, istituisce con oneri a carico della fiscalità generale “la Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno della gestione previdenziale” (GIAS) chiamata a pagare una parte delle pensioni dei pubblici dipendenti.
Quindi il proprio debito, prima l’ha scaricato sui lavoratori, poi quando è diventato enorme, l’ha trasferito sulla collettività mettendolo nella voce “assistenza”, togliendolo dalle spese correnti del personale, facendo quindi un falso in bilancio perché i contributi sono dovuti e non carità. Iscrivendo il proprio debito nel capitolo assistenza si tolgono risorse ai veri interventi assistenziali quali ad esempio disoccupazione e sostegno al reddito per le fasce deboli della popolazione. Nel contempo si trasferisce un pesante disavanzo finanziario di quasi 10 miliardi all’incolpevole INPS. Una scelta politica che però aiuta a supportare, di fronte all’opinione pubblica, i tagli alle pensioni ed avviare la privatizzazione del sistema previdenziale.
Potremmo chiudere qui. Ma nella speranza che un giorno la pena per questi governanti truffaldini possa essere più pesante possibile, ricordiamo l’altra parte di questa grande truffa attuata dai vari Governi contro i lavoratori e le lavoratrici che anno accantonato i propri risparmi al fine di avere la pensione a sostegno della vecchiaia. E’ bene ricordare che il fondo pensioni del lavoro dipendente non produce nessun disavanzo grazie al versamento dei propri contributi, al contrario dei deficit dei fondi pensioni dei dirigenti, del clero e dei lavoratori autonomi di cui nessuno parla.
Ovviamente nei decenni passati l’INPS ha investito molte delle proprie risorse economiche accantonate acquistando immobili. Perché l’INPS non specula in borsa come i fondi previdenziali integrativi gestiti da CGIL CISL e UIL.
Cosa è successo nei decenni scorsi e si ripeterà nei prossimi mesi? Che i Governi, cioè gli stessi che blaterano di libero mercato e si dicono preoccupati del deficit dell’INPS, espropriano i lavoratori e le lavoratrici del patrimonio immobiliare di loro proprietà, (acquistati con i contributi trattenuti dalle busta paga) per ripianare il debito dello Stato.
Ma provate a immaginare cosa accadrebbe se lo Stato si appropriasse delle proprietà immobiliare delle Assicurazioni o delle Banche? Si parlerebbe di bolscevichi. Se invece si rubano ricchezze ai lavoratori, beh che dire… è la crisi.
Ricapitolando. Da un lato lo Stato non paga i contributi per i propri dipendenti, poi presta i soldi all’INPDAP, quindi espropria le case di proprietà dell’ente previdenziale per pagare il proprio debito pubblico, mettendo in crisi l’INPS.
Oggi siamo di nuovo all’ennesimo furto. La Legge di Stabilità 27 dicembre 2013, n. 147 ha stabilito un programma straordinario di cessioni di immobili pubblici.
Le unità immobiliari dell’Inps sono 25.440 per un valore di circa 2,4 miliardi di Euro. Difendiamole, sono soldi nostri.
Svegliamoci contro questi governi che non pagano i loro debiti e che rubano i nostri soldi accantonati per pagarci le pensioni. Mentre “loro”, con le nostre tasse, si pagano vitalizi senza badare a spese.
Fonte
24/03/2014
Adesso è ufficiale: con i contributi delle pensioni si paga il deficit dello Stato
Da un po’ di tempo conduco una battaglia, in splendida solitudine, per denunciare che il sistema previdenziale gestito dall’INPS è in ottima salute.
Il sistema previdenziale non è assolutamente sull’orlo del fallimento, come spesso affermato dai mezzi di dis”informazione”, in quanto i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, sino ad ora, si sono pagati abbondantemente, con i contributi, le proprie pensioni. I contributi non sono tasse, come vengono definiti nelle statistiche giornalistiche, ma salario differito che viene accantonato oggi per essere riscosso domani all’interno di un sistema solidaristico.
Da tempo cerco di denunciare che lo Stato non mette un euro nel sistema previdenziale del lavoro dipendente privato (sul lavoro pubblico più avanti spiegherò la grande truffa fatta ai danni dell’INPDAP).
