Da oggi è stato rinnovato in maniera automatica il Memorandum d’intesa Italia-Libia sui migranti firmato dal governo italiano con il governo libico il 2 febbraio 2017. Non sono bastate le tantissime denunce di violazioni dei diritti umani, gli “inimmaginabili orrori” documentati dall’Onu nel 2018 e compiuti nei lager libici finanziati dal governo italiano (torture, stupri, esecuzioni sommarie ecc.).
Così il governo ha deciso di non revocare l’accordo, che sarà prorogato automaticamente per altri tre anni.
Il parlamentare Pd Matteo Orfini, nettamente contrario al rinnovo del memorandum Italia-Libia sui migranti ha scritto su Facebook: “Gli accordi con la Libia sono stati rinnovati. È una pessima giornata e di questa barbarie il mio partito è corresponsabile. A quelli che ci hanno risposto che le cose le vogliono cambiare spetta dimostrare di non essere semplicemente degli ipocriti.[…] i migranti che fuggono dalla Libia non devono essere riportati indietro. È un atto disumano. Soltanto una piccola parte di loro finisce nei centri di detenzione legale, luoghi terribili ma pur sempre più sicuri dei centri clandestini, in mano ai trafficanti di uomini, dove ogni atrocità è possibile. Soprattutto adesso che con la guerra la Libia è nel caos”.
Dichiarazioni importanti, ma che stridono non poco con il fatto che proprio Matteo Orfini, all’epoca in cui fu stipulato il memoramdum d’intesa con il governo libico di Al Serraj, era presidente del Partito Democratico(lo è stato dal 14 giugno 2014 al 17 marzo 2019).
Carlotta Sami, portavoce per l’Italia dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, in una intervista a “La Repubblica”, si è unita a quanti chiedono una “profonda rivisitazione” del Memorandum Italia-Libia per la gestione dei flussi migratori. “Noi – ricorda Sami – lo diciamo da più di due anni: no ai rimpatri, i centri di detenzione sono luoghi disumani che andrebbero chiusi”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2019
08/05/2018
Se “sinistra” fa rima con austerity: la lezione greca
Ieri Matteo Orfini ha affermato che M5S e Lega sono “antitetici alla sinistra”. Se ciò che il buffo presidente del Partito Democratico intendeva indicare con la parola “sinistra” sono le politiche praticate da tutte le varianti del centrosinistra dell’ultimo ventennio (cioè dei governi di Romano Prodi, passando per il sostegno al governo Monti, fino agli ultimi governi guidati da Renzi e poi da Gentiloni) c’è solo da preoccuparsi ed attrezzarsi per avversarla e combatterla questa “sinistra”, perché è esattamente quella cosa che ha prodotto la più grande e grave soppressione di diritti sociali degli ultimi settant’anni nel nostro paese.
Ma eccola là la nuova frontiera della “sinistra” europea, il paradigma greco che ora viene agitato come modello per l’Italia e gli altri “Pigs”: “La crescita della Grecia ha doppiato quella dell’Italia” titola il renzianissimo Linkiesta.
A che prezzo? Un punto di PIL in più in cambio di milioni di persone che non arrivano nemmeno alla metà del mese, che non vengono più curate e che vengono buttate fuori dalle loro case ipotecate da banche tedesche e francesi.
Se un tempo l’oggetto della parola “sinistra” era il “popolo”, le sue aspirazioni di uguaglianza, emancipazione e riscatto, ebbene, oggi, seguendo la lezione di Saussure o di un Lacan, non possiamo fare a meno di osservare che la parola “sinistra” nel linguaggio comune, è ridotta ad un significante vuoto, perché priva ormai di una qualsiasi relazione con il contesto storico e simbolico che ne ha determinato il significato per circa un secolo e mezzo.
In fondo la Grecia è stata il vero laboratorio di questa trasformazione definitiva ed Alexis Tsipras si è via via trasformato in un esecutore fedele dei diktat che inizialmente aveva tanto osteggiato; e la sua statura politica, tanto osannata in certi ambienti della “sinistra residuale” italiana alla ricerca di un papa straniero, alla lunga, si è dimostrata irrilevante, perché la sua iniziativa è stata pressoché annullata da Bruxelles, che ha ignorato completamente la volontà popolare espressa nella grandissima prova democratica del referendum del 2015 facendo commissariare dalla Troika il paese ellenico ribelle proprio contro quel risultato e contro quella volontà.
