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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2022

Gli USA non sanno dove sono finite i due terzi delle armi inviate in Ucraina

I vertici militari americani potrebbero non sapere dove si trova una parte consistente delle armi inviate a Kiev: è quanto riporta l’emittente americana CBS, che ha condotto un’inchiesta sulle forniture di armi all’Ucraina da parte dei Paesi occidentali, esposta nel documentario “Arming Ukraine”.

Dal reportage in questione emerge che solo il 30% delle forniture di armi arriva effettivamente in Donbass, lungo la linea del fronte. Mentre il restante 70% nella migliore delle ipotesi sarebbe fermo nei centri di smistamento allestiti in Europa o nei depositi situati nell’ovest dell’Ucraina. Nella peggiore, sarebbe addirittura sparito.

Ciò che preoccupa di più è il fatto che le armi in questione possano cadere nelle mani del mercato nero ucraino che ha prosperato grazie all’intensificarsi della corruzione, specialmente dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

L’inchiesta della CBS ha di recente suscitato il risentimento e le proteste del governo ucraino che ha accusato il canale americano di fare disinformazione: «servirebbe un’inchiesta internazionale per stabilire chi lo ha permesso e perché», ha scritto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba su Twitter.

In seguito alle polemiche, l’emittente newyorkese ha deciso di aggiornare i contenuti del documentario e degli articoli ad esso inerenti alla luce di nuovi fatti. Tuttavia, non ha smentito quanto precedentemente riferito, ma si è limitata a riportare che, secondo alcune fonti, la consegna di armi «è notevolmente migliorata dalle riprese della CBS alla fine di aprile».

Ad alimentare i sospetti che le armi inviate non arrivino al fronte e ad avvalorare dunque la tesi del reportage della CBS, è la recente missione del generale americano Garrick Harmon in Ucraina: Harmon è uno degli uomini più importanti nelle gerarchie militari americane ed è il capo del centro di assistenza che gestisce gli aiuti bellici americani ai Paesi stranieri.

Da lui dipende, dunque, il sostegno all’esercito di Kiev. Sebbene i suoi movimenti dovrebbero essere coperti dal più stretto riserbo, è stato lo stesso governo di Kiev a rivelare che il generale si trova «da alcuni giorni nel Paese».

Il che può significare un’unica cosa: i vertici militari americani non si fidano della gestione ucraina del materiale bellico inviato dai Paesi NATO ed è un forte segnale che la Casa Bianca invia a Zelensky. Come ha riportato l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, «c’è profonda sfiducia nei confronti di Zelensky» da parte dei funzionari americani.

In particolare, sono due i fattori che preoccupano Washington: la tenuta dell’Ucraina di fronte alla crisi interna, evidenziata dal recente cambio ai vertici dell’intelligence di Kiev, dovuto – secondo la versione ufficiale – ai tradimenti interni. In realtà pare molto più probabile che la decisione di Zelensky di rimuovere i capi dei vertici della sicurezza sia dipesa proprio dall’incapacità di gestire il poderoso traffico di armi e denaro che giunge al Paese est europeo. Il secondo fattore, invece, è rappresentato dalle divergenze tra Kiev e Washington sul futuro post-bellico dell’ex Stato sovietico.

Le tensioni tra Zelensky e l’amministrazione americana erano già cominciate prima dell’operazione militare russa nel Paese, quando il Presidente ucraino aveva accusato gli Stati Uniti di «alzare la tensione», e si è acuita per via della questione del traffico di armi: non è un caso, infatti, che il documentario della CBS abbia suscitato l’ira dell’amministrazione di Kiev.

Il generale Harmon ha voluto accertarsi di persona su dove si trovino le armi inviate, in quanto non è previsto alcun sistema di tracciamento che ne monitori il percorso e la destinazione, rendendo così estremamente semplice il traffico illecito e la creazione di zone grigie non controllabili.

Al riguardo, Jonas Ohman – una delle fonti principali del documentario della CBS e fondatore di un’organizzazione con sede in Lituania che ha fornito all’Ucraina aiuti militari – ha affermato che quello del traffico illegale di armi è uno dei motivi per cui l’Ucraina “deve vincere la guerra”: «Se perdiamo la guerra, se abbiamo questo tipo di zona grigia, uno scenario di Stato semi-fallito o qualcosa di simile, allora molte risorse letali si incaglieranno in un Paese che hai perso e dovrai affrontarne le conseguenze», ha dichiarato.

Non stupisce, dunque, che il generale Harmon sia corso in visita a Kiev agli inizi di agosto per il controllo e il monitoraggio degli armamenti, cercando di rimediare all’evidente incapacità dell’amministrazione di Zelensky di gestire in autonomia la situazione.

L’invio di armi all’Ucraina – oltre a prolungare il conflitto – si sta rivelando un problema sia per Washington che per Kiev. Ciononostante, proprio ieri il Pentagono ha annunciato l’invio di ulteriori aiuti militari all’Ucraina per il valore di un miliardo di dollari.

Fonte

29/03/2021

Libia - Tangenti, segreti, torture, mafia politica, faide e patti indicibili

di Nello Scavo - L'Avvenire

Tangenti per far nominare il nuovo presidente. Faide tra milizie e accordi indicibili con governi esteri. Il flop dell’embargo sulle armi. Le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati. Il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani, da maneggiare come pedine nella partita per il potere interno, spaventando i governi europei disposti a fare arrivare un fiume di soldi pur di millantare d’essere riusciti a fermare gli scafisti. E poi i rimproveri per il memorandum d’intesa tra Roma e Tripoli.

La Libia raccontata nelle 548 pagine dell’ultimo rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite è uno Stato a pezzi, sfasciato sotto la spinta di potenze esterne, cannibalizzato dalle mafie che possono contare su referenti politici interni e padrini nei palazzi presidenziali all’estero.

Nel dossier, che riassume le investigazioni dell’ultimo anno, ci sono omissis e molti fronti lasciati aperti. I tentativi di ricomposizione tra fazioni non sono facili, e forse anche per non scoraggiare un certo ritrovato attivismo della comunità internazionale il documento si tiene alla larga da previsioni catastrofiche. Ma non vuol dire scambiare la speranza con l’ottimismo.

