Pochi giorni fa, con due atti delegati, la Commissione europea ha deciso di estendere la produzione di idrogeno ad altre fonti di energia – oltre le rinnovabili – che non implichino l’uso di combustibili fossili: in pratica al nucleare.
Ora toccherà al Parlamento europeo ratificare o meno questa decisione, ma non c’è dubbio che essa si inserisce nel percorso di rilancio dell’energia nucleare in sede europea certificato con l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas nei primi mesi del 2022 e poi ratificato dal Parlamento europeo.
Dal canto suo il governo italiano, che nel maggio scorso aveva approvato due mozioni favorevoli alla partecipazione e allo sviluppo di progetti in campo nucleare, ha votato a favore di questa ultima decisione della Commissione europea.
Questi avvenimenti si collocano in una fase in cui il programma di avvicinamento alla neutralità climatica (prevista al 2050) incontra una serie di ostacoli sia di carattere realizzativo che politico, riconducibili – secondo alcuni commentatori – a quel negazionismo climatico tanto caro alla cultura conservatrice che nell’avanzata dei partiti di destra in parecchi paesi europei (e non solo), trova la sua naturale espressione.
George Monbiot, impegnato divulgatore di tematiche ambientali nonché apprezzato esponente del giornalismo di denuncia (nel 2022 gli è stato assegnato il premio Orwell), ha scritto un appassionato articolo sul Guardian del 15.06.2023 in cui, senza mezzi termini, attribuisce ai governi di destra la responsabilità dell’impasse nelle politiche ambientali.
Scrive Monbiot: “Mentre milioni di persone vengono cacciate dalle loro case a causa dei disastri climatici, l’estrema destra sfrutta la loro miseria per estendere la propria portata. Man mano che l’estrema destra guadagna potere, i programmi climatici vengono interrotti, il riscaldamento accelera e sempre più persone vengono cacciate dalle loro case.
Se non interrompiamo presto questo ciclo, esso diventerà l’elemento dominante dei nostri tempi”.
A fare le spese di questo atteggiamento, dice Monbiot, saranno le popolazioni più povere del mondo costrette ad emigrare per non morire perché “gli imprenditori della guerra culturale” contro le politiche ambientali si oppongono a qualsivoglia cambiamento razionale nelle abitudini dei paesi ricchi e ciò significa che “La negazione della scienza del clima, che era quasi svanita qualche anno fa, è ora tornata per vendicarsi. Gli scienziati e gli attivisti ambientali sono bombardati da affermazioni secondo cui sono tirapiedi, truffatori, comunisti, assassini e pedofili”.
Di analoga impostazione, ma più argomentato, è l’intervento di Mario Agostinelli sul Fatto quotidiano del 9.06.2023 in cui l’autore scrive: “Non era certo prevedibile, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, che l’Ue rallentasse il suo cammino da apripista dell’abbandono dei fossili. […]
Il percorso della decarbonizzazione sta incontrando ostacoli non previsti. Non tanto per la scontata ostilità delle “Big Oil”, quanto per la presa di distanza di forze di destra emergenti, che si caratterizzano, oltre che per l’arretramento sul fronte sociale, anche per un comportamento negazionista riguardo al cambiamento climatico.
La loro è, in particolare, una dichiarata resistenza contro la mobilità elettrica e la penetrazione inarrestabile delle rinnovabili nel mix energetico di nazioni in cui cresce la loro rappresentanza”.
Dopo aver sottolineato la natura antiscientifica di queste politiche di destra, Agostinelli scrive che “Gli interessi che collegano grande capitale e orientamento politico anti-ambientalista vengono portati alla luce sotto forme e narrazioni nuove rispetto al passato” la cui sintesi è riassumibile in una visione del mondo in cui “il benessere della popolazione (in ovvia coincidenza con la massimizzazione dei profitti per le imprese), verrebbe assicurato solo con il ricorso ad ulteriore combustione di gas integrata da una disseminazione territoriale di “nucleare pulito”, sotto forma di grandi e piccoli reattori”.
Quest’ultimo richiamo al nucleare si collega, non a caso, all’atteggiamento del governo Meloni che, con le due mozioni parlamentari sopra citate, vorrebbe riaprire la strada ad un ritorno del nucleare in Italia.
Ora, al di là del fatto che Agostinelli è un antinucleare mentre Monbiot non lo è più (nel 2015 è divenuto un convinto filo-nucleare) e di certe frasi imbarazzanti di quest’ultimo, secondo cui gli attivisti ambientali sarebbero etichettati come assassini, pedofili e persino comunisti (absit iniura verbis!), mi sembra che questi due interventi seguano un comune ordine narrativo non scevro da affermazioni apodittiche, a cui cercherò di opporre un po’ del mio disordine.
Il nucleare è di destra; la decarbonizzazione è di sinistra
Credo di aver scritto abbastanza sul plausibile destino del nucleare nel mondo per cui non posso che raccogliere la sollecitazione di Agostinelli a non restare indifferenti di fronte alle “voglie” nucleariste del governo Meloni.
Tuttavia mi colpisce il fatto che in entrambi gli articoli sopra citati, emerga la costruzione di un assioma secondo cui la decarbonizzazione sarebbe di “sinistra”, mentre l’uso del gas sarebbe di “destra” con l’aggiunta del nucleare, secondo le argomentazioni di Agostinelli.
Che il nucleare sia di destra è quantomeno risibile, dato che storicamente il sostegno maggiore a questa tecnologia origina proprio da formazioni di sinistra (comunque non di destra) in tutto il mondo sviluppato: i laburisti in Inghilterra, i socialisti in Francia, i Democratici negli Usa (con l’eccezione di Jimmy Carter) e il PCI in Italia.
Con un’aggravante per quanto riguarda il PCI: quella di accusare di antiscientificità tutti coloro che ne contestavano validità e fondatezza fin dagli anni ‘70 del secolo scorso.
Potrei fare un elenco di nomi (per esperienza diretta e personale) in cui compaiono i maggiori esponenti del PCI, della CGIL e della FIOM.
Nè si può argomentare che questi siano atteggiamenti remoti, di un passato politico che non c’è più, perché nel 2010-2011 – prima e dopo l’incidente di Fukushima – una larga parte dell’intellighentia di sinistra (scienziati, ricercatori e politici) produsse due lettere: una indirizzata al Presidente della Repubblica, l’altra indirizzata a Pier Luigi Bersani (all’epoca segretario del PD) in cui, appellandosi alla “ragione”, si chiedeva di non cedere all’emotività e di “non chiudere le porte al nucleare, di non cedere a tentazioni demagogiche e antiscientifiche”.
Dal secondo referendum antinucleare ad oggi, questi atteggiamenti sono stati sopiti, ma non rimossi definitivamente, né fra la “sinistra” italiana né altrove.
Lo stesso Obama, a cui si attribuisce il merito di una maggiore attenzione alle politiche ambientali, fu convinto sostenitore della necessità di rilanciare l’energia nucleare, scelta consolidata da Trump sotto la cui presidenza fu approvato (2020) il “Restoring America’s Competitive Nuclear Energy Advantage – A strategy to assure US national security”, con il voto favorevole di quasi tutti i senatori Democratici.
Dunque il rilancio del nucleare non è attribuile tout court alla “destra” e se oggi esso appare – unitamente all’impasse nelle politiche di decarbonizzazione – come ostacolo alla transizione energetica, c’è da interrogarsi, se mai, sui presupposti e sulle modalità con cui “questa transizione energetica” è stata presentata e sostenuta dall’insieme dei movimenti ambientalisti, al netto di peculiarità o distinguo che ogni singola organizzazione potrà rivendicare, ma che, a mio parere, non intaccano la sostanza del problema.
Il clima, questo sconosciuto
In principio era il verbo, ovvero l’IPCC (International Panel on climate change) che ha fortemente influenzato l’atteggiamento dei movimenti per il clima: alzi la mano chi non ha citato – a fondamento delle sue argomentazioni – gli scienziati del clima o i dati da questi prodotti, peraltro ignorando altre imbarazzanti raccomandazioni contenute nei loro rapporti.
È qui che nasce, dopo il 2013, il mantra del gradiente medio della temperatura terrestre (aumento del 1,5-2 °C rispetto ai livelli pre-industriali) che non deve essere superato pena lo sconvolgimento irreversibile dell’equilibrio nella biosfera.
Fino a quella data le previsioni del IPCC avevano tutt’altro segno: il primo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 1990, descriveva le prospettive di una rapida disintegrazione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale come “improbabile nel prossimo secolo”, e fino ai primi anni 2000 le previsioni sui principali indicatori dei cambiamenti in corso sono risultate decisamente sottostimate.
Emissioni – nel 2001, l’IPCC stimava (con elevato livello di confidenza) che nel 2010 le emissioni totali si collocassero tra 7,7 e 9,7 miliardi di tonnellate di carbonio/anno, mentre alla prova dei fatti le emissioni dei soli combustibili fossili ammontarono a 9,1 miliardi di tonnellate di carbonio.
Ciò ha comportato una sottostima del gradiente medio della temperatura terrestre dato che esso è fortemente ancorato alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera.
Scioglimento dei ghiacci – l’IPCC riteneva, con una certa sicurezza, che le calotte polari fossero al sicuro almeno fino al 2050, ma poi ha dovuto rivedere queste stime perché il ghiaccio si sta assottigliando più velocemente di quanto previsto, e oggi gli scienziati paventano un Artico libero dai ghiacci tra anni, non decenni.
Conseguentemente anche le stime sull’innalzamento del livello dei mari hanno subito significative variazioni ed oggi ci troviamo a ipotizzare quante e quali città costiere saranno inondate dalle acque entro la fine del secolo.
Acidificazione degli oceani – Questo parametro è stato ignorato dal IPCC fino al 2007, quando ne ha stimato l’aumento tra 0,14 e 0,35 unità di pH entro il 2100.
Oggi, preso finalmente atto che il 30% della CO2 emessa in atmosfera viene assorbita dagli oceani, non si è più in grado di stimare di quanto sarà l’aumento del pH nei prossimi decenni, ma già si sa che dal 1970 ad oggi è aumentato di 0,1 unità di pH.