Qualcosa che assomiglia molto alla palude post-elettorale cui stiamo assistendo in questi giorni in Italia. Il voto ha espresso una maggioranza fortemente critica nei confronti dell’Unione Europea e tuttavia ogni cosa sembra cospirare contro la possibilità che si formi un esecutivo in grado di rappresentare questo orientamento. Nonostante le rassicurazioni, i viaggi alla City e le improvvise professioni pro-UE, Di Maio non è riuscito a far dimenticare la storia anche recentissima del suo movimento che ha espresso, fino all’altro ieri, posizioni radicalmente critiche nei confronti dell’euro; e non è un caso che Beppe Grillo abbia ritirato fuori, proprio in questi giorni, la proposta di farci su un referendum.
Quanto all’altra formazione “antisistema” che è uscita vincente dalle elezioni, Salvini appare incatenato a Berlusconi per i noti guai finanziari e giudiziari della Lega ed ha preferito ripiegare sull’obiettivo di capitalizzare a suo favore il declino di Berlusconi.
E così, com’era abbastanza prevedibile, si prospetta un governissimo del Presidente che in teoria dovrebbe occuparsi soltanto di approvare una nuova legge elettorale che favorisca la “governabilità” ma che, in pratica, servirà a fare la famigerata manovra correttiva da almeno 30 miliardi di cui almeno 12 per la riduzione del deficit richiesti dall’Unione Europea. Sullo sfondo c’è la fine del mandato di Mario Draghi alla guida della BCE e l’annunciata chiusura del Quantitative Easing.
Ma non finisce qui: una probabile impennata dello spread insieme allo spauracchio delle “clausole di salvaguardia” sarebbero la scusa perfetta per prolungare la vita di un governo tecnico che azioni il famigerato “pilota automatico” con cui Bruxelles si assicurerebbe che il nostro paese rispetti il Fiscal Compact, continuando a tagliare tra i 50 ed i 60 miliardi di spesa pubblica all’anno per mantenersi in linea con gli obiettivi prefissati di “riduzione del deficit”.
Dunque, tutto lascia presagire che sia proprio l’Italia il prossimo paese candidato a fare da laboratorio, su più vasta scala, delle rigide politiche di austerity che hanno ridotto la Grecia ad una landa in cui l’unica protezione sociale ai suoi cittadini è quella che viene offerta dal volontariato e dalle organizzazioni di base.
Se la parola “sinistra” nel discorso pubblico ha assunto questo significato, certamente opposto a quello che le era attribuito un tempo, c’è da temere seriamente che tutte le repubblichette di Weimar che useranno come foglie di fico per nascondere le politiche di rigida austerity e di smantellamento dello stato sociale imposte dalla #Troika verranno, prima o poi, fatalmente, travolte dai sempre più estesi movimenti reazionari di massa di cui l’Europa, ahimè, è già piena.
Fonte
Ma eccola là la nuova frontiera della “sinistra” europea, il paradigma greco che ora viene agitato come modello per l’Italia e gli altri “Pigs”: “La crescita della Grecia ha doppiato quella dell’Italia” titola il renzianissimo Linkiesta.
A che prezzo? Un punto di PIL in più in cambio di milioni di persone che non arrivano nemmeno alla metà del mese, che non vengono più curate e che vengono buttate fuori dalle loro case ipotecate da banche tedesche e francesi.
Se un tempo l’oggetto della parola “sinistra” era il “popolo”, le sue aspirazioni di uguaglianza, emancipazione e riscatto, ebbene, oggi, seguendo la lezione di Saussure o di un Lacan, non possiamo fare a meno di osservare che la parola “sinistra” nel linguaggio comune, è ridotta ad un significante vuoto, perché priva ormai di una qualsiasi relazione con il contesto storico e simbolico che ne ha determinato il significato per circa un secolo e mezzo.
In fondo la Grecia è stata il vero laboratorio di questa trasformazione definitiva ed Alexis Tsipras si è via via trasformato in un esecutore fedele dei diktat che inizialmente aveva tanto osteggiato; e la sua statura politica, tanto osannata in certi ambienti della “sinistra residuale” italiana alla ricerca di un papa straniero, alla lunga, si è dimostrata irrilevante, perché la sua iniziativa è stata pressoché annullata da Bruxelles, che ha ignorato completamente la volontà popolare espressa nella grandissima prova democratica del referendum del 2015 facendo commissariare dalla Troika il paese ellenico ribelle proprio contro quel risultato e contro quella volontà.
Qualcosa che assomiglia molto alla palude post-elettorale cui stiamo assistendo in questi giorni in Italia. Il voto ha espresso una maggioranza fortemente critica nei confronti dell’Unione Europea e tuttavia ogni cosa sembra cospirare contro la possibilità che si formi un esecutivo in grado di rappresentare questo orientamento. Nonostante le rassicurazioni, i viaggi alla City e le improvvise professioni pro-UE, Di Maio non è riuscito a far dimenticare la storia anche recentissima del suo movimento che ha espresso, fino all’altro ieri, posizioni radicalmente critiche nei confronti dell’euro; e non è un caso che Beppe Grillo abbia ritirato fuori, proprio in questi giorni, la proposta di farci su un referendum.
