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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2024

Se in Europa torna la sinistra di sinistra

Il livore dei mass media e dei politici liberaldemocratici e del cosiddetto riformismo contro Mélenchon per il suo risultato in Francia è pari alla gioia con cui hanno accolto la vittoria di Starmer in Gran Bretagna.

Trascuriamo la parte giocata dai sistemi elettorali, quelli che hanno fatto sì che in Gran Bretagna i laburisti raggiungessero una maggioranza schiacciante di seggi con una percentuale di voti inferiore a quella ottenuta da Le Pen in Francia. Mentre la destra italiana, che si lamenta del sistema francese, è al governo proprio per il sistema elettorale italiano voluto dal PD.

La sostanza è che il Labour neoblairiano, cioè seguace di quel Tony Blair che dovrebbe essere sotto processo internazionale per guerra di aggressione, viene da noi presentato come la sola sinistra utile a sconfiggere davvero la destra; mentre ci si augura la rottura del Fronte Popolare con la France Insoumise posta ai margini, per realizzare anche in Francia una maggioranza riformista come quella britannica. Viceversa un governo del Fronte Popolare viene considerato peggiore di uno guidato da Le Pen.

Praticamente i commenti della élite italiana e dei suoi giornali echeggiano un vecchio terribile motto della classe dominante francese negli anni trenta del secolo scorso: meglio Hitler del Fronte popolare.

Il quotidiano La Repubblica è stato in prima fila nel rilanciare questa rinnovata scelta del male minore a destra, nel nome della lotta all’antisemitismo, di cui è stato accusato Mélenchon per le posizioni assunte a favore della Palestina e contro il genocidio israeliano, ma anche per l’antirazzismo, per l’anticolonialismo e il ripudio totale dell’islamofobia, vero antisemitismo del ventunesimo secolo.

Prima del secondo turno francese La Repubblica ha dato grande risalto alla presa di posizione dell’intellettuale liberal conservatore Finkielkraut, che aveva dichiarato di preferire Le Pen a Mélenchon. Lo stesso quotidiano aveva definito nei suoi titoli come antisemita LFI. Poi dopo il voto addirittura hanno scritto che la comunità ebraica era in angoscia per il risultato del Fronte Popolare.

L’accusa di antisemitismo contro la sinistra che sta con la Palestina ha unito liberal democratici reazionari e neofascisti, anzi ha legittimato questi ultimi. Le Pen ha fatto della lotta all’antisemitismo la sua prima bandiera e ha definito Mélenchon esattamente come il quotidiano romano della famiglia Elkann Agnelli. Persino Salvini avrebbe potuto usare La Repubblica per sostenere Le Pen.

Però la maggioranza del popolo francese non si è fatta imbrogliare da questi ultimi lasciti dello spirito di Vichy e, mentre Macron faceva cene con Bardella e Le Pen per trovare un accordo di coabitazione, ha votato contro l’estrema destra.

Invece in Gran Bretagna l’imbroglio ha funzionato.

Jeremy Corbyn nelle passate elezioni aveva ottenuto più voti di Starmer, ma aveva di fronte un partito conservatore più forte, non ancora entrato nella crisi attuale. Se avesse mantenuto la leadership del Labour, oggi che i conservatori sono crollati, Corbyn guiderebbe un governo britannico di vera sinistra. Per evitare questo l’establishment britannico, con il sostegno dalla peggiore destra filo israeliana, ha organizzato un golpe interno al Labour estromettendo Corbyn con la solita accusa di antisemismo.

Oramai è chiaro che questa accusa non solo serve a coprire il sostegno al genocidio israeliano, ma viene usata in Europa per selezionare una classe politica disposta alla guerra, all’economia di guerra e alle politiche liberiste di austerità.

Contro il programma economico del Fronte Popolare di Mélenchon sono stati lanciati ancora più anatemi che sulla sua posizione sulla Palestina. La tassazione dei ricchi, la pensione a 60 anni cancellando la controriforma di Macron, il salario minimo a 1600 euro mensili netti sono stati considerati follie. Eppure queste non sono certo misure rivoluzionarie, ma semplicemente riforme di giustizia dopo anni di distruzione dei diritti sociali nel nome della competitività e dell’austerità.

In Francia contro Macron ci sono stati giganteschi scioperi ed una mobilitazione di massa di settimane. Il programma del Fronte Popolare è semplicemente una risposta positiva a quelle lotte. Ma l’Europa liberaldemocratica è proprio questo che non vuole: che si diano risposte positive alle lotte sociali. L’Europa liberista attuale nasce dalla sconfitta del movimento operaio e della sinistra che lo rappresentava ed è disposta a qualsiasi cosa purché non si torni alla giustizia sociale.

La reazione contro il programma del Fronte Popolare accomuna i reazionari e i liberali, che anche se confliggono per i voti, sono sempre più vicini sulle questioni di fondo.

Il rifiuto della guerra e del militarismo della NATO, il sostegno alla Palestina, l’eguaglianza sociale sono oggi incompatibili con il sistema di governo europeo. Quel sistema che si prepara a rieleggere a capo della Commissione UE Ursula von der Leyen, reazionaria, guerrafondaia e complice di Netanyahu.

La sinistra ammessa nel palazzo è quella che sta con la “maggioranza Ursula” e anche la destra viene sempre più selezionata sulla base dello stesso criterio. La maggioranza Ursula, liberale nella forma, reazionaria nella sostanza, è ciò che le élite considerano il meglio per se stesse in Europa.

Macron pensava di melonizzare Le Pen, facendola governare in ossequio alla NATO e all’austerità UE, ma gli elettori hanno deciso diversamente.

Anche in Gran Bretagna il successo del liberismo non è stato perfetto, perché Corbyn è stato rieletto in Parlamento, sconfiggendo sia i laburisti che i conservatori. Anche lì qualcosa è andato storto.

Nonostante trent’anni di politiche e dominio ideologico a senso unico, qua e là in Europa sta risorgendo una sinistra di sinistra. Lor signori non ci sono più abituati e vanno in confusione e rabbia. È solo l’inizio, ma è un segnale per il futuro. Un segnale che prima o poi si sentirà anche in Italia e allora sembreranno davvero ben misera cosa le alchimie dei campi, larghi nelle alleanze e ancora di più nei principi.

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29/11/2022

Il potere sulla politica

Diversi episodi tra cronaca e politica, in queste settimane, hanno reso urgente rispondere a una domanda: come viene selezionata la classe politica nel neoliberismo Occidentale di questo terzo millennio?

L’importanza è evidente: qualsiasi ipotesi di governo sociale – conservatrice, “riformista” o rivoluzionaria – non può prescindere dall’analisi dei meccanismi attraverso cui problemi e interessi sociali vengono “tradotti” oppure rifiutati in programmi, leadership, rappresentatività.

Tra i molti episodi ne abbiamo scelti due, che non a caso hanno ricevuto una copertura mediatica mainstream assai diversa. Il primo riguarda il presidente francese Emanuel Macron – ampiamente “minimizzato” per non sollevare troppe inquietudini – e l’altro, quasi ovviamente, Aboubakar Soumahoro, su cui invece si sono buttati tutti gli avvoltoi possibili.

Partiamo dal caso di “alto livello”. Al di là delle dietrologie e dei sempreverdi complottismi, l’inchiesta aperta dalla magistratura francese sui rapporti tra Emanuel Macron e la società americana McKinsey illumina meccanismi altrimenti sempre avvolti nella nebbia dell’ignoranza, tra onde di sospetto mai comprovabile.

Stavolta invece abbiamo a che fare con fatti concreti – un po’ come ai tempi di Tangentopoli in Italia – perché la Procura nazionale finanziaria (Pnf) francese da circa un mese sta lavorando su due inchieste. La prima sulle “condizioni di intervento delle società di consulenza nelle campagne elettorali del 2017 e del 2022”, la seconda sui presunti “favoritismi” di cui avrebbero beneficiato tali società successivamente alle due elezioni successive dello stesso Macron.

