Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2019

Alcune semplici riflessioni sugli scrittori professionisti

di Mauro Baldrati

X è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso. E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci hanno stimolato il desiderio di altre letture.

Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.

Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.

Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.

Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.

Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.

Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?

La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.

Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.

Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.

Fonte

25/08/2017

Cosa abbiamo imparato con “Lavoro mentale e classe operaia”, di G. Carchedi

È stato possibile quest’anno annoverare il saggio di Carchedi tra le migliori letture ferragostane. La prima virtù, formale, del testo sono la sintesi precisa ed il linguaggio asciutto utilizzati, tipici della trattazione scientifica. E usando questo attributo un po’ misterioso veniamo subito ai contenuti dello scritto, che ha l’ambizione ed il merito di affrontare da un punto di vista marxista il tema del carattere di classe della conoscenza, e (cioè) della scienza, e l’impegnativo argomento del lavoro “di trasformazione mentale”. Su questo l’Autore va subito al sodo ed anzi, sgomberato presto il campo da alcune concezioni sbagliate e precisati i concetti fondamentali, si inoltra su terreni ulteriori, ancor più avanzati e inesplorati tentando “un’analisi marxista di internet” ed analizzando le caratteristiche del lavoro di chi presta la propria opera in ambito informatico. (1) 

I conti con l’operaismo

Gettando nuova luce su tematiche finora affrontate male, quantunque sempre troppo poco rispetto al necessario, il saggio di Carchedi bonifica il terreno dagli equivoci e dalle concezioni sbagliate derivanti dalle correnti di pensiero dell’operaismo e del post-operaismo, in particolare distanziandosi risolutamente da chi ha concepito uno “sfruttamento” (una produzione di plusvalore) non relazionato al lavoro salariato: “il che significa che chi produce plusvalore vivrebbe d’aria” [p.23]. 

Al contempo, spiegando il carattere di classe di ogni forma di conoscenza e riconducendola a prodotto sociale di duplice natura (“doppia e contraddittoria razionalità della conoscenza” [p.26]) l’Autore fa intravvedere il carattere alienato del lavoro “mentale” (cognitivo, intellettuale – ma per precisazioni su questi termini si veda oltre) e pone le basi corrette per la denuncia del suo sfruttamento reale (“quelle competenze sono soggette a dequalificazione e il loro posto di lavoro è soggetto agli alti e bassi del ciclo economico... il loro tasso di sfruttamento può essere anche maggiore di quello di molti lavoratori nei processi lavorativi oggettivi” [p.26]). Tutto ciò in netto contrasto con le concezioni per l’appunto negriste, illusorie-consolatorie, che hanno immaginato un “lavoratore cognitivo” pienamente padrone della conoscenza acquisita e quindi non alienato nel suo lavoro ma viceversa in grado, essendo parte di un favolistico general intellect libero e giocondo, di evertere il sistema capitalista facendo valere gli interessi di non meglio specificate “moltitudini” dal sapore biblico.

Lavoro manuale, oggettivo, mentale o intellettuale

Proprio per distanziarsi ed evitare confusioni con elaborazioni concettuali fuorvianti, fa sicuramente bene l’Autore ad evitare l’uso della terminologia alla moda in certi ambienti (lavoro cognitivo, cognitariato, ecc). Carchedi d’altronde preferisce ridefinire gli ambiti del lavoro parlando da una parte di lavoro di trasformazione oggettiva, i cui prodotti sono tangibili (oggetti), e dall’altra di lavoro di trasformazione mentale (più semplicemente: “lavoro mentale“). “Nozioni quali ‘lavoro intellettuale’ rispetto al ‘lavoro manuale’ sono teoreticamente vuote. Tutto il lavoro è intellettuale perché implica l’attività del cervello e tutto il lavoro è manuale, anche se si tratta di scrivere i propri pensieri su un pezzo di carta. Lo stesso vale per categorie quali ‘lavoro materiale’ e ‘lavoro mentale’. Tutto il lavoro materiale necessita il concepire, l’ideare; tutto il lavoro mentale necessita tutto il corpo senza il quale il cervello non potrebbe funzionare. Bisogna quindi cambiare prospettiva. Bisogna partire dalla nozione di trasformazioni. Esse sono di due tipi, oggettive e mentali. Entrambe, come vedremo, sono materiali.’ [p.8]

Se però l’oggetto specifico della discussione non è il carattere “manuale” o meno, “materiale” o meno, della produzione, quanto il suo contenuto in termini di conoscenza, sull’utilizzo dell’attributo mentale gravano altre insufficienze e ambiguità. Innanzitutto, il termine mentale non riporta solamente all’ambito della conoscenza ma anche alla sfera emotiva e sensoriale. Cosicché, può essere considerato lavoratore mentale chi sta davanti a uno schermo o alla guida di una vettura e deve mettere alla prova soprattutto i propri riflessi (sorveglianti, autisti, aviatori...); volendo rimanere nell’ambito informatico e di internet, può essere considerato lavoratore mentale chi viene pagato in base al numero di click che fa su di un bottone: è noto infatti che il numero di like di Facebook, o la frequenza delle visite dei siti internet, o semplici recensioni “farlocche” dell’uno o l’altro servizio commerciale, possono essere massimizzate anche a pagamento per indirizzare i consumi, cosicché esistono impieghi fortemente precari e malpagati in tali ambiti del settore del marketing.