Prendiamo i campi di prigionia, nei quali avvengono “tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni”. I vertici delle Forze armate di Tripoli hanno spiegato all’Onu che quelle galere “sono una necessità della politica migratoria degli stati membri dell'Unione Europea”. Cominciamo dalla fine. Dal recente negoziato per la nomina del governo unitario di transizione che dovrebbe condurre il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre.

Scrivono gli ispettori: “Durante il round iniziale del Forum di dialogo politico libico facilitato dalle Nazioni Unite, tenutosi all’inizio di novembre 2020, il gruppo (di esperti Onu, ndr) ha stabilito che ad almeno tre partecipanti sono state offerte tangenti per votare un candidato specifico come primo ministro”.

A quanto se ne sa, “i partecipanti al forum coinvolti nell’episodio sono stati categorici nel loro rifiuto delle tangenti”, segnalate all’ufficio del procuratore generale libico, “che ha ricevuto denunce da membri del Forum e gruppi della società civile sulla questione”.

Sullo sfondo il conflitto che non è ancora cronaca del passato. “I gruppi terroristici – si legge – sono rimasti attivi in ​​Libia, anche se con attività ridotte. I loro atti di violenza continuano ad avere un effetto dirompente sulla stabilità e sulla sicurezza del Paese”.

Di armi, del resto, non ne mancano. L’embargo del 2011 “che obbligava gli Stati membri delle Nazioni Unite a impedire la fornitura diretta o indiretta alla Libia rimane totalmente inefficace”. Non bastasse, “l’attuazione delle misure di congelamento dei beni e di divieto di viaggio per le persone indicate dall’Onu rimane inefficace”, ha aggiunto il gruppo di esperti riferendosi anche a trafficanti di uomini e petrolio che hanno spostato capitali e patrimoni fuori dal Paese.

Per comprendere in che modo i drammi dei migranti prigionieri influiscano sulle dispute interne e nelle relazioni internazionali, il “panel of experts” menziona una serie di passaggi. “Nel febbraio 2020 è stato rinnovato per tre anni il memorandum d’intesa Libia-Italia sulla migrazione”. L’accordo, i cui dettagli operativi non sono mai stati resi noti dai governi italiani, “prevede il supporto italiano alle autorità marittime libiche per intercettare le imbarcazioni e riportare i migranti in Libia. Nel luglio 2020 il parlamento italiano ha approvato la componente finanziaria dell’accordo”.

Un mese dopo il rinnovo del memorandum, nel marzo 2020, “l’Ue ha deciso di porre fine a un’operazione contro il contrabbando di migranti che coinvolgeva principalmente aerei di sorveglianza, nota come Operazione Sophia, e di schierare navi militari con il compito principale di sostenere l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, sotto il nome di Operazione Irini”.

Il risultato è stato quello di fare il solletico agli scafisti, sottrarre il Mediterraneo centrale al prevalente controllo navale italiano, e non riuscire neanche a ostacolare la consegna di armi da guerra al generale Haftar in Cirenaica e al governo centrale di Tripoli.

Nel giugno 2020 la Libia ha firmato con Malta un accordo “nel settore della lotta all’immigrazione clandestina con il quale Malta si è impegnata a finanziare due centri di coordinamento e a proporre alla Commissione europea e agli Stati membri dell’Europa l’aumento del sostegno finanziario per aiutare il governo di accordo nazionale, in particolare, nel rendere sicuri i confini meridionali della Libia e nel rafforzare le capacità di intercettazione dei migranti”. Nessun riferimento alla protezione dei diritti umani.

Nel corso dei colloqui con gli ispettori il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, riconfermato anche nel nuovo esecutivo, “ha sottolineato che meno dello 0,5% di tutti i migranti in Libia sono detenuti in centri di detenzione (vale a dire, circa 2.000 dei 574.146 migranti presenti in Libia a novembre 2020). La stragrande maggioranza era tenuta in strutture non ufficiali in condizioni di vita degradanti”.

Tra le strutture ufficiali, che dunque ricevono sostegno dal governo centrale attraverso vari progetti di finanziamento dall’Italia e dall’Ue, il luogo peggiore resta Zawyah, il centro petrolifero sulla costa, lungo la strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Il campo di prigionia si chiama “Al-Nasr”, dal nome della milizia che lo gestisce da un decennio.

“Il panel ha scoperto che il suo direttore de facto, Osama al-Kuni Ibrahim (nella foto sotto, ndr), ha commesso diverse violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani”. Si tratta di un nome noto ai lettori di Avvenire. Nel settembre del 2019 per la prima volta abbiamo pubblicato le sue foto e ricostruita la sua storia, legata a doppio filo con il comandante “Bija” e i capi della potente milizia, i fratelli Kashlaf.

Negli ultimi mesi la milizia ha subito per mano del ministro dell’Interno Bashaga quello che sembra un avvertimento, con l’arresto nell’ottobre scorso dello stesso Bija “accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante”. Tuttavia, viene precisato, Bija si trova in “detenzione provvisoria”.

Curiosamente, le autorità non hanno fornito agli ispettori “dettagli sull’indagine riguardo le finanze e le proprietà” riconducibili a Bija. In ogni caso “le circostanze del suo arresto nell’ottobre 2020 dimostrano gli interessi contrastanti all’interno dei servizi di sicurezza del governo di accordo nazionale, a scapito dell’applicazione della legge”.

In altre parole al-Milad ha potuto godere di protezioni interne e internazionali e, al momento, anche la sua posizione giudiziaria non è delineata, tanto da definire “provvisorio” lo stato di detenzione.

A Zawyah i migranti prigionieri “hanno raccontato di atti di rapimento a scopo di riscatto, tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni. Il centro è ancora in funzione, nonostante le dichiarazioni che regolarmente ne annunciano la chiusura”.