Tipping point – i tipping point sono i punti di non ritorno, vale a dire quelle manifestazioni critiche, non lineari, in cui il sistema climatico mostra di passare bruscamente da un equilibrio ad un altro.
Tipiche espressioni ne sono gli hot point che si manifestano sul pianeta, specialmente nell’emisfero Nord, con punte di temperatura inusitate. Ancora oggi non si è in grado di stabilire con certezza se una certa soglia climatica è stata superata rendendo il fenomeno irreversibile: un Artico libero dai ghiacci, il rallentamento della circolazione nell’Oceano Atlantico settentrionale o cambiamenti permanenti nei modelli meteorologici su larga scala.
Ovviamente qualsiasi scienziato sosterrà, con ragione, che non non esistono modelli computerizzati perfetti in quanto essi sono tutte rappresentazioni incomplete dei fenomeni naturali, in cui l’incertezza è sempre presente.
Ciò non toglie che l’IPCC abbia sottovalutato le osservazioni fatte sul campo (oggi molto più diffuse di ieri) fornendo una informazione incompleta che alla luce delle ultimissime proiezioni, fa supporre che essa sia stata stata politically oriented.
Come è possibile infatti, che nell’arco di dieci anni (2013 -2023) si sia passati da un pronostico allarmante ma ancora rimediabile (se l’aumento di temperatura non supererà la soglia di 1,5-2 °C, entro la fine del secolo, l’equilibrio potrà essere recuperato), ad uno che dà per molto probabile questo superamento, mettendo in conto che l’aumento della temperatura media terrestre possa raggiungere i 3 °C, come si evince dal IPCC’s Six Assessment Report – AR6, del 2023?
Azzardo due ipotesi.
La prima è che la modellistica usata, nonostante la maggiore disponibilità di dati provenienti da misurazioni sul campo, sia inadeguata e quindi abbia ancora una volta sottostimato i trend delle grandezze in gioco, cosa che metterebbe seriamente in discussione la credibilità del IPCC.
La seconda è che le risultanze oggi esposte nel Six Assessment Report – AR6 fossero già note da tempo, ma che non si vollero presentare nella loro crudezza perché gli assetti globali del sistema mondo (istituzioni, governi, capitali industriali e finanziari) non sarebbero stati in grado di affrontarli.
Probabilmente nessuno ricorda il climategate che, immediatamente prima del vertice di Copenaghen sull’ambiente (2009) e fino al 2011, colpì l’IPCC accusato di assecondare la lobby ambientalista, esasperando le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.
Quello che voglio dire, in buona sostanza, è che l’IPCC in quanto ente inter-governativo, non è un organismo del tutto indipendente, ma decisamente influenzato da indirizzi politici che ne hanno condizionato l’operato, non nel senso di alterare i dati, ma di presentarli nel modo più consono acciocchè gli equilibri internazionali e l’opinione pubblica non ne venissero sconvolti.
E la modalità è stata quella, in una prima fase, di dare un allarme ma nello stesso tempo dire che il peggio si poteva evitare se si adottavano certe misure (riduzione dei combustibili fossili, energie rinnovabili, energia nucleare e sequestro di CO2) con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Oggi che l’insieme dei paesi più industrializzati ha accettato sostanzialmente (sia pure con diversi tempi e approcci) di procedere su questa strada, si dice all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno comunque in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima per cui bisognerà mettere in atto misure di adattamento al nuovo clima (geoingegneria, ma non solo).
Siamo dunque prossimi alla capitolazione climatica perché alcune soglie critiche sono già state raggiunte e superate (tipping point) e il ritorno ad un equilibrio precedente, anche nell’ipotesi di azzerare repentinamente le emissioni, avverrà con tempi assai maggiori di quelli che hanno portato a questo cambiamento, cosa peraltro già verificatasi 140 mila anni fa, quando la concentrazione di CO2 e la temperatura terrestre avevano raggiunto i valori odierni per cui ci vollero migliaia di anni per ritornare alla situazione precedente (vedi grafico).
Di questo abbiamo scritto ripetutamente Angelo Baracca ed io, non perché appassionati di catastrofismo, ma perché riteniamo che occorra un approccio sistemico all’attuale crisi climatica non limitato al solo uso delle fonti di energia.
E qui risiede il mio dissenso dalle argomentazioni di Monbiot e Agostinelli.
Il rosso vince sull’esperto (o almeno dovrebbe)
Cinquanta anni fa il primo organico rapporto sulla salute del pianeta e sul destino dell’umanità si intitolava “I limiti dello sviluppo” arrivando a delle conclusioni (comunque le si giudichino) che prevedevano uno stop alla crescita della popolazione e al PIL.
Pochi anni dopo il rapporto Nord – Sud (rapporto Brandt) completava l’analisi del primo giungendo alla conclusione che la disuguaglianza sociale tra paesi ricchi e paesi poveri doveva e poteva essere sanata con alcune misure (annullamento del debito dei paesi poveri, devoluzione di una parte del PIL dei paesi ricchi ai paesi poveri, etc.).
Di questi aspetti non c’è traccia alcuna nei rapporti del IPCC. Ammesso e non concesso che non sta agli scienziati occuparsi di queste cose (Heidegger diceva che “la scienza non pensa, perché non è suo compito“), non si capisce perché anche i movimenti ambientalisti vi abbiano rinunciato, interpretando la transizione energetica (che inizialmente si definiva ecologica) come esclusiva surrogazione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili.
E la produzione (merci, oggetti, armamenti), il sistema dei trasporti, l’avere e il non avere che affligge l’umanità?
Abbondano le critiche agli stili di vita, si insiste sulla colpevolizzazione del singolo, ma non c’è mai una critica esplicita al capitalismo verso cui ci si limita a rivendicare l’economia circolare e il riciclo.
Quanto alla mobilità elettrica che sarebbe osteggiata dalle destre, se l’alternativa è quella rivendicata nel documento “Alleanza clima lavoro” firmato da Fiom, Lega ambiente, WWF e Green Peace, lo ritengo l’ennesima velleità di insegnare ai padroni il loro mestiere, essendo tutto rivolto a ristrutturare il settore “automotive” all’insegna della imperitura dominanza del mezzo privato (naturalmente elettrico!) ivi compreso il trasporto su gomma, mentre poco o nulla si dice del trasporto ferroviario.
E non che questa della mobilità sia la contraddizione maggiore che io vedo nell’idea di transizione energetica che va per la maggiore, perché non c’è ancora risposta ne attenzione alla questione dell’estrattivismo che essa porta con sè, al fatto che aumenterà la disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri (che non hanno fondi per pagare i costi della transizione) e per il fatto che l’Europa, l’apripista dell’abbandono dei fossili, raggiungerà i suoi obiettivi sfruttando l’Africa come una colonia (o magari la stessa Ucraina) per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.
Che ne pensano i movimenti ambientalisti di queste contraddizioni?
Si rendono conto che l’Italia sarà l’hub energetico tra l’Europa e l’Africa, non perché lo ha detto Meloni, ma perché serve alle multinazionali europee che investono sul green, serve a Bruxelles per farsi vanto di aver raggiunto gli obiettivi della decarbonizzazione.
Qualcuno sta mettendo i bastoni tra le ruote della transizione?
Certo che sì; e come potrebbe essere diversamente? Forse che l’avvento della macchina a vapore e poi di quella a scoppio non sono stati osteggiati dagli allevatori di cavalli, dai servizi di posta, dagli spalatori di sterco delle grandi città, per non parlare dei luddisti?
Il progresso capitalistico non ha mai un percorso lineare, perché i singoli capitalisti sono sempre in competizione tra loro, ma la parte vincente, storicamente, è sempre stata quella che ha scelto l’innovazione tecnologica e così sarà anche in questa circostanza, anche perché le Big oil stanno tutte investendo nelle tecnologie verdi o nell’industria 4.0.
Perchè dunque correre in soccorso dei vincitori?
Dietro i paraventi del negazionismo climatico, degli attentati alla libertà degli individui e altre “armi di distrazione di massa”, si cela uno scontro di interessi intercapitalistici che non esclude il ricorso al colonialismo e alla guerra pur di accaparrarsi le materie prime necessarie alla transizione energetica, comunque la si voglia intendere.
Se non si può restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, tanto meno si possono ignorare le contraddizioni e i rischi che questa transizione energetica porta con sé.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2023
Sul precipizio climatico/2 - Chi già precipita e chi sta nell’IPCC
Dopo l’invio del mio articolo su Contropiano “Sull’orlo del precipizio climatico” sento la necessità di scendere dalle considerazioni generali più sul concreto.
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
L’Ipcc è un comitato “sub partes”
Comincio con una rettifica, faccio ammenda per l’affermazione che l’Ipcc è un panel INTERGOVERNATIVO. In realtà a ben vedere sembra piuttosto GOVERNATIVO: nel senso che sembra che gli Stati Uniti la facciano assolutamente da padroni. Il ché, voglio precisarlo chiaramente, non ha a che vedere con la serietà scientifica dei suoi report, ma piuttosto con il presentarsi (in realtà per essere considerato, al di là delle intenzioni dei vari scienziati) come l’organismo a cui tutti fanno riferimento per stabilire la gravità della situazione climatica: semmai il vero merito che va riconosciuto all’Ipcc, e ai suoi report, è di avere sbugiardato definitivamente i negazionisti.
Ma veniamo alla rappresentatività. Parto da questo grafico, già molto eloquente:
Il punto che costantemente è taciuto (e stupiscono le sinistre, gli ambientalisti) è che l’Ipcc riflette inevitabilmente i punti vista dei paesi che vi sono sovra-rappresentati, cioè quelli ricchi! Penso che si possa essere d’accordo che gli scienziati britannici siano abbastanza omogenei con quelli statunitensi: insieme sommano più di 1/3 del totale. Soprattutto, i paesi ricchi la fanno veramente da padroni, mentre sono responsabili della grande maggioranza delle emissioni di gas climalteranti.
