In questi ultimi mesi ci siamo abituati a registrare – “a sinistra” – una crescente cacofonia sul tema “green pass”. Divisioni profonde, scomuniche reciproche, accuse deliranti (soprattutto, bisogna dirlo, da parte di chi sotto il “no green pass” nasconde un indicibile “no vax”, che contrasta – radicalmente – con la cultura derivante dal “socialismo scientifico” del Moro di Treviri).
Ci siamo così abituati ad ascrivere questa cacofonia al sempiterno “amore per la scissione” che caratterizza “la sinistra”. Soprattutto quella che si autodefinisce “radicale” o viene indicata come “estrema”, anche quando, tutto sommato, è moderatamente socialdemocratica (solo l’equivoco interessato sul PD come “sinistra” può far sembrare l’ultimo barlume di welfare state quasi un “accenno al socialismo”).
Ma anche a destra non scherzano. Due giornali protofascisti come La Verità (direttore l’orrido Belpietro) e Libero (codiretto da Vittorio Feltri, Pietro Senaldi e Alessandro Sallusti, in altri tempi guidato a turno anche da Belpietro) hanno sul tema vaccini due posizioni radicalmente opposte.
Magari solo per qualche giorno, magari solo perché guardano a due anime diverse del protofascismo italico (quella qualunquista o quella “governista comunque”), ma nessuno sembra accorgersi di questa divaricazione.
La spiegazione, da queste parti, appare abbastanza chiara. Sulle questioni secondarie si può e si deve “cercare di coprire” tutto il campo del consenso possibile. Su quelle serie, invece, comandano i padroni e non c’è niente da discutere. Al massimo da fare un po’ di “flanella”, giusto per guadagnarsi un gettone nei talk show.
Insomma, scanniamoci pure – per finta, sia chiaro – sul ddl Zan o “la terza dose”, tanto a gestire tutto ci pensa Draghi, cioè la Troika.
Decisamente più serio, non per caso, chi da 2.000 anni gestisce il rapporto con il potere andando al sodo, invece di perdersi nelle quisquilie e pinzillacchere...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2021
23/06/2020
Il “patto libico” tra governi e scafisti: petrolio contro migranti
La questione dei barconi carichi di migranti disperati provenienti dalla Libia è da qualche anno uno dei cavalli di battaglia della destra fascioleghista.
La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.
Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).
Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.
Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.
Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.
Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.
Nello Scavo – L’Avvenire
«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».
Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.
Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.
Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.
Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.
L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».
In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.
Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.
Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.
Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.
I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.
Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.
A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.
Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.
Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».
I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.
Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.
A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.
Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».
Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.
A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».
Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.
A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.
E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».
Fonte
La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.
Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).
Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.
Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.
Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.
Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.
*****
Petrolio e migranti. I documenti del «patto libico»
Nello Scavo – L’Avvenire
«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».
Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.
Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.
Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.
Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.
L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».
In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.
Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.
Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.
Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.
I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.
Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.
A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.
Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.
Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».
I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.
Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.
A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.
Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».
Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.
A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».
Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.
A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.
E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».
Fonte
10/12/2019
Libia - «Libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue
La realtà brutale degli interessi economici, come sempre mescolata con quelli mafiosi dietro la cascata di belle intenzioni sparate sui media (complici) da politici servi. L’Avvenire, giornale dei vescovi italiani, quindi “extraterritoriale”, si può permettere il giornalismo d’inchiesta che nessuna testata “democratica” fa più (a meno che l’inchiesta non serva a bastonare un avversario – politico o economico – del padrone della testata...).
Quel che comunque non può dire, per “educazione” politica (ci sono trattati da rispettare e 8×1000 da incassare...), proviamo ad aggiungerlo noi.
La storia che Nello Scavo ha scoperto e racconta riguarda tutto – tutto! – l’establishment italiano ed europeo. Coinvolge infatti le compagnie petrolifere (il petrolio di contrabbando non può mica essere acquistato dal primo che passa...), tutti – tutti! – i governi che hanno firmato accordi con il frammento di Libia controllato dal Al Serraj (o più concretamente da Bija), e tutti i paesi che hanno fatto la stessa cosa, a partire da quei “democratici” governanti maltesi che fanno saltare in aria i veri giornalisti d’inchiesta (Dafne Caruana).
