È con profonda tristezza che apprendiamo della scomparsa di Angelo Baracca (1939-2023), un pionere della storia della fisica e dell’attivismo antinucleare ed ambientale in Italia. Originario di Lugo di Romagna, dopo la laurea in fisica a Milano, dal 1967 fino al pensionamento, è stato docente di fisica statistica all’Università degli Studi di Firenze (da ricordare il suo Manuale critico di meccanica statistica (1980) che ha accompagnato generazioni di fisici fiorentini).
Dagli anni ’70, nel generale clima di protesta sociale e accademica, il suo interesse virò verso la ricerca sui fondamenti della maccanica quantistica nel contesto di una radicale critica alla struttura capitalistica della fisica moderna, come la Big Science nella fisica delle particelle che lo portò alla pubblicazione, con il compianto Silvio Bergia, de La spirale delle alte energie (1975). L’attività critica di Angelo si è poi dipanata in molte direzioni, tra le principali delle quali la storia della fisica, dove condusse rigorose analisi della scienza dal punto di vista del materialismo storico di Marx.
Tra i contributi principali di quel periodo sono da ricordare, oltre a numerosi articoli accademici, la partecipazione alle riviste Sapere e, più tardi, Testi e Contesti, nonché i libri Marxismo e scienze naturali (1976) con Arcangelo Rossi, Natura e storia: fisica e sviluppo del capitalismo nell’ottocento (1976) con Roberto Livi e, con Stefano Ruffo e Arturo Russo, Scienza e industria: 1848-1915 (1979); quest’ultimo, volto a dimostrare come le rivoluzioni delle scienze moderne (dalla fisica statistica all’elettromagnetismo, dalla chimica organica alla meccanica quantisitca) fossero il prodotto di nuove necessità economiche della società capitalistica della seconda rivoluzione industriale, è stato recentemente definito da Jürgen Renn, direttore del MPIWG di Berlino, “un tesoro ingiustamente dimenticato della storia della scienza”. In anni recenti, Angelo si era poi occupato di ricostruire la storia della scienza a Cuba, paese da lui amatissimo, con i libri The history of physics in Cuba (2014) e Cuba: medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014 (2019), insieme a Rosella Franconi.
Fedele ai propri ideali di giustizia sociale ed estraneo al compromesso, Angelo si era via via allontanato dalla ricerca all’interno dell’accademia, dove però aveva continuato con passione l’insegnamento della fisica presso l’Università di Firenze in altri corsi di laurea quali quello in biotecnologie e continuando al contempo a tenere, a titolo gratuito ben oltre il suo pensionamento, il corso di “Storia e fondamenti della fisica”.
È grazie a tale corso che da giovanissimo studente di fisica ho avuto la fortuna di conoscere Angelo, che è divenuto per me un vero mentore e col quale, dal 2014, ho collaborato a progetti sulla storia della fisica dei fondamenti nel dopoguerra italiano. Personalmente, gli devo quindi non solo la mia passione e formazione in storia della fisica, ma anche l’interesse per i fondamenti della meccanica quantistica, discipline che sono divenute entrambe il fulcro delle mie attività di ricerca.
Sarebbe perciò quantomeno riduttivo, e forse poco apprezzato dallo stesso Angelo, limitare il suo ricordo alla sola attività accademica, ma sarebbe altresì impossibile elencare le innumerevoli battaglie che, se pur da pacifista, Angelo ha combattuto sempre in prima linea e immancabilmente al fianco dei giovani e degli studenti.
Altri, e in altri contesti, scriveranno di Angelo l’attivista, ma è doveroso qui ricordare almeno il suo impegno pluridecennale contro il nucleare, sia ad uso civile che soprattutto militare, battendosi per il trattato di abolizione delle armi nucleari (TPNW) e conducendo una vasta opera di informazione attraverso articoli e i libri quali A volte ritornano: La proliferazione nucleare ieri oggi e domani (2005), L’Italia torna al nucleare?: I rischi, i costi, le bugie (2008) e, con Giorgio Ferrari, SCRAM: Ovvero la fine del nucleare (2011).
Inoltre, la vita di Angelo è stata caratterizzata da un impegno politico a tutto tondo: dai consigli di fabbrica, all’esperienza come consigliere regionale in Toscana per Democrazia Proletaria, dalla promozione del Comitato Scienziate e Scienziati Contro la Guerra alle assidue partecipazioni alle manifestazioni di piazza (recentemente anche a fianco dei giovani di Fridays for Future). Prolifico saggista, Angelo ha scritto numerosi articoli, fra i molti temi, contro la guerra, sull’ecologia e sul cambiamento climatico.
Nella sua vita di combattente pacifista, Angelo non è stato invulnerabile né inscalfibile, ma un essere umano speciale e tenace immerso nella realtà del suo tempo, che, sebbene portasse il peso di ogni sconfitta e l’afflizione di vedere un mondo ogni giorno più sull’orlo del baratro, ha sempre avuto la forza di rialzarsi per affrontare ogni nuova sfida senza darsi per vinto. Tutti noi, specialmente i più giovani, abbiamo perso oggi non soltanto un maestro e un amico, ma un vero punto di riferimento su come affrontare la vita senza rassegnazione, con la consapevolezza di potersi battere per cambiare le cose in meglio. Chi lo ha conosciuto immagina che, ovunque Angelo sia andato, sarà già in prima linea per cambiare le cose in meglio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/07/2023
25/07/2023
È morto il compagno Angelo Baracca, scienziato e attivista contro la guerra
Ci è giunta da poco la notizia della morte di Angelo Baracca da tempo in lotta contro la malattia. Lo avevamo sentito due settimane fa e con molta lucidità ci aveva detto di essere consapevole di trovarsi alla fine della sua vita. Con grande dignità lo aveva anche scritto in un breve messaggio del 15 luglio: “Non mi dispiace – aveva scritto – lo desideravo, finalmente ci siamo... voglio solo silenzio. Non credete, sono su di morale”.
Da lottatore per la pace e contro la guerra ci aveva anche tenuto a sottolineare che “la nonviolenza non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.
Con Angelo Baracca era viva da tempo la collaborazione con Contropiano, che ha pubblicato molti dei suoi articoli. Quello a cui teneva in modo particolare è stato L’orologio ticchetta verso l’apocalisse.
Angelo, da scienziato e attivista, ha collaborato con entusiasmo alle iniziative degli studenti di Cambiare Rotta di cui seguiva con entusiasmo le attività.
L’ultima iniziativa comune è stato l’appello lanciato ad aprile scorso “Fermare la guerra, imporre la pace” che ha rilanciato la lotta contro la guerra in un momento di stanchezza del movimento per la pace e al quale intendiamo dare continuità nei prossimi mesi, proprio per contrastare in ogni modo il coinvolgimento dell’Italia nella guerra della Nato in Ucraina.
Con Angelo Baracca se ne va uno degli scienziati che si è prestato con convinzione alla lotta politica, socializzando con la cortesia che lo caratterizzava sia la conoscenza che la militanza. Insieme ad altri scienziati aveva dato vita a “Scienziati contro la guerra” che dalla guerra in Jugoslavia in poi hanno fornito montagne di materiali e documentazioni utili nella denuncia delle devastazione umane, politiche e ambientali della guerra.
Ciao Angelo, siamo sicuri che con te la terra sarà lieve.
La Redazione di Contropiano
Fonte
Da lottatore per la pace e contro la guerra ci aveva anche tenuto a sottolineare che “la nonviolenza non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.
Con Angelo Baracca era viva da tempo la collaborazione con Contropiano, che ha pubblicato molti dei suoi articoli. Quello a cui teneva in modo particolare è stato L’orologio ticchetta verso l’apocalisse.
Angelo, da scienziato e attivista, ha collaborato con entusiasmo alle iniziative degli studenti di Cambiare Rotta di cui seguiva con entusiasmo le attività.
L’ultima iniziativa comune è stato l’appello lanciato ad aprile scorso “Fermare la guerra, imporre la pace” che ha rilanciato la lotta contro la guerra in un momento di stanchezza del movimento per la pace e al quale intendiamo dare continuità nei prossimi mesi, proprio per contrastare in ogni modo il coinvolgimento dell’Italia nella guerra della Nato in Ucraina.
Con Angelo Baracca se ne va uno degli scienziati che si è prestato con convinzione alla lotta politica, socializzando con la cortesia che lo caratterizzava sia la conoscenza che la militanza. Insieme ad altri scienziati aveva dato vita a “Scienziati contro la guerra” che dalla guerra in Jugoslavia in poi hanno fornito montagne di materiali e documentazioni utili nella denuncia delle devastazione umane, politiche e ambientali della guerra.
Ciao Angelo, siamo sicuri che con te la terra sarà lieve.
La Redazione di Contropiano
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01/07/2023
Cosa è di destra o di sinistra nell’era della transizione ecologica?
Pochi giorni fa, con due atti delegati, la Commissione europea ha deciso di estendere la produzione di idrogeno ad altre fonti di energia – oltre le rinnovabili – che non implichino l’uso di combustibili fossili: in pratica al nucleare.
Ora toccherà al Parlamento europeo ratificare o meno questa decisione, ma non c’è dubbio che essa si inserisce nel percorso di rilancio dell’energia nucleare in sede europea certificato con l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas nei primi mesi del 2022 e poi ratificato dal Parlamento europeo.
Dal canto suo il governo italiano, che nel maggio scorso aveva approvato due mozioni favorevoli alla partecipazione e allo sviluppo di progetti in campo nucleare, ha votato a favore di questa ultima decisione della Commissione europea.
Questi avvenimenti si collocano in una fase in cui il programma di avvicinamento alla neutralità climatica (prevista al 2050) incontra una serie di ostacoli sia di carattere realizzativo che politico, riconducibili – secondo alcuni commentatori – a quel negazionismo climatico tanto caro alla cultura conservatrice che nell’avanzata dei partiti di destra in parecchi paesi europei (e non solo), trova la sua naturale espressione.
George Monbiot, impegnato divulgatore di tematiche ambientali nonché apprezzato esponente del giornalismo di denuncia (nel 2022 gli è stato assegnato il premio Orwell), ha scritto un appassionato articolo sul Guardian del 15.06.2023 in cui, senza mezzi termini, attribuisce ai governi di destra la responsabilità dell’impasse nelle politiche ambientali.
Scrive Monbiot: “Mentre milioni di persone vengono cacciate dalle loro case a causa dei disastri climatici, l’estrema destra sfrutta la loro miseria per estendere la propria portata. Man mano che l’estrema destra guadagna potere, i programmi climatici vengono interrotti, il riscaldamento accelera e sempre più persone vengono cacciate dalle loro case.
Se non interrompiamo presto questo ciclo, esso diventerà l’elemento dominante dei nostri tempi”.
A fare le spese di questo atteggiamento, dice Monbiot, saranno le popolazioni più povere del mondo costrette ad emigrare per non morire perché “gli imprenditori della guerra culturale” contro le politiche ambientali si oppongono a qualsivoglia cambiamento razionale nelle abitudini dei paesi ricchi e ciò significa che “La negazione della scienza del clima, che era quasi svanita qualche anno fa, è ora tornata per vendicarsi. Gli scienziati e gli attivisti ambientali sono bombardati da affermazioni secondo cui sono tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili”.
Di analoga impostazione, ma più argomentato, è l’intervento di Mario Agostinelli sul Fatto quotidiano del 9.06.2023 in cui l’autore scrive: “Non era certo prevedibile, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, che l’Ue rallentasse il suo cammino da apripista dell’abbandono dei fossili. […]
Il percorso della decarbonizzazione sta incontrando ostacoli non previsti. Non tanto per la scontata ostilità delle “Big Oil”, quanto per la presa di distanza di forze di destra emergenti, che si caratterizzano, oltre che per l’arretramento sul fronte sociale, anche per un comportamento negazionista riguardo al cambiamento climatico.
La loro è, in particolare, una dichiarata resistenza contro la mobilità elettrica e la penetrazione inarrestabile delle rinnovabili nel mix energetico di nazioni in cui cresce la loro rappresentanza”.
Dopo aver sottolineato la natura antiscientifica di queste politiche di destra, Agostinelli scrive che “Gli interessi che collegano grande capitale e orientamento politico anti-ambientalista vengono portati alla luce sotto forme e narrazioni nuove rispetto al passato” la cui sintesi è riassumibile in una visione del mondo in cui “il benessere della popolazione (in ovvia coincidenza con la massimizzazione dei profitti per le imprese), verrebbe assicurato solo con il ricorso ad ulteriore combustione di gas integrata da una disseminazione territoriale di “nucleare pulito”, sotto forma di grandi e piccoli reattori”.
Quest’ultimo richiamo al nucleare si collega, non a caso, all’atteggiamento del governo Meloni che, con le due mozioni parlamentari sopra citate, vorrebbe riaprire la strada ad un ritorno del nucleare in Italia.
Ora, al di là del fatto che Agostinelli è un antinucleare mentre Monbiot non lo è più (nel 2015 è divenuto un convinto filo-nucleare) e di certe frasi imbarazzanti di quest’ultimo, secondo cui gli attivisti ambientali sarebbero etichettati come assassini, pedofili e persino comunisti (absit iniura verbis!), mi sembra che questi due interventi seguano un comune ordine narrativo non scevro da affermazioni apodittiche, a cui cercherò di opporre un po’ del mio disordine.
Il nucleare è di destra; la decarbonizzazione è di sinistra
Credo di aver scritto abbastanza sul plausibile destino del nucleare nel mondo per cui non posso che raccogliere la sollecitazione di Agostinelli a non restare indifferenti di fronte alle “voglie” nucleariste del governo Meloni.
Tuttavia mi colpisce il fatto che in entrambi gli articoli sopra citati, emerga la costruzione di un assioma secondo cui la decarbonizzazione sarebbe di “sinistra”, mentre l’uso del gas sarebbe di “destra” con l’aggiunta del nucleare, secondo le argomentazioni di Agostinelli.
Che il nucleare sia di destra è quantomeno risibile, dato che storicamente il sostegno maggiore a questa tecnologia origina proprio da formazioni di sinistra (comunque non di destra) in tutto il mondo sviluppato: i laburisti in Inghilterra, i socialisti in Francia, i Democratici negli Usa (con l’eccezione di Jimmy Carter) e il PCI in Italia.
Con un’aggravante per quanto riguarda il PCI: quella di accusare di antiscientificità tutti coloro che ne contestavano validità e fondatezza fin dagli anni ‘70 del secolo scorso.
Potrei fare un elenco di nomi (per esperienza diretta e personale) in cui compaiono i maggiori esponenti del PCI, della CGIL e della FIOM.
Nè si può argomentare che questi siano atteggiamenti remoti, di un passato politico che non c’è più, perché nel 2010-2011 – prima e dopo l’incidente di Fukushima – una larga parte dell’intellighentia di sinistra (scienziati, ricercatori e politici) produsse due lettere: una indirizzata al Presidente della Repubblica, l’altra indirizzata a Pier Luigi Bersani (all’epoca segretario del PD) in cui, appellandosi alla “ragione”, si chiedeva di non cedere all’emotività e di “non chiudere le porte al nucleare, di non cedere a tentazioni demagogiche e antiscientifiche”.
Dal secondo referendum antinucleare ad oggi, questi atteggiamenti sono stati sopiti, ma non rimossi definitivamente, né fra la “sinistra” italiana né altrove.
Lo stesso Obama, a cui si attribuisce il merito di una maggiore attenzione alle politiche ambientali, fu convinto sostenitore della necessità di rilanciare l’energia nucleare, scelta consolidata da Trump sotto la cui presidenza fu approvato (2020) il “Restoring America’s Competitive Nuclear Energy Advantage – A strategy to assure US national security”, con il voto favorevole di quasi tutti i senatori Democratici.
Dunque il rilancio del nucleare non è attribuile tout court alla “destra” e se oggi esso appare – unitamente all’impasse nelle politiche di decarbonizzazione – come ostacolo alla transizione energetica, c’è da interrogarsi, se mai, sui presupposti e sulle modalità con cui “questa transizione energetica” è stata presentata e sostenuta dall’insieme dei movimenti ambientalisti, al netto di peculiarità o distinguo che ogni singola organizzazione potrà rivendicare, ma che, a mio parere, non intaccano la sostanza del problema.
Il clima, questo sconosciuto
In principio era il verbo, ovvero l’IPCC (International Panel on climate change) che ha fortemente influenzato l’atteggiamento dei movimenti per il clima: alzi la mano chi non ha citato – a fondamento delle sue argomentazioni – gli scienziati del clima o i dati da questi prodotti, peraltro ignorando altre imbarazzanti raccomandazioni contenute nei loro rapporti.
È qui che nasce, dopo il 2013, il mantra del gradiente medio della temperatura terrestre (aumento del 1,5-2 °C rispetto ai livelli pre-industriali) che non deve essere superato pena lo sconvolgimento irreversibile dell’equilibrio nella biosfera.
Fino a quella data le previsioni del IPCC avevano tutt’altro segno: il primo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 1990, descriveva le prospettive di una rapida disintegrazione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale come “improbabile nel prossimo secolo”, e fino ai primi anni 2000 le previsioni sui principali indicatori dei cambiamenti in corso sono risultate decisamente sottostimate.
Emissioni – nel 2001, l’IPCC stimava (con elevato livello di confidenza) che nel 2010 le emissioni totali si collocassero tra 7,7 e 9,7 miliardi di tonnellate di carbonio/anno, mentre alla prova dei fatti le emissioni dei soli combustibili fossili ammontarono a 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio.
Ciò ha comportato una sottostima del gradiente medio della temperatura terrestre dato che esso è fortemente ancorato alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera.
Scioglimento dei ghiacci – l’IPCC riteneva, con una certa sicurezza, che le calotte polari fossero al sicuro almeno fino al 2050, ma poi ha dovuto rivedere queste stime perché il ghiaccio si sta assottigliando più velocemente di quanto previsto, e oggi gli scienziati paventano un Artico libero dai ghiacci tra anni, non decenni.
Conseguentemente anche le stime sull’innalzamento del livello dei mari hanno subito significative variazioni ed oggi ci troviamo a ipotizzare quante e quali città costiere saranno inondate dalle acque entro la fine del secolo.
Acidificazione degli oceani – Questo parametro è stato ignorato dal IPCC fino al 2007, quando ne ha stimato l’aumento tra 0,14 e 0,35 unità di pH entro il 2100.
Oggi, preso finalmente atto che il 30% della CO2 emessa in atmosfera viene assorbita dagli oceani, non si è più in grado di stimare di quanto sarà l’aumento del pH nei prossimi decenni, ma già si sa che dal 1970 ad oggi è aumentato di 0,1 unità di pH.
Tipping point – i tipping point sono i punti di non ritorno, vale a dire quelle manifestazioni critiche, non lineari, in cui il sistema climatico mostra di passare bruscamente da un equilibrio ad un altro.
Tipiche espressioni ne sono gli hot point che si manifestano sul pianeta, specialmente nell’emisfero Nord, con punte di temperatura inusitate. Ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza se una certa soglia climatica è stata superata rendendo il fenomeno irreversibile: un Artico libero dai ghiacci, il rallentamento della circolazione nell’Oceano Atlantico settentrionale o cambiamenti permanenti nei modelli meteorologici su larga scala.
Ovviamente qualsiasi scienziato sosterrà, con ragione, che non non esistono modelli computerizzati perfetti in quanto essi sono tutte rappresentazioni incomplete dei fenomeni naturali, in cui l’incertezza è sempre presente.
Ciò non toglie che l’IPCC abbia sottovalutato le osservazioni fatte sul campo (oggi molto più diffuse di ieri) fornendo una informazione incompleta che alla luce delle ultimissime proiezioni, fa supporre che essa sia stata stata politically oriented.
Come è possibile infatti, che nell’arco di dieci anni (2013 -2023) si sia passati da un pronostico allarmante ma ancora rimediabile (se l’aumento di temperatura non supererà la soglia di 1,5-2 °C, entro la fine del secolo, l’equilibrio potrà essere recuperato), ad uno che dà per molto probabile questo superamento, mettendo in conto che l’aumento della temperatura media terrestre possa raggiungere i 3 °C, come si evince dal IPCC’s Six Assessment Report – AR6, del 2023?
Azzardo due ipotesi.
La prima è che la modellistica usata, nonostante la maggiore disponibilità di dati provenienti da misurazioni sul campo, sia inadeguata e quindi abbia ancora una volta sottostimato i trend delle grandezze in gioco, cosa che metterebbe seriamente in discussione la credibilità del IPCC.