Oggi però posso riportare una testimonianza al di sopra di ogni sospetto. Quanto scritto dal neo commissario straordinario dell’INPS Vittorio Conti nel documento consegnato in questi giorni alla commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali, rappresenta la prova della malafede, della ipocrisia, della complicità criminale di quanti parlano di deficit della previdenza pubblica, di sistema al collasso etc. etc. etc. Riporto testualmente la dichiarazione.
“L'attuazione delle norme sulla spending review, previste a partire dal 2012, e quindi il conseguimento di obiettivi di riduzione delle spese di funzionamento pari a 515,7 milioni di euro strutturali da riversare annualmente in entrata al bilancio dello Stato”.
La parola magica è “da riversare in entrata", che rende noto a tutti (anche a quelli che non vogliono sapere) che è l’INPS a dare ogni anno danaro allo Stato, attraverso i contributi dei lavoratori e delle lavoratrici. E non “due euro”, ma mezzo miliardo di euro!
Tanto per non farci mancare nulla, ricordo la prima riga della Relazione del Direttore generale, nel rendiconto generale dell’INPS nel 2011.
"Il bilancio consuntivo dell’anno 2011 del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) presenta un risultato di esercizio (ndr. un avanzo) di 469 mln.”
Eppure ogni volta che si parla di INPS si parla di deficit, di fallimento, di buco nei bilanci.
Che questa campagna sia condotta da chi vuole privatizzare il sistema previdenziale, per trasferire i 150 miliardi di euro che ogni anno i lavoratori e le lavoratrici accantonano per la propria pensione pubblica nella roulette russa delle pensioni private gestite dalle assicurazioni o nei fondi di CGIL CISL UIL è comprensibile.
Incomprensibile invece è che nessuno di coloro che a parole afferma di voler difendere le pensioni dei lavoratori o delle lavoratrici non faccia mai una campagna di informazione su questi temi.
Ancora più incomprensibile che i diretti interessati (i veri proprietari dell’INPS, cioè i lavoratori e le lavoratrici) si facciano turlupinare e siano completamenti silenti.
Ma perché è così facile indignarsi per i vitalizi dei parlamentari, ma non si muove un dito contro il furto delle nostre pensioni?
Anche questa è una ulteriore prova della egemonia culturale che pervade il mondo del lavoro.
Infine due parole sul “deficit INPDAP”. Guardando il bilancio relativo al lavoro pubblico ciò sembrerebbe confermato dalle cifre. Peccato che vi sia un piccolo particolare: lo Stato è stato un evasore contributivo dal 1945 sino alla fine degli anni ’90. Nel bilancio dell’INPDAP mancano 45 anni di versamenti contributivi dei dipendenti statali. Ed ora si vorrebbe farli pagare al lavoro privato.
Scendere in piazza per la propria pensione, giovani e anziani uniti nella lotta è un obiettivo prioritario. Se non ora quando?
Marzo 2014
PS: per chi vuole un approfondimento su questo tema rimando a questo articolo dove vi è l’analisi del bilancio INPS del 2011.
di Maurizio Scarpa ex vicepresidente del Direttivo Nazionale Cgil, ora nell'Usb.
Fonte
04/02/2014
Cambio all'Inps, chi lavora per la demolizione
Quando i giornali padronali iniziano a parlare di conti della previdenza, di bilancio dell'Inps, di dissesto dell'Inpdap, è bene prepararsi a un nuovo attacco devastante al sistema pensionistico. Il ragionamento che fanno è semplice: c'è un divario incolmabile tra contributi versati e prestazioni assicurate, ergo il sistema non tiene e non può tenere. A meno che, come avviene ogni anno, lo sbilancio non venga coperto dalla fiscalità generale, ovvero con una quota delle tasse dei cittadini.
Anche l'obiettivo è semplice: bisogna perciò ridurre le prestazioni, ovvero numero ed entità degli assegni pensionistici emessi.
Per semplificare, però, bisogna dimenticare molte cose (il "taglio" alla memoria è quello che costa meno; il singolo giornalista ci può persino guadagnare qualcosa). Specie se, dall'altro lato, Confindustria e la politica al suo servizio continuano a lavorare su una "riduzione del cuneo fiscale" dal lato delle imprese. Ovvero: a ridurre ulteriormente le entrate contributive dell'Inps. Ovvero ancora: ad aprire altre voragini nei conti previdenziali. Qui la logica viene velocemente messa in soffitta. Se si vogliono ridurre le entrate mentre si chiede già di ridurre le uscite, il risultato è chiaro: si prefigura un sistema futuro in cui le pensioni - quelle "pubbliche", per cui sia noi lavoratori che le imprese versiamo mensilmente dei contributi - dovranno essere poco più di una mancia.