In pratica, queste società avrebbe finanziato e organizzato entrambe le campagne elettorali dell’attuale inquilino dell’Eliseo, ricevendo come compenso una serie di contratti di consulenza pagati dallo Stato. Pare senza gara di assegnazione e comunque per importi alquanto rilevanti: oltre 1 miliardo di euro.

Per la legislazione francese, comunque, Macron non rischia nulla fin quando resta presidente. Dunque sgomberiamo il campo dalle illusioni che queste inchieste aprano chissà quale nuova fase politica Oltralpe.

Però il “meccanismo” è molto interessante, perché appare comune a tutte le autodefinite “democrazie” occidentali.

Vediamo i dettagli.

McKinsey è una multinazionale statunitense specializzata in “consulenza manageriale all’alta direzione, che serve le maggiori aziende a livello mondiale”. In pratica una king maker che crea, istruisce e “piazza” amministratori delegati, presidenti, dirigenti di alto livello, in campo finanziario, industriale... e politico.

Organizzare una campagna elettorale per le presidenziali francesi è certamente costoso – da alcune decine a qualche centinaio di milioni di euro – ma altrettanto certamente remunerativo, se “il tuo candidato” raggiunge il risultato. Un gioco che vale assolutamente la candela...

Anche perché i contratti di consulenza spuntati successivamente sono solo una parte dei benefici che se ne possono trarre. Anzi, sono addirittura la parte meno importante. Basti pensare agli effetti delle scelte legislative in materia finanziaria, fiscale, ecc., che un presidente della Republique può mettere in moto.

Bisogna dire che la figura stessa di Emmanuel Macron sembra disegnata per corrispondere all’icona del “servo dei padroni”. Un giovane laureato all’Ena (la scuola di formazione degli “amministratori pubblici” in Francia, da cui passano quasi tutti i politici d’Oltralpe), poi funzionario della banca Rotschild, che viene chiamato da Francois Hollande a ricoprire prima la carica di vicesegretario dell’Eliseo e quindi quella di ministro dell’economia.

Una carriera fulminea che usa per demolire il Partito Socialista (cui era formalmente iscritto) e fondare la sua Republique en marche replicando – con maggior successo – lo schema di Matteo Renzi con il Pd.

Nel breve volgere di pochi mesi si guadagna la fama di presidente dei ricchi. E non è un’accusa campata in aria, ma comprovata dalla pubblicazione delle retribuzioni dei patron dei grandi gruppi francesi, che nel 2021 hanno registrato un record.

Con quei “consulenti” alle spalle, del resto, sarebbe stato difficile fare qualcosa di diverso...

Questo binomio tra gruppi multinazionali e politici di alto livello distrugge e bypassa il “corpo intermedio” che aveva fatto da pilastro per la politica nel Novecento: il partito politico (di qualsiasi tendenza), radicato nel territorio e nei principali settori sociali di riferimento.

Ma se questo binomio annienta la macchina che in precedenza costruiva il consenso verso determinate idee e programmi, allora necessita – per conquistare le menti e i cuori del cittadini-elettori, sia pur provvisoriamente – di un solido presidio nei principali media del paese, a loro volta sotto il pieno controllo proprietario di altri gruppi industriali o finanziari.

Che possono perciò o contrattare iniziative legislative in cambio del proprio appoggio, oppure aprire una “guerra” per favorire l’emersione di altri “personaggi politici” (inventati o meno) in grado di “competere” per le cariche più alte.

Niente di nuovo sotto il sole, potremmo dire.

Certo, ma che sia questa la situazione in cui avviene qualsiasi campagna elettorale, a qualsiasi livello, dovrebbe aiutare le forze della “sinistra radicale” a comprendere (e superare) la follia depressiva in cui sono cadute nell’ultimo ventennio.

Quello in cui hanno costantemente cercato, ad ogni scadenza, di individuare un “personaggio da cui ripartire”, una sorta di “salvatore della sinistra” in grado di produrre – con la sua sola presenza – risultati elettorali migliori di quanto la propria, scarsa, presenza sociale possa garantire. Per poi scoprire che non funziona, anzi...

E qui arriviamo al “caso Soumahoro”, al lato opposto della scala del potere, che illumina invece il miserrimo escamotage tipico nella “vecchia sinistra” e il consapevole distacco tra queste formazioni e “il popolo” (comprese le sue componenti di “recente immigrazione”).

Abou è stato candidato solo quando si era completata la sua trasformazione da sindacalista vero e semplice in “icona” mediatica simboleggiante il mondo dei braccianti, tramite il lungo e sapiente lavorio del duo Damilano-Zoro (ovvero del gruppo L’Espresso – ora passato in mano alla famiglia Agnelli-Elkann – del gruppo Cairo-Corriere della Sera).

Candidato insomma in quanto “personaggio noto”, “nome spendibile”, etichetta di richiamo su un prodotto vecchio e ammuffito (Sinistra Italiana più Angelo Bonelli & co.). In altre parole: candidato non perché era un sindacalista, ma perché aveva smesso di esserlo.

Cerchiamo di esser chiari. C’è un bisogno disperato, per le classi popolari, di una rappresentanza politica vera, in grado di far valere gli interessi degli sfruttati in qualsiasi sede, anche istituzionale, per moltiplicare le occasioni di generalizzazione del conflitto e la costruzione di un progetto di trasformazione radicale.

In questa chiave è ovvio che le “avanguardie delle lotte” costituiscono il meglio che si possa mettere in gioco anche in un processo elettorale. Con la ragionevole certezza – nulla di assoluto, ma con qualche probabilità in più – che “non tradiscano la fiducia degli elettori” alla prima occasione. Il loro legame con i rispettivi settori sociali è quello che li rende “rappresentativi” non di se stessi, individualmente, ma di figure sociali più o meno estese.

I “personaggi noti per la loro fama”, invece, galleggiano tra le onde di un sistema mediatico controllato da altri (come abbiamo visto nel caso Macron), che solleva o annega in un attimo chi torna utile e chi smette di esserlo.

A che pro tutto questo “ragionare”?

Ad eliminare, il prima possibile, quelle assurde illusioni che da venti anni, ormai, trascinano “la sinistra radicale” a ripetere sempre lo stesso schema suicida: un cartello elettorale abborracciato all’ultimo momento, slegato da qualsiasi conflittualità sociale reale, e appeso alle paturnie volatili del “personaggio famoso” (o almeno “conosciuto”) di turno.

C’è un “sistema” industriale, finanziario e mediatico che controlla i processi elettorali e ne determina largamente i risultati. Chi vuole cambiare davvero qualcosa, in questo mondo, deve costruire la forza sociale che permette di rompere questa gabbia. E non si fa con il solo marketing furbesco...

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14/10/2019

La lotta di classe si è fermata a Maastricht

Siamo vicini al varo della prima manovra finanziaria da parte del neonato Governo, la quale, a dispetto degli annunci, si prospetta di nuovo sotto il segno dell’austerità. Se da un lato c’è l’urgenza politica di non dare tregua al nuovo esecutivo (nuovo solo a parole e sempre identico a sé stesso nelle politiche antipopolari applicate), dall’altro non bisogna perdere la prospettiva sulle grandi sfide ideali, da cui ripartire per iniziare a ragionare sull’alternativa e per dotarsi di una cassetta degli attrezzi con cui interpretare il presente. Sganciandoci dalla più stretta attualità, parliamo qui di un punto di vista, radicalmente diverso dal consenso affermatosi, su alcuni snodi cruciali della lotta di classe nei cosiddetti ‘decenni d’oro’ del capitalismo occidentale del secondo dopoguerra.

