Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2023

Il piano Bibby


L’orrore che vedete nella foto è un lager galleggiante per migranti. Lo utilizzerà il governo britannico che, in ossequio al liberismo di cui è fanatico come della guerra, lo ha noleggiato da una compagnia privata.

La compagnia che ha appaltato questa infamia è la Bibby Line Group, società di affari e navigazione di proprietà da secoli della famiglia Bibby. Il fondatore della compagnia e degli affari di famiglia, John Bibby, ai primi dell‘Ottocento era un mercante di schiavi.

Marx scrisse che l’accumulazione di capitale, necessaria per lo sviluppo del capitalismo industriale, fu soprattutto dovuta alla tratta degli schiavi, organizzata dalle compagnie di sua maestà britannica e di altri paesi europei.

Poi alla fine dell’Ottocento, abolita formalmente la schiavitù, Gran Bretagna ed Europa schiavizzarono un intero continente, l’Africa, buona parte dell’Asia, e tutto ciò che potevano conquistare nel resto del mondo, esclusa l’America Latina dove comandavano gli Stati Uniti.

Ora, finito il colonialismo formale, ma in piena competizione per quello sostanziale, Gran Bretagna ed Europa promuovono uno schiavismo neoliberale.

L’immigrazione serve ai profitti per avere lavoratori a basso costo, costretti in condizioni di oppressione poliziesca e brutale sfruttamento.

Il saccheggio dei paesi poveri serve a promuovere l’immigrazione.

Poi però, se i migranti eccedono il numero di schiavi richiesti dal mercato, se più persone povere e impoverite cercano di raggiungere i paesi da cui viene organizzato il loro impoverimento, allora ci sono lager e muri.

Dalle frontiere settentrionali della Polonia a quelle meridionali della Spagna si ergono muri presidiati da feroci miliziani. E dove i muri non si possono erigere perché c’è il mare, o perché dovrebbero essere edificati oltre i confini europei, si finanziano governi e tagliagole vari perché facciano loro il lavoro sporco.

Aiutiamoli a casa loro è lo slogan di Meloni e di tutti i neofascisti liberisti al governo in Europa.

E l’aiuto consiste nel pagare governi corrotti e criminali perché si occupino loro di selezionare chi potrà andare a lavorare in Europa e chi dovrà essere rinchiusi nei lager.

Le tradizioni dell’Europa, oggi esaltate nella sua guerra di civiltà contro il resto del mondo, devono tanto allo schiavismo. E per questo governi, padroni e ricconi europei e occidentali lo schiavismo, in forme e con giustificazioni diverse, continuano a perpetuarlo.

Altro che il Piano Mattei di cui blatera Giorgia Meloni, mentre si dichiara in totale accordo con la politica dei migranti del governo Britannico.

Il piano reale dell’Europa, di tutti i governi e della Commissione di Ursula von der Leyen; il piano di cui si discute nella ipocrita Conferenza Europea sull’immigrazione che segue il feroce accordo neocoloniale di Tunisi, è il Piano Bibby.

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01/08/2020

Italia e Ue mandanti di assassini e torture


La guardia costiera libica ha massacrato a colpi di mitraglia un gruppo di migranti su un barcone, che faceva di tutto per sfuggirle. Perché in Libia tutti i fuggitivi sono attesi dai lager, dove esseri umani a migliaia vengono torturati, stuprati, trattati e venduti come schiavi.

Sono gli effetti degli accordi appena rinnovati tra Italia e Libia, approvati con voto quasi unanime dal Parlamento.

Sono gli effetti di una UE che usa Italia, Grecia e Spagna come guardie di frontiera, con questi paesi che poi delocalizzano in Africa i compiti dello sterminio.

Sono gli effetti di un sistema neocoloniale che spende per interventi militari in Africa miliardi che potrebbero essere impiegati in veri aiuti.

Sono gli effetti del saccheggio multinazionale delle risorse di un intero continente.

Sono gli effetti di un sistema politico dove infami mascalzoni fanno le loro fortune sulla paura dell’invasione da parte di poveri disperati, che poi vengono stipati in 700 dove c’é posto per 50 e vergogna se provano a fuggire. E poi ci sono quelli che per paura di perdere voti a favore dei mascalzoni li copiano e fanno come e peggio di loro.

Sono gli effetti di un paese che da trent’anni viene diseducato alla solidarietà e abituato alla ferocia. Non pensate che sia vero l’ignobile slogan "prima gli italiani". Esso serve solo a farci accettare il massacro degli altri come inevitabile, in modo che si sappia accettare quello in casa nostra se fosse necessario.