Com’è possibile pesare che l’Ipcc sia super partes? Che, per esempio, possa essere in grado di dire «Il tempo è scaduto»? Che senso ha continuare ad insistere che ci sono 8-10 anni per intervenire? Su cosa? Su quali situazioni? Non certo sui processi climatici nuovi che compaiono sempre più di frequente, e sono chiaramente irreversibili (vi tornerò nella seconda parte). Senza contare che vi sono regioni nelle quali il fatidico aumento di 1,5 gradi centigradi è già ora irrimediabilmente superato!
Ma non è tutto. Gli scienziati che stendono materialmente i rapporti sono supportati da molti altri, e si appoggiano a una masse di lavori e ricerche (14.000) pubblicati e referenziati. Orbene, un’accurata analisi delle referenze riportate dal Working Group 1[1] conclude, fra moltissime altre cose interessanti, che:
«[Fra] i primi 100 Paesi (su 185) da cui provengono le referenze, quelli più rappresentati sono, nell’ordine, gli Stati Uniti, coinvolti in 5871 referenze (circa il 50% del numero totale di referenze disponibili), il Regno Unito con 3039 referenze (26%), la Germania (2118 referenze), la Francia e la Cina (oltre 1500 referenze).»[2]
«Le citazioni nel rapporto sono fortemente dominate dal Nord globale e si leggono spesso dietro un paywall [accesso a pagamento ai contenuti di un sito]. Abbiamo riscontrato che il 99,95% dei riferimenti citati era scritto in inglese e che tre quarti di tutta la letteratura citata nel rapporto presentava almeno un autore con sede negli Stati Uniti o nel Regno Unito.»[3]
Ma ci sono molti altri aspetti generali che ‒ a monte dei lavori dell’Ipcc ‒ marcano le differenze tra il Nord e il Sud globali oppure, non meno rilevanti, di genere:
«Una recente analisi intitolata “The Reuters Hot List” ha stilato una classifica dei 1.000 scienziati del clima “più influenti”, in gran parte basata sulle loro pubblicazioni e sul loro impegno sui social media. Gli scienziati del Sud del mondo sono ampiamente sottorappresentati nella lista, con, ad esempio, solo cinque scienziati africani. Inoltre, solo 122 dei 1.000 autori sono donne.»[4]
Nel grafico che segue, la percentuale di autori dei 100 articoli di scienza del clima più citati nel periodo 2016-20, provenienti da ciascun continente.
Il totale dell’Europa è distribuito fra i diversi Paese, e in modo molto ineguale, Gran Bretagna e Germania prevalgono: Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna insieme rappresentano più della metà di tutti gli autori di questa analisi (rispettivamente circa il 30%, il 15% e il 10%). Inoltre, nessun articolo di questa analisi è guidato da un ricercatore proveniente dall’Africa o dal Sud America.
Queste ricerche richiedono poi ingenti investimenti in infrastrutture, quali super-computer e grandi server, che ovviamente sono proibitivi per i paesi del Sud globale. Tra le 100 istituzioni più citate nel WGI AR6, tutte si trovano in Nord America, Europa, Asia e Oceania. e Oceania: nessuna fra le prime 100 si trova in Sud America o in Africa.
Al di là del fatidico limite di riscaldamento di 1,5 gradi centigradi: la gravità situazioni specifiche
Non sono certo in grado di fare un’analisi generale, ma sono tante le situazioni nelle quali il carismatico limite di riscaldamento di 1,5 gradi è stato superato, irreversibilmente.
Parto dall’Africa, riferendomi a un articolo della rivista Foreign Policy, Africa Brief, “Climate Change Wreaks Havoc in Southern Africa”, della giornalista Nosmot Gbadamosi[5].
«La siccità in Somalia, le inondazioni in Nigeria e un ciclone in Malawi hanno confermato le cupe proiezioni climatiche degli scienziati sul futuro dell’Africa.Asia occidentale. Si registra un’ondata sbalorditiva di calore precoce, con centinaia di nuovi record di temperatura massima per marzo: 41,4 gradi in Vietnam, 40 gradi in Laos, 37,9 gradi a Taiwan.
Il rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno di un altro sondaggio delle Nazioni Unite che ha stimato che 43.000 persone sono morte durante la peggiore siccità della Somalia negli ultimi decenni, e la metà di queste morti erano probabilmente bambini sotto i 5 anni.
La scorsa settimana il ciclone Freddy, che ha devastato il Mozambico, il Madagascar, l’isola della Riunione e lo Zimbabwe, è tornato a colpire l’Africa australe per la seconda volta in un mese, uccidendo centinaia di persone in Malawi e Mozambico e lasciando decine di migliaia di senzatetto in quella che potrebbe essere la tempesta prolungata più lunga mai registrata.
I cicloni sono tipici della regione tra novembre e aprile, ma ciò che rende Freddy unico, secondo gli esperti meteorologici dell’ONU, è che non si è mai completamente dissipato, nonostante le numerose frane. Gli scienziati dicono che il riscaldamento globale causato dalla maggior parte delle nazioni industrializzate che emettono gas serra ha reso l’attività del ciclone più frequente e intensa.
“Il livello di devastazione con cui abbiamo a che fare è maggiore delle risorse di cui disponiamo per farvi fronte”, ha detto il presidente malawiano Lazarus Chakwera in un discorso televisivo.
Circa 59.000 mozambicani sono sfollati a causa della tempesta, secondo le autorità locali [più di 350.000 in Malawi]. La situazione è stata aggravata da un’epidemia di colera in corso. Secondo l’Unicef, i casi sono quadruplicati a oltre 10.000, con più di 2.300 casi segnalati nella scorsa settimana.»
«Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, “oltre il 95 per cento del consumo mondiale di carbone è in corso in paesi che si sono impegnati a ridurre le loro emissioni a zero netto.”
Raggiungere lo zero netto in Africa è stato complicato dagli obiettivi di fornire elettricità a molti nella regione che non hanno accesso e quindi usano forme tossiche di energia come la legna da ardere. I leader africani sostengono che l’unico modo realistico per fornire energia a buon mercato è attraverso il carbone.
Uno studio pubblicato il mese scorso sulla rivista Nature ha trovato che gli scienziati dell’Ipcc si aspettano che i paesi africani riducano l’uso di combustibili fossili due volte più velocemente delle nazioni sviluppate. Tuttavia, il prestito di denaro per gli investimenti in energie rinnovabili è più costoso per le nazioni africane.»
L’Argentina ha avuto l’estate più rovente da almeno 62 anni: a metà marzo, ormai nell’autunno meteorologico, si sono registrate punte fino a 40 gradi, seguite da violenti temporali.
Qualche aggiornamento sull’inverno negli Stati Uniti
Mentre in Europa abbiamo sperimentato un inverno straordinariamente mite e secco e si prospetta un’estate con gravissimi problemi idrici, la situazione è radicalmente diversa negli Usa. Da più di un mese il paese è stato attraversato diagonalmente da una forte corrente a getto, che spinge il calore a concentrarsi nel Sud Est con punte di calore eccezionali, mentre l’aria fredda è spinta ad Ovest dove sulla costa del Pacifico incontra correnti sature di umidità provocando piogge torrenziali, inondazioni e nevicate eccezionali 20 febbraio 2023.
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| Estreme anomalie delle temperature negli Stati Uniti [Washington Post] |
Verso la fine di febbraio almeno 75 milioni di americani erano sotto osservazione, allerta o avviso di tempesta. Migliaia di voli sono stati interrotti. I primi di marzo si sono verificate forti nevicate in gran parte del Midwest e in alcune zone di pianura, oltre a rare nevicate nella contea di Los Angeles e a San Francisco.
Verso la metà di marzo pioggia, neve pesante e venti forti anche a New York e nel New England.
Il 22 marzo un’altra fortissima tempesta si è abbattuta sulla California: fortissimi venti, piogge intense e inondazioni hanno scosso la Bay Area e il sud del Paese. Più di 200.000 persone son rimaste senza corrente. La tempesta trascina un fiume atmosferico verso la California meridionale, causando pioggia intensa, neve e forti venti. Un tornado ha colpito la parte orientale di Los Angeles, il più forte nell’area metropolitana dal 1983. E venerdì 24 un tornado ha ucciso 26 persone (prevalentemente afroamericani) in aree rurali in Mississippi ed Arizona, decine i feriti.
Diametralmente all’opposto, caldo record nel Sud e lungo la costa orientale, dove la primavera è già iniziata e si denuncia un aumento delle allergie.
Poi, biodiversità. Una misteriosa malattia ha devastato una specie di stella marina lungo la costa del Pacifico: le stelle marine sono fondamentali per mantenere le enormi giungle di alghe sottomarine che immagazzinano il carbonio, senza di esse, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero peggiorare..
Ma c’è un feedback generale con il riscaldamento globale: «mentre l’uomo riscalda il pianeta, la biodiversità sta crollando. Queste due crisi globali sono collegate in molti modi. Ma i dettagli degli intricati anelli di retroazione tra il declino della biodiversità e il cambiamento climatico sono sorprendentemente poco studiati.»[6]
Così come, si può dire, quasi in modo simmetrico ma sempre con una specie di feedback, i cambiamenti climatici, il mutamento dei modelli di insediamento e la mancanza di preparazione fanno sì che le zone aride siano le più esposte al rischio di inondazioni.[7]
Intanto, a dispetto di tutto: si prevede che 158,4 milioni di passeggeri voleranno a marzo e aprile, superando i livelli del 2019.
Per di più, i voli in jet privati sono in fortissimo aumento in tutto il mondo: “L’utilizzo di jet privati è aumentato di oltre il 30% rispetto ai livelli pre-Covid. Raddoppiano partenze e arrivi dallo scalo di Napoli, Londra-Maiorca la tratta più battuta. I prezzi sono raddoppiati, spostarsi da Parigi a Mykonos costa 25mila euro con un fortissimo impatto in termini di emissioni di CO2”.