Nel report viene tracciata una mappa delle “rete di Zawyah” e dei molteplici interessi del clan al-Nasr. “La brigata al-Nasr, guidata da Mohammed Al Amin Al-Arabi Kashlaf, mantiene il controllo del complesso petrolifero di Zawiyah. Fino alla sua detenzione, Abd Al-Rahman al-Milad (Bija) era il capo de facto del distaccamento della Guardia costiera libica presso il complesso petrolifero”.

Alcune nuove e più piccole bande di contrabbandieri hanno cercato di inserirsi nel business, “aumentando le tensioni con i gruppi preesistenti”. Con scarsi risultati: “La rete Zawiyah – riassume il report – ha esercitato grandi sforzi per mantenere lo status quo in città e mantiene il suo ruolo centrale e preminente nel contrabbando di carburante”.

Contrabbandieri e trafficanti possono ancora vantare un credito nei confronti del governo centrale. Durante l’aggressione del generale Haftar, la coalizione di milizie e forze armate che sosteneva il governo centrale di Tripoli (Gna), “i contrabbandieri sono diventati molto visibili nel corso della controffensiva. Il 13 aprile 2020, un video online mostrava al-Milad (Bija) unirsi all’operazione del Gna a Sabratha”, come mostra l’immagine qui sotto: l’uomo in alto cerchiato in rosso è proprio Bija durante i giorni della battaglia a sostegno del governo centrale di Tripoli.

Il 15 aprile 2020 un altro boss, al-Fitouri, “ne ha seguito l’esempio ed è apparso in un video online in cui ha dichiarato la sua cooperazione con il Gna”.

Molte immagini di uno dei fratelli Kashlaf  “sono circolate online mostrandolo presumibilmente a Sabratha o a Surman”, a riprova della “illegalità dilagante che ha avuto luogo intorno alla metà di aprile come parte dell’operazione del Gna”.

Le esportazioni illecite di petrolio sono in calo, ma a causa del Covid. Al contrario non diminuiscono le operazioni dei trafficanti di esseri umani. Che i campi di prigionia ufficiali siano ingestibili anche a causa del sovraffollamento lo ha ammesso anche il colonnello Abdallah Toumia capo della guardia costiera di Tripoli: “Ha affermato al panel che a causa del sovraffollamento dei centri di detenzione, la Guardia costiera libica è stata talvolta costretta a lasciarle andare i migranti”.

Un “rilascio” che non ha nulla a che fare con la “liberazione”. Poiché in queste circostanze, appena fuori dai porti di sbarco, i trafficanti attendono i migranti “rilasciati” per catturarli e condurli nelle prigioni clandestine. Ma a chi gli chiede il perché le gattabuie per stranieri non siano ancora state chiuse, il colonnello Mabrouk Abdelhafid, capo del Direttorato anti-immigrazione illegale, risponde “collegando la necessità dei centri di detenzione alla politica migratoria degli Stati membri dell’Unione Europea, sottolineando che il 99% dei migranti presenti nei centri di detenzione erano stati intercettati in mare e consegnati dalla Guardia Costiera libica. Mentre ha respinto l’idea di chiudere tutti i centri di detenzione, ha presentato al panel una politica di riorganizzazione, che avrebbe dovuto interrompere le reti di contrabbando e consentire un migliore controllo da parte della Direzione”.

A scaricare le responsabilità ancora una volta sui Paesi europei è proprio l’uomo forte del nuovo governo, il ministro dell’Interno Fathi Bashagha, che ha mantenuto l’incarico nell’esecutivo di transizione dopo essere uscito perdente nella corsa presidenziale.

Incontrando il “panel” delle Nazioni Unite è stato categorico “ha riconosciuto le sfide poste dalla situazione dei centri di detenzione – si legge –. Ma ha anche legato l’attività delle prigioni alla pressione esercitata da alcuni Paesi europei per impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo”. In particolare alludendo all’Italia.

Fonte

01/08/2020

Italia e Ue mandanti di assassini e torture


La guardia costiera libica ha massacrato a colpi di mitraglia un gruppo di migranti su un barcone, che faceva di tutto per sfuggirle. Perché in Libia tutti i fuggitivi sono attesi dai lager, dove esseri umani a migliaia vengono torturati, stuprati, trattati e venduti come schiavi.

Sono gli effetti degli accordi appena rinnovati tra Italia e Libia, approvati con voto quasi unanime dal Parlamento.

Sono gli effetti di una UE che usa Italia, Grecia e Spagna come guardie di frontiera, con questi paesi che poi delocalizzano in Africa i compiti dello sterminio.

Sono gli effetti di un sistema neocoloniale che spende per interventi militari in Africa miliardi che potrebbero essere impiegati in veri aiuti.

Sono gli effetti del saccheggio multinazionale delle risorse di un intero continente.

Sono gli effetti di un sistema politico dove infami mascalzoni fanno le loro fortune sulla paura dell’invasione da parte di poveri disperati, che poi vengono stipati in 700 dove c’é posto per 50 e vergogna se provano a fuggire. E poi ci sono quelli che per paura di perdere voti a favore dei mascalzoni li copiano e fanno come e peggio di loro.

Sono gli effetti di un paese che da trent’anni viene diseducato alla solidarietà e abituato alla ferocia. Non pensate che sia vero l’ignobile slogan "prima gli italiani". Esso serve solo a farci accettare il massacro degli altri come inevitabile, in modo che si sappia accettare quello in casa nostra se fosse necessario.

Ci si abitua all’indifferenza verso la mostruosità, come gli onesti cittadini di Mauthausen.

Ci vogliono rendere complici e partecipi dell’orrore, questa è la colpa più grave di tutti i governi e di tutti i partiti di governo, che hanno fatto dell’Italia e della UE i mandanti dei crimini.

Sono sacrosante ogni ribellione, ogni violazione, nel nome dell’umanità, di questa legalità assassina. E se qualcuno chiede, come è solito fare chi accetta tutto, quali siano le alternative, la risposta è prima di tutto una: non guardare dall’altra parte. E poi smetterla di pagare assassini.

PS: questa foto è stata pubblicata a gennaio dall’Avvenire e documenta la tortura ad una donna eritrea.