In questa commistione di marciume è inascoltabile chi pretende di distinguere tra “democratici” e destra sulla base del “rispetto dei diritti umani” o del “trattamento umanitario dei migranti”. Perché sia i Minniti che i Salvini hanno firmato accordi simili proprio con il capo dei trafficanti di esseri umani che è al tempo stesso il capo della “guardia costiera libica”, “legalmente riconosciuta” dall’Unione Europea ma con un capo ricercato dall’Onu. E non è difendibile neanche il contenuto di quegli accordi: mantenere persone in catene nei lager per evitare che arrivino in Europa.
Che poi il Bija di turno faccia loro pagare carissimo un “biglietto” per il barcone che li riporterà nel lager dopo un giro in mare, è solo un dettaglio d’infamia in più. Di cui sono responsabili tutti – tutti! – i “maggiorenti” d’Europa...
Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti.
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando.
Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni.
Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani, che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che, nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania.
Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.
Fonte
Quel che comunque non può dire, per “educazione” politica (ci sono trattati da rispettare e 8×1000 da incassare...), proviamo ad aggiungerlo noi.
La storia che Nello Scavo ha scoperto e racconta riguarda tutto – tutto! – l’establishment italiano ed europeo. Coinvolge infatti le compagnie petrolifere (il petrolio di contrabbando non può mica essere acquistato dal primo che passa...), tutti – tutti! – i governi che hanno firmato accordi con il frammento di Libia controllato dal Al Serraj (o più concretamente da Bija), e tutti i paesi che hanno fatto la stessa cosa, a partire da quei “democratici” governanti maltesi che fanno saltare in aria i veri giornalisti d’inchiesta (Dafne Caruana).
In questa commistione di marciume è inascoltabile chi pretende di distinguere tra “democratici” e destra sulla base del “rispetto dei diritti umani” o del “trattamento umanitario dei migranti”. Perché sia i Minniti che i Salvini hanno firmato accordi simili proprio con il capo dei trafficanti di esseri umani che è al tempo stesso il capo della “guardia costiera libica”, “legalmente riconosciuta” dall’Unione Europea ma con un capo ricercato dall’Onu. E non è difendibile neanche il contenuto di quegli accordi: mantenere persone in catene nei lager per evitare che arrivino in Europa.
Che poi il Bija di turno faccia loro pagare carissimo un “biglietto” per il barcone che li riporterà nel lager dopo un giro in mare, è solo un dettaglio d’infamia in più. Di cui sono responsabili tutti – tutti! – i “maggiorenti” d’Europa...
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di Nello Scavo - L'AvvenirePrima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti.
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando.
Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni.
Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani, che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che, nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania.
Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.
Fonte
06/10/2019
Gli scafisti libici? Li paga e arma lo Stato italiano (e la UE) / parte 2-3
Emergono dettagli ancora più precisi sul legame di ferro tra scafisti libici – che risultano essere anche i gestori dei “campi di accoglienza” e tortura allestiti laggiù con i fondi italiani e della UE – e governo italiano.
Di fronte alla rivelazione, pubblicata da L’Avvenire (il giornale dei vescovi, mica dei bolscevichi!), sulla presenza del capo dei trafficanti – Abdul Rahman “Bija” – in un vertice tenuto nel Cara di Mineo, la reazione generale è stata quella prevedibile: tenere tutto sotto traccia e affidare la smentita a funzionari di terza linea. Il più alto in grado ad esporsi, il sottosegretario agli interni, Carlo Sibilia (Cinque Stelle), ha provato a scaricare tutto su Salvini buttandola in caciara, esponendosi con vero sprezzo del ridicolo al giudizio di essere o incompetente o un bugiardo.
