La vita politica di Giorgio Napolitano riassume ed estremizza tutti gli aspetti più negativi che hanno caratterizzato la formazione culturale del gruppo dirigente del PCI del dopoguerra.
Origini alto borghesi addirittura con quarti di nobiltà. Il padre, un avvocato liberale e poeta; la madre, Carolina Bobbio, figlia di nobili piemontesi trapiantati a Napoli. Circostanza che ha alimentato negli anni voci mai confermate su presunti legami di sangue con la famiglia Savoia che avrebbero investito la reale paternità del piccolo Giorgio.
Formazione culturale crociana, studi di giurisprudenza con una laurea in economia politica e una tesi sul mancato sviluppo economico del Meridione. Militanza giovanile nei Guf, i gruppi universitari fascisti. Insomma il classico cursus honorem di un giovane rampollo della buona borghesia partenopea che ha vissuto la sua prima gioventù sotto il regime fascista senza particolari tormenti. Nel 1945 entra a far parte del Partito comunista in una Napoli già insorta e occupata dalle truppe angloamericane. L’alto livello culturale gli apre subito la strada nel gruppo dirigente locale: nel 1947 viene inviato a guidare la federazione di Caserta per farsi le ossa prima di diventare deputato nel 1953 e restarlo ininterrottamente fino al 1996, per poi passare al parlamento europeo, essere nominato senatore a vita nel 2005 e assumere per due volte la carica di Presidente della repubblica dal 2006 fino alle dimissioni del maggio 2015. È stato anche Presidente della camera e ministro dell’Interno del primo governo Prodi dal 1996 al 1998.
Riformista, crociano e liberista
Lo stile felpato, l’atteggiamento prudente, il linguaggio forbito, il perfetto controllo della lingua inglese, lo hanno reso da subito un cavallo di razza non solo nel PCI ma nella scena politica italiana. Moderato politicamente è cresciuto all’ombra della scuola politica di Giorgio Amendola incarnando le tradizionali linee guida della destra del partito: un iniziale filosovietismo in politica estera sfumato dopo i fatti di Praga del 1968. Nel 1956 appoggiò la repressione sovietica in Ungheria e pronunciò il discorso di espulsione dal partito del dissidente Antonio Giolitti a cui chiese scusa, omaggiandolo, una volta salito al Quirinale; grande attenzione in politica interna per i ceti produttivi, i circoli finanziari, la grande borghesia e le ricette economiche liberali. Quando fu responsabile economico del PCI negli anni dell’austerità berlingueriana predicava i sacrifici per la classe operaia come soluzione alla crisi economica. Nemico feroce della sinistra interna che sconfisse nell’XI congresso del 1966, detestava l’operaismo politico ritenuto una forma di estremismo che rasentava il sovversivismo. I tratti liberali della sua formazione culturale lo resero allergico al giustizialismo, anche se questo non gli impedì di essere un feroce sostenitore dell’emergenza giudiziaria antisovversiva. Da capogruppo dei deputati del PDS nel 1994 lanciò la stagione della dietrologia con una mozione parlamentare divenuta il manifesto del complottismo sul sequestro Moro, atteggiamento che rinforzò negli anni della sua permanenza al Quirinale quando inaugurò la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio 2008, con un discorso che avviava la stagione della vittimocrazia, attribuendo ad associazioni vittimarie accreditate l’amministrazione della memoria pubblica del decennio '70 e decretando il bavaglio per gli ex militanti, prigionieri ed ex prigionieri della sinistra armata e sovversiva dell’epoca.
Il battesimo negli USA
Il punto di svolta della carriera politica di Napolitano risale tuttavia ai giorni del sequestro Moro, al mese di aprile del 1978 quando fu autorizzato a tenere un ciclo di conferenze in alcune università degli Stati Uniti, incontrare circoli politici, culturali e finanziari americani. Primo dirigente comunista occidentale autorizzato ad entrare negli USA in quanto tale e non in una delegazione parlamentare, come era già avvenuto per altri prima di lui.
Il retroscena di quel viaggio che potete leggere di seguito (qui) fu lungo ed elaborato con un visto rifiutato tre anni prima. Quella missione ebbe una importanza decisiva nella successiva carriera politica del futuro capo della corrente «migliorista» del PCI. Napolitano, che bruciò sul tempo Berlinguer, anche lui invitato negli Usa al pari di Carrillo (leggi qui), il segretario del Partito comunista spagnolo, per spiegare cos’era l’eurocomunismo, ebbe il compito di chiarire all’establishment statunitense cosa era diventato il PCI, cosa avrebbe fatto in caso di vittoria elettorale, tranquillizzando investitori e politici nordamericani sulla fedeltà atlantica dei comunisti italiani e sulla tutela delle libertà economiche e della proprietà privata, ricevendo il placet USA sulla linea della fermezza da tenere durante il sequestro del leader della DC Moro da parte delle Brigate rosse.
La doppiezza culturale di Napolitano
Nel corso del viaggio emerse con forza tutta la doppiezza politica di Napolitano e del gruppo dirigente del PCI: la doppia morale e il doppio linguaggio. Napolitano incontrò in gran segreto Gianni Agnelli nella sua casa di Park Avenue a New York. L’episodio, omesso dal resoconto apparso su Rinascita al suo ritorno, fu ignorato anche dal corrispondente dell’Unità Jacoviello. Elettori e militanti del Pci non dovevano saperlo. Napolitano rivelò la circostanza, che diede il via a una consuetudine tra i due, solo nel 2003 alla morte di Agnelli. Il viaggio negli USA aprì al futuro presidente della Repubblica l’ingresso in circoli molto riservati, salotti dove esponenti politici, statisti e uomini della finanza più influenti, i decisori del mondo, si incontravano e discutevano. Dopo il viaggio negli USA per Napolitano si aprirono anche le porte dell’ambasciata Usa per incontri riservati, tenuti anche con Pajetta, e il cui contenuto sia l’ambasciatore dell’epoca Gardner che lo stesso Napolitano riferivano unicamente di persona ai loro rispettivi superiori: il capo del Dipartimento di Stato e il presidente Usa per Gardenr, il segretario del PCI Berlinguer per Napolitano.
Se c’è un aspetto che riassume la storia politica di Giorgio Napolitano è questo elitismo, questa visione oligarchica, inside, di una politica per soli eletti di cui ha dato mostra con i governi tecnici e gli incarichi attribuiti a grandi comis di Stato e della finanza. Visione antica, liberale, predemocratica nella quale Napolitano si trovava a suo agio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2023
05/05/2020
Musica popolare e militanza di classe: intervista a Giulia Anania
Nel recente – e consigliato – “Gramsci
44”, film che racconta i quarantaquattro giorni di prigionia del
segretario del Pcd’I all’Asinara, l’intellettuale torinese rappresentato
da un ottimo Peppino Mazzotta decide, insieme agli altri esuli, di
fondare una scuola popolare per i prigionieri e per i locali.
Riflettendo ad alta voce condivide con gli altri insegnanti una
interessante riflessione sull’alfabetizzazione scolastica, capace di
essere vissuta persino come un’imposizione delle classi dominanti se
viene scaricata su una società in cui il dialetto era più che
sufficiente per vivere le proprie dinamiche quotidiane. Un passaggio
cruciale, questo, che ci siamo trovati a commentare nell’ambito del
colloquio con la nostra intervistata: “L’ho visto eccome quel dialogo di
cui mi parli”, mi racconta, “e l’ho trovato commovente. Ho anche letto
il libro che raccoglie le lettere inviate da Gramsci in quel periodo,
una delle più interessanti letture dell’ultimo anno”.
Giulia Anania, classe 1984, ha all’attivo un album e quattro singoli, più una miriade di collaborazioni anche con grandi nomi della scena pop e una partecipazione al festival di Sanremo. È una cantautrice popolare romana e varrà la pena da subito soffermarsi su questo aggettivo. “La canzone in dialetto”, spiega Anania raggiunta al telefono, “ha dalla sua la bellezza profondamente politica di non far sentire a chi l’ascolta la supponenza. Io credo che la potenza del popolare, che per me unisce Laura Pausini, gli stornelli e il rap, è l’avere un linguaggio che non mette chi lo pronuncia su di uno scalino, che ha la potenza di essere estremamente poetico e di poter arrivare a tutti. È capace di parlare prima agli ultimi e di saper parlare degli ultimi – penso alla canzone popolare romana, fatta di storie di malavita, episodi di coltello, della vicenda della popolana che salva il bimbo di una nobile per poi crepare miserrima. Gianni Rodari, Italo Calvino, Gian Maria Volonté: è quello spirito che abbiamo perso negli ultimi anni. Erano delle persone che non si erano mai scollate dalla loro origine e dalla loro parte, erano diventati degli attori da Oscar ma erano rimasti incollati alle persone. Gabriella Ferri era una che incontravi al mercato, non si era allontanata e la gente la chiamava, la incontrava. Questa attitudine serve, è importante prima di tutto per noi, per gli artisti: poter osservare quello che accade e viverlo veramente”.
Da sempre animale da eventi militanti, da concerti in solidarietà, feste politiche e iniziative sociali, per la festa dei lavoratori Anania ha lanciato sui social una catena di sensibilizzazione: “Per il primo maggio” si legge su Facebook, “giornata dei lavoratori e di chi il lavoro non ce l’ ha, dei precari, degli sfruttati e dei tanti che muoiono di lavoro – voglio fare delle proiezioni diffuse su palazzi e cantieri di questa poesia di mio padre Vincenzo Anania; che da giudice si battè molto per le prime leggi sulle morti bianche. La poesia letta da Federico Pacifici si unisce alla mia canzone, “il Volo”. Il video è già pronto; ed è una chicca; deve solo essere trasmesso da chiunque voglia farsi tramite di questa emergenza”: e decine sono state le “proiezioni corsare”, soprattutto nella città di Roma che Anania vive e conosce in profondità da anni.
“In questi anni la pecca che io ho visto negli ambienti militanti, fra compagni insomma”, racconta, “è stata il trascurare il dibattito non specifico, ovvero pensare che solo con un alto livello di consapevolezza si potesse avere una militanza credibile.
Io rimango invece convinta che prima di tutto conta quello che unisce: la sinistra istituzionale, socialdemocratica si è definitivamente suicidata in vari passaggi, fra cui per me ha spiccato il rinunciare ad investire sulle feste politiche. Riunire le persone, creare una convivialità è invece un atto politico. Questo è quel che io continuo a provare e in questo modo mi accorgo che le persone, soprattutto nelle famose “periferie”, sono molto meno peggio di come ce le vogliono raccontare”.
“Ci sono degli spazi lasciati liberi, c’è una trincea che arretra”, continua: “Prima i centri sociali erano una risorsa interessante, ora sono segregati nei loro tic e nei loro micromondi: principalmente vedo che si tramutano in locali, fanno più che altro feste o non fanno niente; non voglio poi generalizzare ma vedo la droga tornare protagonista anche in quegli ambienti. Poi c’è tutta una corrente pseudomilitante, una serie di compagni che prima ti chiamavano – “Giulia suoni per me in questa iniziativa, vieni qua, vieni là” – e che adesso vedo invece molto... ben abituati, come dire; li vedo pretendere da parte dell’artista “amico”, “di area”, una serie di favori, salvo poi chiamare il super Vip che fa biglietto quando saltano fuori due soldi.
Questa deriva va di pari passo con una tendenza che riscontro anche nelle mie strette conoscenze, in una serie di miei amici storicamente militanti che hanno iniziato ad autoescludersi, a rifugiarsi nel nichilismo e in uno stadio pre-politico dove l’attività prevalente è il vedere le serie tv. Continuando io invece a fare spettacoli mi accorgo che il mondo che abbiamo lì fuori non è così perso. Ti accorgi che la nostra gente è stata abbandonata lì, nei quartieri; e se noi non stiamo lì, quella gente non guidata e lasciata senza sogni è ovvio che si affiderà ad altri, ad esempio ai fascisti che si impadroniscono di certi temi a noi cari. Se le cose vanno così noi rimarremo ancora a lungo noi in un mondo di merda e io non questo non lo voglio”.
Sarebbe però necessario un soggetto, una forza trainante che si faccia promotrice di questa azione mirata; i tanti che cercano di tenere alte le bandiere lo fanno, spiega l’artista, “a titolo personale, pieni di buone intenzioni ma senza riferimenti, disorganizzati. A oggi io non posso dire che ci sia un committente, una forza credibile, un centro a cui fare riferimento per coordinare le battaglie che dobbiamo fare. Le mie parole d’ordine rimangono certamente l’antifascismo, l’antirazzismo e la ferma volontà di non abbandonare in nessun luogo i nostri temi importanti, dal centro alle periferie”.
A una mancanza di organizzazione non può non collegarsi il problema reale, stringente e urgente, del concreto lavorare per chi fa cultura: “Il mondo dello spettacolo è il mondo dei precari, come tanti altri mondi”, spiega l’artista che ha calcato centinaia di palchi nella sua vita: ”I volti che piacciono alle Tv dal loro attico ci spiegano che è importante “rimanere a casa per il Coronavirus” mentre una massa di lavoratori che non ha albi, non ha riconoscimenti, non ha giustificativi perde entrate e potere di acquisto. Io dovevo andare per lavoro in un certo posto ma non sono andata, se al posto di blocco mi avessero fermato le forze dell’ordine non avrei saputo cosa scrivere sul foglio. I tecnici, gli attrezzisti, i lavoratori dei palchi sono lievemente più tutelati ma tutta la comunità dei lavoratori dello spettacolo vive di impieghi intermittenti, per cui tu lavori come un matto magari per tre mesi e per i successivi cinque non fai niente. Servirebbe una possibilità di sostegno salariale per questa intermittenza, come in altri paesi pure è prevista”.
In questa situazione prossima al ricatto per chi lavora nella musica e produce cultura, spiega Anania, qualsiasi linea di impegno anche vagamente sociale tende a venir completamente espulsa dal discorso dell’arte mainstream, con fortissimi incentivi anche all’autocensura: “Ti racconto questo: dovevo suonare al primo maggio qualche anno fa, e dovevo portare proprio questa canzone, Il Volo, che parla di morti sul lavoro, di morti bianche: appena è stato letto il testo, seccata, seccata immediatamente. Non male per essere il concerto della festa dei lavoratori direi. Io poi scrivo per molti artisti e spesso può capitare che se propongo un tema, per così dire, impegnato, ci sia un fortissimo timore di essere attaccati; a volte insieme con l’artista decidiamo di scardinare questa paura, ma in generale diventa sempre più raro e difficile essere artisti che vogliono comunicarsi rimanendo integri e radicali, senza cedere a compromessi. La chiave mi sembra allora il tenerci vicini fra di noi, formare una rete molto consapevole e organizzata e rifiutare la competizione interna all’ecosistema artistico – che è fortissima. Suonare negli studi medici, nelle botteghe dei fornai e nei cantieri, per i muratori”.