La seconda è che le risultanze oggi esposte nel Six Assessment Report – AR6 fossero già note da tempo, ma che non si vollero presentare nella loro crudezza perché gli assetti globali del sistema mondo (istituzioni, governi, capitali industriali e finanziari) non sarebbero stati in grado di affrontarli.
Probabilmente nessuno ricorda il climategate che, immediatamente prima del vertice di Copenaghen sull’ambiente (2009) e fino al 2011, colpì l’IPCC accusato di assecondare la lobby ambientalista, esasperando le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.
Quello che voglio dire, in buona sostanza, è che l’IPCC in quanto ente inter-governativo, non è un organismo del tutto indipendente, ma decisamente influenzato da indirizzi politici che ne hanno condizionato l’operato, non nel senso di alterare i dati, ma di presentarli nel modo più consono acciocchè gli equilibri internazionali e l’opinione pubblica non ne venissero sconvolti.
E la modalità è stata quella, in una prima fase, di dare un allarme ma nello stesso tempo dire che il peggio si poteva evitare se si adottavano certe misure (riduzione dei combustibili fossili, energie rinnovabili, energia nucleare e sequestro di CO2) con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Oggi che l’insieme dei paesi più industrializzati ha accettato sostanzialmente (sia pure con diversi tempi e approcci) di procedere su questa strada, si dice all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno comunque in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima per cui bisognerà mettere in atto misure di adattamento al nuovo clima (geoingegneria, ma non solo).
Siamo dunque prossimi alla capitolazione climatica perché alcune soglie critiche sono già state raggiunte e superate (tipping point) e il ritorno ad un equilibrio precedente, anche nell’ipotesi di azzerare repentinamente le emissioni, avverrà con tempi assai maggiori di quelli che hanno portato a questo cambiamento, cosa peraltro già verificatasi 140 mila anni fa, quando la concentrazione di CO2 e la temperatura terrestre avevano raggiunto i valori odierni per cui ci vollero migliaia di anni per ritornare alla situazione precedente (vedi grafico).
Di questo abbiamo scritto ripetutamente Angelo Baracca ed io, non perché appassionati di catastrofismo, ma perché riteniamo che occorra un approccio sistemico all’attuale crisi climatica non limitato al solo uso delle fonti di energia.
E qui risiede il mio dissenso dalle argomentazioni di Monbiot e Agostinelli.
Il rosso vince sull’esperto (o almeno dovrebbe)
Cinquanta anni fa il primo organico rapporto sulla salute del pianeta e sul destino dell’umanità si intitolava “I limiti dello sviluppo” arrivando a delle conclusioni (comunque le si giudichino) che prevedevano uno stop alla crescita della popolazione e al PIL.
Pochi anni dopo il rapporto Nord – Sud (rapporto Brandt) completava l’analisi del primo giungendo alla conclusione che la disuguaglianza sociale tra paesi ricchi e paesi poveri doveva e poteva essere sanata con alcune misure (annullamento del debito dei paesi poveri, devoluzione di una parte del PIL dei paesi ricchi ai paesi poveri, etc.).
Di questi aspetti non c’è traccia alcuna nei rapporti del IPCC. Ammesso e non concesso che non sta agli scienziati occuparsi di queste cose (Heidegger diceva che “la scienza non pensa, perché non è suo compito“), non si capisce perché anche i movimenti ambientalisti vi abbiano rinunciato, interpretando la transizione energetica (che inizialmente si definiva ecologica) come esclusiva surrogazione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili.
E la produzione (merci, oggetti, armamenti), il sistema dei trasporti, l’avere e il non avere che affligge l’umanità?
Abbondano le critiche agli stili di vita, si insiste sulla colpevolizzazione del singolo, ma non c’è mai una critica esplicita al capitalismo verso cui ci si limita a rivendicare l’economia circolare e il riciclo.
Quanto alla mobilità elettrica che sarebbe osteggiata dalle destre, se l’alternativa è quella rivendicata nel documento “Alleanza clima lavoro” firmato da Fiom, Lega ambiente, WWF e Green Peace, lo ritengo l’ennesima velleità di insegnare ai padroni il loro mestiere, essendo tutto rivolto a ristrutturare il settore “automotive” all’insegna della imperitura dominanza del mezzo privato (naturalmente elettrico!) ivi compreso il trasporto su gomma, mentre poco o nulla si dice del trasporto ferroviario.
E non che questa della mobilità sia la contraddizione maggiore che io vedo nell’idea di transizione energetica che va per la maggiore, perché non c’è ancora risposta ne attenzione alla questione dell’estrattivismo che essa porta con sè, al fatto che aumenterà la disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri (che non hanno fondi per pagare i costi della transizione) e per il fatto che l’Europa, l’apripista dell’abbandono dei fossili, raggiungerà i suoi obiettivi sfruttando l’Africa come una colonia (o magari la stessa Ucraina) per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.
Che ne pensano i movimenti ambientalisti di queste contraddizioni?
Si rendono conto che l’Italia sarà l’hub energetico tra l’Europa e l’Africa, non perché lo ha detto Meloni, ma perché serve alle multinazionali europee che investono sul green, serve a Bruxelles per farsi vanto di aver raggiunto gli obiettivi della decarbonizzazione.
Qualcuno sta mettendo i bastoni tra le ruote della transizione?
Certo che sì; e come potrebbe essere diversamente? Forse che l’avvento della macchina a vapore e poi di quella a scoppio non sono stati osteggiati dagli allevatori di cavalli, dai servizi di posta, dagli spalatori di sterco delle grandi città, per non parlare dei luddisti?
Il progresso capitalistico non ha mai un percorso lineare, perché i singoli capitalisti sono sempre in competizione tra loro, ma la parte vincente, storicamente, è sempre stata quella che ha scelto l’innovazione tecnologica e così sarà anche in questa circostanza, anche perché le Big oil stanno tutte investendo nelle tecnologie verdi o nell’industria 4.0.
Perchè dunque correre in soccorso dei vincitori?
Dietro i paraventi del negazionismo climatico, degli attentati alla libertà degli individui e altre “armi di distrazione di massa”, si cela uno scontro di interessi intercapitalistici che non esclude il ricorso al colonialismo e alla guerra pur di accaparrarsi le materie prime necessarie alla transizione energetica, comunque la si voglia intendere.
Se non si può restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, tanto meno si possono ignorare le contraddizioni e i rischi che questa transizione energetica porta con sé.
Fonte
Dal canto suo il governo italiano, che nel maggio scorso aveva approvato due mozioni favorevoli alla partecipazione e allo sviluppo di progetti in campo nucleare, ha votato a favore di questa ultima decisione della Commissione europea.
Questi avvenimenti si collocano in una fase in cui il programma di avvicinamento alla neutralità climatica (prevista al 2050) incontra una serie di ostacoli sia di carattere realizzativo che politico, riconducibili – secondo alcuni commentatori – a quel negazionismo climatico tanto caro alla cultura conservatrice che nell’avanzata dei partiti di destra in parecchi paesi europei (e non solo), trova la sua naturale espressione.
George Monbiot, impegnato divulgatore di tematiche ambientali nonché apprezzato esponente del giornalismo di denuncia (nel 2022 gli è stato assegnato il premio Orwell), ha scritto un appassionato articolo sul Guardian del 15.06.2023 in cui, senza mezzi termini, attribuisce ai governi di destra la responsabilità dell’impasse nelle politiche ambientali.
Scrive Monbiot: “Mentre milioni di persone vengono cacciate dalle loro case a causa dei disastri climatici, l’estrema destra sfrutta la loro miseria per estendere la propria portata. Man mano che l’estrema destra guadagna potere, i programmi climatici vengono interrotti, il riscaldamento accelera e sempre più persone vengono cacciate dalle loro case.
Se non interrompiamo presto questo ciclo, esso diventerà l’elemento dominante dei nostri tempi”.
A fare le spese di questo atteggiamento, dice Monbiot, saranno le popolazioni più povere del mondo costrette ad emigrare per non morire perché “gli imprenditori della guerra culturale” contro le politiche ambientali si oppongono a qualsivoglia cambiamento razionale nelle abitudini dei paesi ricchi e ciò significa che “La negazione della scienza del clima, che era quasi svanita qualche anno fa, è ora tornata per vendicarsi. Gli scienziati e gli attivisti ambientali sono bombardati da affermazioni secondo cui sono tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili”.
Di analoga impostazione, ma più argomentato, è l’intervento di Mario Agostinelli sul Fatto quotidiano del 9.06.2023 in cui l’autore scrive: “Non era certo prevedibile, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, che l’Ue rallentasse il suo cammino da apripista dell’abbandono dei fossili. […]
Il percorso della decarbonizzazione sta incontrando ostacoli non previsti. Non tanto per la scontata ostilità delle “Big Oil”, quanto per la presa di distanza di forze di destra emergenti, che si caratterizzano, oltre che per l’arretramento sul fronte sociale, anche per un comportamento negazionista riguardo al cambiamento climatico.
La loro è, in particolare, una dichiarata resistenza contro la mobilità elettrica e la penetrazione inarrestabile delle rinnovabili nel mix energetico di nazioni in cui cresce la loro rappresentanza”.
Dopo aver sottolineato la natura antiscientifica di queste politiche di destra, Agostinelli scrive che “Gli interessi che collegano grande capitale e orientamento politico anti-ambientalista vengono portati alla luce sotto forme e narrazioni nuove rispetto al passato” la cui sintesi è riassumibile in una visione del mondo in cui “il benessere della popolazione (in ovvia coincidenza con la massimizzazione dei profitti per le imprese), verrebbe assicurato solo con il ricorso ad ulteriore combustione di gas integrata da una disseminazione territoriale di “nucleare pulito”, sotto forma di grandi e piccoli reattori”.
Quest’ultimo richiamo al nucleare si collega, non a caso, all’atteggiamento del governo Meloni che, con le due mozioni parlamentari sopra citate, vorrebbe riaprire la strada ad un ritorno del nucleare in Italia.
Ora, al di là del fatto che Agostinelli è un antinucleare mentre Monbiot non lo è più (nel 2015 è divenuto un convinto filo-nucleare) e di certe frasi imbarazzanti di quest’ultimo, secondo cui gli attivisti ambientali sarebbero etichettati come assassini, pedofili e persino comunisti (absit iniura verbis!), mi sembra che questi due interventi seguano un comune ordine narrativo non scevro da affermazioni apodittiche, a cui cercherò di opporre un po’ del mio disordine.
Il nucleare è di destra; la decarbonizzazione è di sinistra
Credo di aver scritto abbastanza sul plausibile destino del nucleare nel mondo per cui non posso che raccogliere la sollecitazione di Agostinelli a non restare indifferenti di fronte alle “voglie” nucleariste del governo Meloni.
Tuttavia mi colpisce il fatto che in entrambi gli articoli sopra citati, emerga la costruzione di un assioma secondo cui la decarbonizzazione sarebbe di “sinistra”, mentre l’uso del gas sarebbe di “destra” con l’aggiunta del nucleare, secondo le argomentazioni di Agostinelli.
Che il nucleare sia di destra è quantomeno risibile, dato che storicamente il sostegno maggiore a questa tecnologia origina proprio da formazioni di sinistra (comunque non di destra) in tutto il mondo sviluppato: i laburisti in Inghilterra, i socialisti in Francia, i Democratici negli Usa (con l’eccezione di Jimmy Carter) e il PCI in Italia.
Con un’aggravante per quanto riguarda il PCI: quella di accusare di antiscientificità tutti coloro che ne contestavano validità e fondatezza fin dagli anni ‘70 del secolo scorso.
Potrei fare un elenco di nomi (per esperienza diretta e personale) in cui compaiono i maggiori esponenti del PCI, della CGIL e della FIOM.
Nè si può argomentare che questi siano atteggiamenti remoti, di un passato politico che non c’è più, perché nel 2010-2011 – prima e dopo l’incidente di Fukushima – una larga parte dell’intellighentia di sinistra (scienziati, ricercatori e politici) produsse due lettere: una indirizzata al Presidente della Repubblica, l’altra indirizzata a Pier Luigi Bersani (all’epoca segretario del PD) in cui, appellandosi alla “ragione”, si chiedeva di non cedere all’emotività e di “non chiudere le porte al nucleare, di non cedere a tentazioni demagogiche e antiscientifiche”.
Dal secondo referendum antinucleare ad oggi, questi atteggiamenti sono stati sopiti, ma non rimossi definitivamente, né fra la “sinistra” italiana né altrove.
Lo stesso Obama, a cui si attribuisce il merito di una maggiore attenzione alle politiche ambientali, fu convinto sostenitore della necessità di rilanciare l’energia nucleare, scelta consolidata da Trump sotto la cui presidenza fu approvato (2020) il “Restoring America’s Competitive Nuclear Energy Advantage – A strategy to assure US national security”, con il voto favorevole di quasi tutti i senatori Democratici.
Dunque il rilancio del nucleare non è attribuile tout court alla “destra” e se oggi esso appare – unitamente all’impasse nelle politiche di decarbonizzazione – come ostacolo alla transizione energetica, c’è da interrogarsi, se mai, sui presupposti e sulle modalità con cui “questa transizione energetica” è stata presentata e sostenuta dall’insieme dei movimenti ambientalisti, al netto di peculiarità o distinguo che ogni singola organizzazione potrà rivendicare, ma che, a mio parere, non intaccano la sostanza del problema.
Il clima, questo sconosciuto
In principio era il verbo, ovvero l’IPCC (International Panel on climate change) che ha fortemente influenzato l’atteggiamento dei movimenti per il clima: alzi la mano chi non ha citato – a fondamento delle sue argomentazioni – gli scienziati del clima o i dati da questi prodotti, peraltro ignorando altre imbarazzanti raccomandazioni contenute nei loro rapporti.
È qui che nasce, dopo il 2013, il mantra del gradiente medio della temperatura terrestre (aumento del 1,5-2 °C rispetto ai livelli pre-industriali) che non deve essere superato pena lo sconvolgimento irreversibile dell’equilibrio nella biosfera.
Fino a quella data le previsioni del IPCC avevano tutt’altro segno: il primo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 1990, descriveva le prospettive di una rapida disintegrazione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale come “improbabile nel prossimo secolo”, e fino ai primi anni 2000 le previsioni sui principali indicatori dei cambiamenti in corso sono risultate decisamente sottostimate.
Emissioni – nel 2001, l’IPCC stimava (con elevato livello di confidenza) che nel 2010 le emissioni totali si collocassero tra 7,7 e 9,7 miliardi di tonnellate di carbonio/anno, mentre alla prova dei fatti le emissioni dei soli combustibili fossili ammontarono a 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio.
Ciò ha comportato una sottostima del gradiente medio della temperatura terrestre dato che esso è fortemente ancorato alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera.
Scioglimento dei ghiacci – l’IPCC riteneva, con una certa sicurezza, che le calotte polari fossero al sicuro almeno fino al 2050, ma poi ha dovuto rivedere queste stime perché il ghiaccio si sta assottigliando più velocemente di quanto previsto, e oggi gli scienziati paventano un Artico libero dai ghiacci tra anni, non decenni.
Conseguentemente anche le stime sull’innalzamento del livello dei mari hanno subito significative variazioni ed oggi ci troviamo a ipotizzare quante e quali città costiere saranno inondate dalle acque entro la fine del secolo.
Acidificazione degli oceani – Questo parametro è stato ignorato dal IPCC fino al 2007, quando ne ha stimato l’aumento tra 0,14 e 0,35 unità di pH entro il 2100.
Oggi, preso finalmente atto che il 30% della CO2 emessa in atmosfera viene assorbita dagli oceani, non si è più in grado di stimare di quanto sarà l’aumento del pH nei prossimi decenni, ma già si sa che dal 1970 ad oggi è aumentato di 0,1 unità di pH.
Tipping point – i tipping point sono i punti di non ritorno, vale a dire quelle manifestazioni critiche, non lineari, in cui il sistema climatico mostra di passare bruscamente da un equilibrio ad un altro.
Tipiche espressioni ne sono gli hot point che si manifestano sul pianeta, specialmente nell’emisfero Nord, con punte di temperatura inusitate. Ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza se una certa soglia climatica è stata superata rendendo il fenomeno irreversibile: un Artico libero dai ghiacci, il rallentamento della circolazione nell’Oceano Atlantico settentrionale o cambiamenti permanenti nei modelli meteorologici su larga scala.
Ovviamente qualsiasi scienziato sosterrà, con ragione, che non non esistono modelli computerizzati perfetti in quanto essi sono tutte rappresentazioni incomplete dei fenomeni naturali, in cui l’incertezza è sempre presente.
Ciò non toglie che l’IPCC abbia sottovalutato le osservazioni fatte sul campo (oggi molto più diffuse di ieri) fornendo una informazione incompleta che alla luce delle ultimissime proiezioni, fa supporre che essa sia stata stata politically oriented.
Come è possibile infatti, che nell’arco di dieci anni (2013 -2023) si sia passati da un pronostico allarmante ma ancora rimediabile (se l’aumento di temperatura non supererà la soglia di 1,5-2 °C, entro la fine del secolo, l’equilibrio potrà essere recuperato), ad uno che dà per molto probabile questo superamento, mettendo in conto che l’aumento della temperatura media terrestre possa raggiungere i 3 °C, come si evince dal IPCC’s Six Assessment Report – AR6, del 2023?
Azzardo due ipotesi.
La prima è che la modellistica usata, nonostante la maggiore disponibilità di dati provenienti da misurazioni sul campo, sia inadeguata e quindi abbia ancora una volta sottostimato i trend delle grandezze in gioco, cosa che metterebbe seriamente in discussione la credibilità del IPCC.
La seconda è che le risultanze oggi esposte nel Six Assessment Report – AR6 fossero già note da tempo, ma che non si vollero presentare nella loro crudezza perché gli assetti globali del sistema mondo (istituzioni, governi, capitali industriali e finanziari) non sarebbero stati in grado di affrontarli.
Probabilmente nessuno ricorda il climategate che, immediatamente prima del vertice di Copenaghen sull’ambiente (2009) e fino al 2011, colpì l’IPCC accusato di assecondare la lobby ambientalista, esasperando le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.
Quello che voglio dire, in buona sostanza, è che l’IPCC in quanto ente inter-governativo, non è un organismo del tutto indipendente, ma decisamente influenzato da indirizzi politici che ne hanno condizionato l’operato, non nel senso di alterare i dati, ma di presentarli nel modo più consono acciocchè gli equilibri internazionali e l’opinione pubblica non ne venissero sconvolti.
E la modalità è stata quella, in una prima fase, di dare un allarme ma nello stesso tempo dire che il peggio si poteva evitare se si adottavano certe misure (riduzione dei combustibili fossili, energie rinnovabili, energia nucleare e sequestro di CO2) con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Oggi che l’insieme dei paesi più industrializzati ha accettato sostanzialmente (sia pure con diversi tempi e approcci) di procedere su questa strada, si dice all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno comunque in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima per cui bisognerà mettere in atto misure di adattamento al nuovo clima (geoingegneria, ma non solo).
Siamo dunque prossimi alla capitolazione climatica perché alcune soglie critiche sono già state raggiunte e superate (tipping point) e il ritorno ad un equilibrio precedente, anche nell’ipotesi di azzerare repentinamente le emissioni, avverrà con tempi assai maggiori di quelli che hanno portato a questo cambiamento, cosa peraltro già verificatasi 140 mila anni fa, quando la concentrazione di CO2 e la temperatura terrestre avevano raggiunto i valori odierni per cui ci vollero migliaia di anni per ritornare alla situazione precedente (vedi grafico).
Di questo abbiamo scritto ripetutamente Angelo Baracca ed io, non perché appassionati di catastrofismo, ma perché riteniamo che occorra un approccio sistemico all’attuale crisi climatica non limitato al solo uso delle fonti di energia.
E qui risiede il mio dissenso dalle argomentazioni di Monbiot e Agostinelli.
Il rosso vince sull’esperto (o almeno dovrebbe)
Cinquanta anni fa il primo organico rapporto sulla salute del pianeta e sul destino dell’umanità si intitolava “I limiti dello sviluppo” arrivando a delle conclusioni (comunque le si giudichino) che prevedevano uno stop alla crescita della popolazione e al PIL.