Ci si abitua all’indifferenza verso la mostruosità, come gli onesti cittadini di Mauthausen.

Ci vogliono rendere complici e partecipi dell’orrore, questa è la colpa più grave di tutti i governi e di tutti i partiti di governo, che hanno fatto dell’Italia e della UE i mandanti dei crimini.

Sono sacrosante ogni ribellione, ogni violazione, nel nome dell’umanità, di questa legalità assassina. E se qualcuno chiede, come è solito fare chi accetta tutto, quali siano le alternative, la risposta è prima di tutto una: non guardare dall’altra parte. E poi smetterla di pagare assassini.

PS: questa foto è stata pubblicata a gennaio dall’Avvenire e documenta la tortura ad una donna eritrea.

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03/11/2019

Il memorandum della vergogna è stato prorogato

Da oggi è stato rinnovato in maniera automatica il Memorandum d’intesa Italia-Libia sui migranti firmato dal governo italiano con il governo libico il 2 febbraio 2017. Non sono bastate le tantissime denunce di violazioni dei diritti umani, gli “inimmaginabili orrori” documentati dall’Onu nel 2018 e compiuti nei lager libici finanziati dal governo italiano (torture, stupri, esecuzioni sommarie ecc.).

Così il governo ha deciso di non revocare l’accordo, che sarà prorogato automaticamente per altri tre anni.

Il parlamentare Pd Matteo Orfini, nettamente contrario al rinnovo del memorandum Italia-Libia sui migranti ha scritto su Facebook: “Gli accordi con la Libia sono stati rinnovati. È una pessima giornata e di questa barbarie il mio partito è corresponsabile. A quelli che ci hanno risposto che le cose le vogliono cambiare spetta dimostrare di non essere semplicemente degli ipocriti.[…] i migranti che fuggono dalla Libia non devono essere riportati indietro. È un atto disumano. Soltanto una piccola parte di loro finisce nei centri di detenzione legale, luoghi terribili ma pur sempre più sicuri dei centri clandestini, in mano ai trafficanti di uomini, dove ogni atrocità è possibile. Soprattutto adesso che con la guerra la Libia è nel caos”.

Dichiarazioni importanti, ma che stridono non poco con il fatto che proprio Matteo Orfini, all’epoca in cui fu stipulato il memoramdum d’intesa con il governo libico di Al Serraj, era presidente del Partito Democratico(lo è stato dal 14 giugno 2014 al 17 marzo 2019).

Carlotta Sami, portavoce per l’Italia dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, in una intervista a “La Repubblica”, si è unita a quanti chiedono una “profonda rivisitazione” del Memorandum Italia-Libia per la gestione dei flussi migratori. “Noi – ricorda Sami – lo diciamo da più di due anni: no ai rimpatri, i centri di detenzione sono luoghi disumani che andrebbero chiusi”.

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08/08/2018

Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti

Siamo atei, lo sapete. Però ci deve essere un motivo più semplice per spiegare perché l’unico giornale italiano a riportare questa notizia – oggi – sia il giornale dei vescovi. Sì, proprio quelli che non si distinguono per “liberalità” nei costumi individuali, che inorridiscono davanti alla parola aborto e magari storcono ancora il naso davanti ai divorziati.

Che Repubblica o il Corriere, tra un incendio e il calcio mercato agostano, non abbiano trovato uno spazietto per riportarla, la dice lunga sulla presunta differenza tra la “sinistra” targata Minniti e la destra di Salvini.Il primo gli ha regalato le motovedette per fare il lavoro sporco senza più manco una ong tra i piedi, il secondo ne ha aumentato il numero e vorrebbe che il mondo definisse quell’inferno “porto sicuro”.

Zero differenze.

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Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti

Paolo Lambruschi – L’Avvenire

All’improvviso a decine spariscono. Finiscono nelle mani di persone che chiedono un riscatto alla famiglia o li vendono come schiavi. Onu e diplomatici faticano ad avere accesso ai campi di detenzione



La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. Le drammatiche testimonianze di alcuni detenuti raccolte da noi in diretta telefonica, le foto dei feriti, gli audio e il video su Facebook postati da Abrham, (ora anche sul nostro canale Youtube, linkato a questo articolo) giovane rifugiato eritreo di Bologna, domenica pomeriggio documentano l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.

Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollai sono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma.

«Sono stati momenti di battaglia tra eritrei e libici – spiega il nostro contatto Solomon, pseudonimo di un prigioniero fuggito dal regime dell’Asmara, nel campo da maggio scorso dopo aver trascorso i precedenti sei mesi nell’altro lager di Gharyan – loro ci ripetono che siamo troppi e che vogliono venderci. Siamo disperati, molti parlano di suicidio. Non vediamo vie di uscita. Non possiamo tornare in Eritrea e l’Europa non ci vuole». La tensione insomma potrebbe portare ad altre rivolte.

