Mentre il presidente cubano Diaz-Canel ha annunciato che funzionari cubani sono entrati in contatto con omologhi statunitensi, per discutere i punti di frizione e cercare una risoluzione diplomatica, l’assedio criminale dell’imperialismo statunitense all’isola socialista continua. Di riflesso, però, cresce anche la solidarietà internazionalista in tutto il mondo.
Con l’avvicinarsi del 21 marzo, data prevista per l’arrivo del Nuestra América Convoy a L’Avana, si moltiplicano le dichiarazioni di sostegno pubblico alla missione, che si pone l’obiettivo di rompere il blocco stelle-e-strisce e portare aiuti umanitari al paese caraibico. Di sicuro impatto è il video pubblicato recentemente da Greta Thunberg sui propri profili social.
L’attivista svedese ha ricordato che il bloqueo di Cuba è stato costruito appositamente per essere una punizione collettiva del popolo cubano, che ha sfidato l’imperialismo. Al contrario, l’isola ha esportato solo conoscenze e dottori per affrontare le crisi più disparate, e centinaia dei suoi medici sono ancora oggi in Calabria, ad aiutare una sanità messa in ginocchio da una classe dirigente disinteressata a provvedere al suo popolo.
Greta ha infine esortato a mobilitarsi in concomitanza con l’arrivo del Convoy, per amplificare la solidarietà e fare pressione sui governi affinché si ponga la parola fine allo strozzamento di Cuba. La Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA, in un comunicato del 23 febbraio, avevano già annunciato che avrebbe promosso delle “piazze Nuestra América in prossimità dell’arrivo delle delegazioni del Convoy nella capitale cubana”.
Già da oggi una delegazione della Rete dei Comunisti sarà a Cuba, per seguire direttamente dall’isola l’evoluzione della missione, incontrare altre realtà e organizzazioni, e rafforzare il fronte internazionale di opposizione alle politiche di embargo.
È intanto proseguita anche la raccolta farmaci e fondi (si rimanda qui per i prossimi appuntamenti). Ieri una grande serata di musica latinoamericana e solidarietà si è svolta all’Intifada, a Roma, sempre con lo stesso fine. Anche Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, è appena rientrato da Cuba. Sui suoi canali social è possibile seguire i resoconti del suo viaggio, inclusa la visita presso la scuola di medicina ELAM, tra le più all’avanguardia al mondo.
Va inoltre ricordato che è possibile contribuire all’autodeterminazione del popolo cubano attraverso la campagna lanciata dall’Unione Sindacale di Base, dentro la cornice della solidarietà organizzata dalla Federazione Sindacale Mondiale in rapporto con la CTC cubana. Infine, vi è anche la campagna “Energia per la vita – Accendiamo la luce a Cuba”, per fornire pannelli fotovoltaici all’isola e garantire elettricità a ospedali, scuole e spazi comunitari.
Bisogna prepararsi perché i prossimi giorni saranno fondamentali per dare una spallata all’imperialismo, difendere la rivoluzione cubana, e sostenere i percorsi alternativi dell’America Latina, passando anche dalla richiesta di liberazione di Maduro e di Cilia Flores, che affronteranno un’udienza-farsa negli Stati Uniti il prossimo 26 marzo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/12/2025
Greta Thunberg arrestata a Londra per il sostegno a Palestine Action
Greta Thunberg è stata arrestata oggi a Londra, durante una protesta in sostegno dei detenuti di Palestine Action, di cui alcuni sono da oltre 50 giorni in sciopero della fame. L’attivista svedese teneva un cartello in cui c’era scritto “supporto i prigionieri di Palestine Action, mi oppongo al genocidio”, e tanto basta secondo la legge antiterrorismo britannica per arrestare una persona.
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
Fonte
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
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30/11/2025
100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo
La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.
Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.
Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.
La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.
Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.
Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.
Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.
A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.
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23/11/2025
“Sarò in Italia per sostenere sciopero e manifestazione contro Israele!”
di Chris Hedges
Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.
A meno che non li fermiamo.
Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.
Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.
Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.
Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.
Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.
Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.
Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.
Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.
Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.
Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.
I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.
Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.
Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.
Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.
Fonte
Le nazioni occidentali non faranno nulla per fermare il continuo Massacro di palestinesi da parte di Israele. Non faranno nulla per alleviare la fame e le malattie che stanno decimando i palestinesi a Gaza. Le nostre nazioni sono state e rimangono Complici a pieno titolo del Genocidio. Rimarranno Complici fino a quando il Genocidio non raggiungerà la sua triste conclusione.
A meno che non li fermiamo.
Almeno 242 palestinesi a Gaza sono stati uccisi da Israele dall’annuncio del “cessate il fuoco”. La prima grave violazione del cessate il fuoco ha portato a bombardamenti aerei israeliani che hanno ucciso più di 100 palestinesi, tra cui 46 bambini, e ne hanno feriti altri 150. I palestinesi di Gaza continuano a subire bombardamenti quotidiani che radono al suolo le loro case. Israele ha distrutto più di 1.500 edifici dall’inizio del cessate il fuoco, spesso decimando interi quartieri con cariche di demolizione.
Bombardamenti e spari continuano a uccidere e ferire civili, mentre i droni continuano a sorvolare la città, diffondendo minacce intimidatorie o sparando sui civili. Prodotti alimentari essenziali, aiuti umanitari e forniture mediche rimangono scarsi a causa dell’assedio in corso. E l’esercito israeliano controlla più di metà della Striscia di Gaza, sparando a chiunque, comprese le famiglie, si avvicini troppo al suo confine invisibile, noto come Linea Gialla. Il loro reato? Tornare alle rovine delle loro case.
Israele ha sistematicamente reso Gaza inabitabile, trasformandola nel più vasto cimitero di tutti i Campi di Concentramento.
Pochi in Israele si oppongono. L’82% degli israeliani sostiene l’idea di espellere l’intera popolazione di Gaza e quasi la metà sostiene la sua uccisione. L’80% degli israeliani afferma di essere “poco preoccupato” o “per niente preoccupato” dalle notizie di Carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza.
Non ci sono dubbi. Israele è uno Stato e una Società Genocida.
Per questo motivo, il 28 e 29 novembre sarò a Genova e Roma, insieme a Francesca Albanese, Yanis Varoufakis e Greta Thunberg, per sostenere lo sciopero nazionale indetto dai sindacati italiani per bloccare tutte le spedizioni di armi in Israele e protestare contro le richieste del governo del Primo Ministro Giorgia Meloni di aumentare la spesa per la difesa.
Non dobbiamo permettere ai nostri dirigenti politici di normalizzare il Genocidio e la guerra. Non dobbiamo abbandonare lo Stato di Diritto. Non dobbiamo essere Complici, con il nostro silenzio o la nostra passività. Dobbiamo fermare le spedizioni di bombe e armi verso Israele. Dobbiamo boicottare le aziende che fanno affari in Israele, così come ogni evento sportivo con squadre israeliane, ogni concerto di musicisti israeliani e ogni scambio con accademici e studenti israeliani.
Dobbiamo costringere le nostre università e istituzioni a disinvestire da Israele. Dobbiamo interrompere i rapporti diplomatici. Dobbiamo essere presenti quando i dirigenti israeliani tengono conferenze stampa o visite di Stato. Dobbiamo essere presenti in ogni porto quando attraccano navi da turismo israeliane. Dobbiamo porre fine al Genocidio.
Dipende da noi, da coloro che scendono in piazza, da coloro che organizzano scioperi. Non c’è altro meccanismo per salvarci. Nessuno.
Non possiamo fallire. Se falliamo, Gaza è solo l’inizio. Il mondo sta crollando sotto l’assalto della crisi climatica, che sta innescando migrazioni di massa, stati falliti e incendi catastrofici, uragani, tempeste, inondazioni e siccità. Con il deteriorarsi della stabilità globale, la terrificante Macchina della Violenza Industriale indiscriminata e degli Omicidi di Massa, così familiare ai palestinesi, diventerà onnipresente.
I droni militarizzati, gli elicotteri da combattimento, i muri e le barriere, i posti di blocco, le spirali di filo spinato, le torri di guardia, i centri di detenzione, le deportazioni, la brutalità e la tortura, il diniego dei visti d’ingresso, l’esistenza da Apartheid che deriva dall’essere clandestini, la perdita dei diritti individuali e la sorveglianza elettronica, sono familiari tanto ai migranti disperati lungo il confine messicano o che tentano di entrare in Europa quanto ai palestinesi. Presto, senza controllo, questi strumenti di repressione statale saranno usati contro di noi.
Israele incarna lo Stato Etnonazionalista che l’estrema destra negli Stati Uniti e in Europa sogna di creare per sé, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme legali, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato da questi proto-fascisti proprio perché è Razzista e senza legge, perché usa la forza letale indiscriminata per “purificare” la sua società da coloro che vengono etichettati come contaminanti umani.
Rifiutandoci di cooperare, bloccando i meccanismi del commercio e dello Stato, resistendo al male, affermiamo la nostra dignità e la nostra libertà. Sgretoliamo l’edificio del potere dispotico. Alimentiamo le fiamme della speranza e della giustizia. Manteniamo viva la capacità di essere umani.
Unitevi quindi a milioni di noi nelle strade d’Italia e nelle vostre strade. La lotta per la Palestina è la lotta di tutti noi.
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10/06/2025
Israele rapisce l’equipaggio della Freedom Flotilla
Il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato oggi che la barca umanitaria Madleen, diretta a Gaza con a bordo l’attivista svedese Greta Thunberg, è stata dirottata e sta per attraccare in Israele da dove i suoi passeggeri dovranno “tornare nei loro Paesi”.
La barca a vela “sta dirigendosi in sicurezza verso le coste di Israele. È previsto che i passeggeri tornino nei loro paesi”, ha dichiarato il dicastero in una nota poco dopo che la ong Freedom Flotilla che ha noleggiato la nave ha annunciato che l’imbarcazione era stata “abbordata” dalle forze israeliane.
“Le comunicazioni con la Madleen sono state interrotte. L’esercito israeliano ha sequestrato la nave”, ha dichiarato l’organizzazione su Telegram sostenendo che l’equipaggio è stato “rapito dalle forze israeliane”.
Fonte: Ansa
Che questa sarebbe stata, per ora, la conclusione della missione umanitaria era diventato chiarissimo già ieri, quando il criminale di guerra nonché ministro della Difesa, Israel Katz, aveva dichiarato: “Ho dato l’ordine all’Idf di agire affinché la Madleen non raggiunga Gaza. All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro, perché non raggiungerete Gaza”.
Il Madleen, un veliero di 18 metri, era salpato il primo giugno da Catania ed ha veleggiato lungo le acque territoriali egiziane verso la meta irraggiungibile della costa di Gaza. Carica di aiuti umanitari (soprattutto medicinali), evidentemente un “pericolo” per il disegno genocidiario, non aveva alcuna possibilità materiale di riuscire a passare, ma l’azione è stata comunque utile a scuotere le sopite “coscienze” occidentali che da 20 mesi fingono di non vedere e non sentire quel che accade a Gaza e in Cisgiordania.
Stavolta, paradossalmente, il rischio che i killer dell’Idf aprissero il fuoco – come era accaduto nel 2010 con la Mavi Marmara, nave battente bandiera turca (paese Nato!), in cui erano rimasti uccisi nove attivisti e membri dell’equipaggio – è stato relativamente minore, ma solo grazie alla notorietà internazionale di Greta Thunberg, dell’attore irlandese Liam Cunningham (Trono di spade), nonché al ruolo di Rima Hassan, membro del gruppo parlamentare europeo La France Insoumise.
L’esercito fa sapere che i passeggeri “dovrebbero tornare nei loro paesi d’origine”. L’attracco e il sequestro dell’equipaggio, della nave e del carico di aiuti umanitari è avvenuto in acque internazionali.
Israele ha ribadito che non permetterà che il blocco, in vigore dal 9 ottobre del 2023, due giorni dopo l’attacco di Hamas, sia violato da nessuno.
Secondo il canale di notizie Israel Hayom, l’equipaggio della Madleen sarà detenuto nel carcere di Givon, in celle separate. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir avrebbe ordinato il divieto di qualsiasi tipo di dispositivo di comunicazione, compresi radio e televisori.
Il ministro degli esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha fatto sapere di aver chiesto a Tel Aviv di poter visitare i sei cittadini francesi sequestrati appena saranno giunti in Israele “al fine di accertare la loro situazione e facilitare il loro rapido ritorno in Francia”.
Aggiornamenti
Gli attivisti della Madleen saranno costretti a guardare un video sull’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023
Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato all’esercito di mostrare un video sull’attacco di Hamas in Israele, il 7 ottobre 2023, a Greta Thunberg e gli altri 11 attivisti della Freedom Flotilla fermati con la forza e arrestati la scorsa notte in acque internazionali mentre tentavano di raggiungere Gaza per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione palestinese.
Katz ha anche elogiato i soldati per la loro rapida presa di controllo della Madleen. (Michele Giorgio, da Gerusalemme).
Secondo l’Autorità israeliana per l’immigrazione, i membri dell’equipaggio delle Freedom Flotilla non sono ancora entrati in Israele, nonostante più fonti li davano già ad Ashdod. Le procedure legali sarebbero dunque spostate a domani, così come l’udienza in tribunale. A quanto pare, Tel Aviv intende espellerli immediatamente dopo l’arrivo in Israele. Coloro che non possono essere deportati immediatamente, verranno trasportati domani in un’aula di tribunale.
Stralci dal comunicato ufficiale della Freedom Flotilla.
“Israele non ha l’autorità legale per trattenere i volontari internazionali a bordo della Madleen”, ha dichiarato Huwaida Arraf, avvocato per i diritti umani e organizzatrice della Freedom Flotilla. “Questo sequestro viola palesemente il diritto internazionale e viola gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia che impongono il libero accesso umanitario a Gaza. Questi volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o contestato un blocco illegale: la loro detenzione è arbitraria, illegale e deve cessare immediatamente”.
Israele sta ancora una volta agendo nella totale impunità. Ha sfidato gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia di consentire il libero accesso umanitario a Gaza, ha ignorato le leggi internazionali a tutela della navigazione civile e ha respinto le richieste di milioni di persone in tutto il mondo che chiedevano la fine dell’assedio e del genocidio.
Questo ultimo atto di aggressione contro la Freedom Flotilla segue l’impunito attacco israeliano con drone alla nostra precedente nave, la Conscience, che ha causato il ferimento di quattro volontari civili e la messa fuori uso della nave, in fiamme nelle acque europee. Quell’attacco immotivato ha violato il diritto internazionale. Ora Israele ha intensificato nuovamente i suoi attacchi prendendo di mira un’altra nave civile pacifica.
“I governi del mondo sono rimasti in silenzio quando la Conscience è stata bombardata. Ora Israele sta mettendo nuovamente alla prova quel silenzio”, ha dichiarato Tan Safi, un altro organizzatore della Freedom Flotilla. “Ogni ora senza conseguenze incoraggia Israele a intensificare i suoi attacchi contro i civili, gli operatori umanitari e i fondamenti stessi del diritto internazionale”.
Esigiamo:
• La fine dell’assedio illegale e mortale di Gaza.
• Il rilascio immediato di tutti i volontari rapiti.
• La consegna immediata di aiuti umanitari direttamente ai palestinesi, indipendentemente dal controllo della potenza occupante.
• Piena responsabilità per gli attacchi militari a Madleen e Conscience.
I governi devono adempiere ai loro obblighi di diritto internazionale e smettere di consentire i crimini di Israele. Siamo imperterriti. Ripartiremo. Non ci fermeremo finché l’assedio non finirà e la Palestina non sarà libera.
Fonte
La barca a vela “sta dirigendosi in sicurezza verso le coste di Israele. È previsto che i passeggeri tornino nei loro paesi”, ha dichiarato il dicastero in una nota poco dopo che la ong Freedom Flotilla che ha noleggiato la nave ha annunciato che l’imbarcazione era stata “abbordata” dalle forze israeliane.
“Le comunicazioni con la Madleen sono state interrotte. L’esercito israeliano ha sequestrato la nave”, ha dichiarato l’organizzazione su Telegram sostenendo che l’equipaggio è stato “rapito dalle forze israeliane”.
Fonte: Ansa
Che questa sarebbe stata, per ora, la conclusione della missione umanitaria era diventato chiarissimo già ieri, quando il criminale di guerra nonché ministro della Difesa, Israel Katz, aveva dichiarato: “Ho dato l’ordine all’Idf di agire affinché la Madleen non raggiunga Gaza. All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro, perché non raggiungerete Gaza”.
Il Madleen, un veliero di 18 metri, era salpato il primo giugno da Catania ed ha veleggiato lungo le acque territoriali egiziane verso la meta irraggiungibile della costa di Gaza. Carica di aiuti umanitari (soprattutto medicinali), evidentemente un “pericolo” per il disegno genocidiario, non aveva alcuna possibilità materiale di riuscire a passare, ma l’azione è stata comunque utile a scuotere le sopite “coscienze” occidentali che da 20 mesi fingono di non vedere e non sentire quel che accade a Gaza e in Cisgiordania.
Stavolta, paradossalmente, il rischio che i killer dell’Idf aprissero il fuoco – come era accaduto nel 2010 con la Mavi Marmara, nave battente bandiera turca (paese Nato!), in cui erano rimasti uccisi nove attivisti e membri dell’equipaggio – è stato relativamente minore, ma solo grazie alla notorietà internazionale di Greta Thunberg, dell’attore irlandese Liam Cunningham (Trono di spade), nonché al ruolo di Rima Hassan, membro del gruppo parlamentare europeo La France Insoumise.
