In vacanza in una località altoatesina e ospite in una struttura dove aveva già soggiornato un altro fisico di fama mondiale come Max Planck, il premio Nobel Giorgio Parisi continua a dire la sua sulla guerra in Ucraina. E la sua opinione è di ampio respiro e proiettata al futuro.
Continua a dire la sua perché si è espresso spesso sull’attuale situazione di tensione internazionale, con una visione lucida e radicata nella realtà che ha davanti. Nell’ottobre 2022 aveva già accennato alla necessità di un trattato che proibisse l’uso di ordigni atomici.
Lo scienziato ricordava che il ruolo svolto dalla sua categoria è sempre stato “quello di cercare di fare dei ponti”. Lo ha ribadito anche nel maggio scorso, quando in una lectio magistralis all’Università di Bari ha legato scienza e pace in un percorso che ci porti al disarmo nucleare.
Ma non si era fermato a questa dichiarazione di principio, che spesso si sente anche sulla bocca dei più guerrafondai. Aveva indicato anche un possibile punto di partenza per incamminarsi su questa via: “aprendo un negoziato globale, immaginando una fascia denuclearizzata in Europa e un accordo per il disarmo”.
“Se il discorso rimane solamente sull’Ucraina, è difficile che ci possa essere un accordo”, è quel che aveva già detto a un’intervista a La Repubblica, in occasione dell’anniversario dell’intervento russo.
Il riferimento storico è rimasto sempre la crisi dei missili a Cuba nel 1962.
Ricordiamo come nel 1961, appena dopo la rivoluzione, i servizi statunitensi avevano cercato di rovesciare il governo di Castro con l’invasione della Baia dei Porci. Quando l’URSS installò dunque dei missili sull’isola, lo stallo fu risolto solo guardando al di là dei Caraibi.
Fu trattando su un’architettura di sicurezza condivisa, riguardante diversi quadranti del pianeta (le Antille, Italia e Turchia), che si scongiurò il disastro nucleare. Serve la stessa “saggezza di Kennedy e Krusciov” dice Parisi, e lo ha ribadito anche dall’Alto Adige.
“È difficile capire qual è la probabilità, ma stiamo andando in una direzione assolutamente sbagliata” e finché si parla solo di Ucraina “o vince uno o vince l’altro”. I più strenui difensori del disordine euroatlantista diranno che la Russia va infatti sconfitta, continuando ad alimentare l’escalation.
In molti diranno sicuramente che Parisi è un filo-putiniano, perché la crisi di Cuba è stata citata anche da Lavrov per spiegare le preoccupazioni sulla sicurezza che muovono il Cremlino.
Potrebbe essere persino detto che una nuova governance globale è quella evocata dal patriarca moscovita Kirill in una recente visita di Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI.
Sentiremo certamente dire che il paragone con il 1962 è fuori luogo, perché qui ci troviamo di fronte a un’invasione frutto di mire imperiali. Dimentichi che la questione ucraina va avanti come un braccio di ferro con l’Occidente sin dal 2014, col golpe di Euromaidan e lo scoppio della guerra in Donbass.
Sono valutazioni con lo stesso valore di quelle che paragonavano un accordo con Mosca alla Conferenza di Monaco. Ovvero nessuno, dato che in quel vertice le cosiddette «democrazie» smembrarono paesi, regalandone pezzi a Hitler, e invece un accordo sarebbe servito proprio a scongiurare l’annessione di altre zone ucraine, cosa che è poi effettivamente avvenuta.
Insomma, il Nobel descrive solamente le relazioni internazionali così come funzionano. Un trentennio di predominio occidentale, imposto anche con la forza della NATO, hanno fatto passare il messaggio che Washington e Bruxelles hanno diritto a fare quel che vogliono, ma persino think tanks dei nostri paesi tengono posizioni molto più equilibrate.
Ad esempio, un articolo pubblicato lo scorso dicembre sul sito dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali proprio sul tema della guerra in Ucraina e dei missili cubani, parla di una “visione, ormai obsoleta, di una influenza euro-americana”. Stati Uniti e Unione Europea devono comprendere che “è arrivato il momento di trattare questi Stati emergenti come dei loro pari”.
Intanto, Parisi è stato tra gli estensori, insieme ad altri 30 premi Nobel, di un appello presentato in Vaticano a giugno, dal titolo “Mai più la guerra, basta armi nucleari, no alle violenze di qualsiasi natura e all’uso manipolativo di tecnologie e intelligenza artificiale”. Santa Sede che si è mossa più volte verso l’ipotesi di una trattativa.