Evidentemente, i lavori appena descritti sono a basso o bassissimo contenuto di conoscenza, ma al contempo è inappropriato definirli lavori manuali, materiali o di trasformazione oggettiva.

Per converso, i lavori “di trasformazione oggettiva” di cui parla Carchedi non sono scevri da contenuti conoscitivi – l’Autore stesso lo dice. In effetti in una società avanzata, capitalista o socialista che sia, non esiste lavoro per il quale non sia opportuna una profonda e intensa formazione intellettuale (trasmissione di conoscenza). In un allevamento di suini oggi come oggi è necessario usare cognizioni complesse di Biologia, Agronomia, Sicurezza sul lavoro, Scienze ambientali, Alimentazione, Contabilità e Marketing, oltre alla formazione tecnica specifica per l’utilizzo di tutti i macchinari... Un operaio metalmeccanico nell’Italia del XXI secolo tipicamente staziona al pannello di comando di un Centro di Lavoro semiautomatico, e dovrebbe avere una formazione tecnico-ingegneristica con elementi di informatica, elettricità-elettronica, sicurezza delle macchine, sicurezza sul lavoro. Un saldatore dovrebbe avere studiato i diversi processi e tecniche di saldatura (campo tutt’altro che banale o ristretto), oltre alle sempre indispensabili cognizioni di sicurezza sul lavoro. E così via. 

Se dunque il fulcro dell’analisi che andiamo sviluppando è la conoscenza usata/prodotta nel processo lavorativo, forse è il caso di tornare a parlare di lavoro intellettuale – quando esso consiste nella (ri)produzione di mera conoscenza. Il termine intellettuale in questa accezione sta semplicemente a richiamare il contenuto di conoscenza, e non dovrebbe esserci il rischio di usarlo “in modo idealistico per caricarlo di una diversa qualità rispetto al lavoro manuale, nascondendo ideologicamente la natura comune delle due attività complementari dell’essere umano” [Casadio, p.5]. In ogni caso, senza dubbio possiamo parlare dei lavoratori della conoscenza e della loro condizione.

La categoria dello scientifico

Non si tratta di operare distinzioni tranchant tra lavoratori, quanto piuttosto di (a) riconoscere che esistono attività lavorative di trasformazione (produzione-riproduzione) delle conoscenze; (b) applicare ad esse – come fa Carchedi – le chiavi di interpretazione che ci fornisce il marxismo, ammettendole a pieno titolo (se effettuate sotto padrone) nel novero di ogni altra attività lavorativa svolta nel sistema di produzione (e creazione di plusvalore) capitalistico; (c) rilevare che esiste una continuità tra il lavoro più triviale (ripetitivo, a scarso contenuto di conoscenza benché non necessariamente manuale o materiale) e quello più complesso e qualificato, con in mezzo tutti i livelli possibili di formazione tecnico-scientifica necessaria e/o opportuna.

L'aliquota di formazione impartita per espletare una certa mansione dovrebbe andare di pari passo con la complessità tecnologica del processo: vale a dire che la conoscenza dovrebbe essere impartita al lavoratore (lavoro vivo), come un suo diritto-dovere, così come essa è contenuta nelle macchine (lavoro morto). In ogni società tecnologizzata il lavoro morto tende a soppiantare il lavoro vivo, ma solo in una società socialista tale processo avviene a parità di salario, ed il tempo di lavoro che viene così liberato può essere dedicato, tra l’altro, ad ulteriore formazione, cioè incremento delle conoscenze da parte del lavoratore, in un circolo virtuoso tendente al perfezionamento delle macchine ed al loro sempre migliore utilizzo in funzione del benessere dell’uomo e del suo habitat. Se non fosse questo, quale sarebbe lo scopo del socialismo?

Marx e Engels per di più hanno inteso le loro teorizzazioni come socialismo scientifico, distinguendole dal novero delle utopie che non concepiscono la conoscenza (la scienza) come vettore di liberazione. Alla categoria dello scientifico va dunque restituita una assoluta centralità nelle elaborazioni in ambito marxista, sia dal punto di vista del metodo intrinseco (epistemologico), sia perché i problemi specifici delle società tecnologizzate come la nostra hanno sempre qualche rapporto con la incrementata densità di conoscenza, come dimostra l’esigenza da cui è scaturito il saggio di Carchedi.

