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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2021

Amazon in Europa. Fatturato e utili stellari... ma zero tasse pagate

La notizia è clamorosa, ma non certo sorprendente. Il giornale britannico The Guardian ha rivelato che la componente europea della multinazionale Amazon – registrata fiscalmente in Lussemburgo – nel 2020 ha raccolto in Europa un fatturato record da vendite per 44 miliardi di euro (38 miliardi di sterline), ma non ha dovuto pagare alcuna imposta sulla società al paese che la ospita fiscalmente, ossia il Granducato del Lussemburgo.

I conti di Amazon Europe, attraverso il quale si vendono prodotti a centinaia di milioni di famiglie in Gran Bretagna e in tutta Europa, mostrano che nonostante abbia raccolto un fatturato record, la filiale lussemburghese ha subito una perdita di 1,2 miliardi di euro e quindi non ha pagato tasse. Anzi.

Alla filiale lussemburghese infatti, sono stati concessi 56 milioni di euro di crediti d’imposta da utilizzare per compensare eventuali future imposte in caso di utile. La società afferma di aver accumulato perdite riportabili per un valore di 2,7 miliardi di euro, utilizzabili a fronte di eventuali imposte dovute sui profitti futuri.

La filiale lussemburghese – che gestisce le vendite in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Svezia – impiega solo 5.262 dipendenti, il che significa che il fatturato per impiegato ammonta a 8,4 milioni di euro.

Margaret Hodge, una parlamentare laburista che da tempo conduce una campagna contro l’elusione fiscale, ha dichiarato: “Sembra che la campagna incessante di Amazon di spaventosa elusione fiscale continui“.

“Le entrate di Amazon sono aumentate vertiginosamente sotto la pandemia mentre le nostre casse si svuotano, eppure continua a spostare i suoi profitti verso paradisi fiscali come il Lussemburgo per evitare di pagare la sua giusta quota di tasse”, sostiene la Hodge. “Tutte queste grandi aziende digitali fanno affidamento sui nostri servizi pubblici, sulle nostre infrastrutture e sulla nostra forza lavoro istruita e sana. Ma a differenza delle piccole imprese e dei contribuenti laboriosi, i giganti della tecnologia non riescono a pagare equamente nel piatto comune per il bene comune”.

“Il presidente Biden ha proposto un nuovo sistema più equo per tassare le grandi società e le società digitali, ma il Regno Unito non si è pronunciato a sostegno delle riforme. Il silenzio è assordante. Il governo deve agire e aiutare a cogliere questa opportunità unica nella generazione di bandire l’elusione dell’imposta sulle società a un ricordo del passato“.

Ma il regalo fiscale ad Amazon, non è una novità di quest’anno.

Anche l’anno scorso, infatti, Amazon ha ricevuto 294 milioni di euro di crediti d’imposta che ha potuto detrarre dalle future fatture per la sua attività europea, poiché i ricavi della multinazionale erano aumentati in modo significativo a 32 miliardi di euro.

La società ha dichiarato di aver ricevuto i crediti d’imposta perché “ha registrato una perdita l’anno scorso a causa del suo programma di investimenti e dell’ambiente di vendita al dettaglio, altamente competitivo in Europa e nel Regno Unito“.

Fonte

10/02/2021

BlackRock, come il capitale finanziario controlla la politica in USA e UE

Quando guardiamo alla realtà materiale che sta alla base del sistema economico finanziario in Occidente, e la sua sempre maggiore pervasività nella capacità di orientare complessivamente la politica, ci accorgiamo di come la parola democrazia sia un vecchio arnese inservibile per le élite che governano il mondo occidentale.

Inutile, quindi, fare un “test di democraticità” come criterio di interpretazione delle dinamiche politiche del mondo in cui viviamo.

Certo il suo valore evocativo è utile nella costruzione di “narrazioni” da vendere al popolino, soprattutto quando la comunicazione politica costringe a spacciare un ipotetico “nuovo prodotto” da piazzare sul mercato, rappresentandolo nella veste di “migliore soluzione” per una crisi di governance che porta le forme della democrazia ad un impasse.

Questo blocco è in realtà solo l’espressione fenomenica delle convulsioni di una più profonda crisi sistemica, cui le classi davvero “dirigenti” vorrebbero dare un output preciso, diverso dalla loro radicale rimozione da parte dei subalterni ed alla costruzione di un sistema sociale alternativo.

“Hanno fallito, che se ne vadano!”. O in termini più caustici: “Andiamo a bruciargli la casa!”, come ci ha suggerito la rivolta dei Ciompi a Firenze diversi secoli fa.

Il marketing politico pro-Draghi, come quello pro-Biden per gli Stati Uniti – al netto del disgustoso servilismo del giornalismo nostrano e dell’altrettanto deprecabile opportunismo della classe politica tutta, da Fratelli d’Italia a LeU – nel nostro ridotto nazionale è l’esempio più lampante di questa tendenza ad incensare “la democrazia” proprio quando smette di esistere.

Negli Usa, certo, tutto è in un ordine di grandezza superiore, anche nelle tecniche di storytelling per narrare la pretesa “rottura” con il recente passato.

Parole appunto come “rappresentanza”, “sovranità”, “democrazia”, “sviluppo”, in bocca agli esponenti delle élite, hanno la stessa credibilità delle promesse d’amore di un marinaio, tanto è distante il significato concreto da quello che dovrebbero rappresentare e che hanno storicamente – in parte – incarnato sotto pressione di un movimento operaio organizzato, dotato di una prospettiva strategica concreta.

Chiacchiere sulla democrazia a parte, chi tiene in mano le redini del sistema è un numero sempre più ridotto di imprese economico-finanziarie che – in termini un po’ vetusti nella forma, ma attualissimi nel contenuto – potremmo chiamare senza orpelli: dittatura del capitale monopolistico.

Gli Stati imperialisti, o i poli imperialisti in formazione, in diverso grado, ne diventano conseguentemente un’espressione piegando il pubblico agli interessi del privato e non il contrario. E non importa se le fragilità di tale modello impediscono strutturalmente di affrontare i nodi inaggirabili che pone la fase storica, iperbolizzati dall’acuirsi della crisi pandemica.

Gli uomini e le donne di queste corporation vengono chiamati come consulenti dagli stessi attori statali – dalla Federal Reserve negli USA alla Commissione Europea nella UE, per non citarne che due – per orientare le scelte strategiche.

