L’ex leader laburista Jeremy Corbyn ha condannato il suo successore, il primo ministro dimissionario Keir Starmer, di aver ancora una volta dichiarato falsamente che il partito laburista fosse “istituzionalmente antisemita” durante la sua leadership.
In una intervista Starmer ha ricordato il suo periodo alla Camera dei Comuni come leader dell’opposizione affermando che: “Avevamo appena perso le elezioni generali del 2019, che hanno quasi fatto cadere il mio partito”, ha detto. “Siamo stati trovati istituzionalmente antisemiti. Ho preso in mano il nostro partito. Ho promesso di eliminare l’antisemitismo dal mio partito e l’ho fatto”.
Rispondendo a Starmer, Jeremy Corbyn ha detto a Middle East Eye: “Il primo ministro oggi ha falsamente affermato che il Labour è stato ritenuto ‘istituzionalmente antisemita’ sotto la mia guida. Non c’è stata alcuna conclusione del genere, e Keir Starmer dovrebbe avere la decenza di correggere le sue affermazioni”.
“È la seconda volta nelle ultime settimane che avanza una falsa accusa contro il Partito Laburista sotto la mia guida (l’ultima volta riguardo a una bancarotta finanziaria inventata) per rafforzare il suo pessimo curriculum”, ha detto Corbyn.
“Rappresentazioni errate e iniziative fallite sono purtroppo parte di un modello sotto la sua guida, che ha portato al crollo del sostegno pubblico e alla fine del suo mandato da primo ministro”, ha detto il leader parlamentare della nuova formazione di sinistra “Your Party”, ribadendo che “Continuerò a fare campagna per la giustizia sociale, i diritti umani e la pace. Questo include la vera portata della complicità istituzionale di questo governo nel genocidio”.
Corbyn era stato costretto a dimettersi da leader laburista dopo aver perso le elezioni generali del 2019 contro il Partito Conservatore di Boris Johnson.
Il suo periodo alla guida del partito le varie fazioni del Labour si contendevano il controllo e settori del partito cercavano di minare la leadership di Corbyn veicolando e amplificando le accuse di antisemitismo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026
“Il mio partito Laburista non era antisemita” Corbyn dà il benservito a Starmer
09/05/2026
Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente
Le elezioni locali tenutesi in Gran Bretagna sono state un vere e proprio referendum sulla leadership del primo ministro laburista Starmer e ne hanno restituito una sua bocciatura clamorosa.
Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles. Ma hanno anche interessato i 32 distretti della Grande Londra, e una combinazione di distretti metropolitani settentrionali, consigli di contea e autorità unitarie.
I sondaggi già prima dello spoglio parlavano della perdita di migliaia di seggi per i laburisti, sia nei grandi centri che nei piccoli paesi. E i risultati hanno confermato i pronostici.
Keir Starmer nel corso del suo mandato ha proposto una politica di riarmo a tappe forzate, nonostante un deficit di bilancio che rischia di far saltare i conti e una situazione sociale nel paese in via di regressione. La sua politica filoisraeliana e la repressione contro i movimenti solidali con i palestinesi gli hanno alienato poi molti consensi nella base elettorale laburista.
La sconfitta di Starmer potrebbe essere così forte da accelerare la resa dei conti sia dentro il partito Laburista. Se a Westminster Keir Starmer ha una maggioranza di ferro, è anche vero che la resa dei conti avverrà probabilmente dentro il partito.
Gli analisti del partito Laburista parlano della perdita di quasi 2.000 seggi complessivamente. Anche se il danno potrebbe addirittura essere ben peggiore.
Infatti non c’è solo o tanto la sconfitta laburista quanto la consistente vittoria di Nigel Farage – l’uomo che volle la Brexit – e quindi degli odiati sovranisti di “Reform UK”.
“In tutta l’Inghilterra – riferisce la BBC – ‘Reform UK’ spera di trasformare la rabbia pubblica per l’immigrazione, il tenore di vita e la sfiducia nei confronti di Westminster, in potere a livello locale. Nelle città progressiste, i Verdi credono che gli elettori siano pronti a punire i laburisti da sinistra, mentre in alcune zone di Blackburn, Birmingham e della parte orientale di Londra, i candidati indipendenti continuano a capitalizzare sulla rabbia per Gaza”.
Secondo la BBC non c’è solo l’Inghilterra ma anche in Galles e Scozia, dove sono state previste ingenti perdite, che potrebbero innescare “una profonda crisi politica all’interno del Partito Laburista, dato che quest’ultimo ha potuto contare sul sostegno dei suoi elettori in queste regioni per decenni”.
Proprio in queste due componenti del Regno Unito la sfida portata al governo di Starmer è duplice, perché alle generali rivendicazioni sociali ed economiche si mischiano anche forti sentimenti di indipendenza, che affondano le loro radici in una storia millenaria.
A Edimburgo, sarà completamente rinnovato il Parlamento nazionale con i suoi 129 membri, che ha ampliato le sue funzioni con la riforma del 1999. I sondaggi dicono che lo Scottish National Party (SNP) indipendentista e socialdemocratico è in testa con il 37%. I laburisti perdono poco (circa il 3%), ma sono tallonati dai sovranisti di Reform UK. Entrambi i partiti vengono dati al 18%. Crollano decisamente i Conservatori (meno del 12%).
Anche in Galles, dove sono state ridisegnate nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento nazionale è passato da 60 a 96 deputati, gli exit poll sono catastrofici per il Labour, dato al 13,5%. In testa risultano gli autonomisti di “Plaud Cymru” con oltre il 31%, seguiti dai sovranisti di Farage, con “Reform UK” accreditato di oltre il 28%.
C’è attesa per i risultati del Your Party, il nuovo partito fondato dall’ex leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn. Il suo posizionamento verso il governo di Starmer – ma anche verso l’intero sistema politico britannico – è piuttosto chiaro: “Il sistema è truccato. Il sistema è truccato quando 4,5 milioni di bambini vivono in povertà nel sesto paese più ricco del mondo. Il sistema è truccato quando le grandi corporazioni fanno fortuna con le bollette in aumento. Il sistema è truccato quando questo governo dice che non ci sono soldi per i poveri, ma miliardi per la guerra. Risolveremo le crisi della nostra società solo con una redistribuzione di massa di ricchezza e potere”.
Vedremo se questo manifesto di sfida ha convinto settori importanti della società britannica.
Fonte
Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles. Ma hanno anche interessato i 32 distretti della Grande Londra, e una combinazione di distretti metropolitani settentrionali, consigli di contea e autorità unitarie.
I sondaggi già prima dello spoglio parlavano della perdita di migliaia di seggi per i laburisti, sia nei grandi centri che nei piccoli paesi. E i risultati hanno confermato i pronostici.
Keir Starmer nel corso del suo mandato ha proposto una politica di riarmo a tappe forzate, nonostante un deficit di bilancio che rischia di far saltare i conti e una situazione sociale nel paese in via di regressione. La sua politica filoisraeliana e la repressione contro i movimenti solidali con i palestinesi gli hanno alienato poi molti consensi nella base elettorale laburista.
La sconfitta di Starmer potrebbe essere così forte da accelerare la resa dei conti sia dentro il partito Laburista. Se a Westminster Keir Starmer ha una maggioranza di ferro, è anche vero che la resa dei conti avverrà probabilmente dentro il partito.
Gli analisti del partito Laburista parlano della perdita di quasi 2.000 seggi complessivamente. Anche se il danno potrebbe addirittura essere ben peggiore.
Infatti non c’è solo o tanto la sconfitta laburista quanto la consistente vittoria di Nigel Farage – l’uomo che volle la Brexit – e quindi degli odiati sovranisti di “Reform UK”.
“In tutta l’Inghilterra – riferisce la BBC – ‘Reform UK’ spera di trasformare la rabbia pubblica per l’immigrazione, il tenore di vita e la sfiducia nei confronti di Westminster, in potere a livello locale. Nelle città progressiste, i Verdi credono che gli elettori siano pronti a punire i laburisti da sinistra, mentre in alcune zone di Blackburn, Birmingham e della parte orientale di Londra, i candidati indipendenti continuano a capitalizzare sulla rabbia per Gaza”.
Secondo la BBC non c’è solo l’Inghilterra ma anche in Galles e Scozia, dove sono state previste ingenti perdite, che potrebbero innescare “una profonda crisi politica all’interno del Partito Laburista, dato che quest’ultimo ha potuto contare sul sostegno dei suoi elettori in queste regioni per decenni”.
Proprio in queste due componenti del Regno Unito la sfida portata al governo di Starmer è duplice, perché alle generali rivendicazioni sociali ed economiche si mischiano anche forti sentimenti di indipendenza, che affondano le loro radici in una storia millenaria.
A Edimburgo, sarà completamente rinnovato il Parlamento nazionale con i suoi 129 membri, che ha ampliato le sue funzioni con la riforma del 1999. I sondaggi dicono che lo Scottish National Party (SNP) indipendentista e socialdemocratico è in testa con il 37%. I laburisti perdono poco (circa il 3%), ma sono tallonati dai sovranisti di Reform UK. Entrambi i partiti vengono dati al 18%. Crollano decisamente i Conservatori (meno del 12%).
Anche in Galles, dove sono state ridisegnate nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento nazionale è passato da 60 a 96 deputati, gli exit poll sono catastrofici per il Labour, dato al 13,5%. In testa risultano gli autonomisti di “Plaud Cymru” con oltre il 31%, seguiti dai sovranisti di Farage, con “Reform UK” accreditato di oltre il 28%.
C’è attesa per i risultati del Your Party, il nuovo partito fondato dall’ex leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn. Il suo posizionamento verso il governo di Starmer – ma anche verso l’intero sistema politico britannico – è piuttosto chiaro: “Il sistema è truccato. Il sistema è truccato quando 4,5 milioni di bambini vivono in povertà nel sesto paese più ricco del mondo. Il sistema è truccato quando le grandi corporazioni fanno fortuna con le bollette in aumento. Il sistema è truccato quando questo governo dice che non ci sono soldi per i poveri, ma miliardi per la guerra. Risolveremo le crisi della nostra società solo con una redistribuzione di massa di ricchezza e potere”.
Vedremo se questo manifesto di sfida ha convinto settori importanti della società britannica.
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26/03/2026
La politica di Keir Starmer sulla guerra in Iran è una ricetta per la catastrofe
di Jeremy Corbyn
Nel marzo 2003, un milione di persone sono scese nelle strade di Londra per opporsi all’invasione illegale dell’Iraq. Vedendo direttamente attraverso la menzogna che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, i manifestanti hanno avvertito il governo britannico senza mezzi termini: questa azione avrebbe innescato una spirale di miseria, odio e morte.
Più di 20 anni dopo, la maggior parte delle persone ora riconosce la guerra in Iraq per quello che è stato: un errore catastrofico che ha alimentato una serie di conflitti successivi e instabilità. Il Regno Unito aveva seguito gli Stati Uniti in una guerra illegale – e più di un milione di uomini, donne e bambini iracheni ne hanno pagato il prezzo.
Purtroppo non tutti hanno imparato le lezioni dal passato. È trascorso quasi un mese da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato i loro attacchi contro l’Iran. Più di 1.400 iraniani e più di 1.000 libanesi sono stati uccisi.
Nel cercare di giustificare l’attacco, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato della necessità di eliminare “minacce imminenti da parte del regime iraniano”, le cui “attività minacciose mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo”. Ha detto che l’obiettivo era quello di assicurarsi che l’Iran “non avrà mai un’arma nucleare”. Suona familiare?
La prima vittima della guerra è la verità, quindi chiariamo i fatti: queste sono bugie che sono state spacciate per giustificare una guerra illegale e non provocata. Come ha detto il direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, nella sua lettera di dimissioni della scorsa settimana, l’Iran “non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione” ed era “chiaro che [gli Stati Uniti] hanno iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
C’è solo uno stato dotato di armi nucleari in Medio Oriente: Israele. La Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite del mese prossimo al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari sarebbe stato il luogo perfetto per chiedere la fine della corsa agli armamenti nucleari. Una soluzione diplomatica era possibile, ma gli Stati Uniti e Israele hanno scelto invece la guerra. Così facendo, hanno messo a repentaglio la sicurezza del genere umano in tutto il mondo. Così hanno fatto anche quelle nazioni che hanno deciso di dare sostegno alla loro guerra di aggressione.
Poco dopo l’inizio degli attacchi all’Iran, il primo ministro britannico Keir Starmer ha dato agli Stati Uniti il permesso di utilizzare le basi militari britanniche per gli attacchi sui siti missilistici iraniani. La scorsa settimana, il suo governo ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi britanniche per colpire i siti iraniani che prendono di mira lo stretto di Hormuz.
Il Regno Unito avrebbe potuto seguire le orme della Spagna e dire: “Non c’è modo, assolutamente no. Non saremo coinvolti in nessuna guerra illegale in alcun modo”. Invece, si è trascinato in un altro conflitto catastrofico.
Sorprendentemente, il primo ministro sostiene ancora che il governo britannico non è coinvolto – una linea che è stata rigurgitata da molti attraverso i nostri media. Dice che il Regno Unito sta permettendo ai suoi siti di essere utilizzati solo per i colpi “difensivi”. Che sciocchezza.
La realtà è che se un bombardiere decolla dalla base della Royal Air Force di Fairford e bombarda obiettivi in Iran, siamo coinvolti in quell’atto di aggressione. Se i civili muoiono, le loro famiglie smetteranno di piangere quando gli verrà detto che sono stati bombardati per “scopi difensivi”? Non importa come Starmer la veste, non può cambiare la verità: il Regno Unito è direttamente coinvolto in questa guerra.
Segnate le mie parole: questo è un errore storico che mette a repentaglio la sicurezza di tutti noi. Ecco perché, all’inizio di questo mese, ho presentato un disegno di legge alla Camera dei Comuni che richiederebbe l’approvazione parlamentare per qualsiasi coinvolgimento britannico nell’azione militare. Ciò include l’uso di basi britanniche da parte di altre nazioni.
Finora, il primo ministro si è rifiutato di approvare questo disegno di legge. Senza dibattito, nessuna discussione e nessun voto, sta trascinando la Gran Bretagna in un’altra disastrosa guerra illegale.
Proprio come con l’invasione dell’Iraq nel 2003, oggi, quelli di noi che si oppongono alla guerra contro l’Iran, sono accusati di dare soccorso a regimi e leader autoritari. Qualunque cosa si pensi dei governi di vari luoghi, non c’è alcuna base per sostenere un attacco con l'obiettivo di generare un cambio di regime. Non c’è alcun riscontro nella storia che i bombardamenti dal cielo porterebbero ai diritti umani.
A Trump non potrebbero importare di meno dei diritti umani delle persone. Che sia in Iran, Venezuela o Cuba, è interessato a una sola cosa: sequestrare risorse e controllo politico in tutto il mondo.
Se il Regno Unito si preoccupa del diritto internazionale, dovrebbe tenere testa a Trump, non piegarsi all’indietro per placarlo.