Nel pezzo che proponiamo, uscito su La Rivista del Manifesto nel marzo 2004 a firma Garegnani, Cavalieri, Lucii, torniamo sui terreni già calcati quando discutemmo le parole, sempre attuali, di un grande economista eterodosso quale Michał Kalecki: la disoccupazione e il ruolo della sinistra. L’economista polacco ci lasciava, all’interno di un pezzo ricco di spunti, un messaggio fondamentale: i capitalisti sono generalmente avversi alle politiche di spesa pubblica e di sostegno pubblico ai redditi in quanto queste aiutano i lavoratori a mettersi al riparo dalla minaccia della disoccupazione, diventando via via meno disciplinati e ‘gestibili’. La disoccupazione è, infatti, un potentissimo strumento di controllo sociale, che i capitalisti usano senza scrupoli per appropriarsi di una fetta maggiore del prodotto sociale. Una necessità intrinseca di un’economia capitalista, alla quale i padroni rinunceranno, ci ricorda Kalecki, solamente nel contesto di regimi fascisti, dove la repressione economica può essere sostituita direttamente dalla repressione politica.

Tornando al pezzo dei tre autori nostrani, perché è importante rileggerlo oggi, in una situazione dove l’austerità la fa da padrona e allo Stato è, di fatto, impedito di attuare politiche espansive? Sono in particolare due le idee, proposte nell’articolo, che troviamo di particolare utilità anche oggi: da un lato la discussione del ruolo della spesa pubblica all’interno della lotta di classe in occidente, dall’altro il ruolo degli assetti politico-istituzionali.

Partiamo dal primo punto, ed è qui che subito il lettore odierno deve forzare un po’ la sua immaginazione per andare oltre le strettoie politiche che oggigiorno limitano in maniera soffocante la capacità di intervento dello Stato. Garegnani, Cavalieri e Lucii, infatti, ci parlano di un mondo nel quale la piena occupazione era ormai molto vicina, e lo era grazie all’aiuto determinante dello Stato nel garantire un ammontare di domanda di beni e servizi tale da rendere necessario, per il funzionamento dell’economia, l’impiego di pressoché tutti i lavoratori disponibili. Apparentemente un altro mondo rispetto al contesto attuale, come uno sguardo ai dati sulla disoccupazione in Europa ci mostra.

A cosa può servirci, oggi, questo scorcio di passato? A darci una guida è il ragionamento degli autori, che ci pongono di fronte ad un apparente paradosso.

Una situazione con bassa disoccupazione e alta domanda di beni sembrava uno scenario idilliaco, sia per i lavoratori che avranno un posto assicurato e verosimilmente remunerazioni dignitose, sia per i padroni che hanno a disposizione mercati sempre floridi nei quali realizzare lauti profitti. Ma dietro questa apparente situazione di pace sociale, il quadro generale e i rapporti di classe restavano profondamente conflittuali. Come è possibile, ci potremmo chiedere, se ambo le parti vedevano i loro benefici accrescersi per mano della spinta continua data dallo Stato all’economia? La questione di fondo risiede nel fatto che per i capitalisti ciò che conta non è solamente quanti profitti fanno, a quanto ammonta la massa di profitti da loro realizzati. Per loro conterà anche e soprattutto il saggio di profitto che riescono ad ottenere, cioè la remunerazione del capitale da loro investito. Nel dettaglio, il saggio di profitto viene calcolato facendo un semplice rapporto tra [i ricavi totali, ai quali sottraiamo i costi per l’usura dei mezzi di produzione utilizzati, il costo delle materie prime e i salari pagati], e [il totale del capitale anticipato ai fini della produzione]. Ed è qui che la presunta armonia di interessi tra le classi svanisce: se i lavoratori riescono a strappare un salario reale più alto, il saggio di profitto rilevante per i capitalisti diminuisce inequivocabilmente. È la lotta di classe, il conflitto che anima il funzionamento della nostra economia. Questo scenario avrà maggiori possibilità di realizzarsi in presenza di bassa disoccupazione, quando quest’arma di ricatto dei capitalisti è spuntata e non è sufficiente a moderare le richieste dei lavoratori. Ecco quindi che la nostra sfida, quella contro i vincoli al bilancio pubblico dati dalla gabbia europea, non deve perdere mai la prospettiva storica, la quale ci mostra che un intervento attivo dello Stato nell’economia non è solamente uno strumento utile a garantire alti livelli di reddito e occupazione, ma può anche essere funzionale a migliorare i rapporti di forza e a tenere a bada il potere contrattuale dei capitalisti.

L’altra questione che ci preme sottolineare è il ruolo che nel contributo dei tre autori viene dato al contesto istituzionale di quegli anni: è vero, i lavoratori erano in grado di strappare condizioni lavorative favorevoli, lo Stato interveniva in maniera continua nelle vicende di mercato, i partiti di sinistra erano radicati nella società. Basta questo per cogliere il quadro di quel periodo? Secondo Garegnani, Cavalieri e Lucii, no: non capiamo davvero la situazione se non allargando lo sguardo e tenendo in considerazione il ruolo giocato dalla presenza dell’Unione Sovietica. Lontani dal becero revisionismo made in UE, il ruolo politico dell’URSS in quegli anni è chiaro: essa costituiva una minaccia ed una fonte di pressione costante sulle classi dominanti dei Paesi occidentali. La prospettiva di un sistema economico alternativo, capace di garantire un lavoro per tutti e uguaglianza nella distribuzione del reddito, alle porte del capitalismo avanzato, obbligava di fatto quest’ultimo a ricercare una qualche forma di compromesso con le classi lavoratrici. Allo stesso tempo, però, i tre autori ci segnalano anche la minaccia insita in questo stato delle cose. Un capitalismo che garantisce un livello minimo di benessere ha il potenziale di ammorbidire il dissenso degli strati sociali meno abbienti, riducendo la carica propulsiva e di rottura necessaria a prendersi tutto e non solo fette leggermente più grandi della torta. È qui che si inserisce il ruolo della sinistra di classe, che deve farsi carico di fare luce sulla natura inerentemente ingiusta di un sistema economico costruito sullo sfruttamento, un sistema economico che concede qualcosa solo se è obbligato dalla pressione della classe stessa. Se questo ruolo della sinistra viene a mancare, si afferma la falsa percezione di essere partecipi di un benessere collettivo e per tutti che altro non è che l’anticamera per una successiva contro-offensiva capitalistica, quella che ancora oggi vediamo dispiegarsi.

Ed è qui che troviamo il secondo punto di connessione con la realtà attuale. Ci troviamo, infatti, nella paradossale situazione di vedere esattamente ribaltato il contesto istituzionale: da un lato l’URSS è ormai un lontano ricordo, mentre dall’altro le classi lavoratrici mostrano segni di risveglio e danno vita a ondate di malcontento e rivolta – come i gilet gialli in Francia – che riescono embrionalmente a portare l’attacco agli interessi materiali delle classi dominanti. Nel momento in cui, però, le masse popolari sembrano mostrarsi più disponibili a lottare contro un sistema fatto di disoccupazione e povertà, questa spinta non ha più un orizzonte politico ultimo, un’alternativa tangibile, che esiste e che dimostra di essere una possibilità concreta, pur tra mille contraddizioni. È innegabile che questo rende un percorso di lotte per l’emancipazione molto più complicato e frammentato, ma non per questo meno urgente e necessario.

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14/12/2018

Solo il populismo (di sinistra) ci salverà

Un libro di Chantal Mouffe spiega come – nel momento in cui sta crollando il Sistema tecnocratico e postdemocratico – l’unico modo per contrastare l’avanzata delle destre xenofobe sia abbracciare le ragioni populistiche: una via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra marginale e rivoluzionaria, che recuperi un “riformismo radicale” e la democratizzazione delle istituzioni. L’obiettivo è essere maggioranza nel Paese. Un manifesto politico che fa discutere e tocca i tabù novecenteschi e marxisti.

di Giacomo Russo Spena

Un pamphlet utile e che anima dibattito. Sicuramente non è un libro ideologico: all’utopia si preferisce il pragmatismo. E sicuramente è una lettura ostile per chi è nell’alveo della cosiddetta sinistra radicale o per chi utilizza pedissequamente le lenti marxiane per leggere la società d’oggi. Con il testo Per un populismo di sinistra (Laterza, pp. 120) Chantal Mouffe, docente all’Università di Westminster, enuncia il suo manifesto politico per la costruzione europea, e globale, di un’alternativa possibile. Alla studiosa non manca l’audacia di rompere alcuni tabù novecenteschi propri della tradizione classica. La tesi di fondo è che, nell’era populista che viviamo, la sinistra (o quel che rimane del progressismo) è obbligata a sposare il populismo se vuole ritornare in auge in termini di rappresentanza.