Sul piano della propaganda l'occasione è ghiotta: le dimissioni del "mutlipoltrone" Mastrapasqua consente di mettere insieme "il rosso" dei conti e le "furbizie" del presidente uscito, come se le prime fossero spiegabili con le seconde. Naturalmente, bisogna dimenticare che Mastrapasqua è stato per alcuni anni "l'eroe" per antonomasia di quanti pretendevano la demolizione della previdenza pubblica. I tagli avvenuti sotto la sua gestione, aggravata dal blocco del turnover e da un uso smodato della precarietà contrattuale, sono di dimensioni bibliche.
Altre dimenticanze? Beh, c'è il caso scandaloso della "Cassa di previdenza dei dirigenti di azienda", un ente privato fallito a causa degli assegni pensionistici principeschi che i dirigenti di azienda si erano assegnati - diventati poi "diritto acquisito" - e anche dei "contributi minimi" che avevano versato mentre erano al lavoro. Questo ente privato, dopo il fallimento, è stato accorpato all'Inps, naturalmente con tutti i suoi debiti e senza diminuire di un centesimo gli assegni per i manager finiti a riposo (sappiamo però che i manager amano il "lavoro multiplo", e anche quando sono in pensione continuano ad occupare poltrone nei consigli di amministrazione, sia privati che pubblici). In pratica, alla fine della fiera: siamo noi che paghiamo la pensione d'oro a manager incapaci di gestirsi da soli la propria previdenza, ma ancora pienamente occupati a far danni.
Altra dimenticanza-chiave. Il dissesto dell'Inpdap, ex ente che curava la previdenza dei dipendenti pubblici, è un classico caso di "contabilità di giro". Mentre le società private (e i relativi dipendenti) versano mensilmente i contributi previdenziali e il Tfr all'Inps, lo Stato non faceva altrettanto né per i contributi né per il "trattamento di fine servizio" (la "liquidazione"). Il motivo era anche logico: era lo stato a battere moneta, quindi sarebbe stato lo Stato stesso a regolarizzare la posizione al momento dell'uscita dal lavoro. Inutile star lì tutti i mesi a metter denaro in una cassa "virtuale", tanto valeva fare i conti alla fine.
Con "l'accorpamento" dell'Inpdap all'Inps, però, c'è stato un trasferimento delle sole competenze (e del personale), ma non una copertura delle risorse mancanti. Ergo: l'Inps - che aveva i conti a posto - si è ritrovata a dover calcolare "perdite" per trasferimenti non effettuati da quello stesso Stato che poi, ogni anno, deve ripianarle. Potremmo anche dire che è "un buco" inesistente, se non fosse che nel frattempo - con l'adozione dell'euro e dei suoi molti vincoli - lo Stato non batte più moneta e deve invece chiedere prestiti "sui mercati". Pagandoci anche gli interessi. Miracoli del neoliberismo imperante...
Ma la propaganda ha bisogno di nascondere la realtà inventandosene una di comodo. E qui arriva il titolista de IlSole24Ore, che indica i due soggetti che pagheranno il conto per tutti: "i ggiovani" (e ci mancherebbe) e "lo Stato". Evidente pure l'obiettivo: giocare l'ennesima contrapposizione "generazionale" per fregare contemporanemente i giovani veri, i loro padri al lavoro e i nonni in pensione.
L'Inps perde 10 miliardi all'anno. I giovani e lo Stato copriranno il buco per pagare le pensioni. Ecco come
di Fabio Pavesi
Le dimissioni di Antonio Mastrapasqua e le perdite che per il secondo anno consecutivo toccheranno i 10 miliardi nei conti dell'Inps mettono in allarme gli italiani. Sia i lavoratori in attività che gli attuali pensionati. Se l'Inps, come stimano le previsioni del Civ, il Comitato di indirizzo e vigilanza dell'ente pubblico, produrrà perdite miliardiarie anche quest'anno e nel 2015, che fine faranno i pagamenti delle pensioni? Domanda legittima, che impone qualche risposta.