Fonte
Giulia Anania, classe 1984, ha all’attivo un album e quattro singoli, più una miriade di collaborazioni anche con grandi nomi della scena pop e una partecipazione al festival di Sanremo. È una cantautrice popolare romana e varrà la pena da subito soffermarsi su questo aggettivo. “La canzone in dialetto”, spiega Anania raggiunta al telefono, “ha dalla sua la bellezza profondamente politica di non far sentire a chi l’ascolta la supponenza. Io credo che la potenza del popolare, che per me unisce Laura Pausini, gli stornelli e il rap, è l’avere un linguaggio che non mette chi lo pronuncia su di uno scalino, che ha la potenza di essere estremamente poetico e di poter arrivare a tutti. È capace di parlare prima agli ultimi e di saper parlare degli ultimi – penso alla canzone popolare romana, fatta di storie di malavita, episodi di coltello, della vicenda della popolana che salva il bimbo di una nobile per poi crepare miserrima. Gianni Rodari, Italo Calvino, Gian Maria Volonté: è quello spirito che abbiamo perso negli ultimi anni. Erano delle persone che non si erano mai scollate dalla loro origine e dalla loro parte, erano diventati degli attori da Oscar ma erano rimasti incollati alle persone. Gabriella Ferri era una che incontravi al mercato, non si era allontanata e la gente la chiamava, la incontrava. Questa attitudine serve, è importante prima di tutto per noi, per gli artisti: poter osservare quello che accade e viverlo veramente”.
Da sempre animale da eventi militanti, da concerti in solidarietà, feste politiche e iniziative sociali, per la festa dei lavoratori Anania ha lanciato sui social una catena di sensibilizzazione: “Per il primo maggio” si legge su Facebook, “giornata dei lavoratori e di chi il lavoro non ce l’ ha, dei precari, degli sfruttati e dei tanti che muoiono di lavoro – voglio fare delle proiezioni diffuse su palazzi e cantieri di questa poesia di mio padre Vincenzo Anania; che da giudice si battè molto per le prime leggi sulle morti bianche. La poesia letta da Federico Pacifici si unisce alla mia canzone, “il Volo”. Il video è già pronto; ed è una chicca; deve solo essere trasmesso da chiunque voglia farsi tramite di questa emergenza”: e decine sono state le “proiezioni corsare”, soprattutto nella città di Roma che Anania vive e conosce in profondità da anni.
“In questi anni la pecca che io ho visto negli ambienti militanti, fra compagni insomma”, racconta, “è stata il trascurare il dibattito non specifico, ovvero pensare che solo con un alto livello di consapevolezza si potesse avere una militanza credibile.
Io rimango invece convinta che prima di tutto conta quello che unisce: la sinistra istituzionale, socialdemocratica si è definitivamente suicidata in vari passaggi, fra cui per me ha spiccato il rinunciare ad investire sulle feste politiche. Riunire le persone, creare una convivialità è invece un atto politico. Questo è quel che io continuo a provare e in questo modo mi accorgo che le persone, soprattutto nelle famose “periferie”, sono molto meno peggio di come ce le vogliono raccontare”.
“Ci sono degli spazi lasciati liberi, c’è una trincea che arretra”, continua: “Prima i centri sociali erano una risorsa interessante, ora sono segregati nei loro tic e nei loro micromondi: principalmente vedo che si tramutano in locali, fanno più che altro feste o non fanno niente; non voglio poi generalizzare ma vedo la droga tornare protagonista anche in quegli ambienti. Poi c’è tutta una corrente pseudomilitante, una serie di compagni che prima ti chiamavano – “Giulia suoni per me in questa iniziativa, vieni qua, vieni là” – e che adesso vedo invece molto... ben abituati, come dire; li vedo pretendere da parte dell’artista “amico”, “di area”, una serie di favori, salvo poi chiamare il super Vip che fa biglietto quando saltano fuori due soldi.
Questa deriva va di pari passo con una tendenza che riscontro anche nelle mie strette conoscenze, in una serie di miei amici storicamente militanti che hanno iniziato ad autoescludersi, a rifugiarsi nel nichilismo e in uno stadio pre-politico dove l’attività prevalente è il vedere le serie tv. Continuando io invece a fare spettacoli mi accorgo che il mondo che abbiamo lì fuori non è così perso. Ti accorgi che la nostra gente è stata abbandonata lì, nei quartieri; e se noi non stiamo lì, quella gente non guidata e lasciata senza sogni è ovvio che si affiderà ad altri, ad esempio ai fascisti che si impadroniscono di certi temi a noi cari. Se le cose vanno così noi rimarremo ancora a lungo noi in un mondo di merda e io non questo non lo voglio”.
Sarebbe però necessario un soggetto, una forza trainante che si faccia promotrice di questa azione mirata; i tanti che cercano di tenere alte le bandiere lo fanno, spiega l’artista, “a titolo personale, pieni di buone intenzioni ma senza riferimenti, disorganizzati. A oggi io non posso dire che ci sia un committente, una forza credibile, un centro a cui fare riferimento per coordinare le battaglie che dobbiamo fare. Le mie parole d’ordine rimangono certamente l’antifascismo, l’antirazzismo e la ferma volontà di non abbandonare in nessun luogo i nostri temi importanti, dal centro alle periferie”.
A una mancanza di organizzazione non può non collegarsi il problema reale, stringente e urgente, del concreto lavorare per chi fa cultura: “Il mondo dello spettacolo è il mondo dei precari, come tanti altri mondi”, spiega l’artista che ha calcato centinaia di palchi nella sua vita: ”I volti che piacciono alle Tv dal loro attico ci spiegano che è importante “rimanere a casa per il Coronavirus” mentre una massa di lavoratori che non ha albi, non ha riconoscimenti, non ha giustificativi perde entrate e potere di acquisto. Io dovevo andare per lavoro in un certo posto ma non sono andata, se al posto di blocco mi avessero fermato le forze dell’ordine non avrei saputo cosa scrivere sul foglio. I tecnici, gli attrezzisti, i lavoratori dei palchi sono lievemente più tutelati ma tutta la comunità dei lavoratori dello spettacolo vive di impieghi intermittenti, per cui tu lavori come un matto magari per tre mesi e per i successivi cinque non fai niente. Servirebbe una possibilità di sostegno salariale per questa intermittenza, come in altri paesi pure è prevista”.
In questa situazione prossima al ricatto per chi lavora nella musica e produce cultura, spiega Anania, qualsiasi linea di impegno anche vagamente sociale tende a venir completamente espulsa dal discorso dell’arte mainstream, con fortissimi incentivi anche all’autocensura: “Ti racconto questo: dovevo suonare al primo maggio qualche anno fa, e dovevo portare proprio questa canzone, Il Volo, che parla di morti sul lavoro, di morti bianche: appena è stato letto il testo, seccata, seccata immediatamente. Non male per essere il concerto della festa dei lavoratori direi. Io poi scrivo per molti artisti e spesso può capitare che se propongo un tema, per così dire, impegnato, ci sia un fortissimo timore di essere attaccati; a volte insieme con l’artista decidiamo di scardinare questa paura, ma in generale diventa sempre più raro e difficile essere artisti che vogliono comunicarsi rimanendo integri e radicali, senza cedere a compromessi. La chiave mi sembra allora il tenerci vicini fra di noi, formare una rete molto consapevole e organizzata e rifiutare la competizione interna all’ecosistema artistico – che è fortissima. Suonare negli studi medici, nelle botteghe dei fornai e nei cantieri, per i muratori”.
Fonte
15/10/2019
Mrs. Brexit, I suppose
Salviamo il compagno Boris! Massima solidarietà, nonostante le
evidenti differenze politiche, al bizzarro Johnson, che si trova
impossibilitato a dar seguito al preciso mandato popolare: l’uscita del
Regno Unito dall’Unione Europea. È difficile rintracciare, volgendo gli
occhi al passato, una simile ostinazione, da parte delle élites
economiche e culturali, nel negare la soluzione scelta dalla
cittadinanza. In effetti un altro esempio esiste, peraltro recente:
quello catalano, dove pure una importante riconfigurazione della polity
di una comunità, avvenuta attraverso metodi liberal-democratici
(referendum, pure lì), viene rifiutata perché... sbagliata! Il popolo ha
votato in modo contrario agli interessi dell’alta borghesia... cambiamo il
popolo! Questa battuta girava tanto quando il target – Brecht adiuvante
– era il Comitato centrale, viene taciuta adesso, quando troverebbe una
concretizzazione clamorosa e ripetuta.
In Catalogna Puigdemont e i suoi fedeli sono finiti in prigione, in Inghilterra non siamo (ancora) arrivati a tanto, ma la Brexit ha già fatto cadere due premier (corrispondenti ad altrettanti leader del Partito conservatore) e si appresta a farne cadere un terzo. Inoltre ha soffiato tra le ceneri del Partito laburista e ha sfasciato il campo politico di Scozia e Irlanda. Non male per un referendum il cui esito deve ancora essere implementato...
Più ancora del caso catalano (forse perché rimane un abisso, in termini di legalità democratico-rappresentativa, tra Regno Unito e Spagna), a Londra si può toccare con mano la disperazione alto-borghese per la decisione popolare. Abbiamo sentito con le nostre orecchie un docente inglese fare questo limpido ragionamento: “Dobbiamo votare un’altra volta perché, a tre anni dal primo voto, l’esito può cambiare: in questi tre anni saranno morte alcune persone anziane che avevano votato per la Brexit e saranno diventati maggiorenni molti giovani che sono a favore dell’Unione Europea. Se prima eravamo cinquanta e cinquanta, questi cambiamenti possono averci fatto superare la soglia!”... Prolungando il ragionamento, si potrebbero far votare i dodicenni che ascoltano MTV e organizzare l’eutanasia di massa per i vecchi che vivono in campagna... così, giusto per stare più sicuri...
Ma andiamo alla carta stampata, che continua a rappresentare la cartina di tornasole delle opinioni liberal-democratiche: il settimanale “Internazionale” – organo ufficiale dei sinceri democratici con tendenze alla vacanza all’estero – dà spazio a un articolo veramente illuminante di Martin Fletcher (da “New Statesman”), molto equilibrato nel definire l’attuale situazione britannica come “grottesca e disastrosa, un epico atto di autolesionismo provocato non da una guerra o da una catastrofe naturale ma dalla stupidità”. Secondo il giornalista-scriba i manifestanti pro Remain dello scorso 23 marzo (un milione di persone, ma nel Regno Unito gli aventi diritto al voto sono circa quaranta milioni) e i cinque milioni di sottoscriventi – sul sito del Parlamento europeo... – l’appello per revocare l’art. 50, che attiva l’uscita (sempre contro i 40 milioni circa di aventi diritto al voto, comunque) sarebbero “persone sensate”, mentre chi vuole uscire dall’UE un “nemico del popolo”. Curioso l’utilizzo di questo termine in bocca a un esponente dell’élite, che infatti lo usa al contrario... Fletcher prosegue la sua analisi, spiegandoci perché si è arrivati a questo impasse: “Il peccato originale lo ha commesso David Cameron, primo ministro conservatore dal 2010 al 2016, che oggi è impegnato a scrivere le sue memorie e ad arricchirsi grazie alle conferenze che tiene in giro per il mondo. I britannici non hanno mai chiesto a gran voce un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea. Cameron lo ha indetto per un solo motivo: compattare il Partito conservatore e tenere a freno l’Ukip, il partito nazionalista e antieuropeo di Nigel Farage. Ha offerto a un elettorato male informato una scelta secca – dentro o fuori – su una questione straordinariamente complicata e di rilievo costituzionale, senza neanche prevedere un quorum del 60 per cento perché il voto fosse valido”.
In poche righe abbiamo un distillato di riflessione elitaria, supponente, classista e... rosicona! In sostanza, la filigrana dell’affermazione può leggersi nel modo seguente: ‘Non bisogna far votare il popolo, a proposito dell’Unione Europea, perché altrimenti il risultato sarà sempre negativo’: i referendum costituzionali del 2005 in Francia e Olanda, d’altro canto, sono una prova empirica di questa affermazione. Piuttosto, è interessante notare come nel giro di pochi lustri si sia passati dal votare addirittura una “quasi-Costituzione” dell’UE (bocciata, bocciatissima) al decidere sulla permanenza o meno di uno Stato membro. Stessa modalità decisionale (referendum ieri e referendum oggi), stesso risultato (voto anti-europeo), stessa irriducibilità da parte del ceto politico ad accoglierne l’esito.
Andiamo avanti: Cameron avrebbe commesso un errore strategico, indicendo una consultazione su una tematica di politica estera, partendo da obiettivi di politica interna (togliere il terreno sotto ai piedi a Farage). Qui non vediamo dove sia il problema, perché storicamente il referendum è uno strumento che si presta a un doppio livello di utilizzo, uno formale e uno sostanziale. Renzi non voleva forse imporre un plebiscito sulla sua figura mediante un referendum costituzionale? [Quante soddisfazioni, quel voto...]. Fletcher continua con la retorica del cittadino “male informato” (‘Si informi, caro Cittadino, si informi’, pare sentirlo dire), per poi concludere con un sano pragmatismo: bisognava mettere una soglia di sbarramento più alta, era necessario porre ulteriori ostacoli. Ad esempio, si poteva limitare il voto ai manager della City oppure agli studenti di Oxford, a quelli che lavorano in un posto in cui c’è il tavolo da ping pong per farsi venire le idee e le pareti sono tutte colorate. Cose così, insomma. Invece hanno votato i pensionati, quelli dello Yorkshire, i disoccupati, quelli che portano le pizze a quelli che lavorano vicino al tavolino da ping pong e che magari vogliono qualche chance in più per fare il lavoro di cameriere o di barista al pub, magari senza la concorrenza italiana o polacca.
Sull’abbrivio di una simile partenza, Fletcher continua con la sua fantasiosa descrizione dell’esito del referendum del 23 giugno 2016: “ciarlatani, furfanti e demagoghi” hanno fatto emergere “gli aspetti peggiori del carattere britannico: la xenofobia, l’ultranazionalismo, l’aggressività, l’insularità [sic! Magari se fossero stati una penisola come la Danimarca avrebbe vinto il Remain!], l’arroganza e il perverso, testardo orgoglio della propria ignoranza”. Beh, c’è poca politica e molto folklore in questa descrizione. Il resto è anche peggio: una summa dei luoghi comuni che accompagnano, da un decennio a questa parte, i voti “sgraditi”: c’è l’influenza di Putin, ci sono i consulenti malvagi di Trump, le fake news – relative soprattutto alla facilità della futura trattativa per l’uscita [fermo restando che le difficoltà sarebbero state poste, successivamente, dai tifosi del Remain e dalle istituzioni] – c’è l’appoggio alla May definito “imbarazzante” fornito dal Partito unionista democratico, ottenuto in cambio di miliardo di sterline per l’Irlanda del Nord [eppure quando l’Ulster veniva beneficiato da trasferimenti monetari senza eguali nelle altre nazioni del Regno, per togliere ossigeno alla rivolta dell’IRA, la mossa fu giudicata un capolavoro politico], poi si arriva a Corbyn e al Partito laburista, accusato di essere “un sostenitore della Brexit che finge di voler restare nell’Unione”… Magari, verrebbe da dire… In realtà è condivisibile quanto scritto da un altro commentatore citato da Fletcher, a proposito dei Laburisti: “Un’opposizione che si nasconde”, ma va tradotto in una prospettiva opposta. Corbyn, infatti, si era trovato nell’irripetibile condizione di essere il vero artefice della Brexit, “recuperando” da una iniziale timidezza, con l’aggiunta – in omaggio – di arrivare alla probabile vittoria elettorale. Si è ben guardato dal compiere un’impresa possibilissima, mostrandosi indeciso e imbarazzato, proprio quando serviva fornire anche quelle certezze che non si avevano.