L’esercito fa sapere che i passeggeri “dovrebbero tornare nei loro paesi d’origine”. L’attracco e il sequestro dell’equipaggio, della nave e del carico di aiuti umanitari è avvenuto in acque internazionali.
Israele ha ribadito che non permetterà che il blocco, in vigore dal 9 ottobre del 2023, due giorni dopo l’attacco di Hamas, sia violato da nessuno.
Secondo il canale di notizie Israel Hayom, l’equipaggio della Madleen sarà detenuto nel carcere di Givon, in celle separate. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir avrebbe ordinato il divieto di qualsiasi tipo di dispositivo di comunicazione, compresi radio e televisori.
Il ministro degli esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha fatto sapere di aver chiesto a Tel Aviv di poter visitare i sei cittadini francesi sequestrati appena saranno giunti in Israele “al fine di accertare la loro situazione e facilitare il loro rapido ritorno in Francia”.
Aggiornamenti
Gli attivisti della Madleen saranno costretti a guardare un video sull’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023
Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato all’esercito di mostrare un video sull’attacco di Hamas in Israele, il 7 ottobre 2023, a Greta Thunberg e gli altri 11 attivisti della Freedom Flotilla fermati con la forza e arrestati la scorsa notte in acque internazionali mentre tentavano di raggiungere Gaza per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione palestinese.
Katz ha anche elogiato i soldati per la loro rapida presa di controllo della Madleen. (Michele Giorgio, da Gerusalemme).
Secondo l’Autorità israeliana per l’immigrazione, i membri dell’equipaggio delle Freedom Flotilla non sono ancora entrati in Israele, nonostante più fonti li davano già ad Ashdod. Le procedure legali sarebbero dunque spostate a domani, così come l’udienza in tribunale. A quanto pare, Tel Aviv intende espellerli immediatamente dopo l’arrivo in Israele. Coloro che non possono essere deportati immediatamente, verranno trasportati domani in un’aula di tribunale.
Stralci dal comunicato ufficiale della Freedom Flotilla.
“Israele non ha l’autorità legale per trattenere i volontari internazionali a bordo della Madleen”, ha dichiarato Huwaida Arraf, avvocato per i diritti umani e organizzatrice della Freedom Flotilla. “Questo sequestro viola palesemente il diritto internazionale e viola gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia che impongono il libero accesso umanitario a Gaza. Questi volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o contestato un blocco illegale: la loro detenzione è arbitraria, illegale e deve cessare immediatamente”.
Israele sta ancora una volta agendo nella totale impunità. Ha sfidato gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia di consentire il libero accesso umanitario a Gaza, ha ignorato le leggi internazionali a tutela della navigazione civile e ha respinto le richieste di milioni di persone in tutto il mondo che chiedevano la fine dell’assedio e del genocidio.
Questo ultimo atto di aggressione contro la Freedom Flotilla segue l’impunito attacco israeliano con drone alla nostra precedente nave, la Conscience, che ha causato il ferimento di quattro volontari civili e la messa fuori uso della nave, in fiamme nelle acque europee. Quell’attacco immotivato ha violato il diritto internazionale. Ora Israele ha intensificato nuovamente i suoi attacchi prendendo di mira un’altra nave civile pacifica.
“I governi del mondo sono rimasti in silenzio quando la Conscience è stata bombardata. Ora Israele sta mettendo nuovamente alla prova quel silenzio”, ha dichiarato Tan Safi, un altro organizzatore della Freedom Flotilla. “Ogni ora senza conseguenze incoraggia Israele a intensificare i suoi attacchi contro i civili, gli operatori umanitari e i fondamenti stessi del diritto internazionale”.
Esigiamo:
• La fine dell’assedio illegale e mortale di Gaza.
• Il rilascio immediato di tutti i volontari rapiti.
• La consegna immediata di aiuti umanitari direttamente ai palestinesi, indipendentemente dal controllo della potenza occupante.
• Piena responsabilità per gli attacchi militari a Madleen e Conscience.
I governi devono adempiere ai loro obblighi di diritto internazionale e smettere di consentire i crimini di Israele. Siamo imperterriti. Ripartiremo. Non ci fermeremo finché l’assedio non finirà e la Palestina non sarà libera.
Fonte
04/05/2025
Greta Thunberg non è più l’icona innocua della crisi climatica
Era il 2018 quando, con il suo impermeabile giallo, le treccine bionde e il cartello “SKOLSTREJK FÖR KLIMATET”, l’attivista svedese Greta Thunberg diede il via al movimento Fridays for Future. Quel gesto mobilitò milioni di giovani in tutto il mondo, portando la crisi climatica al centro del dibattito pubblico.
Naturalmente, Greta ha sempre dovuto affrontare pressioni spropositate per il suo ruolo pubblico: dai media scandalistici che ridicolizzavano il suo disturbo di Asperger, alle critiche di figure pubbliche come Donald Trump, che la descrisse come una «persona con problemi di gestione della rabbia».
Nonostante ciò, Greta riuscì a innescare un movimento generazionale, noto come “effetto Greta”, e il 2019 si rivelò cruciale per i partiti verdi europei, anche grazie a milioni di persone scese in piazza ispirate dal suo esempio. Quell’anno, fu nominata “persona dell’anno” dalla rivista Time e ricevette candidature al Nobel per la Pace. Insomma, sembrava che fosse una bambina prodigio destinata a cambiare il mondo ancor prima di raggiungere l’età adulta.
Tuttavia, dopo mesi di silenzio, nel 2024 i titoli di giornale sono cambiati drasticamente: “Da icona dell’ecologia alla glorificazione del terrorismo palestinese”, “Greta Thunberg continua a farci arrabbiare”, “Greta Thunberg si radicalizza”.
Tutto questo dopo le proteste a Milano e Berlino, dove ha affrontato apertamente i temi del colonialismo e dell’oppressione globale. Durante un discorso a Milano, in un raduno contro il massacro di civili a Gaza, ha dichiarato: «Se tu, come attivista per il clima, non combatti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima».
Sempre in ottobre ha visitato il collettivo di fabbrica GKN, esempio di lotta intersezionale e di mobilitazione dal basso che, poco fuori Firenze, lotta per una produzione ecologica, con una visione di riappropriazione dell’energia come bene comune. Come ha affermato Greta, «la lotta per arrivare alla fine del mese è la stessa lotta contro la fine del mondo», sottolineando il legame tra le questioni ambientali, sociali, di genere e territoriali.
Questa evoluzione ha segnato un cambiamento nella percezione pubblica: da “paladina del clima”, celebrata per aver ispirato milioni di persone, a figura accusata di essere “pronta alla violenza”, in contrasto con l’immagine innocua di un tempo. Le sue prese di posizione su temi politici più ampi, come i diritti dei e delle palestinesi e la critica al colonialismo, hanno generato polemiche, portando a multe, arresti e persino richieste di divieto d’ingresso in Germania.
Recentemente, sembra che Greta sia caduta nell’oblio agli occhi del grande pubblico: una volta onnipresente, lodata e ammirata, ora sembra quasi assente o, quando menzionata, trattata negativamente dai governi e media che un tempo la sostenevano. Si potrebbe pensare che si sia ritirata dall’attivismo, se non fosse per le sue occasionali apparizioni sui giornali e sui social, spesso ritratta in situazioni di tensione: in manette o trascinata dalle forze dell’ordine, da Londra a Copenaghen, Oslo, Malmö, L’Aia e Lützerath.
Cosa c’è dietro questo cambiamento di percezione di Greta Thunberg? Perché questi eventi hanno avuto una scarsa copertura mediatica?
Il messaggio iniziale di Greta era un semplice “invito a seguire la scienza”, proveniente da una bambina europea, bionda, di classe media, con genitori sostenitori e istruiti. Come nota Nadeine Asbali, sembrava il prodotto della buona educazione, perfettamente in linea con i valori liberali occidentali.
Il suo messaggio politico era neutro, almeno per un pubblico mainstream di persone non disposte a negare l’esistenza della crisi climatica: chi poteva non concordare sul fatto che gli animali non debbano estinguersi, o sul non permettere che le temperature globali raggiungano livelli inabitabili?
Greta era la perfetta “poster child”, volto simbolo di una lotta climatica innocente e neutrale. Sembra che i politici mondiali abbiano ammirato la sua convinzione adolescenziale senza mai davvero ascoltare il suo messaggio, sfruttandola come simbolo quando conveniente, salvo poi non fare nulla per mitigare la crisi climatica.
La semplicità iniziale del suo messaggio, con frasi potenti come “La nostra casa è in fiamme”, unita a simboli facilmente riconoscibili come le treccine e il cappotto giallo, fu la chiave del suo successo: diretto, universale e comprensibile. Le metafore sono cruciali nel costruire il carisma, come afferma John Antonakis, docente di comportamento umano in ambito organizzativo all’università di Losanna, e la determinazione di Greta nel perseguire ciò che ritiene giusto ha contribuito al suo impatto.
Questo atteggiamento, che non si lascia influenzare dal giudizio altrui, è tipico dei leader carismatici. La sua schiettezza, unita alla sua trasparenza, ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare il suo messaggio e nel renderla una vera e propria icona. Le persone nello spettro autistico, infatti, possono avere una comunicazione diretta e una visione unica, che le rende capaci di concentrarsi su ciò che considerano giusto con grande determinazione.
Essere elevati a icona però comporta aspettative irrealistiche e una pressione continua per mantenere la coerenza tra immagine pubblica e azioni personali. Quando queste aspettative non sono rispettate, il consenso può trasformarsi rapidamente in ostilità, passando dall’idolatria all’idiosincrasia, cioè l’avversione per ciò che una volta era idolatrato. Questo meccanismo è particolarmente visibile tra gli adolescenti, che sono estremamente radicali nel costruire e distruggere i loro simboli.
Greta è inevitabilmente cresciuta e con lei il suo pensiero politico, discostandosi dalle aspettative irrealistiche di una lotta climatica “neutrale”. Non è più la diciassettenne con il cappotto giallo e le treccine, simbolo innocuo e facilmente idolatrabile: oggi è una giovane donna di 22 anni che indossa con orgoglio la kefiah, simbolo di resistenza palestinese, e affronta senza paura temi come l’ingiustizia sistemica, il capitalismo e i diritti delle popolazioni del Sud globale.
E se un tempo il suo messaggio veniva accolto perché percepito come “non minaccioso”, oggi, nel denunciare apertamente le vere cause della crisi climatica, Greta non è più sfruttabile come icona innocua. La sua lotta si è fatta intersezionale, intrecciando giustizia ambientale, capitalismo, colonialismo, consumismo e imperialismo. Questo ha coinciso con un netto declino della sua visibilità mediatica.
Le persone infatti tendono a preferire cause chiaramente definite, mentre una lotta che intreccia giustizia ambientale e diritti umani richiede una comprensione più complessa. Il pericolo dell’intersezionalità sta proprio nella sua complessità: il messaggio diventa meno immediato, più difficile da afferrare.
Noti studi psicologici mostrano come siamo più inclini a semplificare le informazioni e a ignorare i collegamenti complessi tra fenomeni, come la distruzione degli habitat e le decisioni politiche o economiche. Per molti, queste connessioni non risultano intuitive.
In questo contesto, i media giocano un ruolo cruciale: possono decidere chi elevare a simbolo e chi silenziare, influenzando la percezione pubblica e l’efficacia di un intero movimento. Greta è infatti diventata rapidamente bersaglio di attacchi personali, chiaro esempio della fragilità e pericolosità delle figure simboliche, facilmente distorte per delegittimare il messaggio che rappresentano.
Nonostante ciò, ha resistito a questa pressione, mostrando una straordinaria capacità di rimanere fedele ai suoi principi e di evolversi come persona pubblica. Questo passaggio da simbolo a individuo autentico, capace di affrontare critiche e trasformazioni, rappresenta una lezione importante per l’attivismo: la necessità di costruire movimenti collettivi che vadano oltre l’esaltazione di una sola figura, rendendo il messaggio più resiliente alle sfide esterne.
Quest’anno mi è capitato di citare Greta dicendo: “La nostra casa è in fiamme”. Una persona mi rispose con decisione: «È diverso dire “La nostra casa è in fiamme” rispetto a “Qualcuno ha appiccato un incendio a casa nostra”». Ma la verità è questa: la crisi climatica ha dei responsabili, qualcuno lo ha appiccato veramente questo incendio, metaforico e non, ma troppo spesso si è evitato di dirlo chiaramente.
Ora Greta lo afferma senza mezzi termini, puntando il dito direttamente sull’oppressione e le disuguaglianze sistemiche alla base della crisi climatica, e questa chiarezza rende il suo messaggio scomodo. Quindi, la risposta è: no, Greta non ha smesso di fare attivismo. Ma, come ha scritto Nadaline Asbali, se ci chiediamo perché il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato di Greta Thunberg, è perché sta colpendo il sistema “dove fa più male”.
Naturalmente, Greta ha sempre dovuto affrontare pressioni spropositate per il suo ruolo pubblico: dai media scandalistici che ridicolizzavano il suo disturbo di Asperger, alle critiche di figure pubbliche come Donald Trump, che la descrisse come una «persona con problemi di gestione della rabbia».
Nonostante ciò, Greta riuscì a innescare un movimento generazionale, noto come “effetto Greta”, e il 2019 si rivelò cruciale per i partiti verdi europei, anche grazie a milioni di persone scese in piazza ispirate dal suo esempio. Quell’anno, fu nominata “persona dell’anno” dalla rivista Time e ricevette candidature al Nobel per la Pace. Insomma, sembrava che fosse una bambina prodigio destinata a cambiare il mondo ancor prima di raggiungere l’età adulta.
Tuttavia, dopo mesi di silenzio, nel 2024 i titoli di giornale sono cambiati drasticamente: “Da icona dell’ecologia alla glorificazione del terrorismo palestinese”, “Greta Thunberg continua a farci arrabbiare”, “Greta Thunberg si radicalizza”.
Tutto questo dopo le proteste a Milano e Berlino, dove ha affrontato apertamente i temi del colonialismo e dell’oppressione globale. Durante un discorso a Milano, in un raduno contro il massacro di civili a Gaza, ha dichiarato: «Se tu, come attivista per il clima, non combatti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima».
Sempre in ottobre ha visitato il collettivo di fabbrica GKN, esempio di lotta intersezionale e di mobilitazione dal basso che, poco fuori Firenze, lotta per una produzione ecologica, con una visione di riappropriazione dell’energia come bene comune. Come ha affermato Greta, «la lotta per arrivare alla fine del mese è la stessa lotta contro la fine del mondo», sottolineando il legame tra le questioni ambientali, sociali, di genere e territoriali.
Questa evoluzione ha segnato un cambiamento nella percezione pubblica: da “paladina del clima”, celebrata per aver ispirato milioni di persone, a figura accusata di essere “pronta alla violenza”, in contrasto con l’immagine innocua di un tempo. Le sue prese di posizione su temi politici più ampi, come i diritti dei e delle palestinesi e la critica al colonialismo, hanno generato polemiche, portando a multe, arresti e persino richieste di divieto d’ingresso in Germania.
Recentemente, sembra che Greta sia caduta nell’oblio agli occhi del grande pubblico: una volta onnipresente, lodata e ammirata, ora sembra quasi assente o, quando menzionata, trattata negativamente dai governi e media che un tempo la sostenevano. Si potrebbe pensare che si sia ritirata dall’attivismo, se non fosse per le sue occasionali apparizioni sui giornali e sui social, spesso ritratta in situazioni di tensione: in manette o trascinata dalle forze dell’ordine, da Londra a Copenaghen, Oslo, Malmö, L’Aia e Lützerath.
Cosa c’è dietro questo cambiamento di percezione di Greta Thunberg? Perché questi eventi hanno avuto una scarsa copertura mediatica?
Il messaggio iniziale di Greta era un semplice “invito a seguire la scienza”, proveniente da una bambina europea, bionda, di classe media, con genitori sostenitori e istruiti. Come nota Nadeine Asbali, sembrava il prodotto della buona educazione, perfettamente in linea con i valori liberali occidentali.
Il suo messaggio politico era neutro, almeno per un pubblico mainstream di persone non disposte a negare l’esistenza della crisi climatica: chi poteva non concordare sul fatto che gli animali non debbano estinguersi, o sul non permettere che le temperature globali raggiungano livelli inabitabili?
Greta era la perfetta “poster child”, volto simbolo di una lotta climatica innocente e neutrale. Sembra che i politici mondiali abbiano ammirato la sua convinzione adolescenziale senza mai davvero ascoltare il suo messaggio, sfruttandola come simbolo quando conveniente, salvo poi non fare nulla per mitigare la crisi climatica.
La semplicità iniziale del suo messaggio, con frasi potenti come “La nostra casa è in fiamme”, unita a simboli facilmente riconoscibili come le treccine e il cappotto giallo, fu la chiave del suo successo: diretto, universale e comprensibile. Le metafore sono cruciali nel costruire il carisma, come afferma John Antonakis, docente di comportamento umano in ambito organizzativo all’università di Losanna, e la determinazione di Greta nel perseguire ciò che ritiene giusto ha contribuito al suo impatto.
