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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/05/2025

Greta Thunberg non è più l’icona innocua della crisi climatica

Era il 2018 quando, con il suo impermeabile giallo, le treccine bionde e il cartello “SKOLSTREJK FÖR KLIMATET”, l’attivista svedese Greta Thunberg diede il via al movimento Fridays for Future. Quel gesto mobilitò milioni di giovani in tutto il mondo, portando la crisi climatica al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente, Greta ha sempre dovuto affrontare pressioni spropositate per il suo ruolo pubblico: dai media scandalistici che ridicolizzavano il suo disturbo di Asperger, alle critiche di figure pubbliche come Donald Trump, che la descrisse come una «persona con problemi di gestione della rabbia».

Nonostante ciò, Greta riuscì a innescare un movimento generazionale, noto come “effetto Greta”, e il 2019 si rivelò cruciale per i partiti verdi europei, anche grazie a milioni di persone scese in piazza ispirate dal suo esempio. Quell’anno, fu nominata “persona dell’anno” dalla rivista Time e ricevette candidature al Nobel per la Pace. Insomma, sembrava che fosse una bambina prodigio destinata a cambiare il mondo ancor prima di raggiungere l’età adulta.

Tuttavia, dopo mesi di silenzio, nel 2024 i titoli di giornale sono cambiati drasticamente: “Da icona dell’ecologia alla glorificazione del terrorismo palestinese”, “Greta Thunberg continua a farci arrabbiare”, “Greta Thunberg si radicalizza”.

Tutto questo dopo le proteste a Milano e Berlino, dove ha affrontato apertamente i temi del colonialismo e dell’oppressione globale. Durante un discorso a Milano, in un raduno contro il massacro di civili a Gaza, ha dichiarato: «Se tu, come attivista per il clima, non combatti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima».

Sempre in ottobre ha visitato il collettivo di fabbrica GKN, esempio di lotta intersezionale e di mobilitazione dal basso che, poco fuori Firenze, lotta per una produzione ecologica, con una visione di riappropriazione dell’energia come bene comune. Come ha affermato Greta, «la lotta per arrivare alla fine del mese è la stessa lotta contro la fine del mondo», sottolineando il legame tra le questioni ambientali, sociali, di genere e territoriali.

Questa evoluzione ha segnato un cambiamento nella percezione pubblica: da “paladina del clima”, celebrata per aver ispirato milioni di persone, a figura accusata di essere “pronta alla violenza”, in contrasto con l’immagine innocua di un tempo. Le sue prese di posizione su temi politici più ampi, come i diritti dei e delle palestinesi e la critica al colonialismo, hanno generato polemiche, portando a multe, arresti e persino richieste di divieto d’ingresso in Germania.

Recentemente, sembra che Greta sia caduta nell’oblio agli occhi del grande pubblico: una volta onnipresente, lodata e ammirata, ora sembra quasi assente o, quando menzionata, trattata negativamente dai governi e media che un tempo la sostenevano. Si potrebbe pensare che si sia ritirata dall’attivismo, se non fosse per le sue occasionali apparizioni sui giornali e sui social, spesso ritratta in situazioni di tensione: in manette o trascinata dalle forze dell’ordine, da Londra a Copenaghen, Oslo, Malmö, L’Aia e Lützerath.

Cosa c’è dietro questo cambiamento di percezione di Greta Thunberg? Perché questi eventi hanno avuto una scarsa copertura mediatica?

Il messaggio iniziale di Greta era un semplice “invito a seguire la scienza”, proveniente da una bambina europea, bionda, di classe media, con genitori sostenitori e istruiti. Come nota Nadeine Asbali, sembrava il prodotto della buona educazione, perfettamente in linea con i valori liberali occidentali.

Il suo messaggio politico era neutro, almeno per un pubblico mainstream di persone non disposte a negare l’esistenza della crisi climatica: chi poteva non concordare sul fatto che gli animali non debbano estinguersi, o sul non permettere che le temperature globali raggiungano livelli inabitabili?

Greta era la perfetta “poster child”, volto simbolo di una lotta climatica innocente e neutrale. Sembra che i politici mondiali abbiano ammirato la sua convinzione adolescenziale senza mai davvero ascoltare il suo messaggio, sfruttandola come simbolo quando conveniente, salvo poi non fare nulla per mitigare la crisi climatica.

La semplicità iniziale del suo messaggio, con frasi potenti come “La nostra casa è in fiamme”, unita a simboli facilmente riconoscibili come le treccine e il cappotto giallo, fu la chiave del suo successo: diretto, universale e comprensibile. Le metafore sono cruciali nel costruire il carisma, come afferma John Antonakis, docente di comportamento umano in ambito organizzativo all’università di Losanna, e la determinazione di Greta nel perseguire ciò che ritiene giusto ha contribuito al suo impatto.

Questo atteggiamento, che non si lascia influenzare dal giudizio altrui, è tipico dei leader carismatici. La sua schiettezza, unita alla sua trasparenza, ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare il suo messaggio e nel renderla una vera e propria icona. Le persone nello spettro autistico, infatti, possono avere una comunicazione diretta e una visione unica, che le rende capaci di concentrarsi su ciò che considerano giusto con grande determinazione.

Essere elevati a icona però comporta aspettative irrealistiche e una pressione continua per mantenere la coerenza tra immagine pubblica e azioni personali. Quando queste aspettative non sono rispettate, il consenso può trasformarsi rapidamente in ostilità, passando dall’idolatria all’idiosincrasia, cioè l’avversione per ciò che una volta era idolatrato. Questo meccanismo è particolarmente visibile tra gli adolescenti, che sono estremamente radicali nel costruire e distruggere i loro simboli.

Greta è inevitabilmente cresciuta e con lei il suo pensiero politico, discostandosi dalle aspettative irrealistiche di una lotta climatica “neutrale”. Non è più la diciassettenne con il cappotto giallo e le treccine, simbolo innocuo e facilmente idolatrabile: oggi è una giovane donna di 22 anni che indossa con orgoglio la kefiah, simbolo di resistenza palestinese, e affronta senza paura temi come l’ingiustizia sistemica, il capitalismo e i diritti delle popolazioni del Sud globale.

E se un tempo il suo messaggio veniva accolto perché percepito come “non minaccioso”, oggi, nel denunciare apertamente le vere cause della crisi climatica, Greta non è più sfruttabile come icona innocua. La sua lotta si è fatta intersezionale, intrecciando giustizia ambientale, capitalismo, colonialismo, consumismo e imperialismo. Questo ha coinciso con un netto declino della sua visibilità mediatica.

Le persone infatti tendono a preferire cause chiaramente definite, mentre una lotta che intreccia giustizia ambientale e diritti umani richiede una comprensione più complessa. Il pericolo dell’intersezionalità sta proprio nella sua complessità: il messaggio diventa meno immediato, più difficile da afferrare.

Noti studi psicologici mostrano come siamo più inclini a semplificare le informazioni e a ignorare i collegamenti complessi tra fenomeni, come la distruzione degli habitat e le decisioni politiche o economiche. Per molti, queste connessioni non risultano intuitive.

In questo contesto, i media giocano un ruolo cruciale: possono decidere chi elevare a simbolo e chi silenziare, influenzando la percezione pubblica e l’efficacia di un intero movimento. Greta è infatti diventata rapidamente bersaglio di attacchi personali, chiaro esempio della fragilità e pericolosità delle figure simboliche, facilmente distorte per delegittimare il messaggio che rappresentano.

Nonostante ciò, ha resistito a questa pressione, mostrando una straordinaria capacità di rimanere fedele ai suoi principi e di evolversi come persona pubblica. Questo passaggio da simbolo a individuo autentico, capace di affrontare critiche e trasformazioni, rappresenta una lezione importante per l’attivismo: la necessità di costruire movimenti collettivi che vadano oltre l’esaltazione di una sola figura, rendendo il messaggio più resiliente alle sfide esterne.

Quest’anno mi è capitato di citare Greta dicendo: “La nostra casa è in fiamme”. Una persona mi rispose con decisione: «È diverso dire “La nostra casa è in fiamme” rispetto a “Qualcuno ha appiccato un incendio a casa nostra”». Ma la verità è questa: la crisi climatica ha dei responsabili, qualcuno lo ha appiccato veramente questo incendio, metaforico e non, ma troppo spesso si è evitato di dirlo chiaramente.

Ora Greta lo afferma senza mezzi termini, puntando il dito direttamente sull’oppressione e le disuguaglianze sistemiche alla base della crisi climatica, e questa chiarezza rende il suo messaggio scomodo. Quindi, la risposta è: no, Greta non ha smesso di fare attivismo. Ma, come ha scritto Nadaline Asbali, se ci chiediamo perché il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato di Greta Thunberg, è perché sta colpendo il sistema “dove fa più male”.