I libici sono accusati di rallentare il processo di registrazione dei detenuti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite chiudendo le porte per ragioni di sicurezza e spostando senza preavviso le persone non ancora iscritte nelle liste Onu dei richiedenti asilo per venderli ai trafficanti.

Ieri funzionari del Palazzo di Vetro sono riusciti a entrare di mattina presto a Tarek al Matar e a proseguire nella difficile registrazione di 200 eritrei. L’intento, spiegano fonti Acnur a Tripoli, è duplice: registrare tutti e offrire ai soggetti più vulnerabili – donne, minori, ammalati che non possono venire rimpatriati per timore di persecuzioni – una evacuazione umanitaria nel centro Onu in Niger per alleggerire il campo e favorire il reinsediamento in Paesi terzi. Ma i posti a disposizione non bastano per i 1.800 dannati di Tarek Al Matar, dove il precedente governo aveva avviato progetti per due milioni per l’emergenza ormai conclusi, come anche nei centri di Tarek Al Sika a Tagiura. Anche l’Onu ammette che le condizioni del campo sono peggiorate.

E il sovraffollamento deriva dal fatto che la Guardia costiera libica ha intercettato finora 13 mila persone. In tutto il 2017 ne aveva intercettati oltre 15 mila.

Secondo una fonte libica, sempre ieri a una diplomatica dell’Unione europea sarebbe stato impedito l’accesso al centro di detenzione. La motivazione ufficiale è che non avrebbe presentato richiesta in tempo. Ma si sospetta che in realtà le autorità tripoline vogliano nascondere all’Ue i danni dell’incendio e le violenze sui detenuti.

Secondo dati dell’Acnur, al 31 luglio nel Paese erano stati registrati 54.416 richiedenti asilo e rifugiati, 9.838 solo nel 2018. Ma se le proporzioni sono quelle del campo di Tarek al Matar, solo un terzo è stato identificato, gli altri galleggiano tra violenze, condizioni igienico sanitarie inumane e il rischio di sequestri nel limbo dei centri di detenzione, sia ufficiali che quelli nelle mani delle milizie. Ieri con un tweet eloquente la sezione italiana dell’Oim, organizzazione internazionale delle migrazioni, ha puntualizzato che il suo personale è presente agli sbarchi nei porti libici, ma la gestione dei campi è in carico alle autorità locali.

Le tensioni a Tarek al Matar sono esplose principalmente per il terrore di venire venduti ai trafficanti, i quali gestiscono sì le partenze sui barconi, ma solo dopo aver torturato i prigionieri per estorcere riscatti alle famiglie, oppure rivenderli come schiavi.

Dal campo abbiamo scritto sabato su Avvenire che erano sparite 20 persone, uno solo dei quali è riuscito a tornare.

«Chiamiamolo Fish, mi ha contattato – racconta Abrham, rifugiato eritreo in Italia che raccoglie le grida di aiuto della sua generazione rinchiusa – perché è riuscito a tornare a Tarek al Matar. Sono stati trasferiti in uno stanzone in un luogo sconosciuto senza cibo e senza acqua. Hanno sentito due libici che dicevano che la notizia della loro sparizione era girata in rete e quindi la vendita doveva essere interrotta. Lo hanno riportato indietro, adesso aspetta i suoi compagni».

La circolazione delle notizie via social avrebbe salvato anche gli oltre 200 prigionieri “trasferiti” due settimane fa dal centro di Tarek Al Siqa senza preavviso in un luogo sconosciuto e pressoché privo di sorveglianza dove un trafficante eritreo che collabora con i libici spacciandosi per mediatore culturale li ha contattati invitandoli a seguirlo. Il gruppo, che teme di essere già stato venduto e dove ci sono persone non registrate nelle liste umanitarie, prosegue il braccio di ferro a colpi di messaggi via social urlando nel silenzio della rete il proprio diritto ad essere accolto.

Perché il paradosso, scorrendo le nazionalità censite dall’Onu in Libia, è che molti detenuti sono rifugiati e richiedenti asilo che dovrebbero trovarsi legalmente in Paesi sicuri a chiedere asilo oppure essere liberi di circolare in Libia. Come gli oltre 9mila sudanesi, e i 6mila eritrei e i 3mila somali e gli oltre mille etiopi cui persino Tripoli, che pure non ha firmato la Convenzione di Ginevra, riconosce lo status. Senza contare che un terzo ha meno di 18 anni e dovrebbe essere protetto dai civilissimi Stati europei. Ma nel caos libico si trovano ingabbiati sotto la sorveglianza di miliziani rivestiti con una divisa da poliziotto senza uno straccio di formazione e che considerano i prigionieri migranti illegali e merce da rivendere.