Quanto all’altra formazione “antisistema” che è uscita vincente dalle elezioni, Salvini appare incatenato a Berlusconi per i noti guai finanziari e giudiziari della Lega ed ha preferito ripiegare sull’obiettivo di capitalizzare a suo favore il declino di Berlusconi.
E così, com’era abbastanza prevedibile, si prospetta un governissimo del Presidente che in teoria dovrebbe occuparsi soltanto di approvare una nuova legge elettorale che favorisca la “governabilità” ma che, in pratica, servirà a fare la famigerata manovra correttiva da almeno 30 miliardi di cui almeno 12 per la riduzione del deficit richiesti dall’Unione Europea. Sullo sfondo c’è la fine del mandato di Mario Draghi alla guida della BCE e l’annunciata chiusura del Quantitative Easing.
Ma non finisce qui: una probabile impennata dello spread insieme allo spauracchio delle “clausole di salvaguardia” sarebbero la scusa perfetta per prolungare la vita di un governo tecnico che azioni il famigerato “pilota automatico” con cui Bruxelles si assicurerebbe che il nostro paese rispetti il Fiscal Compact, continuando a tagliare tra i 50 ed i 60 miliardi di spesa pubblica all’anno per mantenersi in linea con gli obiettivi prefissati di “riduzione del deficit”.
Dunque, tutto lascia presagire che sia proprio l’Italia il prossimo paese candidato a fare da laboratorio, su più vasta scala, delle rigide politiche di austerity che hanno ridotto la Grecia ad una landa in cui l’unica protezione sociale ai suoi cittadini è quella che viene offerta dal volontariato e dalle organizzazioni di base.
Se la parola “sinistra” nel discorso pubblico ha assunto questo significato, certamente opposto a quello che le era attribuito un tempo, c’è da temere seriamente che tutte le repubblichette di Weimar che useranno come foglie di fico per nascondere le politiche di rigida austerity e di smantellamento dello stato sociale imposte dalla #Troika verranno, prima o poi, fatalmente, travolte dai sempre più estesi movimenti reazionari di massa di cui l’Europa, ahimè, è già piena.
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23/06/2016
Tutti contro tutti, nella piccola corte di Renzi
Prendete un gruppo di scafessi che non ha mai fatto nascere nulla, non ha mai organizzato una manifestazione (solo “eventi” e apericena, forse), né messo in piedi un’organizzazione purchessia; nutriteli di disprezzo per le regole del confronto istituzionale e per le generazioni precedenti (tutte e tutti, così, in linea di principio, senza neanche stare a distinguere); metteteli al servizio delle banche e delle imprese, dite loro che avranno strada libera per cambiare la Costituzione e il paese, tanto ci penserà il sistema dei media – proprietari: gli stessi che li hanno selezionati e “messi lì” – a presentarli ogni giorno come dei giovani geniali che stanno rottamando la vecchia politica per “far ripartire il paese”... e avrete la corte renziana,
A questi scafessi, però, non dovete far mai sperimentare la sconfitta. Geniali come sono avranno come primo istinto quelli di addossarsi reciprocamente la colpa, convinti che i loro soliloqui davanti ai microfoni siano manifestazione di genialità cui poi la realtà – spontaneamente – si conformerà. Senza increspature.
È quello che sta avvenendo al largo del Nazareno, nel cosiddetto vertice del Pd. Due giorni dopo la catastrofe dei ballottaggi la sempre silenziosa e miracolata ministra Marianna Madia si fa intervistare dal giornale governativo Repubblica per consigliare al presidente del partito Matteo Orfini (commissario a Roma, ex subordinato di “Fassina chi?”) di dimettersi. “Se il tappo è lui allora si dimetta. Non ci possiamo più permettere ostacoli al cambiamento”.
Pochi minuti dopo aver sfogliato la mazzetta dei giornali, tutto il resto della corte si lancia in un autodafè mediatico che in altri paesi sarebbe preludio di caduta del governo.
Il vicesegretario Lorenzo Guerini mette in mostra letture poetiche per consigliarle di tagliarsi la lingua: “Io tengo sempre scolpita a mente una frase di Alda Merini che dice: ‘Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire’. Consiglierei a tutti più sobrietà nelle dichiarazioni. Orfini si è assunto la responsabilità di commissario di Roma dopo Mafia Capitale e lo ha fatto con grande impegno e determinazione, di cui va solo ringraziato”.