In versione “Sor Tentenna”, Corbyn ha finito per scontentare tutti: la pancia del suo elettorato, che è sostanzialmente contraria all’Unione Europea (altrimenti non si capisce da dove siano giunti, tre anni fa, tutti quei voti per il Leave), e persino i moderati della buona borghesia, che ieri non si sono fidati del suo rimanere a metà del guado e che neppure oggi si fidano, nonostante l’ufficializzazione della richiesta di un secondo referendum. Richiesta suicida, evidentemente, e avvenuta fuori tempo massimo: troppo tardi per evitare la sconfitta alle Europee, probabilmente in tempo per assicurare la sconfitta alle nuove Politiche a cui sembra destinato il Paese, a meno che Boris Johnson non proceda come un bulldozer, sempre che non faccia la fine di Puigdemont. Non abbiamo abbastanza elementi per capire il perché di così poca lucidità in Corbyn, a cui va riconosciuto, come parzialissima discolpa, che da sempre gode di una pessima stampa: venne accusato di essere “vetero-comunista”, quando prese la guida del Partito, viene accusato di essere “modernista” da quando ha prodotto la giravolta pro-UE. Sarebbe semplice, dal nostro punto di vista, tacciarlo sinteticamente come “traditore della classe operaia” oppure ricordare come il partito che ha elaborato, al suo interno, l’ultima ciambella di salvataggio per una socialdemocrazia già in crisi (la “Terza via”, che Giddens mise in bocca a Tony Blair, baronetto mancato) non poteva certo essere quello che affossava da sinistra l’UE, ma il problema è più complesso: in parte chiama in causa sicuramente la complessità interna del Partito, diventato sempre di più – come in tanti altri casi europei – “omnibus”, capace cioè di essere colonizzato internamente da interi gruppi (non necessariamente vicini alle posizioni della sinistra radicale), che alzano il livello della sfida, rispetto al tempo delle semplici correnti, e lo rendono semplicemente ingovernabile oppure – che è peggio! – ostaggio dei sondaggi, del “sentiment” sui social e dei trend topic. “Con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito non avrebbe mai votato a favore della Brexit”, dice Fletcher; “con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito sarebbe già fuori dall’Unione Europea”, diciamo noi, e aggiungiamo anche che ciò sarebbe avvenuto senza colpo ferire, a livello di qualità della vita, soprattutto per le masse popolari. I dati parlano chiaro, per quanto si riferiscano a indicatori assolutamente parziali e “impopolari”: il Regno Unito nell’ambasce per la Brexit ha avuto nel 2017 un PIL pro capite pari a 39.700 dollari Usa. Era di 39.500 euro nel 2013, quando l’uscita dall’UE non era ancora all’orizzonte: se consideriamo che l’attuale situazione di incertezza è addirittura peggiore, per gli onnipotenti mercati, di un Leave o di un Remain, gli allarmi su un immediato default economico paiono infondati. Anche la crescita (limitata) dell’inflazione, tra l’altro, andrebbe annoverata tra le performance positive, almeno stando alle aspettative che gli economisti rivolgono da tempo all’UE. Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, come mai quel PIL pro capite fosse di ben 45mila dollari nel 2007, nonostante la fase politica inglese stesse conoscendo il travagliato passaggio da Blair a Gordon Brown, e sia poi sceso drammaticamente.
È questa, semplicemente, una delle ragioni che hanno condotto la maggioranza dei britannici, tre anni fa, a ribaltare idealmente l’esito di un altro referendum, quello che nel 1975 confermò la presenza del Regno Unito nella Comunità europea: all’epoca l’economia inglese, tra le cenerentole della CE, guardava con invidia il resto dell’Europa comunitaria e decise, quindi, di continuare a farne parte, sperando di beneficiarne. Nel 2016 era cambiato il Regno Unito, ma era cambiata anche l’Europa: più larga, più divisa e con molti Stati membri più poveri dell’Inghilterra. Concreto, quindi, il rischio di finire risucchiati giù, piuttosto che aiutati a innalzarsi.
Continuiamo, però, con Fletcher, vessillo dell’upper class che vuole rimanere attaccata ai suoi privilegi come un gabbiano alle scogliere di Dover. Dopo aver paragonato i Brexiter ai bolscevichi del 1917 e ai rivoluzionari francesi del Settecento (troppa grazia, qui scende la lacrimuccia di commozione...), il nostro eroe adombra minacce che pensavamo essere prerogativa degli scriba italiani: “È estremamente improbabile che i fautori dell’uscita possano convincere un milione di persone a scendere in piazza o che un’eventuale manifestazione a favore della Brexit si svolga in modo allegro e pacifico”. Insomma, o sono pochi, questi estremisti, o sono cattivi e violenti, ben lontani dai gioiosi, democratici ed entusiasti giovani europeisti. È la vecchia storia: provare con l’estetica a imporre quei contenuti che la materialità dei fatti esplicitamente nega.
Più interessanti, a questo punto, i ragionamenti proposti da Remainers maggiormente sofisticati, come quelli che si interrogano sui limiti del sistema elettorale inglese, da sempre portavoce ufficiale del maggioritario con collegi uninominali: come si deve comportare quel laburista – in cuor suo europeista – eletto in un collegio a maggioranza Brexit? Pare non siano pochi i parlamentari in questa condizione, tanto da far emergere – si potrebbe dire ‘ufficializzare’ – la separazione tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico britannico. A chi spetta l’ultima parola? Alla piena espressione della sovranità popolare oppure al meccanismo della rappresentanza, che pure è esplicitamente previsto, all’interno delle democrazie liberali? Cosa fare, inoltre, nel caso del referendum del 23 giugno 2016, quando – si calcola – andarono a votare tre milioni di britannici che solitamente disertano le urne? La democrazia diretta si è presa la sua definitiva rivincita su quella rappresentativa?
Accanto alla teoria politica, però, ci interessa la prassi: adesso cosa succede? Una Brexit compiuta assumerebbe le sembianze del sol dell’avvenire? Sicuramente no, dal momento che Boris Johnson già minaccia politiche ultra-liberiste, magari stringendo un patto mortale con Trump, e che l’accozzaglia dei mille motivi per fuggire da Bruxelles comprende aspetti poco condivisibili. Fare politica, però, significa avere una progettualità che consenta al movimento delle cose reali di passare attraverso tappe intermedie, quando non ci sia lo spazio per procedere spediti. Una di queste tappe, indifferibile, consiste nel rompere la gabbia dell’Unione Europea con ogni mezzo necessario. Il grimaldello, in questo caso, verrebbe fornito da un Paese che ha da sempre uno “statuto speciale”, come Stato membro dell’UE. Nonostante questo, la sua cittadinanza chiede di uscire e crea un rompicapo che è stato definito “la più complicata questione con cui la Gran Bretagna si è trovata a confrontarsi dai tempi della II Guerra Mondiale”.
Lo conferma il caro Fletcher e il suo finale con il botto: “Se questo non succederà [rimanere nell’Unione Europea alle attuali condizioni], il Regno Unito – impoverito, emarginato e ridimensionato – sgattaiolerà via con la coda tra le gambe dal più grande esperimento di cooperazione multinazionale che il mondo abbia mai tentato”.
Applausi. Sipario.
Fonte
In Catalogna Puigdemont e i suoi fedeli sono finiti in prigione, in Inghilterra non siamo (ancora) arrivati a tanto, ma la Brexit ha già fatto cadere due premier (corrispondenti ad altrettanti leader del Partito conservatore) e si appresta a farne cadere un terzo. Inoltre ha soffiato tra le ceneri del Partito laburista e ha sfasciato il campo politico di Scozia e Irlanda. Non male per un referendum il cui esito deve ancora essere implementato...
Più ancora del caso catalano (forse perché rimane un abisso, in termini di legalità democratico-rappresentativa, tra Regno Unito e Spagna), a Londra si può toccare con mano la disperazione alto-borghese per la decisione popolare. Abbiamo sentito con le nostre orecchie un docente inglese fare questo limpido ragionamento: “Dobbiamo votare un’altra volta perché, a tre anni dal primo voto, l’esito può cambiare: in questi tre anni saranno morte alcune persone anziane che avevano votato per la Brexit e saranno diventati maggiorenni molti giovani che sono a favore dell’Unione Europea. Se prima eravamo cinquanta e cinquanta, questi cambiamenti possono averci fatto superare la soglia!”... Prolungando il ragionamento, si potrebbero far votare i dodicenni che ascoltano MTV e organizzare l’eutanasia di massa per i vecchi che vivono in campagna... così, giusto per stare più sicuri...
Ma andiamo alla carta stampata, che continua a rappresentare la cartina di tornasole delle opinioni liberal-democratiche: il settimanale “Internazionale” – organo ufficiale dei sinceri democratici con tendenze alla vacanza all’estero – dà spazio a un articolo veramente illuminante di Martin Fletcher (da “New Statesman”), molto equilibrato nel definire l’attuale situazione britannica come “grottesca e disastrosa, un epico atto di autolesionismo provocato non da una guerra o da una catastrofe naturale ma dalla stupidità”. Secondo il giornalista-scriba i manifestanti pro Remain dello scorso 23 marzo (un milione di persone, ma nel Regno Unito gli aventi diritto al voto sono circa quaranta milioni) e i cinque milioni di sottoscriventi – sul sito del Parlamento europeo... – l’appello per revocare l’art. 50, che attiva l’uscita (sempre contro i 40 milioni circa di aventi diritto al voto, comunque) sarebbero “persone sensate”, mentre chi vuole uscire dall’UE un “nemico del popolo”. Curioso l’utilizzo di questo termine in bocca a un esponente dell’élite, che infatti lo usa al contrario... Fletcher prosegue la sua analisi, spiegandoci perché si è arrivati a questo impasse: “Il peccato originale lo ha commesso David Cameron, primo ministro conservatore dal 2010 al 2016, che oggi è impegnato a scrivere le sue memorie e ad arricchirsi grazie alle conferenze che tiene in giro per il mondo. I britannici non hanno mai chiesto a gran voce un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea. Cameron lo ha indetto per un solo motivo: compattare il Partito conservatore e tenere a freno l’Ukip, il partito nazionalista e antieuropeo di Nigel Farage. Ha offerto a un elettorato male informato una scelta secca – dentro o fuori – su una questione straordinariamente complicata e di rilievo costituzionale, senza neanche prevedere un quorum del 60 per cento perché il voto fosse valido”.
In poche righe abbiamo un distillato di riflessione elitaria, supponente, classista e... rosicona! In sostanza, la filigrana dell’affermazione può leggersi nel modo seguente: ‘Non bisogna far votare il popolo, a proposito dell’Unione Europea, perché altrimenti il risultato sarà sempre negativo’: i referendum costituzionali del 2005 in Francia e Olanda, d’altro canto, sono una prova empirica di questa affermazione. Piuttosto, è interessante notare come nel giro di pochi lustri si sia passati dal votare addirittura una “quasi-Costituzione” dell’UE (bocciata, bocciatissima) al decidere sulla permanenza o meno di uno Stato membro. Stessa modalità decisionale (referendum ieri e referendum oggi), stesso risultato (voto anti-europeo), stessa irriducibilità da parte del ceto politico ad accoglierne l’esito.
Andiamo avanti: Cameron avrebbe commesso un errore strategico, indicendo una consultazione su una tematica di politica estera, partendo da obiettivi di politica interna (togliere il terreno sotto ai piedi a Farage). Qui non vediamo dove sia il problema, perché storicamente il referendum è uno strumento che si presta a un doppio livello di utilizzo, uno formale e uno sostanziale. Renzi non voleva forse imporre un plebiscito sulla sua figura mediante un referendum costituzionale? [Quante soddisfazioni, quel voto...]. Fletcher continua con la retorica del cittadino “male informato” (‘Si informi, caro Cittadino, si informi’, pare sentirlo dire), per poi concludere con un sano pragmatismo: bisognava mettere una soglia di sbarramento più alta, era necessario porre ulteriori ostacoli. Ad esempio, si poteva limitare il voto ai manager della City oppure agli studenti di Oxford, a quelli che lavorano in un posto in cui c’è il tavolo da ping pong per farsi venire le idee e le pareti sono tutte colorate. Cose così, insomma. Invece hanno votato i pensionati, quelli dello Yorkshire, i disoccupati, quelli che portano le pizze a quelli che lavorano vicino al tavolino da ping pong e che magari vogliono qualche chance in più per fare il lavoro di cameriere o di barista al pub, magari senza la concorrenza italiana o polacca.
Sull’abbrivio di una simile partenza, Fletcher continua con la sua fantasiosa descrizione dell’esito del referendum del 23 giugno 2016: “ciarlatani, furfanti e demagoghi” hanno fatto emergere “gli aspetti peggiori del carattere britannico: la xenofobia, l’ultranazionalismo, l’aggressività, l’insularità [sic! Magari se fossero stati una penisola come la Danimarca avrebbe vinto il Remain!], l’arroganza e il perverso, testardo orgoglio della propria ignoranza”. Beh, c’è poca politica e molto folklore in questa descrizione. Il resto è anche peggio: una summa dei luoghi comuni che accompagnano, da un decennio a questa parte, i voti “sgraditi”: c’è l’influenza di Putin, ci sono i consulenti malvagi di Trump, le fake news – relative soprattutto alla facilità della futura trattativa per l’uscita [fermo restando che le difficoltà sarebbero state poste, successivamente, dai tifosi del Remain e dalle istituzioni] – c’è l’appoggio alla May definito “imbarazzante” fornito dal Partito unionista democratico, ottenuto in cambio di miliardo di sterline per l’Irlanda del Nord [eppure quando l’Ulster veniva beneficiato da trasferimenti monetari senza eguali nelle altre nazioni del Regno, per togliere ossigeno alla rivolta dell’IRA, la mossa fu giudicata un capolavoro politico], poi si arriva a Corbyn e al Partito laburista, accusato di essere “un sostenitore della Brexit che finge di voler restare nell’Unione”… Magari, verrebbe da dire… In realtà è condivisibile quanto scritto da un altro commentatore citato da Fletcher, a proposito dei Laburisti: “Un’opposizione che si nasconde”, ma va tradotto in una prospettiva opposta. Corbyn, infatti, si era trovato nell’irripetibile condizione di essere il vero artefice della Brexit, “recuperando” da una iniziale timidezza, con l’aggiunta – in omaggio – di arrivare alla probabile vittoria elettorale. Si è ben guardato dal compiere un’impresa possibilissima, mostrandosi indeciso e imbarazzato, proprio quando serviva fornire anche quelle certezze che non si avevano.