La storia degli interventi stranieri guidati dagli Stati Uniti è una storia di caos, instabilità e miseria. Di quanti altri di questi fallimenti catastrofici abbiamo bisogno prima di imparare la lezione? E cosa servirà al Regno Unito per difendere finalmente una politica estera coerente ed etica basata sul diritto internazionale, sulla sovranità e sulla pace?
Fonte
Nel marzo 2003, un milione di persone sono scese nelle strade di Londra per opporsi all’invasione illegale dell’Iraq. Vedendo direttamente attraverso la menzogna che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, i manifestanti hanno avvertito il governo britannico senza mezzi termini: questa azione avrebbe innescato una spirale di miseria, odio e morte.
Più di 20 anni dopo, la maggior parte delle persone ora riconosce la guerra in Iraq per quello che è stato: un errore catastrofico che ha alimentato una serie di conflitti successivi e instabilità. Il Regno Unito aveva seguito gli Stati Uniti in una guerra illegale – e più di un milione di uomini, donne e bambini iracheni ne hanno pagato il prezzo.
Purtroppo non tutti hanno imparato le lezioni dal passato. È trascorso quasi un mese da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato i loro attacchi contro l’Iran. Più di 1.400 iraniani e più di 1.000 libanesi sono stati uccisi.
Nel cercare di giustificare l’attacco, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato della necessità di eliminare “minacce imminenti da parte del regime iraniano”, le cui “attività minacciose mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo”. Ha detto che l’obiettivo era quello di assicurarsi che l’Iran “non avrà mai un’arma nucleare”. Suona familiare?
La prima vittima della guerra è la verità, quindi chiariamo i fatti: queste sono bugie che sono state spacciate per giustificare una guerra illegale e non provocata. Come ha detto il direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, nella sua lettera di dimissioni della scorsa settimana, l’Iran “non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione” ed era “chiaro che [gli Stati Uniti] hanno iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
C’è solo uno stato dotato di armi nucleari in Medio Oriente: Israele. La Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite del mese prossimo al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari sarebbe stato il luogo perfetto per chiedere la fine della corsa agli armamenti nucleari. Una soluzione diplomatica era possibile, ma gli Stati Uniti e Israele hanno scelto invece la guerra. Così facendo, hanno messo a repentaglio la sicurezza del genere umano in tutto il mondo. Così hanno fatto anche quelle nazioni che hanno deciso di dare sostegno alla loro guerra di aggressione.
Poco dopo l’inizio degli attacchi all’Iran, il primo ministro britannico Keir Starmer ha dato agli Stati Uniti il permesso di utilizzare le basi militari britanniche per gli attacchi sui siti missilistici iraniani. La scorsa settimana, il suo governo ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi britanniche per colpire i siti iraniani che prendono di mira lo stretto di Hormuz.
Il Regno Unito avrebbe potuto seguire le orme della Spagna e dire: “Non c’è modo, assolutamente no. Non saremo coinvolti in nessuna guerra illegale in alcun modo”. Invece, si è trascinato in un altro conflitto catastrofico.
Sorprendentemente, il primo ministro sostiene ancora che il governo britannico non è coinvolto – una linea che è stata rigurgitata da molti attraverso i nostri media. Dice che il Regno Unito sta permettendo ai suoi siti di essere utilizzati solo per i colpi “difensivi”. Che sciocchezza.
La realtà è che se un bombardiere decolla dalla base della Royal Air Force di Fairford e bombarda obiettivi in Iran, siamo coinvolti in quell’atto di aggressione. Se i civili muoiono, le loro famiglie smetteranno di piangere quando gli verrà detto che sono stati bombardati per “scopi difensivi”? Non importa come Starmer la veste, non può cambiare la verità: il Regno Unito è direttamente coinvolto in questa guerra.
Segnate le mie parole: questo è un errore storico che mette a repentaglio la sicurezza di tutti noi. Ecco perché, all’inizio di questo mese, ho presentato un disegno di legge alla Camera dei Comuni che richiederebbe l’approvazione parlamentare per qualsiasi coinvolgimento britannico nell’azione militare. Ciò include l’uso di basi britanniche da parte di altre nazioni.
Finora, il primo ministro si è rifiutato di approvare questo disegno di legge. Senza dibattito, nessuna discussione e nessun voto, sta trascinando la Gran Bretagna in un’altra disastrosa guerra illegale.
Proprio come con l’invasione dell’Iraq nel 2003, oggi, quelli di noi che si oppongono alla guerra contro l’Iran, sono accusati di dare soccorso a regimi e leader autoritari. Qualunque cosa si pensi dei governi di vari luoghi, non c’è alcuna base per sostenere un attacco con l'obiettivo di generare un cambio di regime. Non c’è alcun riscontro nella storia che i bombardamenti dal cielo porterebbero ai diritti umani.
A Trump non potrebbero importare di meno dei diritti umani delle persone. Che sia in Iran, Venezuela o Cuba, è interessato a una sola cosa: sequestrare risorse e controllo politico in tutto il mondo.
Se il Regno Unito si preoccupa del diritto internazionale, dovrebbe tenere testa a Trump, non piegarsi all’indietro per placarlo.
La storia degli interventi stranieri guidati dagli Stati Uniti è una storia di caos, instabilità e miseria. Di quanti altri di questi fallimenti catastrofici abbiamo bisogno prima di imparare la lezione? E cosa servirà al Regno Unito per difendere finalmente una politica estera coerente ed etica basata sul diritto internazionale, sulla sovranità e sulla pace?
Fonte
28/02/2026
Prime reazioni politiche internazionali all’attacco contro l’Iran. La Ue è la peggiore
In Italia c’è stata in mattinata una insulsa nota di Palazzo Chigi, dopo la riunione di governo presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “In questo momento particolarmente difficile, l’Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Nella nota si legge anche che “il Presidente del Consiglio si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Da Palazzo Chigi è emersa la preoccupazione del governo italiano, che ha riunito in videoconferenza i principali vertici istituzionali, compresi i responsabili dell’intelligence. “Non è uno scenario che ci coglie impreparati”, ha commentato il ministro Crosetto. “Ma si è aperto un nuovo fronte, e non ne sentivamo il bisogno”.
Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.
Unione Europea
Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.
“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, ha scritto su X l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas. “Ho parlato con il Ministro degli Esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L’Ue sta inoltre collaborando strettamente con i partner arabi per esplorare percorsi diplomatici. La protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità”.
In un post su X Ursula Von der Leyen, ha scritto che dopo gli attacchi congiunti di Usa e Israele sull’Iran, invita “tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. “È di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione – ha affermato la Von der Leyen – L’Unione Europea ha adottato sanzioni estese in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie rivoluzionarie e ha costantemente promosso sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata. In stretto coordinamento con gli Stati membri dell’Ue – ha concluso – adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’Unione nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.
Russia
Il Ministero degli Esteri russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran un passo sconsiderato, chiedendo un immediato ritorno alla pace. “La Russia, come prima, è pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche sulla base del diritto internazionale, del rispetto reciproco e di un equilibrio di interessi”.
In seguito alle “aggressioni degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, l‘ambasciata russa a Teheran ha chiesto ai connazionali di lasciare il Paese “qualora ne abbiano la possibilità”. In un comunicato ripreso dal canale Telegram del ministero degli Esteri, l’ambasciata chiede inoltre ai russi presenti in Iran di “mantenere la calma e non cedere al panico che alcuni cercheranno di seminare attraverso i media e i social network”.
Norvegia
Il ministro degli Esteri norvegese sostiene che gli attacchi contro l’Iran violano il diritto internazionale, e chiede una soluzione diplomatica alla crisi. “L’attacco viene descritto da Israele come un attacco preventivo, ma non è in conformità con il diritto internazionale. Un attacco preventivo richiederebbe l’esistenza di una minaccia imminente”, afferma il ministro Espen Barth Eide non menzionando però gli attacchi statunitensi.
Gran Bretagna
Il Regno Unito non ha partecipato agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Secondo il portavoce del governo, che ha parlato in una dichiarazione, Londra “non vuole vedere la situazione peggiorare e degenerare in un conflitto regionale più ampio dopo questi attacchi congiunti”.
“Abbiamo una serie di capacità difensive nella regione, che abbiamo recentemente rafforzato. Siamo pronti a proteggere i nostri interessi”, ha aggiunto, affermando che la sicurezza dei cittadini britannici nella regione è la “priorità”. “A causa di segnalati attacchi missilistici, i cittadini britannici in Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti devono cercare immediatamente riparo”, ha pubblicato il Foreign Office britannico sul suo account X.
Ben diversamente, il leader della sinistra britannica Jeremy Corbin ha dichiarato che “Gli attacchi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono illegali, ingiustificabili e ingiustificati. La pace e la diplomazia erano possibili. Invece Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra.
Questo è il comportamento degli Stati canaglia, che hanno messo a repentaglio la sicurezza dell’umanità in tutto il mondo con questo catastrofico atto di aggressione.
Il nostro governo deve condannare questa flagrante violazione del diritto internazionale e perseguire urgentemente una politica estera basata su giustizia, sovranità e pace”.
Spagna
Si barcamena con un po’ di destrezza e cerchiobottismo il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez. In un post su X ha dichiarato che la Spagna ha respinto quella che ha definito l’azione militare unilaterale condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha aggiunto che l’attacco all’Iran segna una chiara escalation che aggrava l’instabilità nella regione.
“Allo stesso modo, respingiamo le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente”, per concludere con un ecumenico “Chiediamo un immediato allentamento delle tensioni e il pieno rispetto del diritto internazionale”.
Fonte
Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.
Unione Europea
Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.
“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, ha scritto su X l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas. “Ho parlato con il Ministro degli Esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L’Ue sta inoltre collaborando strettamente con i partner arabi per esplorare percorsi diplomatici. La protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità”.
In un post su X Ursula Von der Leyen, ha scritto che dopo gli attacchi congiunti di Usa e Israele sull’Iran, invita “tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. “È di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione – ha affermato la Von der Leyen – L’Unione Europea ha adottato sanzioni estese in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie rivoluzionarie e ha costantemente promosso sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata. In stretto coordinamento con gli Stati membri dell’Ue – ha concluso – adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’Unione nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.
Russia
Il Ministero degli Esteri russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran un passo sconsiderato, chiedendo un immediato ritorno alla pace. “La Russia, come prima, è pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche sulla base del diritto internazionale, del rispetto reciproco e di un equilibrio di interessi”.
In seguito alle “aggressioni degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, l‘ambasciata russa a Teheran ha chiesto ai connazionali di lasciare il Paese “qualora ne abbiano la possibilità”. In un comunicato ripreso dal canale Telegram del ministero degli Esteri, l’ambasciata chiede inoltre ai russi presenti in Iran di “mantenere la calma e non cedere al panico che alcuni cercheranno di seminare attraverso i media e i social network”.
Norvegia
Il ministro degli Esteri norvegese sostiene che gli attacchi contro l’Iran violano il diritto internazionale, e chiede una soluzione diplomatica alla crisi. “L’attacco viene descritto da Israele come un attacco preventivo, ma non è in conformità con il diritto internazionale. Un attacco preventivo richiederebbe l’esistenza di una minaccia imminente”, afferma il ministro Espen Barth Eide non menzionando però gli attacchi statunitensi.
Gran Bretagna
Il Regno Unito non ha partecipato agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Secondo il portavoce del governo, che ha parlato in una dichiarazione, Londra “non vuole vedere la situazione peggiorare e degenerare in un conflitto regionale più ampio dopo questi attacchi congiunti”.
“Abbiamo una serie di capacità difensive nella regione, che abbiamo recentemente rafforzato. Siamo pronti a proteggere i nostri interessi”, ha aggiunto, affermando che la sicurezza dei cittadini britannici nella regione è la “priorità”. “A causa di segnalati attacchi missilistici, i cittadini britannici in Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti devono cercare immediatamente riparo”, ha pubblicato il Foreign Office britannico sul suo account X.
Ben diversamente, il leader della sinistra britannica Jeremy Corbin ha dichiarato che “Gli attacchi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono illegali, ingiustificabili e ingiustificati. La pace e la diplomazia erano possibili. Invece Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra.
Questo è il comportamento degli Stati canaglia, che hanno messo a repentaglio la sicurezza dell’umanità in tutto il mondo con questo catastrofico atto di aggressione.
Il nostro governo deve condannare questa flagrante violazione del diritto internazionale e perseguire urgentemente una politica estera basata su giustizia, sovranità e pace”.
Spagna
Si barcamena con un po’ di destrezza e cerchiobottismo il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez. In un post su X ha dichiarato che la Spagna ha respinto quella che ha definito l’azione militare unilaterale condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha aggiunto che l’attacco all’Iran segna una chiara escalation che aggrava l’instabilità nella regione.
“Allo stesso modo, respingiamo le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente”, per concludere con un ecumenico “Chiediamo un immediato allentamento delle tensioni e il pieno rispetto del diritto internazionale”.
Fonte
17/02/2026
Starmer, per conto di chi è “premier”?
Il traballante Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: “Dopo un accordo di pace sull’Ucraina, dovremo essere pronti a combattere la Russia”.
Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.
Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.
Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.
Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.
Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.
Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].
La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.
Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.
Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.
E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.
No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.
Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.
Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno.
Il Primo Ministro coltivato in laboratorio
La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.
Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.
Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.
Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.
Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.
Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.
Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.
Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.
Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.
Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.
Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.
E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.
Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra.
“Nessun altro posto dove andare”
Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.
Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.
Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.
Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.
Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.
Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.
L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.
Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia.
Tiro al bersaglio
La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.
La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.
Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.
Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.
Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.
A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.
Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.
Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.
Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.
I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.
Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.
E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.
Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio.
‘Corri il guanto di sfida’
Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.
In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.
“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.
Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?
Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.
Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.
Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.
Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.
Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari.
Le linee rosse di Corbyn
È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.
Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.
Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.
Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.
E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.
Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.
Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.
Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?
Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.
Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”?
Legami poco chiari con i miliardari
C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.
La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.
L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.
Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.
Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.
Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.
L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.
Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.
Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.
Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?
Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale .
Diffamazione
È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.
L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.
McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.
McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.
Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.
Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.
Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.
Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.
Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.
Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.
Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.
Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”.
Merce danneggiata
In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.
Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.
All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.
Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.
Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.
Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.
La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.
Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.
Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.
Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.
Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.
Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.
Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.
Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.
Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].
La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.
Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.
Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.
E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.
No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.
Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.
Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno.
Il Primo Ministro coltivato in laboratorio
La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.
Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.
Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.
Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.
Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.
Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.
Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.
Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.
Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.
Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.
Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.
E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.
Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra.
“Nessun altro posto dove andare”
Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.
Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.
Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.
Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.
Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.
Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.
L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.
Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia.
Tiro al bersaglio
La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.
La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.
Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.
Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.
Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.
A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.
Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.
Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.
Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.
I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.
Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.
E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.
Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio.
‘Corri il guanto di sfida’
Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.
In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.
“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.
Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?
Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.
Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.
Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.
Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.
Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari.
Le linee rosse di Corbyn
È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.
Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.
Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.
Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.
E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.
Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.
Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.
Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?
Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.
Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”?