Questo atteggiamento, che non si lascia influenzare dal giudizio altrui, è tipico dei leader carismatici. La sua schiettezza, unita alla sua trasparenza, ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare il suo messaggio e nel renderla una vera e propria icona. Le persone nello spettro autistico, infatti, possono avere una comunicazione diretta e una visione unica, che le rende capaci di concentrarsi su ciò che considerano giusto con grande determinazione.
Essere elevati a icona però comporta aspettative irrealistiche e una pressione continua per mantenere la coerenza tra immagine pubblica e azioni personali. Quando queste aspettative non sono rispettate, il consenso può trasformarsi rapidamente in ostilità, passando dall’idolatria all’idiosincrasia, cioè l’avversione per ciò che una volta era idolatrato. Questo meccanismo è particolarmente visibile tra gli adolescenti, che sono estremamente radicali nel costruire e distruggere i loro simboli.
Greta è inevitabilmente cresciuta e con lei il suo pensiero politico, discostandosi dalle aspettative irrealistiche di una lotta climatica “neutrale”. Non è più la diciassettenne con il cappotto giallo e le treccine, simbolo innocuo e facilmente idolatrabile: oggi è una giovane donna di 22 anni che indossa con orgoglio la kefiah, simbolo di resistenza palestinese, e affronta senza paura temi come l’ingiustizia sistemica, il capitalismo e i diritti delle popolazioni del Sud globale.
E se un tempo il suo messaggio veniva accolto perché percepito come “non minaccioso”, oggi, nel denunciare apertamente le vere cause della crisi climatica, Greta non è più sfruttabile come icona innocua. La sua lotta si è fatta intersezionale, intrecciando giustizia ambientale, capitalismo, colonialismo, consumismo e imperialismo. Questo ha coinciso con un netto declino della sua visibilità mediatica.
Le persone infatti tendono a preferire cause chiaramente definite, mentre una lotta che intreccia giustizia ambientale e diritti umani richiede una comprensione più complessa. Il pericolo dell’intersezionalità sta proprio nella sua complessità: il messaggio diventa meno immediato, più difficile da afferrare.
Noti studi psicologici mostrano come siamo più inclini a semplificare le informazioni e a ignorare i collegamenti complessi tra fenomeni, come la distruzione degli habitat e le decisioni politiche o economiche. Per molti, queste connessioni non risultano intuitive.
In questo contesto, i media giocano un ruolo cruciale: possono decidere chi elevare a simbolo e chi silenziare, influenzando la percezione pubblica e l’efficacia di un intero movimento. Greta è infatti diventata rapidamente bersaglio di attacchi personali, chiaro esempio della fragilità e pericolosità delle figure simboliche, facilmente distorte per delegittimare il messaggio che rappresentano.
Nonostante ciò, ha resistito a questa pressione, mostrando una straordinaria capacità di rimanere fedele ai suoi principi e di evolversi come persona pubblica. Questo passaggio da simbolo a individuo autentico, capace di affrontare critiche e trasformazioni, rappresenta una lezione importante per l’attivismo: la necessità di costruire movimenti collettivi che vadano oltre l’esaltazione di una sola figura, rendendo il messaggio più resiliente alle sfide esterne.
Quest’anno mi è capitato di citare Greta dicendo: “La nostra casa è in fiamme”. Una persona mi rispose con decisione: «È diverso dire “La nostra casa è in fiamme” rispetto a “Qualcuno ha appiccato un incendio a casa nostra”». Ma la verità è questa: la crisi climatica ha dei responsabili, qualcuno lo ha appiccato veramente questo incendio, metaforico e non, ma troppo spesso si è evitato di dirlo chiaramente.
Ora Greta lo afferma senza mezzi termini, puntando il dito direttamente sull’oppressione e le disuguaglianze sistemiche alla base della crisi climatica, e questa chiarezza rende il suo messaggio scomodo. Quindi, la risposta è: no, Greta non ha smesso di fare attivismo. Ma, come ha scritto Nadaline Asbali, se ci chiediamo perché il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato di Greta Thunberg, è perché sta colpendo il sistema “dove fa più male”.
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Le ultime notizie davano Greta Thurnberg tra gli attivisti che dovevano essere sulla nave della Freedom Flotilla che doveva portare aiuti umanitari a Gaza, poi bombardata dall’aviazione israeliana in acque internazionali.
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Droni contro la Flotilla che portava cibo a Gaza
Droni contro la Flotilla che portava cibo a Gaza
Eliana Riva
A mezzanotte e ventitré di ieri, due droni da guerra hanno colpito diverse volte la nave Conscience della Freedom Flotilla, mentre si trovava in acque internazionali. Il primo sparo ha centrato l’esterno dello scafo, che ha cominciato a imbarcare acqua. Gli altri il ponte di prua e la zona dei generatori, lasciando l’equipaggio senza energia. La radio ha smesso di funzionare e le comunicazioni sono diventate complicate e discontinue. Si è subito sviluppato un incendio e sono giunte sul posto una nave di Cipro del Sud e una maltese.
Thiago Avila, della ong, ha dichiarato che la Flotilla ha inviato due barche in supporto ma che le navi maltesi non hanno permesso loro di avvicinarsi. In serata, gli attivisti hanno comunicato di temere un nuovo attacco e che la nave resta gravemente danneggiata. Ma la Guardia costiera maltese blocca lo scafo, impedendogli di giungere in un porto sicuro.
AL MOMENTO dell’attacco la Conscience ospitava trenta operatori umanitari provenienti da Turchia e Azerbaijan, cibo e medicine. Una nave disarmata, ferma a tredici miglia a nord-est di Malta nell’attesa di ricevere il permesso di attraccare al porto per far salire a bordo altri volontari e ulteriori beni essenziali.
La Freedom Flotilla Coalition, che dal 2008 organizza azioni con lo scopo di rompere l’assedio israeliano e raggiungere le coste di Gaza, aveva scelto di mantenere il riserbo sulla missione della Conscience. Per evitare di essere bloccata, come già diverse volte è accaduto.
A Malta si sarebbero dovuti imbarcare decine di altri volontari, tra cui l’attivista Greta Thunberg, che avrebbe proseguito verso Gaza insieme agli altri. In attesa a La Valletta anche due italiani, Simone Zambrin e Chiara Di Silvestro. Ma i meccanismi di boicottaggio godono di sistemi di supporto internazionale che usano la burocrazia come un’arma affilata.
«Tutte le missioni hanno registrato ritardi causati dalle autorità marittime – ci ha detto Michele Borgia, che si occupa in Italia della comunicazione per l’ong – Spesso le imbarcazioni vengono controllate e ricontrollate per giorni».
Gli attivisti puntano il dito contro Israele e i suoi partner. Chi poteva avere interesse a mettere fuori uso con le armi una nave umanitaria diretta a Gaza? Non ci sono prove certe ma un C-130 Hercules dell’aeronautica israeliana è partito da Tel Aviv giovedì pomeriggio e ha sorvolato, a bassa quota e per diverse ore, l’area in cui si trovava la Conscience. Secondo i dati di volo disponibili online sui siti di tracciamento e condivisi dalla CNN, l’aereo è ritornato in Israele sette ore dopo il decollo, quando l’attacco era già stato compiuto. Tel Aviv si è rifiutata di commentare.
Quindici anni fa, a maggio del 2010 Israele attaccò la Mavi Marmara, una delle sei navi della Freedom Flotilla che tentavano di forzare il blocco navale di Gaza. I militari uccisero nove attivisti turchi. Il presidente Erdogan, tra i primi a denunciare l’attacco di ieri, ha dichiarato la sua solidarietà al gruppo internazionale. Eppure, è stata proprio la Turchia a bloccare per mesi la nave al porto di Istanbul, lasciando che il cibo si deteriorasse e che parte degli aiuti diventasse inservibile.
Anche per questo motivo l’imbarcazione doveva attraccare a Malta, dove la attendeva un’agenzia incaricata al trasbordo del nuovo carico umanitario. Agenzia che ha inaspettatamente dichiarato di non intendere far fede al suo impegno e Malta non ha rilasciato il permesso di ingresso nelle sue acque territoriali.
Un’attesa di 48 ore che ha svelato il suo significato quando è giunta alla nave la temuta e familiare notizia. L’attesa in acque internazionali serviva a dar tempo alle pressioni di governi e paesi perché venisse ritirata la bandiera dell’imbarcazione. La Conscience batteva bandiera di Palau. L’identica cosa era accaduta lo scorso anno a un’altra missione della Flotilla che con tre navi, 5mila tonnellate di aiuti e centinaia di osservatori internazionali sarebbe dovuta partire da Istanbul. Il governo turco ritardò la consegna dei permessi fino a quando venne comunicato che la Guinea Bissau intendeva ritirare la sua bandiera.
Solo nel 2008, la Dignity riuscì a vincere il blocco e a raggiungere le coste di Gaza. Quella volta, insieme a tanti volontari internazionali, sbarcò anche Vittorio Arrigoni.
«Abbiamo valutato i rischi della missione – ha dichiarato al manifesto l’attivista italiano Simone Zambrin – ma abbiamo deciso di provare a fare quello che i nostri governi, complici, non fanno.
Esiste qualcosa di più genuino che portare cibo e medicine a chi ne ha bisogno? È la nostra resistenza non violenta a un atto disumano».
Dopo due mesi di blocco totale, neanche le associazioni internazionali a Gaza hanno gli strumenti per aiutare la popolazione. La risposta umanitaria «è sull’orlo del collasso totale», ha denunciato la Croce rossa. «Senza un’immediata ripresa delle consegne di aiuti, il Comitato Internazionale (Cicr) non avrà accesso al cibo, ai medicinali e ai beni di prima necessità fondamentali per sostenere molti dei suoi programmi a Gaza», si legge nel comunicato diffuso ieri. Gli ospedali, anche quelli da campo della Cicr, non hanno più medicine.
Vecchie scarpe si vendono a chilo come unica risorse per poter accendere un fuoco per cucinare o scaldarsi. Sempre più famiglie domandano, disperate, un aiuto per i propri figli che si stanno consumando tra fame e malattie, ormai solo costole e colonne vertebrali, senza la forza neanche di piangere. Ma Israele continua a bombardare case e tende, mentre minaccia di espandere ancora le sue operazioni militari.
Almeno sei persone sono state uccise ieri a Gaza City, in un attacco a una delle poche cucine di comunità ancora aperte. A Beit Lahiya Israele ha bombardato una casa in cui i parenti vegliavano la salma della vittima di un precedente attacco. I testimoni parlano di più di dodici morti, tutti membri della famiglia Al-Masri.
Fonte
13/07/2023
Informazione di guerra: l’arma più letale della Nato
di Giorgio Ferrari
La campagna di disinformazione sui danneggiamenti alle infrastrutture civili presenti in territorio ucraino non conosce sosta da parte di quasi tutti i paesi aderenti alla Nato, con l’Italia in testa. A tenere banco sono, ancora una volta, la diga di Kakhovska e la centrale nucleare di Zaporizhzhia per le quali si addebita ai russi ogni responsabilità per quanto già accaduto o che potrebbe ancora accadere.
Diga di Kakhovska
A dare manforte all’accusa di ecocidio verso la Russia per aver distrutto la diga di Kakhovska, sono recentemente intervenuti il New York Times e Greta Thunberg.
Il più noto quotidiano del mondo si è spinto a scrivere un articolo dal titolo “Perché le prove suggeriscono che la Russia abbia fatto saltare in aria la diga di Kakhovka”[1], dove invece che delle “prove” si esibiscono una serie di congetture che dovrebbero avvalorare l’assunto del titolo.
Si comincia con l’affermare che la diga in questione, essendo stata costruita dall’URSS nel periodo della guerra fredda, fu concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno: ergo nessun bombardamento avrebbe potuto abbatterla.
Conseguentemente la sua distruzione non può che essere avvenuta con delle mine appositamente collocate nei punti deboli della diga e siccome il progetto originario era russo, solo i russi possono sapere dove si trovano questi punti deboli che l’articolo del NYT individua nel cunicolo di ispezione del basamento della diga.
Cominciamo con lo smontare l’assunto hollywoodiano che la diga in questione sia stata concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno secondo la logica che tutto ciò che si realizzava nell’URSS era ispirato alla guerra: la diga di Kakhovska è più robusta di tutte le altre che insistono sul fiume Dnieper non perché costruita durante la guerra fredda (anche le altre lo furono), ma perché essa racchiude il volume di acqua più grande di tutti e sei i bacini esistenti in territorio ucraino (18 miliardi di m³ di acqua, paragonabili al volume del Lago di Como) e siccome è una diga a gravità deve bilanciare la spinta di questa massa di acqua con il proprio peso e con un volume di calcestruzzo non molto diverso da quello dell’acqua invasabile a monte.
Quanto al fatto che solo i russi – in quanto progettisti dell’opera – conoscono i segreti della diga, è una badiale sciocchezza, non solo perché nel progetto iniziale parteciparono anche gli ingegneri ucraini di Ukrhydroproject, ma soprattutto perché dalla costruzione della diga in poi (anni ‘50 del secolo scorso) l’esercizio della diga e della centrale elettrica passò sotto l’amministrazione ucraina che quindi ha avuto tutto il tempo di conoscerne ogni dettaglio costruttivo.
Infine l’ipotesi (data praticamente per certa) che la distruzione della diga sia stata causata dai russi che avrebbero minato il cunicolo di ispezione.
Questi cunicoli sono concepiti per la sicurezza delle dighe, sia ospitando – in apposite nicchie – una serie di strumenti di misura, sia per consentire ispezioni visive su possibili cedimenti strutturali, infiltrazioni di acqua o crepe non altrimenti rilevabili. Si tratta di camminamenti angusti (1,4 m di larghezza per 2-2,2 m di altezza) che hanno un accesso assai impervio (in genere pozzi verticali grandi come un passo d’uomo) ed attraversano tutta la diga in prossimità del piede, avendo intorno e sopra di loro il peso di milioni di tonnellate di calcestruzzo armato con gabbie di ferro molto fitte e spesse.
Praticamente il luogo meno indicato per trasportavi esplosivo e, soprattutto, non il “tallone di Achille della diga” (come sostiene l’articolo del NYT) ma il luogo decisamente più robusto.
Prova ne sia che i casi documentati[2] di attacchi a dighe dalla II guerra mondiale in poi, si riducono a 5 tutti condotti dall’esterno e solo in un caso (diga di Peruca – Croazia 1993) si trattò di attacco dovuto a mine poste nel cunicolo di ispezione: ma la diga di Peruca era costruita in rockfill (materiali sciolti, non cemento armato) e quindi facilmente danneggiabile con cariche esplosive interne. Nei restanti 4 casi l’attacco fu portato alla sommità della diga dove è più facile danneggiarne la struttura, peraltro intervallata dalle paratie mobili. Particolarmente efficaci, durante la II guerra mondiale, furono gli attacchi compiuti dalla RAF contro le dighe esistenti in Germania, tra cui quelle di Eder, Sorpe e Möhne, con l’impiego delle cosiddette “roll bombs”.
Se questi erano i risultati raggiunti con gli armamenti della II guerra mondiale, figuriamoci di cosa possono essere capaci i moderni sistema d’arma, forniti all’Ucraina dai paesi Nato.
Infine c’è da considerare (come ho già scritto qui) che i maggiori danni provocati dall’onda di piena susseguente alla distruzione della diga di Kakhovska si sono avuti nella parte occupata dai russi, mentre ora il danno viene dal fatto che il fiume è praticamente in secca. L’ultima diga operativa sul Dnieper infatti (quella di Zaporizhzhia), è controllata dall’Ucraina che la sta gestendo in modo da provocare quanti più danni possibili ai russi. Per rendersene conto basta confrontare le foto:
dove la prima, scattata il 30 giugno scorso immediatamente a valle della diga, fa vedere che la portata del fiume è talmente bassa da far emergere numerose isolette prima sommerse, mentre la figura 6 è del 2005. L’abbassamento del livello del fiume di 4-5 metri, oltre a compromettere seriamente il raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia (controllata dai russi), impedisce il funzionamento dell’opera di captazione posta a ridosso della diga di Kakhovska
da cui si diparte il grande canale della Crimea, oggi praticamente all’asciutto, che dopo un percorso di oltre 400 km arriva alla città di Kerch, all’estremità orientale della penisola di Crimea.
A questa campagna denigratoria e mistificante del NYT, si accompagna l’atteggiamento di Greta Thumberg la quale, pur non avendo mai preso posizione esplicita contro l’invio di armi in Ukraina nè contro l’energia nucleare – verso la quale si è mostrata possibilista, come quando il governo tedesco procrastinò di alcuni mesi la messa fuori servizio dell’ultima centrale nucleare – ha sempre sfruttato ogni occasione per accusare Cina e Russia di essere i maggiori nemici dell’ambiente. Subito dopo la distruzione della diga di Kakhovska non ha esitato a far proprie le accuse contro i russi (il 15 giugno partecipò ad una manifestazione di ucraini che protestavano contro la Russia, presso la sede dell’ONU a Bonn) e ad appoggiare la politica di Zelenski, fino a contribuire alla creazione di un nuovo organismo che si occupa dei problemi ambientali creati dalla guerra in Ucraina: l’International Working Group on the Environmental Consequences of War, di cui fanno parte anche Margot Wallström (ex vice primo ministro del governo svedese) e Mary Robinson (ex presidente dell’Irlanda).
Gli obiettivi del gruppo di lavoro sono: la valutazione dei danni ambientali causati dalla guerra, la formulazione di meccanismi per ritenere che la Russia ne è responsabile e l’impegno per ripristinare l’ecologia dell’Ucraina.