Le pensioni non sono a rischio per il semplice fatto che le perdite di bilancio e i buchi provocati dal divario sempre più aperto tra i contributi versati (le entrate) e le prestazioni erogate (le uscite) verranno coperte dall'aumento dei trasferimenti da parte dello Stato. L'Inps, per capirci, non può fallire. E lo sbilancio nei suoi conti verrà pagato dalla fiscalità generale, cioè dai contribuenti italiani. In realtà è già accaduto. Nel 2013 infatti i trasferimenti dello Stato all'Inps hanno toccato i 112,5 miliardi. Sette miliardi secchi in più (+6,6%) rispetto ai 105,6 miliardi che è costata la bolletta pubblica per coprire lo squilibrio tra entrate contributive e prestazioni erogate dall'ente pensionistico italiano.
39 miliardi in più dal 2008
Un'escalation inarrestabile, da tempo. Basti pensare che nel 2008, prima della "Grande crisi", erano sufficienti 73 miliardi di trasferimenti dal bilancio dello Stato per coprire i disavanzi. Negli ultimi 5 anni, dal 2008 al 2013, l'esborso è aumentato di ben 39 miliardi cioè il 53% in più. Un aumento monstre, pari all'8% cumulato annuo. E questo in tempi di inflazione ai minimi storici e di profonda flessione del Pil.
Il dramma è che, secondo le stime del ministero dell'Economia (Mef) , la spesa non conoscerà soste neanche nei prossimi anni.
Altri 10 miliardi al 2016
La nota tecnica del Mef prevede una mole di trasferimenti pubblici (dallo Stato) alla previdenza che non smetterà di salire. Per il 2014 le stime parlano di 119 miliardi che saliranno a 122 miliardi a fine 2016. Rallenta il passo di marcia, rispetto agli ultimi 5 anni, ma non c'è capitolo di spesa pubblica che aumenti a questi ritmi.
Il tema di fondo è che non si attenua il forte disavanzo tra le entrate (cioè i contributi versati da imprese e lavoratori) e le uscite per pensioni e assistenza dalle casse dell'Inps, ora che ha incorporato anche l'Inpdap (il dissestato ente dei dipendenti pubblici). E dato che le pensioni vanno pagate e che l'Inps non può fallire, il buco tra entrate e uscite lo deve sanare per forza lo Stato. Basti pensare che nel 2012 le entrate da contributi si sono fermate a 208 miliardi, mentre le uscite per le prestazioni sono state di 295 miliardi.
Ecco qui il profondo divario che non consente oggi al sistema della previdenza di autofinanziarsi. Certo, gran parte di questo buco deriva dall'assistenza. Sono le pensioni sociali, le indennità varie, le reversibilità ai superstiti. Ma anche le invalidità civili, che da sole costano allo Stato oltre 17 miliardi. Tutte prestazioni che non hanno alle spalle contribuzioni versate e quindi del tutto a carico del bilancio pubblico.
I contributi non bastano a fronteggiare le spese
L'assistenza costa da sola 72 miliardi. Ma la verità è che anche le gestioni previdenziali soffrono disavanzi strutturali. L'ex Inpdap da sola perde ogni anno, da tempi lontani, quasi 9 miliardi. È lo sbilancio tra contributi, erosi oggi dal blocco del turn over, e pensioni che tendono a salire. Rispetto alle pensioni dei lavoratori privati, poi, la media dei trattamenti pubblici è più alta di un 30%. Ovvio che in queste condizioni lo squilibrio si aggraverà. L'ex Inpdap non è un caso isolato. Quasi tutte le gestioni previdenziali sono infatti in pesante squilibrio sull'autofinanziamento.
I contributi versati non bastano a fronteggiare le spese (crescenti) per le pensioni. Sono gli effetti che dureranno a lungo, non solo della crisi, ma anche dell'onerosissimo sistema di calcolo retributivo. Che avvantaggia chiè andato in pensione negli anni scorsi e che incassa prestazioni previdenziali ben più alte rispetto ai contributi versati durante la vita lavorativa.
Divari tra contributi e prestazioni strutturali in quasi tutte le gestioni
L'Inpdap, l'ex gestione dei dipendenti pubblici, da sola porta nel 2013 nei conti dell'Inps una perdita per 8,85 miliardi e un deficit patrimoniale monstre di 26 miliardi. L'ex Inpdap è solo la punta dell'iceberg. Tutte le gestioni previdenziali sono in profondo rosso da tempo con l'unica esclusione dei parasubordinati. Partite Iva, professionisti e co.co.co versano solo contributi senza uscite previdenziali. L'utile di 8,5 miliardi della gestione dei giovani viene del tutto eroso dal profondo rosso delle altre gestioni.