Pochi anni dopo il rapporto Nord – Sud (rapporto Brandt) completava l’analisi del primo giungendo alla conclusione che la disuguaglianza sociale tra paesi ricchi e paesi poveri doveva e poteva essere sanata con alcune misure (annullamento del debito dei paesi poveri, devoluzione di una parte del PIL dei paesi ricchi ai paesi poveri, etc.).
Di questi aspetti non c’è traccia alcuna nei rapporti del IPCC. Ammesso e non concesso che non sta agli scienziati occuparsi di queste cose (Heidegger diceva che “la scienza non pensa, perché non è suo compito“), non si capisce perché anche i movimenti ambientalisti vi abbiano rinunciato, interpretando la transizione energetica (che inizialmente si definiva ecologica) come esclusiva surrogazione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili.
E la produzione (merci, oggetti, armamenti), il sistema dei trasporti, l’avere e il non avere che affligge l’umanità?
Abbondano le critiche agli stili di vita, si insiste sulla colpevolizzazione del singolo, ma non c’è mai una critica esplicita al capitalismo verso cui ci si limita a rivendicare l’economia circolare e il riciclo.
Quanto alla mobilità elettrica che sarebbe osteggiata dalle destre, se l’alternativa è quella rivendicata nel documento “Alleanza clima lavoro” firmato da Fiom, Lega ambiente, WWF e Green Peace, lo ritengo l’ennesima velleità di insegnare ai padroni il loro mestiere, essendo tutto rivolto a ristrutturare il settore “automotive” all’insegna della imperitura dominanza del mezzo privato (naturalmente elettrico!) ivi compreso il trasporto su gomma, mentre poco o nulla si dice del trasporto ferroviario.
E non che questa della mobilità sia la contraddizione maggiore che io vedo nell’idea di transizione energetica che va per la maggiore, perché non c’è ancora risposta ne attenzione alla questione dell’estrattivismo che essa porta con sè, al fatto che aumenterà la disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri (che non hanno fondi per pagare i costi della transizione) e per il fatto che l’Europa, l’apripista dell’abbandono dei fossili, raggiungerà i suoi obiettivi sfruttando l’Africa come una colonia (o magari la stessa Ucraina) per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.
Che ne pensano i movimenti ambientalisti di queste contraddizioni?
Si rendono conto che l’Italia sarà l’hub energetico tra l’Europa e l’Africa, non perché lo ha detto Meloni, ma perché serve alle multinazionali europee che investono sul green, serve a Bruxelles per farsi vanto di aver raggiunto gli obiettivi della decarbonizzazione.
Qualcuno sta mettendo i bastoni tra le ruote della transizione?
Certo che sì; e come potrebbe essere diversamente? Forse che l’avvento della macchina a vapore e poi di quella a scoppio non sono stati osteggiati dagli allevatori di cavalli, dai servizi di posta, dagli spalatori di sterco delle grandi città, per non parlare dei luddisti?
Il progresso capitalistico non ha mai un percorso lineare, perché i singoli capitalisti sono sempre in competizione tra loro, ma la parte vincente, storicamente, è sempre stata quella che ha scelto l’innovazione tecnologica e così sarà anche in questa circostanza, anche perché le Big oil stanno tutte investendo nelle tecnologie verdi o nell’industria 4.0.
Perchè dunque correre in soccorso dei vincitori?
Dietro i paraventi del negazionismo climatico, degli attentati alla libertà degli individui e altre “armi di distrazione di massa”, si cela uno scontro di interessi intercapitalistici che non esclude il ricorso al colonialismo e alla guerra pur di accaparrarsi le materie prime necessarie alla transizione energetica, comunque la si voglia intendere.
Se non si può restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, tanto meno si possono ignorare le contraddizioni e i rischi che questa transizione energetica porta con sé.
Fonte
30/03/2023
Sul precipizio climatico/2 - Chi già precipita e chi sta nell’IPCC
Dopo l’invio del mio articolo su Contropiano “Sull’orlo del precipizio climatico” sento la necessità di scendere dalle considerazioni generali più sul concreto.
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
«La siccità in Somalia, le inondazioni in Nigeria e un ciclone in Malawi hanno confermato le cupe proiezioni climatiche degli scienziati sul futuro dell’Africa.Asia occidentale. Si registra un’ondata sbalorditiva di calore precoce, con centinaia di nuovi record di temperatura massima per marzo: 41,4 gradi in Vietnam, 40 gradi in Laos, 37,9 gradi a Taiwan.
Il rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno di un altro sondaggio delle Nazioni Unite che ha stimato che 43.000 persone sono morte durante la peggiore siccità della Somalia negli ultimi decenni, e la metà di queste morti erano probabilmente bambini sotto i 5 anni.
La scorsa settimana il ciclone Freddy, che ha devastato il Mozambico, il Madagascar, l’isola della Riunione e lo Zimbabwe, è tornato a colpire l’Africa australe per la seconda volta in un mese, uccidendo centinaia di persone in Malawi e Mozambico e lasciando decine di migliaia di senzatetto in quella che potrebbe essere la tempesta prolungata più lunga mai registrata.
I cicloni sono tipici della regione tra novembre e aprile, ma ciò che rende Freddy unico, secondo gli esperti meteorologici dell’ONU, è che non si è mai completamente dissipato, nonostante le numerose frane. Gli scienziati dicono che il riscaldamento globale causato dalla maggior parte delle nazioni industrializzate che emettono gas serra ha reso l’attività del ciclone più frequente e intensa.
“Il livello di devastazione con cui abbiamo a che fare è maggiore delle risorse di cui disponiamo per farvi fronte”, ha detto il presidente malawiano Lazarus Chakwera in un discorso televisivo.
Circa 59.000 mozambicani sono sfollati a causa della tempesta, secondo le autorità locali [più di 350.000 in Malawi]. La situazione è stata aggravata da un’epidemia di colera in corso. Secondo l’Unicef, i casi sono quadruplicati a oltre 10.000, con più di 2.300 casi segnalati nella scorsa settimana.»
«Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, “oltre il 95 per cento del consumo mondiale di carbone è in corso in paesi che si sono impegnati a ridurre le loro emissioni a zero netto.”
Raggiungere lo zero netto in Africa è stato complicato dagli obiettivi di fornire elettricità a molti nella regione che non hanno accesso e quindi usano forme tossiche di energia come la legna da ardere. I leader africani sostengono che l’unico modo realistico per fornire energia a buon mercato è attraverso il carbone.
Uno studio pubblicato il mese scorso sulla rivista Nature ha trovato che gli scienziati dell’Ipcc si aspettano che i paesi africani riducano l’uso di combustibili fossili due volte più velocemente delle nazioni sviluppate. Tuttavia, il prestito di denaro per gli investimenti in energie rinnovabili è più costoso per le nazioni africane.»
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
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| Estreme anomalie delle temperature negli Stati Uniti [Washington Post] |
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
22/03/2023
Sull’orlo del precipizio climatico/1 - Aldilà dell’IPCC
Il 20 marzo l’Ipcc (International Panel on Climate Change) ha emesso il sesto rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici. L’allarme è sempre più grave, e credo che l’aggravamento sia sotto gli occhi di tutti, ma da anni nutro forti riserve sul credito assoluto che viene dato all’Ipcc: non certo per l’autorevolezza e la competenza scientifica delle migliaia di scienziati di 194 paesi.
L’Ipcc è un gruppo intergovernativo, finanziato attraverso i contributi volontari di pochissimi governi membri e della Ue, e di varie organizzazioni anch’esse intergovernative. Mi sembra ovvio che da un lato l’Ipcc, se pure svolge un ruolo di stimolo alle iniziative dei governi sul clima, difficilmente possa emettere giudizi ultimativi, e dall’altro debba anche per forza di cose considerare delle condizioni medie.
Quello che non approvo è che i rapporti e le ipotesi dell’Ipcc vengano assunti dall’opinione pubblica, attraverso i media, come Vangelo: da molti anni sostengo (pur con competenze più ridotte) che lo stato e l’evoluzione del clima siano molto peggiori delle previsioni dell’Ipcc. E sono convinto che una sinistra di classe, che punta a un cambiamento sociale radicale, non debba fare riferimento assoluto all’Ipcc, e debba organizzasi e agire con altre strategie.
Parto da un primo punto, che fa parte del Vangelo dell’Ipcc ed è un riferimento dei governi (meglio, dovrebbe esserlo, perché poi i governi non seguono neanche questo) e dell’opinione pubblica: il fatidico limite di riscaldamento di 1,5°C a me sembra un “numero magico”.
Accomuna situazioni diversissime: foreste, deserti, ghiacciai o ghiacci polari, zone agricole e zone urbanizzate, ecc. Ciascuna situazione, o regione, può avere soglie di non ritorno diverse: e lo vediamo, ci sono regioni nelle quali il riscaldamento medio è già ben superiore a 1.5°C: l’Amazzonia, il Sahel, le aree tropicali dell’Africa occidentale, l’Indonesia, la parte orientale dell’Asia centrale.
Non c’è solo la temperatura media, ma anche le precipitazioni, la variabilità inter-annuale, la frequenza di stagioni con temperatura e precipitazione media più alta o più bassa della media stagionale, ecc., tutti fattori che possono accentuare i cambiamenti. Mentre l’inverno è stato mitissimo e secco in Europa, l’occidente degli Usa ha conosciuto ondate di “fiumi atmosferici” che hanno causato alluvioni e nevicate eccezionali, mentre il sud-est soffre temperature altissime, e le masse atmosferiche fra i due estremi si scontrano annunciando possibili sconvolgimenti.
Un’illusione che probabilmente nutre l’opinione pubblica, e a mio parere non viene rimossa dall’impostazione dell’Ipcc, è che i cambiamenti climatici siano reversibili, cioè che qualora le perturbazioni che la società umana ha provocato venissero ridotte, le condizioni del clima possano regredire e potenzialmente, con il tempo, scomparire. Ma in primo luogo l’atmosfera terrestre è un sistema termodinamico, caratterizzato dall’irreversibilità dei processi, e soprattutto è un sistema altamente complesso e non lineare.
L’evoluzione dello stato di un sistema complesso non lineare può variare radicalmente se si modifica, o si perturba, anche impercettibilmente il suo stato. Si usa la metafora dell’«effetto farfalla»: una farfalla batte le ali, poniamo, in Maremma, e qualche settimana dopo avviene un ciclone nei Caraibi. Può esserci un nesso causale, ma il termine giusto è l’imprevedibilità.
Un sistema complesso può incontrare nel corso della sua evoluzione delle biforcazioni, imboccando strade evolutive estremamente diverse (qui può agire l’effetto farfalla) o divergenti. E in questa evoluzione imprevedibile possono presentarsi punti di non ritorno (tipping points), superati i quali il sistema non ritorna allo stato iniziale (non perturbato) anche se si spengono del tutto le perturbazioni che ne hanno innescato l’evoluzione.
Il clima della Terra non è solo perturbato: sta cambiando in modi radicali, con fenomeni e processi nuovi, che non esistevano in passato e sono destinati a imporsi ed aggravarsi. In questi gioca un ruolo fondamentale un ulteriore fattore, la presenza di meccanismi di retroazione (feedback), i quali possono essere sia positivi (forzanti) che negativi. Anche con effetti sinergici.
Nell’atmosfera è facile riconoscere l’azione di feedback forzanti: se anche si spegnesse immediatamente la perturbazione, il sistema non tornerebbe alla condizione imperturbata, ma continuerebbe ad allontanarsene, in modi imprevedibili. Qualche esempio:
- I ghiacci possiedono un’albedo maggiore delle superfici che lasciano scoperte sciogliendosi – mare, terra, roccia – le quali quindi assorbono maggiormente la radiazione solare incrementando così il riscaldamento; per di più lo scioglimento del permafrost polare rilascia metano che ha un potere climalterante molto superiore alla CO2.
- Un effetto analogo hanno deforestazione, incendi boschivi: all’emissione di CO2, e la distruzione di polmoni verdi, si aggiunge la distruzione di biodiversità (è stata avanzata l’ipotesi di una sesta estinzione di massa), nonché l’aumento dei rischi di zoonosi.
- Anche l’inarrestabile cementificazione dei territori e l’urbanizzazione incrementano i meccanismi di feedback e irreversibilità, generando trappole di calore, inversioni termiche, ed aggravando la riduzione della biodiversità.
- Agricoltura e allevamenti intensivi, con l'(ab)uso di pesticidi e antibiotici, provocano gravi danni alla salute, perdite di habitat naturali e di biodiversità, e minacciano gli insetti impollinatori.
- Sempre più evidenti e allarmanti sono i fenomeni di siccità, carestie, nonché l’aumento delle disuguaglianze.
- Si sta verificando un indebolimento della Corrente del Golfo, e in un futuro il suo flusso potrebbe addirittura invertirsi: per chi pensa che la crisi climatica comporti solo riscaldamenti, ciò provocherebbe un raffreddamento delle coste atlantiche dell’Europa, ad esempio un aumento nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani. Stefan Rahmstorf, del Potsdam institute for climate impact research, afferma “se continua così potremmo avvicinarci lentamente a un punto di non ritorno, dove questa circolazione si destabilizza del tutto”.
- L’inesorabile innalzamento del livello dei mari renderà inabitabili zone costiere molto popolate e provocherà masse di migranti climatici obbligati.
- A questo proposito va aggiunto che lo scioglimento dei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia sta procedendo più velocemente di quanto si prevedeva anni fa.
- È particolarmente attuale aggiungere che le guerre provocano non solo vittime e distruzioni, ma anche danni ambientali.
- Una notizia del Washington Post sulla Florida: l’uragano Ian avvenuto a fine settembre ha lasciato montagne di detriti; l’ammasso di detriti potrebbe riempire 22 Empire State Building. “Dove troveremo mai spazio per tutto questo?”, si chiede un esperto.
Il mio parere è che, forse, la sinistra e il movimento di classe dovrebbero prestare una maggiore attenzione al cambiamento climatico: che fra l’altro ha anche un vero effetto di classe, perché ha evidentemente conseguenze molto più pesanti sulle classi subalterne e le popolazioni dei paesi poveri e sfruttati, i quali hanno anche meno possibilità e risorse per rimediare ai danni.
Sono convinto che le lotte e le rivendicazioni, indubbiamente fondamentali e irrinunciabili, contro il potere economico e politico dovrebbero associarsi a obiettivi e rivendicazioni per contrastare in modo radicale la distruzione dell’ambiente e la manomissione del clima. C’è una consapevolezza che spesso manca ai movimenti ambientalisti, in particolare ai movimenti giovanili, che rivestono un ruolo fondamentale per il futuro: non vi possono essere cambiamenti veramente capaci di modificare la situazione se non viene radicalmente messo in discussione e trasformato il modo di produzione capitalistico.
Ritengo che sia l’occasione giusta per ricordare, soprattutto ai giovani, che il 2022 è stato il cinquantesimo anniversario della pubblicazione, nel 1972, de L’Imbroglio Ecologico di Dario Paccino (ripubblicata nel 2022 da Ombrecorte): che fu un elemento importantissimo per lo sviluppo in Italia di un ambientalismo con una radice di classe.
È il momento per riprendere questa tradizione con l’obiettivo di una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dissennato e distruttivo dell’uomo e dell’ambiente ai fini del profitto.
Oggi più che mai è attuale il motto di Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie!
Fonte
L’Ipcc è un gruppo intergovernativo, finanziato attraverso i contributi volontari di pochissimi governi membri e della Ue, e di varie organizzazioni anch’esse intergovernative. Mi sembra ovvio che da un lato l’Ipcc, se pure svolge un ruolo di stimolo alle iniziative dei governi sul clima, difficilmente possa emettere giudizi ultimativi, e dall’altro debba anche per forza di cose considerare delle condizioni medie.
Quello che non approvo è che i rapporti e le ipotesi dell’Ipcc vengano assunti dall’opinione pubblica, attraverso i media, come Vangelo: da molti anni sostengo (pur con competenze più ridotte) che lo stato e l’evoluzione del clima siano molto peggiori delle previsioni dell’Ipcc. E sono convinto che una sinistra di classe, che punta a un cambiamento sociale radicale, non debba fare riferimento assoluto all’Ipcc, e debba organizzasi e agire con altre strategie.
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Parto da un primo punto, che fa parte del Vangelo dell’Ipcc ed è un riferimento dei governi (meglio, dovrebbe esserlo, perché poi i governi non seguono neanche questo) e dell’opinione pubblica: il fatidico limite di riscaldamento di 1,5°C a me sembra un “numero magico”.
Accomuna situazioni diversissime: foreste, deserti, ghiacciai o ghiacci polari, zone agricole e zone urbanizzate, ecc. Ciascuna situazione, o regione, può avere soglie di non ritorno diverse: e lo vediamo, ci sono regioni nelle quali il riscaldamento medio è già ben superiore a 1.5°C: l’Amazzonia, il Sahel, le aree tropicali dell’Africa occidentale, l’Indonesia, la parte orientale dell’Asia centrale.
Non c’è solo la temperatura media, ma anche le precipitazioni, la variabilità inter-annuale, la frequenza di stagioni con temperatura e precipitazione media più alta o più bassa della media stagionale, ecc., tutti fattori che possono accentuare i cambiamenti. Mentre l’inverno è stato mitissimo e secco in Europa, l’occidente degli Usa ha conosciuto ondate di “fiumi atmosferici” che hanno causato alluvioni e nevicate eccezionali, mentre il sud-est soffre temperature altissime, e le masse atmosferiche fra i due estremi si scontrano annunciando possibili sconvolgimenti.
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Un’illusione che probabilmente nutre l’opinione pubblica, e a mio parere non viene rimossa dall’impostazione dell’Ipcc, è che i cambiamenti climatici siano reversibili, cioè che qualora le perturbazioni che la società umana ha provocato venissero ridotte, le condizioni del clima possano regredire e potenzialmente, con il tempo, scomparire. Ma in primo luogo l’atmosfera terrestre è un sistema termodinamico, caratterizzato dall’irreversibilità dei processi, e soprattutto è un sistema altamente complesso e non lineare.
L’evoluzione dello stato di un sistema complesso non lineare può variare radicalmente se si modifica, o si perturba, anche impercettibilmente il suo stato. Si usa la metafora dell’«effetto farfalla»: una farfalla batte le ali, poniamo, in Maremma, e qualche settimana dopo avviene un ciclone nei Caraibi. Può esserci un nesso causale, ma il termine giusto è l’imprevedibilità.
Un sistema complesso può incontrare nel corso della sua evoluzione delle biforcazioni, imboccando strade evolutive estremamente diverse (qui può agire l’effetto farfalla) o divergenti. E in questa evoluzione imprevedibile possono presentarsi punti di non ritorno (tipping points), superati i quali il sistema non ritorna allo stato iniziale (non perturbato) anche se si spengono del tutto le perturbazioni che ne hanno innescato l’evoluzione.
Il clima della Terra non è solo perturbato: sta cambiando in modi radicali, con fenomeni e processi nuovi, che non esistevano in passato e sono destinati a imporsi ed aggravarsi. In questi gioca un ruolo fondamentale un ulteriore fattore, la presenza di meccanismi di retroazione (feedback), i quali possono essere sia positivi (forzanti) che negativi. Anche con effetti sinergici.
Nell’atmosfera è facile riconoscere l’azione di feedback forzanti: se anche si spegnesse immediatamente la perturbazione, il sistema non tornerebbe alla condizione imperturbata, ma continuerebbe ad allontanarsene, in modi imprevedibili. Qualche esempio:
- I ghiacci possiedono un’albedo maggiore delle superfici che lasciano scoperte sciogliendosi – mare, terra, roccia – le quali quindi assorbono maggiormente la radiazione solare incrementando così il riscaldamento; per di più lo scioglimento del permafrost polare rilascia metano che ha un potere climalterante molto superiore alla CO2.
- Un effetto analogo hanno deforestazione, incendi boschivi: all’emissione di CO2, e la distruzione di polmoni verdi, si aggiunge la distruzione di biodiversità (è stata avanzata l’ipotesi di una sesta estinzione di massa), nonché l’aumento dei rischi di zoonosi.
- Anche l’inarrestabile cementificazione dei territori e l’urbanizzazione incrementano i meccanismi di feedback e irreversibilità, generando trappole di calore, inversioni termiche, ed aggravando la riduzione della biodiversità.
- Agricoltura e allevamenti intensivi, con l'(ab)uso di pesticidi e antibiotici, provocano gravi danni alla salute, perdite di habitat naturali e di biodiversità, e minacciano gli insetti impollinatori.