Michela Di Biase, consigliera capitolina e moglie di Dario Franceschini, fa la Marianna de Noantri: “Veniamo da 18 mesi di commissariamento post Mafia Capitale durante i quali, anziché pensare a dare risposte ai cittadini, ci si è occupati – forse troppo – del partito. Orfini e i sub-commissari non hanno avuto un rapporto reale con gli amministratori locali dei territori. Non hanno alimentato una discussione vera sulle cose che servivano”.
Un clima che sembra aprire varchi anche per gli sconosciuti che fin qui avevano ringraziato gli dei perché avevano ottenuto uno stipendio da parlamentare nell’indifferenza generale. Il giovane e sconosciutissimo deputato Enzo Lattuca se la prende addirittura col conducator: “Caro Renzi, spesso è sembrato che il Pd per te fosse un peso e un impiccio. Da quando sei segretario, abbiamo raggiunto l’apice della correntizzazione. Vorrei che ritrovassimo insieme la strada per cambiare questo Paese”.
Se anche le pulci fan sentire che hanno la tosse, lo sfascio è dietro l’angolo. Si comincerà a vederlo domani, in direzione... Forse ad ottobre non ci arrivano interi, questi giocherelloni.
Fonte
A questi scafessi, però, non dovete far mai sperimentare la sconfitta. Geniali come sono avranno come primo istinto quelli di addossarsi reciprocamente la colpa, convinti che i loro soliloqui davanti ai microfoni siano manifestazione di genialità cui poi la realtà – spontaneamente – si conformerà. Senza increspature.
È quello che sta avvenendo al largo del Nazareno, nel cosiddetto vertice del Pd. Due giorni dopo la catastrofe dei ballottaggi la sempre silenziosa e miracolata ministra Marianna Madia si fa intervistare dal giornale governativo Repubblica per consigliare al presidente del partito Matteo Orfini (commissario a Roma, ex subordinato di “Fassina chi?”) di dimettersi. “Se il tappo è lui allora si dimetta. Non ci possiamo più permettere ostacoli al cambiamento”.
Pochi minuti dopo aver sfogliato la mazzetta dei giornali, tutto il resto della corte si lancia in un autodafè mediatico che in altri paesi sarebbe preludio di caduta del governo.
Il vicesegretario Lorenzo Guerini mette in mostra letture poetiche per consigliarle di tagliarsi la lingua: “Io tengo sempre scolpita a mente una frase di Alda Merini che dice: ‘Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire’. Consiglierei a tutti più sobrietà nelle dichiarazioni. Orfini si è assunto la responsabilità di commissario di Roma dopo Mafia Capitale e lo ha fatto con grande impegno e determinazione, di cui va solo ringraziato”.
Michela Di Biase, consigliera capitolina e moglie di Dario Franceschini, fa la Marianna de Noantri: “Veniamo da 18 mesi di commissariamento post Mafia Capitale durante i quali, anziché pensare a dare risposte ai cittadini, ci si è occupati – forse troppo – del partito. Orfini e i sub-commissari non hanno avuto un rapporto reale con gli amministratori locali dei territori. Non hanno alimentato una discussione vera sulle cose che servivano”.
Un clima che sembra aprire varchi anche per gli sconosciuti che fin qui avevano ringraziato gli dei perché avevano ottenuto uno stipendio da parlamentare nell’indifferenza generale. Il giovane e sconosciutissimo deputato Enzo Lattuca se la prende addirittura col conducator: “Caro Renzi, spesso è sembrato che il Pd per te fosse un peso e un impiccio. Da quando sei segretario, abbiamo raggiunto l’apice della correntizzazione. Vorrei che ritrovassimo insieme la strada per cambiare questo Paese”.
Se anche le pulci fan sentire che hanno la tosse, lo sfascio è dietro l’angolo. Si comincerà a vederlo domani, in direzione... Forse ad ottobre non ci arrivano interi, questi giocherelloni.