In versione “Sor Tentenna”, Corbyn ha finito per scontentare tutti: la pancia del suo elettorato, che è sostanzialmente contraria all’Unione Europea (altrimenti non si capisce da dove siano giunti, tre anni fa, tutti quei voti per il Leave), e persino i moderati della buona borghesia, che ieri non si sono fidati del suo rimanere a metà del guado e che neppure oggi si fidano, nonostante l’ufficializzazione della richiesta di un secondo referendum. Richiesta suicida, evidentemente, e avvenuta fuori tempo massimo: troppo tardi per evitare la sconfitta alle Europee, probabilmente in tempo per assicurare la sconfitta alle nuove Politiche a cui sembra destinato il Paese, a meno che Boris Johnson non proceda come un bulldozer, sempre che non faccia la fine di Puigdemont. Non abbiamo abbastanza elementi per capire il perché di così poca lucidità in Corbyn, a cui va riconosciuto, come parzialissima discolpa, che da sempre gode di una pessima stampa: venne accusato di essere “vetero-comunista”, quando prese la guida del Partito, viene accusato di essere “modernista” da quando ha prodotto la giravolta pro-UE. Sarebbe semplice, dal nostro punto di vista, tacciarlo sinteticamente come “traditore della classe operaia” oppure ricordare come il partito che ha elaborato, al suo interno, l’ultima ciambella di salvataggio per una socialdemocrazia già in crisi (la “Terza via”, che Giddens mise in bocca a Tony Blair, baronetto mancato) non poteva certo essere quello che affossava da sinistra l’UE, ma il problema è più complesso: in parte chiama in causa sicuramente la complessità interna del Partito, diventato sempre di più – come in tanti altri casi europei – “omnibus”, capace cioè di essere colonizzato internamente da interi gruppi (non necessariamente vicini alle posizioni della sinistra radicale), che alzano il livello della sfida, rispetto al tempo delle semplici correnti, e lo rendono semplicemente ingovernabile oppure – che è peggio! – ostaggio dei sondaggi, del “sentiment” sui social e dei trend topic. “Con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito non avrebbe mai votato a favore della Brexit”, dice Fletcher; “con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito sarebbe già fuori dall’Unione Europea”, diciamo noi, e aggiungiamo anche che ciò sarebbe avvenuto senza colpo ferire, a livello di qualità della vita, soprattutto per le masse popolari. I dati parlano chiaro, per quanto si riferiscano a indicatori assolutamente parziali e “impopolari”: il Regno Unito nell’ambasce per la Brexit ha avuto nel 2017 un PIL pro capite pari a 39.700 dollari Usa. Era di 39.500 euro nel 2013, quando l’uscita dall’UE non era ancora all’orizzonte: se consideriamo che l’attuale situazione di incertezza è addirittura peggiore, per gli onnipotenti mercati, di un Leave o di un Remain, gli allarmi su un immediato default economico paiono infondati. Anche la crescita (limitata) dell’inflazione, tra l’altro, andrebbe annoverata tra le performance positive, almeno stando alle aspettative che gli economisti rivolgono da tempo all’UE. Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, come mai quel PIL pro capite fosse di ben 45mila dollari nel 2007, nonostante la fase politica inglese stesse conoscendo il travagliato passaggio da Blair a Gordon Brown, e sia poi sceso drammaticamente.
È questa, semplicemente, una delle ragioni che hanno condotto la maggioranza dei britannici, tre anni fa, a ribaltare idealmente l’esito di un altro referendum, quello che nel 1975 confermò la presenza del Regno Unito nella Comunità europea: all’epoca l’economia inglese, tra le cenerentole della CE, guardava con invidia il resto dell’Europa comunitaria e decise, quindi, di continuare a farne parte, sperando di beneficiarne. Nel 2016 era cambiato il Regno Unito, ma era cambiata anche l’Europa: più larga, più divisa e con molti Stati membri più poveri dell’Inghilterra. Concreto, quindi, il rischio di finire risucchiati giù, piuttosto che aiutati a innalzarsi.
Continuiamo, però, con Fletcher, vessillo dell’upper class che vuole rimanere attaccata ai suoi privilegi come un gabbiano alle scogliere di Dover. Dopo aver paragonato i Brexiter ai bolscevichi del 1917 e ai rivoluzionari francesi del Settecento (troppa grazia, qui scende la lacrimuccia di commozione...), il nostro eroe adombra minacce che pensavamo essere prerogativa degli scriba italiani: “È estremamente improbabile che i fautori dell’uscita possano convincere un milione di persone a scendere in piazza o che un’eventuale manifestazione a favore della Brexit si svolga in modo allegro e pacifico”. Insomma, o sono pochi, questi estremisti, o sono cattivi e violenti, ben lontani dai gioiosi, democratici ed entusiasti giovani europeisti. È la vecchia storia: provare con l’estetica a imporre quei contenuti che la materialità dei fatti esplicitamente nega.
Più interessanti, a questo punto, i ragionamenti proposti da Remainers maggiormente sofisticati, come quelli che si interrogano sui limiti del sistema elettorale inglese, da sempre portavoce ufficiale del maggioritario con collegi uninominali: come si deve comportare quel laburista – in cuor suo europeista – eletto in un collegio a maggioranza Brexit? Pare non siano pochi i parlamentari in questa condizione, tanto da far emergere – si potrebbe dire ‘ufficializzare’ – la separazione tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico britannico. A chi spetta l’ultima parola? Alla piena espressione della sovranità popolare oppure al meccanismo della rappresentanza, che pure è esplicitamente previsto, all’interno delle democrazie liberali? Cosa fare, inoltre, nel caso del referendum del 23 giugno 2016, quando – si calcola – andarono a votare tre milioni di britannici che solitamente disertano le urne? La democrazia diretta si è presa la sua definitiva rivincita su quella rappresentativa?
Accanto alla teoria politica, però, ci interessa la prassi: adesso cosa succede? Una Brexit compiuta assumerebbe le sembianze del sol dell’avvenire? Sicuramente no, dal momento che Boris Johnson già minaccia politiche ultra-liberiste, magari stringendo un patto mortale con Trump, e che l’accozzaglia dei mille motivi per fuggire da Bruxelles comprende aspetti poco condivisibili. Fare politica, però, significa avere una progettualità che consenta al movimento delle cose reali di passare attraverso tappe intermedie, quando non ci sia lo spazio per procedere spediti. Una di queste tappe, indifferibile, consiste nel rompere la gabbia dell’Unione Europea con ogni mezzo necessario. Il grimaldello, in questo caso, verrebbe fornito da un Paese che ha da sempre uno “statuto speciale”, come Stato membro dell’UE. Nonostante questo, la sua cittadinanza chiede di uscire e crea un rompicapo che è stato definito “la più complicata questione con cui la Gran Bretagna si è trovata a confrontarsi dai tempi della II Guerra Mondiale”.
Lo conferma il caro Fletcher e il suo finale con il botto: “Se questo non succederà [rimanere nell’Unione Europea alle attuali condizioni], il Regno Unito – impoverito, emarginato e ridimensionato – sgattaiolerà via con la coda tra le gambe dal più grande esperimento di cooperazione multinazionale che il mondo abbia mai tentato”.
Applausi. Sipario.
Fonte
03/09/2019
Il partito di Mattarella all’incasso
Se vogliamo andare oltre gli aspetti psicopatologici della situazione politica italica, è utile fare due considerazioni generali.
Primo. Già in occasione del varo del governo gialloverde pesante era stata l’ipoteca richiesta da Mattarella sia in tema di dicastero dell’economia sia più in generale a garanzia dell’affidabilità italiana nei confronti dei mercati e della UE. In questo annetto si è poi visto che anche il premier, un oscuro paglietta dallo sguardo sornione, era della cerchia del pdr, se non da subito sicuramente lo è diventato, nello stile trasformista tipico del suo ceto (e da sincero adepto di Padre Pio). L’obiettivo era chiarissimo: controllare, ostacolare, imbalsamare, svuotare i due partiti populisti per distruggere quanto di pericolosamente sociale e anti-establishment c’era nel consenso elettorale raccolto, per poi al momento giusto...
Se è così, nello show agostano - dietro i movimenti confusi delle comparse messi in risalto dalle cronache bulimiche dei media buone solo a rim(bambin)ire la gente - il protagonista principale è stato il partito di Mattarella: lo Stato profondo con le sue tecnocrazie ministeriali, Bankitalia, la magistratura, i corpi armati, gli incroci trasversali con la Chiesa, i media e il partito del Pil, probabilmente anche con una parte delle reti di potere meridionali spaventate dal progetto di regionalismo spinto della Lega. Tutti uniti a evitare un secondo round di scontro con la Ue sulla prossima legge di bilancio, uno scontro cui preferiscono uno sconto in cambio degli scalpi politici da offrire a Bruxelles.
Secondo. La crisi italica va provincializzata, collocandola sull’orizzonte europeo. Qui assistiamo ad una vera e propria crisi di governabilità dei sistemi politici di stati cruciali: dal Brexit - con il tragicomico mix di colpi di mano dei conservatori, immobilismo dei laburisti, spinte secessioniste scozzesi - alla Spagna priva da un pezzo di governi centrali stabili e a rischio secessionismo dei ricchi catalani, alla Francia scossa dal più importante scontro sociale di classe, in Occidente, dallo scoppio della crisi globale. Neppure la stabile Germania è esente da smottamenti, tra la crisi irreversibile della sinistra socialdemocratica, la strana ascesa dei Verdi pro-debito - per l’economia green, chiaro, non per le spese sociali - e l’appannamento strategico della Merkel.
Se è così, solo apparentemente il voto europeo ha stoppato la rincorsa delle forze populiste, palesando in realtà tutte le fragilità e le linee di faglia intra- e inter-statuali. La questione di fondo è la crisi dei blocchi sociali e politici interni con lo smottamento della collocazione geoeconomica e geopolitica dell’Europa, sballottata tra fedeltà transatlantica e scontro Stati Uniti/Cina (e Russia) che chiama dazio. Su tutto, la recessione economica in arrivo. Disinnescare per quanto possibile la mina vagante italiana, a rischio contagio innanzitutto in Francia, è diventata allora questione fondamentale per la UE e la sua nuova Commissione.
L’obiettivo, al momento, sembra raggiunto con la formazione del governo di un Conte neo-umanista born again basato sull’inedito asse 5S-Pd uscito fuori - su pressioni fortissime dei poteri europei e nostrani, segretario Montalbano dixit - da quello che sembra a prima vista un rocambolesco autogol di Salvini. Che, per il suo crescente consenso effettivo a fronte di un M5S sempre più slavato e disorientato, è diventato il pollo da spennare oggi per venir cucinato a fuoco più o meno lento domani (appigli ce ne sono o verranno creati: Russiagate, indagini sui comportamenti anti-umanitari e, se necessario, tanto altro ancora, magari anche guai giudiziari, ora che il pollo è stato mollato dai trumpisti...). Distruggere il suo progetto di Lega, dopo che già i 5S sono cappottati, ecco l’obiettivo delle forze europeiste, interne ed esterne.
Ora, non è chiaro e forse neanche importante se Salvini abbia commesso un clamoroso errore politico oppure valutato di chiamarsi fuori - in attesa di un ritorno sull’onda dell’impopolarità del nuovo governo (ma, appunto, è tutto da vedere se ciò sarà possibile) - temendo uno scontro aperto sulle autonomie regionali, che avrebbe minato la sua idea di partito sovranista nazionale alienandogli il Meridione. Ufficialmente non avrebbe potuto prendere le distanze dai maggiorenti della Lega, e dalla sua stessa base popolare padanista, e uno scontro aperto sulla questione lo avrebbe di sicuro esposto al rischio di diventare o succube o nemico della trimurti Zaia-Maroni-Fontana. Va tenuto presente che la Lega attuale contiene due partiti in uno, quello borghese padano già filo-berlusconiano e quello nazionalista salviniano: il primo ha bisogno di Salvini per ampliare consenso elettorale e potere ma non vuole certo rinunciare alla propria rete di interessi legata principalmente alla filiera produttiva tedesca, e quindi alla UE, ed è allineato al partito del Pil contro reddito di cittadinanza e quota 100; il secondo si presenta popolare e anche operaio con un orizzonte (pseudo)sovranista filo-Usa ma è, al momento, assai debole al sud. La difficile situazione attuale del leader va dunque commisurata a questa contraddizione di fondo tra il suo progetto e l’autonomismo padano europeista (stile bavarese: v. http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=915
); oltreché, in politica estera, alla non completa coincidenza con i progetti di Trump per la Russia: mentre Salvini pensa agli affari e a controbilanciare il potere di Bruxelles trovando sponde a Mosca e Washington, Trump vorrebbe una Russia alleata in quanto sottomessa, cui eventualmente togliere le sanzioni in cambio della rinuncia di Mosca ai legami con Pechino e alla proiezione in Medio Oriente. Insomma, in cambio del suo ruolo di guastatore interno all’Europa, al leader leghista Trump non sembra disposto a concedere nulla ma, come a Washington si è abituati a fare con gli utili idioti, si pretende a gratis.
Quanto ai 5S, c’è poco da dire che non sia sotto gli occhi di tutti. Bersaglio da subito del partito del Pil e strapazzati dalla Lega (troppo, si sarà ricreduto Salvini), si sono lasciati prendere a schiaffi da chiunque. Sempre più democristiani nei comportamenti interni e nelle scelte politiche - fino al voto a favore della neo-commissaria europea! - si sono ridotti a un contenitore moribondo di voti in uscita libera, che l’esperienza di governo prossima potrà solo rimandare ma non bloccare e tanto meno invertire. La fine ultraveloce dell’esperienza grillina non rimanda, però, tanto o solo alla pochezza del personale, quanto all’impossibilità di tenere insieme istanze inconciliabili: cittadini frastornati dalla crisi e imprese sempre più voraci e parassitarie, Nord e Sud, giovani e meno giovani, meritocrazia pretesa e risposte raffazzonate a domande sociali reali. Il tutto in assenza di una qualche consistente spinta dal basso, mentre l’unico movimento reale, quello NoTav, è stato sacrificato sull’altare della governabilità (con la benedizione di un Grillo sempre più rin-gretinito che crede di vedere nell’Italietta allo sbando un laboratorio economico-sociale del Green New Deal da far calare su di un popolo non rivelatosi all’altezza degli... elevati. Ma non è certo l’unico a non voler vedere che un capitalismo verde sarebbe per l’essenziale un mix di tasse ecologiche sui ceti bassi più debito pubblico pro-imprese, il tutto condito da tagli al welfare e misure neocolonialiste contro i paesi extra-occidentali produttori di materie prime). Insomma, l’istanza cittadinista si è rivelata inconsistente a fronte dell’assenza, al di là di qualche accenno, di un’effettiva politica sovranista ma, soprattutto, a causa del sistematico evitamento dello scontro coi poteri forti. Come possibile sottoprodotto di tutto ciò avremo forse, ma anche questo è tutt’altro che garantito, una mutazione di fatto dei 5S in Lega Sud dai connotati plebei in cerca di addentellati e mediazioni nelle reti di potere territoriali, nazionali, europee.