- Sempre più evidenti e allarmanti sono i fenomeni di siccità, carestie, nonché l’aumento delle disuguaglianze.
- Si sta verificando un indebolimento della Corrente del Golfo, e in un futuro il suo flusso potrebbe addirittura invertirsi: per chi pensa che la crisi climatica comporti solo riscaldamenti, ciò provocherebbe un raffreddamento delle coste atlantiche dell’Europa, ad esempio un aumento nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani. Stefan Rahmstorf, del Potsdam institute for climate impact research, afferma “se continua così potremmo avvicinarci lentamente a un punto di non ritorno, dove questa circolazione si destabilizza del tutto”.
- L’inesorabile innalzamento del livello dei mari renderà inabitabili zone costiere molto popolate e provocherà masse di migranti climatici obbligati.
- A questo proposito va aggiunto che lo scioglimento dei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia sta procedendo più velocemente di quanto si prevedeva anni fa.
- È particolarmente attuale aggiungere che le guerre provocano non solo vittime e distruzioni, ma anche danni ambientali.
- Una notizia del Washington Post sulla Florida: l’uragano Ian avvenuto a fine settembre ha lasciato montagne di detriti; l’ammasso di detriti potrebbe riempire 22 Empire State Building. “Dove troveremo mai spazio per tutto questo?”, si chiede un esperto.
*****
Il mio parere è che, forse, la sinistra e il movimento di classe dovrebbero prestare una maggiore attenzione al cambiamento climatico: che fra l’altro ha anche un vero effetto di classe, perché ha evidentemente conseguenze molto più pesanti sulle classi subalterne e le popolazioni dei paesi poveri e sfruttati, i quali hanno anche meno possibilità e risorse per rimediare ai danni.
Sono convinto che le lotte e le rivendicazioni, indubbiamente fondamentali e irrinunciabili, contro il potere economico e politico dovrebbero associarsi a obiettivi e rivendicazioni per contrastare in modo radicale la distruzione dell’ambiente e la manomissione del clima. C’è una consapevolezza che spesso manca ai movimenti ambientalisti, in particolare ai movimenti giovanili, che rivestono un ruolo fondamentale per il futuro: non vi possono essere cambiamenti veramente capaci di modificare la situazione se non viene radicalmente messo in discussione e trasformato il modo di produzione capitalistico.
Ritengo che sia l’occasione giusta per ricordare, soprattutto ai giovani, che il 2022 è stato il cinquantesimo anniversario della pubblicazione, nel 1972, de L’Imbroglio Ecologico di Dario Paccino (ripubblicata nel 2022 da Ombrecorte): che fu un elemento importantissimo per lo sviluppo in Italia di un ambientalismo con una radice di classe.
È il momento per riprendere questa tradizione con l’obiettivo di una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dissennato e distruttivo dell’uomo e dell’ambiente ai fini del profitto.
Oggi più che mai è attuale il motto di Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie!
Fonte
27/01/2023
L’Orologio ticchetta verso l’Apocalisse
Si coniugano alla perfezione due scadenze appena trascorse: il 22 gennaio il primo anniversario dell’entrata in funzione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN, in inglese TPNW), il 24 gennaio l’aggiornamento annuale del Doomsday Clock: un appuntamento che si ripete dal 1947, e che da vari anni ha esteso le sue analisi e previsioni dal rischio di guerra nucleare alle emergenze che si aggravano, dalla crisi climatica all’esasperazione delle disuguaglianze.
Ovviamente non poteva non influire la sopravvenuta (dopo il 24 gennaio del 2022) guerra in Ucraina, che ha risvegliato l’allarme per un possibile ricorso al nucleare non strategico (il termine che ricorre è nucleare “tattico” ma questo non è riconosciuto nella terminologia ufficiale).
Da tempo mi interrogavo su quale decisione avrebbe preso il board del Bulletin questo 2023 per aggiornare l’ora segnata dal simbolico Doomsday Clock, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma anche e soprattutto dopo la sordità delle potenze mondiali agli allarmi crescenti lanciati dagli anni ’90, al punto che a partire dal 2020 le lancette del Clock erano state avvicinate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte. La soluzione di questo 2023 mi sembra un giusto equilibrio fra l’accresciuto allarme e un appello quasi disperato «Fermatevi prima che sia troppo tardi!». Le lancette sono state avvicinate da 100 a 90 secondi:
I passi salienti mi sembrano questi, sintetizzati al massimo, perché ci tengo di più a mettere in comune le mie osservazioni personali:
Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.
Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”». Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente dell'URSS Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.
Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera rivoluzione di Maidan del 2014. Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.
Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.
La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?
Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.
Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale ‒ perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare ‒ lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.
Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):
In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare.
Eliminare per sempre le armi nucleari!
Ma la sola soluzione che possa mettere fine alla follia nucleare è eliminare definitivamente queste armi dal Pianeta, e dalla storia! Ed è più urgente che mai.
Sabato scorso (22 gennaio) è stato il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Proibizione nucleare (TPAN, o TPNW), che era stato stabilito all’ONU il 7 luglio del 2017. Non ritengo opportuno soffermarmi ancora sulla struttura del trattato, che ho già discusso.
Lo stato attuale registra 68 Stati che hanno ratificato il trattato, 92 quelli che lo hanno firmato. Gli Stati aderenti all’ONU sono 193, quelli che il 7 luglio 2017 votarono il TPAN furono 122. Gli Stati che hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) sono 191. Sappiamo bene che nessuno Stato che possiede armi nucleari, e nessuno Stato della NATO, ha firmato il TPAN. Non voglio certo andare controcorrente, né spargere scetticismo, ma penso che dopo 5 anni e mezzo dall’approvazione del TPAN, e nella congiuntura internazionale nella quale ci troviamo con scarse prospettive di miglioramento, sia opportuno esprimere qualche perplessità.
È ormai evidente che il Trattato di Non Proliferazione (TNP) è un’impostura! Non porterà mai al disarmo nucleare.
È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Si sono svolte 20 Conferenze quinquennali del Riesame, nelle quali gli Stati non nucleari hanno contestato a quelli nucleari di non avere messo in atto gli impegni dell’Art. VI. In molte di esse gli Stati nucleari hanno impedito addirittura che si arrivasse a un documento finale condiviso. In altre sono stati siglati impegni precisi: nessuno di essi è stato realizzato. Intanto in barba al TNP tutti gli Stati nucleari hanno investito somme colossali per “modernizzare” gli armamenti nucleari (non solo le testate, ma i vettori, sommergibili, bombardieri, sistemi di controllo e allarme): gli Stati Uniti hanno investito trilioni (!) di dollari (migliaia di miliardi) ma, si potrebbe dire... ognuno secondo le proprie possibilità. Programmi a lungo termine per gli anni a venire: non è pensabile che siano investimenti per realizzare qualcosa a cui poi rinunciare. Qualsiasi persona in buona fede non può ormai negare che gli Stati nucleari non hanno la benché minima intenzione di rinunciare a queste armi, né ora né in un futuro che sia prevedibile!
Il TNP ha funzionato da copertura. Dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame ritengo che sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole. Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio. Non come ricatto o come avviso ma come passo possibile, quando basta è basta. Il mio parere è drastico, svuotare il TNP per aprire la strada all’eliminazione delle armi nucleari.
Note
[1] I. Chotiner, “How Close Is Vladimir Putin to Using a Nuclear Bomb?”, Newyorker, 11 ottobre 2022.
[2] M. Mazarr et al., “Can Russia’s war in Ukraine end whithout nuclaer weapons?”, Carnegie Endowment for Intenational Peace, 3 novembre 2022.
[3] Baracca, “Sull’orlo dell’abisso – nucleare, ambientale: ultima chiamata”, Pressenza, 25 novembre 2022.
Fonte
Ovviamente non poteva non influire la sopravvenuta (dopo il 24 gennaio del 2022) guerra in Ucraina, che ha risvegliato l’allarme per un possibile ricorso al nucleare non strategico (il termine che ricorre è nucleare “tattico” ma questo non è riconosciuto nella terminologia ufficiale).
Da tempo mi interrogavo su quale decisione avrebbe preso il board del Bulletin questo 2023 per aggiornare l’ora segnata dal simbolico Doomsday Clock, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma anche e soprattutto dopo la sordità delle potenze mondiali agli allarmi crescenti lanciati dagli anni ’90, al punto che a partire dal 2020 le lancette del Clock erano state avvicinate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte. La soluzione di questo 2023 mi sembra un giusto equilibrio fra l’accresciuto allarme e un appello quasi disperato «Fermatevi prima che sia troppo tardi!». Le lancette sono state avvicinate da 100 a 90 secondi:
La guerra della Russia contro l’Ucraina ha sollevato profondi interrogativi sulle modalità di interazione tra gli Stati, erodendo le norme di condotta internazionale che sono alla base di risposte efficaci a una serie di rischi globali. [...] La possibilità che il conflitto sfugga al controllo di chiunque rimane alta.Non intendo discutere tutto il lungo documento, che si trova qui.
I passi salienti mi sembrano questi, sintetizzati al massimo, perché ci tengo di più a mettere in comune le mie osservazioni personali:
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha aumentato il rischio di utilizzo di armi nucleari, ha sollevato lo spettro dell’uso di armi biologiche e chimiche, ha ostacolato la risposta del mondo al cambiamento climatico e ha ostacolato gli sforzi internazionali per affrontare altri problemi globali.Alcune riserve, personali.
[...]
Il governo degli Stati Uniti, i suoi alleati della NATO e l’Ucraina dispongono di una moltitudine di canali di dialogo che dovrebbero essere esplorati. Trovare una strada per seri negoziati di pace potrebbe contribuire a ridurre il rischio di escalation. In questo momento di pericolo globale senza precedenti, è necessaria un’azione concertata e ogni secondo è importante.
Leggendo il comunicato dello Science and Security Board del Bulletin non posso però esimermi dall’esprime alcune forti riserve.
Ci sono senz’altro tutti i motivi per richiamare che «Le recenti azioni della Russia sono in contrasto con decenni di impegni assunti da Mosca» con la dichiarazione di Budapest del 1994 che la Russia «avrebbe “rispettato l’indipendenza e la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e “si sarebbe astenuta dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”». Ma mi sembra decisamente sbilanciato non citare, allora, le assicurazioni che erano state date in precedenza al presidente dell'URSS Gorbachev che la NATO ‒ che a quel tempo comprendeva solo i paesi dell’Europa occidentale ‒ non si sarebbe allargata di un centimetro a Est: come se fosse ininfluente la trasformazione della NATO in alleanza aggressiva estesa fin sotto i confini della Russia.
Non è un dettaglio insignificante, come non lo è ricordare come la situazione in Ucraina si sia andata trasformando in maniera piuttosto radicale all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004, e soprattutto con la vera rivoluzione di Maidan del 2014. Non è un dettaglio ricordare gli accordi di Minsk del 2014-2015 ‒ totalmente disattesi ‒ che stabilivano una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass.
Insomma, l’individuazione delle responsabilità mi sembra molto più complessa, e non indifferente per cercare un’uscita dalla guerra che sia in grado di assicurare una certa stabilità.
La minaccia nucleare si è aggravata con la guerra in Ucraina?
Mi permetto piuttosto di aggiungere qualche commento personale sulla minaccia nucleare, che sottopongo alla discussione.
Io non credo che Putin potrà ricorrere all’uso di una bomba nucleare sub strategica, per una serie di motivi che cerco di elencare, anche se gli sviluppi di questa guerra sono sempre più imprevedibili, e soprattutto non si intravede una fine. In primo luogo se Putin ricorresse all’arma nucleare, non solo si troverebbe totalmente isolato sul piano internazionale ‒ perderebbe anche l’appoggio della Cina, che già dà qualche segnale di vacillare ‒ lo sconvolgimento sarebbe globale ed epocale.
Ritengo poi, e mi sembra che lo osservino vari esperti, che nella situazione dell’Ucraina il ricorso a una bomba nucleare non possa essere un game changer. Riporto un paio di valutazioni che certo non tranquillizzano ma a mio parere pongono il problema nella giusta dimensione (i neretti sono miei):
«Un attacco russo terrorizzerebbe la popolazione ucraina e infrangerebbe un tabù internazionale vecchio di sette decenni, portando pochi benefici sul campo di battaglia.»[1]Bisogna infatti sottolineare che non è solo la dottrina nucleare russa, ma anche quella statunitense e degli altri paesi, a prevedere il ricorso all’arma nucleare nel caso di pericolo esistenziale per il paese. In un precedente articolo ho espresso la mia meraviglia che lo spettro di una guerra nucleare turbi solo ora l’opinione pubblica [3].
«Non vedo obiettivi militari significativi per l’uso del nucleare in Ucraina. Non c’è un porto o un campo d’aviazione o un ammassamento di grandi quantità di truppe... Non bisogna fissarsi sulle peculiarità di Vladimir Putin per concludere che l’uso del nucleare è possibile, perché è una dottrina nucleare molto più diffusa tra le potenze dotate di armi nucleari, quando si trovano di fronte alla prospettiva di una sconfitta convenzionale e quando la posta in gioco è alta, essere tentati di usarle. Questa era la dottrina della NATO nel teatro europeo dal 1965, per compensare e prevenire la sconfitta convenzionale con una minaccia di uso del nucleare. Una storia simile si può raccontare per il Pakistan, l’India e persino per la Corea del Nord.»[2]
In ogni caso non vi è dubbio che sarebbe più che mai necessario porre al più presto fine a questa guerra, non solo per evitare il rischio nucleare, ma l’allagamento e le sofferenze che comporta, anche per l’Europa. Spingere sempre più alle strette la Russia aggrava tutti i rischi, un azzardo assolutamente da evitare.
Eliminare per sempre le armi nucleari!
Ma la sola soluzione che possa mettere fine alla follia nucleare è eliminare definitivamente queste armi dal Pianeta, e dalla storia! Ed è più urgente che mai.
Sabato scorso (22 gennaio) è stato il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di Proibizione nucleare (TPAN, o TPNW), che era stato stabilito all’ONU il 7 luglio del 2017. Non ritengo opportuno soffermarmi ancora sulla struttura del trattato, che ho già discusso.
Lo stato attuale registra 68 Stati che hanno ratificato il trattato, 92 quelli che lo hanno firmato. Gli Stati aderenti all’ONU sono 193, quelli che il 7 luglio 2017 votarono il TPAN furono 122. Gli Stati che hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione (TNP) sono 191. Sappiamo bene che nessuno Stato che possiede armi nucleari, e nessuno Stato della NATO, ha firmato il TPAN. Non voglio certo andare controcorrente, né spargere scetticismo, ma penso che dopo 5 anni e mezzo dall’approvazione del TPAN, e nella congiuntura internazionale nella quale ci troviamo con scarse prospettive di miglioramento, sia opportuno esprimere qualche perplessità.
È ormai evidente che il Trattato di Non Proliferazione (TNP) è un’impostura! Non porterà mai al disarmo nucleare.
È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Si sono svolte 20 Conferenze quinquennali del Riesame, nelle quali gli Stati non nucleari hanno contestato a quelli nucleari di non avere messo in atto gli impegni dell’Art. VI. In molte di esse gli Stati nucleari hanno impedito addirittura che si arrivasse a un documento finale condiviso. In altre sono stati siglati impegni precisi: nessuno di essi è stato realizzato. Intanto in barba al TNP tutti gli Stati nucleari hanno investito somme colossali per “modernizzare” gli armamenti nucleari (non solo le testate, ma i vettori, sommergibili, bombardieri, sistemi di controllo e allarme): gli Stati Uniti hanno investito trilioni (!) di dollari (migliaia di miliardi) ma, si potrebbe dire... ognuno secondo le proprie possibilità. Programmi a lungo termine per gli anni a venire: non è pensabile che siano investimenti per realizzare qualcosa a cui poi rinunciare. Qualsiasi persona in buona fede non può ormai negare che gli Stati nucleari non hanno la benché minima intenzione di rinunciare a queste armi, né ora né in un futuro che sia prevedibile!
Il TNP ha funzionato da copertura. Dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame ritengo che sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole. Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio. Non come ricatto o come avviso ma come passo possibile, quando basta è basta. Il mio parere è drastico, svuotare il TNP per aprire la strada all’eliminazione delle armi nucleari.
Note
[1] I. Chotiner, “How Close Is Vladimir Putin to Using a Nuclear Bomb?”, Newyorker, 11 ottobre 2022.
[2] M. Mazarr et al., “Can Russia’s war in Ukraine end whithout nuclaer weapons?”, Carnegie Endowment for Intenational Peace, 3 novembre 2022.
[3] Baracca, “Sull’orlo dell’abisso – nucleare, ambientale: ultima chiamata”, Pressenza, 25 novembre 2022.
Fonte
22/01/2023
Proibizione nucleare. Il primo anniversario
Dopo più di 40 anni di impegno costante contro le armi nucleari e i programmi nucleari (in)civili sono giunto a una conclusione molto drastica, che qualcuno di voi potrebbe legittimamente non condividere, ma della quale mi sono incrollabimente convinto.
Homo, che si è con somma superbia autodefinito Sapiens è la sola specie vivente che ha preparato i mezzi per il proprio auto-annientamento!
Mi sono definitivamente convinto che la scelta di sviluppare la tecnologia per sfruttare l’energia racchiusa nel nucleo dell’atomo ha costituito il più grande errore della presunzione umana: errore capitale e irreversibile avendo prodotto quantità colossali di residui nucleari che rimarranno estremamente pericolosi per decine o centinaia di migliaia di anni, e sopravviveranno presumibilmente all’esistenza stessa della società umana.
Nessun paese ha realizzato, in più di 70 anni un deposito definitivo per i residui nucleari [feci una rassegna circostanziata e documentata 5 anni fa su effimera.org], i danni dell’era nucleare erano stati valutati dalla grande Rosalie Bertell in 1 miliardo 200 milioni, 20 anni fa [su ratical.org], quanti saranno ora? Anche se fosse una sopravvalutazione, le valutazioni dall’altra parte sono sicuramente sottostimate, basti pensare alla sottovalutazione delle piccole dosi.
Si badi bene, non dico che sia stato un errore la ricerca, lo studio delle proprietà del nucleo atomico, che ha dischiuso orizzonti scientifici e conoscitivi che hanno rivoluzionato radicalmente le nostre conoscenze: ma non c’era bisogno di sviluppare invece la tecnologia per estrarre e utilizzare le enormi energie racchiuse nei nuclei, fra l’altro in primis per fini bellici (le applicazioni che io chiamo comunque «incivili» vennero più tardi). Ma non c’era nessun bisogno di sviluppare l’energia del nucleo.
Aggiungo una considerazione sul TNP. È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Tuttavia sono convinto che, dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame, sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole, dietro il quale gli stati nucleari non solo non hanno mai ridotto la minaccia, ma da più di 10 anni hanno ripreso la modernizzazione di tutti gli armamenti nucleari con investimenti di trilioni (!) di dollari!
Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio.
Buon anniversario e tutti e tutte!
Fonte
Homo, che si è con somma superbia autodefinito Sapiens è la sola specie vivente che ha preparato i mezzi per il proprio auto-annientamento!
Mi sono definitivamente convinto che la scelta di sviluppare la tecnologia per sfruttare l’energia racchiusa nel nucleo dell’atomo ha costituito il più grande errore della presunzione umana: errore capitale e irreversibile avendo prodotto quantità colossali di residui nucleari che rimarranno estremamente pericolosi per decine o centinaia di migliaia di anni, e sopravviveranno presumibilmente all’esistenza stessa della società umana.
Nessun paese ha realizzato, in più di 70 anni un deposito definitivo per i residui nucleari [feci una rassegna circostanziata e documentata 5 anni fa su effimera.org], i danni dell’era nucleare erano stati valutati dalla grande Rosalie Bertell in 1 miliardo 200 milioni, 20 anni fa [su ratical.org], quanti saranno ora? Anche se fosse una sopravvalutazione, le valutazioni dall’altra parte sono sicuramente sottostimate, basti pensare alla sottovalutazione delle piccole dosi.
Si badi bene, non dico che sia stato un errore la ricerca, lo studio delle proprietà del nucleo atomico, che ha dischiuso orizzonti scientifici e conoscitivi che hanno rivoluzionato radicalmente le nostre conoscenze: ma non c’era bisogno di sviluppare invece la tecnologia per estrarre e utilizzare le enormi energie racchiuse nei nuclei, fra l’altro in primis per fini bellici (le applicazioni che io chiamo comunque «incivili» vennero più tardi). Ma non c’era nessun bisogno di sviluppare l’energia del nucleo.