In concomitanza della prima riunione del Gruppo di lavoro, tenutasi a Kiev lo scorso 29 giugno, Greta Thunberg ha incontrato Zelensky
e nella conferenza stampa successiva all’incontro, a proposito della distruzione della diga di Kakhovska, ha detto di non ritenere sufficiente la reazione del mondo a questo ecocidio, aggiungendo che “La Russia, con le sue azioni, prende deliberatamente di mira l’ambiente, e agisce contro il sostentamento delle persone. Nessuno di noi dovrebbe ignorare le cose terribili che stanno accadendo in Ucraina, i crimini che la Russia sta commettendo.”[3]
Centrale nucleare di Zaporizhzhia
Occupata dalle truppe russe ai primi di marzo del 2022, è l’installazione civile che ha sempre destato maggiore preoccupazione a livello internazionale, grazie anche ad una campagna di informazione volta a sostenere che, con l’occupazione dell’impianto, la Russia stava minacciando l’Occidente di una catastrofe nucleare. Nonostante l’ispezione effettuata dall’IAEA nel febbraio 2023, che da quella data mantiene permanentemente suo personale presso l’impianto, questa campagna non ha mai cessato di alimentarsi raggiungendo il culmine fra maggio e giugno 2023.
Il 19 maggio 2023 si è tenuta a Hiroshima la riunione del G7. Nel comunicato finale si legge, tra l’altro: “Esprimiamo la nostra più grave preoccupazione per l’irresponsabile sequestro e militarizzazione da parte della della Russia della centrale nucleare di Zaporizhzhya (ZNPP)”.
Nel mese di giugno 2023 Zelenski ha ripetutamente sostenuto di avere le prove che i russi avevano minato la centrale di Zaporizhzhia, mentre il capo dell’intelligence della difesa ucraina, Kyrylo Budanov, dichiarava che i russi avevano completato i preparativi per un possibile attacco terroristico alla centrale, avendo posto esplosivi su quattro dei sei reattori presenti e che, addirittura, avevano iniziato ad allontanare il personale tecnico dall’impianto nell’imminenza di questo attentato.
Contestualmente negli Usa, il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal presentavano al Congresso[4] una proposta di risoluzione volta a stabilire che qualsiasi uso di armi nucleari tattiche da parte della Federazione Russa, della Bielorussia “o per delega della Russia”, o il danneggiamento di un impianto nucleare che provochi l’ingresso di elementi radioattivi in territorio di paesi membri della NATO causando gravi danni, dovrebbe essere considerato un attacco all’Alleanza atlantica e quindi motivo di attivazione dell’art 5 del trattato (intervento militare di tutta l’alleanza).
A nulla sono valse le dichiarazioni dell’IAEA (presente sull’impianto) che smentivano la presenza di esplosivo (meno che mai le proteste della Russia): i grandi organi di informazione – in primis il servizio pubblico della RAI – le hanno ignorate, preferendo mandare in onda servizi che illustravano come in Ucraina si stanno predisponendo ad affrontare una emergenza nucleare con tanto di distribuzione di iodio alla popolazione ed esercitazioni di decontaminazione.
Fin dallo scorso anno scrissi che l’occupazione di Chernobil e Zaporizhzhia non aveva uno scopo distruttivo, bensì quello di proteggere questi siti da azioni di sabotaggio e/o di tentativi di uso “improprio” (come la fabbricazione di una bomba sporca) che i russi temono fortemente.
Da dove viene questa preoccupazione? Storicamente dal fatto che l’Ucraina, dopo la Russia, era la repubblica sovietica con più armamenti nucleari dell’Urss e aveva una tradizione di alto profilo scientifico nelle ricerche nucleari, civili e militari: l’istituto di fisica di Charkiv è sempre stato all’avanguardia in questo settore. Operativamente dal fatto che la security nucleare in Ucraina non è affidabile: nel 2014 proprio la Centrale di Zaporizhzhia fu oggetto di un tentativo di assalto da parte di un gruppo armato facente capo al movimento nazista Pravi Sector e nel 2021 un rapporto della OECD ha messo in luce la diffusa corruzione esistente in tutto il settore dell’energia, ivi compreso quello nucleare dove, secondo un rapporto redatto nel 2021 dalla DSA[5] (Autorità di sicurezza nucleare della Norvegia) sono state registrate 37 denunce alla IAEA di traffico illecito di materiali radioattivi nel 2017, 26 denunce nel 2018, 35 denunce nel 2019 e 19 denunce nel 2020. Senza contare il precedente del 1994 quando, durante una ispezione dell’IAEA presso l’Istituto Charkiv della sunnominata città, furono rinvenuti 75 Kg di uranio 235 arricchito al 90% provenienti, molto probabilmente, dagli impianti di arricchimento ex sovietici.
Se oggi accadesse che una bomba nucleare sporca contenente modeste quantità di quel materiale (sfuggiti o sottratti ai controlli) esplodesse in Ucraina o in un altro paese della Nato, la colpa ricadrebbe sulla Russia, perché dall’analisi dei contaminanti è possibile risalire all’impianto che ha fabbricato l’U235 che, per le cose dette in precedenza, risulterebbe essere uno di quelli che oggi figurano di proprietà della Federazione russa.
Il rinnovato allarmismo di Zelenski su Zaporizhzhia viene, non a caso, dopo che la campagna di disinformazione sulla distruzione della diga di Kakhovska è riuscita ad addossarne la responsabilità alla Russia: a questo punto il terreno è pronto per montare un “incidente nucleare” che porti la Nato direttamente in guerra. È una strada senza ritorno che non si combatte tanto sul piano degli armamenti, quanto su quello dell’informazione, costruendo passo dopo passo l’immagine del nemico assoluto dell’umanità, contro cui ogni azione è legittima.
È già successo vent’anni fa quando fu condotta la guerra contro l’Iraq sulla base di false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa.
Stavolta è anche peggio e non possiamo assolutamente permetterci di vedere come va a finire. L’indignazione, la denuncia per l’assenza di obiettività (non oso nemmeno parlare di verità) degli organi di informazione, non bastano più. È tempo di mobilitarsi concretamente contro questo regime di falsità e di intimidazione, il cui solo scopo è quello di allontanare la pace e legittimare la guerra.
Note
[1] https://www.nytimes.com/interactive/2023/06/16/world/europe/ukraine-kakhovka-dam-collapse.html?auth=register-google
[2] https://www.iwm.org.uk/history/the-incredible-story-of-the-dambusters-raid
[3] https://www.reuters.com/world/europe/greta-thunberg-slams-world-response-dam-collapse-ecocide-during-kyiv-visit-2023-06-29/
https://www.president.gov.ua/en/news/u-kiyevi-vidbulosya-pershe-zasidannya-mizhnarodnoyi-robochoy-83949
[4] https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/06/23/7408120/
[5] https://dsa.no/publikasjoner/_/attachment/inline/7b550a3b-2d29-41c4-abb5-e7e939d8b8e6:2dcbd595ccccfe6ce65c59d2d0f673900ecf2fa8/DSA%20Report%2001-2022%20Ukrainian%20Regulatory%20Threat%20Assessment%202021.pdf
Fonte
La campagna di disinformazione sui danneggiamenti alle infrastrutture civili presenti in territorio ucraino non conosce sosta da parte di quasi tutti i paesi aderenti alla Nato, con l’Italia in testa. A tenere banco sono, ancora una volta, la diga di Kakhovska e la centrale nucleare di Zaporizhzhia per le quali si addebita ai russi ogni responsabilità per quanto già accaduto o che potrebbe ancora accadere.
Diga di Kakhovska
A dare manforte all’accusa di ecocidio verso la Russia per aver distrutto la diga di Kakhovska, sono recentemente intervenuti il New York Times e Greta Thunberg.
Il più noto quotidiano del mondo si è spinto a scrivere un articolo dal titolo “Perché le prove suggeriscono che la Russia abbia fatto saltare in aria la diga di Kakhovka”[1], dove invece che delle “prove” si esibiscono una serie di congetture che dovrebbero avvalorare l’assunto del titolo.
Si comincia con l’affermare che la diga in questione, essendo stata costruita dall’URSS nel periodo della guerra fredda, fu concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno: ergo nessun bombardamento avrebbe potuto abbatterla.
Conseguentemente la sua distruzione non può che essere avvenuta con delle mine appositamente collocate nei punti deboli della diga e siccome il progetto originario era russo, solo i russi possono sapere dove si trovano questi punti deboli che l’articolo del NYT individua nel cunicolo di ispezione del basamento della diga.
Cominciamo con lo smontare l’assunto hollywoodiano che la diga in questione sia stata concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno secondo la logica che tutto ciò che si realizzava nell’URSS era ispirato alla guerra: la diga di Kakhovska è più robusta di tutte le altre che insistono sul fiume Dnieper non perché costruita durante la guerra fredda (anche le altre lo furono), ma perché essa racchiude il volume di acqua più grande di tutti e sei i bacini esistenti in territorio ucraino (18 miliardi di m³ di acqua, paragonabili al volume del Lago di Como) e siccome è una diga a gravità deve bilanciare la spinta di questa massa di acqua con il proprio peso e con un volume di calcestruzzo non molto diverso da quello dell’acqua invasabile a monte.
Quanto al fatto che solo i russi – in quanto progettisti dell’opera – conoscono i segreti della diga, è una badiale sciocchezza, non solo perché nel progetto iniziale parteciparono anche gli ingegneri ucraini di Ukrhydroproject, ma soprattutto perché dalla costruzione della diga in poi (anni ‘50 del secolo scorso) l’esercizio della diga e della centrale elettrica passò sotto l’amministrazione ucraina che quindi ha avuto tutto il tempo di conoscerne ogni dettaglio costruttivo.
Infine l’ipotesi (data praticamente per certa) che la distruzione della diga sia stata causata dai russi che avrebbero minato il cunicolo di ispezione.
Questi cunicoli sono concepiti per la sicurezza delle dighe, sia ospitando – in apposite nicchie – una serie di strumenti di misura, sia per consentire ispezioni visive su possibili cedimenti strutturali, infiltrazioni di acqua o crepe non altrimenti rilevabili. Si tratta di camminamenti angusti (1,4 m di larghezza per 2-2,2 m di altezza) che hanno un accesso assai impervio (in genere pozzi verticali grandi come un passo d’uomo) ed attraversano tutta la diga in prossimità del piede, avendo intorno e sopra di loro il peso di milioni di tonnellate di calcestruzzo armato con gabbie di ferro molto fitte e spesse.
Praticamente il luogo meno indicato per trasportavi esplosivo e, soprattutto, non il “tallone di Achille della diga” (come sostiene l’articolo del NYT) ma il luogo decisamente più robusto.
Prova ne sia che i casi documentati[2] di attacchi a dighe dalla II guerra mondiale in poi, si riducono a 5 tutti condotti dall’esterno e solo in un caso (diga di Peruca – Croazia 1993) si trattò di attacco dovuto a mine poste nel cunicolo di ispezione: ma la diga di Peruca era costruita in rockfill (materiali sciolti, non cemento armato) e quindi facilmente danneggiabile con cariche esplosive interne. Nei restanti 4 casi l’attacco fu portato alla sommità della diga dove è più facile danneggiarne la struttura, peraltro intervallata dalle paratie mobili. Particolarmente efficaci, durante la II guerra mondiale, furono gli attacchi compiuti dalla RAF contro le dighe esistenti in Germania, tra cui quelle di Eder, Sorpe e Möhne, con l’impiego delle cosiddette “roll bombs”.
Se questi erano i risultati raggiunti con gli armamenti della II guerra mondiale, figuriamoci di cosa possono essere capaci i moderni sistema d’arma, forniti all’Ucraina dai paesi Nato.
Infine c’è da considerare (come ho già scritto qui) che i maggiori danni provocati dall’onda di piena susseguente alla distruzione della diga di Kakhovska si sono avuti nella parte occupata dai russi, mentre ora il danno viene dal fatto che il fiume è praticamente in secca. L’ultima diga operativa sul Dnieper infatti (quella di Zaporizhzhia), è controllata dall’Ucraina che la sta gestendo in modo da provocare quanti più danni possibili ai russi. Per rendersene conto basta confrontare le foto:
dove la prima, scattata il 30 giugno scorso immediatamente a valle della diga, fa vedere che la portata del fiume è talmente bassa da far emergere numerose isolette prima sommerse, mentre la figura 6 è del 2005. L’abbassamento del livello del fiume di 4-5 metri, oltre a compromettere seriamente il raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia (controllata dai russi), impedisce il funzionamento dell’opera di captazione posta a ridosso della diga di Kakhovska
da cui si diparte il grande canale della Crimea, oggi praticamente all’asciutto, che dopo un percorso di oltre 400 km arriva alla città di Kerch, all’estremità orientale della penisola di Crimea.
A questa campagna denigratoria e mistificante del NYT, si accompagna l’atteggiamento di Greta Thumberg la quale, pur non avendo mai preso posizione esplicita contro l’invio di armi in Ukraina nè contro l’energia nucleare – verso la quale si è mostrata possibilista, come quando il governo tedesco procrastinò di alcuni mesi la messa fuori servizio dell’ultima centrale nucleare – ha sempre sfruttato ogni occasione per accusare Cina e Russia di essere i maggiori nemici dell’ambiente. Subito dopo la distruzione della diga di Kakhovska non ha esitato a far proprie le accuse contro i russi (il 15 giugno partecipò ad una manifestazione di ucraini che protestavano contro la Russia, presso la sede dell’ONU a Bonn) e ad appoggiare la politica di Zelenski, fino a contribuire alla creazione di un nuovo organismo che si occupa dei problemi ambientali creati dalla guerra in Ucraina: l’International Working Group on the Environmental Consequences of War, di cui fanno parte anche Margot Wallström (ex vice primo ministro del governo svedese) e Mary Robinson (ex presidente dell’Irlanda).
Gli obiettivi del gruppo di lavoro sono: la valutazione dei danni ambientali causati dalla guerra, la formulazione di meccanismi per ritenere che la Russia ne è responsabile e l’impegno per ripristinare l’ecologia dell’Ucraina.
In concomitanza della prima riunione del Gruppo di lavoro, tenutasi a Kiev lo scorso 29 giugno, Greta Thunberg ha incontrato Zelensky
e nella conferenza stampa successiva all’incontro, a proposito della distruzione della diga di Kakhovska, ha detto di non ritenere sufficiente la reazione del mondo a questo ecocidio, aggiungendo che “La Russia, con le sue azioni, prende deliberatamente di mira l’ambiente, e agisce contro il sostentamento delle persone. Nessuno di noi dovrebbe ignorare le cose terribili che stanno accadendo in Ucraina, i crimini che la Russia sta commettendo.”[3]
Centrale nucleare di Zaporizhzhia
Occupata dalle truppe russe ai primi di marzo del 2022, è l’installazione civile che ha sempre destato maggiore preoccupazione a livello internazionale, grazie anche ad una campagna di informazione volta a sostenere che, con l’occupazione dell’impianto, la Russia stava minacciando l’Occidente di una catastrofe nucleare. Nonostante l’ispezione effettuata dall’IAEA nel febbraio 2023, che da quella data mantiene permanentemente suo personale presso l’impianto, questa campagna non ha mai cessato di alimentarsi raggiungendo il culmine fra maggio e giugno 2023.
Il 19 maggio 2023 si è tenuta a Hiroshima la riunione del G7. Nel comunicato finale si legge, tra l’altro: “Esprimiamo la nostra più grave preoccupazione per l’irresponsabile sequestro e militarizzazione da parte della della Russia della centrale nucleare di Zaporizhzhya (ZNPP)”.
Nel mese di giugno 2023 Zelenski ha ripetutamente sostenuto di avere le prove che i russi avevano minato la centrale di Zaporizhzhia, mentre il capo dell’intelligence della difesa ucraina, Kyrylo Budanov, dichiarava che i russi avevano completato i preparativi per un possibile attacco terroristico alla centrale, avendo posto esplosivi su quattro dei sei reattori presenti e che, addirittura, avevano iniziato ad allontanare il personale tecnico dall’impianto nell’imminenza di questo attentato.
Contestualmente negli Usa, il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal presentavano al Congresso[4] una proposta di risoluzione volta a stabilire che qualsiasi uso di armi nucleari tattiche da parte della Federazione Russa, della Bielorussia “o per delega della Russia”, o il danneggiamento di un impianto nucleare che provochi l’ingresso di elementi radioattivi in territorio di paesi membri della NATO causando gravi danni, dovrebbe essere considerato un attacco all’Alleanza atlantica e quindi motivo di attivazione dell’art 5 del trattato (intervento militare di tutta l’alleanza).
A nulla sono valse le dichiarazioni dell’IAEA (presente sull’impianto) che smentivano la presenza di esplosivo (meno che mai le proteste della Russia): i grandi organi di informazione – in primis il servizio pubblico della RAI – le hanno ignorate, preferendo mandare in onda servizi che illustravano come in Ucraina si stanno predisponendo ad affrontare una emergenza nucleare con tanto di distribuzione di iodio alla popolazione ed esercitazioni di decontaminazione.
Fin dallo scorso anno scrissi che l’occupazione di Chernobil e Zaporizhzhia non aveva uno scopo distruttivo, bensì quello di proteggere questi siti da azioni di sabotaggio e/o di tentativi di uso “improprio” (come la fabbricazione di una bomba sporca) che i russi temono fortemente.