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08/10/2015
Roma - Rumors sulle dimissioni di Marino
E’ da ieri sera che voci, mezze voci e indiscrezioni – quelle che i mass media chiamano “rumors” – parlano delle imminenti dimissioni di Marino da sindaco della Capitale. Dopo le ultime polemiche sulle cene e le carte di credito per le spese di rappresentanza, da questa mattina, il sindaco è chiuso nel suo studio insieme ai suoi assessori e consiglieri più fedeli per definire la exit strategy. Alle 11 in Campidoglio era stata convocata una Giunta comunale sul Giubileo, ma è slittata alle ore 12. Dopo un vertice notturno a Palazzo Chigi, il premier Matteo Renzi ha fatto sapere di non essere più disposto a tollerare un minuto di più la permanenza di Marino al Campidoglio. Il plenipotenziario del Pd a Roma, Orfini lo avrebbe subito fatto sapere al Sindaco, dicendogli chiaramente che, nel caso avesse opposto resistenza, il Pd avrebbe ritirato i suoi assessori dalla giunta. Altre fonti nel Pd smentiscono questo scenario affermando che nessuna ipotesi dimissioni è sul tappeto. Oggi pomeriggio era previsto un incontro tra il segretario romano di Sel, Paolo Cento, e il commissario del Pd Roma, Matteo Orfini, per confrontarsi su una possibile mozione di sfiducia ma il Sindaco potrebbe aver anticipato i tempi rendendola inutile. I consiglieri comunali del M5S arrivando al Campidoglio per la seduta del Consiglio comunale dopo una riunione a Montecitorio con il direttorio del movimento, annunciano invece che "gli assessori del Pd nella Giunta Marino si sono dimessi. Il Pd ha fallito. La città deve tornare a votare".
Un lancio dell'Ansa chiarisce alcuni degli scenari che si potrebbero delineare: "Pd romano in fibrillazione per tentare una via di uscita all'impasse Campidoglio nel caso Marino non dovesse rassegnare le dimissioni. Oltre alla 'mozione di sfiducia' in Aula si valuta anche il ritiro in blocco degli assessori targati Pd. La seconda opzione però non porterebbe automaticamente ad un'uscita di scena di Marino. Nel caso in cui dal Pd arrivi la decisione di ritirare i suoi assessori questo sarebbe sicuramente un segnale politico forte che potrebbe tradursi o in un addio di Marino o anche solo in un maxi rimpasto. Per quanto riguarda la mozione di sfiducia questa non esiste tecnicamente nel regolamento del consiglio comunale e quindi si stanno studiando le forme con cui eventualmente presentare in aula questo 'atto di sfiducia'. Tra le ipotesi prese in considerazione anche le dimissioni in blocco dei consiglieri di maggioranza cui dovrebbero seguire quelle dell'opposizione".
Fonte
Complimenti al ceto dirigente PD è riuscito a fare male come Alemanno ed andare oltre.
Un lancio dell'Ansa chiarisce alcuni degli scenari che si potrebbero delineare: "Pd romano in fibrillazione per tentare una via di uscita all'impasse Campidoglio nel caso Marino non dovesse rassegnare le dimissioni. Oltre alla 'mozione di sfiducia' in Aula si valuta anche il ritiro in blocco degli assessori targati Pd. La seconda opzione però non porterebbe automaticamente ad un'uscita di scena di Marino. Nel caso in cui dal Pd arrivi la decisione di ritirare i suoi assessori questo sarebbe sicuramente un segnale politico forte che potrebbe tradursi o in un addio di Marino o anche solo in un maxi rimpasto. Per quanto riguarda la mozione di sfiducia questa non esiste tecnicamente nel regolamento del consiglio comunale e quindi si stanno studiando le forme con cui eventualmente presentare in aula questo 'atto di sfiducia'. Tra le ipotesi prese in considerazione anche le dimissioni in blocco dei consiglieri di maggioranza cui dovrebbero seguire quelle dell'opposizione".
Fonte
Complimenti al ceto dirigente PD è riuscito a fare male come Alemanno ed andare oltre.
11/08/2015
Sui migranti: equivoci, ipocrisie e cause ignorate. In risposta a Bertola, Orfini e Salvini
Il consigliere comunale torinese del M5S Vittorio Bertola sul blog di Beppe Grillo ha scritto: «Giro
di vite sui permessi di soggiorno per protezione umanitaria, che solo
l’Italia concede in massa. Sorveglianza più stretta dei profughi nel
sistema di accoglienza. Istituzione di sistemi efficienti per il
rimpatrio forzato delle persone cui viene respinta la domanda di asilo.
Procedura specifica per la trattazione dei ricorsi contro il diniego
dell’asilo».
Su questo precisiamo innanzitutto che l’opinione di Bertola deve
essere messa a confronto con le ben diverse prese di posizione dei
parlamentari del M5S, che hanno respinto il reato di immigrazione
clandestina e hanno prodotto interessanti analisi e proposte come quelle
di Manlio Di Stefano e della senatrice de Pietro di
segno opposto. In effetti, Matteo Salvini segretario della Lega Nord ha
escluso la possibilità di una collaborazione con il M5S perché «Grillo
ha dietro un partito composto per il 90 per cento da gente di sinistra.
Basta leggere il loro blog per scoprire che non la pensano affatto come
Grillo». E’ anche vero che molti post pubblicati sul blog non sono
firmati. Lasciando così credere che siano di Beppe Grillo e “dunque” del
Movimento. A chi giova questa ambiguità?