Il Pd da parte sua è un partito evanescente e frantumato - Calenda già in uscita, Renzi in attesa della prima occasione per spaccare e crearsi un partito macronista, il pezzo emiliano-romagnolo oramai regionalista spinto - che cercherà di usare i 5S come ciambella di salvataggio per continuare a esistere ancora un po’ (tipo modello Chiamppendino in via di sdoganamento, una volta archiviato il fastidio NoTav, in una Torino moribonda ma smart, tutta turismo e... nuova Salerno-Lione). In politica estera si colloca decisamente, e non da ora, dal lato filo-Usa, ma sul versante dei Democratici e dello stato profondo, la fazione che spera che Trump tolga il disturbo e si possa ritornare al precedente ordine mondiale lasciando all’Europa qualche margine ma pur sempre in funzione anti-cinese.
L’operazione mattarelliana Pd-5S è dunque pienamente di palazzo, in puro stile gesuitico. Nulla la possibilità di varare un blocco sociale con una sia pur minima stabilità e possibilità di indicare una prospettiva di lungo corso. Serve a prendere tempo e, non ultimo, a evitare che il prossimo presidente della repubblica sia espressione diretta di una destra ipotecata dalla fazione sovranista. Comunque vada, più zombie non fanno un vivente. A scorno della sceneggiata del fronte unito anti-salviniano Grillo-Renzi-antirazzisti-antifascisti-meridionalisti-preti-centrosocialisti (con qualche meritoria eccezione), per la salvezza nazionale e la rinascita della sinistra progressista grazie all’evitamento... del voto (simpatico questo risvolto anti-elettoralistico, esplicitamente rivendicato p.es. nelle pagine de Il Manifesto, da parte di chi ha fatto fin qui fatto, del voto garantito dalla Costituzione, un feticcio intoccabile per le classi dominate: che la democrazia formale non serva più a contenerle? Anche a sinistra si è alla ricerca di un governo di illuminati?).
L’aspetto di fondo di questa commedia psicopolitica degna del miglior situazionismo è che essa mostra il livello cui è giunta la destrutturazione del sistema politico. Che se non è equivalente con il sistema dei poteri effettivi, ne è però stato fin qui, tra alti e bassi, elemento inaggirabile di mediazione dello stato e del capitale con le istanze e le classi sociali. Dei grillini - oramai esaurite le proficue ambivalenze di cui sono stati espressione - resta appunto il merito, peraltro del tutto involontario, di aver rivelato la crisi profonda di un sistema che nulla potrà riportare indietro alle caselle precedenti. Quello che si evidenzia è un generale incasinamento (pur con una temperatura delle tensioni sociali ancora bassa). L’Italia ne è solo il riflesso più abbagliante in un’Europa percorsa da profondissime e molteplici linee di faglia. La soluzione mattarelliana non è in grado di risolvere alcuno dei problemi del declino italiano e può solo sperare in un soccorso tedesco almeno di medio periodo, ciò che Berlino al momento farebbe volentieri, se non fosse per l’ammuina creata da Trump con la guerra dei dazi e la recessione alle porte. Che metteranno a dura prova la tenuta della UE costringendo a scelte decisive nei rapporti commerciali e nelle alleanze politico-militari. La pantomima italica - con seri rischi di frammentazione dello stesso tessuto nazionale - si svolge in questo quadro da cui non è possibile prescindere.
Su questo sfondo un attenuamento delle politiche restrittive di bilancio da parte della UE potrebbe dunque essere transitoriamente indispensabile per evitare un ulteriore indebolimento con la perdita di pezzi in direzione degli Stati Uniti e per cercare di prevenire forti scontri sociali, cui in questo momento ci sarebbero ben poche carote da offrire. Ma, appunto, si tratterà di vedere quali saranno le condizioni degli eventuali sconti, sui quali conta il nuovo governo. E, al di là di eventuali aspettative passive che dovessero riattivarsi tra la gente, è escluso a priori che ce ne sia per tutti e che il corso generale verso il baratro risulti invertito. L’Italietta, con una massa notevole di risparmi e quel che resta dell’apparato produttivo, è un boccone che la finanza internazionale deve ancora trovare il modo di ingurgitare a dovere. Delle ragioni di fondo che cosiddetti populismo e sovranismo hanno fin qui (mal)interpretato sentiremo ancora parlare: si spera, alla prossima tornata, un po’ più in salsa francese tipo conflitto di classe à la Gilets Jaunes...
31 agosto ‘19
Fonte
Primo. Già in occasione del varo del governo gialloverde pesante era stata l’ipoteca richiesta da Mattarella sia in tema di dicastero dell’economia sia più in generale a garanzia dell’affidabilità italiana nei confronti dei mercati e della UE. In questo annetto si è poi visto che anche il premier, un oscuro paglietta dallo sguardo sornione, era della cerchia del pdr, se non da subito sicuramente lo è diventato, nello stile trasformista tipico del suo ceto (e da sincero adepto di Padre Pio). L’obiettivo era chiarissimo: controllare, ostacolare, imbalsamare, svuotare i due partiti populisti per distruggere quanto di pericolosamente sociale e anti-establishment c’era nel consenso elettorale raccolto, per poi al momento giusto...
Se è così, nello show agostano - dietro i movimenti confusi delle comparse messi in risalto dalle cronache bulimiche dei media buone solo a rim(bambin)ire la gente - il protagonista principale è stato il partito di Mattarella: lo Stato profondo con le sue tecnocrazie ministeriali, Bankitalia, la magistratura, i corpi armati, gli incroci trasversali con la Chiesa, i media e il partito del Pil, probabilmente anche con una parte delle reti di potere meridionali spaventate dal progetto di regionalismo spinto della Lega. Tutti uniti a evitare un secondo round di scontro con la Ue sulla prossima legge di bilancio, uno scontro cui preferiscono uno sconto in cambio degli scalpi politici da offrire a Bruxelles.
Secondo. La crisi italica va provincializzata, collocandola sull’orizzonte europeo. Qui assistiamo ad una vera e propria crisi di governabilità dei sistemi politici di stati cruciali: dal Brexit - con il tragicomico mix di colpi di mano dei conservatori, immobilismo dei laburisti, spinte secessioniste scozzesi - alla Spagna priva da un pezzo di governi centrali stabili e a rischio secessionismo dei ricchi catalani, alla Francia scossa dal più importante scontro sociale di classe, in Occidente, dallo scoppio della crisi globale. Neppure la stabile Germania è esente da smottamenti, tra la crisi irreversibile della sinistra socialdemocratica, la strana ascesa dei Verdi pro-debito - per l’economia green, chiaro, non per le spese sociali - e l’appannamento strategico della Merkel.
Se è così, solo apparentemente il voto europeo ha stoppato la rincorsa delle forze populiste, palesando in realtà tutte le fragilità e le linee di faglia intra- e inter-statuali. La questione di fondo è la crisi dei blocchi sociali e politici interni con lo smottamento della collocazione geoeconomica e geopolitica dell’Europa, sballottata tra fedeltà transatlantica e scontro Stati Uniti/Cina (e Russia) che chiama dazio. Su tutto, la recessione economica in arrivo. Disinnescare per quanto possibile la mina vagante italiana, a rischio contagio innanzitutto in Francia, è diventata allora questione fondamentale per la UE e la sua nuova Commissione.
L’obiettivo, al momento, sembra raggiunto con la formazione del governo di un Conte neo-umanista born again basato sull’inedito asse 5S-Pd uscito fuori - su pressioni fortissime dei poteri europei e nostrani, segretario Montalbano dixit - da quello che sembra a prima vista un rocambolesco autogol di Salvini. Che, per il suo crescente consenso effettivo a fronte di un M5S sempre più slavato e disorientato, è diventato il pollo da spennare oggi per venir cucinato a fuoco più o meno lento domani (appigli ce ne sono o verranno creati: Russiagate, indagini sui comportamenti anti-umanitari e, se necessario, tanto altro ancora, magari anche guai giudiziari, ora che il pollo è stato mollato dai trumpisti...). Distruggere il suo progetto di Lega, dopo che già i 5S sono cappottati, ecco l’obiettivo delle forze europeiste, interne ed esterne.
Ora, non è chiaro e forse neanche importante se Salvini abbia commesso un clamoroso errore politico oppure valutato di chiamarsi fuori - in attesa di un ritorno sull’onda dell’impopolarità del nuovo governo (ma, appunto, è tutto da vedere se ciò sarà possibile) - temendo uno scontro aperto sulle autonomie regionali, che avrebbe minato la sua idea di partito sovranista nazionale alienandogli il Meridione. Ufficialmente non avrebbe potuto prendere le distanze dai maggiorenti della Lega, e dalla sua stessa base popolare padanista, e uno scontro aperto sulla questione lo avrebbe di sicuro esposto al rischio di diventare o succube o nemico della trimurti Zaia-Maroni-Fontana. Va tenuto presente che la Lega attuale contiene due partiti in uno, quello borghese padano già filo-berlusconiano e quello nazionalista salviniano: il primo ha bisogno di Salvini per ampliare consenso elettorale e potere ma non vuole certo rinunciare alla propria rete di interessi legata principalmente alla filiera produttiva tedesca, e quindi alla UE, ed è allineato al partito del Pil contro reddito di cittadinanza e quota 100; il secondo si presenta popolare e anche operaio con un orizzonte (pseudo)sovranista filo-Usa ma è, al momento, assai debole al sud. La difficile situazione attuale del leader va dunque commisurata a questa contraddizione di fondo tra il suo progetto e l’autonomismo padano europeista (stile bavarese: v. http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=915
); oltreché, in politica estera, alla non completa coincidenza con i progetti di Trump per la Russia: mentre Salvini pensa agli affari e a controbilanciare il potere di Bruxelles trovando sponde a Mosca e Washington, Trump vorrebbe una Russia alleata in quanto sottomessa, cui eventualmente togliere le sanzioni in cambio della rinuncia di Mosca ai legami con Pechino e alla proiezione in Medio Oriente. Insomma, in cambio del suo ruolo di guastatore interno all’Europa, al leader leghista Trump non sembra disposto a concedere nulla ma, come a Washington si è abituati a fare con gli utili idioti, si pretende a gratis.Quanto ai 5S, c’è poco da dire che non sia sotto gli occhi di tutti. Bersaglio da subito del partito del Pil e strapazzati dalla Lega (troppo, si sarà ricreduto Salvini), si sono lasciati prendere a schiaffi da chiunque. Sempre più democristiani nei comportamenti interni e nelle scelte politiche - fino al voto a favore della neo-commissaria europea! - si sono ridotti a un contenitore moribondo di voti in uscita libera, che l’esperienza di governo prossima potrà solo rimandare ma non bloccare e tanto meno invertire. La fine ultraveloce dell’esperienza grillina non rimanda, però, tanto o solo alla pochezza del personale, quanto all’impossibilità di tenere insieme istanze inconciliabili: cittadini frastornati dalla crisi e imprese sempre più voraci e parassitarie, Nord e Sud, giovani e meno giovani, meritocrazia pretesa e risposte raffazzonate a domande sociali reali. Il tutto in assenza di una qualche consistente spinta dal basso, mentre l’unico movimento reale, quello NoTav, è stato sacrificato sull’altare della governabilità (con la benedizione di un Grillo sempre più rin-gretinito che crede di vedere nell’Italietta allo sbando un laboratorio economico-sociale del Green New Deal da far calare su di un popolo non rivelatosi all’altezza degli... elevati. Ma non è certo l’unico a non voler vedere che un capitalismo verde sarebbe per l’essenziale un mix di tasse ecologiche sui ceti bassi più debito pubblico pro-imprese, il tutto condito da tagli al welfare e misure neocolonialiste contro i paesi extra-occidentali produttori di materie prime). Insomma, l’istanza cittadinista si è rivelata inconsistente a fronte dell’assenza, al di là di qualche accenno, di un’effettiva politica sovranista ma, soprattutto, a causa del sistematico evitamento dello scontro coi poteri forti. Come possibile sottoprodotto di tutto ciò avremo forse, ma anche questo è tutt’altro che garantito, una mutazione di fatto dei 5S in Lega Sud dai connotati plebei in cerca di addentellati e mediazioni nelle reti di potere territoriali, nazionali, europee.
Il Pd da parte sua è un partito evanescente e frantumato - Calenda già in uscita, Renzi in attesa della prima occasione per spaccare e crearsi un partito macronista, il pezzo emiliano-romagnolo oramai regionalista spinto - che cercherà di usare i 5S come ciambella di salvataggio per continuare a esistere ancora un po’ (tipo modello Chiamppendino in via di sdoganamento, una volta archiviato il fastidio NoTav, in una Torino moribonda ma smart, tutta turismo e... nuova Salerno-Lione). In politica estera si colloca decisamente, e non da ora, dal lato filo-Usa, ma sul versante dei Democratici e dello stato profondo, la fazione che spera che Trump tolga il disturbo e si possa ritornare al precedente ordine mondiale lasciando all’Europa qualche margine ma pur sempre in funzione anti-cinese.
L’operazione mattarelliana Pd-5S è dunque pienamente di palazzo, in puro stile gesuitico. Nulla la possibilità di varare un blocco sociale con una sia pur minima stabilità e possibilità di indicare una prospettiva di lungo corso. Serve a prendere tempo e, non ultimo, a evitare che il prossimo presidente della repubblica sia espressione diretta di una destra ipotecata dalla fazione sovranista. Comunque vada, più zombie non fanno un vivente. A scorno della sceneggiata del fronte unito anti-salviniano Grillo-Renzi-antirazzisti-antifascisti-meridionalisti-preti-centrosocialisti (con qualche meritoria eccezione), per la salvezza nazionale e la rinascita della sinistra progressista grazie all’evitamento... del voto (simpatico questo risvolto anti-elettoralistico, esplicitamente rivendicato p.es. nelle pagine de Il Manifesto, da parte di chi ha fatto fin qui fatto, del voto garantito dalla Costituzione, un feticcio intoccabile per le classi dominate: che la democrazia formale non serva più a contenerle? Anche a sinistra si è alla ricerca di un governo di illuminati?).