Ecco le gestioni in rosso
Gli agricoltori vantano, per così dire, una perdita per 5,4 miliardi; gli artigiani per 5,9 miliardi; i dirigenti d'azienda (ex Inpdai) sono in rosso per 3,8 miliardi. Così come in perdita cronica per più di un miliardo ciascuno sono il fondo trasporti e il fondo telefonici, mentre il fondo elettrici chiuderà il 2013 con perdite per 1,9 miliardi. Il dato drammatico è che le perdite non sono episodiche. Il trend negativo è in atto da anni.
Pesa la crisi che erode i contributi, ma pesa soprattutto nello sbilancio entrate/uscite l'aumento costante delle nuove pensioni e il calcolo retributivo che tiene alta la forbice, e lo farà ancora per anni, tra contributi effettivamente versati e pensioni pari al 70-80% degli ultimi stipendi. Per gli effetti calmieranti della riforma Fornero c'è da aspettare ancora molto tempo.
Ed ecco chi paga
E alla fine tocca a due soggetti coprire i disavanzi. Lo Stato che dovrà aumentare ogni anno di circa 10 miliardi i suoi trasferimenti e i giovani delle gestioni parasubordinate. Loro stanno solo versando senza o con poche uscite previdenziali e la loro gestione è in attivo per oltre 8 miliardi. E' quell'attivo che copre i deficit delle altre gestioni.
Il problema riguarda il futuro. Se oggi i giovani pagano per gli anziani che succederà agli ex giovani quando toccherà a loro andare in pensione.
Fonte
Anche l'obiettivo è semplice: bisogna perciò ridurre le prestazioni, ovvero numero ed entità degli assegni pensionistici emessi.
Per semplificare, però, bisogna dimenticare molte cose (il "taglio" alla memoria è quello che costa meno; il singolo giornalista ci può persino guadagnare qualcosa). Specie se, dall'altro lato, Confindustria e la politica al suo servizio continuano a lavorare su una "riduzione del cuneo fiscale" dal lato delle imprese. Ovvero: a ridurre ulteriormente le entrate contributive dell'Inps. Ovvero ancora: ad aprire altre voragini nei conti previdenziali. Qui la logica viene velocemente messa in soffitta. Se si vogliono ridurre le entrate mentre si chiede già di ridurre le uscite, il risultato è chiaro: si prefigura un sistema futuro in cui le pensioni - quelle "pubbliche", per cui sia noi lavoratori che le imprese versiamo mensilmente dei contributi - dovranno essere poco più di una mancia.
Sul piano della propaganda l'occasione è ghiotta: le dimissioni del "mutlipoltrone" Mastrapasqua consente di mettere insieme "il rosso" dei conti e le "furbizie" del presidente uscito, come se le prime fossero spiegabili con le seconde. Naturalmente, bisogna dimenticare che Mastrapasqua è stato per alcuni anni "l'eroe" per antonomasia di quanti pretendevano la demolizione della previdenza pubblica. I tagli avvenuti sotto la sua gestione, aggravata dal blocco del turnover e da un uso smodato della precarietà contrattuale, sono di dimensioni bibliche.
Altre dimenticanze? Beh, c'è il caso scandaloso della "Cassa di previdenza dei dirigenti di azienda", un ente privato fallito a causa degli assegni pensionistici principeschi che i dirigenti di azienda si erano assegnati - diventati poi "diritto acquisito" - e anche dei "contributi minimi" che avevano versato mentre erano al lavoro. Questo ente privato, dopo il fallimento, è stato accorpato all'Inps, naturalmente con tutti i suoi debiti e senza diminuire di un centesimo gli assegni per i manager finiti a riposo (sappiamo però che i manager amano il "lavoro multiplo", e anche quando sono in pensione continuano ad occupare poltrone nei consigli di amministrazione, sia privati che pubblici). In pratica, alla fine della fiera: siamo noi che paghiamo la pensione d'oro a manager incapaci di gestirsi da soli la propria previdenza, ma ancora pienamente occupati a far danni.