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12/07/2018

I ministri di polizia dell'“asse Roma-Berlino” indirizzano la Ue

Prove di di nuovo “asse Roma-Berlino”, stavolta passando anche per Vienna (che 80 anni fa aveva subito l’anschluss da parte dei cugini nazisti del nord). E’ un asse ancora più miserabile del precedente, che ambiva a dominare l’Europa e il Mediterraneo, mentre qui ci si limita a voler tenere “protette le frontiere” da migranti e profughi.

A Innsbruck si sono visti i tre ministri dell’interno, rappresentanti delle destre nei rispettivi paesi: il già noto alle cronache Matteo Salvini, il collega austriaco Herbert Kickl e quello tedesco Horst Seehofer, presidente della Csu e per qualche settimana stampella traballante del governo Merkel.

Visti gli orientamenti “ideali” dei tre non era difficile prevedere cosa ne sarebbe venuto fuori: «Con i colleghi di Austria e Germania – ha spiegato Salvini al termine dell’incontro – abbiamo affrontato il grande problema degli arrivi: se si riducono questi si risolvono anche i problemi minori interni tra le nazioni e non ci sarà alcun problema alle frontiere. Meno migranti, meno sbarchi e meno morti».

Sembra un ragionamento ragionieristico, e lo è, nello stile di Auschwitz: la contabilità dei morti viene infatti ridotta nel bilancio europeo solo perché viene aumentata al di là del mare, nei lager libici gestiti da qualche fazione che ha stretto precari accordi con l’Italia al tempo di Marco Minniti.

Ed è proprio ai complici di Tripoli che si rivolge il vicepremier italico: «Chiederemo sostegno alle autorità libiche, dare a Tripoli il diritto ai rimpatri e la redistribuzione delle quote degli arrivi. Chiederemo alle missioni internazionali di non usare l’Italia come unico punto d’arrivo e il sostegno nelle operazioni di soccorso, protezione e riaccompagnamento di migliaia di clandestini nei luoghi di partenza. Credo quindi che questo nucleo di amicizia e di intervento serio concreto ed efficiente di Italia, Germania ed Austria, possa essere un nucleo che darà un impulso positivo a tutta Europa per riconoscere il diritto di asilo a quella minoranza di donne e bambini che fuggono dalle guerre ed evitare l’arrivo e la morte di decine di migliaia di persone che non scappano da nessuna guerra».

In questa dichiarazione le notizie rilevanti sono molte.

a) Si vuol fare delle fazioni di Tripoli (oltretutto in difficoltà militare sul terreno di fronte all’avanzata delle fazioni di Bengasi del generale Haftar) il vero “hotspot europeo” che seleziona tra i migranti quelli meritevoli di essere considerati “profughi” e quello che vanno ributtati indietro. Tra l’altro lo stesso Salvini, nel suo orgiastico uso dei social, ha mostrato di non sapere neanche quali siano i paesi in cui è attualmente in corso una guerra (vedi foto), quindi ci si debbono attendere parecchi “errori” sia da parte libica che italiana.

b) La redistribuzione in tutti i porti europei sul Mediterraneo dei naufraghi raccolti dalle navi delle missioni internazionali; una richiesta polemica con Spagna e Francia, mentre sembra sfuggire al prode ministro che i suoi alleati tedesco e austriaco non hanno alcun porto in questo mare. Dunque, possono sottoscrivere senza problemi...

c) Questo “asse” si propone di re-indirizzare le politiche europee sui flussi migratori, e comunque di agire in ogni caso secondo i propri criteri.

Erano anni, infatti, che non si sentiva la definizione di “coalizione di volenterosi” – lo slogan usato da Bush minore per indicare i servi disposti a bombardare l’Iraq a inizio millennio – ma è improvvisamente rinata nelle parole dell’austriaco Kickl: «questo asse di volenterosi può prendere iniziative, ma è l’intera Unione Europea che deve intervenire».

Vedremo oggi cosa deciderà il vertice dei 27 ministri dell’interno, ma è evidente che se la Germania adotta questa impostazione, ben difficilmente gli altri paesi potranno mettersi di traverso, visto che “los tres volenterosos caballeros” si aggiungono – con ben altro peso – al già puzzolente “gruppo di Visegrad”.