Da dove viene questa preoccupazione? Storicamente dal fatto che l’Ucraina, dopo la Russia, era la repubblica sovietica con più armamenti nucleari dell’Urss e aveva una tradizione di alto profilo scientifico nelle ricerche nucleari, civili e militari: l’istituto di fisica di Charkiv è sempre stato all’avanguardia in questo settore. Operativamente dal fatto che la security nucleare in Ucraina non è affidabile: nel 2014 proprio la Centrale di Zaporizhzhia fu oggetto di un tentativo di assalto da parte di un gruppo armato facente capo al movimento nazista Pravi Sector e nel 2021 un rapporto della OECD ha messo in luce la diffusa corruzione esistente in tutto il settore dell’energia, ivi compreso quello nucleare dove, secondo un rapporto redatto nel 2021 dalla DSA[5] (Autorità di sicurezza nucleare della Norvegia) sono state registrate 37 denunce alla IAEA di traffico illecito di materiali radioattivi nel 2017, 26 denunce nel 2018, 35 denunce nel 2019 e 19 denunce nel 2020. Senza contare il precedente del 1994 quando, durante una ispezione dell’IAEA presso l’Istituto Charkiv della sunnominata città, furono rinvenuti 75 Kg di uranio 235 arricchito al 90% provenienti, molto probabilmente, dagli impianti di arricchimento ex sovietici.
Se oggi accadesse che una bomba nucleare sporca contenente modeste quantità di quel materiale (sfuggiti o sottratti ai controlli) esplodesse in Ucraina o in un altro paese della Nato, la colpa ricadrebbe sulla Russia, perché dall’analisi dei contaminanti è possibile risalire all’impianto che ha fabbricato l’U235 che, per le cose dette in precedenza, risulterebbe essere uno di quelli che oggi figurano di proprietà della Federazione russa.
Il rinnovato allarmismo di Zelenski su Zaporizhzhia viene, non a caso, dopo che la campagna di disinformazione sulla distruzione della diga di Kakhovska è riuscita ad addossarne la responsabilità alla Russia: a questo punto il terreno è pronto per montare un “incidente nucleare” che porti la Nato direttamente in guerra. È una strada senza ritorno che non si combatte tanto sul piano degli armamenti, quanto su quello dell’informazione, costruendo passo dopo passo l’immagine del nemico assoluto dell’umanità, contro cui ogni azione è legittima.
È già successo vent’anni fa quando fu condotta la guerra contro l’Iraq sulla base di false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa.
Stavolta è anche peggio e non possiamo assolutamente permetterci di vedere come va a finire. L’indignazione, la denuncia per l’assenza di obiettività (non oso nemmeno parlare di verità) degli organi di informazione, non bastano più. È tempo di mobilitarsi concretamente contro questo regime di falsità e di intimidazione, il cui solo scopo è quello di allontanare la pace e legittimare la guerra.
Note
[1] https://www.nytimes.com/interactive/2023/06/16/world/europe/ukraine-kakhovka-dam-collapse.html?auth=register-google
[2] https://www.iwm.org.uk/history/the-incredible-story-of-the-dambusters-raid
[3] https://www.reuters.com/world/europe/greta-thunberg-slams-world-response-dam-collapse-ecocide-during-kyiv-visit-2023-06-29/
https://www.president.gov.ua/en/news/u-kiyevi-vidbulosya-pershe-zasidannya-mizhnarodnoyi-robochoy-83949
[4] https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/06/23/7408120/
[5] https://dsa.no/publikasjoner/_/attachment/inline/7b550a3b-2d29-41c4-abb5-e7e939d8b8e6:2dcbd595ccccfe6ce65c59d2d0f673900ecf2fa8/DSA%20Report%2001-2022%20Ukrainian%20Regulatory%20Threat%20Assessment%202021.pdf
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15/10/2022
Greta Thunberg apre al nucleare? Non c’è soluzione per salvare il pianeta dentro al capitalismo
È di pochi giorni fa la dichiarazione di Greta Thunberg riguardo all’energia nucleare, che ha fatto molto discutere. In un’intervista condotta da una giornalista tedesca Greta ha sostenuto che è un errore chiudere in piena crisi energetica le centrali nucleari tedesche e che il nucleare è la soluzione migliore per sostituire il carbone nei primi periodi della transizione energetica.
Anche se ambientalisti di ogni sorta hanno cercato di difendere le parole di Greta dicendo che non è, in realtà, a favore del nucleare, guardando la realtà, non si può pensare che un personaggio così iconico, famoso e pubblico parli a vanvera, facendosi scappare frasi imprecise.
È chiaro che la rappresentazione vivente più famosa del movimento europeo e globale per la difesa dell’ambiente ha dato un parere favorevole all’energia nucleare, che può avere la sua utilità nella transizione energetica.
Nell’ultimo anno ci siamo battuti contro la crisi energetica in corso e contro la soluzione dell’energia nucleare da fissione perché riteniamo che non abbia assolutamente nulla di sostenibile, ma anzi, sia l’esplicitazione di un modello di produzione che non riesce ad uscire dalle sue contraddizioni, in primis quella appunto tra capitale e natura.
Riteniamo che sia utile soltanto alle grandi lobby e multinazionali dell’energia per aumentare i loro profitti difronte all’accesissima competizione globale – che dalla ricerca nucleare può trarre anche un uso militare oltreché civile – e che sia una delle principali soluzioni che l’Unione Europea può conseguire per diventare il più possibile indipendente dal punto di vista energetico dentro la fase di recrudescenza dello scontro multipolare che stiamo vivendo.
Qui non ci interessa attaccare Greta, né il movimento ambientalista che rappresenta, il quale allo stesso modo non ha avuto posizioni chiare riguardo al nucleare pronunciandosi un po’ a favore e un po’ contro.
Ci sembra importante per gli attivisti ambientali e per un’intera generazione che in questi anni è scesa in piazza per la difesa dell’ambiente proporre un altro atteggiamento con cui affrontare il tema ecologico: Greta rappresenta una forma mentis che ragiona soltanto all’interno del contesto capitalistico senza metterlo mai in discussione.
Tutti i discorsi sulla transizione ecologica partono dall’assunto che il sistema capitalistico sia – con tutti i suoi difetti – l’unico mondo possibile in cui vivere, non viene mai citato come il vero responsabile della devastazione ambientale a cui siamo arrivati, preferendo focalizzarsi sulle “responsabilità collettive”.
Anche quando questa visione del mondo ammette il capitalismo come causa, individua, comunque, la soluzione nelle azioni e nei progetti di quella classe dominante che fa vivere questo modello di produzione.
Chiede e supplica i politici e i padroni durante tavoli di discussione con grandi multinazionali energetiche, facendosi strumentalizzare da quelle forze politiche che mettendo un po’ di verde nel logo e si dicono “ambientaliste” salvo, poi, stare al governo con chi riapre le centrali a carbone, investe nelle grandi opere, sostiene escalation belliche e non fa nulla per aiutare le classi popolari su cui ricadono i costi delle crisi.
Questa modalità di pensiero e di azione non solo non vede (o nega) l’enorme convitato di pietra che è il modello di produzione capitalistico e i suoi autori, ma, soprattutto, è inefficace e anche pericolosa perché ricerca le soluzioni in chi ha contribuito a creare il problema, permettendo, da un lato, un enorme greenwashing alle multinazionali come ENI che “ascoltano i giovani ambientalisti” e, dall’altro, alla fine, assume posizioni deleterie per l’ambiente, giustificando l’uso di una fonte energetica come il nucleare guardando solo agli indicatori del PIL e della borsa.
Una vera transizione energetica può esistere solo fuori da un sistema che ha l’obiettivo di produrre profitti ad ogni costo e che ha portato la competizione globale sulle soglie di una guerra termonucleare mondiale. Occorre uscire dal mantra “there is no alternative” ed agire prendendo consapevolezza del fatto che reali politiche ecologiche possono essere presenti solo se c’è una pianificazione statale degli investimenti in energia e se c’è un diretto controllo pubblico, popolare e democratico delle scelte in merito all’ambiente; insomma, un sistema completamente diverso da quello del capitalismo neoliberista più sfrenato.
Occorre lavorare per costruire quella forza necessaria a ribaltare i rapporti di forza esistenti in questa società e costruire un diverso modello di sviluppo, perché non solo ne va del futuro del pianeta ma ne va del futuro dell’intera umanità e, prima di tutto a livello di tempo, della nostra generazione.
Guardando ai fatti: le mille richieste fatte da Greta & co. non hanno portato ad una vera transizione energetica, e addirittura, adesso, questo forma mentis si rivela per quello che è, ossia una stampella utile alla classe dirigente quando, incalzata dalla guerra, deve far digerire alle popolazioni scelte difficili e pericolosissime.
Guardando ai fatti la soluzione più credibile è la rimessa in discussione radicale di ogni fondamento su cui si è costruita la civiltà in cui siamo costretti a vivere.
Fonte
Anche se ambientalisti di ogni sorta hanno cercato di difendere le parole di Greta dicendo che non è, in realtà, a favore del nucleare, guardando la realtà, non si può pensare che un personaggio così iconico, famoso e pubblico parli a vanvera, facendosi scappare frasi imprecise.
È chiaro che la rappresentazione vivente più famosa del movimento europeo e globale per la difesa dell’ambiente ha dato un parere favorevole all’energia nucleare, che può avere la sua utilità nella transizione energetica.
Nell’ultimo anno ci siamo battuti contro la crisi energetica in corso e contro la soluzione dell’energia nucleare da fissione perché riteniamo che non abbia assolutamente nulla di sostenibile, ma anzi, sia l’esplicitazione di un modello di produzione che non riesce ad uscire dalle sue contraddizioni, in primis quella appunto tra capitale e natura.
Riteniamo che sia utile soltanto alle grandi lobby e multinazionali dell’energia per aumentare i loro profitti difronte all’accesissima competizione globale – che dalla ricerca nucleare può trarre anche un uso militare oltreché civile – e che sia una delle principali soluzioni che l’Unione Europea può conseguire per diventare il più possibile indipendente dal punto di vista energetico dentro la fase di recrudescenza dello scontro multipolare che stiamo vivendo.
Qui non ci interessa attaccare Greta, né il movimento ambientalista che rappresenta, il quale allo stesso modo non ha avuto posizioni chiare riguardo al nucleare pronunciandosi un po’ a favore e un po’ contro.
Ci sembra importante per gli attivisti ambientali e per un’intera generazione che in questi anni è scesa in piazza per la difesa dell’ambiente proporre un altro atteggiamento con cui affrontare il tema ecologico: Greta rappresenta una forma mentis che ragiona soltanto all’interno del contesto capitalistico senza metterlo mai in discussione.
Tutti i discorsi sulla transizione ecologica partono dall’assunto che il sistema capitalistico sia – con tutti i suoi difetti – l’unico mondo possibile in cui vivere, non viene mai citato come il vero responsabile della devastazione ambientale a cui siamo arrivati, preferendo focalizzarsi sulle “responsabilità collettive”.
Anche quando questa visione del mondo ammette il capitalismo come causa, individua, comunque, la soluzione nelle azioni e nei progetti di quella classe dominante che fa vivere questo modello di produzione.
Chiede e supplica i politici e i padroni durante tavoli di discussione con grandi multinazionali energetiche, facendosi strumentalizzare da quelle forze politiche che mettendo un po’ di verde nel logo e si dicono “ambientaliste” salvo, poi, stare al governo con chi riapre le centrali a carbone, investe nelle grandi opere, sostiene escalation belliche e non fa nulla per aiutare le classi popolari su cui ricadono i costi delle crisi.
Questa modalità di pensiero e di azione non solo non vede (o nega) l’enorme convitato di pietra che è il modello di produzione capitalistico e i suoi autori, ma, soprattutto, è inefficace e anche pericolosa perché ricerca le soluzioni in chi ha contribuito a creare il problema, permettendo, da un lato, un enorme greenwashing alle multinazionali come ENI che “ascoltano i giovani ambientalisti” e, dall’altro, alla fine, assume posizioni deleterie per l’ambiente, giustificando l’uso di una fonte energetica come il nucleare guardando solo agli indicatori del PIL e della borsa.
Una vera transizione energetica può esistere solo fuori da un sistema che ha l’obiettivo di produrre profitti ad ogni costo e che ha portato la competizione globale sulle soglie di una guerra termonucleare mondiale. Occorre uscire dal mantra “there is no alternative” ed agire prendendo consapevolezza del fatto che reali politiche ecologiche possono essere presenti solo se c’è una pianificazione statale degli investimenti in energia e se c’è un diretto controllo pubblico, popolare e democratico delle scelte in merito all’ambiente; insomma, un sistema completamente diverso da quello del capitalismo neoliberista più sfrenato.
Occorre lavorare per costruire quella forza necessaria a ribaltare i rapporti di forza esistenti in questa società e costruire un diverso modello di sviluppo, perché non solo ne va del futuro del pianeta ma ne va del futuro dell’intera umanità e, prima di tutto a livello di tempo, della nostra generazione.
Guardando ai fatti: le mille richieste fatte da Greta & co. non hanno portato ad una vera transizione energetica, e addirittura, adesso, questo forma mentis si rivela per quello che è, ossia una stampella utile alla classe dirigente quando, incalzata dalla guerra, deve far digerire alle popolazioni scelte difficili e pericolosissime.
Guardando ai fatti la soluzione più credibile è la rimessa in discussione radicale di ogni fondamento su cui si è costruita la civiltà in cui siamo costretti a vivere.
Fonte
23/04/2021
Brancaccio - Ipocrisie borghesi sulla catastrofe climatica
RAI radio uno – Eresie – 23 aprile 2021 – In occasione del vertice sul clima i leader mondiali riprendono l’idea di Greta secondo cui la battaglia contro il riscaldamento globale è una questione di conflitto generazionale, tra vecchi inquinatori e giovani vittime che ne pagheranno le conseguenze. Ma questa interpretazione nasconde un altro conflitto, tra ricchi e poveri, che è ancor più rilevante per i destini della crisi ecologica. Come anche il FMI riconosce, c’è un enorme problema di distribuzione dei costi dell’abbattimento delle emissioni inquinanti, tra le nazioni più e meno sviluppate e tra le classi sociali. Una lotta di classe irrisolta, che lascia in sospeso la tremenda minaccia di una possibile catastrofe climatica. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
Fonte
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19/09/2019
Un trattato di ecologia politica ad uso delle giovani generazioni
di Sandro Moiso
Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica, Ombre corte, Verona 2019, pp. 168, 15,00 euro
L’esperienza della nostra generazione: il fatto che il capitalismo non morirà di morte naturale (Walter Benjamin)
Fin dalla citazione di Benjamin posta in esergo il testo di Razmig Keucheyan rivela il suo intento: quello di indagare la stretta interconnessione tra sviluppo capitalistico, uso della Natura e della sua ideologia e creazione di diseguaglianze ambientali per rivelare come tutto ciò sia strettamente ascrivibile al conflitto di classe che sottende e determina ogni scelta economica, politica e sociale della società in cui viviamo. Non solo in Occidente, ma su scala planetaria.
L’autore, nato nel 1975, è attualmente professore presso il Centro Émile Durkheim dell’Università di Bordeaux e fa parte del comitato di redazione della rivista “Actuel Marx”. Oltre a ciò è riconosciuto come uno dei più esperti conoscitori dell’opera di Antonio Gramsci e ha aderito al Nouveau Parti anticapitaliste oltre che aver firmato, nel 2014, l’appello del Movimento per la VI Répubblica avviato da Jean-Luc Mélenchon e dal Parti de gauche.
Una militanza politica e culturale “di sinistra” e “gramsciana” che traspare da ogni pagina di un testo che, proprio per questi motivi, è allo stesso tempo stimolante e discutibile (a causa di una manifesta e forse eccessiva speranza riformistica) per tutti coloro che si occupano attualmente dei problemi legati alla crisi ambientale, a quella economica e a quella climatica e dei risvolti che queste possono avere sui conflitti sociali sia già in corso che futuri.
Uscito per la prima volta in Francia nel 2014, il testo si articola sostanzialmente intorno a tre temi ritenuti fondamentale dall’autore e che costituiscono le tre parti che lo compongono: il razzismo ambientale, la finanziarizzazione della natura attraverso le pratiche assicurative nei confronti dei rischi climatici e la militarizzazione dell’ecologia. Tutte strettamente collegate tra di loro.
Tre argomenti attraverso i quali l’autore delinea e delimita un discorso al centro del quale è posto continuamente in risalto il tema delle diseguaglianze sociali, economiche e “razziali” che costituiscono il problema centrale e, certamente, maggiormente conflittuale dell’attuale emergenza climatica. Un’emergenza che, al di là dei suoi connotati ambientali e fisici, si rivela essere innanzitutto ancora una questione di classe.
Tale impostazione permette all’autore sia di superare le posizioni ecologiste tipiche di un movimento come Fridays For Future che, in linea con le correnti ecologiste tradizionali, sembra voler accomunare tutta l’umanità, senza distinzioni di classe o di appartenenza alle aree più povere del pianeta, in una comune battaglia per la salvezza di una casa ritenuta “comune”, sia le posizioni di quelle sinistre che, in nome di un progresso sempre meno credibile e di uno sviluppo sempre più devastante, respingono le lotte ambientali ritenendole un mero prodotto dell’ideologia borghese.