Altra dimenticanza-chiave. Il dissesto dell'Inpdap, ex ente che curava la previdenza dei dipendenti pubblici, è un classico caso di "contabilità di giro". Mentre le società private (e i relativi dipendenti) versano mensilmente i contributi previdenziali e il Tfr all'Inps, lo Stato non faceva altrettanto né per i contributi né per il "trattamento di fine servizio" (la "liquidazione"). Il motivo era anche logico: era lo stato a battere moneta, quindi sarebbe stato lo Stato stesso a regolarizzare la posizione al momento dell'uscita dal lavoro. Inutile star lì tutti i mesi a metter denaro in una cassa "virtuale", tanto valeva fare i conti alla fine.
Con "l'accorpamento" dell'Inpdap all'Inps, però, c'è stato un trasferimento delle sole competenze (e del personale), ma non una copertura delle risorse mancanti. Ergo: l'Inps - che aveva i conti a posto - si è ritrovata a dover calcolare "perdite" per trasferimenti non effettuati da quello stesso Stato che poi, ogni anno, deve ripianarle. Potremmo anche dire che è "un buco" inesistente, se non fosse che nel frattempo - con l'adozione dell'euro e dei suoi molti vincoli - lo Stato non batte più moneta e deve invece chiedere prestiti "sui mercati". Pagandoci anche gli interessi. Miracoli del neoliberismo imperante...
Ma la propaganda ha bisogno di nascondere la realtà inventandosene una di comodo. E qui arriva il titolista de IlSole24Ore, che indica i due soggetti che pagheranno il conto per tutti: "i ggiovani" (e ci mancherebbe) e "lo Stato". Evidente pure l'obiettivo: giocare l'ennesima contrapposizione "generazionale" per fregare contemporanemente i giovani veri, i loro padri al lavoro e i nonni in pensione.
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L'Inps perde 10 miliardi all'anno. I giovani e lo Stato copriranno il buco per pagare le pensioni. Ecco come
di Fabio Pavesi
Le dimissioni di Antonio Mastrapasqua e le perdite che per il secondo anno consecutivo toccheranno i 10 miliardi nei conti dell'Inps mettono in allarme gli italiani. Sia i lavoratori in attività che gli attuali pensionati. Se l'Inps, come stimano le previsioni del Civ, il Comitato di indirizzo e vigilanza dell'ente pubblico, produrrà perdite miliardiarie anche quest'anno e nel 2015, che fine faranno i pagamenti delle pensioni? Domanda legittima, che impone qualche risposta.
Le pensioni non sono a rischio per il semplice fatto che le perdite di bilancio e i buchi provocati dal divario sempre più aperto tra i contributi versati (le entrate) e le prestazioni erogate (le uscite) verranno coperte dall'aumento dei trasferimenti da parte dello Stato. L'Inps, per capirci, non può fallire. E lo sbilancio nei suoi conti verrà pagato dalla fiscalità generale, cioè dai contribuenti italiani. In realtà è già accaduto. Nel 2013 infatti i trasferimenti dello Stato all'Inps hanno toccato i 112,5 miliardi. Sette miliardi secchi in più (+6,6%) rispetto ai 105,6 miliardi che è costata la bolletta pubblica per coprire lo squilibrio tra entrate contributive e prestazioni erogate dall'ente pensionistico italiano.
39 miliardi in più dal 2008
Un'escalation inarrestabile, da tempo. Basti pensare che nel 2008, prima della "Grande crisi", erano sufficienti 73 miliardi di trasferimenti dal bilancio dello Stato per coprire i disavanzi. Negli ultimi 5 anni, dal 2008 al 2013, l'esborso è aumentato di ben 39 miliardi cioè il 53% in più. Un aumento monstre, pari all'8% cumulato annuo. E questo in tempi di inflazione ai minimi storici e di profonda flessione del Pil.
Il dramma è che, secondo le stime del ministero dell'Economia (Mef) , la spesa non conoscerà soste neanche nei prossimi anni.
Altri 10 miliardi al 2016
La nota tecnica del Mef prevede una mole di trasferimenti pubblici (dallo Stato) alla previdenza che non smetterà di salire. Per il 2014 le stime parlano di 119 miliardi che saliranno a 122 miliardi a fine 2016. Rallenta il passo di marcia, rispetto agli ultimi 5 anni, ma non c'è capitolo di spesa pubblica che aumenti a questi ritmi.