L’ingenuo impenitente – quello nutrito dalla disinformazione professionale dei “grandi giornali” e delle tv di Stato (Mediaset compresa) – deve infatti essere tenuto all’oscuro dei fatti più schifosi ed essere nutrito di “ordine e disciplina”. Specie se i funzionari incaricati di tenere “ordine e disciplina” (polizie, servizi segreti, guardi costiera, guardia di finanza, ecc.) sono in realtà complici e alleati dei peggiori criminali che l’Onu ha inscritto nelle proprie liste invitando tutti a catturarli.
Insomma, un solo ordine è corso tra le redazioni dei “professionisti dell’informazione” e le segreterie dei partiti politici presenti in Parlamento (opposizione d’ultradestra compresa): “su questa faccenda, SILENZIO!”
L’ipotetico “ingenuo impenitente” – tutti coloro che davanti a una notizia-bomba, che dovrebbe sconvolgere il loro ordinato immaginario benpensante, si dicono per prima cosa “sarà un errore, non è possibile” – che abbia letto la prima puntata dell’inchiesta di Nello Scavo è stato perciò indotto a pensare: “sarà stato lui, Bija, abile ad infilarsi in una delegazione libica secondaria, magari controllata con sufficienza dai nostri servizi di sicurezza, che si sono fidati dei loro colleghi dell’altra sponda”.
E invece no. La seconda e la terza puntata chiariscono che il boss dei “trafficanti di esseri umani” è stato accolto anche a Roma, nella sede centrale della Guardia Costiera (quella che deve gestire i soccorsi in mare, oltre che la difesa della cose). Non solo. È stato portato anche in giro per i vari “centri di accoglienza” stanziati in Italia, informato sui costi per ogni migrante “accolto”, ecc. Segno chiaro che il boss è considerato interlocutore “affidabile”, niente affatto in incognito. Anzi.
Ultima nota: divertente, ma non proprio una novità, la nota dell’Aise (servizi segreti interni) che smentisce di aver controllato quegli incontri. Non fa nomi, ma dimentica di citare l’Aisi (la branca dei servizi segreti che si occupa degli esteri). Come nella “spiata alla francese”, che in Italia potremmo tradurre in “non faccio nomi, ma lo indico col naso”...
In alto, la foto ufficiale dell’incontro presso la Guardia costiera a Roma. Il quarto da sinistra è Bija. Il terzo, un delegato su cui stanno lavorando i pm (www.guardiacostiera.gov.it)
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Non c’è ancora chiarezza su chi organizzò il summit nel centro di accoglienza siciliano. Eppure tutti conoscevano il “signore” della rotta libica
Un mese dopo l’atterraggio di Bija in Sicilia (leggi anche il precedente articolo), succede qualcosa di strano: di colpo le partenze di immigrati e profughi dalla Libia precipitano ai minimi storici, con una riduzione superiore al 50% per ogni mese. Si passa dai circa 26mila di maggio – il vertice nel Cara di Mineo è dell’11 maggio – ai quasi 5mila di settembre. Le statistiche elaborate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, fanno venire in mente Leonardo Sciascia, secondo il quale «le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze».
Eppure, sull’organizzazione di quell’incontro, il giallo continua. Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia. Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti.
All’epoca dei fatti, fonti del governo italiano facevano sapere che «noi dialoghiamo con le autorità legittimamente riconosciute, ma anche con i sindaci, con le tribù, che costituiscono il tessuto connettivo del Paese. Occorre un dialogo politico tra Est e Ovest, una forte spinta diplomatica».
Un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo. Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane.
Gli investigatori si sono mostrati molto interessati alle rivelazioni di Avvenire e già nei prossimi giorni potrebbero esserci sviluppi inaspettati. Fonti delle Nazioni Unite confermano che l’incontro avvenne in accordo con il governo italiano e che Bija si presentò inizialmente come direttore di un centro per migranti. Successivamente venne indicato come funzionario della Guardia costiera e ebbe modo anche di visitare la struttura di Pozzallo.