Legami poco chiari con i miliardari
C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.
La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.
L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.
Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.
Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.
Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.
L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.
Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.
Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.
Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?
Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale .
Diffamazione
È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.
L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.
McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.
McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.
Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.
Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.
Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.
Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.
Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.
Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.
Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.
Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”.
Merce danneggiata
In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.
Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.
All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.
Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.
Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.
Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.
La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.
Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.
Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.
*****
La minaccia è la pace
La minaccia è la pace
Starmer si è presentato a Monaco e ha affermato che la Russia ha commesso un “errore strategico”.
Poi, nello stesso momento, ha ammesso che la Russia sta espandendo il suo esercito e la sua base industriale a una velocità vertiginosa, nel bel mezzo di una guerra.
Cos’è, Keir? Un errore... o una macchina che non riesci a fermare?
La verità è più sgradevole di entrambe le risposte. L’errore strategico non è stato il fatto che Mosca abbia frainteso l’Europa. Ma che è stata l’Europa a fraintendere Mosca.
L’Europa ha reciso la propria spina dorsale energetica. Ha svuotato la sua industria a comando e solo ora, all’ultimo minuto, cerca di riavviare un complesso militare-industriale in rovina. L’Europa si è convinta che le conferenze stampa teatrali potessero sostituire le linee di produzione e l’acciaio.
E ora Merz, con faccia seria, afferma che l’economia dell’UE è “dieci volte” quella della Russia, eppure l’Europa non è dieci volte più forte. Io lo interpreto più come una confessione dell’umiliazione dell’Europa.
Inoltre... non fingiamo che il numero 10x significhi quello che vogliono che significhi. La guerra industriale non si combatte con il PIL nominale. Si combatte con il potere d’acquisto, i costi energetici, la capacità produttiva e la capacità di mobilitazione dello Stato. Persino i burocrati della difesa a livello UE usano esplicitamente le conversioni in PPA quando confrontano i bilanci, perché chiunque sia serio sa che il prezzo di listino non equivale alla produzione reale.
E vogliono applausi per questo?
Poi Starmer fa la vera rivelazione... la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe.
Leggetelo con calma. La minaccia è la pace. Non la guerra. Non l’escalation. Non un errore di calcolo.
Pace!
Quando la pace diventa una minaccia, non stai difendendo l’Europa: la stai preparando al sacrificio finale.
Quindi, quando Starmer afferma che un accordo di pace farebbe sì che la Russia “si riarmi più velocemente”, sta dicendo a voce alta la parte nascosta: in realtà non vogliono la pace a meno che non preservi il racket della mobilitazione. La pace diventa la “minaccia” perché pone fine al canale della paura che giustifica un decennio di spese, truffe Ponzi sugli appalti e politiche di emergenza.
Ed è qui che si passa dall’ipocrisia a qualcosa di più oscuro: Starmer sta di fatto offrendo volontariamente all’Europa una posizione di escalation “fino alla fine del decennio”, fingendo che questa sia “stabilità”. Questa retorica è come camminare nel sonno verso l’abisso. Non è necessario desiderare la catastrofe per orientarsi verso di essa, basta normalizzare il linguaggio dell’inevitabilità: “essere pronti a combattere, accelerare i preparativi, risposta completa”.
E chiariamo la scala di crescita a cui si sta avvicinando.
L’Europa è indietro di generazioni nell’adozione di sistemi missilistici e d’attacco di fascia alta, che oggi definiscono la deterrenza russa. La segnalazione russa con sistemi come l’Oreshnik, un missile balistico a medio raggio utilizzato almeno due volte dal 2024, con velocità fino a Mach 11 in fase terminale e dispersione del carico utile di tipo MIRV, è un messaggio cinetico: i gradini dell’escalation esistono e sono controllati dalla Russia.
Quindi risparmiateci il cosplay morale. L’Europa non ci è inciampata. L’ha scelto, con l’autolesionismo economico, la deindustrializzazione, il sabotaggio energetico, e poi il gran finale... vendere all’opinione pubblica un futuro in cui la pace è pericolosa e la mobilitazione perpetua è “responsabile”. Questo è l’errore strategico su scala darwiniana.
Questa asimmetria non è retorica. È fisica. E alla fisica non importa niente dei discorsi di Monaco.
Quindi, quando Starmer parla di “risposte complete” e “preparazione accelerata”, non sta offrendo sicurezza agli europei. Sta offrendo un futuro in cui gli errori di calcolo diventano statisticamente inevitabili.
E questa è la parte imperdonabile. L’escalation mascherata da prudenza è un’incoscienza criminale.
E la storia è spietata con i leader che scambiano la retorica delirante per potere.
Il video.
Fonte
19/08/2025
Gran Bretagna - Zarah Sultana delinea il nuovo partito della sinistra britannica
In un’intervista con la New Left Review pubblicata pochi giorni fa, la deputata fuoruscita dal Labour Party britannico, Zarah Sultana ha ricostruito sia il suo percorso di convergenza in un nuovo partito della sinistra con Jeremy Corbin – anche lui fuoriuscito dal Labour Party ed eletto come indipendente – sia i punti di divergenza di quando Corbyn era il segretario del Labour tra il 2015 e il 2020.
Sultana nell’intervista, si è dichiarata apertamente antisionista ed ha detto che “dobbiamo costruire sui punti di forza del corbynismo – la sua energia, l’appeal di massa e l’audace piattaforma politica – e dobbiamo anche riconoscere i suoi limiti”. Ha accusato il corbynismo di aver “capitolato sulla definizione di antisemitismo dell’IHRA, che notoriamente lo equipara all’antisionismo”.
Sultana ha evitato di criticare personalmente Corbyn, ma ha mosso serie critiche contro il Labour Party quando era sotto la sua guida (sebbene fosse coinvolta nel partito in quel periodo, non è diventata deputata fino alle elezioni generali del dicembre 2019).
Ha detto di aver sentito da amici che erano stati ai vertici del Labour che si trattava in parte di “un ambiente di lavoro altamente disfunzionale con tossicità e bullismo – non da parte di Jeremy, ma da parte di alcune persone intorno a lui”.
Nell’intervista alla New Left Review Sultana ha aggiunto che il corbynismo “non ha fatto uno sforzo reale per incanalare la sua adesione di massa nel movimento operaio o nei sindacati degli inquilini, che avrebbero arricchito la base sociale del partito”. “Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, avrebbe dovuto reagire, riconoscendo che questi sono i nostri nemici di classe. Invece era spaventato e troppo conciliante”.
Corbyn, una delle figure più riconoscibili in Gran Bretagna, è stato quasi certamente il fattore più importante che ha attirato le persone verso il nuovo partito nascente. Ma Sultana sta evidentemente affermando con fermezza anche la propria figura e la propria posizione politiche.
“Imparo sempre da Jeremy e mi piace pensare che ci siano intuizioni che posso offrire anche a lui”, ha detto, sottolineando che una “co-leadership con pari poteri significherebbe che nessuno di noi è una figura simbolica”.
Sultana ha chiarito che il processo di fondazione del partito attraverso una conferenza questo autunno “non può essere guidato solo dai parlamentari”, sottolineando che cinque dei sei parlamentari indipendenti sono uomini.
“Questo non dovrebbe essere l’aspetto del nostro partito in futuro”, ha detto alla New Left Review, aggiungendo che “il comitato che sta organizzando la conferenza dovrebbe essere equilibrato dal punto di vista del genere e diversificato dal punto di vista razziale e regionale, tutti con pari interesse e diritto di voto”.
E per ribadire il punto: “Qualcosa di meno sarebbe un club per ragazzi”.
Significativamente, Sultana ha anche messo fine alle voci secondo cui il nuovo partito non sarà affatto un vero partito, ma piuttosto una sorta di federazione o movimento.
“Da quando abbiamo annunciato il partito, sono sorti anche molti gruppi locali non ufficiali, ma formalizzeremo le nostre strutture alla prossima conferenza”. “La struttura complessiva del partito deve essere unitaria, altrimenti non sarà un progetto coeso che unisce lo spettro esistente di movimenti e lotte”.
“Una federazione non sarà in grado di galvanizzare le persone o di passare all’offensiva; Potrebbe finire per essere poco più di un insieme di gruppi diversi piuttosto che un blocco potente e unito”.
Il nuovo partito mira ad essere potente e unito. Sarà istituito attraverso una “conferenza aperta e pluralistica” che romperà le “convenzioni della politica britannica”. Inoltre, è chiaramente ancorato a una più ampia visione di sinistra e anti-establishment della società.
“Non vogliamo solo l’elettoralismo, vogliamo un progetto che sia legato ai sindacati degli inquilini, all’organizzazione dei lavoratori, alla lotta per difendere il servizio sanitario nazionale dalle privatizzazioni e al movimento di solidarietà con la Palestina”.
E l’obiettivo finale? “L’obiettivo è cambiare la politica per sempre”. Nessuno può accusare gli indipendenti di puntare troppo in basso.
Fonte
Sultana nell’intervista, si è dichiarata apertamente antisionista ed ha detto che “dobbiamo costruire sui punti di forza del corbynismo – la sua energia, l’appeal di massa e l’audace piattaforma politica – e dobbiamo anche riconoscere i suoi limiti”. Ha accusato il corbynismo di aver “capitolato sulla definizione di antisemitismo dell’IHRA, che notoriamente lo equipara all’antisionismo”.
Sultana ha evitato di criticare personalmente Corbyn, ma ha mosso serie critiche contro il Labour Party quando era sotto la sua guida (sebbene fosse coinvolta nel partito in quel periodo, non è diventata deputata fino alle elezioni generali del dicembre 2019).
Ha detto di aver sentito da amici che erano stati ai vertici del Labour che si trattava in parte di “un ambiente di lavoro altamente disfunzionale con tossicità e bullismo – non da parte di Jeremy, ma da parte di alcune persone intorno a lui”.
Nell’intervista alla New Left Review Sultana ha aggiunto che il corbynismo “non ha fatto uno sforzo reale per incanalare la sua adesione di massa nel movimento operaio o nei sindacati degli inquilini, che avrebbero arricchito la base sociale del partito”. “Quando è stato attaccato dallo Stato e dai media, avrebbe dovuto reagire, riconoscendo che questi sono i nostri nemici di classe. Invece era spaventato e troppo conciliante”.
Corbyn, una delle figure più riconoscibili in Gran Bretagna, è stato quasi certamente il fattore più importante che ha attirato le persone verso il nuovo partito nascente. Ma Sultana sta evidentemente affermando con fermezza anche la propria figura e la propria posizione politiche.
“Imparo sempre da Jeremy e mi piace pensare che ci siano intuizioni che posso offrire anche a lui”, ha detto, sottolineando che una “co-leadership con pari poteri significherebbe che nessuno di noi è una figura simbolica”.
Sultana ha chiarito che il processo di fondazione del partito attraverso una conferenza questo autunno “non può essere guidato solo dai parlamentari”, sottolineando che cinque dei sei parlamentari indipendenti sono uomini.
“Questo non dovrebbe essere l’aspetto del nostro partito in futuro”, ha detto alla New Left Review, aggiungendo che “il comitato che sta organizzando la conferenza dovrebbe essere equilibrato dal punto di vista del genere e diversificato dal punto di vista razziale e regionale, tutti con pari interesse e diritto di voto”.
E per ribadire il punto: “Qualcosa di meno sarebbe un club per ragazzi”.
Significativamente, Sultana ha anche messo fine alle voci secondo cui il nuovo partito non sarà affatto un vero partito, ma piuttosto una sorta di federazione o movimento.
“Da quando abbiamo annunciato il partito, sono sorti anche molti gruppi locali non ufficiali, ma formalizzeremo le nostre strutture alla prossima conferenza”. “La struttura complessiva del partito deve essere unitaria, altrimenti non sarà un progetto coeso che unisce lo spettro esistente di movimenti e lotte”.
“Una federazione non sarà in grado di galvanizzare le persone o di passare all’offensiva; Potrebbe finire per essere poco più di un insieme di gruppi diversi piuttosto che un blocco potente e unito”.
Il nuovo partito mira ad essere potente e unito. Sarà istituito attraverso una “conferenza aperta e pluralistica” che romperà le “convenzioni della politica britannica”. Inoltre, è chiaramente ancorato a una più ampia visione di sinistra e anti-establishment della società.
“Non vogliamo solo l’elettoralismo, vogliamo un progetto che sia legato ai sindacati degli inquilini, all’organizzazione dei lavoratori, alla lotta per difendere il servizio sanitario nazionale dalle privatizzazioni e al movimento di solidarietà con la Palestina”.
E l’obiettivo finale? “L’obiettivo è cambiare la politica per sempre”. Nessuno può accusare gli indipendenti di puntare troppo in basso.
Fonte
07/08/2024
“Sfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra”
Gli arresti conseguenti alle violente mobilitazioni dell’estrema destra in Gran Bretagna sono più di 400.
E sembra solo un bilancio parziale considerando che altre iniziative sono previste per i giorni a venire, con un nuovo picco da questo giovedì.
Per sedare i disordini a sfondo razziale saranno impiegati altri 2200 agenti formati per i disordini di piazza, oltre ai 4000 già impiegati fino ad ora.
Si parla di un terzo dei 18 mila membri delle forze dell’ordine specificamente addestrati per questa funzione.
La politica del “pugno di ferro” attuata dal governo laburista da poco in carica non sembra però avere sortito gli effetti desiderati.
Sono ormai numerosi gli Stati che stanno avvertendo i propri cittadini presenti nel Regno Unito dei disordini a sfondo razziale, tra cui l’India, l’Australia, l’Indonesia, la Malesia e la Nigeria.
L’estrema destra, dopo aver sfruttato il triplice femminicidio avvenuto la scorsa settimana, ha continuato a diffondere altre informazioni non veritiere.
Ha ad esempio alimentato il mito di un doppio standard nel modus operandi della polizia: sarebbe stata più dura nei confronti delle attuali proteste e più tenera con quelle di Black Lives Matter.
A rinfocolare questa idea è stato lo stesso Nigel Farage di Reform UK, insieme ad altri personaggi legati alla galassia della destra radicale.
In questi anni sono divenuti veri e propri imprenditori politici del razzismo sullo sfondo dei disastri sociali provocati dagli esecutivi conservatori che si sono avvicendati alla guida del Paese.
Sebbene la formazione di Farage abbia ottenuto solo 4 deputati in parlamento, ha capitalizzato circa il 15% dei voti, segnale di un certo consenso tra le fasce di una parte della working class britannica che non ha identificato nei laburisti un’alternativa credibile.
Video ed immagini di persone che attaccano o cercano di attaccare strutture alberghiere dove si suppone vengano ospitati richiedenti asilo, esercizi commerciali d’immigrati presi di mira insieme alle moschee, stanno facendo il giro del mondo.
Allo stesso tempo, a questa nuova ondata xenofoba si stanno opponendo diverse realtà.
Fa un certo effetto come Elon Musk, proprietario di X, abbia lasciato utilizzare il proprio canale per lasciare prosperare l’ondata di odio grazie a esponenti di spicco dell’estrema destra e abbia affermato sul suo account che: “la guerra civile è inevitabile”.