I loro dirigenti siedono nei board sia delle imprese di dimensioni mondialmente rilevanti, sia in quello di chi le finanzia. Alcune di queste hanno in mano gli hub della tecnologica che di fatto orientano i mercati stessi e conferiscono un profilo un po’ vintage a quello che erano le “piazze borsistiche”, che dovrebbero determinare il valore fluttuante delle azioni quotate secondo “il principio della domanda e dell’offerta”, come centro pulsante del mercati finanziari.

È il caso della piattaforma privata Aladdin, che controlla un flusso mostruoso di informazioni e di dati economici sensibili, che orientano le scelte di investimento di chi se ne serve, cioè i maggiori investitori internazionali – più di 900 clienti in una sessantina di Paesi – divenuta insieme alle altre, di fatto, una sorta di sistema nervoso centrale dell’economia finanziaria mondiale.

Una “scatola nera” in grado di monitorare in tempo reale la finanza che viaggia sui bit. Un vantaggio strategico per chi la usa, a discapito degli altri...

I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli che sono le democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

Un novum, per certi versi, nella storia politico-economica del capitalismo, che dà la cifra di ciò di cui stiamo parlando è certamente BlackRock, di cui si occupa l’articolo tradotto e pubblicato di seguito, in particolare per ciò che concerne la sua rilevanza nella politica nord-americana.

Si tratta del più grande gestore di fondi di investimento mondiale – anche per conto di fondi pensionistici privati, a cominciare da quello giapponese, è il più imponente – che possiede tra l’altro la maggiore o la seconda quota di proprietà in 13 delle 15 principali banche europee (Santander, HSBC, Credit Suisse, ecc), in grado dunque di determinare le scelte di indirizzo degli istituti bancari. BlackRock detiene un portafoglio di centinaia di miliardi di dollari, investiti dalle tre big della tecnologia statunitense (Apple, Google, Microsoft), che controllano tra l’altro il tessuto connettivo ed i big data della “nostra comunicazione” digitale e, come stanno dimostrando fatti recenti, la possibilità o meno di comunicare (anche se sei il Presidente Usa!).

Per non citare che un aneddoto, BlackRock – in un palese conflitto di interessi – ha ricevuto da parte della Commissione Europea l’incarico di consulente per le scelte finanziarie rispetto alla sostenibilità ecologica degli investimenti.

Il più acceso sostenitore di questa scelta, di fronte ai suoi critici, è stato il Capo della Commissione Finanziaria della UE, Valdis Dombrovskis, per intenderci...

Ripetiamo: BlackRock orienta il processo di finanziamento della “transizione ecologica” dell’economia della UE, che ha assunto un ruolo chiave nel rilancio economico continentale in toto e nell’articolazione dei Paesi Membri, attraverso quelli che saranno i singoli “recovery plan” nazionali, vincolati alle decisioni UE su due aspetti in particolare: economia "green" e sviluppo digitale.

Ricordate: BlackRock gestisce gli investimenti delle tre big della tecnologia, e per esempio è il terzo azionista di Apple, nel cui board siede Sue Wagner, di BlackRock...

Questo gigante è uno degli attori economici cresciuto di più nella pandemia: valeva 7,8 mila miliardi di dollari, nel terzo trimestre dell’anno scorso, 8,68 nell’ultimo trimestre, e le sue azioni sono aumentate del più del 20% durante l’ultimo anno. Mentre milioni di persone morivano a causa delle politiche disastrose prese dall’Occidente per affrontare la pandemia, aumentava la povertà e la vulnerabilità sociale, BlackRock cresceva e ha continuato a crescere.

Insieme ai rivali ETF e Vanguard, controllava già un quinto del totale delle azioni quotate a Wall Street nel 2017 – erano poco più del 5% nel 1998. In questi tre anni sono aumentate, e uno studio di Harvard citato dal Financial Times mostra questa stupefacente progressione prevedendo che potrebbero controllare il 40% nel 2040!

Tre corporation divenute un Leviatano finanziario!

In questo tripudio di miliardi di dollari guadagnati e fatti guadagnare ai propri clienti, Lawrence Fink, Wally Adeyemo, Michael Pyle, tre uomini di BlackRock, sono stati scelti per ruoli chiavi nella nuova amministrazione Biden, che con la sua famiglia è parte integrante del più grande “paradiso fiscale mondiale”, cioè il piccolo Stato del Delaware.

“Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti, ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei”, scrive Rügemer, scrittore prolifico ed autore tra l’altro di un studio fondamentale per comprendere il capitalismo del XXI secolo e l’ascesa dei nuovi attori finanziari tra cui BlackRock.

Come sempre è meglio affidarsi al vecchio adagio follow the money, piuttosto che ingurgitare le “auto narrazioni” edificanti del nemico di classe.

Buona lettura.

*****

Non appena è stato chiaro che Joe Biden avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane, si è portato a bordo Brian Deese, capo del dipartimento per gli investimenti sostenibili globali della società d’investimento americana BlackRock, che ricoprirà il ruolo di capo economista del presidente neo eletto.

Il CEO di BlackRock – Lawrence Fink – è sostanzialmente il portavoce del capitale mondiale occidentale per la “sostenibilità”. E la “sostenibilità” sarà il segno distintivo della nuova amministrazione statunitense.

BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York e gestisce un patrimonio totale di quasi 8.000 miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa.

Segue la seconda nomina per Wally Adeyemo, consigliere principale del presidente Obama per le relazioni economiche internazionali e successivamente passato a BlackRock come capo dell’ufficio legale di Fink e dal 2014 presidente della Fondazione Obama. Ora, sotto Biden, diventerà vice segretario del Tesoro.

Poi è arrivata la terza nomina per Michael Pyle, responsabile delle relazioni finanziarie internazionali al Dipartimento del Tesoro sotto Obama, diventato poi capo della strategia di investimento globale presso la BlackRock e a breve ricoprirà il ruolo di capo economista della vicepresidentessa Kamala Harris.

Ecco come funziona la porta girevole della democrazia capitalista statunitense: da BlackRock al governo, dal governo a BlackRock e così a ripetere.

Biden: lobbista per il più grande paradiso fiscale sulla terra

Biden è stato senatore dello stato del Delaware per ben 35 anni, dal 1973 al 2009, dove iniziò una fitta campagna politica quando era ancora un giovane avvocato d’affari di 29 anni.

Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei. E quasi tutte le maggiori compagnie e banche degli Stati Uniti – o le loro filiali – hanno qui la loro sede legale e fiscale.

Decine di migliaia di società e banche di tutto il mondo, dall’Ucraina al Messico, passando per la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, hanno il loro domicilio legale nel Delaware [uno stato che fu del resto creato dalla Dupont Chemical Company!].