Fonte

06/10/2019

Gli scafisti libici? Li paga e arma lo Stato italiano (e la UE) / parte 2-3


Emergono dettagli ancora più precisi sul legame di ferro tra scafisti libici – che risultano essere anche i gestori dei “campi di accoglienza” e tortura allestiti laggiù con i fondi italiani e della UE – e governo italiano.

Di fronte alla rivelazione, pubblicata da L’Avvenire (il giornale dei vescovi, mica dei bolscevichi!), sulla presenza del capo dei trafficanti – Abdul Rahman “Bija” – in un vertice tenuto nel Cara di Mineo, la reazione generale è stata quella prevedibile: tenere tutto sotto traccia e affidare la smentita a funzionari di terza linea. Il più alto in grado ad esporsi, il sottosegretario agli interni, Carlo Sibilia (Cinque Stelle), ha provato a scaricare tutto su Salvini buttandola in caciara, esponendosi con vero sprezzo del ridicolo al giudizio di essere o incompetente o un bugiardo.

L’ingenuo impenitente – quello nutrito dalla disinformazione professionale dei “grandi giornali” e delle tv di Stato (Mediaset compresa) – deve infatti essere tenuto all’oscuro dei fatti più schifosi ed essere nutrito di “ordine e disciplina”. Specie se i funzionari incaricati di tenere “ordine e disciplina” (polizie, servizi segreti, guardi costiera, guardia di finanza, ecc.) sono in realtà complici e alleati dei peggiori criminali che l’Onu ha inscritto nelle proprie liste invitando tutti a catturarli.

Insomma, un solo ordine è corso tra le redazioni dei “professionisti dell’informazione” e le segreterie dei partiti politici presenti in Parlamento (opposizione d’ultradestra compresa): “su questa faccenda, SILENZIO!”

L’ipotetico “ingenuo impenitente” – tutti coloro che davanti a una notizia-bomba, che dovrebbe sconvolgere il loro ordinato immaginario benpensante, si dicono per prima cosa “sarà un errore, non è possibile” – che abbia letto la prima puntata dell’inchiesta di Nello Scavo è stato perciò indotto a pensare: “sarà stato lui, Bija, abile ad infilarsi in una delegazione libica secondaria, magari controllata con sufficienza dai nostri servizi di sicurezza, che si sono fidati dei loro colleghi dell’altra sponda”.

E invece no. La seconda e la terza puntata chiariscono che il boss dei “trafficanti di esseri umani” è stato accolto anche a Roma, nella sede centrale della Guardia Costiera (quella che deve gestire i soccorsi in mare, oltre che la difesa della cose). Non solo. È stato portato anche in giro per i vari “centri di accoglienza” stanziati in Italia, informato sui costi per ogni migrante “accolto”, ecc. Segno chiaro che il boss è considerato interlocutore “affidabile”, niente affatto in incognito. Anzi.

Ultima nota: divertente, ma non proprio una novità, la nota dell’Aise (servizi segreti interni) che smentisce di aver controllato quegli incontri. Non fa nomi, ma dimentica di citare l’Aisi (la branca dei servizi segreti che si occupa degli esteri). Come nella “spiata alla francese”, che in Italia potremmo tradurre in “non faccio nomi, ma lo indico col naso”...

In alto, la foto ufficiale dell’incontro presso la Guardia costiera a Roma. Il quarto da sinistra è Bija. Il terzo, un delegato su cui stanno lavorando i pm (www.guardiacostiera.gov.it)

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Non c’è ancora chiarezza su chi organizzò il summit nel centro di accoglienza siciliano. Eppure tutti conoscevano il “signore” della rotta libica

Un mese dopo l’atterraggio di Bija in Sicilia (leggi anche il precedente articolo), succede qualcosa di strano: di colpo le partenze di immigrati e profughi dalla Libia precipitano ai minimi storici, con una riduzione superiore al 50% per ogni mese. Si passa dai circa 26mila di maggio – il vertice nel Cara di Mineo è dell’11 maggio – ai quasi 5mila di settembre. Le statistiche elaborate dal ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, fanno venire in mente Leonardo Sciascia, secondo il quale «le sole cose sicure in questo mondo sono le coincidenze».

Eppure, sull’organizzazione di quell’incontro, il giallo continua. Secondo fonti vicine all’allora esecutivo Gentiloni, l’appuntamento di Mineo fu suggerito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim, agenzia delle Nazioni Unite che ha suoi funzionari anche in Libia. Al contrario, dall’Onu fanno sapere che l’incontro fu organizzato dai ministeri italiani coinvolti a vario titolo nella gestione della crisi migratoria insieme al governo libico, che aveva trasmesso la lista dei partecipanti.

All’epoca dei fatti, fonti del governo italiano facevano sapere che «noi dialoghiamo con le autorità legittimamente riconosciute, ma anche con i sindaci, con le tribù, che costituiscono il tessuto connettivo del Paese. Occorre un dialogo politico tra Est e Ovest, una forte spinta diplomatica».

Un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo. Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane.

Gli investigatori si sono mostrati molto interessati alle rivelazioni di Avvenire e già nei prossimi giorni potrebbero esserci sviluppi inaspettati. Fonti delle Nazioni Unite confermano che l’incontro avvenne in accordo con il governo italiano e che Bija si presentò inizialmente come direttore di un centro per migranti. Successivamente venne indicato come funzionario della Guardia costiera e ebbe modo anche di visitare la struttura di Pozzallo.

La sua figura era nota, tanto da venire riconosciuto da alcuni rappresentanti di agenzie umanitarie assai sorpresi di vederlo in Sicilia e da cui ancora oggi trapela lo sconcerto per avere appreso che a uomini su cui pendono anche le investigazioni della Corte penale internazionale dell’Aia sia stata concessa una via d’accesso sicura per entrare e uscire dall’Italia.

Al centro degli incontri vi era il «modello di accoglienza italiano da esportare in Libia», specialmente il Cara di Mineo, inaugurato nel 2011 dal governo Berlusconi con l’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni. Poi la delegazione ha visitato anche altre due strutture siciliane. Un “modello” a cui i libici erano molto interessati e su cui, a quanto raccontano le fonti contattate da Avvenire, «avevano grande interesse anche per i costi di gestione e i finanziamenti che sarebbero stati necessari dall’Italia e dall’Europa per analoghe strutture in Libia».