Il populismo non sarebbe un’ideologia ma una mera strategia discorsiva di costruzione della frontiera tra il “popolo” e “l’oligarchia”. Un modo di fare politica: una tattica vincente. Non sposare il populismo di sinistra equivarrebbe ad essere esclusi dalla contesa e, quindi, relegati alla marginalità elettorale. Secondo l’autrice nei prossimi anni sarà possibile combattere le politiche xenofobe, promosse dal populismo di destra, solo attraverso la costruzione di un “popolo”, di una volontà collettiva che sia l’esito della mobilitazione degli effetti comuni in difesa dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Mouffe – insieme ad Ernesto Laclau, filosofo argentino, postmarxista, e vate della “ragione populista” – rappresenta il volto più rinomato di questo pensiero.

La sua teoria parte da un punto imprescindibile: il crollo del sistema liberaldemocratico. Dopo i gloriosi trenta negli anni ‘80 sarebbe partita la controffensiva neoliberale di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, una controffensiva che ha portato al dominio di un pensiero unico e alla fine delle socialdemocrazie europee che, negli anni, hanno via via abbandonato le ragioni della sinistra – sposando spesso e volentieri le larghe intese – assumendo come proprio il paradigma della "terza via" di Tony Blair. Si è utilizzata la parola "riformismo" per sostenere guerre umanitarie, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazioni varie. Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica dovuta sia a errori soggettivi che alla insufficiente analisi e comprensione nel "mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione", per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm.

Ancora oggi il Pd – malgrado la batosta del 4 marzo – continua a fare opposizione al governo gialloverde tifando lo spread, schierandosi per la Tav, le privatizzazioni o difendendo i passati provvedimenti di Minniti sull’immigrazione o il Jobs Act sul lavoro. Una strada che appare miope e sbagliata. Il centrosinistra – esaltando le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista e dell’Europa di Maastricht – ha finito così per schiantarsi. Chantal Mouffe parla di “postpolitica” per definire come, dal punto di vista economico e sociale, si sia appiattita la differenza tra destra e sinistra. Il crollo di un Sistema è il tema globale. Il Sistema delle oligarchie, delle tecnocrazie e del dominio della finanza sta mostrando sempre maggiori crepe. Per ultimo, ad accorgersene è il presidente francese Macron costretto a cedere alle richieste dei gilet gialli. All’Ancient Regime si oppone una mobilitazione di cittadini arrabbiati che chiedono cambiamento, diritti e protezione sociale.

Di fronte a questo quadro, la sinistra – a parte qualche eccezione menzionata nel libro come Podemos, La France Insoumise di Melenchon, la prima Syriza o il Labour Party di Jeremy Corbyn – non è stata in grado di incanalare tale rabbia e di trasformarla in proposta politica. Quel vuoto è ben colmato, ad oggi, dai populismi di destra che hanno costruito un immaginario ben preciso dove il migrante è il capro espiatorio di tutti i mali, dalla crisi economica al degrado passando per la sicurezza.

La tecnica populistica si delinea per il suo carattere agonistico: la costruzione di un “noi” identitario (l’idea di comunità) contro un “loro” inteso come nemico da combattere. La differenza tra i vari populismi sarebbe nell’identificazione di quel “loro”. Mouffe, portando il caso di Podemos o di Occupy Wall Street, incarna il nemico esterno nel cosiddetto 1 per cento, nell’oligarchia che detiene potere e ricchezze a scapito del 99. Al contrario, i nazionalisti xenofobi identificano il nemico – foraggiando la guerra tra poveri – nello straniero. Il M5S vedrebbe il nemico nelle Caste (politici fannulloni) o nella stampa (pennivendola e sciacalla). Sono strategie che portano consenso e il prodotto di narrazione egemoniche nella società. Nel testo, l’autrice – riscoprendo Gramsci – definisce una formazione egemonica come “una configurazione di pratiche sociali di natura differente: economica, culturale, politica e giuridica, la cui articolazione è assicurata da alcuni significanti simbolici chiave che plasmano il senso comune”.

Si dovrebbe ripartire da qui, a costo di abbandonare la parola sinistra – svuotata di significato a causa del “tradimento” consumato dai socialdemocratici – per abbracciare la dicotomia basso/alto. Il termine sinistra non aiuterebbe a costruire un “popolo” degli sfruttati, relegando e delimitando il consenso della proposta politica. A differenza di precedenti libri, Chantal Mouffe non si sofferma nell’identificazione di questo popolo, che poi è il vero nodo – il 99 per cento non sempre è un blocco omogeneo e al proprio interno ha una serie di contraddizioni – definendolo come una “risultante da una catena equivalenziale che collega domande eterogenee, e la cui unità è garantita dall’identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza e dall’opposizione comune all’oligarchia”.

Una sorta di maggioranza invisibile nella società composta da fasce popolari, ceto medio polverizzato, precari di ogni specie, migranti, partite Iva, pensionati. Da chi, in questi anni, sta pagando la crisi sulla propria pelle. Facendo sue le tesi antiessenzialiste, nel pamphlet, il popolo non è definito come un referente politico ma è fondamentale la “costruzione di una volontà collettiva capace di determinare una nuova formazione egemonica che ristabilisca l’articolazione tra liberalismo e democrazia”.

Qui c’è un secondo punto fondamentale. Il populismo di sinistra sarebbe una terza via, in antitesi sia ai liberali del centrosinistra che alla sinistra cosiddetta estremista. L’obiettivo è il governo. Essere maggioranza nel Paese, per prendere il potere. Si abbandona ogni velleità rivoluzionaria, o esodo negriano, per sostenere quella che Mouffe definisce “radicalizzazione della democrazia”. Nell’era della postpolitica e della postdemocrazia, per rompere col neoliberalismo – senza però ricadere nella marginalità della sinistra radicale – è necessario rilanciare un “riformismo radicale” (Mouffe cita persino Norberto Bobbio) capace di aprire una stagione di partecipazione e nuovi diritti. “L’errore fondamentale dei rappresentanti dell’estrema sinistra – scrive l’autrice belga – è sempre stato quello di evitare di confrontarsi con ciò che le persone sono nella vita reale, preferendo soffermarsi su come avrebbero dovuto essere secondo le loro teorie”.

Nel populismo, di destra come di sinistra, ci sarebbero caratteristiche comuni che, per semplificare, si potrebbero sintetizzare in alcuni punti: la costruzione di un “noi” identitario, l’appello al popolo, l’ostilità all’establishment, la personalizzazione della politica, la mobilitazione mediatica, la semplificazione del messaggio. Ma se il populismo di destra si palesa per il suo autoritarismo e per la declinazione in termini nazionalistici e xenofobi, secondo Mouffe il populismo di sinistra desidera restaurare la democrazia per rafforzarla ed estenderla. “Ciò – scrive – richiede l’instaurazione di una catena di equivalenze tra le domande dei lavoratori, degli immigrati, nonché di altre domande democratiche, per esempio quelle della comunità Lgbt. L’obiettivo di questa catena è la creazione di una nuova egemonia che permetta la radicalizzazione della democrazia”.