Sul notevole impatto ambientale del volo aereo scrive la Dott.sa Antonella Litta, di Isde Viterbo: «Negli ultimi decenni, il traffico aereo ha registrato una fase di crescita pressoché costante soprattutto per quanto riguarda il settore del trasporto merci e quello dei voli low cost, solitamente legato al turismo definito anche “mordi e fuggi” determinando così un incremento importante del suo impatto negativo sull’ambiente, soprattutto in termini di inquinamento atmosferico, acustico e importante contributo ai cambiamenti climatici» (Trasporto aereo e clima, Il Cisalpino, 43/2017).
L’Iccp non pubblicherà altre edizioni da qui al 2030.
Note
1) Altri due gruppi si occupano rispettivamente degli impatti e vulnerabilità, e delle mitigazioni dei cambiamenti climatici: forse non stupisce che richiamino meno l’attenzione.
2) F. Chavelli, S. Connors, Analysis of the WGI contribution to the Sixth Assessment Report: Review of the WGI AR6 references, 26 febbraio 2022.
3) “Guest post: What 13,500 citations reveal about the IPCC’s climate science report”, Carbon Brief, 16 marzo 2023.
4) A. Tandon, “Analysis: The lack of diversity in climate-science research”, Carbon Brief, 6 ottobre 2021.
5) https://foreignpolicy.com/2023/03/22/africa-cyclone-freddy-climate-change-extreme-weather/.
6) M. Mahecha et al., “Biodiversity loss and climate extremes – study the feedbacks“, Nature, 19 novembre 2022.
7) Jie Yin et al., “Flash floods: why are more of them devastating the world’s driest regions?”, Nature, 7 marzo 2023.
Fonte
22/03/2023
Sull’orlo del precipizio climatico/1 - Aldilà dell’IPCC
Il 20 marzo l’Ipcc (International Panel on Climate Change) ha emesso il sesto rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici. L’allarme è sempre più grave, e credo che l’aggravamento sia sotto gli occhi di tutti, ma da anni nutro forti riserve sul credito assoluto che viene dato all’Ipcc: non certo per l’autorevolezza e la competenza scientifica delle migliaia di scienziati di 194 paesi.
L’Ipcc è un gruppo intergovernativo, finanziato attraverso i contributi volontari di pochissimi governi membri e della Ue, e di varie organizzazioni anch’esse intergovernative. Mi sembra ovvio che da un lato l’Ipcc, se pure svolge un ruolo di stimolo alle iniziative dei governi sul clima, difficilmente possa emettere giudizi ultimativi, e dall’altro debba anche per forza di cose considerare delle condizioni medie.
Quello che non approvo è che i rapporti e le ipotesi dell’Ipcc vengano assunti dall’opinione pubblica, attraverso i media, come Vangelo: da molti anni sostengo (pur con competenze più ridotte) che lo stato e l’evoluzione del clima siano molto peggiori delle previsioni dell’Ipcc. E sono convinto che una sinistra di classe, che punta a un cambiamento sociale radicale, non debba fare riferimento assoluto all’Ipcc, e debba organizzasi e agire con altre strategie.
Parto da un primo punto, che fa parte del Vangelo dell’Ipcc ed è un riferimento dei governi (meglio, dovrebbe esserlo, perché poi i governi non seguono neanche questo) e dell’opinione pubblica: il fatidico limite di riscaldamento di 1,5°C a me sembra un “numero magico”.
Accomuna situazioni diversissime: foreste, deserti, ghiacciai o ghiacci polari, zone agricole e zone urbanizzate, ecc. Ciascuna situazione, o regione, può avere soglie di non ritorno diverse: e lo vediamo, ci sono regioni nelle quali il riscaldamento medio è già ben superiore a 1.5°C: l’Amazzonia, il Sahel, le aree tropicali dell’Africa occidentale, l’Indonesia, la parte orientale dell’Asia centrale.
Non c’è solo la temperatura media, ma anche le precipitazioni, la variabilità inter-annuale, la frequenza di stagioni con temperatura e precipitazione media più alta o più bassa della media stagionale, ecc., tutti fattori che possono accentuare i cambiamenti. Mentre l’inverno è stato mitissimo e secco in Europa, l’occidente degli Usa ha conosciuto ondate di “fiumi atmosferici” che hanno causato alluvioni e nevicate eccezionali, mentre il sud-est soffre temperature altissime, e le masse atmosferiche fra i due estremi si scontrano annunciando possibili sconvolgimenti.
Un’illusione che probabilmente nutre l’opinione pubblica, e a mio parere non viene rimossa dall’impostazione dell’Ipcc, è che i cambiamenti climatici siano reversibili, cioè che qualora le perturbazioni che la società umana ha provocato venissero ridotte, le condizioni del clima possano regredire e potenzialmente, con il tempo, scomparire. Ma in primo luogo l’atmosfera terrestre è un sistema termodinamico, caratterizzato dall’irreversibilità dei processi, e soprattutto è un sistema altamente complesso e non lineare.
L’evoluzione dello stato di un sistema complesso non lineare può variare radicalmente se si modifica, o si perturba, anche impercettibilmente il suo stato. Si usa la metafora dell’«effetto farfalla»: una farfalla batte le ali, poniamo, in Maremma, e qualche settimana dopo avviene un ciclone nei Caraibi. Può esserci un nesso causale, ma il termine giusto è l’imprevedibilità.
Un sistema complesso può incontrare nel corso della sua evoluzione delle biforcazioni, imboccando strade evolutive estremamente diverse (qui può agire l’effetto farfalla) o divergenti. E in questa evoluzione imprevedibile possono presentarsi punti di non ritorno (tipping points), superati i quali il sistema non ritorna allo stato iniziale (non perturbato) anche se si spengono del tutto le perturbazioni che ne hanno innescato l’evoluzione.
Il clima della Terra non è solo perturbato: sta cambiando in modi radicali, con fenomeni e processi nuovi, che non esistevano in passato e sono destinati a imporsi ed aggravarsi. In questi gioca un ruolo fondamentale un ulteriore fattore, la presenza di meccanismi di retroazione (feedback), i quali possono essere sia positivi (forzanti) che negativi. Anche con effetti sinergici.
Nell’atmosfera è facile riconoscere l’azione di feedback forzanti: se anche si spegnesse immediatamente la perturbazione, il sistema non tornerebbe alla condizione imperturbata, ma continuerebbe ad allontanarsene, in modi imprevedibili. Qualche esempio:
- I ghiacci possiedono un’albedo maggiore delle superfici che lasciano scoperte sciogliendosi – mare, terra, roccia – le quali quindi assorbono maggiormente la radiazione solare incrementando così il riscaldamento; per di più lo scioglimento del permafrost polare rilascia metano che ha un potere climalterante molto superiore alla CO2.
- Un effetto analogo hanno deforestazione, incendi boschivi: all’emissione di CO2, e la distruzione di polmoni verdi, si aggiunge la distruzione di biodiversità (è stata avanzata l’ipotesi di una sesta estinzione di massa), nonché l’aumento dei rischi di zoonosi.
- Anche l’inarrestabile cementificazione dei territori e l’urbanizzazione incrementano i meccanismi di feedback e irreversibilità, generando trappole di calore, inversioni termiche, ed aggravando la riduzione della biodiversità.
- Agricoltura e allevamenti intensivi, con l'(ab)uso di pesticidi e antibiotici, provocano gravi danni alla salute, perdite di habitat naturali e di biodiversità, e minacciano gli insetti impollinatori.
- Sempre più evidenti e allarmanti sono i fenomeni di siccità, carestie, nonché l’aumento delle disuguaglianze.
- Si sta verificando un indebolimento della Corrente del Golfo, e in un futuro il suo flusso potrebbe addirittura invertirsi: per chi pensa che la crisi climatica comporti solo riscaldamenti, ciò provocherebbe un raffreddamento delle coste atlantiche dell’Europa, ad esempio un aumento nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani. Stefan Rahmstorf, del Potsdam institute for climate impact research, afferma “se continua così potremmo avvicinarci lentamente a un punto di non ritorno, dove questa circolazione si destabilizza del tutto”.
- L’inesorabile innalzamento del livello dei mari renderà inabitabili zone costiere molto popolate e provocherà masse di migranti climatici obbligati.
- A questo proposito va aggiunto che lo scioglimento dei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia sta procedendo più velocemente di quanto si prevedeva anni fa.
- È particolarmente attuale aggiungere che le guerre provocano non solo vittime e distruzioni, ma anche danni ambientali.
- Una notizia del Washington Post sulla Florida: l’uragano Ian avvenuto a fine settembre ha lasciato montagne di detriti; l’ammasso di detriti potrebbe riempire 22 Empire State Building. “Dove troveremo mai spazio per tutto questo?”, si chiede un esperto.
Il mio parere è che, forse, la sinistra e il movimento di classe dovrebbero prestare una maggiore attenzione al cambiamento climatico: che fra l’altro ha anche un vero effetto di classe, perché ha evidentemente conseguenze molto più pesanti sulle classi subalterne e le popolazioni dei paesi poveri e sfruttati, i quali hanno anche meno possibilità e risorse per rimediare ai danni.
Sono convinto che le lotte e le rivendicazioni, indubbiamente fondamentali e irrinunciabili, contro il potere economico e politico dovrebbero associarsi a obiettivi e rivendicazioni per contrastare in modo radicale la distruzione dell’ambiente e la manomissione del clima. C’è una consapevolezza che spesso manca ai movimenti ambientalisti, in particolare ai movimenti giovanili, che rivestono un ruolo fondamentale per il futuro: non vi possono essere cambiamenti veramente capaci di modificare la situazione se non viene radicalmente messo in discussione e trasformato il modo di produzione capitalistico.
Ritengo che sia l’occasione giusta per ricordare, soprattutto ai giovani, che il 2022 è stato il cinquantesimo anniversario della pubblicazione, nel 1972, de L’Imbroglio Ecologico di Dario Paccino (ripubblicata nel 2022 da Ombrecorte): che fu un elemento importantissimo per lo sviluppo in Italia di un ambientalismo con una radice di classe.
È il momento per riprendere questa tradizione con l’obiettivo di una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dissennato e distruttivo dell’uomo e dell’ambiente ai fini del profitto.