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Le ultime notizie davano Greta Thurnberg tra gli attivisti che dovevano essere sulla nave della Freedom Flotilla che doveva portare aiuti umanitari a Gaza, poi bombardata dall’aviazione israeliana in acque internazionali.

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Droni contro la Flotilla che portava cibo a Gaza

Eliana Riva

A mezzanotte e ventitré di ieri, due droni da guerra hanno colpito diverse volte la nave Conscience della Freedom Flotilla, mentre si trovava in acque internazionali. Il primo sparo ha centrato l’esterno dello scafo, che ha cominciato a imbarcare acqua. Gli altri il ponte di prua e la zona dei generatori, lasciando l’equipaggio senza energia. La radio ha smesso di funzionare e le comunicazioni sono diventate complicate e discontinue. Si è subito sviluppato un incendio e sono giunte sul posto una nave di Cipro del Sud e una maltese.

Thiago Avila, della ong, ha dichiarato che la Flotilla ha inviato due barche in supporto ma che le navi maltesi non hanno permesso loro di avvicinarsi. In serata, gli attivisti hanno comunicato di temere un nuovo attacco e che la nave resta gravemente danneggiata. Ma la Guardia costiera maltese blocca lo scafo, impedendogli di giungere in un porto sicuro.

AL MOMENTO dell’attacco la Conscience ospitava trenta operatori umanitari provenienti da Turchia e Azerbaijan, cibo e medicine. Una nave disarmata, ferma a tredici miglia a nord-est di Malta nell’attesa di ricevere il permesso di attraccare al porto per far salire a bordo altri volontari e ulteriori beni essenziali.

La Freedom Flotilla Coalition, che dal 2008 organizza azioni con lo scopo di rompere l’assedio israeliano e raggiungere le coste di Gaza, aveva scelto di mantenere il riserbo sulla missione della Conscience. Per evitare di essere bloccata, come già diverse volte è accaduto.

A Malta si sarebbero dovuti imbarcare decine di altri volontari, tra cui l’attivista Greta Thunberg, che avrebbe proseguito verso Gaza insieme agli altri. In attesa a La Valletta anche due italiani, Simone Zambrin e Chiara Di Silvestro. Ma i meccanismi di boicottaggio godono di sistemi di supporto internazionale che usano la burocrazia come un’arma affilata.

«Tutte le missioni hanno registrato ritardi causati dalle autorità marittime – ci ha detto Michele Borgia, che si occupa in Italia della comunicazione per l’ong – Spesso le imbarcazioni vengono controllate e ricontrollate per giorni».

Gli attivisti puntano il dito contro Israele e i suoi partner. Chi poteva avere interesse a mettere fuori uso con le armi una nave umanitaria diretta a Gaza? Non ci sono prove certe ma un C-130 Hercules dell’aeronautica israeliana è partito da Tel Aviv giovedì pomeriggio e ha sorvolato, a bassa quota e per diverse ore, l’area in cui si trovava la Conscience. Secondo i dati di volo disponibili online sui siti di tracciamento e condivisi dalla CNN, l’aereo è ritornato in Israele sette ore dopo il decollo, quando l’attacco era già stato compiuto. Tel Aviv si è rifiutata di commentare.

Quindici anni fa, a maggio del 2010 Israele attaccò la Mavi Marmara, una delle sei navi della Freedom Flotilla che tentavano di forzare il blocco navale di Gaza. I militari uccisero nove attivisti turchi. Il presidente Erdogan, tra i primi a denunciare l’attacco di ieri, ha dichiarato la sua solidarietà al gruppo internazionale. Eppure, è stata proprio la Turchia a bloccare per mesi la nave al porto di Istanbul, lasciando che il cibo si deteriorasse e che parte degli aiuti diventasse inservibile.

Anche per questo motivo l’imbarcazione doveva attraccare a Malta, dove la attendeva un’agenzia incaricata al trasbordo del nuovo carico umanitario. Agenzia che ha inaspettatamente dichiarato di non intendere far fede al suo impegno e Malta non ha rilasciato il permesso di ingresso nelle sue acque territoriali.

Un’attesa di 48 ore che ha svelato il suo significato quando è giunta alla nave la temuta e familiare notizia. L’attesa in acque internazionali serviva a dar tempo alle pressioni di governi e paesi perché venisse ritirata la bandiera dell’imbarcazione. La Conscience batteva bandiera di Palau. L’identica cosa era accaduta lo scorso anno a un’altra missione della Flotilla che con tre navi, 5mila tonnellate di aiuti e centinaia di osservatori internazionali sarebbe dovuta partire da Istanbul. Il governo turco ritardò la consegna dei permessi fino a quando venne comunicato che la Guinea Bissau intendeva ritirare la sua bandiera.

Solo nel 2008, la Dignity riuscì a vincere il blocco e a raggiungere le coste di Gaza. Quella volta, insieme a tanti volontari internazionali, sbarcò anche Vittorio Arrigoni.

«Abbiamo valutato i rischi della missione – ha dichiarato al manifesto l’attivista italiano Simone Zambrin – ma abbiamo deciso di provare a fare quello che i nostri governi, complici, non fanno.
Esiste qualcosa di più genuino che portare cibo e medicine a chi ne ha bisogno? È la nostra resistenza non violenta a un atto disumano».

Dopo due mesi di blocco totale, neanche le associazioni internazionali a Gaza hanno gli strumenti per aiutare la popolazione. La risposta umanitaria «è sull’orlo del collasso totale», ha denunciato la Croce rossa. «Senza un’immediata ripresa delle consegne di aiuti, il Comitato Internazionale (Cicr) non avrà accesso al cibo, ai medicinali e ai beni di prima necessità fondamentali per sostenere molti dei suoi programmi a Gaza», si legge nel comunicato diffuso ieri. Gli ospedali, anche quelli da campo della Cicr, non hanno più medicine.

Vecchie scarpe si vendono a chilo come unica risorse per poter accendere un fuoco per cucinare o scaldarsi. Sempre più famiglie domandano, disperate, un aiuto per i propri figli che si stanno consumando tra fame e malattie, ormai solo costole e colonne vertebrali, senza la forza neanche di piangere. Ma Israele continua a bombardare case e tende, mentre minaccia di espandere ancora le sue operazioni militari.

Almeno sei persone sono state uccise ieri a Gaza City, in un attacco a una delle poche cucine di comunità ancora aperte. A Beit Lahiya Israele ha bombardato una casa in cui i parenti vegliavano la salma della vittima di un precedente attacco. I testimoni parlano di più di dodici morti, tutti membri della famiglia Al-Masri.

Fonte

12/12/2020

I paradisi fiscali europei

L’elusione fiscale internazionale

Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle multinazionali è dichiarato in «paradisi fiscali», cioè in paesi che applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, pari a zero. Si tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla tassazione in nazioni che non hanno regimi fiscali aggressivi, come Francia, Italia, Germania o Stati Uniti[1]. I profitti delle multinazionali non si dirigono solo verso paradisi offshore come le Isole Cayman, le Bermuda o le Seychelles. Nei complessi schemi dell’elusione fiscale internazionale hanno un importante ruolo anche alcuni Stati membri dell’Unione Europea: Lussemburgo, Olanda, Belgio e Irlanda, ai quali si aggiungono Malta e Cipro.

Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo. Un’altra tecnica è quella del transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni (prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale. In alcuni casi, le multinazionali possono beneficiare di accordi fiscali (tax ruling) con le autorità nazionali, come quelli al centro dello scandalo LuxLeaks, scoppiato nel 2014.

Sulla base di documenti riservati della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), il consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (ICIJ), rivelò come le autorità fiscali del Lussemburgo avessero concesso a 340 multinazionali (tra cui Apple, Deutsche Bank, Ikea, Nike, Pepsi) di poter beneficiare, tra il 2002 e il 2010, di aliquote effettive irrisorie, a volte inferiori all’1%, sui profitti realizzati in paesi a più elevata tassazione[2]. Lo scandalo LuxLeaks ebbe enorme risonanza, ma praticamente nessuna conseguenza. Lo attesta la “Relazione sui reati fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale”, approvata dal Parlamento Europeo nel 2019, in cui si “deplora il fatto che, a quasi cinque anni dalle rivelazioni di LuxLeaks, la Commissione abbia aperto un’indagine formale solo in uno degli oltre 500 ruling in materia fiscale concessi dal Lussemburgo”[3].

Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta «lista nera» dei paradisi fiscali (ufficialmente giurisdizioni non-cooperative ai fini fiscali) adottata dal Consiglio d’Europa[4]. Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

Società buca-lettere e investimenti fantasma

Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono. Lo conferma la citata «Relazione sui reati fiscali e l’evasione» del Parlamento Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive[5]. Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o «società a destinazione specifica». Si tratta, spesso, di società «buca-lettere», cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare il carico effettivo globale delle multinazionali. Secondo la Banca Centrale olandese, le società «buca-lettere» costituite in Olanda da imprese multinazionali sarebbero ben 15.000[6]. Attraverso queste società transitano investimenti esteri «fantasma»[7].

Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono più investimenti diretti esteri della Cina (Fig. 1). Nel complesso, i livelli degli investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo. Per avere un’idea, si consideri che, nel 2019, lo stock (livello) di investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni, mentre in Italia di 445.715 milioni di dollari. Ma quanti di questi sono effettivi e quanti, invece, investimenti fantasma?

Fig. 1. Investimenti esteri in entrata (stock) nel 2019
Importi in milioni di dollari. I dati comprendono gli investimenti diretti nelle SDS. Per il Belgio, 2018. Fonte: OECD, FDI in Figures, April 2020.

I dati della tabella 1 offrono una prima risposta. Nel 2019, il livello (stock) degli investimenti esteri in entrata rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.

Tab.  1. Investimenti diretti esteri in entrata (stock) rispetto al Pil nel 2019 (%)
Per il Belgio, i dati si riferiscono al 2018. Fonte: OECD, FDI in figures, April 2020.

In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda e il 55% di quelli in Belgio è riconducibile a società a destinazione specifica, molte delle quali sono, come detto, società «buca-lettere». Mancano i dati per l’Irlanda, Malta e Cipro, anche se è riconosciuto che questi paesi hanno un ruolo importante per l’elusione fiscale internazionale. Se Lussemburgo e Olanda sono ai primi posti al mondo nell’attrazione di investimenti fantasma, l’Irlanda è tra le prime dieci destinazioni[8].

Le tasse perdute delle nazioni

L’elusione e l’evasione fiscale internazionale sottraggono annualmente entrate ai bilanci degli Stati: risorse che potrebbero essere destinate al finanziamento di servizi essenziali. Secondo le stime più recenti, l’elusione e l’evasione internazionali causano agli Stati della UE una perdita di entrate fiscali di 170 miliardi di euro all’anno. Di questi, 60 miliardi derivano dall’elusione delle società multinazionali, 46 dal trasferimento di patrimoni da parte di individui e 64 miliardi da frodi dell’Iva. Mentre la maggior parte dei paesi si impoverisce, sei Stati europei (Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda) traggono, invece, benefici dall’elusione dei profitti da parte delle imprese multinazionali[9].

Secondo il Tax Justice Network (Rapporto 2020), a causa all’evasione e dell’elusione fiscale internazionale, l’Italia perde annualmente 12,4 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), corrispondenti al 2% delle entrate fiscali. Un ammanco causato per 8,8 miliardi di dollari dal trasferimento di profitti delle multinazionali e, per 3,6 miliardi, dall’evasione offshore dei privati. I mancati introiti equivalgono al 9% della spesa sanitaria italiana e al 15% della spesa per l’istruzione. Nel complesso, le risorse perdute consentirebbero, all’Italia, di assumere 379.380 infermieri[10].

Così, mentre la maggior parte degli Stati – anche per fronteggiare le conseguenze della pandemia da coronavirus – accresce i debiti pubblici, l’elusione e l’evasione fiscale internazionali sottraggono risorse ai cittadini, in un sistema che genera profonde iniquità.

Note:

[1] E. Saez, G. Zucman, Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi, Torino, 2020.

[2] Oxfam Italia, Giustizia fiscale: tallone d’Achille dell’Europa. Lo scandalo LuxLeaks: un anno dopo, Oxfam Media Briefing, 4 novembre 2015.

[3] Parlamento Europeo, Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale, P8_TA(2019)0240.

[4] L’ultima blacklist comprende American Samoa, Anguilla, Barbados, Fiji, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad and Tobago, US Virgin Islands, Vanuatu e le Seychelles.

[5] La citata Relazione del Parlamento Europeo «invita la Commissione a considerare attualmente almeno tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali» (par. 330).

[6] Sul caso olandese, T. Gasparri, L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili, Nens, maggio 2020.

[7] J. Damgaard, T. Elkjaer, N. Johannesen, The Rise of Phantom Investments, Finance & Development, September 2019.

[8] J. Sawulski et al., Tax unfairness in the European Union, Polish Economic Institute, 2020.

[9] Cfr., J. Sawulski et al., Tax unfairness, cit., p. 13. Secondo tale studio, questi paesi dovrebbero essere definiti paradisi fiscali della UE.

[10] Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2020: Tax Justice in the time of COVID-19, November 2020.

Fonte

19/08/2020

Panama, Malta, Nord Italia: triangolo della corruzione?

È di pochi giorni fa la notizia che Massimo Malvestio – ex legale e consigliere di fiducia, nonché ottimo amico del Governatore del Veneto Luca Zaia – è riuscito a creare, nel giro di pochi anni, a Malta, paradiso europeo della corruzione, una rete di fondi di investimento e di società finanziarie che gestiscono patrimoni privati per oltre 400 milioni di euro.

La sede del suo quartier generale è il quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower: è il grattacielo più alto dell’isola, proprietà di Yorgen Fenech, il rampollo di una delle famiglie maltesi più influenti, ex manager dell’hotel Hilton Malta e del casinò di Portomaso.

Fenech era anche il CEO di Tumas Group e il direttore della compagnia maltese-azerbaigiana-tedesca Electrogas. Attualmente si trova in carcere, con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista di inchiesta per il Malta Independent.

È curioso che la sede legale degli affari di Massimo Malvestio si trovi nel palazzo di uno degli imprenditori criminali più potenti d’Europa, che tra l’altro avrebbe dovuto essere processato a breve se Melvin Theuma, il testimone chiave, non fosse stato trovato in una pozza di sangue nel suo appartamento, qualche settimana fa: attualmente è in ospedale per le profonde ferite riportate.

Chissà se Massimo Malvestio sapeva degli affari loschi del suo “locatore”, dei legami profondi intrattenuti con la malavita e con politici collusi come l’ex Primo Ministro Muscat, l’ex capo di gabinetto Keith Schembri e l’ex ministro Konrad Mizzi, tutti coinvolti, insieme a Fenech nello scandalo dei “Panama Papers”. Ricordate la più grande fuga di notizie finanziarie della storia? Steven Soderbergh ci ha fatto un film.

“Panama Papers” saltati fuori dallo studio legale Mossak Fonseca: undici milioni e mezzo di documenti confidenziali con dettagli salienti su oltre 214.000 società offshore che nascondevano e nascondono il loro denaro sfuggendo i controlli statali.

Implicati in questo giro di affari illegali migliaia di politici, imprenditori, personaggi celebri di tutto il mondo, e oltre 500 banche che hanno registrato 15.600 società di comodo. Le offshore come la Black 17 del sopracitato Fenech avevano e hanno sede nei più grandi paradisi fiscali del globo, tra cui Malta.

È curioso inoltre come anche la Techint di proprietà degli eredi Rocca, e la Saipem del gruppo Eni, siano proprietarie di società offshore nate nello studio Mossak Fonseca, o almeno così risulta dal fascicolo Panama Papers.

È curioso per molti motivi: primo tra tutti, il loro coinvolgimento nello scandalo Petrobras con l’accusa di corruzione internazionale, emerso grazie all’Operação Lava Jato che ha scoperchiato il sistema illegale che coinvolgeva importanti società internazionali, politici e personaggi della finanza brasiliana in una rete di tangenti e di riciclaggio di denaro del valore di 1,7 miliardi di euro favorito appunto dall’azienda petrolifera statale Petrobas. Una operazione che coinvolse anche l’ex presidente del Brasile Lula, che venne ingiustamente accusato di “corruzione passiva”.

Il giudice “protagonista” di quell’inchiesta, Sergio Moro, che nel frattempo è stato nominato Ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro per poi dimettersi dalla carica, è stato accusato da alcuni media brasiliani di non esser stato per niente imparziale a svantaggio proprio di Lula. Il giudice Teori Albino Zavascki, altro magistrato che si stava occupando di Lava Jato, è morto in un incidente aereo. Se non ci è possibile fare congetturare, almeno atteniamoci ai fatti.

Tornando ai Rocca – dinastia di industriali che hanno segnato la storia di Italia dal Regime Fascista ai giorni nostri anche grazie al durevole e inscalfibile sodalizio con le famiglie Einaudi e Cerri – il terzo motivo di curiosità, dopo le società elencate nei documenti segreti dello studio panamense (ancora oggi da loro negate) e il coinvolgimento nello scandalo Petrobas, è quanto emerso, nel 2017, nell’inchiesta Maltafiles, che vede i fratelli Rocca tra i tessitori di una “ragnatela di società offshore con cui la famiglia controlla il gruppo Tenaris, un colosso industriale con attività sparse ovunque nel mondo e un giro d’affari di oltre 16 miliardi. [...] Gli eredi del fondatore Agostino Rocca sono i beneficiari di un elaborato sistema di trust, quasi tutti con sede a Malta. Questa complicata struttura è stata per molti anni gestita dalla filiale della Valletta della Bsi, la Banca della Svizzera Italiana. Più di recente, l’istituto elvetico è stato affiancato da Credence, una società di servizi finanziari anche questa con base sull’isola del Mediterraneo. In totale, sono almeno una ventina gli schermi fiduciari riconducibili alla famiglia di industriali capitanata in Italia da Gianfelice Rocca” (Fonte).