Per raggiungere tale scopo, serve anche un leader carismatico che, per Mouffe, è cosa ben diversa dal dispotismo autoritario. Qualsiasi esperienza interessante in Europa è stata possibile anche per la figura di un “potere carismatico” (per dirla alla Max Weber) capace di occupare gli spazi mediatici e vincere una battaglia culturale. Far capire alle persone chi sono i veri responsabili della propria crisi. Da questo punto di vista il sistema informativo e comunicativo è fondamentale. E non si può tralasciare. Poi la vera sfida per le forze di alternativa consisterebbe nel ricostruire il legame tra democrazia e conflitto: una mancanza di sbocchi politici adeguati avrebbe esiti alquanto pericolosi. Ovunque, infatti, avanza il (peggior) populismo di destra.

Al momento, le forze di opposizione socialdemocratiche contrastano i “barbari” difendendo status quo ed austerity mentre movimenti e lotte sociali sono orfani di una rappresentanza degna. Mouffe tifa, invece, per il populismo di sinistra. Questo progetto avrà successo? “Chiaramente non c’è garanzia – replica l’autrice – ma sarebbe un grave errore non cogliere l’opportunità che la congiuntura attuale fornisce”. Allora, dopo questa lettura, è lecito chiedersi: chi sarà, in Italia, l’anti-Salvini?

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29/12/2017

Renzo Ulivieri ora appoggia Potere Al Popolo

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare... Le ironie dei servi del potere – Repubblica su tutti, per ora – non fanno presa più di tanto. La novità politica della battaglia elettorale che si apre praticamente oggi, con lo scioglimento delle Camere, è soltanto una: #PotereAlPopolo. Tutto il resto è potentati affaristici al servizio del capitale multinazionale (attraverso l’Unione Europea) oppure vecchia paccottiglia senza più senso.

Se n’è accorto un vecchio leone comunista come Renzo Ulivieri, allenatore in passato di grandi club della serie A (Bologna, Sampdoria, Napoli, Cagliari, Parma), ancora oggi in panchina con le ragazze del Pontedera. Ma anche presidente dell’Associazione Allenatori Calcio e dirigente politico (consigliere comunale e assessore, ancora negli anni ‘60). Politicamente sempre vicino alla “cosa” più di sinistra che il panorama politico-elettorale riuscisse ad offrire.

Proprio per questo lo avevano avvicinato quelli di “Liberi e Uguali”, strappandogli una dichiarazione di sostegno. Poi, non sappiamo se stanco di vecchi discorsi moderati o per la forza ruspante della nuova lista, ha cambiato idea:

“Ho provato a spiegarmelo. Anche razionalmente. Sto con Liberi e Eguali, il cosiddetto PD2, perché, più forza prende, più riuscirà a spostare a sinistra l’azione politica del PD1. Solo che per me l’interesse per la politica è sempre stato accompagnato da passione, sentimenti, emozioni. Mentre facevo questi pensieri emozione zero. Ho scelto Potere al Popolo e sarò lì“, ha scritto Ulivieri sul suo profilo. “Non è per il gioco a fare a chi è più di sinistra, che è gioco sciocco. La scelta riguarda il tipo di società nella quale vogliamo vivere. E allora o si è di sinistra o non lo si è“.

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Potere al Popolo come Momentum di Corbyn: un’equazione da rigettare

Due giorni or sono, a firma di Rosa Gilbert, è uscito, sul britannico The Indipendent, un pezzo in cui si afferma che l’unica sinistra, in Italia, è rappresentata da Potere al Popolo, procedendo poi in un paragone, quello con Momentum di Jeremy Corbyn, non certo lusinghiero per un movimento che voglia fare della lotta radicale, al Capitale e alle sue molteplici e velenose ramificazioni, il perno cardine della sua stessa esistenza politica.

Capisco, allora, che possa far piacere leggere su un Tabloid come The Indipendent – in un articolo che, sicuramente, fa impallidire i nostri media mainstream per obiettività e analisi della situazione sul campo in Italia – di Potere al Popolo, di Je so’ pazzo e dell’ex Opg, dell’Usb e dei centri sociali, e nello specifico di Napoli, quale epicentro da cui nasce quest’innovativa proposta politica; pur tuttavia, non penso ci sia da rallegrarsi se lo stesso The Indipendent propone un’equazione, seppur procedendo per sommi capi, tra Potere al Popolo e Momentum di Corbyn. E tanto meno c’è da gioire se quell’equivalenza pone, come ulteriori termini di paragone, il Podemos spagnolo di Iglesias – la battaglia per l’indipendentismo catalano ne ha evidenziato tutte le fragilità sul piano dell’auspicabile rottura con l’Ue e lo Stato monarchico-franchista castigliano – o Insoumise di Melenchon, in Francia.

Non va dimenticato, infatti, che, se tanto il movimento spagnolo quanto quello francese risultano compatibilisti rispetto alla cultura produttiva e borsistico-mercantile del capitalismo dominante, anche Momentum e la cosiddetta Corbynomics non sono da meno. Accusata, in Inghilterra, di proporre ricette di estrema sinistra e di stampo marxiano, l’economia corbiniana è, invece, nulla di più di un pacchetto di proposte “riformiste” – come sostenuto dallo stesso Corbyn – seppur orientate nel senso di quella socialdemocrazia, conciliatrice degli opposti interessi di classe, che, oramai, è essa stessa divenuta un miraggio nel panorama oscurato dalla dittatura del pensiero neoliberista. Un riformismo di matrice socialdemocratica, dunque, il cui perno è una sorta di quantitative easing – sul modello adottato dalla Bce di Mario Draghi – ma a vantaggio del popolo. Un programma economico rivolto sia a finanziare investimenti in infrastrutture pubbliche sia a cittadini e lavoratori e sostenuto da economisti di sinistra della scuola keynesiana – e qui ravviserei l’intoppo per una forza che si dichiara comunista e radicale – tra cui Steve Keen e David Blanchflower, i quali hanno fatto pubblicare sul Guardian un appello nel quale si afferma che l’«accusa, ampiamente diffusa nei confronti di Jeremy Corbyn e dei suoi simpatizzanti, consiste nell’essersi fatti promotori di una politica economica di estrema sinistra. Ciò non trova però fondamento nelle dichiarazioni e nelle politiche sostenute dal candidato. La sua opposizione rispetto alle politiche di austerità è coerente con quanto il pensiero economico prevalente afferma, e lo è persino con quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale». Quello stesso Fondo Monetario Internazionale insomma, che, insieme alla Bce, all’Ue e alla Banca Mondiale compone quella Troika alla quale si devono le misure di austerità che hanno prodotto e stanno producendo la macelleria sociale e il progressivo impoverimento dei paesi europei – ma anche altrove la situazione è la medesima – speculando, con le banche d’affari e le Multinazionali, su quel debito pubblico divenuto ormai un capestro cui impiccare i popoli di mezzo pianeta. Stiamo parlando, in sostanza, di quella cosiddetta “economia del debito” contro cui si ergeva, pagando con la morte il suo dissenso, Thomas Sankarà, allora presidente del Burkina Faso. Troika ed economia del debito – Fiscal Compact in testa – che dovrebbero essere i principali obiettivi strategici contro cui scagliarsi da parte di forze anticapitaliste, e contro cui, difatti, i principali ispiratori di Potere al Popolo si sono scagliati da tempo.

Ma alle parole di sfida dovranno, come sempre, seguire i fatti. Altrimenti, si rischia di fare la fine di Tsipras e Syriza in Grecia: proclami altisonanti, e poi testa china di fronte al ricatto dei comitati d’affare europei e dei creditori mondiali

In quest’ottica, quindi, mi pare evidente che parallelismi come quelli proposti dall’Indipendent debbano essere rifiutati categoricamente. Marcare la differenza sul versante delle lotte – se si preferisce, più teoricamente, sul versante della Lotta di Classe – dovrebbe essere prioritario, se si vuole scongiurare il rischio, non proprio trascurabile, che la percezione nei blocchi sociali di riferimento si riduca ad una semplice alleanza a scopi elettoralistici, imbevuta di astrazioni concettuali e parole vacue, simboliche e fortemente evocatrici, ma prive di corrispondenze nella realtà.