Oggi più che mai è attuale il motto di Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie!
Fonte
L’Ipcc è un gruppo intergovernativo, finanziato attraverso i contributi volontari di pochissimi governi membri e della Ue, e di varie organizzazioni anch’esse intergovernative. Mi sembra ovvio che da un lato l’Ipcc, se pure svolge un ruolo di stimolo alle iniziative dei governi sul clima, difficilmente possa emettere giudizi ultimativi, e dall’altro debba anche per forza di cose considerare delle condizioni medie.
Quello che non approvo è che i rapporti e le ipotesi dell’Ipcc vengano assunti dall’opinione pubblica, attraverso i media, come Vangelo: da molti anni sostengo (pur con competenze più ridotte) che lo stato e l’evoluzione del clima siano molto peggiori delle previsioni dell’Ipcc. E sono convinto che una sinistra di classe, che punta a un cambiamento sociale radicale, non debba fare riferimento assoluto all’Ipcc, e debba organizzasi e agire con altre strategie.
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Parto da un primo punto, che fa parte del Vangelo dell’Ipcc ed è un riferimento dei governi (meglio, dovrebbe esserlo, perché poi i governi non seguono neanche questo) e dell’opinione pubblica: il fatidico limite di riscaldamento di 1,5°C a me sembra un “numero magico”.
Accomuna situazioni diversissime: foreste, deserti, ghiacciai o ghiacci polari, zone agricole e zone urbanizzate, ecc. Ciascuna situazione, o regione, può avere soglie di non ritorno diverse: e lo vediamo, ci sono regioni nelle quali il riscaldamento medio è già ben superiore a 1.5°C: l’Amazzonia, il Sahel, le aree tropicali dell’Africa occidentale, l’Indonesia, la parte orientale dell’Asia centrale.
Non c’è solo la temperatura media, ma anche le precipitazioni, la variabilità inter-annuale, la frequenza di stagioni con temperatura e precipitazione media più alta o più bassa della media stagionale, ecc., tutti fattori che possono accentuare i cambiamenti. Mentre l’inverno è stato mitissimo e secco in Europa, l’occidente degli Usa ha conosciuto ondate di “fiumi atmosferici” che hanno causato alluvioni e nevicate eccezionali, mentre il sud-est soffre temperature altissime, e le masse atmosferiche fra i due estremi si scontrano annunciando possibili sconvolgimenti.
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Un’illusione che probabilmente nutre l’opinione pubblica, e a mio parere non viene rimossa dall’impostazione dell’Ipcc, è che i cambiamenti climatici siano reversibili, cioè che qualora le perturbazioni che la società umana ha provocato venissero ridotte, le condizioni del clima possano regredire e potenzialmente, con il tempo, scomparire. Ma in primo luogo l’atmosfera terrestre è un sistema termodinamico, caratterizzato dall’irreversibilità dei processi, e soprattutto è un sistema altamente complesso e non lineare.
L’evoluzione dello stato di un sistema complesso non lineare può variare radicalmente se si modifica, o si perturba, anche impercettibilmente il suo stato. Si usa la metafora dell’«effetto farfalla»: una farfalla batte le ali, poniamo, in Maremma, e qualche settimana dopo avviene un ciclone nei Caraibi. Può esserci un nesso causale, ma il termine giusto è l’imprevedibilità.
Un sistema complesso può incontrare nel corso della sua evoluzione delle biforcazioni, imboccando strade evolutive estremamente diverse (qui può agire l’effetto farfalla) o divergenti. E in questa evoluzione imprevedibile possono presentarsi punti di non ritorno (tipping points), superati i quali il sistema non ritorna allo stato iniziale (non perturbato) anche se si spengono del tutto le perturbazioni che ne hanno innescato l’evoluzione.
Il clima della Terra non è solo perturbato: sta cambiando in modi radicali, con fenomeni e processi nuovi, che non esistevano in passato e sono destinati a imporsi ed aggravarsi. In questi gioca un ruolo fondamentale un ulteriore fattore, la presenza di meccanismi di retroazione (feedback), i quali possono essere sia positivi (forzanti) che negativi. Anche con effetti sinergici.
Nell’atmosfera è facile riconoscere l’azione di feedback forzanti: se anche si spegnesse immediatamente la perturbazione, il sistema non tornerebbe alla condizione imperturbata, ma continuerebbe ad allontanarsene, in modi imprevedibili. Qualche esempio:
- I ghiacci possiedono un’albedo maggiore delle superfici che lasciano scoperte sciogliendosi – mare, terra, roccia – le quali quindi assorbono maggiormente la radiazione solare incrementando così il riscaldamento; per di più lo scioglimento del permafrost polare rilascia metano che ha un potere climalterante molto superiore alla CO2.
- Un effetto analogo hanno deforestazione, incendi boschivi: all’emissione di CO2, e la distruzione di polmoni verdi, si aggiunge la distruzione di biodiversità (è stata avanzata l’ipotesi di una sesta estinzione di massa), nonché l’aumento dei rischi di zoonosi.
- Anche l’inarrestabile cementificazione dei territori e l’urbanizzazione incrementano i meccanismi di feedback e irreversibilità, generando trappole di calore, inversioni termiche, ed aggravando la riduzione della biodiversità.
- Agricoltura e allevamenti intensivi, con l'(ab)uso di pesticidi e antibiotici, provocano gravi danni alla salute, perdite di habitat naturali e di biodiversità, e minacciano gli insetti impollinatori.
- Sempre più evidenti e allarmanti sono i fenomeni di siccità, carestie, nonché l’aumento delle disuguaglianze.
- Si sta verificando un indebolimento della Corrente del Golfo, e in un futuro il suo flusso potrebbe addirittura invertirsi: per chi pensa che la crisi climatica comporti solo riscaldamenti, ciò provocherebbe un raffreddamento delle coste atlantiche dell’Europa, ad esempio un aumento nel numero e nell’intensità delle tempeste e degli uragani. Stefan Rahmstorf, del Potsdam institute for climate impact research, afferma “se continua così potremmo avvicinarci lentamente a un punto di non ritorno, dove questa circolazione si destabilizza del tutto”.
- L’inesorabile innalzamento del livello dei mari renderà inabitabili zone costiere molto popolate e provocherà masse di migranti climatici obbligati.
- A questo proposito va aggiunto che lo scioglimento dei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia sta procedendo più velocemente di quanto si prevedeva anni fa.
- È particolarmente attuale aggiungere che le guerre provocano non solo vittime e distruzioni, ma anche danni ambientali.
- Una notizia del Washington Post sulla Florida: l’uragano Ian avvenuto a fine settembre ha lasciato montagne di detriti; l’ammasso di detriti potrebbe riempire 22 Empire State Building. “Dove troveremo mai spazio per tutto questo?”, si chiede un esperto.
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Il mio parere è che, forse, la sinistra e il movimento di classe dovrebbero prestare una maggiore attenzione al cambiamento climatico: che fra l’altro ha anche un vero effetto di classe, perché ha evidentemente conseguenze molto più pesanti sulle classi subalterne e le popolazioni dei paesi poveri e sfruttati, i quali hanno anche meno possibilità e risorse per rimediare ai danni.
Sono convinto che le lotte e le rivendicazioni, indubbiamente fondamentali e irrinunciabili, contro il potere economico e politico dovrebbero associarsi a obiettivi e rivendicazioni per contrastare in modo radicale la distruzione dell’ambiente e la manomissione del clima. C’è una consapevolezza che spesso manca ai movimenti ambientalisti, in particolare ai movimenti giovanili, che rivestono un ruolo fondamentale per il futuro: non vi possono essere cambiamenti veramente capaci di modificare la situazione se non viene radicalmente messo in discussione e trasformato il modo di produzione capitalistico.
Ritengo che sia l’occasione giusta per ricordare, soprattutto ai giovani, che il 2022 è stato il cinquantesimo anniversario della pubblicazione, nel 1972, de L’Imbroglio Ecologico di Dario Paccino (ripubblicata nel 2022 da Ombrecorte): che fu un elemento importantissimo per lo sviluppo in Italia di un ambientalismo con una radice di classe.
È il momento per riprendere questa tradizione con l’obiettivo di una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dissennato e distruttivo dell’uomo e dell’ambiente ai fini del profitto.
Oggi più che mai è attuale il motto di Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie!
Fonte
11/09/2021
Dite il suo nome: è la Terra
di Massimo Zucchetti
Questa mattina ho scattato la foto che vedete in questo pezzo: sole un po’ ipertrofico, colori strani ma molto belli, calorino favoloso per metà settembre. Ah, la Terra!
Questo è il piccolo pianeta dove ha avuto origine la nostra specie, dove ha avuto origine la vita, e si è evoluta straordinariamente (almeno fino alla nascita di Bossi, ovviamente).
Una straordinaria concatenazione di eventi e condizioni che, man mano che esploriamo il Cosmo, ci rendiamo conto essere estremamente fortunata e improbabile.
Non ci sono pianeti abitabili, nel nostro sistema e in quelli vicini. Ci sono ipotesi, frutto di speranze, perlopiù, ma poche certezze: tranne mondi fatti di gas, o di sassi, con temperature e radiazioni intollerabili.
La Terra è stata invece un’incubatrice perfetta. Non miracolosa, per intervento di una o più divinità, come abbiamo pensato nei secoli passati, quando ci era ancora impossibile capire l’infinità dei mondi: oggi, si stima il numero di stelle dell’universo osservabile in 300.000 trilioni (3×10^23), in 2000 miliardi (2×10^12) di galassie.
Questi numeri non sono per una mente umana realmente concepibili, tranne forse per quella di Giordano Bruno. Qualcuno ha detto: “anche tu, ateo, puoi chiamare Dio tutto ciò che non conosci o non puoi capire.”
E questo ci può stare: “Dio” è l’universo stesso, infinito e “divino” in quanto inconcepibile per noi abituati a contare con dieci dita (io, poi, toccandomi la punta del naso con i polpastrelli, ma tralascio il racconto della mia infanzia difficile da bimbo disgrafico).