Data questa centralità, l’evidenza del carattere di classe della conoscenza-scienza dovrebbe dirsi già assodata, come pure è assodata la sua natura materiale su cui Carchedi scrive parole... definitive. Il sapere non vive in un qualche iperuranio, e non è neutrale. Nemmeno la tecnica è neutrale, né il complesso di tutti questi elementi insieme: le forze produttive [p.16]. D’altronde, forse che la filosofia è neutrale? L’arte è neutrale? L’informazione è neutrale? L’architettura è neutrale? Nessuna espressione della società umana è indipendente dal sistema produttivo in cui è generata. Nemmeno due utensili come la falce e il martello possono dirsi neutrali, nel senso che anch’essi portavano all’origine la razionalità della società arcaica che li produsse; eppure non solo sono sopravvissuti a innumerevoli cambi di paradigma sociale, passando attraverso feudalesimo e capitalismo, ma addirittura nel XIX secolo sono assurti a simboli di un sistema, quello social-comunista, che era ancora di là da venire. (2)

La conoscenza-scienza ha insomma un carattere duplice, così come lo hanno le merci ed ogni prodotto di una società capitalista. Secondo l’Autore, una conoscenza non influenzata dalla razionalità del capitalismo sarebbe conseguibile solamente al di fuori del rapporto di lavoro salariato, quindi nel cosiddetto tempo libero e nel corso di attività improduttive, da parte di quelli che egli definisce agenti mentali in opposizione ai lavoratori mentali [pp.24-25]. Ad avviso di chi scrive, non è necessario tanto schematismo su questo punto. Ad evitare circoli viziosi e cul de sac teorici, la questione del carattere di classe della conoscenza va affrontata con metodo dialettico. (3) Così come la classe operaia stessa è parte del capitale, e dunque non può negare il capitale se non negando se stessa, allo stesso modo nella conoscenza prodotta in un modo di produzione capitalista sono contenute le premesse per lo sviluppo di una conoscenza anti-capitalista e socialista.

Possiamo fare l’analogia con un lavoro prevalentemente fisico. Pensiamo a un facchino: nel corso della sua attività salariata egli sviluppa muscoli; al di fuori del tempo di lavoro egli, è vero, può impiegare i suoi muscoli per attività ludiche oppure, persino, per la lotta anticapitalista, ma si tratta pur sempre di muscoli che egli ha almeno in parte sviluppato nel corso della attività lavorativa sotto padrone

Se non ammettessimo questa dialettica e questa compenetrazione, forse non potremmo nemmeno spiegare come da una società capitalista come quella ottocentesca sia potuto sorgere il pensiero di Marx e Engels (come ha potuto il capitalismo generare il marxismo?). Il risultato è che “un nucleo di conoscenze rimane costante attraverso più modi di produzione, un altro insieme di conoscenze cambia da un modo di produzione all’altro e un altro insieme cambia all’interno dello stesso modo di produzione” [Nobile].

In realtà l’Autore contempla tale carattere dialettico, pur non soffermandocisi e non tematizzandolo, quando afferma che “i lavoratori mentali producono il proprio assoggettamento e allo stesso tempo la resistenza contro quell’assoggettamento... Gli individui sono sia lavoratori mentali, durante il tempo lavorativo, che agenti mentali durante il tempo libero” [p.25], ed infine: “queste novità sono le nuove bottiglie contenenti il vecchio vino e cioè la doppia e contraddittoria razionalità della conoscenza” [p.26].

Le conseguenze da trarre

Comunque, concentrando l’attenzione solo su questi aspetti si rischia di rimanere su di un piano di discussione strettamente filosofico e accademico, e purtuttavia arretrato, dato che che sulle questioni filosofiche connesse (verità, dialettica, rispecchiamento) l’elaborazione, soprattutto in Italia e fatta eccezione per il genio insuperato di Lodovico Geymonat, è stata sempre insufficiente. Perciò li tralasciamo (cfr. Nota 3) e ci chiediamo invece: i temi affrontati da Carchedi hanno rilevanza sul piano della prassi? La questione della conoscenza-scienza è strategica per i comunisti? 
La risposta è clamorosamente affermativa.

In sostanza, con il suo saggio conciso e chiaro, l’Autore da un lato analizza la natura della conoscenza individuale in quanto aliquota di forza produttiva detenuta dal singolo lavoratore, dall’altro mette a fuoco la condizione di sfruttamento e alienazione dei lavoratori della conoscenza. Il dubbio, se questi lavoratori siano mera aristocrazia operaia – e dunque talmente organici e privilegiati nel capitalismo che su di loro non si potrà mai contare per una rivoluzione sociale – oppure se siano sfruttati come tutti gli altri, e talvolta peggio di altri, è fugato: esiste una componente di aristocrazia operaia, ma nel complesso i meccanismi di estrazione del plusvalore per questi lavoratori sono identici a quelli di tutti.