Poco dopo arriveranno ulteriori accuse dagli investigatori Onu, acquisite dalla Corte penale dell’Aja. «Le sue forze – si legge in uno dei documenti – erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». E alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia.

Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite».

Kachlaf, leader della famigerata brigata Al-Nasr, è a sua volta soggetto alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu per traffico di esseri umani ed è ritenuto il vero padrone del centro di detenzione di Zawyah, dove hanno sporadico accesso gli osservatori Onu.

Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano nelle scorse settimane che Bija era stato reso «inoffensivo». In realtà sarebbe più in sella che mai. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. È riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata. (Continua-2)

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Quattro giorni dopo il meeting in Sicilia, Bija era ospite della Guardia costiera per un «incontro formativo» Nei report Onu di un anno prima le notizie sulle uccisioni di profughi nel campo di Zawyah

Se la visita delle delegazione libica al Cara di Mineo e in altri centri per immigrati in Sicilia non era mai stata resa pubblica prima delle rivelazioni di Avvenire, emerge ora una foto del 15 maggio 2017 a Roma, nel quartier generale della Guardia costiera italiana quattro giorni dopo il meeting in Sicilia. Accanto agli ufficiali italiani c’è Bija con gli altri emissari nordafricani tra cui, alla destra del trafficante di uomini, una figura su cui si stanno concentrando i legali di diversi migranti passati dai campi libici, testimoni chiave in alcune inchieste avviate nell’isola.

Grazie a Luca Raineri, ricercatore di Relazioni Internazionali e Security Studies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, scopriamo che Bija era a Roma per una serie di «incontri di formazione». Nella nota che, sul sito della Guardia costiera, accompagnava la notizia si legge: «Nell’ambito del progetto “Sea Demm – Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”, coordinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il Comando Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera ha ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso Oim».

Bija, in abito scuro, pettinatura impomatata e posa atletica, è tra i più eleganti. L’appuntamento «si è dimostrato un’importante opportunità per trattare argomenti cruciali quali la ricerca e il salvataggio della vita umana in mare, il border control (il controllo dei confini, ndr), l’attuale divisione delle aree Sar (ricerca e soccorso, ndr) nel Mediterraneo Centrale e il progetto di cooperazione tra Italia e Libia, che si propone, attraverso il ricorso a finanziamenti europei, di istituire un efficiente Maritime Coordination Center in quest’ultimo Stato».

Era l’inizio della cooperazione che ha portato a delegare alla cosiddetta Guardia costiera libica la cattura dei migranti in mare. Senza che mai, nonostante le promesse di tutti i governi italiani che si sono susseguiti da allora, vi sia stato un miglioramento dei diritti umani di base, tanto da far chiedere alle Nazioni Unite e anche all’Unione Europea, la chiusura di tutti i campi di prigionia, a cominciare da quello sotto il controllo di Bija e dei suoi complici.

Nelle ricostruzioni ufficiali sul resto del viaggio di Bija, peraltro, rimangono altre grandi zone d’ombra. Le notizie pubblicate dal nostro giornale, infatti, hanno provocato varie reazioni. Dai servizi segreti italiani all’Unione europea. La portavoce del Servizio Ue di Azione Esterna, Maja Kocijancic, ha ribadito che «nessuno dei guardia coste addestrati da Operazione Sophia è sulla lista delle sanzioni Onu», mentre Bruxelles ha chiesto alla Guardia costiera libica di «affrontare il caso di Abdalrahman al-Milad», detto Bija, che «a quanto ci risulta è stato sospeso dal servizio». In altre parole, Bija non può essere considerato un referente delle guardie costiere dell’Ue.

Ma in realtà, come documentato più volte da Avvenire e altre testate internazionali, oltre che da indagini delle Nazioni Unite, le motovedette del boss di Zawyah sono ancora attive e rispondono alle chiamate della centrale di Tripoli, a sua volta allertata dalle Guardie costiere di Paesi come Italia e Malta. L’Ue, dunque, non si assume responsabilità per quanto i singoli Stati fanno, ritenendo di avere dato indicazioni precise per stare alla larga da personaggi con pochi scrupoli.

Contattati dall’agenzia AdnKronos, i vertici dell’intelligence italiana hanno formulato una «smentita categorica» circa la presenza di funzionari del servizio segreto a Mineo. Con un distinguo. Nella precisazione viene indicato che «nessun funzionario dell’Aise ha mai partecipato a quella riunione». L’Aise è l’agenzia per la sicurezza esterna. Curiosamente, non viene indicata l’assenza anche di uomini dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Tuttavia, come confermano diverse fonti, non c’è dubbio che l’intero viaggio sia stato seguito da funzionari del ministero dell’Interno, sia a tutela della delegazione estera, che per monitorare gli spostamenti e le mosse degli “ospiti libici”.

Rileggendo le denunce delle Nazioni Unite sui crimini contro i diritti umani commessi dalla Guardia costiera di Zawyah, divulgati precedentemente all’arrivo in Italia della discussa delegazione libica, si ha la conferma che qualcuno in quei mesi ha chiuso un occhio. Quasi ogni trimestre, nei due anni precedenti, le Nazioni Unite hanno denunciato il dramma dei migranti.

Il 16 aprile 2016, in uno dei dossier del Consiglio di sicurezza, viene descritta la situazione del centro di detenzione ancora oggi sotto il controllo di Bija e del suo clan. «L’1 aprile a Zawiyah, quattro detenuti dalla struttura di detenzione di al-Nasr, che è gestito dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (presso il governo di Tripoli, ndr), sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e 20 altri sono rimasti feriti a seguito di un apparente tentativo di fuga. Anche una guardia è stata ferita. Il caso ha mostrato la seria preoccupazione in corso riguardo alla terribile situazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, comprese le condizioni relative a il loro trattamento e la detenzione prolungata».