Mi spiego meglio, cerco di spiegarvi “Dio” (ho istintivamente guardato in alto per vedere se mi arrivava un fulmine in testa, ma niente, “Dio” è casuale e quindi misericordioso). Pensiamo di lanciare per aria 70 monete (sorvolo anche qui sulla barzelletta ebraica collegata): qual è la probabilità che tutte e 70 caschino su “testa” (chiamiamolo Magic70 Event)? Praticamente zero, no? Quante volte dovresti provarci? Praticamente infinite volte, vero? Beh, quel “praticamente” infinite è giusto, ma si può calcolare siano 1,2×10^21 volte: se quindi su ogni stella dell’universo si lanciassero per aria 70 monete, in circa 300 posti nell’Universo le 70 monete cadrebbero tutte e 70 su “testa”.
Incredibile? No, solo così improbabile che non possiamo comprenderlo, quindi possiamo chiamarlo miracolo, evento divino, perché no?
Per la vita, per la nostra specie, si è verificato un Magic70 su questo pianeta. La Terra: ripetete il suo nome, perché è questo il pianeta sul quale “Dio”, che notoriamente non gioca a dadi con l’Universo (cit: Albert Einstein), ha però giocato per noi una partita a testa o croce straordinariamente fortunata, con 70 monete, e son tutte venute testa.
In altri 299.000 trilioni di partite che ha giocato, ha perso (fa anche lui quel che può) ma sulla Terra, no: ha vinto, e sono arrivati i cieli azzurri, una temperatura miracolosamente mite, l’atmosfera, l’evoluzione, e una straordinaria incredibile varietà di specie viventi.
Una di queste specie – l’uomo – è in grado, pur fra molte incertezze, di capire perché sia andata così, perché siamo arrivati fin qui: lo abbiamo visto sopra, e possiamo sintetizzarlo con un termine scientifico-cosmogonico-religioso:
“Una straordinaria botta di culo che può capitare poche volte in tutto l’universo mondo!”.
Una fortuna sfacciata davvero: l’incubatrice perfetta, proprio per noi.
Quella stessa specie, però, pur essendo arrivata a capire alcuni meccanismi dell’incubatrice, oltre ad aver coscienza di sé, la sta manomettendo, l’incubatrice.
Il cambiamento climatico sta portando la Terra verso un clima che l’uomo non ha mai affrontato. La concentrazione di CO2 in atmosfera sta rapidamente crescendo verso i livelli di 50 milioni di anni fa, quando la temperatura media era più alta di 14°C rispetto alla media preindustriale.
Invece che l’incubatrice perfetta, la Terra allora era un’instabile fornace, la “Hot-house Earth”, ben lontana dalle condizioni che hanno permesso lo sviluppo della specie e della civiltà umana.
Essendo ormai accertata la causa antropogenica, la responsabilità per la sopravvivenza della civiltà umana come la conosciamo oggi è (probabilmente ancora per poco) nelle nostre mani.
Perché “probabilmente ancora per poco”?
Perché a breve il sistema climatico rischia di superare i cosiddetti “punti di non ritorno” ed evolvere irrimediabilmente verso un nuovo equilibrio climatico, nuovamente una “Hot-house Earth”.
Il Sistema Terra è infatti un sistema complesso, caratterizzato da una serie di elementi interdipendenti che permettono il mantenimento della sua temperatura media e dell’attuale stato climatico.
Uno di questi elementi sono i gas serra, un altro è l’estensione dei ghiacci; poi, la nuvolosità sugli oceani. Poi le grandi foreste, che potrebbero perdere il loro ruolo di assorbitori di anidride carbonica. Poi il permafrost in Artide, lo strato di terreno perennemente (anche in estate) ghiacciato che mantiene “al sicuro” enormi quantità di metano, un gas serra peggiore dell’anidride carbonica.
L’alterazione, controllabile, del primo di questi fattori, può condurre all’alterazione di uno degli altri e così via, innescando una serie di processi a cascata che portano tutti a un’unica conseguenza: una Terra più calda, molto più calda, anche se l’iniziale causa scatenante rimanesse invariata – anche se ad un certo punto smettessimo di emettere gas climalteranti.
È un effetto domino in cui un processo rinforza se stesso: il “punto di non ritorno” è superato quando il fenomeno si autoalimenta e rinforza altri processi finché anch’essi si autoalimentano.
Un punto di non ritorno del clima (climate tipping point) è quando un piccolo cambiamento fa una grande differenza e cambia lo stato o il destino di un sistema: potrebbe non essere possibile mantenere uno stato di equilibrio con temperature medie terrestri costanti e superiori di 2°C: una volta superata la soglia di attivazione dei meccanismi citati, la Terra sarebbe destinata a franare più o meno velocemente verso temperature medie ben superiori anche se smettessimo di emettere gas serra.
Non esisterebbero cioè gli scenari climatici intermedi, caratterizzati da emissioni solo parzialmente ridotte e da un aumento di temperatura proporzionale alle stesse. Superata una certa soglia di temperatura ci ritroveremmo irrimediabilmente negli scenari peggiori.
Negli ultimi vent’anni l’IPCC ha progressivamente corretto la stima della soglia, prima considerata sopra i 5°C di riscaldamento, ma nell’ultimo rapporto del 2018 anche fra gli 1 e i 2°C. Molti dei meccanismi autoalimentanti e interdipendenti, infatti, sono stati “implementati” nei nostri modelli climatici solo di recente.
Un esempio è dato dalla recente osservazione della velocità di fusione dei ghiacciai groenlandesi maggiore di quanto previsto. Questo è il fenomeno che personalmente mi preoccupa maggiormente al breve termine: non è più soltanto uno scenario da film catastrofico quello di compromettere la corrente del Golfo con questo scioglimento, ed allora – prima di lamentarci globalmente per il caldo – potremmo dover trovarci a patire parecchio, localmente, per il freddo.
Parigi è alla stessa latitudine di Stalingrado, Bruxelles di Calgary, Napoli di New York: lasciamo al lettore immaginare.
Potremmo, insomma, stare innescando in questi decenni questo effetto domino e, in sostanza, stare condannando la Terra a procedere verso uno stato climatico ben più caldo e ben diverso da quello attuale.
Sappiamo che la civiltà umana si è da sempre collocata all’interno di una ben definita nicchia climatica. Negli scenari peggiori, luoghi oggi densamente popolati saranno presto caratterizzati da una temperatura annuale media ben al di fuori di questa nicchia, una temperatura che oggi è tipica di alcune aree del deserto del Sahara.
Negli scenari migliori, quelli dove si agisce subito e pesantemente per la decarbonizzazione forzata, tutto questo succede ugualmente, ma più lentamente, lasciandoci più tempo per adattarci.
Pensiamo quindi alla Terra come ad un “miracolo”, del quale anche noi facciamo parte. Qualcosa di estremamente improbabile, e che ora è messo in grave pericolo proprio dal “Re del Creato” (sempre stato repubblicano, anche per questo).
Molti miei amici e amiche fraterni e sorelle che lavorano con me a questi scenari sostengono che forse non ne vale la pena, di salvare questo mondo. Mi citano le recenti manifestazioni di piazza, mi citano Trump, mi citano quelli che insultano Gino Strada (cui dedico questo articolo). Meglio sparire, dicono.
Però. Però pensate al vostro gatto, che un attimo prima è seduto sul pavimento e un attimo dopo – silente e senza rincorsa – è sul termosifone a muro, altezza mt. 1,30, lui che è alto 15 cm.
Pensate a Cecilia Strada e a Emergency, che mentre Gino ci lasciava stavano salvando vite nel Mediterraneo e in Afghanistan. Pensate ai due goal di Maradona contro l’Inghilterra. Alla prima risata di vostro figlio, quando aveva pochi mesi, tutta di gola, irrefrenabile. Alla forma degli stormi di uccelli in volo, e a questi fottutissimi coccodrilli che sono sopravvissuti, incazzati come rettili, per milioni di anni, uguali a se stessi, e adesso potrebbero sparire per sempre.
Non è accettabile non provare a far qualcosa. È per lei, per la Terra: pronunciate il suo nome.
Fonte
Questa mattina ho scattato la foto che vedete in questo pezzo: sole un po’ ipertrofico, colori strani ma molto belli, calorino favoloso per metà settembre. Ah, la Terra!
Questo è il piccolo pianeta dove ha avuto origine la nostra specie, dove ha avuto origine la vita, e si è evoluta straordinariamente (almeno fino alla nascita di Bossi, ovviamente).
Una straordinaria concatenazione di eventi e condizioni che, man mano che esploriamo il Cosmo, ci rendiamo conto essere estremamente fortunata e improbabile.
Non ci sono pianeti abitabili, nel nostro sistema e in quelli vicini. Ci sono ipotesi, frutto di speranze, perlopiù, ma poche certezze: tranne mondi fatti di gas, o di sassi, con temperature e radiazioni intollerabili.
La Terra è stata invece un’incubatrice perfetta. Non miracolosa, per intervento di una o più divinità, come abbiamo pensato nei secoli passati, quando ci era ancora impossibile capire l’infinità dei mondi: oggi, si stima il numero di stelle dell’universo osservabile in 300.000 trilioni (3×10^23), in 2000 miliardi (2×10^12) di galassie.
Questi numeri non sono per una mente umana realmente concepibili, tranne forse per quella di Giordano Bruno. Qualcuno ha detto: “anche tu, ateo, puoi chiamare Dio tutto ciò che non conosci o non puoi capire.”
E questo ci può stare: “Dio” è l’universo stesso, infinito e “divino” in quanto inconcepibile per noi abituati a contare con dieci dita (io, poi, toccandomi la punta del naso con i polpastrelli, ma tralascio il racconto della mia infanzia difficile da bimbo disgrafico).