Come abbiamo già avuto occasione di scrivere (4), “con l’università di massa, l’istruzione era l’unico effettivo ‘ascensore sociale’ disponibile in una democrazia progressiva. (...) Che cosa possiede dunque questa massa con certezza, se non l’istruzione e la formazione che la generazione precedente le ha trasmesso? Perciò: intellettuariato. Non possiedono mezzi di produzione, ma istruzione – per averla avuta impartita in un sistema pubblico, scolastico e accademico, che rischia di non sopravvivere fino alla generazione successiva, e anche per discendenza famigliare, poiché i genitori hanno infuso loro lo stimolo ad una formazione più elevata nell’ottica di una posizione sociale conseguentemente migliore.

Speranze vane: se le cose non cambieranno, la generazione dei nostri genitori sarà stata la prima e l’ultima a potersi affrancare socialmente grazie all’istruzione; quella mobilità sociale, anziché perfezionarsi, viene ora impedita. (...) Dalla sua attuale crisi il capitalismo esce distruggendo le sue stesse forze produttive (conoscenze, macchine e lavoratori stessi) e tornando a sfruttare il lavoro vivo – cioè i lavoratori, attraverso l’aumento del tempo di lavoro, la diminuzione dei salari ed altre misure riconducibili alle precedenti, come le delocalizzazioni – anziché il cosiddetto lavoro morto – know-how e della stessa (ri)produzione intellettuale, imponendo un generalizzato disinvestimento.

L’ultima dimostrazione la abbiamo sotto agli occhi, con il progetto di ridurre a quattro anni la durata della scuola secondaria superiore; ma nell’ultimo quarto di secolo abbiamo accumulato già milioni di prove di questo. Sta ai comunisti trarne le dovute conseguenze.

 NOTE:
(1) Tralasciamo in questa sede la trattazione di questi ultimi aspetti che vanno ben oltre l’oggetto di indagine primario, a nostro avviso ben più urgente da affrontare.

(2) La scienza ancillare pretende di essere neutrale; la tecno-scienza, quella del sistema militare-industriale, assurge nel sistema dominante a una funzione sacrale, perciò anti-scientifica suo malgrado. Questo ha a che fare con la funzione sociale, con la posizione sociale degli scienziati, non con altro.

(3) Peraltro, scientifica è solo una conoscenza che sia al contempo dialettica – ma su questo punto strettamente gnoseologico, pur inerente i fondamenti del pensiero marxista in quanto materialismo dialettico e non semplicemente materialismo storico o critica dell’economia politica, dobbiamo sorvolare perché non è stato trattato da Carchedi e ci porterebbe troppo lontano. Così come sorvoliamo sulla collegata questione del rispecchiamento ovvero del contenuto di verità della conoscenza: per approfondimenti v. Italo Nobile: http://contropiano.  

(4) Contributo al convegno  “Formazione, Ricerca e Controriforme” tenutosi a Bologna il 30 aprile 2016, pubblicato su Contropiano n.2/2016. Per approfondimenti si veda anche: http://www.agentefisico.info/

Fonte

04/08/2017

Teoria marxista della conoscenza e lavoro intellettuale

C’è una teoria marxista della conoscenza? Ci sono brani di Marx che si possono integrare in una teoria della conoscenza, c’è la concezione materialistica della storia (quella espressa ad esempio nell’Ideologia tedesca) che ha anche aspetti rilevanti per una teoria della conoscenza, ci sono gli scritti engelsiani (l’Anti-Duhring e la Dialettica della Natura) ma una vera e propria questione di teoria della conoscenza la abbiamo con la polemica tra il realismo epistemico (conoscitivo) di Lenin (di ispirazione engelsiana), il marxismo di ispirazione neokantiana di Plechanov e l’empiriomonismo di Bogdanov (variante del cosiddetto empiriocriticismo di Mach e Avenarius). A questa polemica hanno fatto riferimento tutta una serie di scritti sia in Urss che in occidente, ma da essa hanno tratto ispirazione anche pensatori del marxismo più o meno eretico (si pensi ad Alfred Sohn Rethel, ad Adam Schaff e di conseguenza agli studi incentrati sul linguaggio, sulla sua natura sociale e sulle sue implicazioni cognitive di Ferruccio Rossi Landi oppure si pensi alla conoscenza come pratica teorica di Althusser). Nell’elaborare una teoria marxista della conoscenza e del lavoro intellettuale bisogna tenere presente questi dibattiti che ci hanno preceduto.

Passando al merito sembra vero che un processo fisico come quello conoscitivo debba consistere in una trasformazione e tuttavia questa trasformazione dovrebbe consistere in un rispecchiamento altrimenti viene ad essere messa in questione la nozione di verità. Se infatti la conoscenza è trasformazione e le trasformazioni possono essere di qualsiasi tipo, cosa distinguerebbe una trasformazione che ci dia una rappresentazione vera della realtà da quella che ci darebbe una rappresentazione falsa della realtà? Si dovrebbe ricorrere comunque ad un rispecchiamento che sia criterio della verità o falsità della teorie che vorrebbero avere rilevanza conoscitiva. 