È curioso quindi come sia stato possibile che Gianfelice Rocca abbia ricoperto la carica di Vice Presidente di Confindustria dal 2004 al 2012, sia stato Presidente di Assolombarda dal 2013 al 2017 e di recente abbia ricevuto la nomina di “special advisor” da Carlo Bonomi in Confindustria.

Come può un uomo che distrae capitali miliardari dal gettito fiscale, coprire cariche così importanti nel panorama dell’economia reale?

Il conflitto di interessi parrebbe evidente. Questi input sono solo minuscoli frammenti di un racconto molto più copioso sul sistema economico globale, le sue logiche, la sua etica, la corruttibilità della politica e l’assenza di confini finanziari che insieme garantiscono a una èlite la possibilità di esonerare enormi fortune dalle dinamiche del sistema produttivo.

Contrariamente alle affermazioni di principio, la UE non ha mai preso provvedimenti né corretto il tiro: il suo atteggiamento finora troppo flessibile in materia sta contribuendo a rendere la questione sempre più complessa e rilevante. Da una ricerca condotta dalla stessa Commissione Europea, tra il 2001 e il 2016, sulla stima della ricchezza “liquida” dei paesi Offshore, ai primi posti figurano Cipro, Malta e Portogallo.

La grande iniezione di liquidità che i Paesi in difficoltà stanno ricevendo può trasformarsi, come spiega Nicholas Shaxson, in un “assegno in bianco” che salverà dal fallimento proprio coloro che si sono arricchiti grazie alle scappatoie fiscali. Sarà molto difficile aggredire il gettito fiscale generato dalle multinazionali se i governi mondiali continueranno a ricoprire il ruolo di subordinati all’economia capitalista, venendo meno ai loro obblighi e favorendo le coorporations.

Daphne Caruana Galizia scrisse in un post su Running Commentary, prima di essere assassinata brutalmente da un’autobomba: “Ci sono corrotti ovunque si guardi. La situazione è disperata”. Io sono d’accordo con lei.

Fonte

23/06/2020

Il “patto libico” tra governi e scafisti: petrolio contro migranti

La questione dei barconi carichi di migranti disperati provenienti dalla Libia è da qualche anno uno dei cavalli di battaglia della destra fascioleghista.

La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.

Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).

Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.

Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.

Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.

Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.

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Petrolio e migranti. I documenti del «patto libico»

Nello Scavo – L’Avvenire

«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».

Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.

Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.

Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.

Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.

L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».

In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.

Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.

Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.

Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.

I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.

Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.

A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.

Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.

Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».

I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.

Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.

A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.

Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».

Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.

A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».

Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.

A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.

E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».

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23/12/2019

Malta al buio. Enel sotto tiro

Un black-out elettrico generale ha colpito l’intero arcipelago di Malta dalle 7.30 circa di questa mattina. Il black-out è il secondo in un mese. Il precedente era avvenuto a fine novembre nello stesso giorno in cui sono stati costretti a dare le dimissioni il capo di gabinetto del primo ministro, Keith Schembri, ed il ministro del Turismo (nonché ex responsabile dell’energia) Konrad Mizi, al termine di una drammatica riunione del consiglio dei ministri.

Da questa mattina è stata interrotta l’energia elettrica nelle città e nei villaggi di Malta e Gozo, con persone che non dispongono di elettricità nelle aree che vanno da Marsascala a Marsalforn.

Il quotidiano Times of Malta ha ricevuto segnalazioni di mancanza di energia da parte dei residenti di Marsaxlokk, Marsascala, San annwann, Sliema, Swieqi, Mġarr, Iklin, Naxxar, Mosta, Rabat, Siġġiewi e Żebbuġ.

Gli abitanti delle città gozitane come Għajnsielem e Marsalforn hanno dichiarato di non avere elettricità. Tutti hanno riferito che le luci si sono spente poco prima delle 7.30.

Già a novembre la società energetica maltese EneMalta comunicò che il problema era dovuto al lato italiano dell’interconnessione. Oggi la società elettrica ha reso noto che suoi tecnici sono al lavoro “per individuare le ragioni” del guasto. Ogni attività nel Paese è ferma: negozi e bar sono per lo più rimasti chiusi, non funzionano i semafori e le strutture che ne sono dotate si approvvigionano con gruppi elettrogeni. Problemi anche alle comunicazioni telefoniche e cellulari.

Era il febbraio del 2015 quando è stato firmato l’accordo quadro tra Enel Trade ed Enemalta, la principale azienda di generazione e distribuzione di elettricità di Malta, per l’approvvigionamento energetico delle isole maltesi. Il contratto, è di durata quinquennale, quindi scade il prossimo febbraio.

“Enel Trade è stata individuata come partner per la fornitura di elettricità dall’Italia a seguito della procedura di selezione internazionale iniziata da Enemalta a maggio 2014 e acquisterà energia elettrica per conto dell’azienda maltese. In particolare, l’accordo regola le condizioni di accesso ai mercati forward e spot, la gestione commerciale del cavo (l’avvio delle operazioni è previsto per giugno) e la cura di tutti i servizi connessi, compresi i rapporti con le istituzioni italiane” è riportato sul sito dell’Enel in riferimento al contratto firmato nel febbraio 2015. La stessa società precisa poi che “La partnership con Enemalta è un esempio concreto della capacità di Enel di elaborare prodotti ad hoc in base alle esigenze del cliente e conferma l’importanza del ruolo del Gruppo non solo nella generazione, distribuzione e vendita di energia, ma anche nella fornitura di servizi a livello nazionale e internazionale con contratti a medio e lungo termine”.

Il sito specializzato Infomercatiesteri, rileva il forte investimento fatto dall’Enel a Malta nella rete elettrica ed energetica e dunque la responsabilità del “campione italiano” nella gestione di un servizio strategico dell’isola. “Le nostre aziende forniscono un significativo contributo al dinamismo ed alla modernizzazione dell’economia maltese in virtù di importanti investimenti in settori strategici, a cominciare da quello dell’energia” scrive il sito. “Oltre ai contratti ottenuti da ENEL per la fornitura di energia elettrica, si segnala la presenza di Liquigas, azienda italiana leader nella distribuzione di GPL a Malta. Merita inoltre ricordare che la SNAM ha espresso il proprio interesse verso il progetto di gasdotto tra Malta e Gela (del valore di oltre 320 milioni di Euro), che rappresenta una priorità di questo Governo in ambito energetico in quanto consentirebbe al Paese di connettersi alle reti europee”.

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10/12/2019

Libia - «Libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue

La realtà brutale degli interessi economici, come sempre mescolata con quelli mafiosi dietro la cascata di belle intenzioni sparate sui media (complici) da politici servi. L’Avvenire, giornale dei vescovi italiani, quindi “extraterritoriale”, si può permettere il giornalismo d’inchiesta che nessuna testata “democratica” fa più (a meno che l’inchiesta non serva a bastonare un avversario – politico o economico – del padrone della testata...).

Quel che comunque non può dire, per “educazione” politica (ci sono trattati da rispettare e 8×1000 da incassare...), proviamo ad aggiungerlo noi.

La storia che Nello Scavo ha scoperto e racconta riguarda tutto – tutto! – l’establishment italiano ed europeo. Coinvolge infatti le compagnie petrolifere (il petrolio di contrabbando non può mica essere acquistato dal primo che passa...), tutti – tutti! – i governi che hanno firmato accordi con il frammento di Libia controllato dal Al Serraj (o più concretamente da Bija), e tutti i paesi che hanno fatto la stessa cosa, a partire da quei “democratici” governanti maltesi che fanno saltare in aria i veri giornalisti d’inchiesta (Dafne Caruana).

In questa commistione di marciume è inascoltabile chi pretende di distinguere tra “democratici” e destra sulla base del “rispetto dei diritti umani” o del “trattamento umanitario dei migranti”. Perché sia i Minniti che i Salvini hanno firmato accordi simili proprio con il capo dei trafficanti di esseri umani che è al tempo stesso il capo della “guardia costiera libica”, “legalmente riconosciuta” dall’Unione Europea ma con un capo ricercato dall’Onu. E non è difendibile neanche il contenuto di quegli accordi: mantenere persone in catene nei lager per evitare che arrivino in Europa.

Che poi il Bija di turno faccia loro pagare carissimo un “biglietto” per il barcone che li riporterà nel lager dopo un giro in mare, è solo un dettaglio d’infamia in più. Di cui sono responsabili tutti – tutti! – i “maggiorenti” d’Europa...

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di Nello Scavo - L'Avvenire

Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti.

Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.

La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».

Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando.

Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.

«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.

Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni.

Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani, che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.