Una prima conclusione, però, si può già trarre: l’Unione Europea considera “normale” e serenamente discutibile questa agenda politica sui flussi migratori. Dunque, il razzismo entra ufficialmente tra i “valori” ammessi. Un colpo di maglio alla credibilità della Ue come “alfiere dei diritti umani” – in nome dei quali sono state condotte un discreto numero di guerre in giro per il mondo – e quindi a tutti coloro che la considerano un “argine contro populismi e nazionalismi”. E’ una notizia da registrare, ci sembra: i “populismi reazionari”, in questa Ue, ci stanno benissimo, al punto da volerne dettare la linea (solo sui migranti, per carità, che sui temi economico-finanziari le multinazionali si incazzano facilmente...).

Una riprova empirica? Eccola, proprio di oggi.

Un profugo afgano, richiedente asilo in Germina, si è suicidato dopo essersi visto respingere la domanda perché l’Afghanistan – in cui sono presenti ancora truppe tedesche nell’Isaf – viene considerato ora un “paese sicuro”.

Diversi parlamentari della sinistra tedesca hanno accusato direttamente il falco bavarese Seehofer, autore delle direttive che hanno reso molto più difficile l’accoglimento delle domande d’asilo. E lui, come un passacarte italiano d’altri tempi, si è limitato a rispondere – alla maniera del miglior Caparezza – «Non è colpa mia».

Non sono Stato, io. Solo una filiera di un potere intangibile...

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29/06/2018

Libia, la nuova barriera per respingere il flusso dei profughi

“Sono felice e ringrazio chi mi ha salvato la vita, poi per quello che accadrà vedremo, ma almeno sono vivo e sono scappato dalla Libia” queste sono le parole di Lamine, gambiano di 22 anni, uno dei migranti che hanno raggiunto il nostro paese nel 2017 e sono ospitati nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) in tutta Italia. Il 20 giugno c’è stata la giornata del rifugiato, una festa dell’UNHCR per ricordare tutte quelle persone – oltre 68 milioni nel 2017 di cui oltre la metà minori – che hanno dovuto abbandonare la propria terra a causa di un conflitto, di persecuzioni o di condizioni di vita insostenibili.

Sono circa 13.000 gli sbarchi nel 2018 – in confronto ai 100mila del 2016 e 2017 – con profughi e migranti provenienti prevalentemente dall’Africa subsahariana (Mali, Burkina Faso, Gambia, Senegal, Niger, Nigeria, Guinea e Sudan). Tecnicamente vengono classificati come migranti “economici” e non veri e propri richiedenti asilo come i siriani, gli afgani o i somali. C’è anche da comprendere quale sia la differenza tra chi scappa da un paese in guerra e chi proviene da stati come la regione meridionale del Senegal (Casamance), del Burkina Faso, del Niger dove lo stato è inesistente e vige “la legge del più forte”, come il nord della Nigeria, del Ciad, del Camerun o del Mali, flagellati dai massacri dei gruppi jihadisti come Boko Haram o Al Qaida nel Maghreb (AQMI), o come il Sudan dove le milizie degli Janjawid continuano ad imperversare e mietere vittime nel Darfur.

Tutte le storie ed i racconti dei migranti, qualsiasi sia la provenienza, hanno però, un preciso denominatore comune: la Libia. Nell’immaginario e nei sogni di tutti i migranti il paese libico ha rappresentato una nazione dai soldi facili, fino alla caduta del dittatore Gheddafi, mentre adesso è diventato un paese senza legge e senza regole, diviso tra clan, milizie e terroristi jihadisti (Daesh) che gestiscono il traffico di migranti. La Libia di oggi è amministrata, se così si può dire, da due governi paralleli, senza apparati di polizia e pubblica sicurezza, con una situazione molto analoga a quella del 2003 in Iraq dopo l’intervento americano.

Nonostante questa situazione di instabilità e insicurezza, il paese libico continua a mantenere un forte potere attrattivo nei confronti dei migranti africani perché rappresenta la porta verso un continente considerato “civile ed accogliente”.

Tutti raccontano di essere arrivati in Libia dai confini meridionali, Niger e Ciad in prevalenza, nelle oasi di Al Qatrun e Sabha nel sud-ovest e Kufra nel sud-est: cittadine diventate tristemente famose perché in quelle zone sono stati creati numerosi “campi di prigionia” e “di smistamento” per gli africani che arrivano in Libia e dove centinaia di migranti subiscono torture e violenze per indurre i prigionieri a chiedere alle famiglie soldi per la loro liberazione.