La lista delle partecipazioni della sola Deutsche Bank mostra diverse decine di società di comodo a Wilmington, la piccola capitale del piccolo “Lussemburgo degli Stati Uniti”, come viene spesso chiamato il Delaware.

Nel mini-stato del Lussemburgo – così centrale per l’Unione Europea – regna Sua Altezza Reale il Granduca Henri, della dinastia Lussemburgo-Nassau. Nel Delaware il clan Biden governa con a capo il senatore [ora presidente] Biden.

Il figlio Beau Biden è diventato procuratore generale dello Stato senza fare una minima gavetta politica ed il figlio Hunter Biden è un attivo speculatore finanziario in Ucraina.

Joe Biden ha recentemente ricevuto donazioni per le sue campagne elettorali da grandi aziende digitali come Alphabet/Google, Microsoft, Amazon, Apple, Facebook e Netflix, così come JPMorgan Chase, Blackstone e Walmart. Ma anche le aziende del Delaware hanno promosso il loro influente senatore, tra cui la società di carte di credito MBNA e John Hynansky, un businessman statunitense di origini ucraine che domina l’esportazione di SUV premium in Ucraina.

Biden, come senatore a Washington, ha sempre votato con i repubblicani sulle principali deregolamentazioni del settore finanziario e, con lui, il Delaware si è espanso fino a diventare il più grande paradiso finanziario del mondo. Ciò implica che abbia anche una propria costituzione aziendale volta al “libero mercato” ed un sistema giudiziario che va nella stessa direzione politica.

E naturalmente anche la BlackRock – che co-governa a Washington – ha la sua sede legale a Wilmington, in Delaware.

“(America) BlackRock First”

BlackRock è un importante società azionista in circa 18.000 aziende, banche e società di servizi finanziari negli Stati Uniti, UE, Gran Bretagna, Asia e America Latina. In tre decenni BlackRock è cresciuta fino a diventare il più grande organizzatore di capitali nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, principalmente raccogliendo e investendo il capitale dei super-ricchi.

Possono diventarne clienti solo le più grandi famiglie d’affari o i top manager con un capitale di almeno 50 milioni di dollari. Un investitore come BlackRock promette profitti più alti di quelli che possono essere guadagnati nelle normali operazioni finanziarie, diversificando le proprie pratiche capitalistiche.

BlackRock non impiega cassieri agli sportelli, né offre un servizio clienti pubblico. I super-ricchi trasferiscono il loro denaro direttamente. Ecco perché l’apparato di gestione di BlackRock ha solo 16.000 impiegati per gli 8.000 miliardi di dollari di capitale che gestisce – mentre Deutsche Bank deve mantenere 87.000 impiegati per meno di un centesimo del capitale totale di BlackRock.

BlackRock è anche il più grande organizzatore di società di comodo. Il capitale dei super-ricchi viene investito per ognuno di loro in una speciale società di comodo in un paradiso finanziario tra Delaware, Isole Cayman e Lussemburgo. Allo stesso tempo, questi investitori sono resi anonimi e invisibili al pubblico, alle autorità fiscali e ai regolatori finanziari.

Così, il 5% circa delle azioni della società di lignite RWE sono distribuite tra 154 società “letterbox” in una dozzina di paradisi finanziari, sotto nomi come BlackRock Holdco 4 LLC, BlackRock Holdco 6 LLC, e simili. Naturalmente, BlackRock non commette essa stessa evasione fiscale, ma offre l’opportunità di farlo (detto in altre parole: favoreggiamento).

Inoltre BlackRock gestisce ALADDIN, la più grande struttura robotica per la raccolta e lo sfruttamento di dati finanziari ed economici. Nell’arco di nanosecondi i valori e le performance di tutte le azioni e altri titoli delle borse del mondo vengono catturati e utilizzati speculativamente per la compravendita. I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

BlackRock è co-proprietario di 18.000 aziende – in Germania ad es. di Wirecard – comprese tutte le corporazioni digitali come Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, ed è anche co-proprietario delle due maggiori agenzie di rating, Standard & Poor’s e Moody’s. In quanto più grande insider del globo, BlackRock può accedere ad importanti dati in modo velocissimo e prima di altri co-speculatori.

Inoltre, è principale gestore finanziario dei super-ricchi occidentali e dunque ignora completamente i possibili danni alle economie nazionali e l’impoverimento degli Stati attraverso la continua evasione fiscale organizzata, tanto che persino l’Unione Europea rimane impotente contro questo colosso e il suo meccanismo, oppure ne diventa complice.

Inoltre, le aziende che BlackRock acquista e di cui diventa co-proprietario – come, per esempio in Germania, tutte le maggiori società tedesche che negoziano alla Borsa di Francoforte – sono proficuamente “ristrutturate”, rimpicciolite, parzialmente vendute (come è attualmente il caso della ThyssenKrupp), fuse (come nel caso di Bayer-Monsanto), accompagnate da tagli di posti di lavoro, outsourcing, delocalizzazioni e simili.

Come principale azionista di Amazon, per esempio, il predicatore della sostenibilità Fink non ha mai detto nulla contro gli attacchi antisindacali (compresi di minacce e licenziamenti) all’interno dei magazzini del colosso della logistica, o dei bassi salari sui quali si arricchisce Jeff Bezos.

Viene spesso sostenuto, non solo dai lobbisti di BlackRock come Friedrich Merz, ma anche dalla sinistra, che con le quote del 5% BlackRock, come in RWE – sicuramente non può far passare nessuna decisione! E invece sì, è possibile, perché con BlackRock di solito ci sono sempre, in composizione variabile, una dozzina di organizzatori di capitale a lei simili, che allo stesso tempo sono anche azionisti, per esempio Vanguard, State Street, Amundi, Norges, Wellington, Fidelity, Capital Group – e si accordano tra loro.

Il governo degli Stati Uniti sotto Biden sta dimostrando di essere il governo che persegue gli interessi sia dei vecchi che dei nuovi super-ricchi. Si tratta di una minoranza capitalista ed egoista che rappresenta forse l’1,5% della popolazione di tutti gli Stati Uniti.

Tuttavia BlackRock rappresenta anche gli interessi di minoranze ricchissime in altri importanti paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Svezia, la Spagna, il Messico: tutti con il loro capitale discrezionale investito in BlackRock & Co.