Abbiamo deciso di tradurre e pubblicare questo intervento dell’ex leader del Labour – Jeremy Corbyn – eletto come indipendente alle ultime elezioni politiche.
E sembra solo un bilancio parziale considerando che altre iniziative sono previste per i giorni a venire, con un nuovo picco da questo giovedì.
Per sedare i disordini a sfondo razziale saranno impiegati altri 2200 agenti formati per i disordini di piazza, oltre ai 4000 già impiegati fino ad ora.
Si parla di un terzo dei 18 mila membri delle forze dell’ordine specificamente addestrati per questa funzione.
La politica del “pugno di ferro” attuata dal governo laburista da poco in carica non sembra però avere sortito gli effetti desiderati.
Sono ormai numerosi gli Stati che stanno avvertendo i propri cittadini presenti nel Regno Unito dei disordini a sfondo razziale, tra cui l’India, l’Australia, l’Indonesia, la Malesia e la Nigeria.
L’estrema destra, dopo aver sfruttato il triplice femminicidio avvenuto la scorsa settimana, ha continuato a diffondere altre informazioni non veritiere.
Ha ad esempio alimentato il mito di un doppio standard nel modus operandi della polizia: sarebbe stata più dura nei confronti delle attuali proteste e più tenera con quelle di Black Lives Matter.
A rinfocolare questa idea è stato lo stesso Nigel Farage di Reform UK, insieme ad altri personaggi legati alla galassia della destra radicale.
In questi anni sono divenuti veri e propri imprenditori politici del razzismo sullo sfondo dei disastri sociali provocati dagli esecutivi conservatori che si sono avvicendati alla guida del Paese.
Sebbene la formazione di Farage abbia ottenuto solo 4 deputati in parlamento, ha capitalizzato circa il 15% dei voti, segnale di un certo consenso tra le fasce di una parte della working class britannica che non ha identificato nei laburisti un’alternativa credibile.
Video ed immagini di persone che attaccano o cercano di attaccare strutture alberghiere dove si suppone vengano ospitati richiedenti asilo, esercizi commerciali d’immigrati presi di mira insieme alle moschee, stanno facendo il giro del mondo.
Allo stesso tempo, a questa nuova ondata xenofoba si stanno opponendo diverse realtà.
Fa un certo effetto come Elon Musk, proprietario di X, abbia lasciato utilizzare il proprio canale per lasciare prosperare l’ondata di odio grazie a esponenti di spicco dell’estrema destra e abbia affermato sul suo account che: “la guerra civile è inevitabile”.
Abbiamo deciso di tradurre e pubblicare questo intervento dell’ex leader del Labour – Jeremy Corbyn – eletto come indipendente alle ultime elezioni politiche.
FonteSfidare il razzismo, stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra
I migranti e i rifugiati non sono responsabili dei mali della Gran Bretagna: un messaggio che dobbiamo trasmettere con assoluta chiarezza, afferma il deputato JEREMY CORBYN.
La settimana scorsa, a Southport, si è consumato un orrendo omicidio: tre bambine sono state brutalmente colpite a morte in un violento attacco con il coltello. Ciò che ne è seguito ha mostrato sia il meglio che il peggio della società.
Il meglio è stato il sostegno alle famiglie in lutto delle bambine. Il peggio è stato l’attacco delle forze di estrema destra alla moschea di Southport, a un hotel che ospitava rifugiati a Rotherham e a imprese gestite da musulmani in tutto il Paese.
Questi attacchi di estrema destra contro la comunità musulmana riecheggiano le tattiche dei nazisti contro gli ebrei, i negozi e le aziende in Germania negli anni Trenta.
In entrambi gli scenari, l’estrema destra usa la violenza contro le minoranze e le incolpa della povertà, della carenza di alloggi e della pressione sui servizi sanitari e scolastici.
Il rafforzamento della destra razzista è derivato dal crescente uso di un linguaggio anti-migranti da parte di politici apparentemente mainstream, che sostengono che i disperati che attraversano la Manica su fragili imbarcazioni sono una “forza d’invasione”.
Le stesse voci sembrano incapaci o non disposte a riconoscere che le guerre causano i flussi di rifugiati, e che gli immigrati che si sono stabiliti in Gran Bretagna lavorano instancabilmente per cercare di far funzionare i servizi sotto-finanziati.
Allo stesso tempo, stiamo assistendo a una strategia economica ereditata dai conservatori, la quale aumenta l’enorme divario di ricchezza nella nostra società, perpetua l’austerità e ignora la disperata povertà di tanti bambini.
La risposta della sinistra deve essere quella di stare dalla parte delle vittime del terrore dell’estrema destra, sfidare il razzismo dell’estrema destra e chiedere al governo di affrontare i problemi comuni di tutte le comunità: la crisi degli alloggi, l’istruzione fatiscente e il collasso del nostro servizio sanitario nazionale.
Invece di perpetuare la povertà di tanti bambini negando i sussidi dal terzo figlio nelle famiglie, o di ‘risparmiare’ denaro togliendo il pagamento del combustibile invernale a molti anziani, il governo deve affrontare le questioni della disuguaglianza e dell’avidità.
I migranti e i rifugiati non sono responsabili degli affitti non regolamentati, della privatizzazione dilagante del nostro servizio sanitario o dei livelli osceni di ricchezza dei più ricchi della nostra società.
Se non si affrontano gli enormi bisogni sociali dei più poveri della nostra società, gli osceni attacchi alla comunità musulmana e ai rifugiati porteranno a un ulteriore spostamento verso l’estrema destra.
La retorica anti-migranti non è la risposta giusta per assecondarli. Abbiamo invece bisogno di solidarietà immediata e pubblica con le vittime.
Dobbiamo riconoscere che l’incapacità di affrontare i bisogni economici delle persone è un terreno fertile su cui possono crescere i semi del fascismo. Dobbiamo offrire un messaggio di speranza attorno al quale tutte le comunità possano unirsi.
13/07/2024
Se in Europa torna la sinistra di sinistra
Il livore dei mass media e dei politici liberaldemocratici e del cosiddetto riformismo contro Mélenchon per il suo risultato in Francia è pari alla gioia con cui hanno accolto la vittoria di Starmer in Gran Bretagna.
Trascuriamo la parte giocata dai sistemi elettorali, quelli che hanno fatto sì che in Gran Bretagna i laburisti raggiungessero una maggioranza schiacciante di seggi con una percentuale di voti inferiore a quella ottenuta da Le Pen in Francia. Mentre la destra italiana, che si lamenta del sistema francese, è al governo proprio per il sistema elettorale italiano voluto dal PD.
La sostanza è che il Labour neoblairiano, cioè seguace di quel Tony Blair che dovrebbe essere sotto processo internazionale per guerra di aggressione, viene da noi presentato come la sola sinistra utile a sconfiggere davvero la destra; mentre ci si augura la rottura del Fronte Popolare con la France Insoumise posta ai margini, per realizzare anche in Francia una maggioranza riformista come quella britannica. Viceversa un governo del Fronte Popolare viene considerato peggiore di uno guidato da Le Pen.
Praticamente i commenti della élite italiana e dei suoi giornali echeggiano un vecchio terribile motto della classe dominante francese negli anni trenta del secolo scorso: meglio Hitler del Fronte popolare.
Il quotidiano La Repubblica è stato in prima fila nel rilanciare questa rinnovata scelta del male minore a destra, nel nome della lotta all’antisemitismo, di cui è stato accusato Mélenchon per le posizioni assunte a favore della Palestina e contro il genocidio israeliano, ma anche per l’antirazzismo, per l’anticolonialismo e il ripudio totale dell’islamofobia, vero antisemitismo del ventunesimo secolo.
Prima del secondo turno francese La Repubblica ha dato grande risalto alla presa di posizione dell’intellettuale liberal conservatore Finkielkraut, che aveva dichiarato di preferire Le Pen a Mélenchon. Lo stesso quotidiano aveva definito nei suoi titoli come antisemita LFI. Poi dopo il voto addirittura hanno scritto che la comunità ebraica era in angoscia per il risultato del Fronte Popolare.
L’accusa di antisemitismo contro la sinistra che sta con la Palestina ha unito liberal democratici reazionari e neofascisti, anzi ha legittimato questi ultimi. Le Pen ha fatto della lotta all’antisemitismo la sua prima bandiera e ha definito Mélenchon esattamente come il quotidiano romano della famiglia Elkann Agnelli. Persino Salvini avrebbe potuto usare La Repubblica per sostenere Le Pen.
Però la maggioranza del popolo francese non si è fatta imbrogliare da questi ultimi lasciti dello spirito di Vichy e, mentre Macron faceva cene con Bardella e Le Pen per trovare un accordo di coabitazione, ha votato contro l’estrema destra.
Invece in Gran Bretagna l’imbroglio ha funzionato.
Jeremy Corbyn nelle passate elezioni aveva ottenuto più voti di Starmer, ma aveva di fronte un partito conservatore più forte, non ancora entrato nella crisi attuale. Se avesse mantenuto la leadership del Labour, oggi che i conservatori sono crollati, Corbyn guiderebbe un governo britannico di vera sinistra. Per evitare questo l’establishment britannico, con il sostegno dalla peggiore destra filo israeliana, ha organizzato un golpe interno al Labour estromettendo Corbyn con la solita accusa di antisemismo.
Oramai è chiaro che questa accusa non solo serve a coprire il sostegno al genocidio israeliano, ma viene usata in Europa per selezionare una classe politica disposta alla guerra, all’economia di guerra e alle politiche liberiste di austerità.
Contro il programma economico del Fronte Popolare di Mélenchon sono stati lanciati ancora più anatemi che sulla sua posizione sulla Palestina. La tassazione dei ricchi, la pensione a 60 anni cancellando la controriforma di Macron, il salario minimo a 1600 euro mensili netti sono stati considerati follie. Eppure queste non sono certo misure rivoluzionarie, ma semplicemente riforme di giustizia dopo anni di distruzione dei diritti sociali nel nome della competitività e dell’austerità.
In Francia contro Macron ci sono stati giganteschi scioperi ed una mobilitazione di massa di settimane. Il programma del Fronte Popolare è semplicemente una risposta positiva a quelle lotte. Ma l’Europa liberaldemocratica è proprio questo che non vuole: che si diano risposte positive alle lotte sociali. L’Europa liberista attuale nasce dalla sconfitta del movimento operaio e della sinistra che lo rappresentava ed è disposta a qualsiasi cosa purché non si torni alla giustizia sociale.
La reazione contro il programma del Fronte Popolare accomuna i reazionari e i liberali, che anche se confliggono per i voti, sono sempre più vicini sulle questioni di fondo.
Il rifiuto della guerra e del militarismo della NATO, il sostegno alla Palestina, l’eguaglianza sociale sono oggi incompatibili con il sistema di governo europeo. Quel sistema che si prepara a rieleggere a capo della Commissione UE Ursula von der Leyen, reazionaria, guerrafondaia e complice di Netanyahu.
La sinistra ammessa nel palazzo è quella che sta con la “maggioranza Ursula” e anche la destra viene sempre più selezionata sulla base dello stesso criterio. La maggioranza Ursula, liberale nella forma, reazionaria nella sostanza, è ciò che le élite considerano il meglio per se stesse in Europa.
Macron pensava di melonizzare Le Pen, facendola governare in ossequio alla NATO e all’austerità UE, ma gli elettori hanno deciso diversamente.
Anche in Gran Bretagna il successo del liberismo non è stato perfetto, perché Corbyn è stato rieletto in Parlamento, sconfiggendo sia i laburisti che i conservatori. Anche lì qualcosa è andato storto.
Nonostante trent’anni di politiche e dominio ideologico a senso unico, qua e là in Europa sta risorgendo una sinistra di sinistra. Lor signori non ci sono più abituati e vanno in confusione e rabbia. È solo l’inizio, ma è un segnale per il futuro. Un segnale che prima o poi si sentirà anche in Italia e allora sembreranno davvero ben misera cosa le alchimie dei campi, larghi nelle alleanze e ancora di più nei principi.
Fonte
Trascuriamo la parte giocata dai sistemi elettorali, quelli che hanno fatto sì che in Gran Bretagna i laburisti raggiungessero una maggioranza schiacciante di seggi con una percentuale di voti inferiore a quella ottenuta da Le Pen in Francia. Mentre la destra italiana, che si lamenta del sistema francese, è al governo proprio per il sistema elettorale italiano voluto dal PD.
La sostanza è che il Labour neoblairiano, cioè seguace di quel Tony Blair che dovrebbe essere sotto processo internazionale per guerra di aggressione, viene da noi presentato come la sola sinistra utile a sconfiggere davvero la destra; mentre ci si augura la rottura del Fronte Popolare con la France Insoumise posta ai margini, per realizzare anche in Francia una maggioranza riformista come quella britannica. Viceversa un governo del Fronte Popolare viene considerato peggiore di uno guidato da Le Pen.
Praticamente i commenti della élite italiana e dei suoi giornali echeggiano un vecchio terribile motto della classe dominante francese negli anni trenta del secolo scorso: meglio Hitler del Fronte popolare.
Il quotidiano La Repubblica è stato in prima fila nel rilanciare questa rinnovata scelta del male minore a destra, nel nome della lotta all’antisemitismo, di cui è stato accusato Mélenchon per le posizioni assunte a favore della Palestina e contro il genocidio israeliano, ma anche per l’antirazzismo, per l’anticolonialismo e il ripudio totale dell’islamofobia, vero antisemitismo del ventunesimo secolo.
Prima del secondo turno francese La Repubblica ha dato grande risalto alla presa di posizione dell’intellettuale liberal conservatore Finkielkraut, che aveva dichiarato di preferire Le Pen a Mélenchon. Lo stesso quotidiano aveva definito nei suoi titoli come antisemita LFI. Poi dopo il voto addirittura hanno scritto che la comunità ebraica era in angoscia per il risultato del Fronte Popolare.
L’accusa di antisemitismo contro la sinistra che sta con la Palestina ha unito liberal democratici reazionari e neofascisti, anzi ha legittimato questi ultimi. Le Pen ha fatto della lotta all’antisemitismo la sua prima bandiera e ha definito Mélenchon esattamente come il quotidiano romano della famiglia Elkann Agnelli. Persino Salvini avrebbe potuto usare La Repubblica per sostenere Le Pen.
Però la maggioranza del popolo francese non si è fatta imbrogliare da questi ultimi lasciti dello spirito di Vichy e, mentre Macron faceva cene con Bardella e Le Pen per trovare un accordo di coabitazione, ha votato contro l’estrema destra.
Invece in Gran Bretagna l’imbroglio ha funzionato.
Jeremy Corbyn nelle passate elezioni aveva ottenuto più voti di Starmer, ma aveva di fronte un partito conservatore più forte, non ancora entrato nella crisi attuale. Se avesse mantenuto la leadership del Labour, oggi che i conservatori sono crollati, Corbyn guiderebbe un governo britannico di vera sinistra. Per evitare questo l’establishment britannico, con il sostegno dalla peggiore destra filo israeliana, ha organizzato un golpe interno al Labour estromettendo Corbyn con la solita accusa di antisemismo.