Il 5 aprile 2017, un mese prima della visita in Italia, la più importante agenzia fotografica del mondo pubblicava un servizio proprio su Bija, ritratto a cavallo, a corredo di una serie di inchieste giornalistiche nelle quali è indicato come perno del network del traffico di esseri umani. Davanti a questi documenti è anche solo difficile ipotizzare che un esponente proveniente da quell’area, ripetutamente indicato per nome e immagini dalla stampa italiana e internazionale, potesse ottenere un salvacondotto per entrare in Italia con la garanzia di poter ripartire senza conseguenze.

Fonte

17/07/2019

“Attentato, attentato! Mi vogliono ammazzare!”. La sceneggiata di Salvini


Lo stile fa l’uomo, o almeno lo descrive. Lo stile di un signore di nome Matteo Salvini si vede ogni giorno, ma per capire l’abisso di falsità che esce quotidianamente dalla bocca di quest’uomo è necessario fermarsi su qualche dettaglio. Interrompendo il flusso continuo che impedisce ogni esame critico.

Avete sentito certamente la storia del missile Matra e delle armi sequestrate a Torino a un gruppo di neonazisti italiani filoucraini. Bene, ieri a Genova il vicepremier nonché ministro dell’interno se n’è assunto per intero il merito. “L’ho segnalata io. Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano ogni giorno. I servizi segreti parlavano di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita. Sono contento sia servito a scoprire l’arsenale di qualche demente”.

Lasciamo perdere la delicatezza dei termini usati per dei nazisti armati fino ai denti (“demente”), che andrebbero confrontati con le parole usate per chi salva naufraghi in mare (“criminali”, rivolto a Carola Rackete). Concentriamoci invece sul merito di quel che dice.

“L’ho segnalata io” dovrebbe significare che il ministro è così iperattivo da fare indagini per conto suo, pur comandando molte decine di migliaia di uomini addetti alla sicurezza. E chiaramente non può esser vero...

“Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano ogni giorno”, invece, dovrebbe significare che – ricevuta la minaccia – il ministro abbia passato l’informazione ai servizi di sicurezza. Ed in effetti finisce per ammetterlo subito dopo: “I servizi segreti parlavano di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita”.

Risultato finale: mr. Salvini non ha segnalato un beneamato niente, anzi lo hanno informato. Millantato credito, un reato minore, comprensibile per un politicante senza qualità che cerca di apparire Mazinga (un po’ come il Razzi che diceva di “consigliare” Kim Jong Un sul modo di trattare con gli Usa).

Ma quello che gli interessa fissare nella testa della gente, grazie a servizievoli baciapile dell’informazione mainstream, è che lui – “Lui” – è nel mirino di forze oscure che vogliono ucciderlo. Perché uno così bravo, così vicino al popolo e agli evasori fiscali, così feroce coi deboli e disponibile coi forti, chiaramente è uno “scomodo”.

Vabbè, c’è quel particolare stonato che le armi erano di neofascisti, non troppo lontani dai suoi amici di CasaPound... Fossero state di altri “estremisti” sarebbe stato meglio, ma fa quasi lo stesso... L’importante è poter gridare “Attentato, attentato! Mi vogliono ammazzare!”

Tutto falso.

Semplicemente falso, come e più di Giuda.

Una nostra illazione? No, la smentita arriva direttamente dagli stessi servizi segreti. Basta leggersi l’articolo che oggi il Corriere della Sera dedica alla vicenda, affidandosi a uno dei cronisti di più lunga esperienza ancora in servizio (ne sono rimasti pochi) e in grado di districarsi con qualche equilibrio in un mondo di ombre come quello degli spioni.

Se lo stile fa l’uomo, in altre parole, in questo caso descrive un volgare venditore di tappeti tarlati. In debito d’ossigeno.

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L’attentato a Salvini e la spia dell’Est. Ma dalle verifiche nessun indizio

Giovanni Bianconi

La spia venuta dall’Est aveva riferito quasi un anno fa — agosto 2018 — di aver sentito parlare, in Ucraina, di un attentato contro il ministro dell’Interno italiano. Voci circolate in ambienti che conosceva e frequentava nella Repubblica sul Mar Nero, niente di più preciso. Ricevuta l’informazione, servizi segreti nostrani e polizia di prevenzione si mettono al lavoro, alla ricerca di qualche appiglio per verificarne l’attendibilità, ma senza risultato: non trovano alcun riscontro all’ipotesi di un progetto terroristico ai danni di Matteo Salvini.

L’unica conferma che si riesce a ottenere sul racconto del cittadino russo sedicente ex agente del Kgb, attiene a ciò che lo riguarda direttamente: effettivamente tanto tempo fa, negli anni '80, ha avuto a che fare con gli apparati di sicurezza sovietici. Ma quel che ha detto di aver ascoltato in Ucraina rimane senza prove. Nemmeno un indizio.

Ciò nonostante, lo scrupolo degli investigatori antiterrorismo porta ad estendere le indagini — coordinate dalla Procura di Torino — su un altro fronte che poteva essere ricompreso nella soffiata dell’ex spia sovietica: quello dei miliziani reclutati in Italia per andare a combattere nella regione del Donbass, l’area orientale dell’Ucraina dove gli insorti filorussi hanno dichiarato guerra al governo di Kiev.

Sono così finiti sotto intercettazione alcuni aspiranti guerriglieri (estremisti di destra in realtà vicini al battaglione Azov, quindi nazionalisti e filogovernativi che contrastano gli insorti) per vedere se dai loro discorsi poteva affiorare qualcosa che potesse riguardare l’inquilino del Viminale. Ma ancora una volta, per intere settimane, le microspie non hanno registrato nulla di utile. Finché, circa quattro mesi fa, uno degli intercettati ha ricevuto la telefonata di un bolognese che gli proponeva l’acquisto di un missile, per il quale era stato a sua volta contattato. Sentendosi rispondere che si trattava di un’idea troppo pericolosa, per la quale si rischiava la galera. Tuttavia la sola proposta ha determinato l’avvio di una nuova indagine, separata e stralciata da quella iniziale e senza esito sul presunto attentato a Salvini. Per un ipotetico traffico d’armi.