Obama, Trump, Biden: tutti con BlackRock

Nel 2008, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama incaricò BlackRock di gestire la crisi finanziaria e decidere quali banche, quali compagnie di assicurazioni, quali società sarebbero state salvate.

BlackRock intascò un compenso di 3 milioni di dollari per questo – ma ancora più importante fu la benedizione ufficiale dello Stato. Questa includeva la nomina come consigliere della più grande banca centrale del mondo occidentale, la Federal Reserve Bank. Quello fu il colpo di partenza per la salita finale nell’aumento annuale del 10% del capitale raccolto e distribuito fino agli ormai 8.000 miliardi di dollari.

Oltre ad aver conferito a BlackRock la nomina come consigliere della Banca Centrale Europea (BCE) e, più recentemente, nel 2020, come consigliere della Commissione Europea a Bruxelles per la nuova formula di rinnovamento capitalista ESG: Environment, Social, Government.

Anche sotto Trump, BlackRock non è affatto scomparsa dalla scena economico-politica. Dal marzo 2020, e come consulente della Federal Reserve, BlackRock ha gestito il programma di salvataggio Covid19, molto simile al “Corona Recovery Program” dell’UE da 750 miliardi (qui noto come Recovery Fund, ndt).

Il CEO di BlackRock – Fink – era in corsa per diventare il segretario al Tesoro di Hillary Clinton. Ma quando il vincitore delle elezioni Trump ha tagliato le tasse sulle società, l’agile Fink lo ha lodato, dicendo: “Trump è un bene per l’America“.

BlackRock è parte attiva di “America First“, indipendentemente da quale dei due partiti monopolistici statunitensi sia al potere.

Fonte

12/12/2020

I paradisi fiscali europei

L’elusione fiscale internazionale

Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle multinazionali è dichiarato in «paradisi fiscali», cioè in paesi che applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, pari a zero. Si tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla tassazione in nazioni che non hanno regimi fiscali aggressivi, come Francia, Italia, Germania o Stati Uniti[1]. I profitti delle multinazionali non si dirigono solo verso paradisi offshore come le Isole Cayman, le Bermuda o le Seychelles. Nei complessi schemi dell’elusione fiscale internazionale hanno un importante ruolo anche alcuni Stati membri dell’Unione Europea: Lussemburgo, Olanda, Belgio e Irlanda, ai quali si aggiungono Malta e Cipro.

Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo. Un’altra tecnica è quella del transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni (prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale. In alcuni casi, le multinazionali possono beneficiare di accordi fiscali (tax ruling) con le autorità nazionali, come quelli al centro dello scandalo LuxLeaks, scoppiato nel 2014.

Sulla base di documenti riservati della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), il consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (ICIJ), rivelò come le autorità fiscali del Lussemburgo avessero concesso a 340 multinazionali (tra cui Apple, Deutsche Bank, Ikea, Nike, Pepsi) di poter beneficiare, tra il 2002 e il 2010, di aliquote effettive irrisorie, a volte inferiori all’1%, sui profitti realizzati in paesi a più elevata tassazione[2]. Lo scandalo LuxLeaks ebbe enorme risonanza, ma praticamente nessuna conseguenza. Lo attesta la “Relazione sui reati fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale”, approvata dal Parlamento Europeo nel 2019, in cui si “deplora il fatto che, a quasi cinque anni dalle rivelazioni di LuxLeaks, la Commissione abbia aperto un’indagine formale solo in uno degli oltre 500 ruling in materia fiscale concessi dal Lussemburgo”[3].

Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta «lista nera» dei paradisi fiscali (ufficialmente giurisdizioni non-cooperative ai fini fiscali) adottata dal Consiglio d’Europa[4]. Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

Società buca-lettere e investimenti fantasma

Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono. Lo conferma la citata «Relazione sui reati fiscali e l’evasione» del Parlamento Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive[5]. Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o «società a destinazione specifica». Si tratta, spesso, di società «buca-lettere», cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare il carico effettivo globale delle multinazionali. Secondo la Banca Centrale olandese, le società «buca-lettere» costituite in Olanda da imprese multinazionali sarebbero ben 15.000[6]. Attraverso queste società transitano investimenti esteri «fantasma»[7].

Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono più investimenti diretti esteri della Cina (Fig. 1). Nel complesso, i livelli degli investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo. Per avere un’idea, si consideri che, nel 2019, lo stock (livello) di investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni, mentre in Italia di 445.715 milioni di dollari. Ma quanti di questi sono effettivi e quanti, invece, investimenti fantasma?

Fig. 1. Investimenti esteri in entrata (stock) nel 2019
Importi in milioni di dollari. I dati comprendono gli investimenti diretti nelle SDS. Per il Belgio, 2018. Fonte: OECD, FDI in Figures, April 2020.

I dati della tabella 1 offrono una prima risposta. Nel 2019, il livello (stock) degli investimenti esteri in entrata rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.

Tab.  1. Investimenti diretti esteri in entrata (stock) rispetto al Pil nel 2019 (%)
Per il Belgio, i dati si riferiscono al 2018. Fonte: OECD, FDI in figures, April 2020.

In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda e il 55% di quelli in Belgio è riconducibile a società a destinazione specifica, molte delle quali sono, come detto, società «buca-lettere». Mancano i dati per l’Irlanda, Malta e Cipro, anche se è riconosciuto che questi paesi hanno un ruolo importante per l’elusione fiscale internazionale. Se Lussemburgo e Olanda sono ai primi posti al mondo nell’attrazione di investimenti fantasma, l’Irlanda è tra le prime dieci destinazioni[8].

Le tasse perdute delle nazioni

L’elusione e l’evasione fiscale internazionale sottraggono annualmente entrate ai bilanci degli Stati: risorse che potrebbero essere destinate al finanziamento di servizi essenziali. Secondo le stime più recenti, l’elusione e l’evasione internazionali causano agli Stati della UE una perdita di entrate fiscali di 170 miliardi di euro all’anno. Di questi, 60 miliardi derivano dall’elusione delle società multinazionali, 46 dal trasferimento di patrimoni da parte di individui e 64 miliardi da frodi dell’Iva. Mentre la maggior parte dei paesi si impoverisce, sei Stati europei (Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda) traggono, invece, benefici dall’elusione dei profitti da parte delle imprese multinazionali[9].

Secondo il Tax Justice Network (Rapporto 2020), a causa all’evasione e dell’elusione fiscale internazionale, l’Italia perde annualmente 12,4 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), corrispondenti al 2% delle entrate fiscali. Un ammanco causato per 8,8 miliardi di dollari dal trasferimento di profitti delle multinazionali e, per 3,6 miliardi, dall’evasione offshore dei privati. I mancati introiti equivalgono al 9% della spesa sanitaria italiana e al 15% della spesa per l’istruzione. Nel complesso, le risorse perdute consentirebbero, all’Italia, di assumere 379.380 infermieri[10].