Aggiungo una considerazione sul TNP. È verissimo che non vi è conflitto fra TNP e TPNW, il quale ha portato a compimento l’Art. IV. Tuttavia sono convinto che, dopo più di 70 anni e 10 Conferenze del Riesame, sia assolutamente necessario arrivare alla conclusione che il TNP è stato una mistificazione, un vero specchietto per le allodole, dietro il quale gli stati nucleari non solo non hanno mai ridotto la minaccia, ma da più di 10 anni hanno ripreso la modernizzazione di tutti gli armamenti nucleari con investimenti di trilioni (!) di dollari!
Credo che sia giunto il momento per gli stati parte del TPNW di assumere una posizione molto decisa: la minaccia, per lo meno, di uscire tutti dal TNP, denunciandone l’imbroglio.
Buon anniversario e tutti e tutte!
Fonte
03/01/2023
Fusione, e confusione, nucleare
Una campagna stampa di livello internazionale ha esaltato l’esperimento eseguito negli Stati Uniti volto alla realizzazione delle fusione nucleare controllata, un sogno (una promessa) inseguito fin dai primi passi della tecnologia nucleare negli anni ’40-’50 del secolo scorso: periodicamente ogni decina d’anni veniva annunciato che la realizzazione sarebbe stata vicina.
Oggi questo pomposo annuncio richiede molte precisazioni e distinguo, che inevitabilmente sfuggono a chi è a digiuno dell'argomento.
Fusione a confinamento inerziale, una scelta militare
Detto in parole semplici la realizzazione della fusione nucleare di nuclei leggeri (in un certo senso l’opposto della fissione di nuclei pesanti) richiede di riscaldare un plasma, tipicamente di deuterio e trizio, a milioni di gradi in modo che le energie cinetiche dei nuclei superino le barriere di repulsione elettrica.
La reazione di fusione nucleare è stata realizzata già nel 1949, ma in modo esplosivo; vale a dire nelle bombe termonucleari nelle quali un dispositivo primario a fissione genera la temperatura necessaria ad innescare un dispositivo secondario a fusione.
Da quel tempo è iniziata la ricerca per realizzare la fusione nucleare in modo controllato (non esplosivo) a scopi pacifici, ricerca che oggi si concentra su due metodi molto diversi: il confinamento magnetico di un “plasma” ottenuto dalla fusione di Deuterio e Trizio (DT) in macchine di grandi dimensioni del tipo Tokamak (l’esperimento più avanzato è l’impianto ITER, in costruzione a Cadarache in Francia) e il confinamento inerziale (FCI), concentrando su un corpo grande quanto un granello di pepe (pellet), composto sempre da D e T, enormi energie, tipicamente generate da superlaser, che comprimano e riscaldino il DT a milioni di gradi innescandone la fusione nucleare [1].
Ora, in queste ricerche si intrecciano interessi civili e interessi militari: un autorevole articolo di quasi 50 anni fa [2] metteva in chiaro che: «la simulazione delle armi può essere l’unica applicazione pratica della fusione laser in questo secolo [previsione completamente azzeccata]… gli esperti di armamenti si aspettano che la fusione laser diventi uno strumento sperimentale straordinariamente utile per studiare la ‘fisica delle testate’ fondamentale, unitamente a codici di simulazione elettronica sempre più raffinati, per sviluppare nuovi progetti di armi. ...
Da parte sua il generale Edward B. Giller, incaricato delle applicazioni e ricerche militari presso l’Atomic Energy Commission, ebbe a dire, durante una conversazione: ‘La gente va dicendo che questo è un programma energetico, ma [...] in realtà questo è ed è sempre stato un programma militare’».
In effetti, le ricerche finalizzate allo sviluppo di armi nucleari basate sulla fusione a confinamento inerziale si sviluppano proprio in quegli anni [3] quando, con la messa in discussione a livello mondiale degli esperimenti atomici, il Dipartimento della Difesa USA e il Dipartimento dell’Energia varano un programma per lo sviluppo delle armi nucleari di terza generazione, focalizzato su tre ambiti: Fusione a confinamento inerziale (FCI); Magnetized target fusion (MTF) o Fusione con bersaglio magnetizzato che, grosso modo, è una combinazione della fusione a plasma e di quella a confinamento inerziale ed infine la XRL, combinazione di raggi X di fonte nucleare con la tecnologia laser.
Le prime due reazioni presentano il “vantaggio” (tutto militare) di emettere anche neutroni ad alta energia che, nell’ottica della maggiore distruzione possibile e in scenari di guerra circoscritti, possono aumentare la letalità di un’arma basata sulla fusione [4].
Fra questi due tipi, la FCI veniva considerata la più promettente: «Entro il prossimo decennio [l’articolo era del 1990], le microesplosioni termonucleari prodotte dalla FCI potrebbero consentire agli scienziati di comprendere meglio la fisica delle testate che coinvolgono la produzione di raggi X, le dinamiche di implosione e le instabilità, ma solo se si riuscirà a realizzare l’ignizione delle pellets.
Poiché i laser e i fasci di particelle più potenti attualmente disponibili per la ricerca FCI non sono ancora in grado di fornire potenze superiori a 1 megajoule in relazione alla lunghezza dell’impulso richiesta, l’ignizione delle pellets rimane un compito formidabile».
Il campo di indagine era inizialmente circoscritto allo sviluppo di armi con potenziale compreso tra 300 kg di esplosivo equivalente ed 1 kilotone, quindi testate di dimensioni contenute, facilmente trasportabili o comunque abbinabili ad un vettore di rapido impiego.
Da notare che fino alla fine degli anni ‘80, i test nucleari sotterranei, data l’alta intensità di radiazioni prodotte, servivano anche a verificare se si riusciva ad ignire (accendere) le pellets di DT impiegate nella fusione inerziale.
Solo successivamente, e per i motivi sopra detti riguardanti i test nucleari, le sperimentazioni in laboratorio divennero prioritarie al punto che perfino la National Academy of Sciences americana descriveva i vantaggi potenziali della FCI per la progettazione di armi in questi termini [5]: «Un’utile risorsa di laboratorio di esplosivi termonucleari da 1000 MJ sarebbe uno strumento straordinario per esplorare la fisica delle armi termonucleari. Alcuni concetti su come utilizzare le armi nucleari come sorgenti di energia diretta, come i laser a raggi X o i fasci di microonde [6], potrebbero essere testati in un ambiente di laboratorio in modo rapido e interattivo... Campagne sperimentali estese... che avrebbero un costo proibitivo per i test sotterranei, potrebbero essere effettuate con una struttura FCI.»[7]
Aggiungendo: «L’implicazione è che una volta che un impianto FCI sarà in funzione, potrebbe fornire uno strumento cruciale per la ricerca e lo sviluppo di armi come gli XRL con esplosivo nucleare e le armi a fascio di microonde, perché potrebbe essere l’unica strumento di test accessibile per il numero di test richiesti.»
Dunque, diversamente da quanto si legge oggi sugli organi di informazione, lo scopo prioritario dell’intero progetto NIF (National ignition facility), di cui è parte integrante l’esperimento del 5 dicembre scorso presso il Lawrence Livermore National Laboratories, è di tipo militare; prova ne sia che esso è stato formalizzato all’indomani della messa al bando dei test nucleari sotterranei – votata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1996, ma mai ratificata dagli USA – proprio per ottenere in modo non distruttivo le informazioni risultanti da quei test.
D’altronde, nella conferenza stampa seguita all’esperimento del 5 dicembre, Mark Herrmann, direttore del programma di fisica e progettazione delle armi nucleari al Livermore, ha fatto la seguente dichiarazione, ripresa anche dal New York Times: «Questo esperimento ci aiuterà a capire meglio gli effetti delle bombe nucleari perché la grande generazione di potenza ottenuta, crea di per sé ambienti molto estremi che assomigliano da vicino a quelli provocati da una detonazione nucleare».
Finalità che Gillette aveva esplicitamente previsto già nel 1975: «la fusione laser può diventare uno strumento sperimentale straordinariamente utile per studiare la ‘fisica fondamentale delle testate’ [che presenta ancora molti aspetti oscuri] e ... per sviluppare nuovi progetti di armi».
Alla base di tutta questa vicenda c’era, indubbiamente, la competizione in campo nucleare tra USA e URSS, la cui massima intensità si raggiunse durante la cosiddetta guerra fredda. Tuttavia, se fino agli anni ‘80 la preoccupazione degli Stati Uniti di essere superati dall’Unione Sovietica aveva qualche fondamento (i sovietici erano molto avanti nello sviluppo della tecnologia MTF), l’idea di armi di terza generazione da impiegare in determinati teatri di guerra (come ad esempio quelli occorsi in Iraq e Afghanistan) è frutto dell’ossessione statunitense di mantenere il dominio esclusivo della deterrenza nucleare.
Atteggiamento riscontrabile già sotto l’amministrazione Reagan quando, nel 1987, rispondendo ad una interrogazione parlamentare relativa a questo tipo di armi, l’allora segretario di stato, John S. Herrington, rispose: «La ragione principale per cui stiamo perseguendo armi a energia nucleare diretta è sapere a che punto sono le conoscenze dei sovietici nel progettare e schierare armi simili, che metterebbero a rischio la forza deterrente strategica degli Stati Uniti o un futuro sistema difensivo».
Il guadagno di energia
L’aspetto più appariscente dell’esperimento condotto negli USA riguarda il cosiddetto “energy gain” che è stato presentato come una svolta storica nel cammino verso la fusione nucleare, perché per la prima volta è stata generata una quantità di energia superiore a quella emessa dagli impulsi laser per ottenere la reazione di fusione; cosa che, se non spiegata, lascia intendere all’opinione pubblica che il sogno di quei personaggi (tra cui lo stesso Leonardo da Vinci) che tra il ‘500 e il ‘700 si ingegnarono di realizzare il moto perpetuo, si sia avverato.
Ciò che si è ottenuto al Livermore, in realtà, consiste esclusivamente in un guadagno di energia nel rapporto tra quella fornita dall’impulso laser per fondere gli atomi di DT e quella ottenuta da questa fusione che è stata, rispettivamente, di 2,05 MJ (Mega Joule) e 3,15 MJ, con un guadagno di 1,5 volte (il cosiddetto “breaktrought” cioè più del 100%) per un tempo infinitesimo, dell’ordine del trilionesimo di secondo, ma per generare quell’impulso, i 192 laser impiegati hanno consumato una energia pari a 300 MJ, cioè 150 volte superiore a quella fornita dall’impulso e 100 volte superiore a quella ottenuta dalla fusione.
Ora non c’è dubbio che dal punto di vista della sperimentazione di laboratorio, questa prova rappresenti un successo, dato che fin’ora l’energia ottenuta in questi test non aveva mai raggiunto la soglia del “break-even”, cioè ottenere dalla reazione di fusione una energia almeno pari a quella immessa attraverso l’impulso laser, ma ciò non ha nulla a che vedere con il bilancio energetico dell’intero processo che rimane enormemente deficitario e dell’ordine di 100 a 1 (300 MJ contro 3,15 MJ) che in buona sostanza corrisponde al rendimento (estremamente basso) del tipo di laser impiegati.
Quello che è certo è che questo aspetto non ha nessuna rilevanza dal punto di vista militare, dove importa solo ottenere la fusione di un minuscolo pellet (nelle ricerche sulle armi nucleari sono state spese quantità di energia colossali, enormemente superiori alle potenze di tutte le testate realizzate): ma dal punto di vista industriale ciò significa che l’applicazione di questa tecnologia è ben lungi dal potersi, non si dica realizzare, ma almeno progettare.
Anche perché la tecnologia NIF – a differenza di quella ITER basata su di una reazione che si auto sostiene (plasma) – si fonda sulla possibilità di provocare la fusione “sparando” su una pellet singoli impulsi di energia laser (one shot) che non possono auto sostenersi e quindi per dare vita ad un processo continuo di generazione di energia bisognerebbe realizzare una macchina in grado di “sparare” impulsi di energia su una successione di pellets con un frequenza di varie volte al secondo.
Cosa che al momento risulta tecnologicamente ancora più difficile di quanto si presenti il confinamento magnetico del plasma.
Se infatti gli aspetti critici del confinamento magnetico risiedono nelle alte temperature che si devono raggiungere, che sono superiori a quelle del Sole, dato che non è possibile riprodurre la stessa densità della massa solare e nel mantenere il plasma stabile e isolato dalle infrastrutture, quelli del confinamento inerziale riguardano la sua discontinuità (one shot) che implica, sia una frequenza elevata di impulsi laser (quindi la possibilità che questi si ricarichino rapidamente, cosa per nulla scontata), sia una disponibilità illimitata di bersagli da colpire (pellets) di ridotte dimensioni, altrimenti l’energia rilasciata dalla reazione di fusione, oltre una certa soglia, assumerebbe caratteristiche distruttive.
Insomma, il risultato trionfalistico ottenuto al Livermore non è, almeno per ora e nelle intenzioni, un passo avanti per la promessa di produrre energia illimitata (che poi non è così), ma per potere progettare armi, forse micro-bombe a pura fusione (armi nucleari assolutamente nuove, di IV generazione): se poi potrà servire anche per procedere alla produzione pacifica di energia è comunque tutto da vedere.
Ma se non si comprendono questi aspetti non si fornisce veramente l’informazione utile e trasparente per l’opinione pubblica, e si rischia di mistificare la ricerche militari.
Un aspetto che non sfuggì al vecchio Hans Bethe [8] quando, nel 1997, mentre si stava per decidere il varo del NIF e la costruzione dei grandi laboratori al Livermore, scrisse una lettera al presidente Clinton in cui diceva: «È giunto il momento per la nostra Nazione di dichiarare che non sta lavorando, in alcun modo, allo sviluppo di ulteriori armi di distruzione di massa di alcun tipo. In particolare, ciò significa non finanziare lavori che guardino alla possibilità di nuovi progetti di armi nucleari come le armi a fusione pura».[9]
Note
[1] La luce laser è monocromatica (un’unica frequenza) e coerente (tutte le onde sono esattamente in fase): grazie alla sua coerenza la luce laser può rimanere concentrata per distanze molto lunghe, anche migliaia di chilometri nello spazio. La tecnologia dei laser ha registrato spettacolari progressi negli ultimi 30 anni, consentendo di raggiungere enormi potenze con apparati di dimensioni relativamente ridotte e di costo molto basso. I laser sono già utilizzati in diversi tipi di armi (proiettili a guida laser, laser nella difesa antimissile. Un laser emette degli impulsi di luce successivi e per aumentare la potenza emessa si deve ridurre la durata temporale di ogni impulso, in modo che l’energia viene emessa in un tempo minore, ma gli effetti non lineari e l’allargamento del fascio impedivano di aumentare corrispondentemente la potenza per cm2. L’impasse venne superato alla fine degli anni ’80 con l’introduzione di una nuova tecnica, chiamata chirped pulse amplification (termine difficilmente traducibile in italiano), che consentì un progresso spettacolare, raggiungendo intensità enormi, di 1021 W/cm2, avvicinandosi al limite teorico di intensità di 1024 W/cm2. Essi sono chiamati superlaser perché le loro interazioni con la materia sono qualitativamente differenti da quelle dei laser ordinari: essi consentono di generare condizioni fisiche estreme – pressioni e temperature, campi elettrici e magnetici estremamente elevati – che in natura si hanno solo all’interno delle stelle; essi possono generare direttamente reazioni nucleari, scindere nuclei pesanti, generare antimateria, generare fasci di ioni intensi e focalizzati, ecc.. I nuovi principi dei superlaser sono stati integrati nei sistemi esistenti di FCI nei laboratori di Los Alamos e Livermore negli USA, e in Francia, Gran Bretagna e Giappone. Le applicazioni militari dei superlaser sono molte e impressionanti e sono soggette a un’attività molto intensa praticamente in tutti i paesi industrializzati, dove sono stati creati dei centri specializzati. Qui ci riguarda in particolare la “fast ignition” della FCI per raggiungere la fusione nucleare.
[2] Robert Gillette, “Laser fusion: an energy option, but weapons simulation is first”, Science, vol. 188 (4 aprile 1975), pp. 30-34.
[3] Dan L. Fenstermache, “The Effects of Nuclear Test-ban Regimes on Third-generation-weapon Innovation”, Science & Global Security, 1990, Volume I, pp. 187-223, https://scienceandglobalsecurity.org/archive/sgs01fenstermacher.pdf
[4] Per le testate nucleari “tradizionali” era infatti stata ideata la “bomba al neutrone”, per potenziare l’emissione di neutroni, che però non è mai entrata a far parte degli arsenali nucleari.
[5] La citazione della NAS è tratta dalla ref. 2, senza data.
[6] Le armi a energia diretta includono laser ad alta energia, dispositivi a radiofrequenza o a microonde ad alta potenza e armi a fascio di particelle cariche o neutre. Un rapporto del 2020 (Henry “Trey” Obering, “Directed Energy Weapons Are Real … And Disruptive”, https://ndupress.ndu.edu/Portals/68/Documents/prism/prism_8-3/prism_8-3_Obering_36-46.pdf) afferma: «Le armi a energia diretta non sono più solo fantascienza. Esse sono reali e stanno maturando rapidamente. Nei prossimi anni, l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica degli Stati Uniti hanno in programma di sviluppare e mettere in campo queste armi a un ritmo crescente. Saranno impiegate su veicoli terrestri, aerei, elicotteri e navi.» … «Gli Stati Uniti hanno fatto molta strada nello sviluppo delle capacità delle armi a energia diretta e ora si trovano in una fase critica. La tecnologia sta maturando rapidamente, stanno emergendo minacce che l’energia diretta può affrontare in modo quasi unico e i combattenti stanno segnalando il loro sostegno. Tuttavia, come per lo sviluppo di qualsiasi capacità militare senza precedenti, ci sono rischi, sfide e imitazioni che riguardano i costi, i tempi e le prestazioni.»
[7] Ibidem.
[8] Fisico tedesco, Nobel per la Fisica nel 1967, emigrato negli USA dove prese parte al progetto Manhattan e durante la seconda guerra mondiale, fu a capo della Divisione Teorica presso il laboratorio segreto di Los Alamos. Successivamente si schierò contro gli esperimenti atomici e il riarmo nucleare.
[9] https://scienceandglobalsecurity.org/archive/sgs07jones.pdf
Fonte
Oggi questo pomposo annuncio richiede molte precisazioni e distinguo, che inevitabilmente sfuggono a chi è a digiuno dell'argomento.
Fusione a confinamento inerziale, una scelta militare
Detto in parole semplici la realizzazione della fusione nucleare di nuclei leggeri (in un certo senso l’opposto della fissione di nuclei pesanti) richiede di riscaldare un plasma, tipicamente di deuterio e trizio, a milioni di gradi in modo che le energie cinetiche dei nuclei superino le barriere di repulsione elettrica.
La reazione di fusione nucleare è stata realizzata già nel 1949, ma in modo esplosivo; vale a dire nelle bombe termonucleari nelle quali un dispositivo primario a fissione genera la temperatura necessaria ad innescare un dispositivo secondario a fusione.
Da quel tempo è iniziata la ricerca per realizzare la fusione nucleare in modo controllato (non esplosivo) a scopi pacifici, ricerca che oggi si concentra su due metodi molto diversi: il confinamento magnetico di un “plasma” ottenuto dalla fusione di Deuterio e Trizio (DT) in macchine di grandi dimensioni del tipo Tokamak (l’esperimento più avanzato è l’impianto ITER, in costruzione a Cadarache in Francia) e il confinamento inerziale (FCI), concentrando su un corpo grande quanto un granello di pepe (pellet), composto sempre da D e T, enormi energie, tipicamente generate da superlaser, che comprimano e riscaldino il DT a milioni di gradi innescandone la fusione nucleare [1].
Ora, in queste ricerche si intrecciano interessi civili e interessi militari: un autorevole articolo di quasi 50 anni fa [2] metteva in chiaro che: «la simulazione delle armi può essere l’unica applicazione pratica della fusione laser in questo secolo [previsione completamente azzeccata]… gli esperti di armamenti si aspettano che la fusione laser diventi uno strumento sperimentale straordinariamente utile per studiare la ‘fisica delle testate’ fondamentale, unitamente a codici di simulazione elettronica sempre più raffinati, per sviluppare nuovi progetti di armi. ...