Il principale centro di approvvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che, nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.

Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania.

Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.

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07/09/2019

Niente attracco per la nave Alan Kurdi. Dal Viminale: “porti chiusi... ma con umanità”

I primi segnali che vengono dal Ministero degli Interni del nuovo governo non sono affatto positivi.

La Alan Kurdi, nave umanitaria della ong tedesca Sea Eye, è davanti a Malta senza avere il permesso per entrare in porto. “Abbiamo chiesto al ministero dell’Interno – fa sapere Jan Ribbeck della Ong – se ora il cosiddetto Decreto Salvini sia ancora valido. E il ministero, in tarda mattinata, ce lo ha confermato. Apparentemente, anche questo esecutivo mantiene una posizione di fermezza contro gli sforzi dei salvataggi di civili”.

A bordo della nave ci sono 13 migranti che sono stati soccorsi in area Sar maltese sabato 31 agosto. Lo stesso giorno del salvataggio in mare, il 31 agosto, il ministro Salvini (seguito da Toninelli e Trenta) aveva firmato il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane per la Alan Kurdi. E, allo stesso tempo, anche Malta ha vietato l’ingresso nei suoi porti.

Ma al Viminale adesso non c’è più Salvini ma Luciana Lamorgese, ex prefetto di Milano, donna di legge e ordine e ispiratrice delle retate contro gli immigrati alla Stazione centrale di Milano. Al momento, fa sapere che proseguirà sulla linea del “niente porti aperti in maniera indiscriminata, ma certamente più umanità”.

“Non voglio rovinare la festa a nessuno, però ieri il ministero dell’interno, nonostante la nuova gestione, ha negato un porto sicuro alla Alan Kurdi che da giorni attende in mare dopo aver salvato 13 migranti. Non so chi abbia assunto questa decisione, ma è una scelta sbagliata. Sbagliatissima” scrive in una nota il deputato Pd Matteo Orfini.

Intanto la Commissione europea fa sapere di non essere stata contattata da nessuno stato membro per coordinare eventuali ricollocamenti dei migranti a bordo.

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29/06/2019

Da Lampedusa spiegazioni semplici sulla vicenda Sea Watch


Spieghiamo perché ha ragione la Sea Watch, rispondendo alle domande che si stanno ponendo in tanti.

1) Perché le ONG vengono in Italia?

Perché le leggi internazionali chiedono di portare i migranti nel PRIMO porto SICURO.

Ma Malta? E poi siamo sicuri che l’Italia è un porto sicuro? Ma siamo coscienti della vita che fanno molte delle persone migranti costrette a rimanere in Italia dal trattato di Dublino? Io l’anno scorso a Lampedusa ho visto il cadavere di un tunisino che si era impiccato per le condizioni dell'hotspot e perché era trattenuto da tempo sull’isola e altri ragazzi tunisini che per lo stesso motivo tentarono il suicidio... ma queste notizie forse non vi arrivano perché il centro di Lampedusa viene descritto come un modello... dove eroi e ministri passeggiano con bimbe africane in braccio in favore di telecamera... per quel suicidio ricordo poca indignazione, giornalisti e politici...

2) Perché non li riportano in Libia?

Perché la Libia non è un porto sicuro: c’è la guerra e ci sono i campi di concentramento.

“La Libia”... è bene specificare che la guerra in atto è un’aggressione imperialista (e no come si legge da qualche parte “una guerra civile”) e che i campi di concentramento sono gestiti dal governo fantoccio messo dalla NATO a cui l’UE fa riferimento. Gli addestriamo anche la Guardia Costiera... capite bene che poi quando si fa riferimento a normative e istituzioni UE come giustificazioni o anche attestazioni di giustizia e civiltà qualcosa non torna...

3) Perché non li portano in Tunisia?

Perché la Tunisia non ha firmato la Convenzione di Ginevra e perché in passato ha riportato i migranti in Libia.

Veramente di migranti in Libia ne ha riportati molti di più l’UE.

4) Perché non li portano a Malta?

Li portano eccome a Malta! Malta ha accolto in proporzione molti più immigrati di noi e continua ad accoglierli. Però Malta non è sempre il porto più vicino, dipende dove viene effettuato il salvataggio (e bisogna guardare anche le condizioni del mare).

In questo caso il porto sicuro più vicino era Lampedusa (ci piaccia o no).

Non so se Lampedusa fosse da subito il porto più vicino ma se ti negano l’attracco penso si debba provare da un’altra parte e se tutti negano l’attracco allora non è l’Italia ad essere un paese di merda ma tutta l’UE a cominciare dall’Italia.

5) Perché l’Olanda e la Germania non se ne prendono un po’?

Ci sono 10 città tedesche che in realtà si sono dichiarate disponibili a farlo. Il problema è che mancano gli accordi internazionali. Salvini in questo anno di governo avrebbe dovuto fare questo tipo di accordi, ma è stato assente 6 volte su 7 alle riunioni. Se è sempre assente è difficile che riesca a fare accordi.

Salvini vuole arrivare ad una rottura con l’UE stimolato dagli USA. Ma il problema sono gli accordi di Dublino che l’UE non ha nessuna intenzione di modificare. Salvini rimane uno che usa la disperazione altrui per fare politica, come la maggior parte dei politici attualmente in “campo”.

6) E quindi dobbiamo accoglierli tutti?

No, noi dobbiamo salvarli, perché i diritti umani vengono prima di ogni altra cosa. Il salvataggio si conclude quando le persone a bordo sbarcano in un porto sicuro. Il fatto dell’accoglienza poi dipende dagli accordi che i Paesi riescono a fare.

I diritti umani? No, non vengono prima di tutto, forse prima di tutto viene la vita (anche se pure questa certezza comincia a vacillare)... “il fatto dell’accoglienza” è vincolato dagli accordi di Dublino ne sono una prova i ricollocamenti che sono stati effettuati in percentuali irrisorie.

7) Ma la Sea Watch ha violato le leggi italiane?

La Sea Watch ha violato il decreto di Salvini, ma ha agito secondo il diritto del mare e l’articolo 10 della nostra Costituzione.

Io non ne faccio una questione di legalità ma se vogliamo scendere in questi meandri dovremmo prima, almeno io (forse l’autore del post è un esperto di leggi), studiare seriamente le leggi in materia... è possibile anche che la Sea Watch non violi nessuna legge.

Fonte

10/01/2019

Il governo del naufragio

I migranti raccolti in mare da due navi delle Ong – la Sea Watch e la Sea Eye – sono stati fatti sbarcare a Malta. Con venti giorni di ritardo, ma finalmente sono stati fatti scendere a terra.

La procedura è stata laboriosa anche a fine commedia, per “rispettare” le idiozie dette da ciascun governante coinvolto nella vicenda. Con il mare in tempesta, sono stati trasbordati dai due vascelli a bordo di navi militari maltesi, per “non creare il precedente” di uno sbarco direttamente sullo scoglio in mezzo al Mediterraneo (246 chilometri quadrati, poco più di Roma, e 460.000 abitanti).

I naufraghi sono stati poi portati in un centro d’accoglienza, in attesa di essere redistribuiti – insieme ad altri 249 giunti a La Valletta qualche settimana prima – in otto paesi europei che hanno dato l’ok (ma solo dopo, “per non creare un precedente...”).

Come ha precisato il primo ministro maltese, Joseph Muscat, l’Unione Europea, in questa vicenda, non ci è voluta entrare, segnando il punto più basso della sua già vergognosa storia, che nulla ha a che vedere con la “solidarietà, i diritti umani, la pace” e altre belle parole scritte sull’acqua.

Tra le otto destinazioni c’è anche l’Italia, forse a sorpresa per chi crede alle balle dei leghisti; senza sorprese per chi capisce dove sia la vera sede del “potere politico” nel Vecchio Continente.

Si era capito già il giorno prima, quando il premier conto terzi – Giuseppe Conte – aveva garantito che se li sarebbe andati a prendere “anche in aereo”, visto che il Duce Salvini continuava a sbraitare che “mai e poi mai” avrebbe dato il permesso di “aprire i porti”.

Il mezzo di trasporto, è ovvio, non conta nulla. Conta il fatto: qualcuno di quei disperati – una decina, pare, affidati alla Chiesa Valdese per far finta che stiano “in un altro paese” – arriverà anche qui. E c’è qualcun altro che, in questa partita politica, ha perso la mano. Ed è Salvini.

In politica, può capitare molte volte di dire una sciocchezza. In quel caso, il consiglio classico è di ammetterla e chiuderla lì. Per non fare figure peggiori e compromettersi la carriera o i rapporti. Se però, come nel caso di Salvini, quella sciocchezza – “non sbarcherà mai più nessuno” – è anche l’unica trincea in cui hai ridotto la tua propaganda, allora il rischio che quella sciocchezza si trasformi in un boomerang è quasi una certezza.