Così, mentre la maggior parte degli Stati – anche per fronteggiare le conseguenze della pandemia da coronavirus – accresce i debiti pubblici, l’elusione e l’evasione fiscale internazionali sottraggono risorse ai cittadini, in un sistema che genera profonde iniquità.

Note:

[1] E. Saez, G. Zucman, Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi, Torino, 2020.

[2] Oxfam Italia, Giustizia fiscale: tallone d’Achille dell’Europa. Lo scandalo LuxLeaks: un anno dopo, Oxfam Media Briefing, 4 novembre 2015.

[3] Parlamento Europeo, Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale, P8_TA(2019)0240.

[4] L’ultima blacklist comprende American Samoa, Anguilla, Barbados, Fiji, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad and Tobago, US Virgin Islands, Vanuatu e le Seychelles.

[5] La citata Relazione del Parlamento Europeo «invita la Commissione a considerare attualmente almeno tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali» (par. 330).

[6] Sul caso olandese, T. Gasparri, L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili, Nens, maggio 2020.

[7] J. Damgaard, T. Elkjaer, N. Johannesen, The Rise of Phantom Investments, Finance & Development, September 2019.

[8] J. Sawulski et al., Tax unfairness in the European Union, Polish Economic Institute, 2020.

[9] Cfr., J. Sawulski et al., Tax unfairness, cit., p. 13. Secondo tale studio, questi paesi dovrebbero essere definiti paradisi fiscali della UE.

[10] Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2020: Tax Justice in the time of COVID-19, November 2020.

Fonte

25/10/2019

L’evasione fiscale miliardaria delle multinazionali, in Europa


Un recente studio pubblicato da tre economisti, Gabriel Zucman dell’Università di Berkeley, Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Copenaghen, rivela con dovizia di dati come le multinazionali evadano in modo consistente le tasse, penalizzando le economie di molti paesi europei e avvantaggiandosi dei paradisi fiscali esistenti nel cuore stesso dell’Unione Europea, in particolare in Olanda, Lussemburgo e Irlanda. Con il primo dei tre che molto spesso si erge ad arbitro del “rigore” nei conti pubblici degli altri paesi dell’Unione come Italia, Grecia, Spagna. Insomma predica bene ma razzola male, anzi malissimo.

Nel loro studio, i tre economisti hanno indagato e valutato l’impatto dell’elusione fiscale da parte di grandi gruppi come Amazon, Apple, Facebook, Google e Nike, individuando gli spostamenti degli utili dal paese in cui sono stati realizzati ad un paese che offre aliquote quasi a zero, in primo luogo perché spesso vengono registrati come proventi da attività intangibili come brevetti, ricerca e sviluppo, importazione di servizi.

I tre economisti portano in evidenza alcuni paradossi nella contabilità di Nike, Facebook, Apple e Google. In ciascuno di questi gruppi, la somma dei profitti realizzati dalle società controllate – così come visibile nella banca dati Orbis di Bureau Van Dijk-Moody’s – bizzarramente risulta pari a una frazione minima dei profitti consolidati globali. Il caso più estremo è Facebook, i cui profitti del 2015 sono di circa 11 miliardi di euro ma la somma dei ricavi tassabili di tutte le sussidiarie resta a zero.

Per individuare la reale situazione Tørsløv, Wier e Zucman cercano indizi nella quantità di ricavi tassabili in proporzione al monte-salari dei dipendenti in ogni dato Paese: i profitti trasferiti artificialmente infatti gonfiano il bilancio, ma non il numero dei dipendenti. Lo studio ha cercato di capire in quali paesi risulta che la quota di profitti in mano agli stranieri sia curiosamente fuori proporzione e studiano le comunicazioni sulla contabilità aggregata delle imprese che devono essere inviate obbligatoriamente ad Eurostat da tutti gli Stati aderenti all’Unione Europea.

E qui vengono fuori i buchi neri rappresentati non da paradisi fiscali in esotiche isole caraibiche ma da stati membri dell’Unione Europea. Il Lussemburgo ad esempio, che con aliquote bassissime su una base imponibile tanto artificiale quanto sterminata, presenta profitti societari tassabili pari a sette volte le medie europee (in rapporto al monte-salari). Del tutto fuori linea anche Irlanda e Olanda. Questi tre Paesi nel 2015 pesano da soli per 293 miliardi di euro di base imponibile societaria sottratta al resto del mondo, si tratta di più di 100 miliardi ciascuna per Irlanda e Olanda.

Alle grandi multinazionali è bastato registrare in Olanda i profitti realizzati nel resto d’Europa sulla vendita di servizi definiti «intangibili», perché digitali. Questi ricavi, in Olanda, vengono fatti apparire con aliquote quasi pari a zero e il gioco è fatto. Solo per intenderci. Sapete dove FCA, la ex Fiat, ha portato i libri contabili e paga le imposte? In Olanda!! E in Italia si continua a inseguire gli spiccioli.

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05/12/2018

Cinque stati europei “saccheggiano” i conti libici. L’Onu ne contesta la legittimità

Una recente inchiesta del webmagazine Politico.eu ha raccolto nuove prove sul fatto che il fondo sovrano libico LIA (Lybia Africa Investment), teoricamente congelato dall’Onu, abbia distribuito indisturbato dividendi azionari, reddito da obbligazioni e pagamenti di interessi dopo l’aggressione Nato alla Libia e la violenta deposizione di Gheddafi.

Nel marzo 2011, una risoluzione Onu, consentì ad una serie di paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea e gli Usa, di sanzionare il regime di Gheddafi congelando 67 miliardi di asset detenuti dal governo libico in diversi paesi del mondo, Italia inclusa. Una parte di queste risorse, spiegano a Politico.eu, si trova in Belgio, in almeno quattro conti bancari gestiti da Euroclear, un’istituzione finanziaria con sede a Bruxelles. Si tratta di circa 16 miliardi, che sulla carta appartengono alla “Libyan Investment Authority (LIA), il fondo sovrano del paese”.

“Sei anni dopo la morte di Muammar Gheddafi – scrive il sito – i fondi congelati del regime a Bruxelles stanno generando decine di milioni di euro di interesse, nonostante le sanzioni internazionali”.