Gli investigatori hanno seguito e intercettato il mediatore bolognese, finché hanno deciso di perquisirlo. Da lì è saltato fuori il missile, grazie a una fotografia inviata via WhatsApp da Fabio Del Bergiolo, il sessantenne di Gallarate che nel 2001 si era candidato al Senato per Forza Nuova (senza successo). A casa sua gli investigatori hanno trovato un arsenale di armi di varia provenienza: austriaca, tedesca e statunitense. Arrestato in flagranza, l’uomo ha svelato anche il segreto del missile, conducendo i poliziotti presso l’hangar di Rivazzano Terme dove era custodita l’arma aria-aria con esplosivo e propellente attivo. Che però, per essere lanciato, ha bisogno di un aereo.

Lo stesso Del Bergiolo ha chiamato in causa l’amico e collega d’affari Alessandro Monti. Ramo d’attività: commercializzazione aerei. Era stato lui a fargli vedere il missile e consentirgli di scattare le foto (in un altro deposito) per metterlo in vendita. Di qui il fermo di Monti e di Fabio Bernardo, l’altro titolare della ditta Star Air Service, su ordine della Procura di Torino. Reato contestato: violazione della legge 497 del 1974 contro la criminalità organizzata «per aver detenuto e posto in vendita un’arma da guerra del tipo missile aria-aria Matra R530 delle forze armate del Qatar, attivo e in perfetto stato di conservazione».

L’inchiesta prosegue ora soprattutto per capire la provenienza del missile e delle armi custodite da Del Bergiolo. In particolare sono stati avviati contatti con le autorità del Qatar, che si sono dichiarate e mostrate molto collaborative, per ricostruire i passaggi del missile prima di arrivare a Monti e al suo socio. Niente a che vedere, al momento, con l’estremismo di destra. E neanche con l’Ucraina o eventuali finalità di terrorismo. Men che meno con un possibile attentato al ministro dell’Interno. L’unico legame con le asserite minacce a Salvini sta nell’innesco dell’indagine: l’ex spia sovietica che nulla sapeva del missile scoperto a Rivazzano Terme.

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10/08/2017

Immigrazione. Gli “orrori” invisibili sulla sponda sud del Mediterraneo

“Minniti, così come le autorità libiche, sono responsabili delle torture che ogni giorno avvengono sulle coste libiche, perché ne sono pienamente consapevoli”. Ad affermarlo senza peli sulla lingua è Padre Mussie Zerai intervenendo ad Agorà Estate su Rai3. “Ho raccontato più volte delle costrizioni che gli scafisti attuano contro i migranti nei capannoni presenti sulle coste libiche. A quelle persone interessa solo incassare i soldi e poi liberarsi di quelle persone per far posto ad altre. Ho il timore di essere stato strumentalizzato, ma non posso far altro che provare a salvare le vite di chi mi chiama”, ha aggiunto il fondatore dell’agenzia Habeshia, finito sotto inchiesta dalla procura di Trapani per la vicenda dei soccorsi in mare ai migranti da parte delle Ong. Le parole di padre Zerai rivelano il senso dell’operazione in corso per bloccare i flussi di profughi e rifugiati nel Mediterraneo: non voler vedere, sapere, parlare di quello che avviene sulle sponde libiche. L’importante è che i flussi vengano bloccati.

In Libia, secondo Flavio Di Giacomo dell’ufficio italiano dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dipartimento dell’Onu, c’è da tempo una vera e propria caccia al nero. Sono prede di milizie che li rapiscono e li torturano per avere più soldi dai familiari rimasti in patria. Alcuni sono venduti.

Nei centri dove vengono raccolti prima di essere imbarcati, i migranti vengono torturati, le donne sistematicamente violentate. Molti dei migranti soccorsi in questo week end avevano segni di torture sul corpo. E quando vengono portati sulla spiaggia chi non vuole più partire viene ucciso; gli altri obbligati a salire su quei gommoni”.

La maggior parte dei migranti ora arriva dall’Africa occidentale, ma c’è anche un evidente aumento di persone originarie dal Bangladesh, dove sono cresciute e rafforzate le organizzazioni criminali di trafficanti. E – conclude Di Giacomo – “tutti arrivano in Libia, dove li attende un grande buco nero. Il 95% dei migranti uomini donne e bambini, senza distinzione, subisce violenze e abusi in Libia; e non hanno altra possibilità che andare avanti e tentare la traversata. Alcuni cercano anche di tornare indietro attraverso il Niger ma il viaggio è ancora più pericoloso tra predoni e milizie che in tutta la Libia sono a caccia di prede per il traffico di esseri umani”.

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27/03/2017

Le armi ucraine in mano a fascisti, mafiosi e integralisti islamici

La notte del 22 marzo 2017 nei pressi di Karkiv, in Ucraina è saltato in aria un grande deposito di armi, gli inquirenti seguono due piste, il sabotaggio e l'incidente. Ma ce ne potrebbe essere una terza che riguarda da vicino anche gli europei.

Il luogo dell'esplosione si trova ben lontano dalla linea del fronte, fuori dalla gittata dei missili della Repubbliche Popolari del Donbass e comunque in una zona in cui non sono mai arrivati ad operare i reparti speciali. In un primo momento si era parlato della presenza di un velivolo nei pressi del luogo dell'esplosione, ma non ci sono riscontri attendibili.

Un'incidente può sempre capitare quando si maneggiano esplosivi, questa ipotesi non può essere aprioristicamente scartata.

Ricostruire le dinamiche dell'accaduto potrebbe essere assai difficile e forse non si arriverà mai alla soluzione, ma ci si deve interrogare su una terza ipotesi, quella più oscura. L'esperienza insegna che quando salta in aria un'arsenale (soprattutto se, come in questo caso, non ci sono vittime benché gli sfollati siano 20mila) spesse volte si tratta di una messa inscena realizzata per coprire il furto di materiale militare: dopo l'esplosione è impossibile verificare se qualcosa fosse stato precedentemente sottratto dai magazzini.