Conte e i Cinque Stelle, probabilmente per un calcolo politico disperato – non si era mai vista una maggioranza di governo in cui è la minoranza a dettare l’agenda, guadagnandoci in consensi – hanno bucato il palloncino fatto passare per un treno blindato inattaccabile.

Sui migranti Salvini ha costruito in poco tempo la sua personale fortuna. Sui migranti può perderla.

Si può naturalmente discutere a lungo se i Cinque Stelle lo abbiano fatto per mettere la sordina al loro primo “ok” al salvataggio di una banca (fotocopiando il “decreto Gentiloni” per Monte dei Paschi e banche venete) oppure se siano stati costretti dalle pressioni della Chiesa (che al Sud conta ancora parecchio) e del “terzo settore”; oppure ancora per metter fine alla resistibile ascesa del piccolo fuhrer lumbard...

In politica si valutano i fatti, in primo luogo. E il fatto è che Salvini ha ricevuto uno stop sul suo terreno. Quello su cui si gioca – propagandisticamente – tutto.

La reazione a caldo fa pensare a vendette trasversali immediate, rimettendo in discussione pezzi di “contratto di governo” su cui c’è da sempre una differenza importante di “interpretazione”. Vedremo...

La crisi di questa stramba maggioranza è però di fatto aperta. Se Salvini e i leghisti “abbozzano”, cominciano a perdere vento nelle vele e quindi a sgonfiarsi nei sondaggi. Se danno seguito alle minacce, fanno saltare il governo prima di quando avevano preventivato (le elezioni europee, per passare all’incasso dei consensi promessi dai sondaggi). Se cercano il pareggio, fanno comunque la parte dei “palle mosce” (che per un “celodurista” è un disastro semantico).

I due comunicati opposti, emanati alla fine di una lunga serata di scontro a Palazzo Chigi, ne sono solo la conferma empirica.

Come si vede, qui non prendiamo affatto in considerazione le “questioni di principio” (i due contendenti hanno mostrato di non averne neanche uno). Né una pensosa analisi degli interessi sociali dietro le due formazioni della maggioranza (l’abbiamo accennata più volte...).

Sul piano programmatico, infatti, una volta approvata la “manovra” riscritta da Bruxelles, la direzione di marcia nella gestione della cosa pubblica è fissata. Si continuerà ad andare – movimenti sociali a parte, per ora ancora troppo deboli – dove decidono Bruxelles, Francoforte, “i mercati finanziari” e i gruppi multinazionali più forti.

Lì si affrontano i “problemi grossi” – come il declassamento dell’Unione Europea deciso da Trump, da “stato membro” a semplice “organizzazione internazionale” – senza farsi troppo distrarre dalla minutaglia cui sono abituati certi parvenu della politica e la massa distratta di chi dà loro retta (media mainstream compresi, ovviamente).

In ballo, in questo stagno maleodorante, c’è solo il futuro personale dei due mezzi leader che hanno fatto di questo governo la scialuppa per tentare di solcare i grandi mari.

Ci sembrano entrambi fortemente candidati al naufragio, tali e quali al predecessore, Matteo Renzi. E troveranno molti porti chiusi, anche loro...

Fonte

09/08/2018

Il J’accuse di Amnesty International all’Unione Europea per i migranti morti nel Mediterraneo

Amnesty International accusa l’Unione Europea e i governi di Italia e Malta: il numero di persone che perdono la vita nel Mediterraneo centrale o che sono state rimandate in squallidi centri di detenzione in Libia è aumentato “a seguito delle politiche europee volte a chiudere la rotta del Mediterraneo centrale”.

La denuncia è contenuta in un dossier di Amnesty International pubblicato oggi, in cui l’organizzazione accusa i paesi europei di cospirare con la Libia per contenere gli arrivi in Ue.

Il dossier, intitolato Tra il diavolo e il mare blu profondo. I fallimenti dell’Europa su rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale, rivela l’impatto devastante delle politiche che hanno provocato oltre 721 morti in mare solo tra giugno e luglio del 2018. Il testo di 27 pagine evidenzia “le nuove politiche italiane che hanno lasciato persone in mare bloccate per giorni” e analizza come i paesi dell’Unione europea (UE) stiano “cospirando” per contenere rifugiati e migranti in Libia, “dove sono esposti a torture e abusi”, si legge sul sito di Amnesty.

“Nonostante il calo del numero di persone che tentano di attraversare il Mediterraneo negli ultimi mesi, il numero di morti in mare è aumentato. La responsabilità per il crescente numero di vittime è riconducibile ai governi europei che sono più preoccupati a tenere le persone lontane che a salvare vite umane”, ha affermato Matteo de Bellis, ricercatore su asilo e migrazione di Amnesty International.

“Le politiche europee hanno autorizzato la Guardia costiera libica a intercettare le persone in mare ed hanno ostacolato il lavoro vitale di soccorso delle ong. Il recente aumento delle morti in mare non è solo una tragedia, è una disgrazia”, ha insistito.

“I governi europei sono collusi con le autorità libiche per contenere rifugiati e migranti in Libia, nonostante gli orribili abusi che affrontano nelle mani della Guardia costiera libica e nei centri di detenzione in Libia. I piani per espandere questa politica di esternalizzazione in tutta la regione sono profondamente preoccupanti”, ha commentato ancora il ricercatore di Amnesty international.

“Nel suo rifiuto insensibile degli sbarchi di rifugiati e i migranti nei suoi porti, l’Italia usa le vite umane come moneta di scambio. La gente disperata è rimasta bloccata in mare con cibo, acqua e ripari insufficienti, mentre l’Italia cerca di aumentare la pressione politica per la condivisione delle responsabilità con gli altri stati europei”, ha affermato ancora Matteo de Bellis.

“Inoltre, le autorità italiane e maltesi hanno diffamato, intimidito e criminalizzato le eroiche ong che tentano di salvare vite in mare, hanno rifiutato alle loro imbarcazioni il permesso di sbarcare e persino le hanno sequestrate”, ha aggiunto il ricercatore. “L’Italia e gli Stati europei e le istituzioni devono agire con urgenza per dare priorità al salvataggio in mare e garantire che le persone soccorse vengano sbarcate immediatamente in paesi in cui non saranno esposti a gravi abusi e dove possono chiedere asilo”.

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01/07/2018

Samia. L’ultimo viaggio


Sono Samia
Il mio corpo esile da gazzella
Corro e stringo sulle spalle
Il peso del mio popolo

Sono Samia
Nel mio lungo viaggio
Verso la vittoria
Ho superato la fatica di sopravvivere

Sono Samia, gli occhi neri come le foglie di un albero secolare
Sono arrivata fino al muro
Che mi separa dal sogno
sono Samia

Sono annegata lungo le coste del mondo

*****

Questa poesia ho vinto il premio “Poetamare” .

Narra la storia di Samia Yusuf, la ragazza Somala che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008.

Nel 2012 Samia muore lungo le coste di Malta su un barcone carico di uomini donne e bambini.

Dopo un viaggio estenuante attraverso l’Etiopia, il Sudan e la Libia.

Aveva deciso di sfidare il mare per raggiungere il suo sogno di partecipare alle Olimpiadi di Londra.

La storia di Samia è la storia di tanti uomini e donne che affidano le loro vite al mare.

Per molti è l’ultimo viaggio.

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28/06/2018

Lifeline a Malta. L’equipaggio grida: “siamo tutti antifascisti!”

Dicono che certi valori sono ormai passati di moda, oppure che non sono “né di destra né di sinistra”. Palle.

Prendiamo il caso della nave Lifeline, appartenente all’omonima ong tedesca, che ha finalmente ottenuto l’autorizzazione ad entrare nel “porto sicuro più vicino”, ossia Malta. Ci è voluta una settimana di vergognoso scaricabarile e insulti tra i cosiddetti “leader europei” per arrivare a una conclusione che è scritta nel codice del mare da qualche millennio.

L’autorizzazione è arrivata solo dopo il forte peggioramento delle condizioni meteo, che aveva spinto il comandante della nave, il capitano Carl Peter Reisch, a scrivere alle autorità di Malta: “Fateci entrare in porto o fateci almeno riparare dal vento e dalle onde. C’è gente a bordo che ha bisogno di cure intensive. In tre sono già stati portati in ospedale. Molti a bordo stanno soffrendo di mal di mare. Chiediamo ora se siamo autorizzati a proteggerci almeno dalle alte onde e dal forte vento al largo della costa maltese”.

Ma anche dopo l’attracco la vergogna è proseguita, persino aggravata.

I poco più di 200 naufraghi raccolti in mare verranno distribuiti nei soli 8 paesi europei disposti a prenderseli (su 28: Malta, Francia, Italia, Irlanda, Portogallo, Belgio, Olanda e Lussemburgo). Ma non tutti, anzi. Verranno infatti inviati in destinazioni europee soltanto coloro che verranno “scoperti” come aventi realmente diritto all’asilo politico o protezione umanitaria perché provenienti da paesi in guerra. Gli altri – i cosiddetti “migranti economici” – verranno immediatamente rispediti al mittente.