E proprio questi sono i dubbi – oltre alla precedente esperienza del Brancaccio – che mi assalgono sin dalla creazione di Potere al Popolo e che mi hanno portato alla decisione di non sostenere attivamente la lista, pur guardandola con favore e percependola come un embrione promettente di una politica in discontinuità rispetto alle fallimentari esperienze del passato. Un embrione che, voglio sinceramente augurarmelo, nel corso del suo processo evolutivo – al di là delle elezioni, che continuo da decenni a considerare, oramai, una roulette truccata, i cui croupier sono, inequivocabilmente, servi dei poteri finanziari – possa spazzare definitivamente le esperienze legate tanto al consociativismo di un centro sinistra lontano milioni di anni luce dalla realtà del paese, quanto alle derive autoreferenziali della sedicente sinistra radicale, incapace, da tempo, di cogliere la tragedia sociale che va consumandosi sulla pelle di coloro che dovrebbero rappresentare, pur nella loro composita conformazione, la classe ed il blocco sociale di riferimento. Un embrione che sia vieppiù capace di tracciare una linea di demarcazione tra fittizi organismi verticistici, costruiti in laboratorio e a freddo, utili esclusivamente al riciclaggio di una classe dirigente prona agli interessi della finanza globale e smaniosa di accumulare una pur minima quantità di potere e denaro per sé stessa, e possibili, speriamo concrete, realizzazioni di forze sul campo, capaci di rompere, finalmente senza alcun compromesso, con quella che si configura, oramai da tempo, come la Dittatura Mondiale Neoliberista. Una versione, insomma, riveduta e corretta in senso peggiorativo, dello Stato Imperialista delle Multinazionali. La priorità rimane infatti, almeno per il sottoscritto, il No all’Unione Europea, il No all’Euro, il No alla Nato. E soprattutto, il No gridato al pagamento del Debito. Senza questa determinazione e questi No, che comportano, mi rendo conto, non pochi rischi in termini di un possibile ed eventuale spargimento di sangue – è bene chiarirlo subito, senza ipocrisie e senza nascondersi la crudele verità, adoperando come paravento la Democrazia e il Pacifismo – non si uscirà mai dalla condanna a morte emessa, nei confronti dei ceti più deboli, delle periferie del mondo e dei popoli del sud, da quelle élite finanziarie che hanno a cuore solo i loro interessi e la cui sentenza viene eseguita, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente, da boia in giacca e cravatta, seduti nei consigli di amministrazione o su poltrone presidenziali o su parlamentari scranni da deputato. Il sangue scorre lo stesso, dilazionato e per procura. E malgrado elezioni libere e democratiche.

Al di là di questi conclusivi accenti pessimistici, faccio però, comunque, i miei migliori auguri a tutte le compagne e i compagni che stanno donando forza, energie, nervi alla lista Potete al Popolo. Sperando di essere smentito con i fatti e non solo con le parole.

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28/12/2017

L’unica sinistra riconosciuta da tutta Europa in Italia è Potere al Popolo

Qui non si trova un giornale – e un giornalista – disposto a dar conto di quel che sta avvenendo con l’esplosione della lista #poterealpopolo. In Gran Bretagna, patria del giornalismo cosiddetto british (i fatti sganciati dalle opinioni, e dunque i fatti vanno raccontati anche quando non sono graditi alla proprietà del media), qualcuno ha colto la novità.

Naturalmente la novità eccede alquanto anche le possibilità di traduzione della politica italiana in quella inglese. L’ispirazione attribuita a Jeremy Corbyn è – diciamo così – un tantinello “forzata”. Ma almeno coglie dal punto di vista britannico una qualche vaga somiglianza con il fenomeno che ha distrutto il Labour blairiano, così come qui promette di fare con Pd e Mdp. Ma con un tasso di radicalità sconosciuto Oltremanica.

Buona lettura.

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“In Italia è sorto un nuovo movimento chiamato Potere al Popolo che si ispira alla nuova sinistra in Europa, in particolare a Momentum e alla trasformazione del Labour sotto Jeremy Corbyn. Fondato il mese scorso durante un incontro a Roma, si è diffuso in 90 città del paese che hanno organizzato assemblee pubbliche per la costruzione di una lista per le elezioni che si terranno a marzo.

I sostenitori indicano il calo degli standard di vita e il tradimento di lavoratori giovani e precari da parte dei governi come motivo per prendere in mano la situazione. Proprio come il tradimento delle giovani generazioni in Gran Bretagna dalla convergenza ideologica dei principali partiti ha spinto un afflusso di sostegno a Corbyn e Momentum, questo nuovo movimento in Italia segnala un rifiuto della scelta tra vari gradi di politiche guidate dal mercato che non offrono alcuna speranza per la gioventù espropriata del paese.

In Italia, il partito democratico apparentemente di centro-sinistra ha attuato riforme neoliberiste più severe della coalizione di destra di Berlusconi, costringendo gli studenti a lavorare gratuitamente e “liberalizzando” il mercato del lavoro per rendere più facile licenziare i lavoratori e impiegarli a breve termine, con contratti incerti.

Questo sta approfondendo un divario generazionale che è persino più grande che nel Regno Unito. Con i giovani italiani che affrontano un tasso di disoccupazione del 35% e un tenore di vita inferiore ai loro genitori, un’intera generazione è stata lasciata fuori dalle amministrazioni tecnocratiche e neoliberiste degli ultimi anni, aprendo una voragine a sinistra che era, fino a novembre, rimasta vuota.

Potere al Popolo mira a fornire un’alternativa veramente di sinistra in un clima politico in cui l’estrema destra è stata incoraggiata dall’insicurezza economica e dal declino dei livelli di vita che sono il risultato di misure di austerità prese dai principali partiti politici.

Secondo Giuliano, uno dei principali organizzatori di Napoli, gli attivisti sono stati ispirati dalla capacità di Momentum di mobilitarsi come movimento sociale ai fini delle elezioni politiche vincenti del partito: “Incorporare gli elementi positivi delle lotte dei movimenti sociali dalle recenti mobilitazioni in una ben organizzata forma di partito ha impegnato gli attivisti senza imporre un approccio soffocante dall’alto verso il basso. L’innovazione di Momentum che utilizza i social media e le riunioni locali per creare un’ondata di sostegno popolare in un così breve arco di tempo è un ottimo esempio di ciò che può essere raggiunto”.

La piattaforma elettorale assemblata sotto lo striscione di Potere al Popolo comprende sindacati di alto livello come l’USB, che vanta 500.000 membri ed è particolarmente forte tra i lavoratori iper-sfruttati nel fiorente settore della logistica in Italia.

Integrali al progetto sono le varie iniziative per i migranti e gli alloggi che hanno creato infrastrutture sociali in cui lo Stato ha fallito, come il centro sociale Je So ‘Pazzo a Napoli – completo di cliniche, biblioteca, mensa, bar e campo da calcio – dove è nato Potere al Popolo.

Come gran parte dell’ondata di Momentum, le dimissioni della sinistra per l’attivismo extraparlamentare nella storia recente hanno accumulato le forze necessarie per lanciare questa piattaforma.

L’ispirazione è arrivata anche da La France Insoumise, il cui leader Jean-Luc Mélenchon ha inviato la sua benedizione a Potere al Popolo lo scorso fine settimana per unirsi a loro in una “comune avventura per la costruzione di un’alternativa popolare per l’Europa”, condannando sia il Partito Democratico italiano che il governo e, in Grecia, Syriza di Alexis Tsipras, per compromessi, tradimenti e “speranze spezzate”.