Il punto è che, condizionando le visioni del mondo alla fase storica, il materialismo storico ha una possibile via d’uscita relativistica. Questo stare un po’ al limite tra realismo e relativismo è una caratteristica del materialismo storico che oscilla possiamo dire tra Lenin e la sociologia della conoscenza che rielaborano entrambi stimoli provenienti da Engels. Esso può essere risolto dicendo ad es. che esista una verità propria di ogni momento storico e il materialismo è la concezione vera (e vera rispetto a tutte le concezioni passate) nel periodo che segna il passaggio da capitalismo a socialismo ma che non possiamo aprioristicamente dire quale sia la concezione vera nel futuro. Oppure possiamo reinterpretare il processo conoscitivo come trasformazione in modo da evitare il rischio del relativismo. 

Si potrebbe cioè ipotizzare che mentre le trasformazioni oggettuali sono trasformazioni degli oggetti esterni seguendo un modello elaborato dal nostro cervello, le cosiddette trasformazioni mentali sono trasformazioni di rappresentazioni elaborate dal nostro cervello avendo come modelli gli oggetti del mondo esterno. La differenza tra trasformazioni mentali e trasformazioni oggettuali sarebbe solo nel verso: le prime sono autoplastiche, le seconde alloplastiche, le prime trasformano il nostro cervello, le seconde la realtà esterna. Entrambe le trasformazioni sarebbero materialistiche e quelle conoscitive aventi come modello la realtà esterna sarebbero anche rispecchiamenti (così come quando si trasforma il colore sulla tavolozza in una rappresentazione di un volto: la materia viene trasformata per riprodurre un oggetto esterno al cervello). 

Il lavoro intellettuale a sua volta da un lato è materiale perché materiali sono le forme in cui si esprime socialmente (la scrittura), d’altro lato è materiale perché il lavoro dell’intelletto presuppone il cervello e dunque il corpo materiale etc. 

Si tratta di due argomenti distinti: il primo evidenzia l’esito materiale del pensiero che si deve esprimere e codificare tramite la materia; il secondo evidenzia il presupposto materiale del pensiero, il processo materiale di cui ha bisogno il pensiero per formarsi. Tuttavia ciò non abolisce la distinzione né tra lavoro intellettuale e lavoro manuale ad es. (l’attività intellettuale non coincide completamente con l’atto di scrivere, tanto che uno può esprimere più o meno lo stesso contenuto sia verbalmente che graficamente e dunque il contenuto si può distinguere dalle forme in cui viene codificato) né tra lavoro materiale e lavoro mentale (il lavoro materiale non è solo materiale perché ha bisogno del cervello ma perché si realizza in un certo rapporto con gli oggetti materiali). 

Quello che è vero è che non esiste un lavoro puramente materiale né un lavoro puramente mentale, come pure non esiste un lavoro puramente intellettuale né un lavoro puramente manuale. Tuttavia la tecnologia e la divisione del lavoro permettono progressivamente di distinguere sempre di più i due momenti (il professore può dettare il suo elaborato ad una dattilografa, la fase progettuale può essere distinta dalla fase esecutiva, un uomo che copia uno scritto può non comprenderne il contenuto). Questo non va trascurato e non ci consente di liberarci di queste distinzioni già a monte, quanto piuttosto ci costringe ad immaginare una ricomposizione a valle. 

Se un lavoratore intellettuale esprime la sua conoscenza su foglio, essa diventa oggettiva per lui come la conoscenza di un altro lavoratore intellettuale. Ossia l’espressione di una conoscenza fa della conoscenza stessa un oggetto rendendola disponibile agli altri ed anche a se stesso (un lavoratore della conoscenza può dimenticare addirittura ciò che ha elaborato e riceverlo come se fosse stato elaborato da altri: c’è un bell’aneddoto sul logico e matematico Hilbert a tal proposito). Piuttosto la distinzione va fatta tra la conoscenza che è già oggettivata e quella che è risultante dalla sua elaborazione attuale, elaborazione che non essendo ancora espressa in forme oggettivate assume una colorazione soggettiva, ancora indefinita e piena di potenzialità non ancora note (il filosofo Wittgenstein spesso si lamentava continuamente del fatto che le sue tesi fossero fraintese: questo perché diverse informazioni rimanevano implicite nella sua scrittura).