A prescindere da quale delle tre ipotesi troverà conferma, questo episodio costringe ad affrontare un problema non più rinviabile: la pratica comune tra i militari ucraini di sottrarre armi per venderle al mercato nero. L'Ucraina vive una profonda crisi economica e molti militari senza scrupoli cercano di trarre profitto dalla loro posizione, la pratica è molto diffusa: si stima che le armi leggere trafugate siano 5 milioni, mentre è impossibile fare stime sul quantitativo d'esplosivo sparito.

Una vicenda che riguarda da vicino tutti gli europei. Infatti queste armi prendono essenzialmente due canali, uno politico e l'altro criminal-terroristico.

I battaglioni paramilitari formati da organizzazioni neo-naziste ucraine sono in stretto contatto con gruppi di estrema destra in giro per il mondo, soprattutto in Europa. Nella prima fase del conflitto il traffico muoveva dall'Ucraina all'Unione Europea attraverso la frontiera polacca. Nella parte di Ucraina a ridosso della Polonia si trova il centro del nazionalismo ucraino che metteva a disposizione dei camerati europei la propria logistica. Questa "via" venne chiusa dopo l'intercettazione di alcuni carichi da parte delle forze di polizia. In una di queste operazioni venne anche arrestato un noto neo-nazista francese. A quel punto i controlli sulla frontiera polacca vennero intensificati e il traffico d'armi prese a svolgersi con la Romania, che ha due punti della frontiera praticamente incontrollabili, la parte montuosa dei Carpazi e quella paludosa del Delta del Danubio. Una volta giunte in Romania le armi si trovano nell'Unione Europea e quindi si possono movimentare molto facilmente (non devono più attraversare posti di controllo di frontiera).

Il secondo canale è quello criminal-terroristico. Anche questo si muove sulla "via" rumena, ma solo per i carichi di armi leggere, in quanto la cronaca più recente ha dimostrato che la mafia commercia anche in armi pesanti che viaggiano esclusivamente via container, di norma attraverso il porto di Odessa. La mafia ucraina vende le armi o alle mafie europee, o a integralisti islamici, o a stati sotto embargo. Le mafie europee acquistano armi leggere ed esplosivi, gli altri di tutto: sono stati scoperti anche traffici d'artiglieria e veicoli da combattimento (in un caso sono risultati coinvolti anche degli italiani).

Ci troviamo di fronte ad un paradosso: gli stati europei stanno inviando aiuti all'Esercito ucraino per condurre una guerra contro il proprio popolo, ma al contempo un flusso di armi esce dall'Ucraina e probabilmente verrà usato contro gli stati europei per mano dei fascisti, della mafia e dell'integralismo islamico. Puro autolesionismo.

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30/04/2016

Niger. Una nave di sabbia alla deriva

I naufraghi sono stati raccolti passata la frontiera di Assamaka. Scoperti in mare aperto. Migranti che cercavano di attraversare illegalmente il confine con l’Algeria. Nella zattera alla deriva hanno trovato decine di migranti. Oltre un centinaio le donne coi bambini arrestati nell’oceano chiamato Sahara. Le forze di sicurezza li hanno abbordati, arrestati e ricondotti al porto più vicino. Naufraghi improvvisati senza mappa e direzione apparente. Zattera di sabbia che una duna senza nome ha tradito con la complicità del vento, torrido, di stagione. Le riserve d’acqua erano esaurite e i pozzi sono ormai lontani dagli itinerari dei turisti. L’isola più vicina si allontanava e neppure le scialuppe potevano accostarla. Una bandiera bianca sventolava distratta dall’altra sponda. I bambini a bordo hanno cominciato a cantare senza voce.

I disertori hanno pubblicato una dichiarazione il 27 aprile scorso. Si tratta di una parte dell’equipaggio che allerta sulla deriva della nave. Una ventina di associazioni del bastimento sono definite resistenti per contestare il capitano e il suo equipaggio. Denunciano una mascherata elettorale che solo soddisfa i pirati e i contrabbandieri della flotta armata dell’economia. Una nave di sabbia che, secondo i disertori, naviga dritta verso le colonne d’Ercole della dittatura. Rivendicano il diritto di manifestare liberamente e senza condizioni. Chiedono la liberazione dei prigionieri e la vista ai ciechi. Domandano le dimissioni della Corte Costituzionale e la dissoluzione della Commissione Elettorale Indipendente. Hanno indetto una giornata di sciopero per la nave che pochi hanno seguito. I disertori si preparano a manifestare sul ponte il sabato.

Gli ammutinati sono silenziosi. Formano la maggioranza della nave di sabbia. Stanno sottocoperta e stivati dove capita raccontano avventure ormai passate. Solo quando l’ora del rancio tarda a venire si lamentano in silenzio. Imbarcati senza contratto come manovalanza a buon mercato si sono ammutinati un giorno che non ricordano. Vedono passare le oasi e seguono con gli occhi il volo dei gabbiani. Coltivano dove possono e sperano che domani arrivi in tempo. Credono che Dio solo possa capire quello che si aspettano dalla vita. Gli ammutinati sono tenuti a bada da militari dall’uniforme stirata da poco. Giovani ufficiali, caporali e sergenti al soldo della sicurezza dei pochi che alloggiano a parte e organizzano serate danzanti. Si guardano da lontano come abitassero navi differenti. Tutti, invece, navigano nella stessa nave di sabbia.

I mercanti abitano i posti migliori della nave di sabbia. Commerciano e vendono di tutto. Oro, argento, pietre preziose e perle. Lino e porpora, seta, avorio e legni pregiati. Schiavi, armi e cocaina. Comprano e vendono voti elettorali, contratti, licenze, terreni, giacimenti, libri santi e acqua benedetta. Sono alloggiati nel castello a piani della nave di sabbia e imbarcano mercenari per fare le loro guerre di mercato. Mercanti del tempo che nel Sahel si deposita come polvere sugli avvenimenti e si trasforma in impunità. Acquistano diritti umani e li svendono ai politici durante i mandati presidenziali. Si camuffano in benefattori e arruolano il circo umanitario per spettacoli in prima serata. A loro non importa la destinazione del viaggio. La nave di sabbia è scortata da bucanieri e briganti. Il timone, da domenica all’alba, l’hanno preso le donne, che viaggiavano clandestine a bordo.

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