Sebbene ci siano poche possibilità di ottenere il risultato elettorale che abbiamo visto in Gran Bretagna a giugno, gli attivisti di Potere al Popolo hanno in mente una strategia a lungo termine: “il nostro vero obiettivo è avviare un processo che possa ridare fiducia alle nostre comunità nella loro capacità di attuare il cambiamento, oltre a spostare i termini di una campagna elettorale che si sta configurando come la più reazionaria degli ultimi vent’anni. In tal modo, miriamo a creare un movimento duraturo”.

da https://www.independent.co.uk/voices/jeremy-corbyn-momentum-italy-young-people-left-wing-revolution-opposition-socialism-relevant-a8124491.html

Traduzione di Gabriele Vilardi

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20/09/2017

L’antifascismo del XXI secolo

Da mesi a Roma siamo dentro una trasformazione del rapporto tra fascismo e antifascismo. Un mutamento che costringe alla riflessione perché cambia non solo gli attori in campo, ma anche le modalità politiche con cui si combatte il fascismo in città. L’autunno sarà sempre più attraversato da scontri come quelli avvenuti la scorsa settimana al Tiburtino III o in estate a Tor Bella Monaca, motivo in più per attrezzarci rapidamente alla mutazione genetica in corso.

Ma cosa sta cambiando in concreto? E’ la periferia metropolitana il nuovo contesto che costringe al salto di paradigma. Per alcuni le periferie si starebbero drammaticamente “spostando a destra”. Per altri sono definitivamente serbatoio di elettori e militanti neofascisti. Il nostro lavoro quotidiano nelle periferie ci racconta altro: è la politica che è stata espunta completamente dalla periferia, sia essa di destra o di sinistra. Lontani dalle rappresentazioni mediatiche, le difficoltà che incontriamo noi, come sinistra, a rientrare nei quartieri (veramente) popolari, le incontra anche la destra neofascista. Le vicende di Tor Bella Monaca e di Tiburtino III confermano questa lettura: nonostante gli strepiti, alla prova dei fatti i fascisti erano soli e nei fatti isolati dai compagni e dal resto del quartiere. La periferia è un territorio completamente de-politicizzato, che rifiuta qualsiasi forma di aggregazione politica distante dai comportamenti della periferia stessa. Questo deserto sarà sempre più terreno di scontro perché il tentativo di ri-politicizzare questi straordinari territori dove resiste il proletariato metropolitano è l’unica possibilità di concreto radicamento sociale. Fuori dalla periferia c’è la città vetrina del centro storico o la città gentrificata dei quartieri della movida universitaria. C’è il nulla borghese insomma, direttamente contrapposto agli interessi della periferia. Questa contrapposizione è d’altronde chiara agli abitanti della cintura periferica metropolitana: il centro è il nemico. E *centro*, nel (giusto) pensiero comune di chi abita la periferia, è sinonimo di politica.

Questa lotta alla ri-politicizzazione delle periferie è il terreno di scontro tra sinistra e neofascismo.

L’antifascismo deve prendere atto di questo scenario mutato. Se prima era assicurata una legittimità diversa tra una sinistra radicata nelle periferie e una destra sostanzialmente esogena, oggi (da tempo) non è più così. La destra continua a rimanere esogena, esterna tanto ai quartieri popolari quanto ai concreti interessi dei suoi abitanti. Il problema (drammatico) è che tale “esternità” è condivisa anche dalla sinistra, qualsiasi essa sia. Questo il mutamento di contesto che stravolge anche una serie di modalità politiche sedimentate nel corso di decenni. L’antifascismo ideologico non fa più presa nei quartieri proletari, anzi: il modo migliore per essere estromessi dal quartiere è fare dell’antifascismo una bandiera politica, “a prescindere” dai problemi sociali della periferia. Anche perché i fascisti si presentano nei quartieri come “non fascisti”. Un tentativo sempre fatto, ma che di questi tempi trova meno anticorpi popolari per smascherarlo.

Il terreno di confronto è la soluzione delle contraddizioni sociali devastanti che vive la periferia. In questo senso nessun fascista potrà mai risolvere alcunché, ma se la sinistra verrà identificata con *il centro*, e quindi con l’origine di quei problemi, la destra potrà non risolvere nulla, ma almeno non venire assimilata al nemico. La difficoltà di agire politicamente in questo contesto è lampante, così come evidente la soluzione politica: non c’è alternativa al radicamento che contendere questi territori al neofascismo. Questa contesa avverrà sempre più con ogni mezzo necessario, e sempre meno con le bandiere (qualsiasi esse siano, a partire da quella antifascista) in mano. L’antifascismo dovrà viaggiare nelle cose, nelle vertenze, negli scontri con le istituzioni politiche ed economiche che governano i destini della periferia.

Detto altrimenti, dovrà essere un antifascismo sociale, molto pratico e poco teorico, disponibile a stravolgersi per sopravvivere. Consapevole, peraltro, che i “fascisti” nei quartieri non sono i militanti fascisti organizzati. Che la parola fascismo nasconde quel rifiuto verso il centro, nella sua declinazione politica e sociale, che non ha nulla a che fare col neofascismo propriamente inteso. La confusione politica che regna nella periferia è talmente degradata che molti si dichiarano al tempo stesso fascisti e antifascisti, come spesso sentito al Tiburtino III in questi giorni. Antifascisti nel rimando storico del nome, e fascisti come grido di disperazione. E’ difficile che un “vecchio” possa capire questi ragionamenti, ma i giovani colgono questa discrasia immediatamente.

Chi in questi anni recenti ha lavorato politicamente nei quartieri, aprendo sportelli di assistenza sociale o palestre popolari, ha già assimilato questo nuovo modo di intendere l’antifascismo. Chi invece non si è mai posto il problema probabilmente non capirà molto di questo discorso. Questi ultimi continuano ad essere il nemico, tanto dei quartieri popolari quanto della sinistra di classe.

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10/05/2017

La traversata del deserto è appena cominciata

Sabato c’è stato un grande corteo cittadino, nonostante i media unificati abbiano scientemente oscurato la notizia. E’ stato un grande corteo tenuto conto delle circostanze, ovviamente. I numeri dichiarati, circa 10.000 persone, più realisticamente forse qualcosa di meno, raccontano comunque di una sfida vinta sul piano della partecipazione. Una sfida vinta nonostante tutto remasse contro la mobilitazione. A cominciare dalla sentenza della Corte dei conti sul mancato danno erariale, con le conseguenti dichiarazioni dell’assessore al patrimonio Mazzillo, che rischiavano di ammorbidire la volontà di partecipazione di quel pezzo sociale sotto attacco delle “politiche di risanamento finanziario” del Comune. Così non è stato, ribadendo un’evidenza tipica di questi ultimi tempi: nessuno più si fida delle istituzioni, soprattutto quando promettono scenari “rosei” verso quel mondo del sociale costantemente sotto attacco e costantemente “fregato” dalle politiche del rigore neoliberale. Ma la manifestazione non è stata vincente solo sul piano numerico. Anche la notevole trasversalità politica della mobilitazione ha contribuito alla sua riuscita. Sabato è scesa in piazza la sinistra cittadina. Una sinistra ancora in affanno, minoritaria, legata a ristretti bacini sociali e ancora senza una strategia politica definita, ma comunque espressione autentica di quel pezzo di sinistra di classe ancora presente in città. Una sinistra sociale e fuori dai partiti, ancora debolissima ma non per questo assente. Un fatto non da poco, considerati i tempi in cui viviamo.