La sua figura era nota, tanto da venire riconosciuto da alcuni rappresentanti di agenzie umanitarie assai sorpresi di vederlo in Sicilia e da cui ancora oggi trapela lo sconcerto per avere appreso che a uomini su cui pendono anche le investigazioni della Corte penale internazionale dell’Aia sia stata concessa una via d’accesso sicura per entrare e uscire dall’Italia.
Al centro degli incontri vi era il «modello di accoglienza italiano da esportare in Libia», specialmente il Cara di Mineo, inaugurato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni. Poi la delegazione ha visitato anche altre due strutture siciliane. Un “modello” a cui i libici erano molto interessati e su cui, a quanto raccontano le fonti contattate da Avvenire, «avevano grande interesse anche per i costi di gestione e i finanziamenti che sarebbero stati necessari dall’Italia e dall’Europa per analoghe strutture in Libia».
Poco dopo arriveranno ulteriori accuse dagli investigatori Onu, acquisite dalla Corte penale dell’Aja. «Le sue forze – si legge in uno dei documenti – erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». E alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia.
Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite».
Kachlaf, leader della famigerata brigata Al-Nasr, è a sua volta soggetto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per traffico di esseri umani ed è ritenuto il vero padrone del centro di detenzione di Zawyah, dove hanno sporadico accesso gli osservatori Onu.
Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano nelle scorse settimane che Bija era stato reso «inoffensivo». In realtà sarebbe più in sella che mai. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. È riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata. (Continua-2)
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Quattro giorni dopo il meeting in Sicilia, Bija era ospite della Guardia costiera per un «incontro formativo» Nei report Onu di un anno prima le notizie sulle uccisioni di profughi nel campo di Zawyah
Se la visita delle delegazione libica al Cara di Mineo e in altri centri per immigrati in Sicilia non era mai stata resa pubblica prima delle rivelazioni di Avvenire, emerge ora una foto del 15 maggio 2017 a Roma, nel quartier generale della Guardia costiera italiana quattro giorni dopo il meeting in Sicilia. Accanto agli ufficiali italiani c’è Bija con gli altri emissari nordafricani tra cui, alla destra del trafficante di uomini, una figura su cui si stanno concentrando i legali di diversi migranti passati dai campi libici, testimoni chiave in alcune inchieste avviate nell’isola.
Grazie a Luca Raineri, ricercatore di Relazioni Internazionali e Security Studies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, scopriamo che Bija era a Roma per una serie di «incontri di formazione». Nella nota che, sul sito della Guardia costiera, accompagnava la notizia si legge: «Nell’ambito del progetto “Sea Demm – Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”, coordinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il Comando Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera ha ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso Oim».
Bija, in abito scuro, pettinatura impomatata e posa atletica, è tra i più eleganti. L’appuntamento «si è dimostrato un’importante opportunità per trattare argomenti cruciali quali la ricerca e il salvataggio della vita umana in mare, il border control (il controllo dei confini, ndr), l’attuale divisione delle aree Sar (ricerca e soccorso, ndr) nel Mediterraneo Centrale e il progetto di cooperazione tra Italia e Libia, che si propone, attraverso il ricorso a finanziamenti europei, di istituire un efficiente Maritime Coordination Center in quest’ultimo Stato».
Era l’inizio della cooperazione che ha portato a delegare alla cosiddetta Guardia costiera libica la cattura dei migranti in mare. Senza che mai, nonostante le promesse di tutti i governi italiani che si sono susseguiti da allora, vi sia stato un miglioramento dei diritti umani di base, tanto da far chiedere alle Nazioni Unite e anche all’Unione Europea, la chiusura di tutti i campi di prigionia, a cominciare da quello sotto il controllo di Bija e dei suoi complici.