Il tema di fondo è che non si attenua il forte disavanzo tra le entrate (cioè i contributi versati da imprese e lavoratori) e le uscite per pensioni e assistenza dalle casse dell'Inps, ora che ha incorporato anche l'Inpdap (il dissestato ente dei dipendenti pubblici). E dato che le pensioni vanno pagate e che l'Inps non può fallire, il buco tra entrate e uscite lo deve sanare per forza lo Stato. Basti pensare che nel 2012 le entrate da contributi si sono fermate a 208 miliardi, mentre le uscite per le prestazioni sono state di 295 miliardi.
Ecco qui il profondo divario che non consente oggi al sistema della previdenza di autofinanziarsi. Certo, gran parte di questo buco deriva dall'assistenza. Sono le pensioni sociali, le indennità varie, le reversibilità ai superstiti. Ma anche le invalidità civili, che da sole costano allo Stato oltre 17 miliardi. Tutte prestazioni che non hanno alle spalle contribuzioni versate e quindi del tutto a carico del bilancio pubblico.
I contributi non bastano a fronteggiare le spese
L'assistenza costa da sola 72 miliardi. Ma la verità è che anche le gestioni previdenziali soffrono disavanzi strutturali. L'ex Inpdap da sola perde ogni anno, da tempi lontani, quasi 9 miliardi. È lo sbilancio tra contributi, erosi oggi dal blocco del turn over, e pensioni che tendono a salire. Rispetto alle pensioni dei lavoratori privati, poi, la media dei trattamenti pubblici è più alta di un 30%. Ovvio che in queste condizioni lo squilibrio si aggraverà. L'ex Inpdap non è un caso isolato. Quasi tutte le gestioni previdenziali sono infatti in pesante squilibrio sull'autofinanziamento.
I contributi versati non bastano a fronteggiare le spese (crescenti) per le pensioni. Sono gli effetti che dureranno a lungo, non solo della crisi, ma anche dell'onerosissimo sistema di calcolo retributivo. Che avvantaggia chiè andato in pensione negli anni scorsi e che incassa prestazioni previdenziali ben più alte rispetto ai contributi versati durante la vita lavorativa.
Divari tra contributi e prestazioni strutturali in quasi tutte le gestioni
L'Inpdap, l'ex gestione dei dipendenti pubblici, da sola porta nel 2013 nei conti dell'Inps una perdita per 8,85 miliardi e un deficit patrimoniale monstre di 26 miliardi. L'ex Inpdap è solo la punta dell'iceberg. Tutte le gestioni previdenziali sono in profondo rosso da tempo con l'unica esclusione dei parasubordinati. Partite Iva, professionisti e co.co.co versano solo contributi senza uscite previdenziali. L'utile di 8,5 miliardi della gestione dei giovani viene del tutto eroso dal profondo rosso delle altre gestioni.
Ecco le gestioni in rosso
Gli agricoltori vantano, per così dire, una perdita per 5,4 miliardi; gli artigiani per 5,9 miliardi; i dirigenti d'azienda (ex Inpdai) sono in rosso per 3,8 miliardi. Così come in perdita cronica per più di un miliardo ciascuno sono il fondo trasporti e il fondo telefonici, mentre il fondo elettrici chiuderà il 2013 con perdite per 1,9 miliardi. Il dato drammatico è che le perdite non sono episodiche. Il trend negativo è in atto da anni.
Pesa la crisi che erode i contributi, ma pesa soprattutto nello sbilancio entrate/uscite l'aumento costante delle nuove pensioni e il calcolo retributivo che tiene alta la forbice, e lo farà ancora per anni, tra contributi effettivamente versati e pensioni pari al 70-80% degli ultimi stipendi. Per gli effetti calmieranti della riforma Fornero c'è da aspettare ancora molto tempo.
Ed ecco chi paga
E alla fine tocca a due soggetti coprire i disavanzi. Lo Stato che dovrà aumentare ogni anno di circa 10 miliardi i suoi trasferimenti e i giovani delle gestioni parasubordinate. Loro stanno solo versando senza o con poche uscite previdenziali e la loro gestione è in attivo per oltre 8 miliardi. E' quell'attivo che copre i deficit delle altre gestioni.
Il problema riguarda il futuro. Se oggi i giovani pagano per gli anziani che succederà agli ex giovani quando toccherà a loro andare in pensione.
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