Oramai è chiaro che questa accusa non solo serve a coprire il sostegno al genocidio israeliano, ma viene usata in Europa per selezionare una classe politica disposta alla guerra, all’economia di guerra e alle politiche liberiste di austerità.
Contro il programma economico del Fronte Popolare di Mélenchon sono stati lanciati ancora più anatemi che sulla sua posizione sulla Palestina. La tassazione dei ricchi, la pensione a 60 anni cancellando la controriforma di Macron, il salario minimo a 1600 euro mensili netti sono stati considerati follie. Eppure queste non sono certo misure rivoluzionarie, ma semplicemente riforme di giustizia dopo anni di distruzione dei diritti sociali nel nome della competitività e dell’austerità.
In Francia contro Macron ci sono stati giganteschi scioperi ed una mobilitazione di massa di settimane. Il programma del Fronte Popolare è semplicemente una risposta positiva a quelle lotte. Ma l’Europa liberaldemocratica è proprio questo che non vuole: che si diano risposte positive alle lotte sociali. L’Europa liberista attuale nasce dalla sconfitta del movimento operaio e della sinistra che lo rappresentava ed è disposta a qualsiasi cosa purché non si torni alla giustizia sociale.
La reazione contro il programma del Fronte Popolare accomuna i reazionari e i liberali, che anche se confliggono per i voti, sono sempre più vicini sulle questioni di fondo.
Il rifiuto della guerra e del militarismo della NATO, il sostegno alla Palestina, l’eguaglianza sociale sono oggi incompatibili con il sistema di governo europeo. Quel sistema che si prepara a rieleggere a capo della Commissione UE Ursula von der Leyen, reazionaria, guerrafondaia e complice di Netanyahu.
La sinistra ammessa nel palazzo è quella che sta con la “maggioranza Ursula” e anche la destra viene sempre più selezionata sulla base dello stesso criterio. La maggioranza Ursula, liberale nella forma, reazionaria nella sostanza, è ciò che le élite considerano il meglio per se stesse in Europa.
Macron pensava di melonizzare Le Pen, facendola governare in ossequio alla NATO e all’austerità UE, ma gli elettori hanno deciso diversamente.
Anche in Gran Bretagna il successo del liberismo non è stato perfetto, perché Corbyn è stato rieletto in Parlamento, sconfiggendo sia i laburisti che i conservatori. Anche lì qualcosa è andato storto.
Nonostante trent’anni di politiche e dominio ideologico a senso unico, qua e là in Europa sta risorgendo una sinistra di sinistra. Lor signori non ci sono più abituati e vanno in confusione e rabbia. È solo l’inizio, ma è un segnale per il futuro. Un segnale che prima o poi si sentirà anche in Italia e allora sembreranno davvero ben misera cosa le alchimie dei campi, larghi nelle alleanze e ancora di più nei principi.
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08/07/2024
Ancora un Blair? No grazie, meglio Corbyn
Leggendo i commenti del mondo liberal-democratico italiano si ha la sensazione che la vittoria di Starmer alle elezioni britanniche sia stata prima di tutto contro la sinistra e poi, un po’ per sbaglio, anche contro la destra. È il riformismo occidentale che vince, perde la sinistra ancorata al socialismo, al pubblico, alla pace, una sinistra che oggi è diventata anche antisemita. Questo il delirio dominante, che si basa su un assioma: il Labour di Starmer ha vinto, mentre quello di Corbyn aveva perso, quindi la sinistra, se vuole ancora vincere, deve diventare come Starmer e rinunciare a qualsiasi contatto con il mondo di Corbyn.
Jeremy Corbyn era il leader del Labour prima di essere estromesso dal ritorno al comando dei seguaci di Tony Blair, il premier britannico che, se ci fosse giustizia internazionale, oggi sarebbe sotto processo per crimini di guerra e strage. I blairiani di Starmer avevano accusato Corbyn di antisemitismo per il suo sostegno alla causa palestinese, con il sostegno di una potente campagna mediatica e di tutto il sistema di potere finanziario e militare.
Ora ci viene spiegato che Corbyn perdeva e Starmer stravince.
In realtà il Labour di Corbyn era arrivato a raccogliere 12 milioni di voti, 2 in più di quelli ricevuti ora da Starmer, ma allora il partito conservatore era in forze e aveva prevalso.
Oggi i conservatori sono crollati, hanno perso milioni di voti a favore dell’estrema destra di Nigel Farage, tutti il voto britannico si è articolato e frantumato, e questo ha immensamente favorito i laburisti. Che con il 33% dei voti, la percentuale raccolta da Le Pen al primo turno francese, ha ottenuti il 63% dei seggi. Il sistema elettorale britannico, con il collegio uninominale dove il primo vince anche se non ha la maggioranza, ha permesso al Labour un risultato da sogno.
Un risultato che sicuramente avrebbe ottenuto anche Corbyn, perché il crollo dei conservatori è dovuto ad un crisi totale sia di leadership, Sunak era inviso anche al suo elettorato, sia di proposta politica. Dopo la Brexit i conservatori non han più saputo che fare, divisi tra chi l’ha voluta e chi l’ha combattuta, con il paese in crescente crisi economica e sociale. La scelta guerrafondaia, con il sostegno fanatico all’escalation militare contro la Russia, e la collaborazione totale con Netanyahu, il razzismo di stato contro i migranti, con l’accordo di deportazione in Ruanda dei clandestini, sono stati anche strumenti per costruire consenso. Ma non hanno funzionato.
Pertanto la decisione dell’establishment del Labour e del paese di far fuori Corbyn è arrivata appena in tempo per evitare che un vero governo di sinistra succedesse alla crisi dei conservatori. Starmer garantisce continuità nella guerra e nella NATO, nella complicità con il genocidio israeliano a Gaza, e soprattutto nelle politiche liberiste a favore dei ricchi che hanno fatto la fortuna, anche personale, di Tony Blair. Sì qualche misura di facciata Starmer sarà costretto a prenderla, ma non certo in modo da tale da danneggiare l’élite che lo ha scelto per sostituire i sempre più impresentabili conservatori.
Ma questo ritorno fuori tempo massimo del blairismo non ha alcun futuro. Il mondo è profondamente cambiato da quando le classi dirigenti occidentali potevano dare un’immagine di progresso a politiche economiche liberiste, mentre facevano guerre per esportare la democrazia. Quelle politiche di finta sinistra di Blair, Clinton e anche Prodi sono finite nella rinascita della peggiore destra, riproporle oggi sarebbe solo fare un favore ancora più grande ad essa.
Oggi la democrazia è in crisi in Occidente ed in Europa, la guerra contro la Russia e l’economia di guerra stanno distruggendo ogni stabilità sociale, il sostegno ad Israele ha provocato una rottura con giovani e studenti, i sistemi politici sono sempre più escludenti. E di fronte a tutto questo la risposta sarebbe il ritorno al blairismo? Come se in Italia l’alternativa a Meloni potesse essere Renzi.
La vittoria in Gran Bretagna di Starmer, che già conferma il 90% delle politica interna dei conservatori e il 100% di quella estera e di guerra, non è l’apertura di una nuova stagione riformista, ma un ulteriore sviluppo della crisi attuali delle politiche dell’Occidente liberista. Finita l’euforia e messi di fronte problemi e alle scelte reali, i laburisti rischieranno di raggiungere rapidamente i conservatori nella crisi di rappresentanza.
E qui c’è un fatto significativo, ovviamente cancellato dalla narrazione dominante sulla sinistra che vince quando fa la destra: Corbyn ha vinto. Sì nel suo collegio di Islington nella periferia di Londra, l’ex leader laburista è stato eletto battendo sia il candidato ufficiale Labour che quello conservatore. E i voti che ha preso Corbyn per rientrare a Westminster sono di più di quelli raccolti da Starmer per la sua personale rielezione.
È un bel segnale che riecheggia e porta nel palazzo le gigantesche manifestazioni per la Palestina, gli scioperi contro i tagli sociali, il rifiuto della guerra e del riarmo. Sentiremo Corbyn in Parlamento e tanto popolo nel paese dire una verità che il nostro sistema in crisi fa finta di non sapere: ma davvero volete tornare a Blair? No grazie.
Fonte
Jeremy Corbyn era il leader del Labour prima di essere estromesso dal ritorno al comando dei seguaci di Tony Blair, il premier britannico che, se ci fosse giustizia internazionale, oggi sarebbe sotto processo per crimini di guerra e strage. I blairiani di Starmer avevano accusato Corbyn di antisemitismo per il suo sostegno alla causa palestinese, con il sostegno di una potente campagna mediatica e di tutto il sistema di potere finanziario e militare.
Ora ci viene spiegato che Corbyn perdeva e Starmer stravince.
In realtà il Labour di Corbyn era arrivato a raccogliere 12 milioni di voti, 2 in più di quelli ricevuti ora da Starmer, ma allora il partito conservatore era in forze e aveva prevalso.
Oggi i conservatori sono crollati, hanno perso milioni di voti a favore dell’estrema destra di Nigel Farage, tutti il voto britannico si è articolato e frantumato, e questo ha immensamente favorito i laburisti. Che con il 33% dei voti, la percentuale raccolta da Le Pen al primo turno francese, ha ottenuti il 63% dei seggi. Il sistema elettorale britannico, con il collegio uninominale dove il primo vince anche se non ha la maggioranza, ha permesso al Labour un risultato da sogno.
Un risultato che sicuramente avrebbe ottenuto anche Corbyn, perché il crollo dei conservatori è dovuto ad un crisi totale sia di leadership, Sunak era inviso anche al suo elettorato, sia di proposta politica. Dopo la Brexit i conservatori non han più saputo che fare, divisi tra chi l’ha voluta e chi l’ha combattuta, con il paese in crescente crisi economica e sociale. La scelta guerrafondaia, con il sostegno fanatico all’escalation militare contro la Russia, e la collaborazione totale con Netanyahu, il razzismo di stato contro i migranti, con l’accordo di deportazione in Ruanda dei clandestini, sono stati anche strumenti per costruire consenso. Ma non hanno funzionato.
Pertanto la decisione dell’establishment del Labour e del paese di far fuori Corbyn è arrivata appena in tempo per evitare che un vero governo di sinistra succedesse alla crisi dei conservatori. Starmer garantisce continuità nella guerra e nella NATO, nella complicità con il genocidio israeliano a Gaza, e soprattutto nelle politiche liberiste a favore dei ricchi che hanno fatto la fortuna, anche personale, di Tony Blair. Sì qualche misura di facciata Starmer sarà costretto a prenderla, ma non certo in modo da tale da danneggiare l’élite che lo ha scelto per sostituire i sempre più impresentabili conservatori.
Ma questo ritorno fuori tempo massimo del blairismo non ha alcun futuro. Il mondo è profondamente cambiato da quando le classi dirigenti occidentali potevano dare un’immagine di progresso a politiche economiche liberiste, mentre facevano guerre per esportare la democrazia. Quelle politiche di finta sinistra di Blair, Clinton e anche Prodi sono finite nella rinascita della peggiore destra, riproporle oggi sarebbe solo fare un favore ancora più grande ad essa.
Oggi la democrazia è in crisi in Occidente ed in Europa, la guerra contro la Russia e l’economia di guerra stanno distruggendo ogni stabilità sociale, il sostegno ad Israele ha provocato una rottura con giovani e studenti, i sistemi politici sono sempre più escludenti. E di fronte a tutto questo la risposta sarebbe il ritorno al blairismo? Come se in Italia l’alternativa a Meloni potesse essere Renzi.
La vittoria in Gran Bretagna di Starmer, che già conferma il 90% delle politica interna dei conservatori e il 100% di quella estera e di guerra, non è l’apertura di una nuova stagione riformista, ma un ulteriore sviluppo della crisi attuali delle politiche dell’Occidente liberista. Finita l’euforia e messi di fronte problemi e alle scelte reali, i laburisti rischieranno di raggiungere rapidamente i conservatori nella crisi di rappresentanza.
E qui c’è un fatto significativo, ovviamente cancellato dalla narrazione dominante sulla sinistra che vince quando fa la destra: Corbyn ha vinto. Sì nel suo collegio di Islington nella periferia di Londra, l’ex leader laburista è stato eletto battendo sia il candidato ufficiale Labour che quello conservatore. E i voti che ha preso Corbyn per rientrare a Westminster sono di più di quelli raccolti da Starmer per la sua personale rielezione.
È un bel segnale che riecheggia e porta nel palazzo le gigantesche manifestazioni per la Palestina, gli scioperi contro i tagli sociali, il rifiuto della guerra e del riarmo. Sentiremo Corbyn in Parlamento e tanto popolo nel paese dire una verità che il nostro sistema in crisi fa finta di non sapere: ma davvero volete tornare a Blair? No grazie.
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10/08/2023
La sinistra in Europa sotto il tiro dei sionisti, ma l’Italia non c’è
Un rapporto diffuso dalla famigerata Anti Defamation League e da quattro associazioni partner europee, getta definitivamente la maschera sul carattere reazionario delle organizzazioni sioniste.
Secondo questo rapporto, in Europa l’antisemitismo sta crescendo nei partiti e nelle correnti politiche della sinistra radicale, dai quali viene “normalizzato”, in particolare sotto forma di antisionismo.
La ricerca, rilanciata da diverse testate israeliane, tra cui The Times of Israel, rovescia la storia e la verità, rivedendo i precedenti rapporti sull’antisemitismo realizzati in Europa, che lo associavano principalmente ai neofascisti.
Ma questi ultimi oggi in Europa hanno il vento in poppa e quindi le organizzazioni sioniste si adeguano all'aria che tira facendoseli alleati.
Nella lista delle forze politiche della sinistra europea messe all’indice, in Spagna viene indicato addirittura Podemos, definito “un partito neo-marxista radicale”, insieme ai suoi “associati comunisti”.
La coalizione formata nel 2020 ha “permesso l’ingresso di un partito di estrema sinistra nel governo spagnolo, consentendo all’antisemitismo di tornare sulle piattaforme tradizionali”, dalle quali era stato messo al bando dal periodo postbellico, ha sottolineato l’autore del rapporto dell’Anti Defamation League.
“Ora l’antisemitismo si sta facendo strada nei partiti indipendentisti basco e catalano”, sottolinea il rapporto nel capitolo curato dal gruppo filo-israeliano Acom, partner di ADL in Spagna.
“Sessant’anni anni fa, prima dell’era democratica, l’antisemitismo aveva mantenuto le sue forme classiche ed era chiaramente una questione di destra in Spagna, come nel resto d’Europa. Oggi, l’antisemitismo anti-israeliano della sinistra politica rappresenta la stragrande maggioranza dell’antisemitismo, mentre “la destra spagnola è quasi interamente filo-israeliana e si difende dall’antisemitismo”, si legge nella parte del documento dedicato alla Spagna.