L’aspetto di fondo di questa commedia psicopolitica degna del miglior situazionismo è che essa mostra il livello cui è giunta la destrutturazione del sistema politico. Che se non è equivalente con il sistema dei poteri effettivi, ne è però stato fin qui, tra alti e bassi, elemento inaggirabile di mediazione dello stato e del capitale con le istanze e le classi sociali. Dei grillini - oramai esaurite le proficue ambivalenze di cui sono stati espressione - resta appunto il merito, peraltro del tutto involontario, di aver rivelato la crisi profonda di un sistema che nulla potrà riportare indietro alle caselle precedenti. Quello che si evidenzia è un generale incasinamento (pur con una temperatura delle tensioni sociali ancora bassa). L’Italia ne è solo il riflesso più abbagliante in un’Europa percorsa da profondissime e molteplici linee di faglia. La soluzione mattarelliana non è in grado di risolvere alcuno dei problemi del declino italiano e può solo sperare in un soccorso tedesco almeno di medio periodo, ciò che Berlino al momento farebbe volentieri, se non fosse per l’ammuina creata da Trump con la guerra dei dazi e la recessione alle porte. Che metteranno a dura prova la tenuta della UE costringendo a scelte decisive nei rapporti commerciali e nelle alleanze politico-militari. La pantomima italica - con seri rischi di frammentazione dello stesso tessuto nazionale - si svolge in questo quadro da cui non è possibile prescindere.
Su questo sfondo un attenuamento delle politiche restrittive di bilancio da parte della UE potrebbe dunque essere transitoriamente indispensabile per evitare un ulteriore indebolimento con la perdita di pezzi in direzione degli Stati Uniti e per cercare di prevenire forti scontri sociali, cui in questo momento ci sarebbero ben poche carote da offrire. Ma, appunto, si tratterà di vedere quali saranno le condizioni degli eventuali sconti, sui quali conta il nuovo governo. E, al di là di eventuali aspettative passive che dovessero riattivarsi tra la gente, è escluso a priori che ce ne sia per tutti e che il corso generale verso il baratro risulti invertito. L’Italietta, con una massa notevole di risparmi e quel che resta dell’apparato produttivo, è un boccone che la finanza internazionale deve ancora trovare il modo di ingurgitare a dovere. Delle ragioni di fondo che cosiddetti populismo e sovranismo hanno fin qui (mal)interpretato sentiremo ancora parlare: si spera, alla prossima tornata, un po’ più in salsa francese tipo conflitto di classe à la Gilets Jaunes...
31 agosto ‘19
Fonte
29/08/2019
Alcune semplici riflessioni sugli scrittori professionisti
di Mauro Baldrati
X
è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di
libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso.
E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci
hanno stimolato il desiderio di altre letture.
Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.
Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.
Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.
Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.
Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.
Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?
La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.
Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.
Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.
Fonte
X
è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di
libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso.
E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci
hanno stimolato il desiderio di altre letture.Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.
Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.
Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.
Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.
Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.
Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?
La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.
Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.
Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.
Fonte
16/05/2019
Intellettuali di sinistra, fatevi un favore: tornate a leggere Marx
Trasmissioni di approfondimento politico. Editoriali fiume. Tabloid che ospitano eccelse firme del giornalismo, soprattutto sinistrese. Commentatori, analisti, opinionisti à la page. Tutti impegnati nel sacro compito di spiegarci la politica, i fatti del mondo e le società in cui viviamo.
Tutti impegnati, a dire il vero, nell’ingannevole – ma, a ben considerare, soprattutto auto-ingannevole – missione di indirizzare e manipolare le coscienze di cittadini che, dall’alto del proprio sentimento elitario, erroneamente si considera sprovveduti e bisognevoli di illuminate menti raziocinanti.
Sui giornali, in televisione o – ultimo fronte della battaglia delle ideuzze – attraverso post e tweet sui social media.
Studi di settore e sondaggi, commissionati a più riprese, che si riducono a null’altro che doxa spacciata per scienza. Scienza borghese e – per citare un caposaldo della letteratura operaista: Operai e Capitale – talmente in crisi da non riuscire più a cogliere le dinamiche intrinseche a quel mondo che essa stessa ha edificato. Scienza borghese assunta, ormai da più di quarant’anni – e qui risiede il vero paradosso distorsivo – a paradigma teoretico anche dagli intellettuali di presunta formazione marxista.
Ceto sociale ormai a sé stante. Nuova categoria kantiana del pensiero postmoderno, composta da insopportabili e boriosi parvenu che, pur di accreditarsi con autorevolezza presso i loro padroni – i quali, aspetto non secondario, li ricompensano con lauti stipendi – per gratificare il loro Ego tracimante e riempire una tasca mai sazia, smerciano droga sotto forma di parole e concetti. Parole e concetti con una composizione chimica talmente elevata, che l’altissimo livello di tossicità finisce con il conferire loro le caratteristiche metafisiche di un’allucinatoria e insindacabile Verità. Con il prevedibile e misero risultato che, al risveglio, l’illusione è svanita, il disorientamento è tanto, mentre l’ebbrezza egomaniaca ha lasciato il posto al cocciuto e incontestabile dato di fatto!
Insomma, i cosiddetti intellettuali di “sinistra” – o opinion leader che dir si voglia – al soldo della grande stampa e dell’informazione mainstream, da anni hanno perso il rapporto con quello che, comunemente, viene definito il mondo reale. Ed è per questo che, a ridosso delle diverse tornate elettorali (il 26 Maggio ci saranno le europee) non azzeccano più una previsione o un’analisi dei flussi di voto.
Figurarsi, poi, se ci si può aspettare ponderate, solide e articolate riflessioni circa la mutata struttura sociale o la evidente riconfigurazione delle classi, in essa sussunte e agenti.
In altre parole, per intenderci, gli intellettuali alla Federico Rampini (ma ne potremmo citare altri: dai Gramellini alla Berlinguer) chiusi nella torre eburnea dei loro attici “culturali”, prima ancora che abitativi, sono da anni fallimentari nelle analisi sociali, politiche ed economiche, perché, invece di elaborare considerazioni scientifiche, che riflettano marxianamente la realtà – considerato che, per gran parte, si tratterebbe di intellettuali apparentemente di formazione marxista – fanno dei loro desideri soggettivi e delle loro contorte elucubrazioni “senza onestà” (mi sia consentita la citazione tolta a Pino Daniele: altro che economisti post-post-post marxian-modernisti!) per di più al soldo dei media padronali, lo specchio rotto entro cui rifrangere un “reale” scassato, certo, ma che si pretenderebbe di riaggiustare con la sola forza del pensiero.
Ma i fatti – come sappiamo bene – hanno la capoccia durissima. E, quindi, i risultati sono quelli che tutti conosciamo.
Così, per fare solo due esempi tra i più lampanti, tanto sulla Brexit quanto per le precedenti elezioni in Usa, il fallimento delle loro analisi e delle loro previsioni è stato clamoroso.
Negli Stati Uniti – come del resto in Uk – nulla capirono dell’esito che avrebbe prodotto il voto presidenziale, con l’elezione di Trump. I grandi politoligi, gli analisti e tutti i sondaggisti di sinistra, infatti, davano Hilary Clinton vincente.
Lì dove sarebbe bastato, invece, uscire dai ghetti intellettuali o dalle redazioni, o dalle loro case sulla Fifth Avenue, o abdicare anche solo per un attimo alle aspirazioni riformatrici/riparatrici del mondo – che, per inciso, si dovrebbe, inspiegabilmente, piegare ai loro presuntuosi voleri – recarsi un attimo nelle periferie di quell’America profonda, proletaria e operaia (dai confini col Mexico alla Rust Belt) per capire che la working class statunitense avrebbe votato Trump. Così come quella stessa working class britannica ha votato, a pieno diritto, per la Brexit.
E l’operaio italiano, con la tessera Fiom in tasca, vota Lega. Come vota Lega una parte dei ceti popolari meridionali.
Uno scandalo? Nient’affatto. Semplice, naturale riconfigurazione degli equilibri sociali e dei rapporti di classe, nell’ambito del capitale e dei sui rapporti di produzione: invariati ma ridisegnati su logiche finanziarie ben più hard rispetto al passato.
Insomma, in poche parole, gli effetti della globalizzazione – che la stessa sinistra, negli anni ’90, aveva voluto mascherare da sorta di internazionalismo mercantile – e della conseguente finanziarizzazione dell’economia, con il trionfo assoluto del libero mercato, abbracciato con passione dai liberal e baciato, seppur timidamente, sulle guance dalle sinistre sedicenti radicali (che abiuravano progressivamente la Lotta di Classe in favore dei soli, benché importanti, Diritti Civili), hanno prodotto nel tempo l’inevitabile conseguenza: ceti popolari che non trovano più nella “sinistra” alcun approdo o argine al proprio progressivo impoverimento. Trovando rifugio, invece, nell’illusione dei “porti chiusi” da quelle destre dense di oscure pulsioni razziste, xenofobe, sessiste, nazionaliste e demagogico-populiste. Capaci però di indirizzare e declinare, a loro modo e con la loro cultura reazionaria, la rabbia popolare.
Processi che, d’altra parte, si sono sempre verificati nel corso della Storia. Basterebbe rileggere Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, per fare solo un titolo.
Il sottoscritto, per inciso, che è un signor nessuno, quella vittoria di Trump l’aveva prevista con largo anticipo. Un anno prima, addirittura.
Sarebbe sufficiente, in altri termini, esercitare il libero pensiero e un minimo di metodo scientifico, accompagnato da un sano esercizio di critica e di oggettività nell’approcciare alle variabili del mondo, per coglierne nessi profondi e bruschi smottamenti.
Altrimenti, invece di fregiarsi dell’altisonante e tronfio titolo di intellettuali, o di esercitare le altamente remunerative professioni di opinionisti ed editorialisti, si potrebbe tornare – seguendo l’esempio del caro vecchio Mao – alla terra. Che di questi tempi ha tanto bisogno di braccia.
Se invece si insiste, un facile e piccolo consiglio a quegli intellettuali e opinion leader vorremmo darlo. Egregi signori, tornate per strada e nella realtà. Tornate a studiare. E fatevi un favore, specie se volete considerarvi di sinistra. Ritornate a leggere Marx!
Fonte
Tutti impegnati, a dire il vero, nell’ingannevole – ma, a ben considerare, soprattutto auto-ingannevole – missione di indirizzare e manipolare le coscienze di cittadini che, dall’alto del proprio sentimento elitario, erroneamente si considera sprovveduti e bisognevoli di illuminate menti raziocinanti.
Sui giornali, in televisione o – ultimo fronte della battaglia delle ideuzze – attraverso post e tweet sui social media.
Studi di settore e sondaggi, commissionati a più riprese, che si riducono a null’altro che doxa spacciata per scienza. Scienza borghese e – per citare un caposaldo della letteratura operaista: Operai e Capitale – talmente in crisi da non riuscire più a cogliere le dinamiche intrinseche a quel mondo che essa stessa ha edificato. Scienza borghese assunta, ormai da più di quarant’anni – e qui risiede il vero paradosso distorsivo – a paradigma teoretico anche dagli intellettuali di presunta formazione marxista.
Ceto sociale ormai a sé stante. Nuova categoria kantiana del pensiero postmoderno, composta da insopportabili e boriosi parvenu che, pur di accreditarsi con autorevolezza presso i loro padroni – i quali, aspetto non secondario, li ricompensano con lauti stipendi – per gratificare il loro Ego tracimante e riempire una tasca mai sazia, smerciano droga sotto forma di parole e concetti. Parole e concetti con una composizione chimica talmente elevata, che l’altissimo livello di tossicità finisce con il conferire loro le caratteristiche metafisiche di un’allucinatoria e insindacabile Verità. Con il prevedibile e misero risultato che, al risveglio, l’illusione è svanita, il disorientamento è tanto, mentre l’ebbrezza egomaniaca ha lasciato il posto al cocciuto e incontestabile dato di fatto!
Insomma, i cosiddetti intellettuali di “sinistra” – o opinion leader che dir si voglia – al soldo della grande stampa e dell’informazione mainstream, da anni hanno perso il rapporto con quello che, comunemente, viene definito il mondo reale. Ed è per questo che, a ridosso delle diverse tornate elettorali (il 26 Maggio ci saranno le europee) non azzeccano più una previsione o un’analisi dei flussi di voto.
Figurarsi, poi, se ci si può aspettare ponderate, solide e articolate riflessioni circa la mutata struttura sociale o la evidente riconfigurazione delle classi, in essa sussunte e agenti.
In altre parole, per intenderci, gli intellettuali alla Federico Rampini (ma ne potremmo citare altri: dai Gramellini alla Berlinguer) chiusi nella torre eburnea dei loro attici “culturali”, prima ancora che abitativi, sono da anni fallimentari nelle analisi sociali, politiche ed economiche, perché, invece di elaborare considerazioni scientifiche, che riflettano marxianamente la realtà – considerato che, per gran parte, si tratterebbe di intellettuali apparentemente di formazione marxista – fanno dei loro desideri soggettivi e delle loro contorte elucubrazioni “senza onestà” (mi sia consentita la citazione tolta a Pino Daniele: altro che economisti post-post-post marxian-modernisti!) per di più al soldo dei media padronali, lo specchio rotto entro cui rifrangere un “reale” scassato, certo, ma che si pretenderebbe di riaggiustare con la sola forza del pensiero.
Ma i fatti – come sappiamo bene – hanno la capoccia durissima. E, quindi, i risultati sono quelli che tutti conosciamo.
Così, per fare solo due esempi tra i più lampanti, tanto sulla Brexit quanto per le precedenti elezioni in Usa, il fallimento delle loro analisi e delle loro previsioni è stato clamoroso.
Negli Stati Uniti – come del resto in Uk – nulla capirono dell’esito che avrebbe prodotto il voto presidenziale, con l’elezione di Trump. I grandi politoligi, gli analisti e tutti i sondaggisti di sinistra, infatti, davano Hilary Clinton vincente.
Lì dove sarebbe bastato, invece, uscire dai ghetti intellettuali o dalle redazioni, o dalle loro case sulla Fifth Avenue, o abdicare anche solo per un attimo alle aspirazioni riformatrici/riparatrici del mondo – che, per inciso, si dovrebbe, inspiegabilmente, piegare ai loro presuntuosi voleri – recarsi un attimo nelle periferie di quell’America profonda, proletaria e operaia (dai confini col Mexico alla Rust Belt) per capire che la working class statunitense avrebbe votato Trump. Così come quella stessa working class britannica ha votato, a pieno diritto, per la Brexit.
E l’operaio italiano, con la tessera Fiom in tasca, vota Lega. Come vota Lega una parte dei ceti popolari meridionali.
Uno scandalo? Nient’affatto. Semplice, naturale riconfigurazione degli equilibri sociali e dei rapporti di classe, nell’ambito del capitale e dei sui rapporti di produzione: invariati ma ridisegnati su logiche finanziarie ben più hard rispetto al passato.
Insomma, in poche parole, gli effetti della globalizzazione – che la stessa sinistra, negli anni ’90, aveva voluto mascherare da sorta di internazionalismo mercantile – e della conseguente finanziarizzazione dell’economia, con il trionfo assoluto del libero mercato, abbracciato con passione dai liberal e baciato, seppur timidamente, sulle guance dalle sinistre sedicenti radicali (che abiuravano progressivamente la Lotta di Classe in favore dei soli, benché importanti, Diritti Civili), hanno prodotto nel tempo l’inevitabile conseguenza: ceti popolari che non trovano più nella “sinistra” alcun approdo o argine al proprio progressivo impoverimento. Trovando rifugio, invece, nell’illusione dei “porti chiusi” da quelle destre dense di oscure pulsioni razziste, xenofobe, sessiste, nazionaliste e demagogico-populiste. Capaci però di indirizzare e declinare, a loro modo e con la loro cultura reazionaria, la rabbia popolare.