Nelle ricostruzioni ufficiali sul resto del viaggio di Bija, peraltro, rimangono altre grandi zone d’ombra. Le notizie pubblicate dal nostro giornale, infatti, hanno provocato varie reazioni. Dai servizi segreti italiani all’Unione europea. La portavoce del Servizio Ue di Azione Esterna, Maja Kocijancic, ha ribadito che «nessuno dei guardia coste addestrati da Operazione Sophia è sulla lista delle sanzioni Onu», mentre Bruxelles ha chiesto alla Guardia costiera libica di «affrontare il caso di Abdalrahman al-Milad», detto Bija, che «a quanto ci risulta è stato sospeso dal servizio». In altre parole, Bija non può essere considerato un referente delle guardie costiere dell’Ue.
Ma in realtà, come documentato più volte da Avvenire e altre testate internazionali, oltre che da indagini delle Nazioni Unite, le motovedette del boss di Zawyah sono ancora attive e rispondono alle chiamate della centrale di Tripoli, a sua volta allertata dalle Guardie costiere di Paesi come Italia e Malta. L’Ue, dunque, non si assume responsabilità per quanto i singoli Stati fanno, ritenendo di avere dato indicazioni precise per stare alla larga da personaggi con pochi scrupoli.
Contattati dall’agenzia AdnKronos, i vertici dell’intelligence italiana hanno formulato una «smentita categorica» circa la presenza di funzionari del servizio segreto a Mineo. Con un distinguo. Nella precisazione viene indicato che «nessun funzionario dell’Aise ha mai partecipato a quella riunione». L’Aise è l’agenzia per la sicurezza esterna. Curiosamente, non viene indicata l’assenza anche di uomini dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Tuttavia, come confermano diverse fonti, non c’è dubbio che l’intero viaggio sia stato seguito da funzionari del ministero dell’Interno, sia a tutela della delegazione estera, che per monitorare gli spostamenti e le mosse degli “ospiti libici”.
Rileggendo le denunce delle Nazioni Unite sui crimini contro i diritti umani commessi dalla Guardia costiera di Zawyah, divulgati precedentemente all’arrivo in Italia della discussa delegazione libica, si ha la conferma che qualcuno in quei mesi ha chiuso un occhio. Quasi ogni trimestre, nei due anni precedenti, le Nazioni Unite hanno denunciato il dramma dei migranti.
Il 16 aprile 2016, in uno dei dossier del Consiglio di sicurezza, viene descritta la situazione del centro di detenzione ancora oggi sotto il controllo di Bija e del suo clan. «L’1 aprile a Zawiyah, quattro detenuti dalla struttura di detenzione di al-Nasr, che è gestito dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (presso il governo di Tripoli, ndr), sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e 20 altri sono rimasti feriti a seguito di un apparente tentativo di fuga. Anche una guardia è stata ferita. Il caso ha mostrato la seria preoccupazione in corso riguardo alla terribile situazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, comprese le condizioni relative a il loro trattamento e la detenzione prolungata».
Il 5 aprile 2017, un mese prima della visita in Italia, la più importante agenzia fotografica del mondo pubblicava un servizio proprio su Bija, ritratto a cavallo, a corredo di una serie di inchieste giornalistiche nelle quali è indicato come perno del network del traffico di esseri umani. Davanti a questi documenti è anche solo difficile ipotizzare che un esponente proveniente da quell’area, ripetutamente indicato per nome e immagini dalla stampa italiana e internazionale, potesse ottenere un salvacondotto per entrare in Italia con la garanzia di poter ripartire senza conseguenze.
Fonte
05/10/2019
Gli scafisti libici? Li paga e arma lo Stato italiano (e la UE) / parte 1
Ci hanno ammorbato fino alla nausea con i “trafficanti di esseri umani”, con “fermare l’invasione”, con i “taxi del mare” e i “complici degli scafisti”. Lo hanno fatto tutti: Pd, grillini e Salvini.