Nel Regno Unito, invece, l’organizzazione di controllo sull’antisemitismo Cst, partner britannico di ADL, prende di petto Jeremy Corbyn, ex leader del Labour Party, che aveva invitato nel partito “gli antisemiti ai margini dell’establishment politico di sinistra”. Le campagne di ostilità sioniste e filoisraeliane contro Corbyn sono state pesantissime e allucinanti, fino a portarne l’esclusione dalla leadership del Labour.
In Francia, nella lista nera dei sionisti è finito Jean-Luc Mèlenchon, leader di La France Insoumise (LFI), “che sta imbrigliando e diffondendo l’antisemitismo”, come denunciato da “K”, la rivista ebrea francese con sede a Parigi.
Il rapporto fa riferimento a una serie di dichiarazioni di Mèlenchon, ampiamente bollate come antisemite, in particolare quando ha promesso di non aderire mai agli “arroganti dettami” del Crif, che raggruppa le comunità ebraiche franco-francesi, o quando, nel 2014, ha difeso le manifestazioni per la Palestina.
La Germania non fa eccezione al trend europeo, come riscontrato dal gruppo contro la discriminazione Amadeu Antonio Stiftung, secondo il quale “i dibattiti sulla sinistra politica stanno normalizzando l’antisemitismo e spostando la linea di base”. In altri termini, quella che anni fa era “considerata una posizione estrema, è diventata ora un’opinione centrista nel discorso più ampio”.
Curiosamente, ma emblematicamente, da questa lista nera della sinistra in Europa accusata di antisemitismo è del tutto assente sia l’Italia che la sinistra italiana. Si vede che in Italia la mordacchia, l’intimidazione, ma anche l’autocensura e la capitolazione ideologica della sinistra nella denuncia del sionismo, hanno funzionato meglio. È una constatazione niente affatto consolante.
Il rapporto della Anti Defamation League fa anche un confronto tra l’Europa e la situazione attuale negli Stati Uniti, dove “la retorica e la terminologia antisioniste popolari nei circoli di sinistra europei sono sempre più utilizzate da alcuni dei circoli politici di estrema sinistra statunitensi”.
Emblematico di questo andamento è, secondo la stessa fonte, una lettera del 2021 a firma della deputata democratica Rashida Tlaib e di diversi altri membri del Congresso, nella quale le politiche di Israele in Cisgiordania venivano definite come “colonialismo dei coloni”.
Secondo l’analisi dell’organizzazione sionista, in quella occasione, ma non solo, viene utilizzato un “linguaggio che cerca di equiparare Israele alle politiche colonialiste dei governi europei” ed etichetta “i palestinesi come unica popolazione indigena”, tentando cosi’ di “cementare l’idea che gli ebrei non abbiano alcun diritto o storia sulla terra”.
Questo rapporto dell’ADL è semmai la conferma che i gruppi sionisti da anni sono ostili alla sinistra e profondamente integrati con la destra, soprattutto adesso che la destra sembra avvolgere il suo manto nero sull’Europa. Una Israele in mano ai partiti sionisti più estremi non è la causa ma è la conseguenza di tutto questo.
Fonte
Secondo questo rapporto, in Europa l’antisemitismo sta crescendo nei partiti e nelle correnti politiche della sinistra radicale, dai quali viene “normalizzato”, in particolare sotto forma di antisionismo.
La ricerca, rilanciata da diverse testate israeliane, tra cui The Times of Israel, rovescia la storia e la verità, rivedendo i precedenti rapporti sull’antisemitismo realizzati in Europa, che lo associavano principalmente ai neofascisti.
Ma questi ultimi oggi in Europa hanno il vento in poppa e quindi le organizzazioni sioniste si adeguano all'aria che tira facendoseli alleati.
Nella lista delle forze politiche della sinistra europea messe all’indice, in Spagna viene indicato addirittura Podemos, definito “un partito neo-marxista radicale”, insieme ai suoi “associati comunisti”.
La coalizione formata nel 2020 ha “permesso l’ingresso di un partito di estrema sinistra nel governo spagnolo, consentendo all’antisemitismo di tornare sulle piattaforme tradizionali”, dalle quali era stato messo al bando dal periodo postbellico, ha sottolineato l’autore del rapporto dell’Anti Defamation League.
“Ora l’antisemitismo si sta facendo strada nei partiti indipendentisti basco e catalano”, sottolinea il rapporto nel capitolo curato dal gruppo filo-israeliano Acom, partner di ADL in Spagna.
“Sessant’anni anni fa, prima dell’era democratica, l’antisemitismo aveva mantenuto le sue forme classiche ed era chiaramente una questione di destra in Spagna, come nel resto d’Europa. Oggi, l’antisemitismo anti-israeliano della sinistra politica rappresenta la stragrande maggioranza dell’antisemitismo, mentre “la destra spagnola è quasi interamente filo-israeliana e si difende dall’antisemitismo”, si legge nella parte del documento dedicato alla Spagna.
Nel Regno Unito, invece, l’organizzazione di controllo sull’antisemitismo Cst, partner britannico di ADL, prende di petto Jeremy Corbyn, ex leader del Labour Party, che aveva invitato nel partito “gli antisemiti ai margini dell’establishment politico di sinistra”. Le campagne di ostilità sioniste e filoisraeliane contro Corbyn sono state pesantissime e allucinanti, fino a portarne l’esclusione dalla leadership del Labour.
In Francia, nella lista nera dei sionisti è finito Jean-Luc Mèlenchon, leader di La France Insoumise (LFI), “che sta imbrigliando e diffondendo l’antisemitismo”, come denunciato da “K”, la rivista ebrea francese con sede a Parigi.
Il rapporto fa riferimento a una serie di dichiarazioni di Mèlenchon, ampiamente bollate come antisemite, in particolare quando ha promesso di non aderire mai agli “arroganti dettami” del Crif, che raggruppa le comunità ebraiche franco-francesi, o quando, nel 2014, ha difeso le manifestazioni per la Palestina.
La Germania non fa eccezione al trend europeo, come riscontrato dal gruppo contro la discriminazione Amadeu Antonio Stiftung, secondo il quale “i dibattiti sulla sinistra politica stanno normalizzando l’antisemitismo e spostando la linea di base”. In altri termini, quella che anni fa era “considerata una posizione estrema, è diventata ora un’opinione centrista nel discorso più ampio”.
Curiosamente, ma emblematicamente, da questa lista nera della sinistra in Europa accusata di antisemitismo è del tutto assente sia l’Italia che la sinistra italiana. Si vede che in Italia la mordacchia, l’intimidazione, ma anche l’autocensura e la capitolazione ideologica della sinistra nella denuncia del sionismo, hanno funzionato meglio. È una constatazione niente affatto consolante.
Il rapporto della Anti Defamation League fa anche un confronto tra l’Europa e la situazione attuale negli Stati Uniti, dove “la retorica e la terminologia antisioniste popolari nei circoli di sinistra europei sono sempre più utilizzate da alcuni dei circoli politici di estrema sinistra statunitensi”.
Emblematico di questo andamento è, secondo la stessa fonte, una lettera del 2021 a firma della deputata democratica Rashida Tlaib e di diversi altri membri del Congresso, nella quale le politiche di Israele in Cisgiordania venivano definite come “colonialismo dei coloni”.
Secondo l’analisi dell’organizzazione sionista, in quella occasione, ma non solo, viene utilizzato un “linguaggio che cerca di equiparare Israele alle politiche colonialiste dei governi europei” ed etichetta “i palestinesi come unica popolazione indigena”, tentando cosi’ di “cementare l’idea che gli ebrei non abbiano alcun diritto o storia sulla terra”.
Questo rapporto dell’ADL è semmai la conferma che i gruppi sionisti da anni sono ostili alla sinistra e profondamente integrati con la destra, soprattutto adesso che la destra sembra avvolgere il suo manto nero sull’Europa. Una Israele in mano ai partiti sionisti più estremi non è la causa ma è la conseguenza di tutto questo.
Fonte
07/08/2023
Gran Bretagna. Nasce un partito a sinistra dei Laburisti
Da tempo si stanno compiendo sforzi a sinistra del partito Laburista per riorganizzarsi. La richiesta di una nuova forza politica chiamata Transform Politics ha ricevuto una grande risposta nei primi giorni.
Un’iniziativa che darà vita ad un nuovo partito che vuole candidarsi alle elezioni. Tuttavia, è ancora da verificare se il processo di fondazione possa essere completato con successo prima delle prossime elezioni previste per il 2024 (europee) e 2025 (politiche).
“L’ala destra” ha “ripreso il controllo del Labour”, afferma la dichiarazione rilasciata alla fine della scorsa settimana da Transform Politics.
“Jeremy Corbyn e le sue politiche, che hanno ispirato milioni di persone nella nostra società, sono state respinte. Ciò ha portato i laburisti a rifiutare gli scioperi e la rinazionalizzazione, a non sostenere i rifugiati e a non voler abolire le tasse universitarie elevate”.
Per definire identità e programma del nuovo partito sono stati stabiliti dieci principi, piuttosto vaghi e ampi: il nuovo partito vuole essere democratico, eco-sociale, internazionalista e in qualche modo socialista.
In questo percorso si sono uniti quattro piccoli partiti di sinistra e correnti laburiste: la forza trainante è probabilmente Left Unity, un gruppo fondato alcuni anni fa dal regista Ken Loach, ma finora con scarsa influenza sulla politica britannica.
I sostenitori includono anche il Breakthrough Party, che si è separato dai laburisti dopo la fine dell’era Corbyn, People Alliance for the Left e l’ex gruppo laburista di Liverpool con i suoi tre consiglieri.
“Negli ultimi anni i laburisti si sono spostati molto a destra”, ha detto Kate Hudson al giornale della sinistra tedesca Junge Welt . “L’eredità di Corbyn viene spazzata via e i membri di sinistra vengono sistematicamente esclusi dai laburisti”, ha detto il co-promotore dell’appello, che è anche membro esecutivo del Partito della Sinistra Europea, di cui fa parte anche Die Linke.
Non c’è “più casa per la sinistra nel panorama politico in Gran Bretagna”, ha osservato Hudson. Dal momento che molte persone sostengono ancora le idee di Corbyn, è importante creare questa nuova casa per loro attraverso una politica di trasformazione.
Andrew Burgin, coordinatore della nuova iniziativa e membro di Left Unity , è d’accordo: “250.000 persone hanno lasciato il Labour dalla fine di Corbyn”. Molti consiglieri continuerebbero come indipendenti.
Anche alcuni personaggi noti sostengono la nuova iniziativa. Questi includono l’ex parlamentare Thelma Walker, Derek Wall, ex portavoce dei Verdi, e Ian Hodson, capo del sindacato dell’industria alimentare.
Hudson non sa se tutto ciò sia sufficiente per fondare un nuovo partito: “Abbiamo ricevuto molto supporto online, ma ora dobbiamo andare dalle persone e agire”. Burgin riassume il problema: “Molti sono seduti in disparte e in attesa. I sindacati si sono comportati in modo simile, i grandi sono ancora tutti legati al Labour”, secondo Burgin.
Hanno aspettato di vedere come si sarebbe comportato al governo il leader laburista Keir Starmer. Finché la nuova iniziativa non crescerà, nessun sindacato vi aderirà, riassume Burgin: “Vogliono vedere notevoli progressi prima di mettersi in moto”.
C’è stato un tentativo da parte dei sindacati di emanciparsi politicamente la scorsa estate. Dopo tanto sostegno, però, “semplicemente si sono fermati”, ha osservato Hudson: “Un passo avanti e poi si sono fermati”.
Questo distingue Transform Politics da altri movimenti. Il successo dipende anche dal comportamento di Jeremy Corbyn alle elezioni. Ma Corbyn ha dato ai laburisti 40 anni della sua vita come membro del partito. Competere come indipendente è “difficile per lui”. Laburista o indipendente, Andrew Burgin è certo che si “candiderà”.
Anche se la fondazione del partito non sarà completata prima delle prossime elezioni, Transform Politics vuole competere.
L’ex membro laburista Crispin Flintoff una volta ha raccolto 250.000 sterline, il massimo nella storia del partito. Nell’estate del 2022 è stato espulso. È convinto che i sostenitori di Corbyn torneranno sotto una nuova forma politica. Ma questo non accadrà prima delle prossime elezioni, dice scettico a JW.
Anche Jim Breese dell’OCISA sta progettando di cooperare con candidati di sinistra come Transform Politics. “Speriamo che tutta la sinistra sosterrà la nostra iniziativa nel collegio elettorale di Starmer. I nostri gruppi regionali sosterranno altri candidati di sinistra”, ha detto a JW
La volontà di unire le forze e non impantanarsi in piccole guerre è un passo positivo verso l’unione della sinistra al di fuori del Labour. È probabile che il vento per l’attuale leader del partito laburista, Starmer, si faccia più duro, anche se nessun nuovo partito potrebbe emergere al momento delle elezioni.
La sinistra britannica sembra risvegliarsi dopo aver consentito la fine di Jeremy Corbyn.
Fonte
Un’iniziativa che darà vita ad un nuovo partito che vuole candidarsi alle elezioni. Tuttavia, è ancora da verificare se il processo di fondazione possa essere completato con successo prima delle prossime elezioni previste per il 2024 (europee) e 2025 (politiche).
“L’ala destra” ha “ripreso il controllo del Labour”, afferma la dichiarazione rilasciata alla fine della scorsa settimana da Transform Politics.
“Jeremy Corbyn e le sue politiche, che hanno ispirato milioni di persone nella nostra società, sono state respinte. Ciò ha portato i laburisti a rifiutare gli scioperi e la rinazionalizzazione, a non sostenere i rifugiati e a non voler abolire le tasse universitarie elevate”.
Per definire identità e programma del nuovo partito sono stati stabiliti dieci principi, piuttosto vaghi e ampi: il nuovo partito vuole essere democratico, eco-sociale, internazionalista e in qualche modo socialista.
In questo percorso si sono uniti quattro piccoli partiti di sinistra e correnti laburiste: la forza trainante è probabilmente Left Unity, un gruppo fondato alcuni anni fa dal regista Ken Loach, ma finora con scarsa influenza sulla politica britannica.
I sostenitori includono anche il Breakthrough Party, che si è separato dai laburisti dopo la fine dell’era Corbyn, People Alliance for the Left e l’ex gruppo laburista di Liverpool con i suoi tre consiglieri.
“Negli ultimi anni i laburisti si sono spostati molto a destra”, ha detto Kate Hudson al giornale della sinistra tedesca Junge Welt . “L’eredità di Corbyn viene spazzata via e i membri di sinistra vengono sistematicamente esclusi dai laburisti”, ha detto il co-promotore dell’appello, che è anche membro esecutivo del Partito della Sinistra Europea, di cui fa parte anche Die Linke.
Non c’è “più casa per la sinistra nel panorama politico in Gran Bretagna”, ha osservato Hudson. Dal momento che molte persone sostengono ancora le idee di Corbyn, è importante creare questa nuova casa per loro attraverso una politica di trasformazione.