Mi spiego meglio, cerco di spiegarvi “Dio” (ho istintivamente guardato in alto per vedere se mi arrivava un fulmine in testa, ma niente, “Dio” è casuale e quindi misericordioso). Pensiamo di lanciare per aria 70 monete (sorvolo anche qui sulla barzelletta ebraica collegata): qual è la probabilità che tutte e 70 caschino su “testa” (chiamiamolo Magic70 Event)? Praticamente zero, no? Quante volte dovresti provarci? Praticamente infinite volte, vero? Beh, quel “praticamente” infinite è giusto, ma si può calcolare siano 1,2×10^21 volte: se quindi su ogni stella dell’universo si lanciassero per aria 70 monete, in circa 300 posti nell’Universo le 70 monete cadrebbero tutte e 70 su “testa”.
Incredibile? No, solo così improbabile che non possiamo comprenderlo, quindi possiamo chiamarlo miracolo, evento divino, perché no?
Per la vita, per la nostra specie, si è verificato un Magic70 su questo pianeta. La Terra: ripetete il suo nome, perché è questo il pianeta sul quale “Dio”, che notoriamente non gioca a dadi con l’Universo (cit: Albert Einstein), ha però giocato per noi una partita a testa o croce straordinariamente fortunata, con 70 monete, e son tutte venute testa.
In altri 299.000 trilioni di partite che ha giocato, ha perso (fa anche lui quel che può) ma sulla Terra, no: ha vinto, e sono arrivati i cieli azzurri, una temperatura miracolosamente mite, l’atmosfera, l’evoluzione, e una straordinaria incredibile varietà di specie viventi.
Una di queste specie – l’uomo – è in grado, pur fra molte incertezze, di capire perché sia andata così, perché siamo arrivati fin qui: lo abbiamo visto sopra, e possiamo sintetizzarlo con un termine scientifico-cosmogonico-religioso:
“Una straordinaria botta di culo che può capitare poche volte in tutto l’universo mondo!”.
Una fortuna sfacciata davvero: l’incubatrice perfetta, proprio per noi.
Quella stessa specie, però, pur essendo arrivata a capire alcuni meccanismi dell’incubatrice, oltre ad aver coscienza di sé, la sta manomettendo, l’incubatrice.
Il cambiamento climatico sta portando la Terra verso un clima che l’uomo non ha mai affrontato. La concentrazione di CO2 in atmosfera sta rapidamente crescendo verso i livelli di 50 milioni di anni fa, quando la temperatura media era più alta di 14°C rispetto alla media preindustriale.
Invece che l’incubatrice perfetta, la Terra allora era un’instabile fornace, la “Hot-house Earth”, ben lontana dalle condizioni che hanno permesso lo sviluppo della specie e della civiltà umana.
Essendo ormai accertata la causa antropogenica, la responsabilità per la sopravvivenza della civiltà umana come la conosciamo oggi è (probabilmente ancora per poco) nelle nostre mani.
Perché “probabilmente ancora per poco”?
Perché a breve il sistema climatico rischia di superare i cosiddetti “punti di non ritorno” ed evolvere irrimediabilmente verso un nuovo equilibrio climatico, nuovamente una “Hot-house Earth”.
Il Sistema Terra è infatti un sistema complesso, caratterizzato da una serie di elementi interdipendenti che permettono il mantenimento della sua temperatura media e dell’attuale stato climatico.
Uno di questi elementi sono i gas serra, un altro è l’estensione dei ghiacci; poi, la nuvolosità sugli oceani. Poi le grandi foreste, che potrebbero perdere il loro ruolo di assorbitori di anidride carbonica. Poi il permafrost in Artide, lo strato di terreno perennemente (anche in estate) ghiacciato che mantiene “al sicuro” enormi quantità di metano, un gas serra peggiore dell’anidride carbonica.
L’alterazione, controllabile, del primo di questi fattori, può condurre all’alterazione di uno degli altri e così via, innescando una serie di processi a cascata che portano tutti a un’unica conseguenza: una Terra più calda, molto più calda, anche se l’iniziale causa scatenante rimanesse invariata – anche se ad un certo punto smettessimo di emettere gas climalteranti.
È un effetto domino in cui un processo rinforza se stesso: il “punto di non ritorno” è superato quando il fenomeno si autoalimenta e rinforza altri processi finché anch’essi si autoalimentano.
Un punto di non ritorno del clima (climate tipping point) è quando un piccolo cambiamento fa una grande differenza e cambia lo stato o il destino di un sistema: potrebbe non essere possibile mantenere uno stato di equilibrio con temperature medie terrestri costanti e superiori di 2°C: una volta superata la soglia di attivazione dei meccanismi citati, la Terra sarebbe destinata a franare più o meno velocemente verso temperature medie ben superiori anche se smettessimo di emettere gas serra.
Non esisterebbero cioè gli scenari climatici intermedi, caratterizzati da emissioni solo parzialmente ridotte e da un aumento di temperatura proporzionale alle stesse. Superata una certa soglia di temperatura ci ritroveremmo irrimediabilmente negli scenari peggiori.
Negli ultimi vent’anni l’IPCC ha progressivamente corretto la stima della soglia, prima considerata sopra i 5°C di riscaldamento, ma nell’ultimo rapporto del 2018 anche fra gli 1 e i 2°C. Molti dei meccanismi autoalimentanti e interdipendenti, infatti, sono stati “implementati” nei nostri modelli climatici solo di recente.
Un esempio è dato dalla recente osservazione della velocità di fusione dei ghiacciai groenlandesi maggiore di quanto previsto. Questo è il fenomeno che personalmente mi preoccupa maggiormente al breve termine: non è più soltanto uno scenario da film catastrofico quello di compromettere la corrente del Golfo con questo scioglimento, ed allora – prima di lamentarci globalmente per il caldo – potremmo dover trovarci a patire parecchio, localmente, per il freddo.
Parigi è alla stessa latitudine di Stalingrado, Bruxelles di Calgary, Napoli di New York: lasciamo al lettore immaginare.
Potremmo, insomma, stare innescando in questi decenni questo effetto domino e, in sostanza, stare condannando la Terra a procedere verso uno stato climatico ben più caldo e ben diverso da quello attuale.
Sappiamo che la civiltà umana si è da sempre collocata all’interno di una ben definita nicchia climatica. Negli scenari peggiori, luoghi oggi densamente popolati saranno presto caratterizzati da una temperatura annuale media ben al di fuori di questa nicchia, una temperatura che oggi è tipica di alcune aree del deserto del Sahara.
Negli scenari migliori, quelli dove si agisce subito e pesantemente per la decarbonizzazione forzata, tutto questo succede ugualmente, ma più lentamente, lasciandoci più tempo per adattarci.
Pensiamo quindi alla Terra come ad un “miracolo”, del quale anche noi facciamo parte. Qualcosa di estremamente improbabile, e che ora è messo in grave pericolo proprio dal “Re del Creato” (sempre stato repubblicano, anche per questo).
Molti miei amici e amiche fraterni e sorelle che lavorano con me a questi scenari sostengono che forse non ne vale la pena, di salvare questo mondo. Mi citano le recenti manifestazioni di piazza, mi citano Trump, mi citano quelli che insultano Gino Strada (cui dedico questo articolo). Meglio sparire, dicono.
Però. Però pensate al vostro gatto, che un attimo prima è seduto sul pavimento e un attimo dopo – silente e senza rincorsa – è sul termosifone a muro, altezza mt. 1,30, lui che è alto 15 cm.
Pensate a Cecilia Strada e a Emergency, che mentre Gino ci lasciava stavano salvando vite nel Mediterraneo e in Afghanistan. Pensate ai due goal di Maradona contro l’Inghilterra. Alla prima risata di vostro figlio, quando aveva pochi mesi, tutta di gola, irrefrenabile. Alla forma degli stormi di uccelli in volo, e a questi fottutissimi coccodrilli che sono sopravvissuti, incazzati come rettili, per milioni di anni, uguali a se stessi, e adesso potrebbero sparire per sempre.
Non è accettabile non provare a far qualcosa. È per lei, per la Terra: pronunciate il suo nome.
Fonte
12/08/2021
Una analisi critica del Rapporto IPCC sui cambiamenti climatici
Il recente rapporto 2021 dell’Ipcc sulla crisi climatica ha sollevato reazioni comprensibilmente allarmate. Ma il problema di fondo è che, non da oggi, i rapporti dell’Ipcc forniscono certamente un’analisi completa e accurata dei dati scientifici aggiornati (grazie all’amplissimo insieme di specialisti internazionali) ma sono molto prudenti nel tirarne le conclusioni, fornendo un quadro che sostanzialmente lascia aperte soluzioni a mio parere illusorie. Pochi commentatori sottolineano un aspetto molto rilevante: l’Ipcc è sì un organismo dell’Onu, ma è intergovernativo, finanziato da un numero ristretto di Governi Membri e dalla Ue. Non so come l’Ipcc sia concretamente organizzato, ma è lecito manifestare dubbi che un tale organismo possa esprimersi in modo totalmente libero dagli interessi dei principali governi.
Queste sono riserve formali ma vi sono aspetti sostanziali che mettono in dubbio il quadro fornito dall’Ipcc. Il termine “irreversibile” significa che un sistema termodinamico non può più ritornare allo stato di partenza anche se si potessero eliminare tutti i fattori perturbanti: per un sistema complesso, altamente non lineare, si presentano delle soglie oltrepassate le quali il sistema evolve in modo assolutamente incontrollabile e imprevedibile. Oltrepassare una soglia causerebbe comunque aumenti della temperatura proporzionalmente maggiori e innalzamenti del livello dei mari significativamente superiori a qualunque momento in tutta l’era moderna.
Questa situazione può essere descritta in base a dinamiche specifiche di un sistema complesso non lineare, su cui non è possibile entrare nel merito al livello di questo articolo, ma qualche cenno può chiarire anche a un non esperto alcuni processi di fondo. Un aspetto cruciale è l’esistenza di meccanismi di retroazione (feedback) auto-rinforzanti, o positivi, che una volta innescati continuano ad agire e ad amplificare l’allontanamento dalla situazione di partenza: ecco perché, in sostanza, molti rimedi proposti, anche dagli ambientalisti, sono ormai privi di efficacia. Questi feedback positivi possono spingere il Sistema Terra verso soglie che, se superate, potrebbero impedire la stabilizzazione del clima ed aumentare il riscaldamento anche se le emissioni antropiche vengono ridotte. In un sistema complesso non lineare alterazioni limitate dello stato del sistema apparentemente marginali si possono amplificare in modo incontrollabile (“effetto farfalla”) e provocare disastri inauditi.