In Libia, a Sabha come a Tripoli, esistono zone dove i migranti che arrivano vengono presi dai diversi caporali e cominciano a lavorare, in prevalenza nel settore edile, come muratori, o nei servizi “come schiavi nelle residenze dei ricchi”. Tutti vivono reclusi dove lavorano, visto che uscire è pericoloso perché – come racconta Suleyman, sudanese di 23 anni – “se va bene ti derubano o ti portano nei campi di prigionia, se va male ti ammazzano per strada”.

Una totale negazione dei più basilari diritti umani da indurre, oltre alle numerose dichiarazioni e proteste di ONG e dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), lo stesso Commissario per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al Hussein, a definire la collaborazione tra UE e Libia come “disumana” e “strumentale al respingimento dei migranti senza alcun rispetto della dignità di uomini torturati, donne violentate o minori” .

“Ci troviamo in un momento decisivo dove la risposta adeguata a queste migrazioni” – ha affermato Filippo Grandi, commissario ONU per i rifugiati – “richiede un approccio globale e solidale per accogliere meglio i rifugiati ed equilibrare la loro ripartizione”. Parole che mettono in evidenza – dopo la vicenda Aquarius ed il rifiuto degli accordi di Dublino da parte del blocco di Visegrad insieme al governo italiano – le difficoltà dell’UE nell’affrontare il tema dell’immigrazione in Europa. Un rischio di deriva xenofoba da parte di molti stati dell’Unione nelle sue politiche di respingimento visto che la maggior parte di essi è favorevole “ad un blocco del flusso migratorio al di fuori delle frontiere europee in paesi come la Libia o la Turchia, senza il rispetto e la tutela dei diritti umani” come ribadito da Grandi.

La comunità internazionale si riunirà il prossimo 10 dicembre in Marocco per ratificare un nuovo “Patto mondiale sui Rifugiati” visto che, secondo l’UNHCR “nel 2017 non ci sono mai state così tante persone profughe dalla seconda guerra mondiale”. Il presidente americano Trump ha già annunciato che non lo firmerà ed il governo Conte-Salvini-Di Maio, quasi certamente, neanche.

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26/06/2018

Salvini come Minniti; altrettanto “europeista”, ma sbrasone

Marco Minniti è il predecessore piddino di Matteo Salvini ed è il solo esponente del passato governo che il leader della Lega abbia elogiato. E infatti ora egli ne segue le orme qui come in Africa.

Il PD ha vantato la riduzione del numero degli sbarchi di migranti, vero, anche se non gli è servito a evitare la catastrofe elettorale. Minniti è andato in Libia e ha fatto accordi a pagamento con finti governanti e veri tagliagole perché fermassero i migranti nel deserto. E questi lo hanno fatto. Lager sono stati impiantati al confine della Libia, ove i migranti sono stati trattenuti tra ruberie, torture, stupri e poi venduti come schiavi al lavoro nero africano. Un “successo” di Minniti e Gentiloni che è stato documentato nel suo orrore da organizzazioni indipendenti, così come dalle Nazioni Unite.

Ora Salvini è andato in Libia per proporre alle stesse persone di rinnovare gli accordi passati e di organizzarli ancora più in grande. Col solito inglese che copre tutte le porcherie, ora i campi di concentramento si chiamano Hospot. Ma la sostanza è sempre quella: invece che lasciar morire i migranti in mare, si affida ad altri il compito di farli sparire nel deserto.

Questa volta la linea di Salvini sarebbe più europeista di quella di Minniti, in quanto tutti i paesi della UE dovrebbero concorrere a finanziare i tagliagole libici. Ammazziamoli a casa loro.

Niente di nuovo quindi, Salvini realizza in modo più esteso e brutale ciò che Minniti ha già fatto con maggiore ipocrisia.

Ed è per questo, tra l’altro, che la fotocopia PD alle elezioni sta scomparendo di fronte all’originale Lega.

È più disumano lasciar vagare i migranti in mare, respingendoli qua e là, oppure fermarli nel filo spinato in mezzo al deserto? Queste le alternative concrete che propongono la politica italiana ed europea oggi.

Fino a che non riusciremo a rovesciarle, nel nome della giustizia, dell’eguaglianza e dell’umanità.

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La gara a chi è il più infame nel Mediterraneo

Il Mediterraneo è un mare conteso da sempre. Non era però mai avvenuto che la contesa avvenisse su chi avesse la migliore idea per trasformarlo in un muro o un cimitero.

Andiamo con ordine, perché le notizie da mettere in fila sono molte, tutte in qualche misura rivelatrici del caos totale che regna tra Unione Europea e Libia, dentro l’Unione Europea e persino dentro la filiera di comando italiana.