Tutti hanno provato a convincerci che lo schema era questo:
a) i migranti arrivano qui portati dai trafficanti (ed è l’unica cosa vera);
b) abbiamo – come Stato italiano – fatto un accordo con il “governo legittimo di Al Serrai” (che è poco meno del sindaco di Tripoli) per gestire “campi” non meglio precisati in territorio libico;
c) abbiamo – come Stato italiano – fornito motovedette ed armato una “guardia costiera” libica legale;
d) se i migranti continuano ad arrivare è colpa degli scafisti, ovviamente illegali;
e) ma è anche colpa delle “navi Ong”, che d’accordo con questi scafisti, aspettano i barconi “su appuntamento” e ci portano qui “clandestini” che andrebbero solo rispediti indietro.
Fin qui la narrazione è identica per tutti. Poi Salvini ci aggiunge la valanga di scemenze razziste di cui è prodigo; la Meloni ci aggiunge “l’affondamento delle navi”: Di Maio “adesso facciamo i rimpatri sul serio”; Zingaretti una serie di frasi di cui nessuno si ricorda perché dicono poco.
Fin qui tutto chiaro?
Bene. È vero tutto il contrario.
L’Italia – tutti i governi degli ultimi anni, e l’attuale continua sulla stessa strada – ha fatto accordi diretti con il capo degli scafisti, finanziando e armando quella fazione (che fa parte del “governo legittimo” di Al Serraj), al punto che questi comanda una parte della cosiddetta “guardia costiera libica”, quella con base a Zawyah. Con le navi che gli ha dato lo Stato italiano.
Un ingenuo potrebbe pensare che tutto ciò sia avvenuto in Libia, all’interno dell’infinita litigiosità delle varie fazioni tribali. Ossia che, sì, l’Italia ha dato finanziamenti e navi al “governo legittimo” e poi parte di quella dotazione è finita per vie traverse alle “persone sbagliate”.
ERRORE!!!
Il capo degli scafisti – Abd al-Rahman al-Milad, chiamato Bija – è stato accolto come autorevole membro di una delegazione ufficiale libica per un incontro avvenuto nel Cara di Mineo (quello per cui ha passato qualche guaio anche l’ex ministro dell’interno Alfano – do you remember Alfano?).
Ci sono persino le foto...
L’ingenuo impenitente potrebbe obiettare che magari, in quel momento, il capo degli scafisti non fosse ancora stato smascherato come tale...
ERRORE!!!
Diversi rapporti dell’Onu lo avevano già individuato come tale, arrivando – com’è ovvio – ad allertare le polizie mondiali in modo da impedire che potesse circolare, se non altro, al di fuori della Libia.
Divertente, se non fosse tragica, questa storia dei ministri dell’interno che hanno fatto carriera e consenso gridando sulla “sicurezza” e la necessità di “combattere gli scafisti”, ma che nel frattempo si accordano, finanziano e armano proprio quelli che dicono di voler combattere...
Basterebbe questo per classificarli tra i peggiori degli uomini.
Ma nella loro ebbrezza da “potenti a tempo determinato” hanno voluto esagerare, indicando un “nemico alternativo” in chi – invece – salva in mare quanti riescono a sfuggire (o a pagare) ai massacratori foraggiati dalla “classe politica italiana”.
Dove abbiamo avuto questa notizia? Non da fonti oscure. Appare oggi in prima pagina su L’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E il Vaticano, come si sa, ha ottime fonti. Di provata fede...
Prima dell’inchiesta di Nello Scavo, una nostra breve ricostruzione della successione temporale degli eventi, che aiuta a comprendere ancora meglio come tutta questa classe politica di truffatori fosse perfettamente al corrente della situazione. Mentendo pubblicamente per “guadagnare voti”.
Ed è solo la prima puntata...
Il 21 aprile del 2017, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio aveva accusato pubblicamente le ONG di essere “taxi del mare”, riprendendo un post di Beppe Grillo sul loro “oscuro ruolo”.
Il 28 giugno del 2017, il governo italiano d’intesa con il commissario europeo Dimitri Avramopulos, annunciava che avrebbe chiuso i porti alle ONG che soccorrevano i migranti dai gommoni alla deriva al largo delle coste libiche per sbarcarli nei porti italiani.