Ma l’intrigo si fa più rognoso perché il fondo sovrano libico ha dichiarato al sito Politico che cinque Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno distribuito denaro – interessi e dividendi – dai conti congelati in Europa appartenenti al defunto leader libico, Muammar Gheddafi, nonostante le sanzioni Onu del 2011. I cinque Paesi Ue indicati dalla Lia sono Regno Unito, Germania, Italia, Lussemburgo e Belgio.

La Lia ha risposto ad una richiesta di Politico.eu sui misteriosi pagamenti effettuati dai conti formalmente accreditati a Gheddafi (in realtà dello Stato libico), congelati in Europa, e che sono già diventati una questione politica di primo piano in Belgio, perché risulterebbero grosse somme di denaro uscite dai conti di Bruxelles.

Lo scorso anno, in una inchiesta del giornale tedesco Süddeutsche Zeitung si citavano i famosi Panama Papers, nei quali ci sarebbero prove del fatto che buona parte di quei soldi, almeno quelli contenuti nel fondo sovrano istituito da Gheddafi stesso nel 2006, il LIA (Libya Africa Investment) appunto, sarebbero stati investiti in fondi petroliferi in giro in Africa, permettendone la loro circolazione. E si tratterebbe di una cifra assai considerevole: circa 60 miliardi.

Il Belgio si è difeso sostenendo che le sanzioni riguardano il capitale ma non gli interessi accumulati dal fondo sovrano. “In molte giurisdizioni (Regno Unito, Belgio, Germania, Italia e Lussemburgo per esempio) gli interessi e i dividendi sulle proprietà congelate sotto sanzioni Onu non sono congelati”, ha scritto la Lia.

Un gruppo di esperti sostenuto dall’Onu ha però contestato tale versione e lo scorso settembre ha definito illegali questi pagamenti, che si sospetta possano aver contribuito all’instabilità del Paese. Un portavoce dell’Onu, José Luis Díaz, ha detto che le conclusioni del gruppo di esperti dello scorso settembre sono state inviate al Consiglio di sicurezza dell’Onu, che potrebbe adottare misure appropriate.

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15/03/2017

UE, il paradiso degli evasori fiscali

“Un indizio, però, emerge chiaramente da una tavola pubblicata dal Financial Times, elaborata sui dati della Bce: il Lussemburgo dall’introduzione dell’euro, ha stampato moneta fisica in quantità pari “a Belgio, Irlanda, Olanda e Spagna” messe assieme. Un po’ strano per un Paese così piccolo”. 

Inizia così un articolo di Wall Street Italia che analizza le politiche fiscali europee.

Gli altri paesi europei per non rimanere indietro sono tutti a rincorrere, fino ad arrivare al paradosso che l’obiettivo è far pagare meno a chi ha di più. Basta vedere che l’Italia prova a inseguire offrendo una flat tax tombale ai super ricchi da 100.000 euro per chi vuol portare la residenza fiscale nel Bel Paese. È la corsa allo sgravio fiscale da record nella quale Lussemburgo, Irlanda e Olanda sono difficili da raggiungere. Non a caso Fiat ha la sede fiscale in Olanda.

Si è aperta la corsa a chi fa evadere meglio le aziende, Brexit o non Brexit (ammesso che quest’ultima prenda una forma compiuta). È il motivo per cui i paesi dell’Est temono le mosse dei paesi più grandi. All’Italia che ha un’alta pressione fiscale e un debito alto resteranno in mano politiche di polizia fiscale e con la pressione fiscale già alta saranno solo voti per le destre. Mentre i soldi veri avranno da scegliere dove andare tra Olanda, Lussemburgo etc...

Mentre la narrazione dei tg e dei politici italiani dà una duplice versione a seconda del proprio elettorato: chi dà la colpa di tutti i mali all’immigrazione e chi invece grida al recupero dell’evasione fiscale in un sistema che di base vuole far evadere i grandi capitali.

Ma prendiamo la situazione specifica dell’Italia. Mentre i capitali, per pagare meno tasse, affluiscono in Irlanda, Olanda, Lussemburgo (ma anche Inghilterra che si candida a sconti spettacolari per le aziende, vedrete) le entrate fiscali italiane sono in crescita. Ma cosa compone questa crescita? Ovviamente l’imposta sulle persone fisiche mentre diminuiscono del 44% gli introiti fiscali per imposte indirette da introiti da capitale e plusvalenze. C’è l’aumento degli introiti da Iva, che è una tassa indiretta e che tutti (ricchi e poveri) pagano con la stessa aliquota e che qualcuno scarica meglio di altri... In aumento gli introiti da gioco d’azzardo quindi sugli investimenti ad alto rischio dei poveri.
 
Siamo di fronte ad un Paese stagnante, produzione a -2,3% secondo le ultime rilevazioni Istat ma aumento della pressione fiscale. Il fisco è un’altra bestia che non si doma con la retorica del recupero dell’evasione fiscale o del “fisco giusto”. Intanto però paga la parte di società che ha sempre pagato.

Siamo arrivati al punto del capitalismo in cui più sei ricco meno paghi. Gli Stati sono diventati un supermercato per ricchi che per attirare nuovi clienti fa i prezzi più bassi dei supermercati per poveri, che pagano anche per i ricchi.

Redazione, 14 marzo 2017
 

02/01/2017

Gli scheletri nell’armadio di Junker sul dumping fiscale

L’attuale presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker, quando era primo ministro del Lussemburgo (paese fondatore del Trattato di Maastricht), si era dato molto da fare per bloccare segretamente le proposte di riforme dell’Unione Europea finalizzate a combattere l'evasione fiscale da parte della multinazionali.

A rivelarlo sono alcuni documenti riservati, pubblicati dal quotidiano britannico The Guardian insieme ad un gruppi di giornalisti di inchiesta coalizzatisi nel Consortium of Investigative Journalists. Dai documenti non emergono atti illeciti da parte di Junker, ma sul piano politico la rivelazione è "altamente imbarazzante". The Guardian scrive che l'attuale presidente della Commissione in quel periodo ricopriva, oltre all'incarico di premier, anche quello di ministro delle finanze lussemburghese, quindi era il primo responsabile delle questioni relative alle imposte societarie.