In risposta al post di Bertola, il
presidente del Pd Matteo Orfini su Twitter ha parlato di «sciacalli»,
ovviamente approfittando da buoni piazzista, della ghiotta occasione per
stigmatizzare tutto un movimento. Il post di Orfini recita: "Dopo
le proposte sull'immigrazione manca solo che Grillo si iscriva alla
Lega. Perché alla fine gli sciacalli si ritrovano sempre: a destra".
E su questa ipocrisia abbiamo molto da dire. Il Pd, come altri
partiti di centro e “sinistra”, negli anni si è quasi sempre schierato a
favore di interventi armati occidentali diretti (bombardamenti) o
indiretti (destabilizzazioni) che sono fra le cause di immani
spostamenti di popolazioni. Qui abbiamo già scritto quanti milioni di
persone, anche lavoratori migranti, abbiano dovuto lasciare il loro
luogo di residenza e lavoro a causa delle bombe e delle guerre per
procura occidentali. I guerrafondai della Nato e del Golfo, e chi negli
ultimi anni non ha agito per opporsi alle guerre, né in sede
istituzionale né in sede di movimenti, hanno gravi responsabilità. In
pochi anni l’Occidente ha disfatto Iraq, Siria e Libia, rovinando anche i
paesi circostanti e in particolare quelli africani. Qui tutti i dati
prodotti dalle "nostre guerre, la loro fuga".
Il ministro Gentiloni ribadisce la sua solidarietà all’Arabia Saudita
(primo acquirente di armi dall’Italia) che bombardando da mesi lo Yemen e
impedendo l’avvio di aiuti umanitari sta provocando l’esodo di
moltissimi yemeniti, i quali potrebbero convertirsi in nuovi
"clanedstini" sulle nostre coste.
Ricordiamo poi altre cause importanti delle migrazioni forzate.
Infatti accanto a chi fugge da guerre e destabilizzazioni che rovinano
interi paesi (e ha più o meno diritto di asilo umanitario o altro), c’è
chi fugge dalla miseria lasciata dallo sfruttamento coloniale e
postcoloniale, dalla caccia alle risorse, e anche dal disastro climatico
provocato dal surriscaldamento dell’atmosfera terrestre; un’altra
responsabilità occidentale che ricade pesantemente sul Sud del mondo.
Eppure, chi va via dalla miseria e dalla distruzione provocata dal caos
climatico non ha da noi nessun diritto... è bollato come clandestino,
sfruttato fino alla morte dagli schiavisti italiani, costretto a
nascondersi...
Eppure la Terra è di tutti, e l’Occidente ne ha già usufruito più di altri popoli...
Nell’epoca della dittatura finanziaria della Troika , siamo tutti,
migranti o meno, stranieri in patria. Mettere, in questo contesto
sociale, i migranti contro i non migranti è come mettere i lavoratori a
tempo indeterminato contro quelli a tempo determinato come ha fatto
Renzi con il Jobs Act. Si alimenta una guerra tra poveri che è proprio
quello che chiede la grande finanza e le grandi corporazioni.
Prima delle elezioni nazionali del febbraio 2013 il Movimento
arrivò ad essere la prima forza politica nazionale con l’idea che
nessuno dovesse rimanere indietro. Per un Movimento che con orgoglio
rivendica di essere nato lo stesso giorno di San Francesco, questo
concetto ha una portata universalistica, che travalica i confini.
"Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse
popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli
stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune.”
Thomas Sankara, 29 luglio 1987
17/06/2015
Il caso Azzollini
Come è noto, nei prossimi giorni, la giunta per le autorizzazioni a procedere deciderà sulla richiesta della Procura di Trani di procedere all’arresto del senatore Antonio Azzollini, per lo scandalo della casa della Divina Provvidenza di Bisceglie.
Non intervengo nel merito della vicenda (peraltro, da pugliese, so bene quale cancro è sempre stata la Casa della Divina Provvidenza, il maggiore ospedale psichiatrico regionale), perché non è quello di cui voglio occuparmi in questa occasione. Il problema riguarda la possibilità di arrestare parlamentari.
Personalmente sono favorevolissimo alle indagini sugli esponenti politici, parlamentari e non (anche se delle intercettazioni si è fatto abbondante uso ed abuso) dato che lorsignori hanno fatto dell’autorizzazione a procedere lo scudo di tutte le loro malefatte, del che non se ne può più. Sono molto più prudente, invece, in materia di mandato di cattura per un parlamentare in carica, tanto più se si parla non di eseguire una condanna definitiva, ma solo di una misura cautelare in corso di istruttoria.