Partiamo dalla buona notizia. I 113 naufraghi raccolti in mare dalla Alexander Maersk, nave portacontainer della omonima multinazionale danese, primo armatore mondiale da almeno un secolo, sono finalmente sbarcati a Pozzallo, in Sicilia.

Da quattro giorni erano fermi in rada, bloccati dal rifiuto opposto dal ministero dell’interno italico. Evidentemente deve essere arrivata qualche telefonata pesante al Viminale per ricordare che un carico merci di quelle dimensioni – le navi di questo tipo trasportano centinaia di container – non può perdere tempo e valore per beghe elettoral-propagandistiche di qualche politicante. Il danno imputabile al comandante, per qualsiasi ritardo, si aggira infatti sui 200.000 dollari al giorno. Oltretutto, navi del genere non sono certamente imputabili di eccesso di “spirito umanitario”, vista la loro missione, ma debbono come tutte rispettare il codice globale del mare: si tirano su i naufraghi, senza neanche chiedersi chi siano.

Lo sbarco è avvenuto in piena notte, quasi senza telecamere, con l’aiuto di un rimorchiatore e di un pilota locale, dato che la nave misura oltre 100 metri e naturalmente non era mai attraccata in un piccolo porto come quello di Pozzallo.

Tutto il resto manda un nauseabondo odore di... scegliete voi il materiale.

Il caso della Lifeline, nave appartenente a una Ong olandese o tedesca (tanto per complicare le cose...), non è affatto risolto, dopo una settimana di rimpalli tra Italia, Francia, Malta e Spagna. Il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux ha prospettato lo sbarco dei migranti a Malta e il loro immediato trasferimento in aereo nel paese o nei paesi europei che dovessero accettare di farsene carico. Solo che non si sa quali siano. Parigi, infatti, è disponibile soltanto a mandare una squadra di funzionari-agenti per esaminare le eventuali domande d’asilo, una per una, come se Madrid o La Valletta non ne fossero capaci.

Il responsabile della Ong, il tedesco Alex Steier, ha scritto una lettera al governo spagnolo, chiedendo di concedere un permesso ai 234 migranti a bordo. In caso di risposta positiva Malta concederebbe il permesso di sbarco e immediato trasferimento verso la Spagna.

Precipitando nel melma della politica italiana, c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa sia più osceno.

Il ministro dell’interno, reduce dall’incontro con il suo omologo tripolino (la Libia, come stato, non esiste più da qualche anno, dopo l’attacco occidentale e l’uccisione di Gheddafi; l’uomo forte nel paese è semmai il padrone della Cirenaica, il generale Haftar), non potendo esibire alcun risultato concreto, ha deciso che i lager libici “sono all’avanguardia”, in barba a tutte le inchieste indipendenti e soprattutto al giudizio dell’Onu. “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani“. Una scelta che ricorda, ai più dotati di memoria, una storica decisione di un governo democristiano di fronte ad analisi che certificavano livelli di atrazina nell’acqua potabile svariate volte superiori alla soglia di pericolo: fu alzata la soglia della “non pericolosità per l’uomo”, senza intervenire sulle cause dell’inquinamento.

Quanto ai cosiddetti “hospot chiusi”, ossia prigioni a cielo aperto, Salvini respinge l’ideuzza di Macron – farli in Sicilia – proponendo di edificarli in altro teatro. Ha infatti proposto al governo di Tripli di crearli lì, con una ovvia contropartita di soldi, armi e “consiglieri” (sul modello dell’accordo Ue con la Turchia, insomma), ricevendo un garbato rifiuto: “Rifiutiamo categoricamente” la proposta circolata in ambito europeo di realizzare “campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”, ha detto il vicepresidente Ahmed Maitig. Chiudendo l’argomento.

Nessuna paura, però! C’è già una nuova proposta: farli a sud della Libia...

Di fronte a tanta chiacchiera senza costrutto o risultati, al ministro non restava altro che criminalizzare definitivamente le Ong: “Dobbiamo bloccare l’intervento dannoso da parte delle navi delle Ong, che sono complici dei trafficanti”. Un processo che abbiamo già individuato – l’archiviazione della breve epoca dell’”imperialismo umanitario” – e che prelude a comportamenti militari inumani, in mare, che è meglio non abbiano testimoni neutrali.

E’ qui che il povero ministro delle infrastrutture, il grillino ex carabiniere Toninelli, è riuscito a dare la misura del suo non essere.

“La Guardia Costiera opera in autonomia tecnico giuridica e non devo essere io a dire di rispondere oppure no, ma secondo noi, in continuità con il governo precedente che ha giustamente rafforzato la guardia costiera libica, se uno dei gommoni ci chiama ma è in zona libica rispondiamo che non possiamo intervenire perché è in un’area a responsabilità giuridica non nostra“.