Questo, almeno, secondo gli accordi intercorsi tra il premier maltese – Muscat, quello accusato di essere tra i mandanti dell’omicidio della giornalista locale, Daphne Caruana Galizia – e i suoi colleghi Ue. Non si sa infatti dove verranno rispediti: nel paese d’origine o in quello di ultima provenienza, ossia la Libia? La destinazione, in ogni caso, è questione di vita o di morte per quelle persone, anche se ora Salvini giura che a Tripoli stanno preparando nuovi lager che saranno considerati hotel a cinque stelle (“Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani”).

Fin qui come da copione della “nuova linea europea”, alquanto salviniana, sui salvataggi di migranti in mare. In più c’è però l’arresto del capitano e il sequestro della nave.

L’accusa è l’aspetto più infame di tutta la vicenda: non aver rispettato l’ordine della guardia costiera italiana che indicava di riportarli in Libia. Ovvero nel luogo da cui stavano fuggendo – pagando – per metter fine a un regime fatto di torture, stupri, espropriazione, lavoro coatto, ecc. Tutt’altro che un “porto sicuro”, insomma, nonostante le rassicurazioni di Salvini in versione testimonial di resort nel deserto.

A dire che nessuna destinazione in Libia può esser considerata un “porto sicuro” non siamo stati noi, ma il Tribunale di Ragusa. Nessuno di essi infatti rispetta gli standard definiti dal diritto internazionale (e non ci riferisce certo alla qualità delle infrastrutture, ma al tipo di “accoglienza”). Del resto, a smentire Salvini & co. – appena rientrati da un viaggio a Tripoli per firmare accordi segreti, basterebbe la notizia di oggi: il vice del premier Al Serraj è stato rapito...

Dunque il comandante viene arrestato e la nave sequestrata per aver obbedito al diritto internazionale anziché a un anonimo ufficiale della guardia costiera italiana comandato da un ministro dell’interno vagamente razzista.

Ci sarebbe da chiedere, a quel capitano e al resto dell’equipaggio, “ma chi ve lo ha fatto fare?”. Ma loro hanno già risposto attraccando a La Valletta, dove, schierati sul ponte, hanno gridato uno slogan piuttosto noto anche alle nostre orecchi: “siamo tutti antifascisti”.



Andateglielo a spiegare voi, che certi valori “non sono né di destra né di sinistra”...

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11/06/2018

Scaricabarile tra Italia e Malta sui rifugiati sulla nave Acquarius. Napoli e Messina disobbediscono

Si va ripetendo un vergognoso scaricabarile tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e le autorità de La Valletta sull’accoglienza dei rifugiati presi a bordo dalla nave Acquarius nelle acque del Mediterraneo. Ieri Salvini ha inviato una lettera urgente alle autorità maltesi chiedendo che la nave Aquarius con 629 migranti a bordo sbarchi a la Valletta, in quanto porto più vicino, ma le autorità maltesi ribadiscono che non è di loro competenza. “Malta non è né l’autorità di coordinamento, né ha competenza su questo caso”, ha dichiarato un portavoce del governo maltese, secondo quanto scrive Malta Today.

Il premier maltese Joseph Muscat, auspicando buoni rapporti con Roma, aveva ribadito che Malta osserva e continuerà ad osservare le regole internazionali: “Lo abbiamo fatto questa settimana e continueremo a farlo – ha spiegato – E lo abbiamo provato con fatti documentati. E’ importante che tutti si attengano alle regole, questo vale per noi, per gli altri governi e per le altre organizzazioni”.

A bordo della nave Aquarius, che attualmente non dispone di un porto di approdo per il braccio di ferro tra Italia e Malta, “ci sono 629 persone, tra loro 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte”. A denunciarlo è il report di Medici senza frontiere, la cui nave è stata impegnata in sei diverse operazioni di salvataggio di altrettante imbarcazioni cariche di migranti al largo della Libia.

A Palazzo Chigi è stato convocato ieri pomeriggio un vertice del governo sul caso Acquarius. “L’Italia si ritrova ad affrontare in totale solitudine l’emergenza immigrazione. Il problema è stato da me posto anche nel corso del G7 a tutti i partner europei in questi ultimi giorni dove ho anticipato che i flussi migratori devono essere gestiti in maniera condivisa anche per ciò che riguarda tutte le iniziative volte a prevenire le partenza. Il regolamento di Dublino va radicalmente cambiato”, ha affermato il premier Giuseppe Conte mentre a Palazzo Chigi era in corso il vertice del governo sul caso Aquarius.

Reazioni diverse sono quelle che vengono invece da alcune amministrazioni locali marittime. “Se un ministro senza cuore lascia morire in mare donne incinte, bambini, anziani, esseri umani, il porto di Napoli è pronto ad accoglierli. Noi siamo umani, con un cuore grande. Napoli è pronta, senza soldi, a salvare vite umane” scrive su Twitter il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in merito alla decisione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di non autorizzare l’approdo in Italia della nave Aquarius.

Anche Messina si è fatta avanti per ospitare la nave Acquarius e il suo carico di rifugiati: “A dispetto del diktat del ministro Salvini, l’amministrazione Accorinti dichiara la sua disponibilità immediata perché la nave Aquarius possa attraccare presso il porto cittadino. Pertanto, il sindaco Accorinti e la sua Giunta, ritenendo di interpretare anche il pensiero di buona parte della città – prosegue l’Amministrazione – ribadisce la necessità che la nave umanitaria “Aquarius” possa trovare in Messina un porto sicuro dove offrire aiuto e sostegno”.

Anche per questo, come per casa-reddito-lavoro-stato sociale-cura del territorio-lotta alle diseguaglianze, tutti in piazza, a Roma, sabato 16 giugno.

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05/12/2017

Omicidio Caruana Galizia: Malta mette in rete piccoli pesci

Quarantadue giorni d’indagini con in testa la polizia maltese, ma anche l’Fbi ed Europol, portano al fermo di dieci sospettati, una banda di malavitosi che avrebbero eseguito l’omicidio della giornalista Caruana Galizia. Il primo ministro Muscat parlando di operazione ancora in corso, può comunque presentare un primo risultato a conferma di quanto aveva dichiarato subito dopo l’omicidio: agli esecutori di questo barbaro gesto non bisogna dar tregua. Alle indagini ha offerto il contributo la tecnologia: la disamina delle celle telefoniche di vecchie conoscenze degli inquirenti che evidenziavano come tre portatili appartenenti a personaggi malavitosi già noti alla polizia locale, fra cui due fratelli, erano attivi nei minuti in cui è avvenuta la deflagrazione dell’auto (presa a nolo) su cui viaggiava la cronista. Due telefoni avrebbero fatto da vedetta durante il transito della vettura, uno è servito per innescare la carica di plastico piazzata sotto la scocca. I soggetti fermati hanno precedenti per traffico di armi e droga, potrebbero essere coinvolti in quello smercio di petrolio libico, operato anche da gruppi jihadisti che coinvolge privati e nazioni committenti. Era uno dei filoni delle indagini giornalistiche compiute dalla vittima.

Uno. Perché ciò che aveva infastidito maggiormente il premier laburista dell’isola, detta del tesoro per i segreti sui conti bancari offshore un tempo gestiti in loco e in seguito sparsi in differenti paradisi fiscali, erano altri affari con base a La Valletta. Taluni riguardavano personalmente lui e alcuni ministri del governo. Dalla società Egrant, intestata alla moglie Michelle, sul cui conto erano transitati i denari versati dal presidente azero Alijev per l’affare del metanodotto che porterà il gas dal Paese caucasico in Europa. Muscat avrebbe avuto il ruolo di facilitatore politico durante il suo periodo di presidenza di turno al Parlamento Europeo. Implicato nella vicenda, presente nel dossier denominato Panama Papers, anche il ministro Mizzi, parimente coinvolto in intrighi finanziari con una società intestata a suo nome e sede in Nuova Zelanda che forniva “servizi” nell’isola. Un altro degli aspetti evidenziato dagli articoli-denuncia di Caruana Galizia era l’inquietante, ma ormai da anni non segreta, attività di contatto fra criminalità locale e altre straniere, comprese cosche siciliane. Ai soliti traffici di armi e stupefacenti, facilitati dal traffico marittimo e dalla posizione dell’isola, s’univano i nuovi affari.