Il problema non è la garanzia del singolo parlamentare, ma quella del diritto d’Assemblea, perché l’arresto di un singolo parlamentare può cambiare maggioranze, alterare la composizione dei gruppi parlamentari (ad esempio potrebbe determinare lo scioglimento di un gruppo che vada “sotto quota”) avere riflessi su votazioni particolarmente delicate (Presidente della Repubblica, membri Consulta e Csm). Mi sembra che ci si debba guardare molto bene dal rischio di manovre politiche innescate in questo modo. Ed il fatto che oggi l’Ag che procede non sia sospettabile di simili calcoli, non vuol dire che il pericolo non possa presentarsi domani: l’importante è il precedente che si forma.
Per la verità questo caso non sarebbe esattamente un precedente in assoluto, ma contribuirebbe al formarsi di un pericoloso indirizzo. Questo non vuol dire che mai nessun parlamentare debba essere arrestato (diversamente la Costituzione lo proibirebbe esplicitamente), ma che si debba procedere con molta prudenza, valutando attentamente caso per caso. Non so cosa ci sia a carico del senatore Azzollini e per quali ragioni la procura tranese ne chieda l’arresto cautelativo. Escludo a rigor di logica che possa trattarsi di pericolo di fuga all’estero e mi sembra anche poco probabile che possa esserci il rischio di reiterazione del reato, in presenza di una inchiesta e comunque di condizioni materiali che lo rendano poco praticabile.
L’ipotesi più probabile è che possa esserci il rischio di inquinamento delle prove, e dovrebbe trattarsi di un rischio non puramente teorico, ma corroborato da precisi indizi di comportamenti concreti. Dunque, occorre studiare le carte per capire su quali basi i magistrati tranesi si siano indotti a chiedere una misura così pesante. E si immagina che i parlamentari ci vadano con i piedi di piombo prima di decidere su un loro collega. E, invece, sin qui la prassi era quella di respingere sempre e comunque questo tipo di richieste della magistratura, quali che fossero gli elementi addotti.
Adesso no, è cambiato il clima, bisogna dare qualcosa in pasto all’opinione pubblica e si decide di votare per l’autorizzazione all’arresto a prescindere da qualsiasi considerazione di merito.
Matteo Orfini ha già dichiarato che il Pd voterà per l’arresto “perché non c’è altro da fare” ed Alfano ha detto che lui ed i suoi voteranno no, ma che non ne fa un dramma da far cadere il governo, cosa che, invece accadrebbe se il Pd votasse per l’autorizzazione a procedere contro Giuseppe Castiglione suo braccio destro.
Non so se avete capito: Orfini, che è nella melma sino al collo per Mafia capitale, cerca di rifarsi una verginità (o di non peggiorare la situazione sua e del Pd) votando contro Azzolini, Alfano, molla Azzolini ma minaccia sfracelli se gli toccano Castiglione. Ed il Pd deve valutare se l’eventuale voto contro Castiglione faccia cadere il governo o no, per cui, i calcoli dell’algebra parlamentare dicono Azzollini si Castiglione no.
In tutto questo, non so se ve ne siete accorti, della concreta posizione personale dei due, degli elementi a loro carico, non gliene importa niente a nessuno. Potrebbe darsi che uno dei sue sia non sufficientemente indiziato e l’altro colpevolissimo e con valanghe di elementi a suo carico e, ugualmente si mandi in galera il primo e si salvi il secondo, perché così vogliono i calcoli di Palazzo.
Ma si può affidare la stabilità delle istituzioni repubblicane a simili figuri? A fare le cose in regola, prima dovremmo sbattere in galera Orfini ed Alfano, per l’uso criminale che fanno del loro potere, e dopo discutere di Azzollini e Castiglione.
La Costituzione, in mano a questi mercenari diventa solo carta per incartare il pesce. In queste condizioni, sono indotto a sostenere le ragioni di Azzollini, che avrà fatto anche più di quello di cui è accusato, ma ha diritto ad un regolare giudizio di merito, che prescinda dai calcoli politici.
Una cosa è certa: l’attuale soluzione all’equilibrio fra potere legislativo e potere giudiziario non funziona e va rivista, perché non si può lasciare la difesa dei principi della separazione dei poteri e dello Stato di Diritto in mano al Parlamento, così come costituito. La materia va ripensata.
Fonte
Non intervengo nel merito della vicenda (peraltro, da pugliese, so bene quale cancro è sempre stata la Casa della Divina Provvidenza, il maggiore ospedale psichiatrico regionale), perché non è quello di cui voglio occuparmi in questa occasione. Il problema riguarda la possibilità di arrestare parlamentari.