Che tutti questi soggetti siano filo-putiniani, o siano semplicemente attenti osservatori del mondo che vira verso il multipolarismo?
E non sono disposti a decretare l’estinzione dell’umanità per mantenere il privilegio delle rapaci multinazionali euroatlantiche, ma credano nella possibilità della pace attraverso, appunto, una nuova e condivisa architettura di sicurezza globale?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/10/2022
Capitan Arkhipov per salvarci oggi
di Angelo Baracca - Il Fatto Quotidiano 19 ottobre 2022
Il 14-27 ottobre cade il sessantesimo anniversario della crisi dei missili a Cuba del 1962. In questi mesi di guerra in Ucraina è stato spesso richiamato il parallelo fra quella crisi e quella ucraina, ma è un confronto che non considera alcune differenze sostanziali. Pochi sanno come si sfiorò la guerra nucleare, e chi la evitò.
La Guerra Fredda innescò la competizione nucleare fra gli Usa e l’Urss: nel 1962 gli Usa avevano circa 30.000 testate nucleari, l’Urss 5.000: in abbondanza per incenerire il mondo! Il disegno aggressivo era realizzato in modo occulto.
Nel 1959 gli Usa avevano segretamente schierato in Turchia e in Italia missili nucleari in grado di colpire il territorio sovietico. Nel luglio 1962 Nikita Krusciov decise di schierare segretamente missili nucleari a Cuba (ovviamente con il consenso dei cubani), anche come deterrente per le interferenze di Washington.
Ma il 14 ottobre un aereo spia U-2 fotografa le prove che l’Urss sta costruendo a Cuba rampe di lancio. Inizia la più grave crisi dall’inizio della Guerra Fredda: per 13 lunghi giorni Urss e Usa si fronteggiano, arrivando a un passo dalla guerra. Kennedy ordina il blocco navale a Cuba.
Lo Stato maggiore Usa insiste per un’azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventino operative: non sanno che a Cuba si trovano già 140 testate nucleari sovietiche!
Intanto Krusciov ha inviato verso Cuba vari sommergibili, armati ciascuno di una torpedine con una testata nucleare di 10 kt (poco meno di quella su Hiroshima), di scorta ai mercantili diretti verso l’isola. La squadra di quattro sommergibili a propulsione diesel è al comando del capitano Vassili Arkhipov, che si trova sull’ammiraglia B-59 ma non ne è il comandante.
Su ogni sommergibile l’eventuale decisione di lanciare la torpedine nucleare richiede il consenso del comandante e dell’ufficiale politico: ma sul B-59 è necessario anche il consenso del comandante dell’intera squadra, appunto Arkhipov.
Quel fatidico 27 ottobre 1962 una squadra navale statunitense individua in acque internazionali il sommergibile B-59 e inizia una caccia a oltranza per costringerlo a emergere. La tensione a bordo è alle stelle. Il sistema di ventilazione dei sommergibili della flotta dell’Artico non funziona bene nell’Atlantico: la temperatura all’interno del sommergibile sale a 45-50 gradi; aumenta anche l’anidride carbonica, l’equipaggio (78 membri) non è quasi in grado di respirare.
È impossibile contattare Mosca e sotto la caccia degli americani il capitano del B-59 Savitsky è convinto che la guerra sia scoppiata, non vuole affondare senza combattere, decide di lanciare la testata nucleare contro la portaerei: moriremo anche noi, ma affonderemo anche loro.
L’ufficiale politico è d’accordo col capitano, ma sul B-59 è necessario anche il consenso di Arkhipov: la Terza guerra mondiale, nucleare, dipende da lui. E Arkhipov si oppone, ragiona, convince il comandante. Il quale non è lontano dal vero: quel 27 ottobre la crisi è al culmine, un aereo spia U-2 statunitense viene abbattuto su Cuba e un altro sulla Russia viene quasi intercettato.
Kennedy patteggia il ritiro dei missili da Cuba in cambio della promessa di non invadere più Cuba. I mercantili sovietici tornano indietro e il 28 ottobre Krusciov annuncia di avere ordinato la rimozione dei missili da Cuba.
Arkhipov convince il comandante Savitsky a fare emergere il B-59: rifiuta l’assistenza dei caccia statunitensi e fa rotta verso la Russia. La sua missione è fallita.
Arkhipov continuerà a prestare servizio nella Marina sovietica, il suo ruolo nell’avere salvato il mondo è rimasto sconosciuto fino a poco prima della sua morte, nel 1998, a 72 anni. Sua moglie Olga racconterà qualche anno più tardi, “Sono stata e sempre sarò fiera di mio marito. Lui è l’uomo che ha salvato il mondo”.