A questo proposito bisogna fare attenzione, nell’analizzare la conoscenza che usualmente viene considerata più affidabile (ad es. la conoscenza matematica), a non confondere ad es. il valore di verità di 2+2=4 con la rilevanza pragmatica di 2+2=4. Ovvio che per le società primitive 2+2=4 non tanto non sia vera, ma sarebbe un complesso di segni senza alcun senso in quanto non ci sono le condizioni per cui esso vada statuito né di conseguenza c’è la comprensione del suo significato e la rilevanza del suo utilizzo. Ciò però sarebbe conciliabile anche con una concezione per cui le verità matematiche fossero verità assolute. Del resto anche le cosiddette verità assolute hanno bisogno di un contesto di senso e pragmatico perché ad esse sia riconosciuta la rilevanza del loro essere vere o false (ma non necessariamente il loro essere vere o false). Il caso di 23+2=1 si ha quando non si vuole calcolare qualcosa come il numero di ore trascorso dall’origine dell’universo ad oggi, ma quando si vuole misurare il tempo all’interno di un contesto che si interpreta come ripetitivo (legandolo ad es. alla rotazione del pianeta intorno al proprio asse e quindi al cosiddetto alternarsi del giorno e della notte) in quanto ripetitivo è il processo lavorativo vincolato dalla riproduzione della forza lavoro (la quale periodicamente deve riposarsi per riprodursi). Possiamo dire che le proposizioni vere in un’analisi legata al contesto storico-sociale in cui sono asserite, dovrebbero essere espresse con enunciati molto più lunghi che esplicitassero il contesto di senso nel quale sono immerse. 

Bisogna stare attenti cioè a non ridurre il formalismo matematico in un rapporto tra segni senza tenere presente l’aspetto del significato. In questo modo si confonde l’ambito sintattico delle cifre (che sono i segni per indicare i numeri) e quello semantico dei numeri che sono i significati delle cifre. Mutando il modulo, 23+2=25 non è in contraddizione con 23+2=1, cosa che si verificherebbe se la verità fosse relativa in questo caso. Tuttavia è giusto dire che i sistemi di cifre e le operazioni che si fanno con essi siano relative ai bisogni di chi li usa e dunque siano relative al contesto storico e sociale nel quale si attuano. Non si discute qui il loro valore di verità (essi sono segni che non hanno valore di verità se non li si connette ad un significato) quanto piuttosto le forme con le quali si esprimono e le implicazioni che da essi si fanno discendere, oltre all’interpretazione sulla loro natura (possiamo dire che in una società aristocratica ci può essere la tendenza ad es. a considerare la verità matematica come sintetica, mentre nella società borghese la verità matematica tende ad essere analitica in quanto si privilegia l’apporto conoscitivo legato al lavoro ovvero quello empirico e tecnico-scientifico). 

Non si deve tanto discutere il valore di verità di 2+2=4, ma il sistema nel quale è inserito all’interno di un contesto di classe. Tuttavia già il fatto che 2+2=4 sia valido sia nella società schiavistica, che nella società feudale che in quella borghese sarebbe da spiegare. Non tutte le verità sono funzione del modo di produzione. Piuttosto il collegamento tra enunciati riconosciuti come veri all’interno di più modi di produzione e altri enunciati considerati stabilmente veri ma invece solo ipotetici o contingentemente veri può configurarsi diversamente a seconda del modo di produzione (Tolomeo può credere che 2+2=4 e che il sole giri intorno alla Terra, ma Galileo deve invece sostituire una delle credenze di questa congiunzione). Potremmo magari dire elaborando la concezione di Lakatos (epistemologo ungherese, anticomunista ma competente) che un nucleo di conoscenze rimane costante attraverso più modi di produzione, un altro insieme di conoscenze cambia da un modo di produzione all’altro e un altro insieme cambia all’interno dello stesso modo di produzione. Ciò va spiegato nel senso che ci sono contenuti compatibili con più contesti (o più compatibili con l’evoluzione sociale) e dunque posti a livelli di conoscenza più profonda. 

Marx dice che il contenuto della scienza è un contenuto sociale sia perché usa strumenti (quali il linguaggio) che sono sociali, ma anche perché l’attività scientifica, sia pure svolta individualmente, ha un contenuto che usa categorie che sono socialmente condivisibili. I rapporti tra gli individui non sono sospesi nemmeno temporaneamente in quanto essi non hanno sempre bisogno della compresenza corporea. La socialità in questo caso non è data dalla contiguità fisica ma dal carattere sociale dei contenuti del sapere e dagli effetti che questa loro ricerca avrà quanto meno sulle loro relazioni con gli altri. Lo stesso funzionamento delle sinapsi non è strettamente individuale in quanto l’unità della specie umana rende comuni anche i processi neurobiologici che presiedono all’attività conoscitiva. 

Va chiarito che, per realtà sociale, si intende anche la realtà naturale o gli oggetti ad es. matematici nel momento in cui più individui hanno accesso ad essi attraverso la percezione o attraverso le facoltà razionali. Il contenuto logico e dunque comunicabile del sapere rende questo sapere sociale per cui la dimensione individuale della conoscenza è data dalla elaborazione originale di essa da parte di ogni individuo senza però che tale originalità la renda socialmente non condivisibile. Ogni nostra opinione può essere analizzata, esaminata, discussa, accettata o rifiutata da altri anche se nessuno l’ha elaborata nello stesso modo in cui la abbiamo elaborata noi. 