Processi che, d’altra parte, si sono sempre verificati nel corso della Storia. Basterebbe rileggere Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, per fare solo un titolo.
Il sottoscritto, per inciso, che è un signor nessuno, quella vittoria di Trump l’aveva prevista con largo anticipo. Un anno prima, addirittura.
Sarebbe sufficiente, in altri termini, esercitare il libero pensiero e un minimo di metodo scientifico, accompagnato da un sano esercizio di critica e di oggettività nell’approcciare alle variabili del mondo, per coglierne nessi profondi e bruschi smottamenti.
Altrimenti, invece di fregiarsi dell’altisonante e tronfio titolo di intellettuali, o di esercitare le altamente remunerative professioni di opinionisti ed editorialisti, si potrebbe tornare – seguendo l’esempio del caro vecchio Mao – alla terra. Che di questi tempi ha tanto bisogno di braccia.
Se invece si insiste, un facile e piccolo consiglio a quegli intellettuali e opinion leader vorremmo darlo. Egregi signori, tornate per strada e nella realtà. Tornate a studiare. E fatevi un favore, specie se volete considerarvi di sinistra. Ritornate a leggere Marx!
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02/01/2019
Il “Manifesto di Ventotene”. Una decostruzione necessaria
Nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, confinati dal fascismo nell’isola di Ventotene, scrivono un documento per la promozione dell’unità europea che verrà poi pubblicato da Eugenio Colorni e viene oggi considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea. A dire il vero, in ambito liberal-socialista spesso si è soliti dire che l’Europa abbia disatteso le idealità di questo scritto e un procedimento retorico di questo genere viene paradossalmente usato anche in uno dei tanti articoli polemici del “filosofo” rossobruno Diego Fusaro.
Tale manifesto di Ventotene era stato preceduto dal progetto di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi che dopo la prima guerra mondiale aveva coinvolto numerosi uomini politici (Adenauer e poi Churchill) letterati (Rilke, Valery e Mann) scienziati (Einstein, Freud, Keynes) nel progetto paneuropeo, di ispirazione tecnocratica, che voleva l’unificazione economica e politica dell’Europa sotto forma di Confederazione con tutta una serie di istituti (Corte federale europea, un esercito europeo, una unificazione doganale progressiva, una moneta unica) e con una impostazione rispettosa delle diverse culture presenti in Europa e delle minoranze nazionali.
Tuttavia la natura imperialista di tale costruzione è evidente laddove Kalergi parla di sfruttamento a livello unificato delle colonie (confermando in parte la previsione di Lenin secondo cui “In regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie”). Inoltre Kalergi, in altre sue opere, accennava ad un modello di uomo, ricco di spirito ma privo di carattere che costituisse il materiale ideale per sviluppare una società cosmopolita, a dimostrazione della ispirazione elitaria del suo progetto che voleva la contaminazione tra razze e culture non per potenziare le capacità degli individui ma per indirizzarle all’ossequio mediocre dell’ordine costruito da una minoranza di competenti (dunque una contaminazione a presupposto razzista).
Per quanto riguarda il Manifesto di Ventotene c’è da dire che nell’introduzione si avverte il lettore dicendo che “Le circostanze anormali in cui tutto questo materiale fu prodotto, l’evolversi degli avvenimenti la cui precisa valutazione non poteva essere data dal confino, han fatto si che oggi si possono notare varie lacune, ed alcune parti possono anche considerarsi superate. Sarebbe forse bene riscrivere tutto da capo in modo da presentare cose completamente aggiornate. Ciò implicherebbe però un lavoro di mesi. Ma la vita politica italiana è stata ridotta dal fascismo come un arido deserto, e chi può dare un qualsiasi contributo che l’aiuti a rifiorire non deve perdere un minuto di tempo, specialmente nell’attuale tragica situazione. Meglio perciò pubblicare questi scritti quali sono, affidando agli studi successivi il compito di correggere e di aggiornare, meglio anche correre il rischio di dire qualcosa di sbagliato ma indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire, anziché tacere per un eccessivo desiderio di adeguatezza alla realtà attuale”.
E tuttavia pure in questa premessa la natura elitaria del progetto si avverte nel passo “...indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire...”. Inoltre questo elitarismo si avverte anche nella rinuncia a formare un partito federalista e nel dire che “Il compito dei federalisti nelle attuali circostanze della nostra vita politica italiana deve essere invece quello di indicare ai partiti progressisti, i quali attirano su di sé le simpatie popolari, ma sono ancora più ricchi di fervore che di idee e propositi precisi, quali debbano effettivamente essere questi propositi e come ci si debba concretamente preparare a risolvere i problemi politici attuali. Non si tratta più di formare un partito federalista, ma di aiutare i partiti progressisti italiani a diventare federalisti”.
Nella Prefazione di Eugenio Colorni si dice che “Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Qui possiamo individuare l’illusione che la contraddizione sia essenzialmente culturale e politica. Non si va nella dimensione in cui questi processi politici si formano e si consolidano, quella dimensione dove processi di accumulazione capitalistica ridisegnano attorno a sé la società e i territori, ma ci si ferma all’apparenza e si propongono soluzioni che tengono conto solo dell’apparenza.
Nella Prefazione, Colorni critica l’opzione internazionalista dicendo che “benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere”, ma si illude che l’ipotesi federalista sia un modo alternativo di costruire un ordine internazionale, quando esso va incontro agli stessi problemi e forse a problemi ancora maggiori visto che si vuole applicare a paesi con regimi diversi e sistemi sociali diversi (i quali, a detta proprio di Colorni, non sarebbero sufficienti nemmeno se fossero identici).
Colorni asserisce che “Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima mèta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale”. Egli però non motiva questo modo di vedere né si chiede se, per l’instaurazione di tale ordinamento, non si debba passare per uno o più dei problemi che invece con questo ordinamento si vorrebbero risolvere.
Egli poi aggiunge “Un altro motivo ancora – e forse il più importante – era costituito dal fatto che l’ideale di una Federazione Europea, preludio di una Federazione Mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una mèta raggiungibile e quasi a portata di mano”. E questo abbiamo visto come fosse in realtà un pio desiderio.
Ancora Colorni afferma che “Il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi”. Ecco che quindi ricompare la minoranza illuminata che opera sui e nei partiti politici.
Nel Manifesto vero e proprio (analizziamo in questo contesto anche una prima versione del Manifesto del 1943, perché a nostro parere essa rivela l’ideologia sottesa dei suoi estensori meglio di quella successiva e definitiva del 1944) si dice “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Qui possiamo vedere come gli autori attribuiscano la nascita degli imperialismi ai nazionalismi, mentre l’analisi materialistica ipotizza che l’accumulazione di capitale ad un determinato livello condiziona il perimetro all’interno del quale il nazionalismo attecchisce e si sviluppa.
Inoltre si reitera l’atteggiamento paternalista tra culture quando si dice “ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili” (forse per giustificare la soggezione nella quale era tenuto il Meridione d’Italia?).
Nella seconda e definitiva versione del Manifesto non a caso non si parla più di nazionalismo imperialista ma di imperialismo capitalista, quasi a voler sfumare un presupposto teorico sbagliato.
Si parla anche di “spazio vitale” (l’espressione fatta propria dal nazifascismo per giustificare l’innesco del conflitto mondiale), quasi fosse una sorta di desiderio irrazionale di espansione (e quindi derubricandolo ad espressione di mera volontà politica), quando si tratta dell’espressione ideologica che si collega all’esigenza imperialistica che è interna alle contraddizioni del capitale, per il quale anche l’ambito della nazione diventa angusto ed oppressivo. Perciò la libera circolazione delle merci, che essi vedono solo come “fattore progressivo”, è allo stesso tempo uno dei momenti della dinamica imperialista nel momento in cui ad essa (post hoc e propter hoc) segue quella dei capitali.
Gli autori hanno buon gioco ad evidenziare come anche nei periodi di pace il funzionamento degli ordinamenti che loro definiscono “liberi” (e cioè scuola, scienza e produzione) sia indirizzato totalmente alla guerra. Essi però, come in altre parti dell’elaborato, si fermano alla superficie delle cose. Non vedono che la proiezione bellica è proprio insita nella dinamica imperialistica (e quindi economica) che vede capitalismi in competizione tra loro che trascinano le nazioni con sé (e non nazioni che subordinano la produzione alla guerra).
La guerra è nella sua accezione moderna un momento della fisiologia (che è dialetticamente una patologia) capitalistica. E la produzione non è affatto un ordinamento libero. Anzi, le modalità con cui si produce sono modalità militari, in quanto la fabbrica sin dal suo inizio (sin da quando si costringeva in Inghilterra a lavorare nelle fabbriche) è una istituzione totale.
E’ sintomatico come gli estensori del Manifesto attribuiscano tutti i mali all’iperbole politica, invece di guardare alla struttura economica: “Le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e all’odio verso gli stranieri, le libertà individuali si riducono a nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi, ed a sacrificare la vita stessa per obbiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore; in poche giornate vengono distrutti i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo”.
Le madri sono fattrici di lavoratori e devono essere prolifiche per riprodurre “l’esercito” industriale di riserva. I bambini sono dalla più tenera età posti sul mercato del lavoro. Le libertà individuali sono nulla appena varcato l’ingresso della fabbrica. La produzione costringe ad abbandonare la famiglia ed a sacrificare spesso la vita per obbiettivi di cui nessuno capisce il valore. La guerra è l’immagine un po’ più brutta della matrice che la genera e cioè il modo di produzione capitalistico. Ma il Manifesto di Ventotene questa paternità la nega e anzi retoricamente ci disegna l’opposizione tra una produzione pacifica e una politica belligerante.
Anche quando si riferisce alla Germania, il quadro che fa il Manifesto riproduce uno stereotipo dove le considerazioni, fatte anche all’interno degli ideologi liberali (si pensi a Keynes), circa le responsabilità dei vincitori della Prima Guerra Mondiale nel determinare il trionfo del nazismo in Germania sono del tutto sottaciute.
Nella prima parte (“Crisi della società moderna”) ci sono anche analisi che si ricollegano alla tradizione socialista e che cercano di ricollegare il totalitarismo nazifascista alla oppressione delle classi diseredate, ma la tendenza elitaria ricompare quando si afferma, all’inizio della seconda parte “Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti...”.
Troviamo poi anche un principio ambiguo (perché utilizzabile in molti modi) quando si dice “Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei”.
Questo principio, ripreso dall’antifascismo, è stato poi uno dei fattori ideologici che ha permesso le guerre Usa contro l’Iraq, la Serbia e la Libia. Non a caso questo principio è stato fatto proprio dal fondamentalismo neoliberista dei Radicali Italiani, che sono stati sempre in prima fila nel sostegno ideologico e politico alle guerre condotte da Usa ed Europa dopo il crollo del socialismo reale.
Singolare poi è la teoria sostenuta in questo passo dove si dice “Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc:, che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie”.
Infatti si pensa che l’unificazione europea contribuirebbe a risolvere i problemi interni a vari Stati, mentre la questione catalana è la dimostrazione che la tendenza alla concentrazione dei fattori produttivi – resa possibile dalla libera circolazione degli stessi a livello europeo (senza meccanismi di compensazione) – lacera ancora di più il circuito di solidarietà interno ai singoli Stati, a meno che qualcuno non riesumi il patriottismo nazionalista, per cui il processo di unificazione si configura come una sorta di fuga in avanti.
Fa sorridere ed inquietare l’atteggiamento degli estensori verso la democrazia. Essi combinano la critica al totalitarismo nazionalistico ad un atteggiamento minoritario ed illuministico che non può che mostrarsi scettico verso le possibilità dei popoli di autodeterminarsi. Infatti dicono “I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sugli i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono solo essere ritoccate in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi. In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro”.
Il popolo per questi signori è sempre confuso. I milioni di teste li ossessionano ed hanno dunque bisogno di ridurre la complessità democratica con l’accetta.
Infine in questo passo si intravede la tendenza (in altre parti meno accentuata) di assimilare l’URSS alla situazione spagnola e tedesca, quasi rimpiangendo che il socialismo rivoluzionario russo non abbia avuto miglior sorte. E la critica alla burocrazia sovietica fa intravedere un’altra matrice astrattamente internazionalista, oltre quella del liberalismo ispirato dalla concezioni massoniche (si pensi a Briand e allo stesso Kalergi).
Non finisce qui. Il Manifesto aggiunge “Nel momento in cui occorre la massima decisione ed audacia, i democratici si sentono smarriti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare” e ancora “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.
Giunti a questo punto, gli estensori del Manifesto si preparano a criticare il concetto marxista di lotta di classe ed affermano: “Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi. Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine a cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi del come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano a tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario”.
Dunque, per gli estensori del Manifesto, gli operai ispirati al principio della lotta di classe non farebbero una politica delle alleanze e quindi non riuscirebbero a raggiungere il potere. Questo assunto falso (l’alleanza tra operai e contadini nella rivoluzione russa come si dovrebbe considerare?) serve per introdurre un più sostanziale interclassismo funzionale alla ideologia elitaria degli autori. Anche questo passo non a caso viene in buona parte espunto nella versione definitiva, ma rimane il passo in cui si dice “Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche”, in cui compare un astratto politicismo che derubrica la lotta di classe a rissa.
Essi aggiungono “Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie – col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire – costituiscono nei momento decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto”.
Non sapendo quali siano queste altre forze rivoluzionarie, ci meravigliamo di come gli estensori del Manifesto credano in una rivoluzione di qua da venire e critichino quelli che prudentemente parlano di una rivoluzione di là da venire. L’anticomunismo del Manifesto si rende evidente quando si dice “Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese. Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo”.
Anche questo passo viene omesso nella versione definitiva (probabilmente si sceglie un atteggiamento più sfumato verso il partito comunista italiano per quanto Altiero Spinelli fosse stato espulso dal Pci nel 1937).
Tuttavia la crescente inclinazione di Spinelli verso il liberismo (complice la lettura di Luigi Einaudi, che già dal 1893 parlava di Stati Uniti d’Europa e che, con lo pseudonimo Junius, nel 1920 aveva scritto delle lettere sull’unificazione europea) è evidente quando si dice “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività”.
Gli autori sognano un’alleanza tra la classe operaia e gli intellettuali, che eviti agli intellettuali una sorta di impotenza sociale e agli operai di appiattirsi sul classismo dottrinario, senza notare che la classe operaia aveva già nei suoi gruppi dirigenti intellettuali di alto livello e che, nel frattempo, Antonio Gramsci aveva già delineato un modello di intellettuale collettivo (proprio quel partito che gli elitari del Manifesto trattavano con ingiustificata supponenza).