Personalmente sono favorevolissimo alle indagini sugli esponenti politici, parlamentari e non (anche se delle intercettazioni si è fatto abbondante uso ed abuso) dato che lorsignori hanno fatto dell’autorizzazione a procedere lo scudo di tutte le loro malefatte, del che non se ne può più. Sono molto più prudente, invece, in materia di mandato di cattura per un parlamentare in carica, tanto più se si parla non di eseguire una condanna definitiva, ma solo di una misura cautelare in corso di istruttoria.
Il problema non è la garanzia del singolo parlamentare, ma quella del diritto d’Assemblea, perché l’arresto di un singolo parlamentare può cambiare maggioranze, alterare la composizione dei gruppi parlamentari (ad esempio potrebbe determinare lo scioglimento di un gruppo che vada “sotto quota”) avere riflessi su votazioni particolarmente delicate (Presidente della Repubblica, membri Consulta e Csm). Mi sembra che ci si debba guardare molto bene dal rischio di manovre politiche innescate in questo modo. Ed il fatto che oggi l’Ag che procede non sia sospettabile di simili calcoli, non vuol dire che il pericolo non possa presentarsi domani: l’importante è il precedente che si forma.
Per la verità questo caso non sarebbe esattamente un precedente in assoluto, ma contribuirebbe al formarsi di un pericoloso indirizzo. Questo non vuol dire che mai nessun parlamentare debba essere arrestato (diversamente la Costituzione lo proibirebbe esplicitamente), ma che si debba procedere con molta prudenza, valutando attentamente caso per caso. Non so cosa ci sia a carico del senatore Azzollini e per quali ragioni la procura tranese ne chieda l’arresto cautelativo. Escludo a rigor di logica che possa trattarsi di pericolo di fuga all’estero e mi sembra anche poco probabile che possa esserci il rischio di reiterazione del reato, in presenza di una inchiesta e comunque di condizioni materiali che lo rendano poco praticabile.
L’ipotesi più probabile è che possa esserci il rischio di inquinamento delle prove, e dovrebbe trattarsi di un rischio non puramente teorico, ma corroborato da precisi indizi di comportamenti concreti. Dunque, occorre studiare le carte per capire su quali basi i magistrati tranesi si siano indotti a chiedere una misura così pesante. E si immagina che i parlamentari ci vadano con i piedi di piombo prima di decidere su un loro collega. E, invece, sin qui la prassi era quella di respingere sempre e comunque questo tipo di richieste della magistratura, quali che fossero gli elementi addotti.
Adesso no, è cambiato il clima, bisogna dare qualcosa in pasto all’opinione pubblica e si decide di votare per l’autorizzazione all’arresto a prescindere da qualsiasi considerazione di merito.
Matteo Orfini ha già dichiarato che il Pd voterà per l’arresto “perché non c’è altro da fare” ed Alfano ha detto che lui ed i suoi voteranno no, ma che non ne fa un dramma da far cadere il governo, cosa che, invece accadrebbe se il Pd votasse per l’autorizzazione a procedere contro Giuseppe Castiglione suo braccio destro.
Non so se avete capito: Orfini, che è nella melma sino al collo per Mafia capitale, cerca di rifarsi una verginità (o di non peggiorare la situazione sua e del Pd) votando contro Azzolini, Alfano, molla Azzolini ma minaccia sfracelli se gli toccano Castiglione. Ed il Pd deve valutare se l’eventuale voto contro Castiglione faccia cadere il governo o no, per cui, i calcoli dell’algebra parlamentare dicono Azzollini si Castiglione no.
In tutto questo, non so se ve ne siete accorti, della concreta posizione personale dei due, degli elementi a loro carico, non gliene importa niente a nessuno. Potrebbe darsi che uno dei sue sia non sufficientemente indiziato e l’altro colpevolissimo e con valanghe di elementi a suo carico e, ugualmente si mandi in galera il primo e si salvi il secondo, perché così vogliono i calcoli di Palazzo.
Ma si può affidare la stabilità delle istituzioni repubblicane a simili figuri? A fare le cose in regola, prima dovremmo sbattere in galera Orfini ed Alfano, per l’uso criminale che fanno del loro potere, e dopo discutere di Azzollini e Castiglione.
La Costituzione, in mano a questi mercenari diventa solo carta per incartare il pesce. In queste condizioni, sono indotto a sostenere le ragioni di Azzollini, che avrà fatto anche più di quello di cui è accusato, ma ha diritto ad un regolare giudizio di merito, che prescinda dai calcoli politici.
Una cosa è certa: l’attuale soluzione all’equilibrio fra potere legislativo e potere giudiziario non funziona e va rivista, perché non si può lasciare la difesa dei principi della separazione dei poteri e dello Stato di Diritto in mano al Parlamento, così come costituito. La materia va ripensata.
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