Potremmo dire che le conoscenze individuali riguardino più la facoltà di atteggiarsi rispetto a processi (naturali o sociali) su cui non si ha influenza (da cui la filosofia) e che vengono imposte da una classe improduttiva a classi produttive come ideologia consolatoria e giustificatoria, mentre le conoscenze collettive sono quelle che si diffondono e si sistematizzano in quanto capaci di trasformare il contesto naturale o sociale e sono potenzialmente utilizzabili anche dalle altre classi sociali. 

Il contenuto delle conoscenze individuali deve avere qualcosa in comune perché diventi condivisibile (e qui il pensiero va al logos di Eraclito, a Platone e Aristotele). Tuttavia la condivisione di un sapere che vale per gli individui (e vale per ogni individuo) è cosa diversa da un sapere collettivo vero e proprio, ovvero da un sapere che si consolida e si elabora collettivamente, come quello scientifico, ma soprattutto come quello attinente alla politica che potrebbe essere la rivoluzione epistemologica che avverrà con la transizione al socialismo. 

Il fatto che il sapere si materializzi nelle forze di produzione non implica che queste forze di produzione siano di classe. Può darsi che non tutto il sapere capitalistico sia appannaggio di una sola classe (parte di esso potrebbe essere ereditato dalla classe successiva). Può darsi che l’uso delle forze di produzione sia di classe ma non le forze di produzione stesse. Rimane cioè uno spazio grande di approfondimento e di discussione. Inoltre se i mezzi di produzione incorporano conoscenza perché non lo potrebbero fare tutte le merci? In questo caso cosa succede? Allora nessuna merce in linea di principio sarebbe neutra dal punto di vista della classe? Le armi sono una merce solo capitalistica? Cucchiai e forchette? Da un lato bisogna fare attenzione all’entusiasmo eccessivo di Lenin per l’elettrificazione, dall’altro bisogna fare altrettanta attenzione a considerare tutta la tecnologia sin qui prodotta come parto del diavolo. La tecnologia e la scienza che essa presuppone vanno studiate al loro interno, nella loro genesi e nella loro struttura, nei loro rischi e nelle loro possibilità. Anche qui il dualismo sereno e schematico dovrebbe svanire per fare posto all’inquietudine e alla concretezza dell’ambivalenza. Il problema per il marxista è in quale rapporto di produzione la tecnologia si concretizza, quali possono essere le direzioni che la tecnologia prende dati diversi modi di produzione e a quali ideologie può pervenire l’analisi borghese della scienza e della tecnologia. 

Ridurre la realtà oggettiva a quella antropizzata pare limitante. Anche la realtà naturale è una fonte di conoscenza e di informazione attraverso i rapporti di causalità al suo interno. Inoltre il possesso degli istituti e più in generale del supporto fisico della conoscenza non implica che il capitale sappia le implicazioni di questa conoscenza e sappia il rapporto esistente tra i mezzi impiegati e la conoscenza che vorrebbe far usare. Bisogna a questo proposito domandarsi: la cultura critica che demistifica l’ideologia capitalista è ben conosciuta anche dai capitalisti stessi oppure essa smaschera anche quello che i capitalisti credono in perfetta buona fede? I capitalisti hanno il livello di consapevolezza di coloro che li smascherano? 

Ciò però presupporrebbe sempre che il capitale conosca tutte le implicazioni delle conoscenze che promuove. In realtà, se da un lato esso promuove le conoscenze più utili al profitto, al tempo stesso esso genera conoscenze che gli si ritorceranno contro. Inoltre, bisogna comunque considerare la resistenza dei lavoratori della conoscenza, resistenza che da un lato si volge al mantenimento di privilegi corporativi e alla perpetuazione di forme comunque desuete di sapere, dall’altro prepara la ricerca di strumenti più adatti ad un passaggio d’epoca. La lotta per il sapere disinteressato se da un lato è la resistenza di forme idealistiche di strategie cognitive, dall’altro è la consapevolezza della necessità di pianificare la formazione per il lungo periodo e quindi la difficoltà di subordinare la produzione e la formazione intellettuale per obiettivi a breve. 