Se è infatti vero che, all’interno dell’attuale crisi del modo di produzione capitalistico, il green capitalism può porsi come strumento di rilancio di dinamiche innovative e produttive utili alla ripresa di processi di accumulazione sempre più asfittici, è altresì vero che proprio queste politiche, che pretendono di proporre un modello di sviluppo maggiormente sostenibile, tenderanno ad accentuare le differenziazioni di classe e a separare sempre più la grande maggioranza della società che, di fatto, le subirà, da una minoranza che ne trarrà profitto.
A dimostrazione di ciò basti riflettere sul fatto che lo stesso movimento francese dei gilets jaunes è sorto proprio a partire da un aumento del costo del carburante giustificato dalla comune necessità di finanziare iniziative in difesa dell’ambiente o di rinnovamento degli apparati produttivi in chiave green. Uno degli slogan del movimento affermava infatti che a pagare la crisi ambientale dovessero essere prima di tutto coloro, governanti e imprenditori, che di tale crisi erano la causa.
Inquadrare quindi l’attuale emergenza planetaria da un punto di vista di classe (cui poi andrebbero aggiunti, come fa l’autore, quello razziale e di genere, essendo spesso le donne a costituire l’anello più debole e vulnerabile della catena di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze) diventa quindi importantissimo per il rilancio di una comune richiesta di giustizia ambientale che non si basi ancora una volta su principi universali, troppo spesso generici ed inafferrabili, ma sul superamento di un disagio estremamente concreto e sulle risposte da dare a necessità e bisogni che non appartengono in maniera uguale a tutti i settori della popolazione, ma che, troppo spesso, si concentrano soprattutto nelle aree abitate dalle fasce più povere e disagiate.
Sia che si tratti di discariche di rifiuti tossici prossimi ad aree urbanizzate degradate, sia che si tratti delle diverse conseguenze che catastrofi presunte “naturali” (ad esempio l’uragano Katrina del 2005) possono avere su settori differenti di cittadini: perdita della casa e di ogni avere per una (ad esempio la componente afro-americana di New Orleans) e guadagni enormi sulla speculazione edilizia legata alla ricostruzione per l’altra (bianca e ricca).
Ma, come dimostra bene il testo anche le guerre portano (oserei dire da sempre) il loro contributo alla devastazione ambientale, dando vita a movimenti migratori, di differente intensità a seconda del conflitto e delle aree interessate, di cui oggi vediamo le conseguenze nell’immensa mole di profughi che cercano di fuggire da tutto ciò. E per i quali la “casa comune” di cui parla Greta Thunberg davvero non esiste ancora.
Guerre che, inoltre, depositano sui territori e sui corpi il loro ricordo a lungo indimenticabile: dall’agente arancio in Vietnam, che ha devastato quel paese per anni ancora dopo la fine della guerra e i corpi di molti di coloro che l’hanno combattuta su un fronte o sull’altro, all’uranio arricchito che ha a sua volta impestato gli ambienti, e ancora una volta i corpi, in tutte le aree in cui la Nato è intervenuta per le sue missioni di pace.
La natura, come recita il titolo del testo, è quindi davvero un campo di battaglia, anzi è teatro di un’autentica guerra di classe, non dichiarata e di fatto negata proprio da coloro che l’hanno iniziata e la stanno portando avanti in nome del profitto e dell’interesse privato, e il libro di Keucheyan ci aiuta a comprenderlo ancora meglio.
Per far sì che, alla fine, a morire sia proprio il capitalismo.
Fonte
Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica, Ombre corte, Verona 2019, pp. 168, 15,00 euroL’esperienza della nostra generazione: il fatto che il capitalismo non morirà di morte naturale (Walter Benjamin)
Fin dalla citazione di Benjamin posta in esergo il testo di Razmig Keucheyan rivela il suo intento: quello di indagare la stretta interconnessione tra sviluppo capitalistico, uso della Natura e della sua ideologia e creazione di diseguaglianze ambientali per rivelare come tutto ciò sia strettamente ascrivibile al conflitto di classe che sottende e determina ogni scelta economica, politica e sociale della società in cui viviamo. Non solo in Occidente, ma su scala planetaria.
L’autore, nato nel 1975, è attualmente professore presso il Centro Émile Durkheim dell’Università di Bordeaux e fa parte del comitato di redazione della rivista “Actuel Marx”. Oltre a ciò è riconosciuto come uno dei più esperti conoscitori dell’opera di Antonio Gramsci e ha aderito al Nouveau Parti anticapitaliste oltre che aver firmato, nel 2014, l’appello del Movimento per la VI Répubblica avviato da Jean-Luc Mélenchon e dal Parti de gauche.
Una militanza politica e culturale “di sinistra” e “gramsciana” che traspare da ogni pagina di un testo che, proprio per questi motivi, è allo stesso tempo stimolante e discutibile (a causa di una manifesta e forse eccessiva speranza riformistica) per tutti coloro che si occupano attualmente dei problemi legati alla crisi ambientale, a quella economica e a quella climatica e dei risvolti che queste possono avere sui conflitti sociali sia già in corso che futuri.
Uscito per la prima volta in Francia nel 2014, il testo si articola sostanzialmente intorno a tre temi ritenuti fondamentale dall’autore e che costituiscono le tre parti che lo compongono: il razzismo ambientale, la finanziarizzazione della natura attraverso le pratiche assicurative nei confronti dei rischi climatici e la militarizzazione dell’ecologia. Tutte strettamente collegate tra di loro.
Tre argomenti attraverso i quali l’autore delinea e delimita un discorso al centro del quale è posto continuamente in risalto il tema delle diseguaglianze sociali, economiche e “razziali” che costituiscono il problema centrale e, certamente, maggiormente conflittuale dell’attuale emergenza climatica. Un’emergenza che, al di là dei suoi connotati ambientali e fisici, si rivela essere innanzitutto ancora una questione di classe.
Tale impostazione permette all’autore sia di superare le posizioni ecologiste tipiche di un movimento come Fridays For Future che, in linea con le correnti ecologiste tradizionali, sembra voler accomunare tutta l’umanità, senza distinzioni di classe o di appartenenza alle aree più povere del pianeta, in una comune battaglia per la salvezza di una casa ritenuta “comune”, sia le posizioni di quelle sinistre che, in nome di un progresso sempre meno credibile e di uno sviluppo sempre più devastante, respingono le lotte ambientali ritenendole un mero prodotto dell’ideologia borghese.
Se è infatti vero che, all’interno dell’attuale crisi del modo di produzione capitalistico, il green capitalism può porsi come strumento di rilancio di dinamiche innovative e produttive utili alla ripresa di processi di accumulazione sempre più asfittici, è altresì vero che proprio queste politiche, che pretendono di proporre un modello di sviluppo maggiormente sostenibile, tenderanno ad accentuare le differenziazioni di classe e a separare sempre più la grande maggioranza della società che, di fatto, le subirà, da una minoranza che ne trarrà profitto.
A dimostrazione di ciò basti riflettere sul fatto che lo stesso movimento francese dei gilets jaunes è sorto proprio a partire da un aumento del costo del carburante giustificato dalla comune necessità di finanziare iniziative in difesa dell’ambiente o di rinnovamento degli apparati produttivi in chiave green. Uno degli slogan del movimento affermava infatti che a pagare la crisi ambientale dovessero essere prima di tutto coloro, governanti e imprenditori, che di tale crisi erano la causa.
Inquadrare quindi l’attuale emergenza planetaria da un punto di vista di classe (cui poi andrebbero aggiunti, come fa l’autore, quello razziale e di genere, essendo spesso le donne a costituire l’anello più debole e vulnerabile della catena di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze) diventa quindi importantissimo per il rilancio di una comune richiesta di giustizia ambientale che non si basi ancora una volta su principi universali, troppo spesso generici ed inafferrabili, ma sul superamento di un disagio estremamente concreto e sulle risposte da dare a necessità e bisogni che non appartengono in maniera uguale a tutti i settori della popolazione, ma che, troppo spesso, si concentrano soprattutto nelle aree abitate dalle fasce più povere e disagiate.
Sia che si tratti di discariche di rifiuti tossici prossimi ad aree urbanizzate degradate, sia che si tratti delle diverse conseguenze che catastrofi presunte “naturali” (ad esempio l’uragano Katrina del 2005) possono avere su settori differenti di cittadini: perdita della casa e di ogni avere per una (ad esempio la componente afro-americana di New Orleans) e guadagni enormi sulla speculazione edilizia legata alla ricostruzione per l’altra (bianca e ricca).
Ma, come dimostra bene il testo anche le guerre portano (oserei dire da sempre) il loro contributo alla devastazione ambientale, dando vita a movimenti migratori, di differente intensità a seconda del conflitto e delle aree interessate, di cui oggi vediamo le conseguenze nell’immensa mole di profughi che cercano di fuggire da tutto ciò. E per i quali la “casa comune” di cui parla Greta Thunberg davvero non esiste ancora.
Guerre che, inoltre, depositano sui territori e sui corpi il loro ricordo a lungo indimenticabile: dall’agente arancio in Vietnam, che ha devastato quel paese per anni ancora dopo la fine della guerra e i corpi di molti di coloro che l’hanno combattuta su un fronte o sull’altro, all’uranio arricchito che ha a sua volta impestato gli ambienti, e ancora una volta i corpi, in tutte le aree in cui la Nato è intervenuta per le sue missioni di pace.
La natura, come recita il titolo del testo, è quindi davvero un campo di battaglia, anzi è teatro di un’autentica guerra di classe, non dichiarata e di fatto negata proprio da coloro che l’hanno iniziata e la stanno portando avanti in nome del profitto e dell’interesse privato, e il libro di Keucheyan ci aiuta a comprenderlo ancora meglio.
Per far sì che, alla fine, a morire sia proprio il capitalismo.
Fonte
16/09/2019
La “generazione Greta” e l’antropocene: alcune riflessioni
Come molti già sapranno il prossimo 23 settembre nel palazzo di vetro dell’ONU si celebrerà il Climate Action Summit.
Il vertice, convocato dal segretario generale Antònio Guterres, chiude
idealmente un anno che ha visto ritornare prepotentemente la questione
del cambiamento climatico al centro del dibattito pubblico, e questo
mentre le piazze delle capitali occidentali venivano riempite da folle
di giovani e giovanissimi appartenenti a quella che è già stata
ridefinita come la “generazione Greta”. Un
fenomeno mediatico, prima ancora che sociale o culturale, quello
dell’attivismo climatico, che nel giro di poche settimane è esploso fino
a diventare mainstream. Per rendersene conto basterebbe leggersi la
mole di tweets ecosensibili pubblicati dalle star hollywoodiane
“progressiste”, che quasi quotidianamente dalle loro ville con piscina
si dichiarano preoccupate per le sorti del pianeta, oppure soffermarsi
sulle ormai innumerevoli operazioni di “greenwashing” messe in campo in
questi mesi dagli esperti di marketing delle principali multinazionali.
Per non parlare poi dei maldestri tentativi di cavalcare l’onda verde da
parte della politica ufficiale nel tentativo di catturare qualche
consenso e/o rifarsi una verginità elettorale. Si pensi alle accuse
(ipocrite) lanciate dai vari Macron o Trudeau a Bolsonaro durante
l’emergenza incendi in Amazzonia, oppure, senza andare troppo lontano,
alle comparsate nelle piazze di “Friday For Future” dei burocrati del
PD. Qualche giorno fa perfino il principe Henry d’Inghilterra, dopo
essere stato stigmatizzato pubblicamente per aver utilizzato un jet
privato, si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per
assicurare di “compensare sempre le sue emissioni di anidride
carbonica”. Ormai quasi non si contano più le pubblicazioni in cui viene
calcolata al milligrammo la nostra “impronta carbonica”. Sappiamo che
se mangiamo una mela che non proviene dal nostro orto produciamo 150
grammi di CO2, che se facciamo 10 Km in macchina la nostra produzione
sale a 3,23 Kg, mentre con l’autobus scenderebbe a 1,04 kg. Una sorta di
feticismo molecolare per l’anidride carbonica che finisce, però, per
spostare inevitabilmente l’attenzione dalla causa all’effetto. Come
scrive puntualmente Paul Kingsnorth: “La mia impressione è che il
movimento ecologista abbia sabotato sé stesso coi numeri. La sua
ostinata ossessione per il cambiamento climatico e la sua insistenza nel
considerarlo una sfida ingegneristica e tecnologica guidata
dall’immobile neutralità della scienza, l’ha portato in un ghetto da cui
rischia di non uscire. All’interno del pensiero comune odierno, molti
ecologisti passano il loro tempo discutendo cosa preferiscono tra
centrali eoliche e canali ondogeni, energia nucleare o estrazione del
carbone. Essi offrono considerevoli e convinte predizioni di cosa
accadrà se facciamo o meno questo o quello, sulla base di sconvolgenti
dati numerici, selettivamente scelti da questo o quello “studio”, come
se il mondo fosse un gigantesco foglio di calcolo che ha solo bisogno di
essere correttamente bilanciato.”
Prima di procedere oltre col nostro ragionamento occorre però sgomberare il campo da possibili equivoci o fraintendimenti. Non intendiamo assolutamente iscriverci qui alla lista dei relativisti o dei negazionisti climatici. Il surriscaldamento del pianeta è un fenomeno acclarato e scientificamente incontrovertibile i cui effetti, potenzialmente disastrosi per l’ecosistema-mondo, sono oggi sotto gli occhi di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Né tantomeno può essere negata l’urgenza di azione che quelle piazze, sia pur tra qualche ingenuità, giustamente esprimono. Ciò che proprio non ci convince, piuttosto, è l’individuazione delle cause del fenomeno che oggi sembrano prevalere all’interno del pensiero ecologista, anche quello radicale, e che indicano nella coppia carbone/vapore, ossia nel cosiddetto “capitalismo fossile” inaugurato con la rivoluzione industriale, l’alfa e l’omega di ogni male. Un approccio che si porta dietro un’ambiguità di fondo, ovvero che possa davvero esistere un altro capitalismo, magari “green” o “ecofriendly”, e che invece di guardare ai rapporti di produzione rischia di soffermarsi fin troppo sugli “stili di vita”, sostenibili o inquinanti, e sui comportamenti individuali e/o collettivi. Come se preferire la doccia al bagno in vasca o il treno all’aereo bastasse di per sé a risolvere i problemi del riscaldamento planetario.
C’è un neologismo che in questi ultimi anni ha catturato sia l’attenzione accademica che quella del grande pubblico, e che a ben vedere racchiude in sè questa ambiguità interpretative, ed è quello di Antropocene. Ovvero, secondo la definizione che ne diede nel 2002 Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995), l’epoca geologica in cui viviamo. Quella in cui l’umanità diviene essa stessa una “forza geofisica” capace di trasformare il pianeta, modificandone il territorio e l’atmosfera, alterandone irreversibilmente l’equilibrio.
Tanto per fornire un’idea di massima sulla portata di queste trasformazioni: l’agricoltura e l’allevamento industriale, che sono oggi ritenuti responsabili del 25% delle emissioni di gas serra, consumano terreno fertile in misura cento volte superiore a quanto non ne venga ricostituito dai normali processi di decomposizione organica. Ciò significa che nel girò di 20 anni viene “consumato” uno strato di terreno fertile che necessità tra i 200 e i 1000 anni per essere ricostituito. Tra le varie interpretazioni che vengono date del concetto di Antropocene quella oggi dominante rintraccia le sue origini, e quindi quelle del mondo moderno, nell’Inghilterra del XIX secolo e nella sua rivoluzione industriale. Tanto che lo stesso Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu (l’IPCC) misura l’aumento del riscaldamento globale proprio a partire dall’era preindustriale.
Un primo elemento fuorviante di questo modello interpretativo è che già a livello semantico viene indicato nell’Anthropos la forza motrice di questo cambiamento epocale. Non nel Capitale, non nella società divisa in classi e nemmeno nell’imperialismo o nel colonialismo, ma nell’attività di un’umanità che si fa indistinta, astratta ed omogenea, e in cui le diseguaglianze, l’alienazione e la violenza dei rapporti di produzione scompaiono quasi completamente. La responsabilità del cambiamento globale viene così ascritta agli uomini e alle donne nel loro complesso e non alle forze del Capitale, agli Stati o agli imperi che hanno dato forma alla storia mondiale moderna. Da questa “interpretazione” della crisi ecologica ne discende inevitabilmente una prospettiva politica “umanista”, interclassista e cosmopolita, secondo cui per governare il problema del cambiamento ambientale l’umanità non dovrebbe far altro che mettere da parte le proprie divisioni e sedersi intorno ad un tavolo per affrontare razionalmente la questione. Come sostengono alcuni ambientalisti proprio la crisi ecologica permetterebbe infatti di ipotizzare che il genere umano, e non una delle classi in cui è diviso, possa finalmente diventare il “soggetto” della storia”. Del resto, ed è questo il sottotesto semplificante del loro ragionamento, di fronte ai cambiamenti climatici ci troviamo, come “specie”, tutti su una stessa barca su cui non esistono scialuppe di salvataggio: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. In questo modo, però, finiscono per essere occultate, in un colpo solo e quasi senza rendersene conto, non solo le cause reali delle trasformazioni ambientali, ma anche le diseguaglianze ecologiche che ne derivano e la differenzialità degli effetti. Come ricorda Razmig Keucheyan affrontando il tema del razzismo ambientale in un volume pubblicato recentemente dai tipi di Ombre Corte, nel 2005, quando l’uragano Katrina colpì New Orleans, oltre l’80% della città venne sommersa dall’acqua provocando oltre 2000 morti e più di un milione di sfollati. Ma la furia della natura non colpì tutti allo stesso modo, piuttosto si concentrò su anziani e neri, ovvero sulle fasce deboli della popolazione che vivevano nei quartieri poveri. A dimostrazione che sulla medesima nave, se dormi in stiva o in una suite le cose cambiano, eccome.