Infine, nel marzo del 2018, il procuratore della repubblica di Catania Zuccaro sequestrava la nave dell’organizzazione non governativa spagnola “Proactiva Open Arms” rea di non aver consegnato alla guardia costiera libica 218 esseri umani, che stavano scappando proprio dall’inferno libico.
Il ministro Marco Minniti, era il 7 agosto 2017, imponeva alle Ong di firmare un codice di condotta per continuare a salvare vite, come se fino ad allora avessero violato chissà quale norma.
Ora, si viene a sapere che a maggio 2017,ovvero, un mese prima la chiusura dei porti alle ONG decisa da UE e dal duo Gentiloni-Minniti, a Mineo (sede del CARA più grande d’Italia) si svolse un incredibile incontro tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, ed alcuni delegati inviati dal governo italiano.
Il 24 luglio del 2019 è il turno di Matteo Salvini, da poco ministro dell’interno, a proporre ai libici di Al Serraj di costruire altri “Centri di accoglienza” nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Il ministro dell’Interno ha incontrato a Tripoli l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Aveva però anticipato via twitter, come al solito, il succo della sua proposta: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza aveva però già da anni denunciato che: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Le foto dell’incontro nel maggio 2017 (Governo Gentiloni, ministro dell’interno Minniti) tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo italiano sono nell’incredibile inchiesta di Nello Scavo su l’Avvenire.
Nello Scavo, venerdì 4 ottobre 2019 – L’Avvenire
Le foto dell’incontro nel 2017 tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo.
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la composizione della misteriosa delegazione da Tripoli. È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto. Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti. Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani. Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco». Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia.
Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf». Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna. Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire. I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà, ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici. Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato – si legge nei report dell’Onu – di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
Fonte
Tutti hanno provato a convincerci che lo schema era questo:
a) i migranti arrivano qui portati dai trafficanti (ed è l’unica cosa vera);
b) abbiamo – come Stato italiano – fatto un accordo con il “governo legittimo di Al Serrai” (che è poco meno del sindaco di Tripoli) per gestire “campi” non meglio precisati in territorio libico;
c) abbiamo – come Stato italiano – fornito motovedette ed armato una “guardia costiera” libica legale;
d) se i migranti continuano ad arrivare è colpa degli scafisti, ovviamente illegali;
e) ma è anche colpa delle “navi Ong”, che d’accordo con questi scafisti, aspettano i barconi “su appuntamento” e ci portano qui “clandestini” che andrebbero solo rispediti indietro.
Fin qui la narrazione è identica per tutti. Poi Salvini ci aggiunge la valanga di scemenze razziste di cui è prodigo; la Meloni ci aggiunge “l’affondamento delle navi”: Di Maio “adesso facciamo i rimpatri sul serio”; Zingaretti una serie di frasi di cui nessuno si ricorda perché dicono poco.
Fin qui tutto chiaro?
Bene. È vero tutto il contrario.
L’Italia – tutti i governi degli ultimi anni, e l’attuale continua sulla stessa strada – ha fatto accordi diretti con il capo degli scafisti, finanziando e armando quella fazione (che fa parte del “governo legittimo” di Al Serraj), al punto che questi comanda una parte della cosiddetta “guardia costiera libica”, quella con base a Zawyah. Con le navi che gli ha dato lo Stato italiano.
Un ingenuo potrebbe pensare che tutto ciò sia avvenuto in Libia, all’interno dell’infinita litigiosità delle varie fazioni tribali. Ossia che, sì, l’Italia ha dato finanziamenti e navi al “governo legittimo” e poi parte di quella dotazione è finita per vie traverse alle “persone sbagliate”.
ERRORE!!!
Il capo degli scafisti – Abd al-Rahman al-Milad, chiamato Bija – è stato accolto come autorevole membro di una delegazione ufficiale libica per un incontro avvenuto nel Cara di Mineo (quello per cui ha passato qualche guaio anche l’ex ministro dell’interno Alfano – do you remember Alfano?).