Per essere più chiaro, nei limiti delle contorsioni logiche: “Negli ultimi anni – ha ricordato il ministro – per colpa anche di una politica sbagliata accadeva che chiunque, ong o richiedenti asilo direttamente, chiamasse la guardia costiera italiana“, ma “noi dobbiamo rispondere che non possiamo intervenire perché è area giuridica non nostra“. La Guardia costiera, insomma, “risponde al diritto del mare: se un gommone è in mare di responsabilità libica e sono presenti le motovedette libiche, noi non possiamo avere la responsabilità e il comando delle operazioni lo prende la guardia costiera libica“.

Traduciamo? Il “governo del cambiamento” opera consapevolmente in “perfetta continuità con il governo precedente” e soprattutto con i peggiori accordi siglati da Marco Minniti. Già quegli accordi, infatti, permettono di considerare come un “non problema” – per il governo italico – la strage in mare di naufraghi. Il “diritto del mare”, nel suo strologare, è ridotto a una pratica di condominio in cui l’unico obiettivo è poter affermare che “non sono Stato io”.

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25/06/2018

Sui migranti, un vertice europeo senza idee

La gestione dei flussi migratori mette in discussione l’Unione Europea molto più di quanto non facciano i trattati economici. Ed è quasi paradossale, perché sono questi ultimi ad aver creato – e ad aggravare – la moltiplicazione delle disuguaglianze e la povertà delle popolazione in tutti i paesi dell’Unione.

Il mini-vertice “non convenzionale” svoltosi a Bruxelles ha sancito l’assoluta differenza di posizioni, tanto da far dire a molti che c’è una “guerra di tutti contro tutti”. L’evanescente primo ministro italico, Giuseppe Conte, ha portato lì la proposta di istituzionalizzare il “modello Minniti”: rafforzare le frontiere esterne e gli accordi tra Ue e paesi terzi, oltre che creare centri di protezione internazionale negli Stati di transito. Un misto tra incremento di Frontex come “polizia di frontiera” comunitaria e costruzione di lager di tipo libico in tutti i paesi africani disponibili. Di fatto, il governo grillin-leghista premere per superare il regolamento di Dublino, cancellando o limitando fortemente la regola della responsabilità del paese di primo ingresso, stabilendo piuttosto che “chi sbarca in Italia” a tutti gli effetti arriva nella Ue.

La Francia di Macron non è affatto più “umanitaria”. Rispetto alla proposta italiana cambia soltanto la collocazione geografica dei lager: “centri chiusi” per i migranti gestiti e finanziati dall’Unione Europea nel paese di primo approdo: Italia, Grecia e, in misura molto minore, Spagna. La differenza sta, forse, nel tipo di “trattamento” da riservare ai migranti imprigionati e nella maggiore facilità di selezione delle “figure professionali” più utili.

Spagna e Grecia hanno provato a barcamenarsi tra questi due opposti, rilevando che comunque queste proposte non sono affatto “innovative”, ma in qualche modo già attuate.

Il punto dirimente è palesemente un altro: la distribuzione dei richiedenti asilo – gli unici migranti in qualche misura garantiti dalla legislazione europea – tra tutti i paesi dell’Unione. Qui casca comunque l’asino, visto che una serie di paesi (il gruppo di Visegrad, ma non solo) rifiutano assolutamente di condividere questa responsabilità comunitaria.

Con questa palla al piede, il vertice vero e proprio del prossimo weekend parte parecchio ridimensionato nelle aspettative. Doveva essere il vertice che riscriveva alcuni trattati, creando magari una “Europa a due velocità” (un nucleo stretto a più forte integrazione, e un cerchio più largo che gravita intorno a questo nucleo). Il vertice che faceva in qualche modo ripartire un convoglio da qualche tempo col motore imballato.

“Rischia” di diventare invece il vertice in cui si fanno passare sotto silenzio alcune modifiche decisive per la sopravvivenza della banche francesi e tedesche oberate da “titoli illiquidi” (ossia invendibili, carta straccia) e mortifere per la banche di altri paesi, a cominciare da quelle italiane. Mentre si strepiterà molto intorno alla collocazione geografica dei lager in cui rinchiudere gente che fugge da guerre, carestie, desertificazione.

Ogni “politico” sa fare il gioco della distrazione di massa. E mentre i coglionazzi fascistoidi usano i flussi migratori per nascondere la propria impotenza nel realizzare le promesse elettorali, quelli più abili – o semplicemente più forti – fanno la stessa cosa per rafforzare il proprio sistema finanziario a scapito dei partner.

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