L’altro aspetto fuorviante risiede poi nella periodizzazione storica che di fatto viene imposta attraverso questo modello interpretativo. Far partire l’Antropocene dal brevetto della macchina a vapore di James Watt nel 1782 significa fornire un’interpretazione astorica dell’industrializzazione, come se si trattasse di una sorta di Big Bang della modernità, e non invece il prodotto e la cristallizzazione di secoli di evoluzione del modo di produzione capitalistico. Spostare la lancetta dell’inizio dell’Antropocene sul XIX secolo piuttosto che sull’ascesa e la progressiva affermazione della civiltà capitalista significa spostare l’attenzione sulle conseguenze piuttosto che sui rapporti sociali che le determinano. Ma soprattutto significa dare la priorità alla dismissione delle macchine e delle miniere, o delle loro incarnazioni nel XXI secolo, piuttosto che a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico nel suo complesso. Come scrive Jason W. Moore “spegnere una centrale elettrica a carbone può rallentare il riscaldamento globale per un giorno, trasformare i rapporti sociali che sottendono la miniera di carbone può fermalo per sempre (…) Stiamo dunque vivendo davvero nell’Antropocene? Oppure stiamo vivendo, invece, nel Capitalocene, l’epoca storica plasmata dai rapporti che privilegiano l’infinita accumulazione del Capitale?” Se si accetta l’idea che il cambiamento climatico e la crisi ecologica siano il prodotto dal capitalismo allora è poco probabile che unire la specie umana attorno a degli obiettivi comuni sia una condizione della soluzione di questa crisi. Questa, al contrario, richiede probabilmente la radicalizzazione degli antagonismi, vale a dire la radicalizzazione della critica (e della lotta) al capitalismo: la natura è un campo di battaglia (Kheuchyan, 2019).
Fonte
Prima di procedere oltre col nostro ragionamento occorre però sgomberare il campo da possibili equivoci o fraintendimenti. Non intendiamo assolutamente iscriverci qui alla lista dei relativisti o dei negazionisti climatici. Il surriscaldamento del pianeta è un fenomeno acclarato e scientificamente incontrovertibile i cui effetti, potenzialmente disastrosi per l’ecosistema-mondo, sono oggi sotto gli occhi di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Né tantomeno può essere negata l’urgenza di azione che quelle piazze, sia pur tra qualche ingenuità, giustamente esprimono. Ciò che proprio non ci convince, piuttosto, è l’individuazione delle cause del fenomeno che oggi sembrano prevalere all’interno del pensiero ecologista, anche quello radicale, e che indicano nella coppia carbone/vapore, ossia nel cosiddetto “capitalismo fossile” inaugurato con la rivoluzione industriale, l’alfa e l’omega di ogni male. Un approccio che si porta dietro un’ambiguità di fondo, ovvero che possa davvero esistere un altro capitalismo, magari “green” o “ecofriendly”, e che invece di guardare ai rapporti di produzione rischia di soffermarsi fin troppo sugli “stili di vita”, sostenibili o inquinanti, e sui comportamenti individuali e/o collettivi. Come se preferire la doccia al bagno in vasca o il treno all’aereo bastasse di per sé a risolvere i problemi del riscaldamento planetario.
C’è un neologismo che in questi ultimi anni ha catturato sia l’attenzione accademica che quella del grande pubblico, e che a ben vedere racchiude in sè questa ambiguità interpretative, ed è quello di Antropocene. Ovvero, secondo la definizione che ne diede nel 2002 Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995), l’epoca geologica in cui viviamo. Quella in cui l’umanità diviene essa stessa una “forza geofisica” capace di trasformare il pianeta, modificandone il territorio e l’atmosfera, alterandone irreversibilmente l’equilibrio.
Tanto per fornire un’idea di massima sulla portata di queste trasformazioni: l’agricoltura e l’allevamento industriale, che sono oggi ritenuti responsabili del 25% delle emissioni di gas serra, consumano terreno fertile in misura cento volte superiore a quanto non ne venga ricostituito dai normali processi di decomposizione organica. Ciò significa che nel girò di 20 anni viene “consumato” uno strato di terreno fertile che necessità tra i 200 e i 1000 anni per essere ricostituito. Tra le varie interpretazioni che vengono date del concetto di Antropocene quella oggi dominante rintraccia le sue origini, e quindi quelle del mondo moderno, nell’Inghilterra del XIX secolo e nella sua rivoluzione industriale. Tanto che lo stesso Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu (l’IPCC) misura l’aumento del riscaldamento globale proprio a partire dall’era preindustriale.
Un primo elemento fuorviante di questo modello interpretativo è che già a livello semantico viene indicato nell’Anthropos la forza motrice di questo cambiamento epocale. Non nel Capitale, non nella società divisa in classi e nemmeno nell’imperialismo o nel colonialismo, ma nell’attività di un’umanità che si fa indistinta, astratta ed omogenea, e in cui le diseguaglianze, l’alienazione e la violenza dei rapporti di produzione scompaiono quasi completamente. La responsabilità del cambiamento globale viene così ascritta agli uomini e alle donne nel loro complesso e non alle forze del Capitale, agli Stati o agli imperi che hanno dato forma alla storia mondiale moderna. Da questa “interpretazione” della crisi ecologica ne discende inevitabilmente una prospettiva politica “umanista”, interclassista e cosmopolita, secondo cui per governare il problema del cambiamento ambientale l’umanità non dovrebbe far altro che mettere da parte le proprie divisioni e sedersi intorno ad un tavolo per affrontare razionalmente la questione. Come sostengono alcuni ambientalisti proprio la crisi ecologica permetterebbe infatti di ipotizzare che il genere umano, e non una delle classi in cui è diviso, possa finalmente diventare il “soggetto” della storia”. Del resto, ed è questo il sottotesto semplificante del loro ragionamento, di fronte ai cambiamenti climatici ci troviamo, come “specie”, tutti su una stessa barca su cui non esistono scialuppe di salvataggio: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. In questo modo, però, finiscono per essere occultate, in un colpo solo e quasi senza rendersene conto, non solo le cause reali delle trasformazioni ambientali, ma anche le diseguaglianze ecologiche che ne derivano e la differenzialità degli effetti. Come ricorda Razmig Keucheyan affrontando il tema del razzismo ambientale in un volume pubblicato recentemente dai tipi di Ombre Corte, nel 2005, quando l’uragano Katrina colpì New Orleans, oltre l’80% della città venne sommersa dall’acqua provocando oltre 2000 morti e più di un milione di sfollati. Ma la furia della natura non colpì tutti allo stesso modo, piuttosto si concentrò su anziani e neri, ovvero sulle fasce deboli della popolazione che vivevano nei quartieri poveri. A dimostrazione che sulla medesima nave, se dormi in stiva o in una suite le cose cambiano, eccome.
L’altro aspetto fuorviante risiede poi nella periodizzazione storica che di fatto viene imposta attraverso questo modello interpretativo. Far partire l’Antropocene dal brevetto della macchina a vapore di James Watt nel 1782 significa fornire un’interpretazione astorica dell’industrializzazione, come se si trattasse di una sorta di Big Bang della modernità, e non invece il prodotto e la cristallizzazione di secoli di evoluzione del modo di produzione capitalistico. Spostare la lancetta dell’inizio dell’Antropocene sul XIX secolo piuttosto che sull’ascesa e la progressiva affermazione della civiltà capitalista significa spostare l’attenzione sulle conseguenze piuttosto che sui rapporti sociali che le determinano. Ma soprattutto significa dare la priorità alla dismissione delle macchine e delle miniere, o delle loro incarnazioni nel XXI secolo, piuttosto che a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico nel suo complesso. Come scrive Jason W. Moore “spegnere una centrale elettrica a carbone può rallentare il riscaldamento globale per un giorno, trasformare i rapporti sociali che sottendono la miniera di carbone può fermalo per sempre (…) Stiamo dunque vivendo davvero nell’Antropocene? Oppure stiamo vivendo, invece, nel Capitalocene, l’epoca storica plasmata dai rapporti che privilegiano l’infinita accumulazione del Capitale?” Se si accetta l’idea che il cambiamento climatico e la crisi ecologica siano il prodotto dal capitalismo allora è poco probabile che unire la specie umana attorno a degli obiettivi comuni sia una condizione della soluzione di questa crisi. Questa, al contrario, richiede probabilmente la radicalizzazione degli antagonismi, vale a dire la radicalizzazione della critica (e della lotta) al capitalismo: la natura è un campo di battaglia (Kheuchyan, 2019).
Fonte
03/09/2019
Qualche considerazione irrituale su Greta Thunberg
Da un po’ di tempo mi frullano in testa considerazioni su Greta Thunberg un po’ irrituali che ora mi decido ad esternare perché penso che costituiscano uno stimolo di riflessione importante per tutto il movimento dei FFF, ed oltre.
Devo obbligatoriamente fare una premessa. Non mi sogno neanche di disconoscere il grande merito di Greta. Ma non posso mancare di ricordare che si contano penso a migliaia o più le persone che sono andate a manifestare davanti a un Parlamento o a un’altra istituzione senza che si sia mossa una foglia, e sono quasi tutte passate nel dimenticatoio. Greta – ed è indubbiamente stato un grandissimo merito – ha colto una congiuntura nella quale la sensibilità verso la crisi climatica stava per esplodere, ed ha innescato la scintilla che ha appiccato l’incendio (mi scuso per il richiamo retorico a ben altri incendi).
Se non fosse stato maturo il momento, forse non sarebbe accaduto nulla, o quasi: ma proprio ora il gesto di Greta ha mobilitato milioni di giovani (e anche meno, o diversamente, giovani) nelle piazze di tutto il mondo. Se non ci fosse stata Greta sarebbe comunque esploso il movimento per contrastare la crisi climatica (ma, ripeto, questo non toglie nulla al suo merito).
Da qualche tempo mi andavo convincendo che il riferimento obbligato e a volte rituale alla sua iniziativa divenisse addirittura controproducente, potesse servire a quei meccanismi mediatici che tendono a metabolizzare tutto, addirittura per coprire questa realtà di milioni di giovani che si mobilitano in tutto il mondo.
Ma il passare del tempo e l’evolvere delle cose ha aggiunto, per me, aggravanti a questo ragionamento. Più passa il tempo e più si rafforza in me il dubbio che Greta stia diventando vittima del proprio personaggio, o (peggio) sia eterodiretta: se pensar male è peccato, mi conforta l’ormai famoso detto di Andreotti.
Posso accettare di pensare – ma con una crescente fatica – che le idee e le iniziative originali e controcorrente siano farina del suo sacco, ma non riesco a pensare che lei sia la sola (se non la vera) regista.
In primo luogo nutro forti dubbi che tutti i messaggi che Greta lancia siano condivisibili. Con tutta sincerità penso che il suo messaggio di saltare l’anno scolastico per dedicarsi interamente alla lotta contro il cambiamento climatico sia non solo molto opinabile, ma non possa assolutamente essere trasmesso come messaggio a tutti gli studenti del mondo: non solo perché sarebbe comunque irrealizzabile, ma perché elude nella sostanza il problema cruciale di trasformare la scuola per adeguare i contenuti e le conoscenze alla sfida posta dal cambio climatico, che esige conoscenze e competenze radicalmente nuove in tutti campi.
Potrebbe sembrare che si predichi, paradossalmente, una generazione di giovani analfabeti: anche perché la crisi climatica non si risolve certo in un anno! Questo messaggio è in chiara contraddizione con le dichiarazioni di fiducia nei confronti degli scienziati (sarò un nostalgico ma ai miei tempi si diceva che l’imperialismo si combatte sul posto di lavoro).
Ora si sono aggiunte iniziative di Greta che hanno a mio avviso un sapore promozionale. È senza dubbio giustissimo il messaggio di evitare i viaggi aerei, ma dubito fortemente che la decisione di traversare l’Atlantico in barca a vela sia farina del sacco di Greta. Se qualcuno volesse provare a trovare un passaggio in barca a vela per la traversata dubito che ci riuscirebbe facilmente se non fosse portatore di un forte messaggio mediatico. Ma, anche più terra terra, nessuno si domanda chi finanzia tutti gli spostamenti di Greta?
Mi fermo qui perché verrei giudicato come maligno.
Sono sempre più convinto che tutto il movimento dei FFF dovrebbe affrancarsi dal riferimento costante e quasi rituale a Greta (il che non significa disconoscere i suoi meriti) per rivendicare ora il protagonismo di milioni di giovani, altrimenti mi viene da dire che la gente guarda il dito e non vede la Luna.
Personalmente non concepisco assolutamente che in tutti i grandi appuntamenti sia Greta invitata a parlare. Nel mio panorama limitato di Firenze vedo giovani e giovanissime/i che hanno una capacità straordinaria di intervenire, anche in sedi ufficiali, con una naturalezza ed efficacia eccezionali: sono convinto che molti di loro potrebbero benissimo intervenire all’ONU.
Tutti i movimenti hanno bisogno di un avvicendamento e un rinnovamento continui: i giovani dei FFF hanno tenuto incontri nazionali e interazionali, hanno certamente la maturità (pur con tutte le difficoltà comprensibili) per scegliere e nominare in ogni occasione delegati capaci di parlare a nome di tutto il movimento. Non è per nulla indifferente che in un consesso internazionale o all’ONU i rappresentanti dei Paesi si vedano comparire una faccia nuova, invece che la solita che tutti si aspettano.
Sarebbe a mio parere un passo fondamentale per affermare la completa autonomia e la struttura democratica di questo movimento grandioso, e di salvare – con il proprio futuro – l’intera umanità. Oltre tutto stanno nascendo altri movimenti che lottano contro la crisi climatica senza avere un padre, o una madre, putativi.
di Angelo Baracca – Fisico, docente emerito dell’Università di Firenze, storico attivista antinucleare e antimilitarista
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Devo obbligatoriamente fare una premessa. Non mi sogno neanche di disconoscere il grande merito di Greta. Ma non posso mancare di ricordare che si contano penso a migliaia o più le persone che sono andate a manifestare davanti a un Parlamento o a un’altra istituzione senza che si sia mossa una foglia, e sono quasi tutte passate nel dimenticatoio. Greta – ed è indubbiamente stato un grandissimo merito – ha colto una congiuntura nella quale la sensibilità verso la crisi climatica stava per esplodere, ed ha innescato la scintilla che ha appiccato l’incendio (mi scuso per il richiamo retorico a ben altri incendi).
Se non fosse stato maturo il momento, forse non sarebbe accaduto nulla, o quasi: ma proprio ora il gesto di Greta ha mobilitato milioni di giovani (e anche meno, o diversamente, giovani) nelle piazze di tutto il mondo. Se non ci fosse stata Greta sarebbe comunque esploso il movimento per contrastare la crisi climatica (ma, ripeto, questo non toglie nulla al suo merito).
Da qualche tempo mi andavo convincendo che il riferimento obbligato e a volte rituale alla sua iniziativa divenisse addirittura controproducente, potesse servire a quei meccanismi mediatici che tendono a metabolizzare tutto, addirittura per coprire questa realtà di milioni di giovani che si mobilitano in tutto il mondo.
Ma il passare del tempo e l’evolvere delle cose ha aggiunto, per me, aggravanti a questo ragionamento. Più passa il tempo e più si rafforza in me il dubbio che Greta stia diventando vittima del proprio personaggio, o (peggio) sia eterodiretta: se pensar male è peccato, mi conforta l’ormai famoso detto di Andreotti.
Posso accettare di pensare – ma con una crescente fatica – che le idee e le iniziative originali e controcorrente siano farina del suo sacco, ma non riesco a pensare che lei sia la sola (se non la vera) regista.
In primo luogo nutro forti dubbi che tutti i messaggi che Greta lancia siano condivisibili. Con tutta sincerità penso che il suo messaggio di saltare l’anno scolastico per dedicarsi interamente alla lotta contro il cambiamento climatico sia non solo molto opinabile, ma non possa assolutamente essere trasmesso come messaggio a tutti gli studenti del mondo: non solo perché sarebbe comunque irrealizzabile, ma perché elude nella sostanza il problema cruciale di trasformare la scuola per adeguare i contenuti e le conoscenze alla sfida posta dal cambio climatico, che esige conoscenze e competenze radicalmente nuove in tutti campi.
Potrebbe sembrare che si predichi, paradossalmente, una generazione di giovani analfabeti: anche perché la crisi climatica non si risolve certo in un anno! Questo messaggio è in chiara contraddizione con le dichiarazioni di fiducia nei confronti degli scienziati (sarò un nostalgico ma ai miei tempi si diceva che l’imperialismo si combatte sul posto di lavoro).
Ora si sono aggiunte iniziative di Greta che hanno a mio avviso un sapore promozionale. È senza dubbio giustissimo il messaggio di evitare i viaggi aerei, ma dubito fortemente che la decisione di traversare l’Atlantico in barca a vela sia farina del sacco di Greta. Se qualcuno volesse provare a trovare un passaggio in barca a vela per la traversata dubito che ci riuscirebbe facilmente se non fosse portatore di un forte messaggio mediatico. Ma, anche più terra terra, nessuno si domanda chi finanzia tutti gli spostamenti di Greta?