Da parte sua il generale Edward B. Giller, incaricato delle applicazioni e ricerche militari presso l’Atomic Energy Commission, ebbe a dire, durante una conversazione: ‘La gente va dicendo che questo è un programma energetico, ma [...] in realtà questo è ed è sempre stato un programma militare’».
In effetti, le ricerche finalizzate allo sviluppo di armi nucleari basate sulla fusione a confinamento inerziale si sviluppano proprio in quegli anni [3] quando, con la messa in discussione a livello mondiale degli esperimenti atomici, il Dipartimento della Difesa USA e il Dipartimento dell’Energia varano un programma per lo sviluppo delle armi nucleari di terza generazione, focalizzato su tre ambiti: Fusione a confinamento inerziale (FCI); Magnetized target fusion (MTF) o Fusione con bersaglio magnetizzato che, grosso modo, è una combinazione della fusione a plasma e di quella a confinamento inerziale ed infine la XRL, combinazione di raggi X di fonte nucleare con la tecnologia laser.
Le prime due reazioni presentano il “vantaggio” (tutto militare) di emettere anche neutroni ad alta energia che, nell’ottica della maggiore distruzione possibile e in scenari di guerra circoscritti, possono aumentare la letalità di un’arma basata sulla fusione [4].
Fra questi due tipi, la FCI veniva considerata la più promettente: «Entro il prossimo decennio [l’articolo era del 1990], le microesplosioni termonucleari prodotte dalla FCI potrebbero consentire agli scienziati di comprendere meglio la fisica delle testate che coinvolgono la produzione di raggi X, le dinamiche di implosione e le instabilità, ma solo se si riuscirà a realizzare l’ignizione delle pellets.
Poiché i laser e i fasci di particelle più potenti attualmente disponibili per la ricerca FCI non sono ancora in grado di fornire potenze superiori a 1 megajoule in relazione alla lunghezza dell’impulso richiesta, l’ignizione delle pellets rimane un compito formidabile».
Il campo di indagine era inizialmente circoscritto allo sviluppo di armi con potenziale compreso tra 300 kg di esplosivo equivalente ed 1 kilotone, quindi testate di dimensioni contenute, facilmente trasportabili o comunque abbinabili ad un vettore di rapido impiego.
Da notare che fino alla fine degli anni ‘80, i test nucleari sotterranei, data l’alta intensità di radiazioni prodotte, servivano anche a verificare se si riusciva ad ignire (accendere) le pellets di DT impiegate nella fusione inerziale.
Solo successivamente, e per i motivi sopra detti riguardanti i test nucleari, le sperimentazioni in laboratorio divennero prioritarie al punto che perfino la National Academy of Sciences americana descriveva i vantaggi potenziali della FCI per la progettazione di armi in questi termini [5]: «Un’utile risorsa di laboratorio di esplosivi termonucleari da 1000 MJ sarebbe uno strumento straordinario per esplorare la fisica delle armi termonucleari. Alcuni concetti su come utilizzare le armi nucleari come sorgenti di energia diretta, come i laser a raggi X o i fasci di microonde [6], potrebbero essere testati in un ambiente di laboratorio in modo rapido e interattivo... Campagne sperimentali estese... che avrebbero un costo proibitivo per i test sotterranei, potrebbero essere effettuate con una struttura FCI.»[7]
Aggiungendo: «L’implicazione è che una volta che un impianto FCI sarà in funzione, potrebbe fornire uno strumento cruciale per la ricerca e lo sviluppo di armi come gli XRL con esplosivo nucleare e le armi a fascio di microonde, perché potrebbe essere l’unica strumento di test accessibile per il numero di test richiesti.»
Dunque, diversamente da quanto si legge oggi sugli organi di informazione, lo scopo prioritario dell’intero progetto NIF (National ignition facility), di cui è parte integrante l’esperimento del 5 dicembre scorso presso il Lawrence Livermore National Laboratories, è di tipo militare; prova ne sia che esso è stato formalizzato all’indomani della messa al bando dei test nucleari sotterranei – votata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1996, ma mai ratificata dagli USA – proprio per ottenere in modo non distruttivo le informazioni risultanti da quei test.
D’altronde, nella conferenza stampa seguita all’esperimento del 5 dicembre, Mark Herrmann, direttore del programma di fisica e progettazione delle armi nucleari al Livermore, ha fatto la seguente dichiarazione, ripresa anche dal New York Times: «Questo esperimento ci aiuterà a capire meglio gli effetti delle bombe nucleari perché la grande generazione di potenza ottenuta, crea di per sé ambienti molto estremi che assomigliano da vicino a quelli provocati da una detonazione nucleare».
Finalità che Gillette aveva esplicitamente previsto già nel 1975: «la fusione laser può diventare uno strumento sperimentale straordinariamente utile per studiare la ‘fisica fondamentale delle testate’ [che presenta ancora molti aspetti oscuri] e ... per sviluppare nuovi progetti di armi».
Alla base di tutta questa vicenda c’era, indubbiamente, la competizione in campo nucleare tra USA e URSS, la cui massima intensità si raggiunse durante la cosiddetta guerra fredda. Tuttavia, se fino agli anni ‘80 la preoccupazione degli Stati Uniti di essere superati dall’Unione Sovietica aveva qualche fondamento (i sovietici erano molto avanti nello sviluppo della tecnologia MTF), l’idea di armi di terza generazione da impiegare in determinati teatri di guerra (come ad esempio quelli occorsi in Iraq e Afghanistan) è frutto dell’ossessione statunitense di mantenere il dominio esclusivo della deterrenza nucleare.
Atteggiamento riscontrabile già sotto l’amministrazione Reagan quando, nel 1987, rispondendo ad una interrogazione parlamentare relativa a questo tipo di armi, l’allora segretario di stato, John S. Herrington, rispose: «La ragione principale per cui stiamo perseguendo armi a energia nucleare diretta è sapere a che punto sono le conoscenze dei sovietici nel progettare e schierare armi simili, che metterebbero a rischio la forza deterrente strategica degli Stati Uniti o un futuro sistema difensivo».
Il guadagno di energia
L’aspetto più appariscente dell’esperimento condotto negli USA riguarda il cosiddetto “energy gain” che è stato presentato come una svolta storica nel cammino verso la fusione nucleare, perché per la prima volta è stata generata una quantità di energia superiore a quella emessa dagli impulsi laser per ottenere la reazione di fusione; cosa che, se non spiegata, lascia intendere all’opinione pubblica che il sogno di quei personaggi (tra cui lo stesso Leonardo da Vinci) che tra il ‘500 e il ‘700 si ingegnarono di realizzare il moto perpetuo, si sia avverato.
Ciò che si è ottenuto al Livermore, in realtà, consiste esclusivamente in un guadagno di energia nel rapporto tra quella fornita dall’impulso laser per fondere gli atomi di DT e quella ottenuta da questa fusione che è stata, rispettivamente, di 2,05 MJ (Mega Joule) e 3,15 MJ, con un guadagno di 1,5 volte (il cosiddetto “breaktrought” cioè più del 100%) per un tempo infinitesimo, dell’ordine del trilionesimo di secondo, ma per generare quell’impulso, i 192 laser impiegati hanno consumato una energia pari a 300 MJ, cioè 150 volte superiore a quella fornita dall’impulso e 100 volte superiore a quella ottenuta dalla fusione.
Ora non c’è dubbio che dal punto di vista della sperimentazione di laboratorio, questa prova rappresenti un successo, dato che fin’ora l’energia ottenuta in questi test non aveva mai raggiunto la soglia del “break-even”, cioè ottenere dalla reazione di fusione una energia almeno pari a quella immessa attraverso l’impulso laser, ma ciò non ha nulla a che vedere con il bilancio energetico dell’intero processo che rimane enormemente deficitario e dell’ordine di 100 a 1 (300 MJ contro 3,15 MJ) che in buona sostanza corrisponde al rendimento (estremamente basso) del tipo di laser impiegati.
Quello che è certo è che questo aspetto non ha nessuna rilevanza dal punto di vista militare, dove importa solo ottenere la fusione di un minuscolo pellet (nelle ricerche sulle armi nucleari sono state spese quantità di energia colossali, enormemente superiori alle potenze di tutte le testate realizzate): ma dal punto di vista industriale ciò significa che l’applicazione di questa tecnologia è ben lungi dal potersi, non si dica realizzare, ma almeno progettare.
Anche perché la tecnologia NIF – a differenza di quella ITER basata su di una reazione che si auto sostiene (plasma) – si fonda sulla possibilità di provocare la fusione “sparando” su una pellet singoli impulsi di energia laser (one shot) che non possono auto sostenersi e quindi per dare vita ad un processo continuo di generazione di energia bisognerebbe realizzare una macchina in grado di “sparare” impulsi di energia su una successione di pellets con un frequenza di varie volte al secondo.
Cosa che al momento risulta tecnologicamente ancora più difficile di quanto si presenti il confinamento magnetico del plasma.
Se infatti gli aspetti critici del confinamento magnetico risiedono nelle alte temperature che si devono raggiungere, che sono superiori a quelle del Sole, dato che non è possibile riprodurre la stessa densità della massa solare e nel mantenere il plasma stabile e isolato dalle infrastrutture, quelli del confinamento inerziale riguardano la sua discontinuità (one shot) che implica, sia una frequenza elevata di impulsi laser (quindi la possibilità che questi si ricarichino rapidamente, cosa per nulla scontata), sia una disponibilità illimitata di bersagli da colpire (pellets) di ridotte dimensioni, altrimenti l’energia rilasciata dalla reazione di fusione, oltre una certa soglia, assumerebbe caratteristiche distruttive.
Insomma, il risultato trionfalistico ottenuto al Livermore non è, almeno per ora e nelle intenzioni, un passo avanti per la promessa di produrre energia illimitata (che poi non è così), ma per potere progettare armi, forse micro-bombe a pura fusione (armi nucleari assolutamente nuove, di IV generazione): se poi potrà servire anche per procedere alla produzione pacifica di energia è comunque tutto da vedere.
Ma se non si comprendono questi aspetti non si fornisce veramente l’informazione utile e trasparente per l’opinione pubblica, e si rischia di mistificare la ricerche militari.
Un aspetto che non sfuggì al vecchio Hans Bethe [8] quando, nel 1997, mentre si stava per decidere il varo del NIF e la costruzione dei grandi laboratori al Livermore, scrisse una lettera al presidente Clinton in cui diceva: «È giunto il momento per la nostra Nazione di dichiarare che non sta lavorando, in alcun modo, allo sviluppo di ulteriori armi di distruzione di massa di alcun tipo. In particolare, ciò significa non finanziare lavori che guardino alla possibilità di nuovi progetti di armi nucleari come le armi a fusione pura».[9]
Note
[1] La luce laser è monocromatica (un’unica frequenza) e coerente (tutte le onde sono esattamente in fase): grazie alla sua coerenza la luce laser può rimanere concentrata per distanze molto lunghe, anche migliaia di chilometri nello spazio. La tecnologia dei laser ha registrato spettacolari progressi negli ultimi 30 anni, consentendo di raggiungere enormi potenze con apparati di dimensioni relativamente ridotte e di costo molto basso. I laser sono già utilizzati in diversi tipi di armi (proiettili a guida laser, laser nella difesa antimissile. Un laser emette degli impulsi di luce successivi e per aumentare la potenza emessa si deve ridurre la durata temporale di ogni impulso, in modo che l’energia viene emessa in un tempo minore, ma gli effetti non lineari e l’allargamento del fascio impedivano di aumentare corrispondentemente la potenza per cm2. L’impasse venne superato alla fine degli anni ’80 con l’introduzione di una nuova tecnica, chiamata chirped pulse amplification (termine difficilmente traducibile in italiano), che consentì un progresso spettacolare, raggiungendo intensità enormi, di 1021 W/cm2, avvicinandosi al limite teorico di intensità di 1024 W/cm2. Essi sono chiamati superlaser perché le loro interazioni con la materia sono qualitativamente differenti da quelle dei laser ordinari: essi consentono di generare condizioni fisiche estreme – pressioni e temperature, campi elettrici e magnetici estremamente elevati – che in natura si hanno solo all’interno delle stelle; essi possono generare direttamente reazioni nucleari, scindere nuclei pesanti, generare antimateria, generare fasci di ioni intensi e focalizzati, ecc.. I nuovi principi dei superlaser sono stati integrati nei sistemi esistenti di FCI nei laboratori di Los Alamos e Livermore negli USA, e in Francia, Gran Bretagna e Giappone. Le applicazioni militari dei superlaser sono molte e impressionanti e sono soggette a un’attività molto intensa praticamente in tutti i paesi industrializzati, dove sono stati creati dei centri specializzati. Qui ci riguarda in particolare la “fast ignition” della FCI per raggiungere la fusione nucleare.
[2] Robert Gillette, “Laser fusion: an energy option, but weapons simulation is first”, Science, vol. 188 (4 aprile 1975), pp. 30-34.
[3] Dan L. Fenstermache, “The Effects of Nuclear Test-ban Regimes on Third-generation-weapon Innovation”, Science & Global Security, 1990, Volume I, pp. 187-223, https://scienceandglobalsecurity.org/archive/sgs01fenstermacher.pdf
[4] Per le testate nucleari “tradizionali” era infatti stata ideata la “bomba al neutrone”, per potenziare l’emissione di neutroni, che però non è mai entrata a far parte degli arsenali nucleari.
[5] La citazione della NAS è tratta dalla ref. 2, senza data.
[6] Le armi a energia diretta includono laser ad alta energia, dispositivi a radiofrequenza o a microonde ad alta potenza e armi a fascio di particelle cariche o neutre. Un rapporto del 2020 (Henry “Trey” Obering, “Directed Energy Weapons Are Real … And Disruptive”, https://ndupress.ndu.edu/Portals/68/Documents/prism/prism_8-3/prism_8-3_Obering_36-46.pdf) afferma: «Le armi a energia diretta non sono più solo fantascienza. Esse sono reali e stanno maturando rapidamente. Nei prossimi anni, l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica degli Stati Uniti hanno in programma di sviluppare e mettere in campo queste armi a un ritmo crescente. Saranno impiegate su veicoli terrestri, aerei, elicotteri e navi.» … «Gli Stati Uniti hanno fatto molta strada nello sviluppo delle capacità delle armi a energia diretta e ora si trovano in una fase critica. La tecnologia sta maturando rapidamente, stanno emergendo minacce che l’energia diretta può affrontare in modo quasi unico e i combattenti stanno segnalando il loro sostegno. Tuttavia, come per lo sviluppo di qualsiasi capacità militare senza precedenti, ci sono rischi, sfide e imitazioni che riguardano i costi, i tempi e le prestazioni.»
[7] Ibidem.
[8] Fisico tedesco, Nobel per la Fisica nel 1967, emigrato negli USA dove prese parte al progetto Manhattan e durante la seconda guerra mondiale, fu a capo della Divisione Teorica presso il laboratorio segreto di Los Alamos. Successivamente si schierò contro gli esperimenti atomici e il riarmo nucleare.
[9] https://scienceandglobalsecurity.org/archive/sgs07jones.pdf
Fonte
21/10/2022
Capitan Arkhipov per salvarci oggi
di Angelo Baracca - Il Fatto Quotidiano 19 ottobre 2022
Il 14-27 ottobre cade il sessantesimo anniversario della crisi dei missili a Cuba del 1962. In questi mesi di guerra in Ucraina è stato spesso richiamato il parallelo fra quella crisi e quella ucraina, ma è un confronto che non considera alcune differenze sostanziali. Pochi sanno come si sfiorò la guerra nucleare, e chi la evitò.
La Guerra Fredda innescò la competizione nucleare fra gli Usa e l’Urss: nel 1962 gli Usa avevano circa 30.000 testate nucleari, l’Urss 5.000: in abbondanza per incenerire il mondo! Il disegno aggressivo era realizzato in modo occulto.
Nel 1959 gli Usa avevano segretamente schierato in Turchia e in Italia missili nucleari in grado di colpire il territorio sovietico. Nel luglio 1962 Nikita Krusciov decise di schierare segretamente missili nucleari a Cuba (ovviamente con il consenso dei cubani), anche come deterrente per le interferenze di Washington.
Ma il 14 ottobre un aereo spia U-2 fotografa le prove che l’Urss sta costruendo a Cuba rampe di lancio. Inizia la più grave crisi dall’inizio della Guerra Fredda: per 13 lunghi giorni Urss e Usa si fronteggiano, arrivando a un passo dalla guerra. Kennedy ordina il blocco navale a Cuba.
Lo Stato maggiore Usa insiste per un’azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventino operative: non sanno che a Cuba si trovano già 140 testate nucleari sovietiche!
Intanto Krusciov ha inviato verso Cuba vari sommergibili, armati ciascuno di una torpedine con una testata nucleare di 10 kt (poco meno di quella su Hiroshima), di scorta ai mercantili diretti verso l’isola. La squadra di quattro sommergibili a propulsione diesel è al comando del capitano Vassili Arkhipov, che si trova sull’ammiraglia B-59 ma non ne è il comandante.
Su ogni sommergibile l’eventuale decisione di lanciare la torpedine nucleare richiede il consenso del comandante e dell’ufficiale politico: ma sul B-59 è necessario anche il consenso del comandante dell’intera squadra, appunto Arkhipov.
Quel fatidico 27 ottobre 1962 una squadra navale statunitense individua in acque internazionali il sommergibile B-59 e inizia una caccia a oltranza per costringerlo a emergere. La tensione a bordo è alle stelle. Il sistema di ventilazione dei sommergibili della flotta dell’Artico non funziona bene nell’Atlantico: la temperatura all’interno del sommergibile sale a 45-50 gradi; aumenta anche l’anidride carbonica, l’equipaggio (78 membri) non è quasi in grado di respirare.
È impossibile contattare Mosca e sotto la caccia degli americani il capitano del B-59 Savitsky è convinto che la guerra sia scoppiata, non vuole affondare senza combattere, decide di lanciare la testata nucleare contro la portaerei: moriremo anche noi, ma affonderemo anche loro.
L’ufficiale politico è d’accordo col capitano, ma sul B-59 è necessario anche il consenso di Arkhipov: la Terza guerra mondiale, nucleare, dipende da lui. E Arkhipov si oppone, ragiona, convince il comandante. Il quale non è lontano dal vero: quel 27 ottobre la crisi è al culmine, un aereo spia U-2 statunitense viene abbattuto su Cuba e un altro sulla Russia viene quasi intercettato.
Kennedy patteggia il ritiro dei missili da Cuba in cambio della promessa di non invadere più Cuba. I mercantili sovietici tornano indietro e il 28 ottobre Krusciov annuncia di avere ordinato la rimozione dei missili da Cuba.
Arkhipov convince il comandante Savitsky a fare emergere il B-59: rifiuta l’assistenza dei caccia statunitensi e fa rotta verso la Russia. La sua missione è fallita.
Arkhipov continuerà a prestare servizio nella Marina sovietica, il suo ruolo nell’avere salvato il mondo è rimasto sconosciuto fino a poco prima della sua morte, nel 1998, a 72 anni. Sua moglie Olga racconterà qualche anno più tardi, “Sono stata e sempre sarò fiera di mio marito. Lui è l’uomo che ha salvato il mondo”.
Ma c’è un altro aspetto non trascurabile della vicenda che si è saputo solo dopo 50 anni. Ho sottolineato come lo schieramento di missili nucleari in territori stranieri da parte di Washington venisse effettuato segretamente: e così avevano fatto nel 1961 anche in Giappone, a Okinawa, cosa che Krusciov sospettava, anche se la loro gittata poteva colpire parti della Cina ma non l’Urss.
I Kennedy Tapes hanno rivelato che questo era ignoto allo stesso presidente Kennedy, eletto nel gennaio 1961, e ne fu informato proprio quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba. In ogni caso, nel suo discorso televisivo del 22 ottobre 1962, una settimana dopo lo scoppio della crisi, Kennedy ebbe l’impudenza di affermare: “I nostri missili strategici non sono mai stati trasferiti nel territorio di un’altra nazione sotto un manto di segretezza e inganno”.
Così solo nel 2015 è emersa una testimonianza di un militare di nome Bordne, in servizio a Okinawa, che proprio in quella fatidica notte del 27 ottobre il suo superiore, William Bassett (deceduto nel 2011), ricevette un ordine di lanciare i missili nucleari: ma intuì che in quell’ordine qualcosa non tornava, prese tempo, chiese chiarimenti, insistette per ben due volte, e finalmente ricevette il contrordine: fermare tutto!