I documenti illustrano una serie di proposte prese in considerazione dal Comitato di Condotta sulla Tassazione delle Imprese, un organismo europeo che ha l’obiettivo di impedire che le multinazionali potessero usare uno Stato europeo contro l'altro – il dumping fiscale – al fine di trovare la sede più vantaggiosa dal punto di vista della tassazione. Almeno tre proposte valutate positivamente dal comitato vennero bocciate ogni volta con l'opposizione decisiva del Lussemburgo, sulla base della regola comunitaria che prevede su questo argomento un voto unanime, e non a maggioranza, per ogni decisione. Francia, Germania e Svezia proposero più volte di abolire tale principio, ma il Lussemburgo, con il sostegno della sola Olanda, ha sempre ottenuto che fosse confermato.

Il Lussemburgo è stato di fatto un paradiso fiscale nel cuore dell’Unione Europea, attirando le sedi legali di alcune fra le maggiori multinazionali grazie a imposte dell'1 per cento o meno. Recentemente il nuovo governo del “Granducato” sta mostrando maggiore collaborazione con il resto della Ue per chiudere le scappatoie che permettono alle multinazionali di approfittare di una politica fiscale non uniforme all'interno dell’Unione.

Su Junker e le sue responsabilità nel dumping fiscale, due anni fa c’era stata un’altra fuga di notizia che aveva svelto gli accordi segreti tra il governo del Lussemburgo – durante il mandato di Junker – e alcune grandi multinazionali.

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06/11/2014

Draghi e Juncker. Fuoco "amico" sui quartier generali


Anche la reazione non è un pranzo di gala, ma un atto di violenza. In genere più di una rivoluzione. E in una situazione di crisi “stabile” (visto che almeno una cosa non è più precaria? Malfidati...) ogni conflitto diventa velocemente per la vita e per la morte.

L'Unione Europea era nata come un “atto di pace”, ma è stata costruita come un “mercato” e con “regole di mercato”, lasciando le questioni costituzionali sullo sfondo di un avvenire da work in progress e quindi in balia delle forze reali del mercato; oltre che dei rapporti di forza tra gli Stati.

Una costruzione bislacca, un mostro che non si è mai visto nella storia (un “non Stato” che mira a diventare uno Stato a partire dall'economia e non dalla coesione della popolazione); con governanti privi di legittimazione democratica, ma con poteri cogenti sulle amministrazioni nazionali più deboli e quindi sui cittadini che non li hanno votati.

Sembrava l'uovo di Colombo – sottrarre la decisione alla volubilità della “volontà popolare” – per garantire “governabilità eterna”; o meglio una governance di stampo – e autoritarismo – aziendale.

Ma interessi dei gruppi multinazionali, dei grandi istituti finanziari e di alcuni Stati nazionali non andati ancora in dismissione (perlomeno non con la velocità di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna) stanno mettendo a serissimo rischio la tenuta dell'insieme chiamato Unione Europea.

In soli due giorni abbiamo avuto due “botti” contemporanei che prendono di mira – e nessuno dica che avviene “per caso” – i ruoli chiave nei due pilastri della costruzione unitaria: la presidenza della Bce e quella della Commissione (il “governo europeo”).

Contro Mario Draghi, Bundesbank e la minoranza “austero-integralista” hanno fatto partire una campagna mediatica che ne mette in discussione la credibilità personale, lo “stile” decisionale e comunicativo, non tanto le scelte di politica monetaria. Ovviamente sono queste ultime il vero cuore della questione, ma se il “blocco tedesco” attaccasse da questo lato finirebbe col perdere in modo disastroso. Ben pochi governi europei (e le rispettive banche centrali nazionali) possono accettare una politica monetaria “restrittiva” in piena ondata recessiva e deflattiva (conclamata per l'Italia, di fatto per quasi tutti i paesi principali e per l'area euro nel suo insieme). Quindi si procede con una sorta di “metodo Boffo”, facendo finta che il problema sia la persona, non il programma d'azione.

Su questo fronte oggi – alla conferenza stampa della Bce, dopo la prevista riunione del board – si saprò se Draghi ha ancora con sé la maggioranza di Francoforte o se i dubbiosi, sommati ai contrari “storici”, hanno rovesciato gli equilibri. In ogni caso, sembra facile previsione che per questo mese le “decisioni operative” della Bce restino congelate, pur in presenza di un'accelerazione delle dinamiche negative in molti paesi importanti (compresa la stessa Germania). Al massimo Draghi potrà ripetere di essere «pronto a prendere ulteriori misure non convenzionali, se necessario», ma senza prenderne nessuna proprio quando sembrerebbe necessario. Il tasso di inflazione più recente registrato dall'eurozona dà infatti un +0,4% totale (effetto di correzioni statistiche, non di un cambiamento nella tendenza), e addirittura un -0,7% se “depurato” dai prezzi di energia e alimentari. Se non è deflazione questa...

Una paralisi che naturalmente sarà “scontata” dai mercati, che quando sentono puzza di indecisione affondano immediatamente il colpo speculativo.

Il secondo “botto” è invece effetto di una maxi-inchiesta, che ha visto convergere il lavoro di un'ottantina di giornalisti aderenti all'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), sugli accordi fiscali segreti tra una serie di multinazionali e il Lussemburgo. Scopo: evadere le tasse nei paesi dove mantengono la sede legale, dirottando centinaia di miliardi di dollari su conti lussemburghesi. Una pratica più che decennale – stando alle 28.000 pagine di documenti raccolti nonostante la melliflua opposizione del principato – che coinvolge direttamente Jean-Claude Juncker, primo ministro del suo paese dal 1995 fino all'anno scorso. Stiamo parlando di un piccolo paradiso fiscale con appena mezzo milione di abitanti, che ha stretto negli anni 550 accordi fiscali riservati con altrettante multinazionali clienti di PricewaterhouseCoopers (Pwc), un “network globale e integrato che fornisce servizi professionali di revisione, di advisory, legali e fiscali”. Clienti dai nomi ultranoti, come Pepsi, Ikea, Amazon, FedEx, Accenture, Aig, Gazprom, Deutsche Bank, Procter & Gamble; ma anche Unicredit, Banca Sella, Intesa SanPaolo e persino Finmeccanica, controllata dallo stato italiano (che quindi frodava il fisco per conto dello Stato; vi sembra normale?). Imprese di tutti i settori, di qualsiasi paese (americani, russi, tedeschi, italiani, svedesi, francesi, ecc). Può essere credibile come "premier dell'Unione" l'uomo che, sottoscrivedo quegli accordi fiscali segreti, ha messo in più grave difficoltà i bilanci pubblici di molti dei paesi che ora dovrebbe "sanzionare"?

Impossibile che il premier di questo piccolo paradiso, con nemmeno il doppio degli abitanti di Cinecittà, “non sapesse” quel che avveniva nella sede del suo ministero delle Finanze; vista, oltretutto, la dimensione delle entrate che derivavano comunque da questi accordi.