In un articolo di tre anni fa, dal titolo emblematico “Il Rapporto sul clima sottostima il pericolo”, il premio Nobel per la chimica Mario Molina e Durwood Zaelke, fondatore e presidente del Institute for Governance & Sustainable Development di Washington, scrivevano: “Per dirla senza mezzi termini, c’è un pericolo significativo che cicli di feedback positivi portino il Pianeta nel caos fuori dal controllo umano”. Anche i livelli attuali di inquinamento ambientale potrebbero portare per causa di questi meccanismi a un riscaldamento incontrollato.
Vi sono molti esempi facilmente comprensibili senza la necessità di nozioni scientifiche specifiche. Lo scioglimento dei ghiacci scoprirà il permafrost, il quale scongelerà rilasciando grandi quantitativi di metano, un gas che contribuisce 20 volte più della CO2 all’effetto serra. D’altronde i ghiacci che ricoprono il mare Artico riflettono la radiazione solare (albedo) molto di più della superficie del mare, più scura, che rimarrà scoperta, il ché aumenterà ulteriormente il riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Il riscaldamento globale inoltre sta indebolendo la Corrente del Golfo, la quale potrebbe cessare (o addirittura invertirsi): le conseguenze sarebbero disastrose, come un rapido innalzamento del livello del mare verso la costa orientale degli Stati Uniti, per converso un raffreddamento delle regioni dell’Europa che si affacciano all’Atlantico. È molto indicativo, il riscaldamento “globale” è un processo medio estremamente complesso che può includere fenomeni di raffreddamento. Nell’inverno passato siamo stati investiti da correnti gelide che per gli sconvolgimenti atmosferici penetravano dalle regioni polari.
I boschi e le foreste che bruciano o vengono distrutti, oltre a deteriorare gravemente lo stato dei suoli e la loro permeabilità, modificano in modo permanente gli scambi termici, l’evaporazione, l’albedo, producono un loro clima. Si ricorderà che nel 2018 un ciclone distrusse i boschi delle Dolomiti sconvolgendone gli equilibri ed eliminando gli scambi con l’atmosfera: fu considerato un fenomeno eccezionale, che però sembra destinato a diventare comune.
L’inarrestabile aumento delle aree urbanizzate e cementificate (particolarmente comune e grave in Italia) modifica profondamente il microclima, genera trappole di calore e inversioni termiche, oltre a polarizzare sulle città le produzioni e i consumi, in particolare quelli idrici, provocando squilibri in tutto il territorio.
Con l’inarrestabile perdita di biodiversità la biosfera diventa sempre meno vitale e ospitale: scienziati autorevoli hanno denunciato il rischio che sia iniziata la sesta estinzione di massa.
Vi è poi una sistematica omissione nelle ricerche e nei rapporti dell’Ipcc, che riflette in modo inequivocabile l’adesione agli interessi dei governi: i consumi energetici e le emissioni climalteranti provocati dai sistemi militari, che nel caso di guerre guerreggiate si aggiungono alle stragi e alle devastazioni irreparabili. Il solo Pentagono è il primo consumatore e inquinatore singolo in assoluto in una graduatoria che include gli Stati. Eppure gli Stati Uniti hanno ottenuto nei negoziati e negli accordi sul clima l’esenzione delle emissioni del sistema militare! Come si può pensare che gli scienziati dell’Ipcc violino questa questa intesa?
Sono convinto che la soglia di irreversibilità del clima sia stata oltrepassata da tempo: già dallo storico summit di Rio del 1992 – soprattutto a fronte dell’evidente rifiuto dei governi di sottostare a provvedimenti radicali – credo che l’aggravamento della crisi climatica fosse già irreversibile: ma noi non avevamo gli strumenti, e venivamo dai movimenti che volevano cambiare il mondo.
Prendere atto almeno oggi di questa situazione non significa drammatizzare in modo ingiustificato ma essere realisti, e ritengo che questo sia necessario anche per i movimenti ambientalisti che ancora alimentano illusioni di potere arrestare questi processi. Questo rafforza, e non indebolisce, la richiesta di un radicale cambiamento dei modi insostenibili in cui produciamo e consumiamo.
Fonte
Queste sono riserve formali ma vi sono aspetti sostanziali che mettono in dubbio il quadro fornito dall’Ipcc. Il termine “irreversibile” significa che un sistema termodinamico non può più ritornare allo stato di partenza anche se si potessero eliminare tutti i fattori perturbanti: per un sistema complesso, altamente non lineare, si presentano delle soglie oltrepassate le quali il sistema evolve in modo assolutamente incontrollabile e imprevedibile. Oltrepassare una soglia causerebbe comunque aumenti della temperatura proporzionalmente maggiori e innalzamenti del livello dei mari significativamente superiori a qualunque momento in tutta l’era moderna.
Questa situazione può essere descritta in base a dinamiche specifiche di un sistema complesso non lineare, su cui non è possibile entrare nel merito al livello di questo articolo, ma qualche cenno può chiarire anche a un non esperto alcuni processi di fondo. Un aspetto cruciale è l’esistenza di meccanismi di retroazione (feedback) auto-rinforzanti, o positivi, che una volta innescati continuano ad agire e ad amplificare l’allontanamento dalla situazione di partenza: ecco perché, in sostanza, molti rimedi proposti, anche dagli ambientalisti, sono ormai privi di efficacia. Questi feedback positivi possono spingere il Sistema Terra verso soglie che, se superate, potrebbero impedire la stabilizzazione del clima ed aumentare il riscaldamento anche se le emissioni antropiche vengono ridotte. In un sistema complesso non lineare alterazioni limitate dello stato del sistema apparentemente marginali si possono amplificare in modo incontrollabile (“effetto farfalla”) e provocare disastri inauditi.
In un articolo di tre anni fa, dal titolo emblematico “Il Rapporto sul clima sottostima il pericolo”, il premio Nobel per la chimica Mario Molina e Durwood Zaelke, fondatore e presidente del Institute for Governance & Sustainable Development di Washington, scrivevano: “Per dirla senza mezzi termini, c’è un pericolo significativo che cicli di feedback positivi portino il Pianeta nel caos fuori dal controllo umano”. Anche i livelli attuali di inquinamento ambientale potrebbero portare per causa di questi meccanismi a un riscaldamento incontrollato.
Vi sono molti esempi facilmente comprensibili senza la necessità di nozioni scientifiche specifiche. Lo scioglimento dei ghiacci scoprirà il permafrost, il quale scongelerà rilasciando grandi quantitativi di metano, un gas che contribuisce 20 volte più della CO2 all’effetto serra. D’altronde i ghiacci che ricoprono il mare Artico riflettono la radiazione solare (albedo) molto di più della superficie del mare, più scura, che rimarrà scoperta, il ché aumenterà ulteriormente il riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Il riscaldamento globale inoltre sta indebolendo la Corrente del Golfo, la quale potrebbe cessare (o addirittura invertirsi): le conseguenze sarebbero disastrose, come un rapido innalzamento del livello del mare verso la costa orientale degli Stati Uniti, per converso un raffreddamento delle regioni dell’Europa che si affacciano all’Atlantico. È molto indicativo, il riscaldamento “globale” è un processo medio estremamente complesso che può includere fenomeni di raffreddamento. Nell’inverno passato siamo stati investiti da correnti gelide che per gli sconvolgimenti atmosferici penetravano dalle regioni polari.
I boschi e le foreste che bruciano o vengono distrutti, oltre a deteriorare gravemente lo stato dei suoli e la loro permeabilità, modificano in modo permanente gli scambi termici, l’evaporazione, l’albedo, producono un loro clima. Si ricorderà che nel 2018 un ciclone distrusse i boschi delle Dolomiti sconvolgendone gli equilibri ed eliminando gli scambi con l’atmosfera: fu considerato un fenomeno eccezionale, che però sembra destinato a diventare comune.
L’inarrestabile aumento delle aree urbanizzate e cementificate (particolarmente comune e grave in Italia) modifica profondamente il microclima, genera trappole di calore e inversioni termiche, oltre a polarizzare sulle città le produzioni e i consumi, in particolare quelli idrici, provocando squilibri in tutto il territorio.
Con l’inarrestabile perdita di biodiversità la biosfera diventa sempre meno vitale e ospitale: scienziati autorevoli hanno denunciato il rischio che sia iniziata la sesta estinzione di massa.
Vi è poi una sistematica omissione nelle ricerche e nei rapporti dell’Ipcc, che riflette in modo inequivocabile l’adesione agli interessi dei governi: i consumi energetici e le emissioni climalteranti provocati dai sistemi militari, che nel caso di guerre guerreggiate si aggiungono alle stragi e alle devastazioni irreparabili. Il solo Pentagono è il primo consumatore e inquinatore singolo in assoluto in una graduatoria che include gli Stati. Eppure gli Stati Uniti hanno ottenuto nei negoziati e negli accordi sul clima l’esenzione delle emissioni del sistema militare! Come si può pensare che gli scienziati dell’Ipcc violino questa questa intesa?
Sono convinto che la soglia di irreversibilità del clima sia stata oltrepassata da tempo: già dallo storico summit di Rio del 1992 – soprattutto a fronte dell’evidente rifiuto dei governi di sottostare a provvedimenti radicali – credo che l’aggravamento della crisi climatica fosse già irreversibile: ma noi non avevamo gli strumenti, e venivamo dai movimenti che volevano cambiare il mondo.
Prendere atto almeno oggi di questa situazione non significa drammatizzare in modo ingiustificato ma essere realisti, e ritengo che questo sia necessario anche per i movimenti ambientalisti che ancora alimentano illusioni di potere arrestare questi processi. Questo rafforza, e non indebolisce, la richiesta di un radicale cambiamento dei modi insostenibili in cui produciamo e consumiamo.
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