Così oggi possiamo raccontare questa vicenda. Oggi le cose non stanno più così: con la motivazione di evitare gli “errori umani” si è sviluppata la tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari ad automatismi.
Il problema cruciale è l’errore, l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. Sfortunatamente la decisione presa da una macchina sarà irrevocabile! Le macchine non solo possono sbagliare, ma possono anche venire ingannate da falsi segnali.
Un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists del gennaio scorso commentava: “Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti!”.
Il parallelo fra la crisi dei missili a Cuba e il riaffacciarsi dell’incubo nucleare è certo evocativo ma inadeguato. Gli Usa con l’accordo del ritiro dei missili sovietici da Cuba del 1962 cedettero in cambio una cosa di importanza fondamentale per gli equilibri mondiali: più tardi ritirarono i loro missili schierati in Turchia e in Italia.
In questi anni la sicurezza in Europa è stata compromessa dall’estensione della Nato verso Est: quale concessione potrebbero offrire gli Usa per ristabilirla?
Fonte
Il 14-27 ottobre cade il sessantesimo anniversario della crisi dei missili a Cuba del 1962. In questi mesi di guerra in Ucraina è stato spesso richiamato il parallelo fra quella crisi e quella ucraina, ma è un confronto che non considera alcune differenze sostanziali. Pochi sanno come si sfiorò la guerra nucleare, e chi la evitò.
La Guerra Fredda innescò la competizione nucleare fra gli Usa e l’Urss: nel 1962 gli Usa avevano circa 30.000 testate nucleari, l’Urss 5.000: in abbondanza per incenerire il mondo! Il disegno aggressivo era realizzato in modo occulto.
Nel 1959 gli Usa avevano segretamente schierato in Turchia e in Italia missili nucleari in grado di colpire il territorio sovietico. Nel luglio 1962 Nikita Krusciov decise di schierare segretamente missili nucleari a Cuba (ovviamente con il consenso dei cubani), anche come deterrente per le interferenze di Washington.
Ma il 14 ottobre un aereo spia U-2 fotografa le prove che l’Urss sta costruendo a Cuba rampe di lancio. Inizia la più grave crisi dall’inizio della Guerra Fredda: per 13 lunghi giorni Urss e Usa si fronteggiano, arrivando a un passo dalla guerra. Kennedy ordina il blocco navale a Cuba.
Lo Stato maggiore Usa insiste per un’azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventino operative: non sanno che a Cuba si trovano già 140 testate nucleari sovietiche!
Intanto Krusciov ha inviato verso Cuba vari sommergibili, armati ciascuno di una torpedine con una testata nucleare di 10 kt (poco meno di quella su Hiroshima), di scorta ai mercantili diretti verso l’isola. La squadra di quattro sommergibili a propulsione diesel è al comando del capitano Vassili Arkhipov, che si trova sull’ammiraglia B-59 ma non ne è il comandante.
Su ogni sommergibile l’eventuale decisione di lanciare la torpedine nucleare richiede il consenso del comandante e dell’ufficiale politico: ma sul B-59 è necessario anche il consenso del comandante dell’intera squadra, appunto Arkhipov.
Quel fatidico 27 ottobre 1962 una squadra navale statunitense individua in acque internazionali il sommergibile B-59 e inizia una caccia a oltranza per costringerlo a emergere. La tensione a bordo è alle stelle. Il sistema di ventilazione dei sommergibili della flotta dell’Artico non funziona bene nell’Atlantico: la temperatura all’interno del sommergibile sale a 45-50 gradi; aumenta anche l’anidride carbonica, l’equipaggio (78 membri) non è quasi in grado di respirare.
È impossibile contattare Mosca e sotto la caccia degli americani il capitano del B-59 Savitsky è convinto che la guerra sia scoppiata, non vuole affondare senza combattere, decide di lanciare la testata nucleare contro la portaerei: moriremo anche noi, ma affonderemo anche loro.
L’ufficiale politico è d’accordo col capitano, ma sul B-59 è necessario anche il consenso di Arkhipov: la Terza guerra mondiale, nucleare, dipende da lui. E Arkhipov si oppone, ragiona, convince il comandante. Il quale non è lontano dal vero: quel 27 ottobre la crisi è al culmine, un aereo spia U-2 statunitense viene abbattuto su Cuba e un altro sulla Russia viene quasi intercettato.
Kennedy patteggia il ritiro dei missili da Cuba in cambio della promessa di non invadere più Cuba. I mercantili sovietici tornano indietro e il 28 ottobre Krusciov annuncia di avere ordinato la rimozione dei missili da Cuba.
Arkhipov convince il comandante Savitsky a fare emergere il B-59: rifiuta l’assistenza dei caccia statunitensi e fa rotta verso la Russia. La sua missione è fallita.
Arkhipov continuerà a prestare servizio nella Marina sovietica, il suo ruolo nell’avere salvato il mondo è rimasto sconosciuto fino a poco prima della sua morte, nel 1998, a 72 anni. Sua moglie Olga racconterà qualche anno più tardi, “Sono stata e sempre sarò fiera di mio marito. Lui è l’uomo che ha salvato il mondo”.
Ma c’è un altro aspetto non trascurabile della vicenda che si è saputo solo dopo 50 anni. Ho sottolineato come lo schieramento di missili nucleari in territori stranieri da parte di Washington venisse effettuato segretamente: e così avevano fatto nel 1961 anche in Giappone, a Okinawa, cosa che Krusciov sospettava, anche se la loro gittata poteva colpire parti della Cina ma non l’Urss.
I Kennedy Tapes hanno rivelato che questo era ignoto allo stesso presidente Kennedy, eletto nel gennaio 1961, e ne fu informato proprio quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba. In ogni caso, nel suo discorso televisivo del 22 ottobre 1962, una settimana dopo lo scoppio della crisi, Kennedy ebbe l’impudenza di affermare: “I nostri missili strategici non sono mai stati trasferiti nel territorio di un’altra nazione sotto un manto di segretezza e inganno”.
Così solo nel 2015 è emersa una testimonianza di un militare di nome Bordne, in servizio a Okinawa, che proprio in quella fatidica notte del 27 ottobre il suo superiore, William Bassett (deceduto nel 2011), ricevette un ordine di lanciare i missili nucleari: ma intuì che in quell’ordine qualcosa non tornava, prese tempo, chiese chiarimenti, insistette per ben due volte, e finalmente ricevette il contrordine: fermare tutto!
Così oggi possiamo raccontare questa vicenda. Oggi le cose non stanno più così: con la motivazione di evitare gli “errori umani” si è sviluppata la tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari ad automatismi.
Il problema cruciale è l’errore, l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. Sfortunatamente la decisione presa da una macchina sarà irrevocabile! Le macchine non solo possono sbagliare, ma possono anche venire ingannate da falsi segnali.
Un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists del gennaio scorso commentava: “Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti!”.
Il parallelo fra la crisi dei missili a Cuba e il riaffacciarsi dell’incubo nucleare è certo evocativo ma inadeguato. Gli Usa con l’accordo del ritiro dei missili sovietici da Cuba del 1962 cedettero in cambio una cosa di importanza fondamentale per gli equilibri mondiali: più tardi ritirarono i loro missili schierati in Turchia e in Italia.
In questi anni la sicurezza in Europa è stata compromessa dall’estensione della Nato verso Est: quale concessione potrebbero offrire gli Usa per ristabilirla?
Fonte
26/02/2022
Armi nucleari: innovazioni, aggiornamenti e più rischi
Biden formulerà una Nuclear Posture Review deludente che non si discosterà da quella di Trump.
1) Una guerra nucleare non può essere vinta: ma negli ambienti militari degli Stati Uniti circola una tesi opposta!
2) Gli enormi rischi della tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari alle macchine: se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
3) Infine per chiudere una notizia che potrebbe essere positiva, se verrà confermata.
La crisi Ucraina (se la chiamiamo USA-NATO-Russia sull’Ucraina è più chiaro) è in pieno corso: non si è dissolta la minaccia di una escalation militare, dietro la quale si paventa anche il rischio di un ricorso agli armamenti nucleari, che sarebbe ovviamente devastante per l’umanità.
Credo che nell’opinione pubblica la concezione del funzionamento, del controllo e del ruolo di queste armi sia in generale ferma a una decina di anni fa (al 2010 risale l’ultimo trattato di controllo, il Nuovo START), mentre invece le innovazioni che sono in corso sono profonde, e il mio parere (in realtà di molti esperti) è che non solo le rendano più micidiali ma – cosa ovviamente estremamente più grave – aumentino notevolmente, anziché allontanare, il rischio concreto del loro uso.
È indubbiamente un argomento che presenta aspetti complessi, e forse non è molto attrattivo in tempi in cui le cose si cercano in internet per trovare le risposte più semplici: ma cercare di approfondire è essenziale per le nostre vite. Il proverbio dice “Se lo conosci lo eviti”, non è sempre sufficiente ma sicuramente è necessario, e vale la pena fare un po’ di sforzo.
Non si pensi che sia semplice raccogliere tutte le notizie (soprattutto perché molte sono in pieno corso) e valutare la loro natura e le loro potenzialità. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, ma di fornire alcuni aggiornamenti che non credo siano molto noti, ed alcune valutazioni, come suol dirsi con beneficio di inventario. La fonte principale a cui mi rifaccio è una serie di articoli recenti del Bulletin of the Atomic Scientists.
Biden difficilmente disinnescherà i pericoli che ha ereditato dalle scelte di Trump!
Un articolo di Joe Cirincione sul Bulletin del 26 gennaio con il titolo eloquente “La politica di Biden stile Trump ci minaccia tutti”[1] inizia eloquentemente con questa frase:
«Il Congressional Budget Office stima che il governo spenderà oltre 634 miliardi di dollari per nuove armi nucleari in questo decennio. Si potrebbe pensare che il presidente Joe Biden cercherebbe di spostare alcuni di quei soldi in programmi che rivitalizzano il paese piuttosto che tenerlo incatenato ad armi obsolete della guerra fredda.
Vi sbagliereste.
Biden rilascerà presto un documento – la Nuclear Posture Review (NPR) – che delinea la visione della sua amministrazione sui rischi nucleari. Tutte le indicazioni sono che assomiglierà molto a quella dell’ex presidente Donald Trump.»
Avevo già dato notizia tre mesi fa, sempre da un articolo di Cirincione, del fatto che il Pentagono sia determinato a impedire al presidente Biden di cambiare la posizione nucleare degli Stati Uniti del tempo della guerra fredda[2].
Il nuovo articolo di Cirincione è più argomentato, ed acquista anche toni accorati. La condizione di Biden è critica da più punti di vista, egli è alle prese con alcune delle crisi più gravi che l’America abbia mai affrontato, i conflitti globali incombono, il suo sostegno politico in patria è in crisi, ed è sotto costante attacco da parte di un’opposizione repubblicana frenetica.
È quindi costretto a muoversi con molta circospezione, qualsiasi cosa che lo faccia apparire debole o rischi la defezione di un politico democratico mette in pericolo la sua intera agenda.
Sebbene il controllo delle armi nucleari sia un tema sul quale egli si è impegnato durante la sua carriera politica, a parere di Cirincione «egli taglierà solo alcuni programmi e aggiusterà un po’ di retorica, ma fondamentalmente manterrà in vigore la maggior parte delle armi e delle politiche di Trump.»
«Una postura nucleare ‘alla Trump’ eviterà grandi lotte con le cinque grandi corporazioni che costruiscono queste armi, i loro sostenitori al Congresso e gli esperti che finanziano. Manterrà il flusso di denaro nei distretti e negli stati del Congresso. Ai Progressisti non piacerà, ma in gran parte preserverà l’unità dei caucus democratici alla Camera e al Senato.»
Ma sarà una scelta accorta? Il giudizio su Cirincione è decisamente negativo, «giocando in difesa, Biden rinuncia alla sua più grande possibilità di trasformazione. Ucciderà tutto ma ucciderà in particolareil suo lodevole obiettivo di riconsiderare le priorità di sicurezza dell’America.»
Biden aveva inaugurato la sua presidenza con l’ambizioso programma Build Back Better (ricostruire meglio) per rilanciare l’economia statunitense coniugando contrasto della pandemia, politiche verdi e al femminile, occupazione, lasciando addirittura crescere il budget del Pentagono: questo suo programma è franato ed inoltre il suo indice di gradimento fra i cittadini statunitensi sta scemando, prospettando una confitta nelle elezioni di mid term, aggravando il pericolo di un ritorno di Trump alle prossime presidenziali.
«Sembra sempre più – scrive Cirincione – che Biden non possa avere tutto. Dovrà scegliere. È qui che entra in gioco il suo NPR.
I rapporti indicano che la revisione – condotta da funzionari del Pentagono e appaltatori con un contributo simbolico da altri dipartimenti – cancellerà uno o due piccoli programmi nucleari, molto probabilmente un nuovo missile da crociera lanciato dal mare e un’enorme bomba lanciata dall’aria, la B-83, che è 100 volte più distruttiva della bomba che ha raso al suolo Hiroshima. Probabilmente modificherà anche la politica degli Stati Uniti per essere più favorevole al controllo degli armamenti e ridurre la gamma di situazioni in cui gli Stati Uniti inizierebbero una guerra nucleare.
Biden lascerà le armi più pericolose dell’arsenale statunitense, i missili terrestri che devono essere lanciati entro pochi minuti da un avvertimento di un attacco – anche prima che un presidente possa essere certo che l’attacco non sia stato un errore del computer o un cyber hacking. Peggio ancora, approverà, per la prima volta da un presidente democratico, il piano del Pentagono – portato avanti da Trump nei suoi ultimi mesi – per costruire un nuovo missile balistico intercontinentale che costerà oltre 264 miliardi di dollari. Nel complesso, i piani nucleari del Pentagono costeranno almeno 2 trilioni di dollari nei prossimi 25 anni.
[In definitiva, aggiunge Cirincone] ... lascerà in vigore le politiche della Guerra Fredda, compreso il primo uso delle armi nucleari in un conflitto, l’unica autorità del presidente per lanciare queste armi, e il mantenimento di centinaia di missili in allerta. Queste politiche si combinano per dare ad una sola persona il potere di distruggere in pochi minuti tutto ciò che l’umanità ha costruito nel corso di millenni.»
Ma c’è anche di peggio ad aggravare gli allarmi!
Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta: ma negli ambienti militari statunitensi circola una tesi opposta!
Questa tesi fu alla base dell’accodo fra i presidenti Reagan (non certo una colomba) e Gorbachev quando nel 1987 siglarono il trattato INF (Intermediate Nuclear Forces) sull’eliminazione dei missili nucleari a raggio breve e intermedio, che pose fine alla decennale Crisi degli Euromissili (1977-1987): nella quale era realmente stato sfiorato nel 1983 il rischio di una guerra nucleare globale (raccomando assolutamente l’agghiacciante documentario “1983, quando il mondo ha rischiato la terza guerra mondiale”).
Questa tesi è stata ribadita nell’incontro dei 5 maggiori stati nucleari all’inizio di quest’anno[3].
Ma un articolo del Bulletin del 2 febbraio[4] fornisce la notizia agghiacciante che «Eppure molti nell’establishment della difesa statunitense – militari, governo, think tank e industria – promuovono la percezione che una guerra nucleare può essere vinta e combattuta.
Inoltre, lo fanno con una voce che è influente, rispettata, ben finanziata e trattata con deferenza. La metodica messaggistica della leadership della difesa statunitense alla sua forza lavoro aiuta a plasmare le opinioni di questo massiccio gruppo multisettoriale che include sostenitori, futuri leader e responsabili delle decisioni. Questo incentiva una visione delle politiche sulle armi nucleari che intensifica e accelera la nuova corsa agli armamenti nucleari che si sta formando tra Stati Uniti, Cina e Russia.»
Non mi dilungo qui per brevità nei dettagli dell’articolo, ma non sfuggirà a nessuno la gravità di queste posizioni, per di più diffuse mentre è in corso la crisi ucraina, che potrebbe precipitare in modo incontrollabile! Piuttosto cito il parere di Hans Kritensen, della Federazione degli Scienziati Americani e uno dei più autorevoli esperti indipendenti mondiali, in un’audizione alla Economic and Security Review Commission nel giugno 2021, che mi sento di sottoscrivere[5]:
«Personalmente dubito che qualsiasi paese si asterrebbe dall’usare per primo le armi nucleari se concludesse che la sua sopravvivenza dipende da questo, che abbia o meno una politica di non primo uso. Più che una garanzia di qualsiasi cosa durante una guerra, l’effetto più benefico e d’impatto di una politica di non primo uso è probabilmente il suo potenziale per limitare le ambizioni e la prontezza della postura nucleare.»
Personalmente ho ripreso in questi anni l’opinione di molti esperti che il provvedimento più urgente che le potenze nucleari dovrebbero prendere sarebbe di separare fisicamente le testate nucleari dai missili in modo che in caso di allarme o di emergenza siano necessarie ore, o giorni, per riattivare i missili, dando tempo per appurare se si tratta di un falso allarme, e di intavolare negoziati. Ma lo statement delle 5 potenze nucleari non ne fa nemmeno cenno!
Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
In articoli passati ho denunciato il fatto che l’ossessione tecnicista (alimentata ovviamente dai colossali interessi dell’industria) che l’automazione totale possa evitare gli errori umani introduce in realtà fattori di intrinseca incontrollabilità del comando delle armi nucleari.
Scrivevo nel luglio scorso: “La fallibilità degli operatori umani ha alimentato lo sviluppo esasperato di sistemi di controllo automatizzato: il problema però è che tutte le macchine sono soggette a malfunzionamenti, con l’aggravante che la macchina non è suscettibile di riflessione critica e di ravvedimento, e questo può condurre al disastro.”[6]
Un articolo del Bulletin del 1 febbraio scorso analizza i gravissimi rischi che questo comporta[7]: «I militari stanno sempre più incorporando funzioni autonome nei sistemi di armi, anche se, per quanto si sappia, non hanno ancora girato i codici di lancio nucleare a un sistema di Intelligenza Artificiale. ... Non c’è garanzia che qualche militare non metta l’IA a controllo dei lanci nucleari.»
«L’enorme problema delle armi nucleari autonome, e in realtà di tutte le armi autonome, è l’errore. Le intelligenze artificiali basate sull’apprendimento automatico ‒ l’attuale IA in voga ‒ si basano su grandi quantità di dati per eseguire un compito. ... In un contesto di armi nucleari, un governo può avere pochi dati sulle piattaforme militari avversarie; i dati esistenti possono essere strutturalmente distorti, per esempio, basandosi su immagini satellitari; o i dati possono non tenere conto delle variazioni ovvie e previste, come le immagini scattate durante un tempo nebbioso, piovoso o coperto.»
Le armi nucleari sono state usate solo due volte, e gravi crisi nucleari sono state fortunatamente rare. «La mancanza di esempi ostacola anche gli esseri umani, ma questi ultimi hanno la capacità di ragionamenti di ordine superiore. Gli esseri umani possono creare teorie e identificare generalità da informazioni limitate o informazioni che sono analoghe, ma non equivalenti. Le macchine non possono fare altrettanto. La sfida più profonda è l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. ... Un sistema autonomo progettato per rilevare e reagire contro un’arma nucleare in arrivo, anche se altamente accurato, mostrerà spesso falsi positivi.»
«Nel caso estremamente improbabile che questi problemi possano essere tutti risolti, le armi nucleari autonome introducono nuovi rischi di errore e opportunità per i cattivi attori di manipolare i sistemi. L’attuale IA non è solo fragile; è facile da ingannare.
Un singolo cambiamento di pixel è sufficiente per convincere un’IA che un bombardiere stealth è un cane. Questo crea due problemi. Se un paese cercasse davvero una guerra nucleare, potrebbe prima ingannare il sistema di IA, rendendolo inutile. Oppure un’organizzazione terroristica apocalittica e ben dotata di risorse, come la setta giapponese Aum Shinrikyo, potrebbe tentare di ingannare il sistema di un avversario per iniziare una guerra nucleare.
Entrambi gli approcci possono essere eseguiti in modi abbastanza sottili, difficili da rilevare: l’avvelenamento dei dati potrebbe manipolare i dati di addestramento che alimentano il sistema di IA, o sistemi senza equipaggio o emettitori potrebbero essere usati per ingannare un’IA a credere che un attacco nucleare sia in arrivo.»
«...la mancanza di dati di addestramento e di ambienti di test nel mondo reale significa che un’arma nucleare autonoma potrebbe sperimentare numerose distorsioni, che potrebbero non essere mai scoperte fino a dopo che una guerra nucleare è iniziata.»