Mi fermo qui perché verrei giudicato come maligno.
Sono sempre più convinto che tutto il movimento dei FFF dovrebbe affrancarsi dal riferimento costante e quasi rituale a Greta (il che non significa disconoscere i suoi meriti) per rivendicare ora il protagonismo di milioni di giovani, altrimenti mi viene da dire che la gente guarda il dito e non vede la Luna.
Personalmente non concepisco assolutamente che in tutti i grandi appuntamenti sia Greta invitata a parlare. Nel mio panorama limitato di Firenze vedo giovani e giovanissime/i che hanno una capacità straordinaria di intervenire, anche in sedi ufficiali, con una naturalezza ed efficacia eccezionali: sono convinto che molti di loro potrebbero benissimo intervenire all’ONU.
Tutti i movimenti hanno bisogno di un avvicendamento e un rinnovamento continui: i giovani dei FFF hanno tenuto incontri nazionali e interazionali, hanno certamente la maturità (pur con tutte le difficoltà comprensibili) per scegliere e nominare in ogni occasione delegati capaci di parlare a nome di tutto il movimento. Non è per nulla indifferente che in un consesso internazionale o all’ONU i rappresentanti dei Paesi si vedano comparire una faccia nuova, invece che la solita che tutti si aspettano.
Sarebbe a mio parere un passo fondamentale per affermare la completa autonomia e la struttura democratica di questo movimento grandioso, e di salvare – con il proprio futuro – l’intera umanità. Oltre tutto stanno nascendo altri movimenti che lottano contro la crisi climatica senza avere un padre, o una madre, putativi.
di Angelo Baracca – Fisico, docente emerito dell’Università di Firenze, storico attivista antinucleare e antimilitarista
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02/09/2019
Road Map per l’emergenza climatica
di Guido Viale
A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre:
- un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi;
- stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi;
- tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi;
- molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati.
I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti.
Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia. Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani: pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Vagonomle ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro.
1) Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione;
2) Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.
3) Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma.
4) Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli...
Fonte
Testo interessantissimo e completamente condivisibile, l'unico limite che trovo sta nel fatto di sottostimare la questione del modo di produzione.
All'interno di quello capitalista, tutti questi propositi sono sostanzialmente votati al fallimento, oppure alla normalizzazione come lo stesso percorso "politico" di Greta Thunberg almeno in parte dimostra.
A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre:
- un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi;
- stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi;
- tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi;
- molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati.
I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti.
Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia. Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani: pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Vagonomle ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro.
1) Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione;
2) Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.
3) Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma.
4) Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli...
Fonte
Testo interessantissimo e completamente condivisibile, l'unico limite che trovo sta nel fatto di sottostimare la questione del modo di produzione.
All'interno di quello capitalista, tutti questi propositi sono sostanzialmente votati al fallimento, oppure alla normalizzazione come lo stesso percorso "politico" di Greta Thunberg almeno in parte dimostra.
30/04/2019
Affinità-divergenze tra la compagna Greta e noi
E l’acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi,
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.
Un’isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba,
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva.
Pierangelo Bertoli
Nelle ultime settimane si è imposto al centro del dibattito, in forme nuove e inedite, il tema dell’ambientalismo. Ci sono state enormi manifestazioni in tutto il mondo; di particolare rilievo anche quelle che si sono tenute in Italia, soprattutto se si considera la difficoltà di mobilitazione delle masse che attualmente affrontano i vari movimenti politici.
Il movimento ambientalista cova in sé valori e visioni del mondo condivisibili e ricchi di potenzialità. La battaglia per la difesa dell’ambiente è la nostra battaglia e deve essere una priorità per chiunque oggi faccia lo sforzo di provare a immaginare un’alternativa al sistema economico dominante. Al contrario, la particolare sfumatura di ‘radicalismo chiacchierone’, stando alla quale occuparsi dell’ambiente prima di avere abbattuto il capitalismo sarebbe un vezzo borghese, è semplicemente una stupidaggine, buona soltanto per fornire una giustificazione alla propria inutilità e marginalità.
Tuttavia, è importante individuare potenziali elementi contraddittori del movimento che in questi giorni ha riacceso i riflettori su una tematica così importante, elementi che, spesso contro la stessa volontà soggettiva di chi è impegnato in sacrosante battaglie, finiscono per rendere molte istanze pienamente compatibili con gli equilibri dell’ordine socio-economico costituito.
La principale grande contraddizione di alcuni movimenti ambientalisti, una parte dei quali convergenti nelle più recenti mobilitazioni di piazza, è quella di non individuare nel modo di produzione dominante la vera causa dell’inquinamento ambientale, della distruzione degli ecosistemi e dei paesaggi, nonché del fragile equilibrio che esiste tra natura e uomo. In secondo luogo, in molti movimenti ambientalisti – sorti a partire dagli anni ’80 come valvola di sfogo del riflusso che era seguito alla sconfitta dei movimenti della sinistra extra-parlamentare del decennio precedente – si è avuta la forte tendenza a sostituire alla critica dello sfruttamento del lavoro la critica dello sfruttamento dell’ambiente in quanto tale, come dinamica separata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Questa mancata considerazione della centralità del modo di produzione capitalistico ha tre immediate conseguenze:
- il richiamo a buone azioni individuali da parte del singolo come apparente e falsa soluzione del problema;
- un orizzonte di azione limitato, per cui l’obiettivo di fondo sarebbe risolvere le problematiche ambientali anche in un’ottica di piena compatibilità con il modo di produzione capitalistico;
- la non individuazione del fatto che, senza la messa in discussione delle basi del sistema economico dominante, forti interessi imprenditoriali sono perfettamente in grado di cavalcare l’onda ambientalista investendo, spesso sostenuti da lauti finanziamenti pubblici, in settori del cosiddetto ‘capitalismo verde’, con tutte le conseguenze distributive che ciò comporta.
Un’analisi più approfondita degli stretti legami tra modo di produzione e ambiente può invece contribuire a evitare alcune delle potenziali derive del movimento ambientalista, la cui nascita e crescita è sicuramente un’opportunità per migliorare il rapporto tra l’uomo e la natura. Proprio per rendere questo movimento più forte, e la sua azione più efficace, confidando che la critica sia costruttiva e che il movimento esca rafforzato dal dibattito interno, proviamo ad affrontare le tre questioni più analiticamente.
Le buone azioni individuali come apparente e falsa soluzione del problema
Nel recente dibattito sui cambiamenti climatici o sui problemi dell’inquinamento ambientale, spesso si sentono appelli generici all’adozione di comportamenti individuali virtuosi e rispettosi dell’ambiente, quasi fosse la via preferenziale per risolvere gli squilibri causati dalle azioni antropiche sugli equilibri naturali. Si tratta di un ambientalismo che potremmo definire ‘individualista’ nel metodo e nel merito. Stando a questo approccio, l’azione individuale, anziché quella collettiva, viene vista come mezzo per raggiungere gli obiettivi preposti. Da un lato, si tende a far ricadere le responsabilità sul singolo consumatore che utilizza troppa plastica, che non effettua la raccolta differenziata o che prende la macchina per andare al lavoro. Dall’altro, si pone l’attenzione su comportamenti del singolo individuo, spesso non controllabili, non verificabili o magari, in alcuni casi, neanche realmente inquinanti e allo stesso tempo si sorvola sulle gigantesche responsabilità delle grandi industrie che producono adottando tecnologie altamente inquinanti e devastando interi territori.
Peraltro, senza cambiare il sistema di produzione tramite regole, è difficile che il singolo modifichi i propri comportamenti: ad esempio, finché si confeziona in plastica ogni prodotto è molto difficile che il consumatore litighi con ogni commerciante per come viene impacchettata la merce acquistata. È possibile che qualcuno lo faccia, ma nei grandi numeri questo non avviene per ovvie ragioni (discorso simile si può fare per la delega al consumatore del controllo fiscale del commerciante mediante la richiesta dello scontrino).
Il ‘tipico’ ragionamento errato è il seguente: se io riuso il mio sacchetto della spesa, magari anche non di plastica, e lo dico ai miei amici e tutti i miei amici lo dicono ai loro amici, prima o poi non si userà più plastica, e (forse) questi sacchetti non saranno più prodotti. Un ragionamento diverso potrebbe, invece, essere il seguente: tramite un aperto impegno politico ottengo una legge che vieti l’utilizzo di sacchetti in plastica nei supermercati. Nel primo caso si ha un ragionamento autoassolvente – poiché è verosimile che la mia singola condotta tendenzialmente non cambierà niente – che appaga la coscienza senza che siano richiesti grandi sforzi. Nel secondo caso si può aspirare a ottenere il risultato sperato, ma è molto più faticoso: bisogna aderire ad un partito o fare pressione su un partito perché proponga e approvi la legge, oppure raccogliere firme, sensibilizzare l’opinione pubblica... in poche parole, occorre attivarsi realmente.
L’ambientalismo individualista produce, inoltre, un effetto di selezione avversa per cui l’ambientalismo stesso diviene un orpello dei ricchi o di chi può permetterselo, scatenando rabbia e invidia sociale nei poveri, spesso la maggioranza. Il caso dei gilet gialli è il più lampante, ma pensiamo a quanto sia difficile utilizzare biciclette anziché automobili da parte di chi non vive vicino al posto di lavoro e deve ogni giorno attraversare la città dalla periferia al centro e ritorno, con ogni condizione climatica: la colpa dell’inquinamento non può pertanto essere affibbiata al lavoratore che, oltre che essere sfruttato, dovrebbe sentirsi anche in colpa per l’inquinamento. Piuttosto, andrebbe considerato il fatto che il sistema non offre alternative efficaci a basso inquinamento, quali un sistema di mezzi pubblici funzionante e capillare.
È evidente, del resto, che l’apparato di potere politico-mediatico che sostiene il sistema di relazioni economiche dominante lavora alacremente per alimentare il sentimento ambientalista individualista, rinfocolando il senso di colpa dei singoli individui consumatori, rei di praticare comportamenti non virtuosi, per assolvere indirettamente i veri protagonisti della distruzione del pianeta: le grandi imprese che devastano ogni giorno ambiente e territorio.
In sostanza, l’ambientalismo non può essere individuale o ‘a misura d’uomo’: per affrontare questi temi, anche coinvolgendo la comunità scientifica che già da anni pone questioni e soluzioni, criticità e risposte, occorre riconoscere che solo tramite la politica e l’azione collettiva si può cambiare il mondo. Il primo passo sarebbe, pertanto, comprendere che la causa prima dell’inquinamento non è una filosofica malvagità umana, ma piuttosto una pratica economica quale il capitalismo, e in particolare il liberismo e il progressivo arretramento dello Stato davanti all’avanzare del mercato.
La limitatezza dell’orizzonte di azione e la compatibilità con il modo di produzione capitalistico
A ciò si lega il secondo aspetto critico: è vacuo, contraddittorio o persino controproducente portare avanti una battaglia seriamente ambientalista senza combattere al contempo il sistema di produzione che danneggia l’ambiente, cioè il capitalismo in quanto tale. Il capitalismo in sé, un sistema basato sul mero incremento del profitto, tende, oltre a generare il sistematico sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ad un inevitabile sfruttamento delle risorse naturali. È davvero ragionevole sperare che un sistema che produce povertà e disuguaglianze possa essere limitato sulla base di sincere remore ambientali? Va, tuttavia, anche detto che una regolazione finalizzata quantomeno a limitare la devastazione dell’ambiente e delle risorse naturali è in via ipotetica pensabile (e da diversi paesi almeno in parte già attuata) anche dentro al modo di produzione corrente, tramite forme più o meno blande di tutele ambientali che non intaccano in modo rilevante gli interessi dei capitalisti. Il problema diventa allora capire su chi ricade, in termini di distribuzione degli oneri, il costo della salvaguardia dell’ambiente. Ecco che la questione ambientale non può essere in alcun modo disgiunta da quella sociale e distributiva, a livello nazionale e internazionale. L’uso di tecnologie meno inquinanti, la riconversione della produzione, la capacità di riciclare ciò che è riciclabile, sono azioni costose i cui costi possono essere variamente distribuiti a seconda di scelte eminentemente politiche. In paesi dove si vive con meno di un dollaro al giorno, e si muore di fame, non molti avranno a cuore l’ambiente, pressati da problemi più urgenti, e, se anche ci fosse la volontà, mancherebbero le risorse materiali. Laddove, invece, nei paesi ricchi vi siano risorse potenziali abbondanti per abbattere l’inquinamento, occorre chiedersi chi si stia davvero sobbarcando i costi della possibile transizione ecologica.
Non è quindi possibile scindere la critica allo sfruttamento dell’ambiente dalla critica allo sfruttamento dell’uomo. Credere che sia sufficiente una sensibilizzazione dei decisori di politica ambientale sui danni che il sistema economico arreca all’ambiente a beneficio della collettività, fuori da una più generale critica dei meccanismi capitalistici, è nel migliore dei casi una mera illusione, nel peggiore una concezione che non tiene conto in alcun modo dell’impatto distributivo della tutela dell’ambiente.
Il ‘capitalismo verde’, ossia come gli interessi dominanti sono in grado di cavalcare l’onda ambientalista
Questo ragionamento ci porta in modo naturale alla terza considerazione e contraddizione. È ormai da diversi anni nota la capacità del capitalismo di fagocitare il tema ambientale, depotenziandolo e trasformandolo in occasione di profitto. Da almeno due-tre decenni si parla di ‘capitalismo verde’ in riferimento a tutto quel mondo, in rapida crescita, di imprese, spesso grandi multinazionali, dedite alla produzione di energie rinnovabili oppure che si fregiano di adottare tecnologie produttive ad un più basso tasso di emissioni inquinanti. Qui il problema è duplice.
Da un lato si pone una questione di direzione della ricaduta dei costi della riconversione ecologica. Sovente le imprese che producono energie rinnovabili ricevono fiumi di sussidi dai governi, pagati tramite la fiscalità generale che è sostenuta nell’essenziale dai lavoratori. A riguardo, il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli (una sorta di censimento dei sussidi statali curato dal Ministero per l’Ambiente) indica che, nel 2016, dei 41 miliardi di aiuti al sistema produttivo (che si sostanziano in sgravi fiscali e sussidi diretti), ben 16 sono stati considerati ‘ambientalmente favorevoli’, e pertanto assimilabili a varie realtà operanti nel variegato universo del capitalismo verde.
Dall’altro, ed emblematica è a riguardo l’attualissima vicenda francese, le misure proposte per ridurre l’inquinamento da parte dei governi passano per la maggior tassazione di beni inquinanti il cui uso ricade essenzialmente sulle fasce di reddito basse e medie (come l’automobile). Se si vuole avere come bussola un impatto distributivo non regressivo di una politica ambientale, il primo passo è rifiutare ogni delega della stessa al mercato. Politiche di tutela dell’ambiente e di riduzione dell’inquinamento non possono che passare per un intervento pubblico di pianificazione e controllo, che non rimetta nelle mani degli attori privati tramite gli incentivi di mercato la gestione dei processi e che non incida in modo iniquo sulla distribuzione del reddito, facendo pesare i costi della riconversione ecologica sulle fasce più deboli della popolazione tramite politiche fiscali di stampo regressivo. Tutto l’opposto insomma di quelle politiche ‘ambientaliste’ di stampo liberista che delegano al mercato la soluzione dell’inquinamento e che hanno fatto esplodere in Francia la sacrosanta protesta dei gilet gialli contro l’ultraliberista e ambientalista à la page Emmanuel Macron.
Per concludere
La cura dell’ambiente e della natura è una priorità assoluta per la stessa sopravvivenza dell’uomo e per una buona vita sana, equilibrata e rispettosa del contesto in cui l’uomo vive, ovvero il pianeta Terra. Se però si inverte la logica e la tutela della natura diviene un obiettivo quasi autonomo dalla tutela della dignità umana e dalla lotta contro ogni sfruttamento, si può finire risucchiati in un vicolo stretto e senza uscita. È per molti aspetti vero che l’economia di mercato non tollera alcun limite alla massimizzazione del profitto, ivi compreso il limite al libero sfruttamento dell’ambiente, della terra, dei mari e dell’aria; allo stesso tempo è anche vero che, alla lunga, lo sviluppo tecnologico potrebbe dar vita a tecnologie sempre meno distruttive dell’ambiente e sempre meno costose. E tuttavia, se anche questo mai accadesse, il capitalismo, per sua stessa definizione e tensione naturale, continuerebbe a perpetrare il quotidiano sfruttamento sistematico dell’essere umano. A quel punto, un ambientalismo che non parta dal presupposto della critica del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento del lavoro si potrebbe perfettamente conciliare con quel modo di produzione che pratica l’annichilimento dell’essere umano per la massimizzazione del profitto: una conclusione che demolirebbe lo stesso fondamento umanistico di ogni concezione solidaristica del mondo cui l’ambientalismo tuttavia si richiama.
In conclusione, ambientalismo ed ecologismo possono essere forze propulsive dell’emancipazione e della solidarietà, se inseriti in una visione più generale dei rapporti sociali che parta da una critica radicale del modo di produzione dominante e da una proposta radicale di trasformazione dei rapporti sociali. Bisogna rivendicare un mondo sano, un ambiente salubre e una Terra pulita per il miglioramento della qualità della vita umana in armonia con il contesto naturale. Del resto, di un mondo pulito dove vivono esseri umani in catene, cosa ce ne faremmo?
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