Due “botti in contemporanea, dicevamo, ma provenienti da fronti decisamente opposti e con “bersagli” posizionati su trincee altrettanto opposte. Draghi è sotto il fuoco tedesco, Juncker è stato voluto alla presidenza della Commissione proprio da Angela Merkel. Il primo è oggetto di “indiscrezioni” provenienti dall'interno dell'istituto che presiede, il secondo è demolito da un network informativo multinazionale, ma con base negli Stati Uniti.

Non siamo complottisti, dovrebbe esser noto. Ma che Germania e Usa non siano in questo momento nel periodo migliore dei loro rapporti è cosa certa, dichiarata, palese. Per l'Unione Europea può diventare una bomba ad orologeria.

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17/07/2013

Datagate, cade solo Re Juncker

di Carlo Musilli

Jean Claude Juncker detiene due primati di segno opposto. In carica per oltre 18 anni, è stato il più longevo primo ministro al mondo fra quelli democraticamente eletti. Un record notevole, ma che non potrà più incrementare, visto che dalla settimana scorsa è anche il primo e finora unico governante ad aver pagato le conseguenze del Datagate internazionale.

Le sue dimissioni sono arrivate giovedì scorso nelle mani di Enrico, Granduca di Lussemburgo. Si attende ora la convocazione del voto anticipato, anche se la stampa locale dà quasi per certo che si tornerà alle urne il 20 ottobre. I cristianodemocratici del Csv - che guidano il governo insieme ai socialisti del Lsap - potrebbero indicare come successore del decano dimissionario Viviane Reding, attuale commissaria europea alla Giustizia. Juncker però, a 58 anni, non si sente ancora pronto per la pensione e ha già confermato di volersi ricandidare. Servirà il placet del partito, ma sembra poco più di una formalità.

Il Csv ha infatti ribadito di avere fiducia nel proprio leader storico, nonostante sia stato travolto dall'accusa di non aver vigilato sui servizi segreti (lo Srel), rendendosi addirittura complice di vari abusi. Nell'ultima riunione di governo, d'altra parte, l'ormai ex premier si è difeso con cipiglio, negando ogni coinvolgimento e sostenendo che i mancati controlli sarebbero colpa della commissione parlamentare competente. Il tutto senza dimenticare la sua solita ironia: "Se sudo, non è perché ho paura - ha detto - è che qui fa caldo".

In realtà Juncker aveva sfidato i 60 deputati a sfiduciarlo in Parlamento ("se dovete votare, votate"), pensando di poter contare ancora sull'appoggio dei socialisti, che insieme ai cristianodemocratici hanno in tasca 39 seggi. Sarebbe stato il secondo voto di fiducia in un mese, cosa mai accaduta in Lussemburgo dal 1848, anno dell'indipendenza. Gli alleati hanno però invitato il Premier ad assumersi le proprie responsabilità, chiedendo le elezioni anticipate.

A ben vedere, in effetti, le accuse nei confronti di Juncker sono diverse. Non si tratta solo delle consuete intercettazioni illegali (caso scoppiato negli Stati Uniti che ha già prodotto metastasi in Francia). Secondo il rapporto parlamentare che ha inchiodato il primo ministro, i servizi lussemburghesi avrebbero agito come una "struttura di polizia segreta" e corrotta, organizzando missioni fuori dal proprio mandato e facendo affari perfino attraverso la compravendita di automobili pagate con soldi pubblici.

Pur essendo a conoscenza di queste pratiche, Juncker - la cui testimonianza involontaria è stata ottenuta in stile 007, con orologi-registratori - non ha denunciato alcunché. Anzi, alcuni quotidiani hanno ipotizzato che il premier abbia usato le informazioni ottenute illegalmente in modo da ottenere benefici per sé e per il partito. Si è parlato perfino di un falso dossier con accuse di pedofilia contro il procuratore generale, reo di voler indagare su una serie di attentati compiuti a metà degli anni Ottanta.

L'indagine è iniziata con la pubblicazione sulla stampa di una conversazione risalente al 2008 fra Juncker e Marco Mille, all’epoca responsabile dei servizi. Nella registrazione Mille confessava che alcuni dei suoi uomini avevano intercettato il Granduca Enrico, il quale sarebbe stato in contatto con i servizi segreti britannici.

Lo scandalo c'è, non si può negare. Ma è davvero questa la fine politica del super-decano Jean Claude? Probabilmente no. Juncker è ancora popolare, soprattutto fra i giovani. Certo, il corpo elettorale non è dei più vasti e per spostare gli equilibri basta che cambi idea l'equivalente di un quartiere di una città italiana. L'intera popolazione del Lussemburgo supera di poco il mezzo milione di persone (per intenderci, circa un quinto di quelle che vivono a Roma).

E tutto si può dire meno che se la passino male: secondo il Fondo Monetario Internazionale, la minuscola monarchia parlamentare è al primo posto nella classifica del Pil pro capite (82.700 euro l'anno nel 2011, contro una media di 28.300 nell'Eurozona e di 26 mila in Italia). A fare la fortuna del Lussemburgo è il sistema bancario, specializzato nella gestione dei fondi d'investimento e gelosissimo custode d'ogni informazione. La strenua difesa del segreto ha fatto del Paese una delle mete preferite per chi ha enormi capitali da parcheggiare all'estero.

Benessere a parte, anche prima dell'ultimo scandalo a Juncker era capitato di ricevere critiche dai suoi facoltosi connazionali. L'accusa più frequente era di dedicare più energie all'Europa che al Paese. Già, perché quella di Jean Claude è una delle facce più note in ambito internazionale, a Bruxelles e non solo. Dal 2005 al gennaio scorso è stato presidente dell'Eurogruppo (il primo a ricoprire la carica in modo permanente). In precedenza era stato governatore del Fondo Monetario Internazionale e responsabile della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Il suo nome era circolato per la presidenza sia della Commissione europea sia del Consiglio Ue.

Nonostante la maggior parte dei suoi impegni fosse oltreconfine, Juncker è riuscito a farsi eleggere ininterrottamente dal 1995 in poi. Quando esordì alla guida del governo, in Francia era ancora al potere François Mitterrand e il cancelliere tedesco era Helmut Kohl. Qui da noi, invece, la discesa in campo del Cavaliere era già vecchia di un anno.

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Un articolo da far leggere a tutti quelli convinti che il sistema politico di merda sia appannaggio della sola Italia...