Questa parodia di un bolscevismo in giacca e cravatta così conclude: “Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia. Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere”.
Nella versione definitiva a “questo partito” si sostituisce “questo movimento”, aumentando nel lettore l’impressione di un pasticcio. Non si vuole fare il partito per velleità di entrismo, ma al tempo stesso si pretende di dirigere senza imporsi a propria volta una organizzazione. Il Manifesto di Ventotene, contrariamente a quello di Marx, invece di abbandonare la dissimulazione, intende perpetrarla rifiutando un contatto diretto con le masse e nascondendosi nelle istituzioni che pure considera compromesse dalla guerra.
Perché tale ingenua e presuntuosa visione delle cose potesse avere il suo infelice successo, si è dovuto aspettare che essa si piegasse alla Forche Caudine del nascente imperialismo europeo, quell’imperialismo che essa vedeva solo nei cosiddetti totalitarismi e che invece si fa presente anche nelle democrazie liberali sempre meno democratiche e sempre meno liberali.
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Tale manifesto di Ventotene era stato preceduto dal progetto di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi che dopo la prima guerra mondiale aveva coinvolto numerosi uomini politici (Adenauer e poi Churchill) letterati (Rilke, Valery e Mann) scienziati (Einstein, Freud, Keynes) nel progetto paneuropeo, di ispirazione tecnocratica, che voleva l’unificazione economica e politica dell’Europa sotto forma di Confederazione con tutta una serie di istituti (Corte federale europea, un esercito europeo, una unificazione doganale progressiva, una moneta unica) e con una impostazione rispettosa delle diverse culture presenti in Europa e delle minoranze nazionali.
Tuttavia la natura imperialista di tale costruzione è evidente laddove Kalergi parla di sfruttamento a livello unificato delle colonie (confermando in parte la previsione di Lenin secondo cui “In regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie”). Inoltre Kalergi, in altre sue opere, accennava ad un modello di uomo, ricco di spirito ma privo di carattere che costituisse il materiale ideale per sviluppare una società cosmopolita, a dimostrazione della ispirazione elitaria del suo progetto che voleva la contaminazione tra razze e culture non per potenziare le capacità degli individui ma per indirizzarle all’ossequio mediocre dell’ordine costruito da una minoranza di competenti (dunque una contaminazione a presupposto razzista).
Per quanto riguarda il Manifesto di Ventotene c’è da dire che nell’introduzione si avverte il lettore dicendo che “Le circostanze anormali in cui tutto questo materiale fu prodotto, l’evolversi degli avvenimenti la cui precisa valutazione non poteva essere data dal confino, han fatto si che oggi si possono notare varie lacune, ed alcune parti possono anche considerarsi superate. Sarebbe forse bene riscrivere tutto da capo in modo da presentare cose completamente aggiornate. Ciò implicherebbe però un lavoro di mesi. Ma la vita politica italiana è stata ridotta dal fascismo come un arido deserto, e chi può dare un qualsiasi contributo che l’aiuti a rifiorire non deve perdere un minuto di tempo, specialmente nell’attuale tragica situazione. Meglio perciò pubblicare questi scritti quali sono, affidando agli studi successivi il compito di correggere e di aggiornare, meglio anche correre il rischio di dire qualcosa di sbagliato ma indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire, anziché tacere per un eccessivo desiderio di adeguatezza alla realtà attuale”.
E tuttavia pure in questa premessa la natura elitaria del progetto si avverte nel passo “...indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire...”. Inoltre questo elitarismo si avverte anche nella rinuncia a formare un partito federalista e nel dire che “Il compito dei federalisti nelle attuali circostanze della nostra vita politica italiana deve essere invece quello di indicare ai partiti progressisti, i quali attirano su di sé le simpatie popolari, ma sono ancora più ricchi di fervore che di idee e propositi precisi, quali debbano effettivamente essere questi propositi e come ci si debba concretamente preparare a risolvere i problemi politici attuali. Non si tratta più di formare un partito federalista, ma di aiutare i partiti progressisti italiani a diventare federalisti”.
Nella Prefazione di Eugenio Colorni si dice che “Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Qui possiamo individuare l’illusione che la contraddizione sia essenzialmente culturale e politica. Non si va nella dimensione in cui questi processi politici si formano e si consolidano, quella dimensione dove processi di accumulazione capitalistica ridisegnano attorno a sé la società e i territori, ma ci si ferma all’apparenza e si propongono soluzioni che tengono conto solo dell’apparenza.
Nella Prefazione, Colorni critica l’opzione internazionalista dicendo che “benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere”, ma si illude che l’ipotesi federalista sia un modo alternativo di costruire un ordine internazionale, quando esso va incontro agli stessi problemi e forse a problemi ancora maggiori visto che si vuole applicare a paesi con regimi diversi e sistemi sociali diversi (i quali, a detta proprio di Colorni, non sarebbero sufficienti nemmeno se fossero identici).
Colorni asserisce che “Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima mèta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale”. Egli però non motiva questo modo di vedere né si chiede se, per l’instaurazione di tale ordinamento, non si debba passare per uno o più dei problemi che invece con questo ordinamento si vorrebbero risolvere.
Egli poi aggiunge “Un altro motivo ancora – e forse il più importante – era costituito dal fatto che l’ideale di una Federazione Europea, preludio di una Federazione Mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una mèta raggiungibile e quasi a portata di mano”. E questo abbiamo visto come fosse in realtà un pio desiderio.
Ancora Colorni afferma che “Il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi”. Ecco che quindi ricompare la minoranza illuminata che opera sui e nei partiti politici.
Nel Manifesto vero e proprio (analizziamo in questo contesto anche una prima versione del Manifesto del 1943, perché a nostro parere essa rivela l’ideologia sottesa dei suoi estensori meglio di quella successiva e definitiva del 1944) si dice “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Qui possiamo vedere come gli autori attribuiscano la nascita degli imperialismi ai nazionalismi, mentre l’analisi materialistica ipotizza che l’accumulazione di capitale ad un determinato livello condiziona il perimetro all’interno del quale il nazionalismo attecchisce e si sviluppa.
Inoltre si reitera l’atteggiamento paternalista tra culture quando si dice “ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili” (forse per giustificare la soggezione nella quale era tenuto il Meridione d’Italia?).
Nella seconda e definitiva versione del Manifesto non a caso non si parla più di nazionalismo imperialista ma di imperialismo capitalista, quasi a voler sfumare un presupposto teorico sbagliato.
Si parla anche di “spazio vitale” (l’espressione fatta propria dal nazifascismo per giustificare l’innesco del conflitto mondiale), quasi fosse una sorta di desiderio irrazionale di espansione (e quindi derubricandolo ad espressione di mera volontà politica), quando si tratta dell’espressione ideologica che si collega all’esigenza imperialistica che è interna alle contraddizioni del capitale, per il quale anche l’ambito della nazione diventa angusto ed oppressivo. Perciò la libera circolazione delle merci, che essi vedono solo come “fattore progressivo”, è allo stesso tempo uno dei momenti della dinamica imperialista nel momento in cui ad essa (post hoc e propter hoc) segue quella dei capitali.
Gli autori hanno buon gioco ad evidenziare come anche nei periodi di pace il funzionamento degli ordinamenti che loro definiscono “liberi” (e cioè scuola, scienza e produzione) sia indirizzato totalmente alla guerra. Essi però, come in altre parti dell’elaborato, si fermano alla superficie delle cose. Non vedono che la proiezione bellica è proprio insita nella dinamica imperialistica (e quindi economica) che vede capitalismi in competizione tra loro che trascinano le nazioni con sé (e non nazioni che subordinano la produzione alla guerra).
La guerra è nella sua accezione moderna un momento della fisiologia (che è dialetticamente una patologia) capitalistica. E la produzione non è affatto un ordinamento libero. Anzi, le modalità con cui si produce sono modalità militari, in quanto la fabbrica sin dal suo inizio (sin da quando si costringeva in Inghilterra a lavorare nelle fabbriche) è una istituzione totale.
E’ sintomatico come gli estensori del Manifesto attribuiscano tutti i mali all’iperbole politica, invece di guardare alla struttura economica: “Le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e all’odio verso gli stranieri, le libertà individuali si riducono a nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi, ed a sacrificare la vita stessa per obbiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore; in poche giornate vengono distrutti i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo”.
Le madri sono fattrici di lavoratori e devono essere prolifiche per riprodurre “l’esercito” industriale di riserva. I bambini sono dalla più tenera età posti sul mercato del lavoro. Le libertà individuali sono nulla appena varcato l’ingresso della fabbrica. La produzione costringe ad abbandonare la famiglia ed a sacrificare spesso la vita per obbiettivi di cui nessuno capisce il valore. La guerra è l’immagine un po’ più brutta della matrice che la genera e cioè il modo di produzione capitalistico. Ma il Manifesto di Ventotene questa paternità la nega e anzi retoricamente ci disegna l’opposizione tra una produzione pacifica e una politica belligerante.
Anche quando si riferisce alla Germania, il quadro che fa il Manifesto riproduce uno stereotipo dove le considerazioni, fatte anche all’interno degli ideologi liberali (si pensi a Keynes), circa le responsabilità dei vincitori della Prima Guerra Mondiale nel determinare il trionfo del nazismo in Germania sono del tutto sottaciute.
Nella prima parte (“Crisi della società moderna”) ci sono anche analisi che si ricollegano alla tradizione socialista e che cercano di ricollegare il totalitarismo nazifascista alla oppressione delle classi diseredate, ma la tendenza elitaria ricompare quando si afferma, all’inizio della seconda parte “Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti...”.
Troviamo poi anche un principio ambiguo (perché utilizzabile in molti modi) quando si dice “Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei”.
Questo principio, ripreso dall’antifascismo, è stato poi uno dei fattori ideologici che ha permesso le guerre Usa contro l’Iraq, la Serbia e la Libia. Non a caso questo principio è stato fatto proprio dal fondamentalismo neoliberista dei Radicali Italiani, che sono stati sempre in prima fila nel sostegno ideologico e politico alle guerre condotte da Usa ed Europa dopo il crollo del socialismo reale.
Singolare poi è la teoria sostenuta in questo passo dove si dice “Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc:, che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie”.
Infatti si pensa che l’unificazione europea contribuirebbe a risolvere i problemi interni a vari Stati, mentre la questione catalana è la dimostrazione che la tendenza alla concentrazione dei fattori produttivi – resa possibile dalla libera circolazione degli stessi a livello europeo (senza meccanismi di compensazione) – lacera ancora di più il circuito di solidarietà interno ai singoli Stati, a meno che qualcuno non riesumi il patriottismo nazionalista, per cui il processo di unificazione si configura come una sorta di fuga in avanti.
Fa sorridere ed inquietare l’atteggiamento degli estensori verso la democrazia. Essi combinano la critica al totalitarismo nazionalistico ad un atteggiamento minoritario ed illuministico che non può che mostrarsi scettico verso le possibilità dei popoli di autodeterminarsi. Infatti dicono “I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sugli i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono solo essere ritoccate in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi. In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro”.
Il popolo per questi signori è sempre confuso. I milioni di teste li ossessionano ed hanno dunque bisogno di ridurre la complessità democratica con l’accetta.
Infine in questo passo si intravede la tendenza (in altre parti meno accentuata) di assimilare l’URSS alla situazione spagnola e tedesca, quasi rimpiangendo che il socialismo rivoluzionario russo non abbia avuto miglior sorte. E la critica alla burocrazia sovietica fa intravedere un’altra matrice astrattamente internazionalista, oltre quella del liberalismo ispirato dalla concezioni massoniche (si pensi a Briand e allo stesso Kalergi).
Non finisce qui. Il Manifesto aggiunge “Nel momento in cui occorre la massima decisione ed audacia, i democratici si sentono smarriti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare” e ancora “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.
Giunti a questo punto, gli estensori del Manifesto si preparano a criticare il concetto marxista di lotta di classe ed affermano: “Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi. Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine a cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi del come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano a tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario”.
Dunque, per gli estensori del Manifesto, gli operai ispirati al principio della lotta di classe non farebbero una politica delle alleanze e quindi non riuscirebbero a raggiungere il potere. Questo assunto falso (l’alleanza tra operai e contadini nella rivoluzione russa come si dovrebbe considerare?) serve per introdurre un più sostanziale interclassismo funzionale alla ideologia elitaria degli autori. Anche questo passo non a caso viene in buona parte espunto nella versione definitiva, ma rimane il passo in cui si dice “Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche”, in cui compare un astratto politicismo che derubrica la lotta di classe a rissa.
Essi aggiungono “Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie – col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire – costituiscono nei momento decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto”.
Non sapendo quali siano queste altre forze rivoluzionarie, ci meravigliamo di come gli estensori del Manifesto credano in una rivoluzione di qua da venire e critichino quelli che prudentemente parlano di una rivoluzione di là da venire. L’anticomunismo del Manifesto si rende evidente quando si dice “Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese. Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo”.
Anche questo passo viene omesso nella versione definitiva (probabilmente si sceglie un atteggiamento più sfumato verso il partito comunista italiano per quanto Altiero Spinelli fosse stato espulso dal Pci nel 1937).
Tuttavia la crescente inclinazione di Spinelli verso il liberismo (complice la lettura di Luigi Einaudi, che già dal 1893 parlava di Stati Uniti d’Europa e che, con lo pseudonimo Junius, nel 1920 aveva scritto delle lettere sull’unificazione europea) è evidente quando si dice “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività”.
Gli autori sognano un’alleanza tra la classe operaia e gli intellettuali, che eviti agli intellettuali una sorta di impotenza sociale e agli operai di appiattirsi sul classismo dottrinario, senza notare che la classe operaia aveva già nei suoi gruppi dirigenti intellettuali di alto livello e che, nel frattempo, Antonio Gramsci aveva già delineato un modello di intellettuale collettivo (proprio quel partito che gli elitari del Manifesto trattavano con ingiustificata supponenza).
Questa parodia di un bolscevismo in giacca e cravatta così conclude: “Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia. Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere”.
Nella versione definitiva a “questo partito” si sostituisce “questo movimento”, aumentando nel lettore l’impressione di un pasticcio. Non si vuole fare il partito per velleità di entrismo, ma al tempo stesso si pretende di dirigere senza imporsi a propria volta una organizzazione. Il Manifesto di Ventotene, contrariamente a quello di Marx, invece di abbandonare la dissimulazione, intende perpetrarla rifiutando un contatto diretto con le masse e nascondendosi nelle istituzioni che pure considera compromesse dalla guerra.
Perché tale ingenua e presuntuosa visione delle cose potesse avere il suo infelice successo, si è dovuto aspettare che essa si piegasse alla Forche Caudine del nascente imperialismo europeo, quell’imperialismo che essa vedeva solo nei cosiddetti totalitarismi e che invece si fa presente anche nelle democrazie liberali sempre meno democratiche e sempre meno liberali.
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