Il GAO (U.S. Government Accountability Office) su intelligenza artificiale e armi nucleari
Pochi giorni fa il GAO ha pubblicato un complesso rapporto su “Intelligenza artificiale: Stato di sviluppo e acquisizione di capacità per i sistemi d’arma”8]. Anche se il rapporto non riguarda le armi nucleari, molte osservazioni collimano con quelle dell’articolo che ho appena citato:
«Il Dipartimento della Difesa (DOD) sta lavorando per sviluppare sistemi informatici capaci di svolgere compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana.
Abbiamo scoperto che gli sforzi del Dipartimento della Difesa per acquisire l’IA si presentano con alcune sfide che il Dipartimento affronta di solito, come i lunghi processi di acquisizione del Dipartimento della Difesa e le carenze di personale qualificato, così come le sfide specifiche dell’IA, come avere abbastanza dati utilizzabili per addestrare l’IA.
Per esempio, l’IA per rilevare i sottomarini di un avversario richiede la raccolta di molte immagini di vari sottomarini e la loro etichettatura in modo che l’IA possa imparare a identificarne uno da sola.
Il DOD ha anche difficoltà a integrare l’IA addestrata nei sistemi d’arma esistenti che non sono stati progettati per essa e a costruire la fiducia nell’IA tra il suo personale. Il DOD ha avviato una serie di sforzi, come la creazione di una piattaforma digitale interservizi per l’IA e gli addestramenti specifici per l’IA, per affrontare queste sfide e sostenere il suo perseguimento dell’IA, ma è troppo presto per valutare l’efficacia.»
Una notizia potenzialmente positiva, anche se per il momento provvisoria
In questo contesto decisamente allarmante potrebbe arrivare una buona notizia, ma ancora provvisoria. Da tempo si trascinano negoziati alla IAEA a Vienna tra USA + le 5 potenze Nucleari del Consiglio di Sicurezza + la Germania e l’Iran per cercare di riannodare l’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) siglato da Obama nel 2015 e stracciato unilateralmente e ingiustificatamente da Trump nel 2019.
È noto, succintamente, che un nodo cruciale sono le sanzioni imposte all’Iran che hanno gravemente compromesso la sua economia, e sembra rimanere ancora il nodo da sciogliere: incrociamo le dita sperando nel meglio.
È largamente nota l’intenzione di Israele da tempo di bombardare gli impianti iraniani: questa eventualità sarebbe davvero una tragedia!
Note
1) J. Cirincione, “Biden’s Trump-lite nuclear policy threatens us all”, Bulletin of the Atomic Scientists, 26 gennaio 2022
2) Torna attuale oggi , o meglio declina, una speranza che Cirincione esprimeva 4 mesi fa, che la nuova coalizione di centro-sinistra in Germania potesse chiedere che gli Stati Uniti ritirino le testate nucleari schierate nel paese: oggi sappiamo che questa speranza è sfumata!
3) Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States on Preventing Nuclear War and Avoiding Arms Races
4) Alan Kaptanoglue Stewrd Prader, “US defense to its workforce: Nuclear war can be won”, Bulletin of the Atomic Scientists, 2 febbraio 2022.
5) https://www.uscc.gov/sites/default/files/2021-06/Hans_Kristensen_Testimony.pdf
6) Baracca, “Digitalizzazione, spazio informatico: quante le delizie … e quante le croci, e i rischi?”, Pressenza.
7) Zachary Kallenborn, “Giving an AI control of nuclear weapons: What could possibly go wrong?”, Bulletin of the Atomic Scientists, 1 febbraio 2022
8) "Artificial Intelligence: Status of Developing and Acquiring Capabilities for Weapon Systems”, 17 febbraio 2022.
Fonte
1) Una guerra nucleare non può essere vinta: ma negli ambienti militari degli Stati Uniti circola una tesi opposta!
2) Gli enormi rischi della tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari alle macchine: se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
3) Infine per chiudere una notizia che potrebbe essere positiva, se verrà confermata.
La crisi Ucraina (se la chiamiamo USA-NATO-Russia sull’Ucraina è più chiaro) è in pieno corso: non si è dissolta la minaccia di una escalation militare, dietro la quale si paventa anche il rischio di un ricorso agli armamenti nucleari, che sarebbe ovviamente devastante per l’umanità.
Credo che nell’opinione pubblica la concezione del funzionamento, del controllo e del ruolo di queste armi sia in generale ferma a una decina di anni fa (al 2010 risale l’ultimo trattato di controllo, il Nuovo START), mentre invece le innovazioni che sono in corso sono profonde, e il mio parere (in realtà di molti esperti) è che non solo le rendano più micidiali ma – cosa ovviamente estremamente più grave – aumentino notevolmente, anziché allontanare, il rischio concreto del loro uso.
È indubbiamente un argomento che presenta aspetti complessi, e forse non è molto attrattivo in tempi in cui le cose si cercano in internet per trovare le risposte più semplici: ma cercare di approfondire è essenziale per le nostre vite. Il proverbio dice “Se lo conosci lo eviti”, non è sempre sufficiente ma sicuramente è necessario, e vale la pena fare un po’ di sforzo.
Non si pensi che sia semplice raccogliere tutte le notizie (soprattutto perché molte sono in pieno corso) e valutare la loro natura e le loro potenzialità. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, ma di fornire alcuni aggiornamenti che non credo siano molto noti, ed alcune valutazioni, come suol dirsi con beneficio di inventario. La fonte principale a cui mi rifaccio è una serie di articoli recenti del Bulletin of the Atomic Scientists.
Biden difficilmente disinnescherà i pericoli che ha ereditato dalle scelte di Trump!
Un articolo di Joe Cirincione sul Bulletin del 26 gennaio con il titolo eloquente “La politica di Biden stile Trump ci minaccia tutti”[1] inizia eloquentemente con questa frase:
«Il Congressional Budget Office stima che il governo spenderà oltre 634 miliardi di dollari per nuove armi nucleari in questo decennio. Si potrebbe pensare che il presidente Joe Biden cercherebbe di spostare alcuni di quei soldi in programmi che rivitalizzano il paese piuttosto che tenerlo incatenato ad armi obsolete della guerra fredda.
Vi sbagliereste.
Biden rilascerà presto un documento – la Nuclear Posture Review (NPR) – che delinea la visione della sua amministrazione sui rischi nucleari. Tutte le indicazioni sono che assomiglierà molto a quella dell’ex presidente Donald Trump.»
Avevo già dato notizia tre mesi fa, sempre da un articolo di Cirincione, del fatto che il Pentagono sia determinato a impedire al presidente Biden di cambiare la posizione nucleare degli Stati Uniti del tempo della guerra fredda[2].
Il nuovo articolo di Cirincione è più argomentato, ed acquista anche toni accorati. La condizione di Biden è critica da più punti di vista, egli è alle prese con alcune delle crisi più gravi che l’America abbia mai affrontato, i conflitti globali incombono, il suo sostegno politico in patria è in crisi, ed è sotto costante attacco da parte di un’opposizione repubblicana frenetica.
È quindi costretto a muoversi con molta circospezione, qualsiasi cosa che lo faccia apparire debole o rischi la defezione di un politico democratico mette in pericolo la sua intera agenda.
Sebbene il controllo delle armi nucleari sia un tema sul quale egli si è impegnato durante la sua carriera politica, a parere di Cirincione «egli taglierà solo alcuni programmi e aggiusterà un po’ di retorica, ma fondamentalmente manterrà in vigore la maggior parte delle armi e delle politiche di Trump.»
«Una postura nucleare ‘alla Trump’ eviterà grandi lotte con le cinque grandi corporazioni che costruiscono queste armi, i loro sostenitori al Congresso e gli esperti che finanziano. Manterrà il flusso di denaro nei distretti e negli stati del Congresso. Ai Progressisti non piacerà, ma in gran parte preserverà l’unità dei caucus democratici alla Camera e al Senato.»
Ma sarà una scelta accorta? Il giudizio su Cirincione è decisamente negativo, «giocando in difesa, Biden rinuncia alla sua più grande possibilità di trasformazione. Ucciderà tutto ma ucciderà in particolareil suo lodevole obiettivo di riconsiderare le priorità di sicurezza dell’America.»
Biden aveva inaugurato la sua presidenza con l’ambizioso programma Build Back Better (ricostruire meglio) per rilanciare l’economia statunitense coniugando contrasto della pandemia, politiche verdi e al femminile, occupazione, lasciando addirittura crescere il budget del Pentagono: questo suo programma è franato ed inoltre il suo indice di gradimento fra i cittadini statunitensi sta scemando, prospettando una confitta nelle elezioni di mid term, aggravando il pericolo di un ritorno di Trump alle prossime presidenziali.
«Sembra sempre più – scrive Cirincione – che Biden non possa avere tutto. Dovrà scegliere. È qui che entra in gioco il suo NPR.
I rapporti indicano che la revisione – condotta da funzionari del Pentagono e appaltatori con un contributo simbolico da altri dipartimenti – cancellerà uno o due piccoli programmi nucleari, molto probabilmente un nuovo missile da crociera lanciato dal mare e un’enorme bomba lanciata dall’aria, la B-83, che è 100 volte più distruttiva della bomba che ha raso al suolo Hiroshima. Probabilmente modificherà anche la politica degli Stati Uniti per essere più favorevole al controllo degli armamenti e ridurre la gamma di situazioni in cui gli Stati Uniti inizierebbero una guerra nucleare.
Biden lascerà le armi più pericolose dell’arsenale statunitense, i missili terrestri che devono essere lanciati entro pochi minuti da un avvertimento di un attacco – anche prima che un presidente possa essere certo che l’attacco non sia stato un errore del computer o un cyber hacking. Peggio ancora, approverà, per la prima volta da un presidente democratico, il piano del Pentagono – portato avanti da Trump nei suoi ultimi mesi – per costruire un nuovo missile balistico intercontinentale che costerà oltre 264 miliardi di dollari. Nel complesso, i piani nucleari del Pentagono costeranno almeno 2 trilioni di dollari nei prossimi 25 anni.
[In definitiva, aggiunge Cirincone] ... lascerà in vigore le politiche della Guerra Fredda, compreso il primo uso delle armi nucleari in un conflitto, l’unica autorità del presidente per lanciare queste armi, e il mantenimento di centinaia di missili in allerta. Queste politiche si combinano per dare ad una sola persona il potere di distruggere in pochi minuti tutto ciò che l’umanità ha costruito nel corso di millenni.»
Ma c’è anche di peggio ad aggravare gli allarmi!
Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta: ma negli ambienti militari statunitensi circola una tesi opposta!
Questa tesi fu alla base dell’accodo fra i presidenti Reagan (non certo una colomba) e Gorbachev quando nel 1987 siglarono il trattato INF (Intermediate Nuclear Forces) sull’eliminazione dei missili nucleari a raggio breve e intermedio, che pose fine alla decennale Crisi degli Euromissili (1977-1987): nella quale era realmente stato sfiorato nel 1983 il rischio di una guerra nucleare globale (raccomando assolutamente l’agghiacciante documentario “1983, quando il mondo ha rischiato la terza guerra mondiale”).
Questa tesi è stata ribadita nell’incontro dei 5 maggiori stati nucleari all’inizio di quest’anno[3].
Ma un articolo del Bulletin del 2 febbraio[4] fornisce la notizia agghiacciante che «Eppure molti nell’establishment della difesa statunitense – militari, governo, think tank e industria – promuovono la percezione che una guerra nucleare può essere vinta e combattuta.
Inoltre, lo fanno con una voce che è influente, rispettata, ben finanziata e trattata con deferenza. La metodica messaggistica della leadership della difesa statunitense alla sua forza lavoro aiuta a plasmare le opinioni di questo massiccio gruppo multisettoriale che include sostenitori, futuri leader e responsabili delle decisioni. Questo incentiva una visione delle politiche sulle armi nucleari che intensifica e accelera la nuova corsa agli armamenti nucleari che si sta formando tra Stati Uniti, Cina e Russia.»
Non mi dilungo qui per brevità nei dettagli dell’articolo, ma non sfuggirà a nessuno la gravità di queste posizioni, per di più diffuse mentre è in corso la crisi ucraina, che potrebbe precipitare in modo incontrollabile! Piuttosto cito il parere di Hans Kritensen, della Federazione degli Scienziati Americani e uno dei più autorevoli esperti indipendenti mondiali, in un’audizione alla Economic and Security Review Commission nel giugno 2021, che mi sento di sottoscrivere[5]:
«Personalmente dubito che qualsiasi paese si asterrebbe dall’usare per primo le armi nucleari se concludesse che la sua sopravvivenza dipende da questo, che abbia o meno una politica di non primo uso. Più che una garanzia di qualsiasi cosa durante una guerra, l’effetto più benefico e d’impatto di una politica di non primo uso è probabilmente il suo potenziale per limitare le ambizioni e la prontezza della postura nucleare.»
Personalmente ho ripreso in questi anni l’opinione di molti esperti che il provvedimento più urgente che le potenze nucleari dovrebbero prendere sarebbe di separare fisicamente le testate nucleari dai missili in modo che in caso di allarme o di emergenza siano necessarie ore, o giorni, per riattivare i missili, dando tempo per appurare se si tratta di un falso allarme, e di intavolare negoziati. Ma lo statement delle 5 potenze nucleari non ne fa nemmeno cenno!
Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
In articoli passati ho denunciato il fatto che l’ossessione tecnicista (alimentata ovviamente dai colossali interessi dell’industria) che l’automazione totale possa evitare gli errori umani introduce in realtà fattori di intrinseca incontrollabilità del comando delle armi nucleari.
Scrivevo nel luglio scorso: “La fallibilità degli operatori umani ha alimentato lo sviluppo esasperato di sistemi di controllo automatizzato: il problema però è che tutte le macchine sono soggette a malfunzionamenti, con l’aggravante che la macchina non è suscettibile di riflessione critica e di ravvedimento, e questo può condurre al disastro.”[6]
Un articolo del Bulletin del 1 febbraio scorso analizza i gravissimi rischi che questo comporta[7]: «I militari stanno sempre più incorporando funzioni autonome nei sistemi di armi, anche se, per quanto si sappia, non hanno ancora girato i codici di lancio nucleare a un sistema di Intelligenza Artificiale. ... Non c’è garanzia che qualche militare non metta l’IA a controllo dei lanci nucleari.»
«L’enorme problema delle armi nucleari autonome, e in realtà di tutte le armi autonome, è l’errore. Le intelligenze artificiali basate sull’apprendimento automatico ‒ l’attuale IA in voga ‒ si basano su grandi quantità di dati per eseguire un compito. ... In un contesto di armi nucleari, un governo può avere pochi dati sulle piattaforme militari avversarie; i dati esistenti possono essere strutturalmente distorti, per esempio, basandosi su immagini satellitari; o i dati possono non tenere conto delle variazioni ovvie e previste, come le immagini scattate durante un tempo nebbioso, piovoso o coperto.»
Le armi nucleari sono state usate solo due volte, e gravi crisi nucleari sono state fortunatamente rare. «La mancanza di esempi ostacola anche gli esseri umani, ma questi ultimi hanno la capacità di ragionamenti di ordine superiore. Gli esseri umani possono creare teorie e identificare generalità da informazioni limitate o informazioni che sono analoghe, ma non equivalenti. Le macchine non possono fare altrettanto. La sfida più profonda è l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. ... Un sistema autonomo progettato per rilevare e reagire contro un’arma nucleare in arrivo, anche se altamente accurato, mostrerà spesso falsi positivi.»
«Nel caso estremamente improbabile che questi problemi possano essere tutti risolti, le armi nucleari autonome introducono nuovi rischi di errore e opportunità per i cattivi attori di manipolare i sistemi. L’attuale IA non è solo fragile; è facile da ingannare.
Un singolo cambiamento di pixel è sufficiente per convincere un’IA che un bombardiere stealth è un cane. Questo crea due problemi. Se un paese cercasse davvero una guerra nucleare, potrebbe prima ingannare il sistema di IA, rendendolo inutile. Oppure un’organizzazione terroristica apocalittica e ben dotata di risorse, come la setta giapponese Aum Shinrikyo, potrebbe tentare di ingannare il sistema di un avversario per iniziare una guerra nucleare.
Entrambi gli approcci possono essere eseguiti in modi abbastanza sottili, difficili da rilevare: l’avvelenamento dei dati potrebbe manipolare i dati di addestramento che alimentano il sistema di IA, o sistemi senza equipaggio o emettitori potrebbero essere usati per ingannare un’IA a credere che un attacco nucleare sia in arrivo.»
«...la mancanza di dati di addestramento e di ambienti di test nel mondo reale significa che un’arma nucleare autonoma potrebbe sperimentare numerose distorsioni, che potrebbero non essere mai scoperte fino a dopo che una guerra nucleare è iniziata.»
Il GAO (U.S. Government Accountability Office) su intelligenza artificiale e armi nucleari
Pochi giorni fa il GAO ha pubblicato un complesso rapporto su “Intelligenza artificiale: Stato di sviluppo e acquisizione di capacità per i sistemi d’arma”8]. Anche se il rapporto non riguarda le armi nucleari, molte osservazioni collimano con quelle dell’articolo che ho appena citato:
«Il Dipartimento della Difesa (DOD) sta lavorando per sviluppare sistemi informatici capaci di svolgere compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana.
Abbiamo scoperto che gli sforzi del Dipartimento della Difesa per acquisire l’IA si presentano con alcune sfide che il Dipartimento affronta di solito, come i lunghi processi di acquisizione del Dipartimento della Difesa e le carenze di personale qualificato, così come le sfide specifiche dell’IA, come avere abbastanza dati utilizzabili per addestrare l’IA.
Per esempio, l’IA per rilevare i sottomarini di un avversario richiede la raccolta di molte immagini di vari sottomarini e la loro etichettatura in modo che l’IA possa imparare a identificarne uno da sola.
Il DOD ha anche difficoltà a integrare l’IA addestrata nei sistemi d’arma esistenti che non sono stati progettati per essa e a costruire la fiducia nell’IA tra il suo personale. Il DOD ha avviato una serie di sforzi, come la creazione di una piattaforma digitale interservizi per l’IA e gli addestramenti specifici per l’IA, per affrontare queste sfide e sostenere il suo perseguimento dell’IA, ma è troppo presto per valutare l’efficacia.»
Una notizia potenzialmente positiva, anche se per il momento provvisoria
In questo contesto decisamente allarmante potrebbe arrivare una buona notizia, ma ancora provvisoria. Da tempo si trascinano negoziati alla IAEA a Vienna tra USA + le 5 potenze Nucleari del Consiglio di Sicurezza + la Germania e l’Iran per cercare di riannodare l’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) siglato da Obama nel 2015 e stracciato unilateralmente e ingiustificatamente da Trump nel 2019.
È noto, succintamente, che un nodo cruciale sono le sanzioni imposte all’Iran che hanno gravemente compromesso la sua economia, e sembra rimanere ancora il nodo da sciogliere: incrociamo le dita sperando nel meglio.
È largamente nota l’intenzione di Israele da tempo di bombardare gli impianti iraniani: questa eventualità sarebbe davvero una tragedia!
Note
1) J. Cirincione, “Biden’s Trump-lite nuclear policy threatens us all”, Bulletin of the Atomic Scientists, 26 gennaio 2022
2) Torna attuale oggi , o meglio declina, una speranza che Cirincione esprimeva 4 mesi fa, che la nuova coalizione di centro-sinistra in Germania potesse chiedere che gli Stati Uniti ritirino le testate nucleari schierate nel paese: oggi sappiamo che questa speranza è sfumata!
3) Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States on Preventing Nuclear War and Avoiding Arms Races
4) Alan Kaptanoglue Stewrd Prader, “US defense to its workforce: Nuclear war can be won”, Bulletin of the Atomic Scientists, 2 febbraio 2022.
5) https://www.uscc.gov/sites/default/files/2021-06/Hans_Kristensen_Testimony.pdf
6) Baracca, “Digitalizzazione, spazio informatico: quante le delizie … e quante le croci, e i rischi?”, Pressenza.
7) Zachary Kallenborn, “Giving an AI control of nuclear weapons: What could possibly go wrong?”, Bulletin of the Atomic Scientists, 1 febbraio 2022
8) "Artificial Intelligence: Status of Developing and Acquiring Capabilities for Weapon Systems”, 17 febbraio 2022.
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