Ma c’è un altro aspetto non trascurabile della vicenda che si è saputo solo dopo 50 anni. Ho sottolineato come lo schieramento di missili nucleari in territori stranieri da parte di Washington venisse effettuato segretamente: e così avevano fatto nel 1961 anche in Giappone, a Okinawa, cosa che Krusciov sospettava, anche se la loro gittata poteva colpire parti della Cina ma non l’Urss.
I Kennedy Tapes hanno rivelato che questo era ignoto allo stesso presidente Kennedy, eletto nel gennaio 1961, e ne fu informato proprio quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba. In ogni caso, nel suo discorso televisivo del 22 ottobre 1962, una settimana dopo lo scoppio della crisi, Kennedy ebbe l’impudenza di affermare: “I nostri missili strategici non sono mai stati trasferiti nel territorio di un’altra nazione sotto un manto di segretezza e inganno”.
Così solo nel 2015 è emersa una testimonianza di un militare di nome Bordne, in servizio a Okinawa, che proprio in quella fatidica notte del 27 ottobre il suo superiore, William Bassett (deceduto nel 2011), ricevette un ordine di lanciare i missili nucleari: ma intuì che in quell’ordine qualcosa non tornava, prese tempo, chiese chiarimenti, insistette per ben due volte, e finalmente ricevette il contrordine: fermare tutto!
Così oggi possiamo raccontare questa vicenda. Oggi le cose non stanno più così: con la motivazione di evitare gli “errori umani” si è sviluppata la tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari ad automatismi.
Il problema cruciale è l’errore, l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. Sfortunatamente la decisione presa da una macchina sarà irrevocabile! Le macchine non solo possono sbagliare, ma possono anche venire ingannate da falsi segnali.
Un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists del gennaio scorso commentava: “Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti!”.
Il parallelo fra la crisi dei missili a Cuba e il riaffacciarsi dell’incubo nucleare è certo evocativo ma inadeguato. Gli Usa con l’accordo del ritiro dei missili sovietici da Cuba del 1962 cedettero in cambio una cosa di importanza fondamentale per gli equilibri mondiali: più tardi ritirarono i loro missili schierati in Turchia e in Italia.
In questi anni la sicurezza in Europa è stata compromessa dall’estensione della Nato verso Est: quale concessione potrebbero offrire gli Usa per ristabilirla?
Fonte
Il 14-27 ottobre cade il sessantesimo anniversario della crisi dei missili a Cuba del 1962. In questi mesi di guerra in Ucraina è stato spesso richiamato il parallelo fra quella crisi e quella ucraina, ma è un confronto che non considera alcune differenze sostanziali. Pochi sanno come si sfiorò la guerra nucleare, e chi la evitò.
La Guerra Fredda innescò la competizione nucleare fra gli Usa e l’Urss: nel 1962 gli Usa avevano circa 30.000 testate nucleari, l’Urss 5.000: in abbondanza per incenerire il mondo! Il disegno aggressivo era realizzato in modo occulto.
Nel 1959 gli Usa avevano segretamente schierato in Turchia e in Italia missili nucleari in grado di colpire il territorio sovietico. Nel luglio 1962 Nikita Krusciov decise di schierare segretamente missili nucleari a Cuba (ovviamente con il consenso dei cubani), anche come deterrente per le interferenze di Washington.
Ma il 14 ottobre un aereo spia U-2 fotografa le prove che l’Urss sta costruendo a Cuba rampe di lancio. Inizia la più grave crisi dall’inizio della Guerra Fredda: per 13 lunghi giorni Urss e Usa si fronteggiano, arrivando a un passo dalla guerra. Kennedy ordina il blocco navale a Cuba.
Lo Stato maggiore Usa insiste per un’azione militare per eliminare le rampe missilistiche prima che queste diventino operative: non sanno che a Cuba si trovano già 140 testate nucleari sovietiche!
Intanto Krusciov ha inviato verso Cuba vari sommergibili, armati ciascuno di una torpedine con una testata nucleare di 10 kt (poco meno di quella su Hiroshima), di scorta ai mercantili diretti verso l’isola. La squadra di quattro sommergibili a propulsione diesel è al comando del capitano Vassili Arkhipov, che si trova sull’ammiraglia B-59 ma non ne è il comandante.