Andrew Burgin, coordinatore della nuova iniziativa e membro di Left Unity , è d’accordo: “250.000 persone hanno lasciato il Labour dalla fine di Corbyn”. Molti consiglieri continuerebbero come indipendenti.
Anche alcuni personaggi noti sostengono la nuova iniziativa. Questi includono l’ex parlamentare Thelma Walker, Derek Wall, ex portavoce dei Verdi, e Ian Hodson, capo del sindacato dell’industria alimentare.
Hudson non sa se tutto ciò sia sufficiente per fondare un nuovo partito: “Abbiamo ricevuto molto supporto online, ma ora dobbiamo andare dalle persone e agire”. Burgin riassume il problema: “Molti sono seduti in disparte e in attesa. I sindacati si sono comportati in modo simile, i grandi sono ancora tutti legati al Labour”, secondo Burgin.
Hanno aspettato di vedere come si sarebbe comportato al governo il leader laburista Keir Starmer. Finché la nuova iniziativa non crescerà, nessun sindacato vi aderirà, riassume Burgin: “Vogliono vedere notevoli progressi prima di mettersi in moto”.
C’è stato un tentativo da parte dei sindacati di emanciparsi politicamente la scorsa estate. Dopo tanto sostegno, però, “semplicemente si sono fermati”, ha osservato Hudson: “Un passo avanti e poi si sono fermati”.
Questo distingue Transform Politics da altri movimenti. Il successo dipende anche dal comportamento di Jeremy Corbyn alle elezioni. Ma Corbyn ha dato ai laburisti 40 anni della sua vita come membro del partito. Competere come indipendente è “difficile per lui”. Laburista o indipendente, Andrew Burgin è certo che si “candiderà”.
Anche se la fondazione del partito non sarà completata prima delle prossime elezioni, Transform Politics vuole competere.
L’ex membro laburista Crispin Flintoff una volta ha raccolto 250.000 sterline, il massimo nella storia del partito. Nell’estate del 2022 è stato espulso. È convinto che i sostenitori di Corbyn torneranno sotto una nuova forma politica. Ma questo non accadrà prima delle prossime elezioni, dice scettico a JW.
Anche Jim Breese dell’OCISA sta progettando di cooperare con candidati di sinistra come Transform Politics. “Speriamo che tutta la sinistra sosterrà la nostra iniziativa nel collegio elettorale di Starmer. I nostri gruppi regionali sosterranno altri candidati di sinistra”, ha detto a JW
La volontà di unire le forze e non impantanarsi in piccole guerre è un passo positivo verso l’unione della sinistra al di fuori del Labour. È probabile che il vento per l’attuale leader del partito laburista, Starmer, si faccia più duro, anche se nessun nuovo partito potrebbe emergere al momento delle elezioni.
La sinistra britannica sembra risvegliarsi dopo aver consentito la fine di Jeremy Corbyn.
Fonte
28/04/2022
“Discutere di pace in tempi di guerra non è una debolezza”
di Jeremy Corbyn
Con le granate russe che piovono sulle città ucraine, un difficile cessate il fuoco nello Yemen, l’attacco ai palestinesi in preghiera a Gerusalemme e molti altri conflitti in tutto il mondo, potrebbe sembrare ad alcuni inappropriato parlare di pace.
Quando una guerra è in corso, però, è assolutamente il momento di parlare di pace. Come possiamo altrimenti evitare ulteriori perdite di vite umane o altri milioni di persone costrette a rifugiarsi in qualche altra parte del mondo?
È positivo che finalmente le Nazioni Unite abbiano preso un’iniziativa con la gradita richiesta del segretario generale António Guterres di incontri faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy.
Ci deve essere un immediato cessate il fuoco in Ucraina seguito da un ritiro delle truppe russe e da un accordo tra Russia e Ucraina sui futuri accordi di sicurezza.
Tutte le guerre finiscono con un negoziato di qualche tipo, quindi perché non ora?
Tutti sanno che questo è ciò che accadrà ad un certo punto. Non c’è motivo di ritardarlo per bombardamenti e uccisioni, più rifugiati, più morti e più famiglie in lutto in Ucraina e in Russia. Ma invece di sollecitare la pace, la maggior parte delle nazioni europee ha colto l’occasione per aumentare le forniture di armi, alimentare la macchina da guerra e aumentare i prezzi delle azioni dei produttori di armi.
È anche il momento di parlare della nostra umanità, o della sua mancanza, alle persone in profonda sofferenza a causa di un conflitto armato, dell’abuso dei loro diritti o della miseria che molti affrontano come risultato del sistema economico globale.
Quasi il 10% della popolazione ucraina è ora in esilio, soffrendo traumi, perdite e paura. La maggior parte dei paesi in Europa è stata di supporto ai rifugiati ucraini. Anche il governo britannico finge di esserlo, ma poi intrappola gli ucraini nella burocrazia deliberatamente labirintica e da incubo dell’Home Office per scoraggiarli. Invece, i rifugiati ucraini dovrebbero essere sostenuti e resi benvenuti.
Questo è ciò che il popolo britannico vuole in generale; l’enorme generosità della gente comune sta mostrando il meglio della nostra umanità.
Tuttavia, nel trattamento dei rifugiati disperati dalle guerre in cui la Gran Bretagna ha una responsabilità diretta, come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen, la storia è dolorosamente diversa.
Se qualcuno è così disperato da rischiare tutto per tentare di attraversare la Manica in un pericoloso e fragile gommone, merita simpatia e sostegno. Invece, il piano del Ministero degli Interni è di portarli in Ruanda.
Se crediamo nell’umanità e nei diritti dei rifugiati, allora dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo e decentemente, permettendo loro di dare il proprio contributo alla nostra società, non criminalizzati e incarcerati. Se il partito conservatore la fa franca con questo outsourcing, altri paesi europei faranno lo stesso. Il governo danese ha già parlato calorosamente della crudele e inattuabile proposta britannica.
Gli effetti di questa guerra sulla politica e le speranze della nostra società saranno enormi, non ultimo per le istituzioni mondiali. Le Nazioni Unite sono state create dopo la seconda guerra mondiale per “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”.
Da allora, possiamo snocciolare una lunga lista di conflitti e guerre per procura che il mondo ha sopportato e che hanno preso la vita di milioni di persone. Corea, Vietnam, Iran-Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, India-Pakistan, Repubblica Democratica del Congo e molti altri conflitti sono stati a malapena riportati dai media mainstream, forse perché erano conflitti contro l’occupazione coloniale come nel Kenya.
Un’enorme domanda deve essere posta all’ONU in merito al conflitto in Ucraina. Quando la Russia ha brutalmente e illegalmente invaso l’Ucraina, non era quello il momento in cui l’ONU doveva inviare il suo segretario generale a Mosca per chiedere un cessate il fuoco? L’ONU è stata troppo lenta ad agire, e troppa parte del sistema interstatale ha spinto all’escalation, non al negoziato.
La richiesta di istituzioni internazionali più efficaci e proattive per sostenere la pace è stata fatta con forza nell’aprile 2022 a Madrid in una conferenza ospitata dal partito spagnolo di sinistra Podemos, a seguito di un dialogo avviato dall’organizzazione di attivisti di sinistra Progressive International. Ognuno dei 17 oratori ha condannato la guerra e l’occupazione e ha chiesto un cessate il fuoco e un futuro di pace per i popoli di Ucraina e Russia.
I partecipanti conoscevano i pericoli dell’escalation di questo conflitto e le ulteriori guerre calde e la violenza che una nuova guerra fredda porterebbe. Ci sono 1.800 testate nucleari nel mondo innescate e pronte all’uso. Un’arma “tattica” ucciderebbe centinaia di migliaia di persone; una bomba nucleare ne ucciderebbe milioni. Non può essere contenuta, né si possono limitare i suoi effetti.
A giugno, Vienna ospiterà una grande serie di eventi per la pace intorno al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Questo trattato, sostenuto dall’Assemblea Generale dell’ONU e osteggiato dagli stati dichiaratamente dotati di armi nucleari, fornisce la migliore speranza e opportunità per un futuro senza armi nucleari. L’opportunità dovrebbe essere colta con entrambe le mani.
Alcuni dicono che discutere di pace in un periodo di guerra è un segno di debolezza; è vero il contrario. È il coraggio dei manifestanti pacifisti di tutto il mondo che ha impedito ad alcuni governi di essere coinvolti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen o in una qualsiasi delle decine di altri conflitti in corso.
La pace non è solo l’assenza di guerra, è la vera sicurezza. La sicurezza di sapere che potrai mangiare, che i tuoi figli saranno istruiti e curati e che ci sarà un servizio sanitario quando ne avrai bisogno. Per milioni di persone, questa non è una realtà ora; le conseguenze della guerra in Ucraina la porteranno via ad altri milioni di persone.
Nel frattempo, molti paesi stanno aumentando la spesa per le armi e investono risorse in armi sempre più pericolose. Gli Stati Uniti hanno appena approvato il loro più grande budget per la difesa di sempre. Queste risorse utilizzate per le armi sono tutte risorse non utilizzate per la salute, l’istruzione, la casa o la protezione dell’ambiente.
Questo è un momento pericoloso e periglioso. Guardare l’orrore e poi prepararsi per altri conflitti in futuro non garantirà che la crisi climatica, la crisi della povertà o dell’approvvigionamento alimentare vengano affrontati. Sta a tutti noi costruire e sostenere movimenti che possano tracciare un altro percorso per la pace, la sicurezza e la giustizia per tutti.
Fonte
Con le granate russe che piovono sulle città ucraine, un difficile cessate il fuoco nello Yemen, l’attacco ai palestinesi in preghiera a Gerusalemme e molti altri conflitti in tutto il mondo, potrebbe sembrare ad alcuni inappropriato parlare di pace.
Quando una guerra è in corso, però, è assolutamente il momento di parlare di pace. Come possiamo altrimenti evitare ulteriori perdite di vite umane o altri milioni di persone costrette a rifugiarsi in qualche altra parte del mondo?
È positivo che finalmente le Nazioni Unite abbiano preso un’iniziativa con la gradita richiesta del segretario generale António Guterres di incontri faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy.
Ci deve essere un immediato cessate il fuoco in Ucraina seguito da un ritiro delle truppe russe e da un accordo tra Russia e Ucraina sui futuri accordi di sicurezza.
Tutte le guerre finiscono con un negoziato di qualche tipo, quindi perché non ora?
Tutti sanno che questo è ciò che accadrà ad un certo punto. Non c’è motivo di ritardarlo per bombardamenti e uccisioni, più rifugiati, più morti e più famiglie in lutto in Ucraina e in Russia. Ma invece di sollecitare la pace, la maggior parte delle nazioni europee ha colto l’occasione per aumentare le forniture di armi, alimentare la macchina da guerra e aumentare i prezzi delle azioni dei produttori di armi.
È anche il momento di parlare della nostra umanità, o della sua mancanza, alle persone in profonda sofferenza a causa di un conflitto armato, dell’abuso dei loro diritti o della miseria che molti affrontano come risultato del sistema economico globale.
Quasi il 10% della popolazione ucraina è ora in esilio, soffrendo traumi, perdite e paura. La maggior parte dei paesi in Europa è stata di supporto ai rifugiati ucraini. Anche il governo britannico finge di esserlo, ma poi intrappola gli ucraini nella burocrazia deliberatamente labirintica e da incubo dell’Home Office per scoraggiarli. Invece, i rifugiati ucraini dovrebbero essere sostenuti e resi benvenuti.
Questo è ciò che il popolo britannico vuole in generale; l’enorme generosità della gente comune sta mostrando il meglio della nostra umanità.
Tuttavia, nel trattamento dei rifugiati disperati dalle guerre in cui la Gran Bretagna ha una responsabilità diretta, come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen, la storia è dolorosamente diversa.
Se qualcuno è così disperato da rischiare tutto per tentare di attraversare la Manica in un pericoloso e fragile gommone, merita simpatia e sostegno. Invece, il piano del Ministero degli Interni è di portarli in Ruanda.
Se crediamo nell’umanità e nei diritti dei rifugiati, allora dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo e decentemente, permettendo loro di dare il proprio contributo alla nostra società, non criminalizzati e incarcerati. Se il partito conservatore la fa franca con questo outsourcing, altri paesi europei faranno lo stesso. Il governo danese ha già parlato calorosamente della crudele e inattuabile proposta britannica.
Gli effetti di questa guerra sulla politica e le speranze della nostra società saranno enormi, non ultimo per le istituzioni mondiali. Le Nazioni Unite sono state create dopo la seconda guerra mondiale per “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”.
Da allora, possiamo snocciolare una lunga lista di conflitti e guerre per procura che il mondo ha sopportato e che hanno preso la vita di milioni di persone. Corea, Vietnam, Iran-Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, India-Pakistan, Repubblica Democratica del Congo e molti altri conflitti sono stati a malapena riportati dai media mainstream, forse perché erano conflitti contro l’occupazione coloniale come nel Kenya.
Un’enorme domanda deve essere posta all’ONU in merito al conflitto in Ucraina. Quando la Russia ha brutalmente e illegalmente invaso l’Ucraina, non era quello il momento in cui l’ONU doveva inviare il suo segretario generale a Mosca per chiedere un cessate il fuoco? L’ONU è stata troppo lenta ad agire, e troppa parte del sistema interstatale ha spinto all’escalation, non al negoziato.
La richiesta di istituzioni internazionali più efficaci e proattive per sostenere la pace è stata fatta con forza nell’aprile 2022 a Madrid in una conferenza ospitata dal partito spagnolo di sinistra Podemos, a seguito di un dialogo avviato dall’organizzazione di attivisti di sinistra Progressive International. Ognuno dei 17 oratori ha condannato la guerra e l’occupazione e ha chiesto un cessate il fuoco e un futuro di pace per i popoli di Ucraina e Russia.
I partecipanti conoscevano i pericoli dell’escalation di questo conflitto e le ulteriori guerre calde e la violenza che una nuova guerra fredda porterebbe. Ci sono 1.800 testate nucleari nel mondo innescate e pronte all’uso. Un’arma “tattica” ucciderebbe centinaia di migliaia di persone; una bomba nucleare ne ucciderebbe milioni. Non può essere contenuta, né si possono limitare i suoi effetti.
A giugno, Vienna ospiterà una grande serie di eventi per la pace intorno al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Questo trattato, sostenuto dall’Assemblea Generale dell’ONU e osteggiato dagli stati dichiaratamente dotati di armi nucleari, fornisce la migliore speranza e opportunità per un futuro senza armi nucleari. L’opportunità dovrebbe essere colta con entrambe le mani.
Alcuni dicono che discutere di pace in un periodo di guerra è un segno di debolezza; è vero il contrario. È il coraggio dei manifestanti pacifisti di tutto il mondo che ha impedito ad alcuni governi di essere coinvolti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen o in una qualsiasi delle decine di altri conflitti in corso.