I contrabbandi di idrocarburi e la tratta di uomini, drammatiche piaghe che la destabilizzazione politica mediorientale ha riversato da oltre cinque anni sul Mediterraneo. Simili business, gestiti dalle mafie di varie nazioni che fanno cartello e si compenetrano, s’interfacciano a soggetti che ufficialmente fungono da tramite con aziende private e di Stato. Questo sottobosco trova nella lassità di norme e di controlli “dell’isola del tesoro” un terreno fertilissimo, un sistema reso tale dalle compiacenze della politica locale, di maggioranza e d’opposizione, e dai massimi rappresentanti istituzionali. Tutto ciò denunciava Daphne. E questo ormai infastidiva i vertici nazionali, oltre che la manovalanza maltese del malaffare. Gli inquirenti, se vorranno, potranno indagare se quest’ultima, come il manipolo dei fermati e probabilmente arrestati, ha agito di sua sponte. Scelta sempre rara quando si tratta di semplici banditi che agiscono per conto terzi. Certo, attualmente il primo ministro può vantare rapidità d’inchiesta e cattura di probabili omicidi, mostrandosi come integerrimo cacciatore di criminali e passando da politico sospettato a politico persecutore di giustizia. A meno che qualcuno dei fermati scelga di collaborare e rivelare possibili intrecci segreti. Quelli attorno ai quali la giornalista assassinata indagava. Quelli che i suoi familiari indicano come il vero filo della losca storia. Se la ricerca della verità sarà resa possibile.

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23/10/2017

La Valletta: migliaia in piazza contro la politica dell’omertà

Rispondendo agli allarmati quesiti della stampa internazionale, a ridosso dell’assassinio di Caruana Galizia, il premier maltese Muscat aveva promesso solennemente di far luce sull’efferato delitto. Quindi invitava i familiari ad aver fiducia nella giustizia. Sdegnata e ferma era giunta la risposta dei figli Mattew, Andrew e Paul. In un comunicato diffuso tramite i social media chiedevano le dimissioni del primo ministro e del suo staff, chiosando: “Chi per tanto tempo ha cercato il silenzio di nostra madre non può ora offrire giustizia”. E ancora: “Non siamo interessati a una giustizia senza cambiamenti. Il governo pensa solo a una cosa: la sua reputazione e ha bisogno di nascondere il buco dove son finite le istituzioni. Non è questo il nostro interesse, né era quello di nostra madre. Un governo e una polizia che hanno fallito nella difesa della vita di nostra madre, falliranno anche nell’indagare sulla sua morte”. Ieri una parte della società maltese ha ribadito il concetto manifestando in strada, come avevano già fatto venerdì scorso i colleghi di Daphne. Un corteo composto, ma determinatissimo s’è diretto sotto il quartier generale della polizia a La Valletta. Ha richiesto a gran voce e, poi leggendo un comunicato, le dimissioni dell’attuale capo della polizia, Lawrence Cutajar, e l’elezione di un nuovo rappresentante per dirigere le indagini assieme alla magistratura.

Fra la folla c’era anche la presidente maltese Marie-Louise Coleiro Preca, in carica dal 2014, anche lei, come il premier, aderente al partito laburista. In una dichiarazione aveva bollato l’omicidio della giornalista come un attacco codardo e osceno allo stesso Stato maltese. Ieri ha fatto richiamo a forza, coraggio e solidarietà popolari per rintuzzare un disegno che punta a impaurire le persone e a destabilizzare i rapporti civili. In realtà una parte della società locale è destabilizzata proprio dalla sequela di affari oscuri e criminali su cui Caruana Galizia indagava; su tali questioni le Istituzioni che vogliono difendere la propria credibilità e la solidità della storica nazione devono attuare quel cambiamento di rotta auspicato dai figli della giornalista. Il cui assassinio, come nella peggiore tradizione terroristica e mafiosa, rappresenta la risposta malavitosa a chi richiama legalità e rispetto delle leggi. Considerazioni fatte ieri anche dal segretario generale di Reporter senza frontiere Christophe Deloire che concordava con l’intervento d’un collega di Daphne, James Debono. Quest’ultimo, oltre a piangere la scomparsa d’una cronista d’indagine considerata una grave perdita per il Paese, ne rammentava anche il grande cuore: “Abbiamo bisogno di riflettere. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché la questione morale strangola Malta”. Lo dice esplicitamente chi sa che una parte di quella società è avida e pensa solo agli affari.

E’ il risaputo comune: il piccolo Stato è assediato da traffici illeciti, corruzione, lavaggio di denaro sporco di tanta criminalità globale. Tutto è reso possibile dalla compiacenza che scivola nella collusione di alcuni uomini della politica presenti nelle Istituzioni, della polizia e finanche della magistratura. Una vera piovra mafiosa, con legami internazionali più vari. Per ora le piste potrebbero seguire gli affari legati alle tangenti versate dalla famiglia del presidente azero Aliyev sul conto della Pilatus Bank, aperto a nome della moglie del premier maltese, o la questione del contrabbando del petrolio libico che, tramite petroliere russe, giunge proprio in Italia. E ancora la miriade di società (ne sono state calcolate oltre cinquantamila) che per evadere il fisco nel proprio Paese s’iscrivono alla Camera di commercio dell’isola mediterranea, che ha funzione di paradiso fiscale dietro l'angolo, con buona pace del presidente Juncker e di tutta la prosopopea di rigore e regolamenti trasparenti del Parlamento di Bruxelles che ha voluto Malta, e non solo, nella grande famiglia. In un’Unione Europea per ora ben poco attenta alla vicenda, come del resto diverse sue nazioni cardine, a muoversi è proprio il Belpaese che con Rosi Bindi porta oggi la Commissione antimafia a discorrere con rappresentanti e magistrati della nazione assediata da criminali e dai metodi criminali che hanno tacitato la giornalista scomoda. Magari salta fuori anche una pista italiana.

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19/10/2017

Malta, crocevia dell’illegalità col marchio Ue

Non una, ma due, tre forse più di dieci le piste che il fiuto d’inchiesta e il senso di servizio, motori centrali del lavoro di Daphne Caruana Galizia, possono motivare il disegno assassino di chi l’ha tacitata per sempre. Fra gli inviati delle testate che seguono in loco le indagini di polizia, Intelligence e magistratura circola la pista dei narcos: boss maltesi con tanto di fan sui social network che minacciavano la giornalista. Ma accanto al recente timore con cui la coraggiosa cronista e blogger aveva denunciato la minaccia di morte, c’è quella sua disperata considerazione sul panorama politico, socio-economico e finanziario incancreniti dall’illegalità che aveva occupato il micro Stato col classico apparato criminale delle mafie. Amministratori pubblici, imprenditori privati, faccendieri, prestanome – interni ed esterni – interconnessi col partito di maggioranza e con quello d’opposizione, intenti a realizzare affari generali e personali per ricavarne vantaggi. Non è un caso che La Valletta vanti un Pil superiore al 4% annuo conseguito nell’ultimo decennio grazie al gioco della fiscalità compiacente messo in atto dal bipolarismo consociativo di laburisti e partito nazionalista. Col compiacimento di Bruxelles.

Da qui il tesoretto guadagnato da Joseph Muscat (lui continua a negare, ma storicamente tanti ladri di Stato l’hanno fatto) tramite la compagnìa Egrant intestata alla consorte Michelle, sul cui conto erano transitati i dollari del presidente azero Alijev felice del suo affarone del metanodotto verso l’Europa. Per parte sua era felice anche il ministro dell’energia e del turismo Konrad Mizzi, quarantenne rampante sempre di sponda laburista che porta un cognome storico nell’isola grazie al fondatore del partito nazionalista Fortunato (1844-1905) e del figlio Enrico, premier seppure per un periodo brevissimo nel 1950. Anche Konrad Mizzi, così rivelano le “carte di Panama”, aveva una società intestata, per quanto collocata in Nuova Zelanda, che comunque forniva i servizi finanziari a La Valletta. Nella correlazione degli affari, dove le famiglie che s’alternano al comando condizionano la vita nell’isola, la questione dei Panama Papers rappresenta il meccanismo più losco e più grosso dove Daphne Caruana Galicia aveva ficcato il naso. Non solo perché quei file parlano degli inconfessabili appetiti di Putin e Cameron, Sharif e Poroshenko, passando per gli immarcescibili Mubarak, ma perché nel mappamondo dei paradisi fiscali c’è una buona fetta dell’attuale economia mondiale e di ciò che la geopolitica si trascina con guerre e stragi. Oltre all’oltraggio estremo di chi ne parla.

Trasferimenti di ricchezze

1.Isole Vergini 2. Panama 3. Bahamas 4. Seychelles 5. Samoa-Niue

Intermediari

Europa: 1. Svizzera 2. Isola Jersey 3. Lussemburgo 4. Regno Unito

Medio Oriente: Emirati Arabi Uniti

Asia: 1. Hong Kong 2. Cina

Americhe: Panama

Proprietari ricchezze nascoste

Europa: 1. Russia 2. Svizzera. 3. Regno Unito 4. Principato di Monaco e Italia

Medio Oriente: 1. Emirati Arabi Uniti 2. Israele

Asia: 1. Cina 2. Hong Kong

America: 1.Stati Uniti 2. Brasile e Argentina 3. Perù 4. Uruguay

(fonte: Süddeutsche Zeitung)

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