Su ogni sommergibile l’eventuale decisione di lanciare la torpedine nucleare richiede il consenso del comandante e dell’ufficiale politico: ma sul B-59 è necessario anche il consenso del comandante dell’intera squadra, appunto Arkhipov.
Quel fatidico 27 ottobre 1962 una squadra navale statunitense individua in acque internazionali il sommergibile B-59 e inizia una caccia a oltranza per costringerlo a emergere. La tensione a bordo è alle stelle. Il sistema di ventilazione dei sommergibili della flotta dell’Artico non funziona bene nell’Atlantico: la temperatura all’interno del sommergibile sale a 45-50 gradi; aumenta anche l’anidride carbonica, l’equipaggio (78 membri) non è quasi in grado di respirare.
È impossibile contattare Mosca e sotto la caccia degli americani il capitano del B-59 Savitsky è convinto che la guerra sia scoppiata, non vuole affondare senza combattere, decide di lanciare la testata nucleare contro la portaerei: moriremo anche noi, ma affonderemo anche loro.
L’ufficiale politico è d’accordo col capitano, ma sul B-59 è necessario anche il consenso di Arkhipov: la Terza guerra mondiale, nucleare, dipende da lui. E Arkhipov si oppone, ragiona, convince il comandante. Il quale non è lontano dal vero: quel 27 ottobre la crisi è al culmine, un aereo spia U-2 statunitense viene abbattuto su Cuba e un altro sulla Russia viene quasi intercettato.
Kennedy patteggia il ritiro dei missili da Cuba in cambio della promessa di non invadere più Cuba. I mercantili sovietici tornano indietro e il 28 ottobre Krusciov annuncia di avere ordinato la rimozione dei missili da Cuba.
Arkhipov convince il comandante Savitsky a fare emergere il B-59: rifiuta l’assistenza dei caccia statunitensi e fa rotta verso la Russia. La sua missione è fallita.
Arkhipov continuerà a prestare servizio nella Marina sovietica, il suo ruolo nell’avere salvato il mondo è rimasto sconosciuto fino a poco prima della sua morte, nel 1998, a 72 anni. Sua moglie Olga racconterà qualche anno più tardi, “Sono stata e sempre sarò fiera di mio marito. Lui è l’uomo che ha salvato il mondo”.
Ma c’è un altro aspetto non trascurabile della vicenda che si è saputo solo dopo 50 anni. Ho sottolineato come lo schieramento di missili nucleari in territori stranieri da parte di Washington venisse effettuato segretamente: e così avevano fatto nel 1961 anche in Giappone, a Okinawa, cosa che Krusciov sospettava, anche se la loro gittata poteva colpire parti della Cina ma non l’Urss.
I Kennedy Tapes hanno rivelato che questo era ignoto allo stesso presidente Kennedy, eletto nel gennaio 1961, e ne fu informato proprio quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba. In ogni caso, nel suo discorso televisivo del 22 ottobre 1962, una settimana dopo lo scoppio della crisi, Kennedy ebbe l’impudenza di affermare: “I nostri missili strategici non sono mai stati trasferiti nel territorio di un’altra nazione sotto un manto di segretezza e inganno”.
Così solo nel 2015 è emersa una testimonianza di un militare di nome Bordne, in servizio a Okinawa, che proprio in quella fatidica notte del 27 ottobre il suo superiore, William Bassett (deceduto nel 2011), ricevette un ordine di lanciare i missili nucleari: ma intuì che in quell’ordine qualcosa non tornava, prese tempo, chiese chiarimenti, insistette per ben due volte, e finalmente ricevette il contrordine: fermare tutto!
Così oggi possiamo raccontare questa vicenda. Oggi le cose non stanno più così: con la motivazione di evitare gli “errori umani” si è sviluppata la tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari ad automatismi.
Il problema cruciale è l’errore, l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. Sfortunatamente la decisione presa da una macchina sarà irrevocabile! Le macchine non solo possono sbagliare, ma possono anche venire ingannate da falsi segnali.
Un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists del gennaio scorso commentava: “Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti!”.
Il parallelo fra la crisi dei missili a Cuba e il riaffacciarsi dell’incubo nucleare è certo evocativo ma inadeguato. Gli Usa con l’accordo del ritiro dei missili sovietici da Cuba del 1962 cedettero in cambio una cosa di importanza fondamentale per gli equilibri mondiali: più tardi ritirarono i loro missili schierati in Turchia e in Italia.
In questi anni la sicurezza in Europa è stata compromessa dall’estensione della Nato verso Est: quale concessione potrebbero offrire gli Usa per ristabilirla?
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