Possiamo dire che il capitale incaricherebbe gli intellettuali organici del capitale di promuovere la conoscenza funzionale al profitto e questi lavorerebbero in questo senso perché sono convinti che il capitale sia il migliore dei sistemi? In realtà i lavoratori della conoscenza perseguono i loro interessi materiali e dunque si rendono disponibili a chi li paga. Poiché gli Stati sono datori di lavoro (per altri motivi) dei lavoratori della conoscenza questi non obbediscono solo alle imprese capitalistiche. Spesso essi approfittano del fatto che il loro datore di lavoro non conosce la materia per sviluppare anche ricerche che li interessano soggettivamente e fanno in modo da rispettare i contratti con i loro committenti in modo da avere tempo per dedicarsi ad altro. Spesso essi usano la dissimulazione per non subordinarsi troppo al committente. Infine, e questo è l’argomento decisivo, nemmeno essi conoscono tutte le implicazioni cognitive e pratiche di quello che pensano, progettano e realizzano. Dunque nemmeno essi sono in grado di costituire una conoscenza completamente asservita. 

La conoscenza se può essere usata come strumento di dominio può anche essere utilizzata per l’emancipazione, nei limiti possibili all’interno del modo di produzione capitalistico. Mentre il prodotto materiale è un oggetto individuale e dunque una volta che il capitale se ne appropria esso non è più disponibile, il prodotto culturale è una sorta di struttura comune che può essere fruibile con diversi supporti e ciò lo rende meno facilmente appropriabile in maniera univoca e definitiva dal capitale. Tuttavia il capitale tenta di concentrare la conoscenza su macchine (in questo processo la teoria filosofica del funzionalismo ha un ruolo anche ideologico) e di togliere ai lavoratori l’esercizio di quelle funzioni che le macchine possono svolgere al loro posto. In questo modo il lavoratore perde l’abitudine ad applicare i prodotti mentali come mezzi di produzione per svolgere il proprio lavoro. Anche in questo caso però con una diversa organizzazione sociale si potrebbe guadagnare tempo per dedicarsi a funzioni intellettuali più alte e raffinate e lasciare dietro di sé funzioni più ripetitive (ad es. quelle legate al calcolo e alla classificazione). 

Il punto è che allo stato attuale delle cose noi abbiamo di fronte un intreccio che, per effetto della crisi, si sta di nuovo scindendo producendo però schieramenti imprevedibili e trasversali. L’ambiguità dell’intreccio è in realtà molto più difficile da districare. Bisognerebbe dire che ormai non siamo più in un regime capitalistico puro (sempre se ha senso parlare in questi termini) ma siamo già in una sorta di transizione (ciò spiegherebbe appunto l’intreccio tra due forme di razionalità). Questo sarebbe positivo, ma andrebbe spiegato in che senso e perché, invece, soggettivamente ci sentiamo ancora frustrati dagli eventi storici che si sono verificati. Inoltre che s’intende per conoscenza? Una rappresentazione vera della realtà? Qual è il ruolo della verità in questo argomento? La non neutralità della conoscenza equivale alla relatività storicista del vero? Qual è il rapporto tra conoscenza vera o falsa e la natura di classe della conoscenza? 

Infine la caratterizzazione di classe di una conoscenza è difficile. Non si può procedere in questo campo senza un approfondimento sulla natura del dibattito epistemologico presente anche in ambito borghese. Il problema a mio parere è anche quello per cui, quando una tecnologia incorpora nel mezzo di produzione un sapere che prima era applicato dal lavoro vivo, ci sia la possibilità per il lavoro vivo di occuparsi d’altro e di applicare altro sapere senza dequalificarsi (o almeno ci sia una riduzione d’orario che abbia ricadute anche creative). Pensiamo (fuori del contesto immediatamente produttivo) il ruolo delle calcolatrici: molti ragazzini alle elementari disimparano a fare le quattro operazioni. Imparano dell’altro? Dunque magari la tecnologia in sé è meno valutabile di un contesto più complessivo che comprenda invece la tecnologia utilizzata. 

Volendone vedere le potenzialità liberatorie, più la tecnologia diventa potente ed efficiente più i lavoratori si possono chiedere perché il loro lavoro sia così faticoso o stressante: perché la catena di montaggio è così veloce e noi dobbiamo adeguarci ad essa? Non possiamo rallentarla per conciliarla con le nostre necessità? Perché il team deve sviluppare la creatività e la solidarietà dei membri e queste belle cose devono essere subordinate alla massimizzazione del profitto? Perché abbiamo possibilità di curare tutte queste malattie e la possibilità di farlo viene frustrata dai brevetti? Come si vede la finalizzazione del progresso al profitto manifesta a pieno le contraddizioni nelle quali il modo di produzione capitalistico si avvolge. Si può evidenziare come la conoscenza venga subordinata al capitale ma non riteniamo si possa dimostrare che la conoscenza prodotta nella fase capitalistica abbia una struttura intrinsecamente capitalistica. Seguire invece questa convinzione potrebbe significare incamminarsi su una deriva utopistica e potenzialmente conservatrice (e subordinata al tempo senza essere in grado di anticiparlo) in quanto porterebbe a criticare in maniera indiscriminata qualsiasi progresso mentre bisogna elaborare strumenti che in qualche modo consentano di evitare sia l’entusiasmo acritico sia la paranoia reazionaria.