La pace non è solo l’assenza di guerra, è la vera sicurezza. La sicurezza di sapere che potrai mangiare, che i tuoi figli saranno istruiti e curati e che ci sarà un servizio sanitario quando ne avrai bisogno. Per milioni di persone, questa non è una realtà ora; le conseguenze della guerra in Ucraina la porteranno via ad altri milioni di persone.
Nel frattempo, molti paesi stanno aumentando la spesa per le armi e investono risorse in armi sempre più pericolose. Gli Stati Uniti hanno appena approvato il loro più grande budget per la difesa di sempre. Queste risorse utilizzate per le armi sono tutte risorse non utilizzate per la salute, l’istruzione, la casa o la protezione dell’ambiente.
Questo è un momento pericoloso e periglioso. Guardare l’orrore e poi prepararsi per altri conflitti in futuro non garantirà che la crisi climatica, la crisi della povertà o dell’approvvigionamento alimentare vengano affrontati. Sta a tutti noi costruire e sostenere movimenti che possano tracciare un altro percorso per la pace, la sicurezza e la giustizia per tutti.
Fonte
30/10/2020
Gran Bretagna - Jeremy Corbin sospeso dal Labour perché filopalestinese
Un atto vergognoso e inaccettabile. Il Labur Party ha deciso di sospendere l’ex segretario Jeremy Corbyn per “antisemitismo”, un’accusa assurda soprattutto se motivata con la partecipazione di Corbyn a manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese. Un atto gravissimo e inquietante che conferma il clima maccartista che la lobby sionista e i circoli filosiraeliani stanno diffondendo in Europa.
Jeremy Corbyn ha promesso di combattere la sua sospensione dal Partito Laburista in attesa della sua risposta ad un rapporto sull’antisemitismo riguardante il partito sotto la sua guida. La vergognosa decisione dei vertici del Labour è arrivata in risposta al rifiuto di Corbyn di accettare i risultati della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani e la sua continua insistenza sul fatto che le accuse di antisemitismo erano “drammaticamente esagerate per ragioni politiche”.
Si palesa una profonda spaccatura all’interno del partito, con l’ex cancelliere ombra John McDonnell che ha definito il provvedimento “profondamente sbagliato” e la campagna di sinistra Momentum che ha denunciato “un massiccio attacco a sinistra da parte della nuova leadership”.
Il leader sindacale di Unite Len McCluskey ha chiesto la reintegrazione del suo alleato Corbyn, marchiando la sospensione come “un atto di grave ingiustizia che, se non annullato, creerà il caos all’interno del partito e così facendo comprometterà le possibilità laburiste di una vittoria elettorale generale”.
Il rapporto sulla base del quale il Labour ha sospeso Cirbyn, ha rilevato che sotto la sua leadership, il partito avrebbe infranto la legge violando l’Equality Act che comporta molestie, interferenze politiche nelle denunce di antisemitismo e formazione inadeguata per coloro che si occupano di questi casi.
Il nuovo leader laburista Sir Keir Starmer ha detto che la pubblicazione del rapporto è stata “un giorno di vergogna” per il partito ed ha offerto le proprie scuse alla comunità ebraica. In una conferenza stampa ha affermato che chiunque consideri esagerato il problema dell’antisemitismo è “parte del problema ... e non dovrebbe essere neanche lontanamente vicino al Partito Laburista”.
Starmer inizialmente ha evitato un’azione disciplinare contro il suo predecessore, insistendo sul fatto che il rapporto non aveva rilevato illeciti da parte di individui, ma solo su “un fallimento collettivo di leadership”.
Ma poi ha preso a pretesto una affermazione di Corbyn secondo cui “un antisemita è uno di troppo, ma la portata del problema è stata anche drammaticamente sopravvalutata per ragioni politiche dai nostri oppositori all’interno e all’esterno del partito, come da gran parte dei media".
La destra del Labour ha preso la palla al balzo ed ha annunciato che: “alla luce dei suoi commenti fatti oggi e del suo fallimento nel ritirarli successivamente, il Partito laburista ha sospeso Jeremy Corbyn in attesa delle indagini”.
La decisione del Labour fa il paio con alcune ipotesi in circolazione negli USA e nella stessa Casa Bianca, dove l’amministrazione Trump avrebbe intenzione di inserire nella black list delle organizzazioni antisemite anche ong come Amnesty International, Oxfam e Human Rights Watch.
Un’ombra cupa si sta posando sull’Europa e questa volta non è quella con la camicia nera o bruna.
A Jeremy Corbyn va la nostra piena solidarietà.
Fonte
Jeremy Corbyn ha promesso di combattere la sua sospensione dal Partito Laburista in attesa della sua risposta ad un rapporto sull’antisemitismo riguardante il partito sotto la sua guida. La vergognosa decisione dei vertici del Labour è arrivata in risposta al rifiuto di Corbyn di accettare i risultati della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani e la sua continua insistenza sul fatto che le accuse di antisemitismo erano “drammaticamente esagerate per ragioni politiche”.
Si palesa una profonda spaccatura all’interno del partito, con l’ex cancelliere ombra John McDonnell che ha definito il provvedimento “profondamente sbagliato” e la campagna di sinistra Momentum che ha denunciato “un massiccio attacco a sinistra da parte della nuova leadership”.
Il leader sindacale di Unite Len McCluskey ha chiesto la reintegrazione del suo alleato Corbyn, marchiando la sospensione come “un atto di grave ingiustizia che, se non annullato, creerà il caos all’interno del partito e così facendo comprometterà le possibilità laburiste di una vittoria elettorale generale”.
Il rapporto sulla base del quale il Labour ha sospeso Cirbyn, ha rilevato che sotto la sua leadership, il partito avrebbe infranto la legge violando l’Equality Act che comporta molestie, interferenze politiche nelle denunce di antisemitismo e formazione inadeguata per coloro che si occupano di questi casi.
Il nuovo leader laburista Sir Keir Starmer ha detto che la pubblicazione del rapporto è stata “un giorno di vergogna” per il partito ed ha offerto le proprie scuse alla comunità ebraica. In una conferenza stampa ha affermato che chiunque consideri esagerato il problema dell’antisemitismo è “parte del problema ... e non dovrebbe essere neanche lontanamente vicino al Partito Laburista”.
Starmer inizialmente ha evitato un’azione disciplinare contro il suo predecessore, insistendo sul fatto che il rapporto non aveva rilevato illeciti da parte di individui, ma solo su “un fallimento collettivo di leadership”.
Ma poi ha preso a pretesto una affermazione di Corbyn secondo cui “un antisemita è uno di troppo, ma la portata del problema è stata anche drammaticamente sopravvalutata per ragioni politiche dai nostri oppositori all’interno e all’esterno del partito, come da gran parte dei media".
La destra del Labour ha preso la palla al balzo ed ha annunciato che: “alla luce dei suoi commenti fatti oggi e del suo fallimento nel ritirarli successivamente, il Partito laburista ha sospeso Jeremy Corbyn in attesa delle indagini”.
La decisione del Labour fa il paio con alcune ipotesi in circolazione negli USA e nella stessa Casa Bianca, dove l’amministrazione Trump avrebbe intenzione di inserire nella black list delle organizzazioni antisemite anche ong come Amnesty International, Oxfam e Human Rights Watch.
Un’ombra cupa si sta posando sull’Europa e questa volta non è quella con la camicia nera o bruna.
A Jeremy Corbyn va la nostra piena solidarietà.
Fonte
06/02/2020
La trappola “antisemitismo” - Fabbricata in UK contro il Labour, si replica negli USA contro Sanders
Asa Winstanley da Middle East Monitor del 01/02/2020 – traduzione di Sergio Scorza
Per quanto riguarda i gruppi di pressione sionisti, il verdetto è finalmente arrivato: hanno sconfitto il leader del partito laburista Jeremy Corbyn. Il principale gruppo anti-palestinese di estrema destra presente in Gran Bretagna ha definito la “Campagna contro l’antisemitismo” [ sic ] “riuscita”. Il mese scorso uno dei leader del gruppo ha pubblicato online un video assolutamente bizzarro in cui rivendicava la responsabilità della sconfitta elettorale di Corbyn alle elezioni generali di dicembre in Gran Bretagna. “La bestia è stata uccisa”, urlò allegramente. Lui e il suo team avevano “massacrato” Corbyn. “Lo abbiamo sconfitto … Hanno cercato di ucciderci [ma] … abbiamo vinto.”
Più di quattro anni di sbavature, bugie, sabotaggi e diffamazioni hanno funzionato. La “crisi dell’antisemitismo laburista” ha finalmente sedotto una parte di elettori come in altre campagne diffamatorie dei media. Il fatto che il Labour avesse “un problema con l’antisemitismo” ha contribuito enormemente alla percezione che Corbyn fosse un “estremista”. Ciò, a sua volta, ha portato alla delegittimazione del veterano attivista anti-razzismo agli occhi di molti elettori laburisti più anziani della classe operaia. Oltre che per la questione della Brexit, questo è il motivo per cui così tanti di loro hanno votato Tory alle elezioni o sono rimasti del tutto lontani dalle cabine elettorali.
Ancora più importante è che l’interminabile campagna contro Corbyn ha diviso e indebolito il movimento di base di sinistra, demoralizzando alcuni dei più grandi sostenitori di Corbyn. In effetti, molti militanti sono stati sospesi e/o addirittura espulsi del tutto dal partito. Avendo sabotato con successo il più grande movimento di base radicale che questo paese abbia visto a memoria, i gruppi di pressione pro-Israele adesso sono molto carichi. Inoltre, sono ora nelle prime fasi di un’importante nuova offensiva legata alle elezioni presidenziali statunitensi, contro il democratico Bernie Sanders, un altro popolare candidato socialista.
L’anno scorso i repubblicani si sono uniti con l’establishment del Partito Democratico per imbrattare congiuntamente il legislatore di sinistra pro-palestinese Ilhan Omar . Omar è una donna musulmana e gran parte degli attacchi nei suoi confronti erano apertamente razzisti e islamofobi. I democratici si unirono alla menzogna che Omar fosse “antisemita”.
Finora, Sanders ha resistito con Omar. C’è da sperare che continui così perché è vitale per la propria sopravvivenza politica, principalmente a causa del fatto che Bernie Sanders è lui stesso ebreo. Ci sono troppi nella sinistra americana che, a mio avviso, si lamentano del potenziale che tali sbavature hanno e della possibilità che possano arrecare un danno grave e molto probabilmente fatale al movimento.
Il motivo numero uno dei successi di Jeremy Corbyn e Bernie Sanders è stato il movimento popolare dietro a ciascuno di essi. Il miglior slogan di Corbyn era “Per molti, non pochi”. L’attuale tag line di Sanders è “Not me, Us.”. Riguarda il potere delle persone. La solidarietà è il semplice ingrediente segreto che ha portato Corbyn così vicino al n. 10 nel 2017. È lo stesso principio che ha portato Sanders a condurre molti sondaggi nelle primarie dei democratici ed ora Bernie è molto più avanti nel primo caucus di selezione in Iowa di lunedì.
Quello che sostiene Bernie Sanders è un movimento. E se vuoi minare un movimento popolare, come fai? Dividi et impera. Diffondere false voci, dissenso interno, recriminazioni e denunce reciproche. Risultato? Demoralizzazione. Non è una strategia che può funzionare per una sola notte, ma può funzionare se sostenuta per un lungo periodo. E come mostra il caso di Corbyn, funziona.
Non vanno sottovalutati la dedizione e l’estremo impegno del movimento sionista e della lobby filoisraeliana in generale. Lavorano alacremente sui tempi lunghi e vanno avanti fino in fondo. Basta ascoltare le parole di Alan Dershowitz, “avvocato israeliano”, fan della tortura e (di recente) un grande fan del razzismo di Trump. In una recente intervista con Larry King , Dershowitz si è chiesto se avrebbe votato o meno per Trump. Ha detto per chi non avrebbe votato ed ha aggiunto che avrebbe attivamente fatto una campagna contro una persona: Bernie Sanders. La sua ragione? “[…] Tollera l’antisemitismo della dura sinistra del Partito Democratico”, ha affermato falsamente. Ed ha aggiunto: “Sanders è andato in Inghilterra ed ha appoggiato Jeremy Corbyn.”
La menzogna intelligente non dice che Bernie sia personalmente antisemita, ma che “tollera” l’antisemitismo. Ed è stato esattamente così che è iniziata la “crisi” contro Corbyn. Nel corso di quattro anni, questa narrazione si è trasformata e si è evoluta in una serie di menzogne sempre più esplicite fino al punto di descriverlo personalmente come un antisemita.
Non crediate nemmeno per un momento che solo perché Sanders sia ebreo i lobbisti filoisraeliani non proveranno a scaricare le stesse menzogne contro di lui. Lo faranno e non possono essere ignorati. Devono essere combattuti.
La vera ragione dell’opposizione di Dershowitz, ovviamente, è che Sanders ha fatto alcune dichiarazioni molto lievi (e a mio avviso eccessivamente timide) sugli aiuti militari statunitensi a Israele e riguardo l’ipotesi che questi aiuti possano essere sottoposti ad una revisione in futuro. Questo è il motivo per cui un gruppo di astroturfing di lobby pro-Israele relativamente nuovo chiamato “maggioranza democratica per Israele” ha appena speso quasi $ 700.000 in una campagna pubblicitaria contro Sanders in Iowa, in vista del voto cruciale di lunedì. L’ annuncio mette in dubbio e mostra disprezzo per la sua salute e afferma falsamente che non sia perciò “eleggibile”.
Per fortuna e per ora, la campagna di Sanders sta reagendo. Ci hanno provato a massacrarlo ma sembra anche che la manovra sia fallita, con un notevole aumento delle donazioni a Sanders da parte dei suoi sostenitori. Fin qui la campagna contro Sanders non ha fatto riferimenti nè all“antisemitismo” nè all’ipotesi che Sanders “tolleri” l’antisemitismo. Ma possiamo essere abbastanza certi che quella particolare linea di attacco ripartirà specialmente se Sanders si assicura la nomina democratica, o anche nel momento in cui una tale eventualità inizi a sembrare inevitabile, come mi aspetto e spero che faccia dopo lunedì. Quando arrivano gli attacchi, è di vitale importanza che Sanders e la sua campagna si rifiutino di fare anche la minima concessione a uno di questi attacchi falsi, malevoli e disgustosi.
La sinistra non capisce ancora che la lobby pro-Israele non si fermerà davanti a nulla. Non vanno assolutamente sottovalutate la capacità dei gruppi di pressione di sostenere una lunga campagna nei prossimi anni. L’hanno fatto in Gran Bretagna e certamente possono farlo negli Stati Uniti. Possono essere battuti, ma solo con la volontà politica di reagire in modo fermo e deciso ad una campagna così aggressiva.
(LEGGI: il controverso “codice antisemitismo” viene “armato” da gruppi filoisraeliani)
(LEGGI: Lord Polak del Regno Unito afferma che il nuovo governo Tory è un’opportunità per i lobbisti filo-israeliani)
Fonte
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