Ci sono persino le foto...
L’ingenuo impenitente potrebbe obiettare che magari, in quel momento, il capo degli scafisti non fosse ancora stato smascherato come tale...
ERRORE!!!
Diversi rapporti dell’Onu lo avevano già individuato come tale, arrivando – com’è ovvio – ad allertare le polizie mondiali in modo da impedire che potesse circolare, se non altro, al di fuori della Libia.
Divertente, se non fosse tragica, questa storia dei ministri dell’interno che hanno fatto carriera e consenso gridando sulla “sicurezza” e la necessità di “combattere gli scafisti”, ma che nel frattempo si accordano, finanziano e armano proprio quelli che dicono di voler combattere...
Basterebbe questo per classificarli tra i peggiori degli uomini.
Ma nella loro ebbrezza da “potenti a tempo determinato” hanno voluto esagerare, indicando un “nemico alternativo” in chi – invece – salva in mare quanti riescono a sfuggire (o a pagare) ai massacratori foraggiati dalla “classe politica italiana”.
Dove abbiamo avuto questa notizia? Non da fonti oscure. Appare oggi in prima pagina su L’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E il Vaticano, come si sa, ha ottime fonti. Di provata fede...
Prima dell’inchiesta di Nello Scavo, una nostra breve ricostruzione della successione temporale degli eventi, che aiuta a comprendere ancora meglio come tutta questa classe politica di truffatori fosse perfettamente al corrente della situazione. Mentendo pubblicamente per “guadagnare voti”.
Ed è solo la prima puntata...
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Il 21 aprile del 2017, il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio aveva accusato pubblicamente le ONG di essere “taxi del mare”, riprendendo un post di Beppe Grillo sul loro “oscuro ruolo”.
Il 28 giugno del 2017, il governo italiano d’intesa con il commissario europeo Dimitri Avramopulos, annunciava che avrebbe chiuso i porti alle ONG che soccorrevano i migranti dai gommoni alla deriva al largo delle coste libiche per sbarcarli nei porti italiani.
Infine, nel marzo del 2018, il procuratore della repubblica di Catania Zuccaro sequestrava la nave dell’organizzazione non governativa spagnola “Proactiva Open Arms” rea di non aver consegnato alla guardia costiera libica 218 esseri umani, che stavano scappando proprio dall’inferno libico.
Il ministro Marco Minniti, era il 7 agosto 2017, imponeva alle Ong di firmare un codice di condotta per continuare a salvare vite, come se fino ad allora avessero violato chissà quale norma.
Ora, si viene a sapere che a maggio 2017,ovvero, un mese prima la chiusura dei porti alle ONG decisa da UE e dal duo Gentiloni-Minniti, a Mineo (sede del CARA più grande d’Italia) si svolse un incredibile incontro tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, ed alcuni delegati inviati dal governo italiano.
Il 24 luglio del 2019 è il turno di Matteo Salvini, da poco ministro dell’interno, a proporre ai libici di Al Serraj di costruire altri “Centri di accoglienza” nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Il ministro dell’Interno ha incontrato a Tripoli l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig. Aveva però anticipato via twitter, come al solito, il succo della sua proposta: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza aveva però già da anni denunciato che: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Le foto dell’incontro nel maggio 2017 (Governo Gentiloni, ministro dell’interno Minniti) tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo italiano sono nell’incredibile inchiesta di Nello Scavo su l’Avvenire.
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Nello Scavo, venerdì 4 ottobre 2019 – L’Avvenire
Le foto dell’incontro nel 2017 tra il numero uno dei trafficanti di esseri umani, Bija, e delegati inviati dal governo.
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la composizione della misteriosa delegazione da Tripoli. È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto. Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti. Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani. Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco». Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia.
Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf». Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna. Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire. I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi». Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà, ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici. Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato – si legge nei report dell’Onu – di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui». Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
Fonte
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