La manifestazione ha scontato però anche dei limiti che forse rischiano di ridurne la portata, almeno rispetto al percorso futuro. Anzitutto, è avvenuta fuori tempo politico. Il tentativo di “spostare a sinistra” la delusione verso la giunta Raggi ha mancato il timing orchestrato dai media e che ha coinvolto, per un certo periodo, l’opinione pubblica cittadina. Da mesi la giunta Raggi vive in uno stato di sospensione politica. Alleggerita la pressione mediatica, il nulla politico che la contraddistingue sta virando verso l’evidente normalizzazione delle proprie scelte strategiche. La “rottura” con la quale si presentava (e sull’onda della quale aveva vinto le elezioni nelle periferie), ha lasciato il posto alla continuità e alla “buona amministrazione”. Non a caso, passata la buriana delle Olimpiadi mancate e vinta la sfida palazzinara sullo stadio di Parnasi-Pallotta, anche i toni giornalistici hanno cambiato segno. Ma la mancata pressione mediatica ha comportato un disinteresse popolare verso le scelte politiche della giunta, e la fase che viviamo è quella di un’esplicita apatia istituzionale che si riverbera nella società. Questo aumenta il valore delle migliaia di persone scese comunque in piazza, ma forse ne diminuisce la capacità politica di intercettare quel malessere che pure si era presentato e che forse – forse – avrebbe potuto prendere la strada della contestazione “da sinistra” alle politiche 5 Stelle. Così non è stato.

Si è trattato di una manifestazione politica contro le scelte della giunta Raggi. In assenza di un progetto politico alla base, però, questa testimonianza di alterità che la manifestazione proponeva è rimasta sul piano, appunto, della testimonianza di una posizione. Una posizione giusta ma che si scontra con la traiettoria politica dei nostri tempi: ogni discorso di opposizione oggi è totalmente appannaggio del Movimento 5 Stelle o, in forma decisamente minore, della Lega Nord. L’avversione al neoliberalismo del Pd e di Forza Italia, un’avversione popolare e probabilmente maggioritaria nel paese e in città, prende la strada politica del M5S. Con questa dinamica dobbiamo farci i conti: chi si vuole ribellare al Pd (e a quello che rappresenta socialmente), vota M5S o non vota. La sinistra non intercetta questo malcontento e, soprattutto, non ne dà forma e organizzazione politica. Per tale motivo l’importante sforzo partecipativo di sabato scorso rischia di cadere nel vuoto o, paradossalmente, rafforzare proprio il M5S interpretato dai ceti subalterni come unica opposizione efficace, anche se non proprio credibile. E allora la manifestazione di sabato non basta, perché non legandosi direttamente a una qualche battaglia politica da portare avanti, ma basata unicamente su parole d’ordine giuste ma astratte (“Roma non si vende”, “reinternalizzazione dei lavoratori pubblici”, “no al debito” e così via), non impone neanche parole d’ordine da “far vivere” all’interno di quei pezzi sociali che si vorrebbe coinvolgere e organizzare contro le politiche comunali e da sinistra. 

Rimane allora il dato positivo, inserito però in un deserto di strategia che va colmato se vogliamo dare gambe e corpo effettivo a una capacità mobilitante che si è visto essere reale. Non è certo un tipo di problema che si risolverà in tempi rapidi, ne siamo consci. Sabato è stato un passaggio necessario ma non sufficiente. Saranno le prossime mosse a chiarire il senso di un percorso che rappresenta, in ogni caso, l’unico tentativo serio di uscire dall’angolo in cui si è messa la sinistra di classe romana da troppo tempo a questa parte.

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16/03/2017

La trappola poliziesca sul 25 marzo

Comincia il tam tam giornalistico contro la manifestazione del 25 marzo, per quanto ne fossimo ampiamente preparati. La Questura, da par suo, sta architettando il trappolone politico-repressivo: nella giornata che vedrà tutto il parterre di proposte politiche sfilare nel centro cittadino, l’unica manifestazione confinata fuori dalla città abitata è quella anti-liberista. L’organizzazione del vertice non prevede “zone rosse”, e infatti la mattina sarà la sinistra neoliberale a sfilare da Piazza Vittorio al Colosseo, mentre nel pomeriggio sarà la destra neofascista di Alemanno e Storace a marciare da Piazza dell’Esquilino a Largo Corrado Ricci. Persino un sedicente Movimento Federalista terrà la sua micro-mobilitazione nel centro, dalle parti di Bocca della Verità.

Per chi non si adegua alla fascinazione liberale o alla reazione nazionalista? La proposta irricevibile della Questura è la dispersione della manifestazione tra Corso Italia e villa Borghese, un oscuramento politico e mediatico senza precedenti. La Questura, in aperta combutta con le forze politiche di cui sopra, concede il centro ai fascisti e villa Borghese alle sinistre, rifiutando la proposta da noi fatta di passare per Piazza Barberini, sfilando quantomeno nei pressi (peraltro abbastanza distanti) del vertice stesso. Niente da fare, non c’è compatibilità politica e quindi nessuna vicinanza possibile. Il tentativo di marginalizzare la manifestazione delle sinistre contro il liberismo europeista non può essere accettato, non sarà accettato.

Già oggi è stata indetta una conferenza stampa per denunciare la chiusura politica della Questura romana, ma il nodo rimane. Una cosa è però chiara: il percorso intimato verrà rifiutato dall’organizzazione del corteo, motivo per cui ad oggi è fortemente improbabile ragionare sull’ipotesi in questione. E’ interessante però il nodo politico dell’intera vicenda. Da settimane la Questura lavora per rompere il fronte organizzativo della manifestazione. Non riuscendoci, ha puntato a disinnescare le potenzialità del corteo relegandolo fuori dalla città “politica”. Tutto questo chiarisce i rapporti politici in campo. Per la sinistra di complemento il problema non si pone neppure: avrebbero potuto anche aderire al vertice stesso, prendendo parola e implorando la Ue di più umanità; le destre invece costituiscono l’opposizione perfetta alle politiche euro-liberiste. Finché il contraltare politico alla Merkel, a Hollande o a Gentiloni/Renzi saranno quei soggetti reazionari, razzisti e nazionalisti espressi dal fronte lepenista, la Ue dormirà sonni tranquilli. L’uno rafforza l’altro: i partiti reazionari, narrati come “unica alternativa” all’europeismo liberista, continueranno a raccogliere una quota di consenso di quei ceti sociali vittime del liberismo; l’Unione europea, senza opposizioni credibili se non quelle, appunto, reazionarie, s’impone nel carnet delle scelte politiche realiste come unico soggetto, magari non perfetto, in grado di arginare il populismo reazionario. E’ il connubio ideale, incarnato in Italia dallo scontro tra forze europeiste e Lega nord.

In questo scenario non può trovare posto una sinistra di classe progressiva e internazionalista ma anti Unione europea. E’ questa opzione politica che deve sparire, criminalizzata prima e oscurata dopo, e relegata ai confini cittadini, distante dal vertice, dalla popolazione, dai “palazzi”. E’ per questo che in vista del 25 andranno escogitate soluzioni in grado di sparigliare la trappola organizzata da Questura e sinistra istituzionale. Di certo, non cederemo al ricatto politico di manifestare solo dove sarebbe inutile farlo.

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15/10/2016

Il tranello americano

Qualcuno dovrà prendersi la briga di dire, da sinistra, che il linciaggio politico-mediatico contro Donald Trump è vergognoso. Non perché – è un’ovvietà ma, come dire, repetita juvant – Trump non sia effettivamente uno dei simboli del degrado politico neoliberista; non perché non sia soggettivamente un bifolco sessista; non perché il suo esempio amorale di tycoon evasore non segni l’ennesimo passo indietro culturale del ceto politico liberista. Tutte queste cose al sistema mediatico e politico mainstream non fregano un cazzo: questo il tranello ideologico su cui stanno concentrando l’attenzione media e finanza delle due sponde dell’Atlantico. L’attuale linciaggio è funzionale all’elezione di un presidente impresentabile, innominabile, inadatto, quale è Hillary Clinton, questa si espressione – ben più di Trump – dei famigerati “poteri forti”, come lei stessa d’altronde ammette candidamente. 

Non è vero neanche che tra Trump e Clinton “non ci siano differenze sostanziali”, come pure prova a ragionare una parte della sinistra in lotta contro la trappola mediatica imposta: Hillary Clinton è peggio di Donald Trump, su questo non possono esserci tentennamenti moralistici. Quello della morale è un terreno da rifiutare a prescindere, perché è il capitalismo dei mercati finanziari, personificato da Hillary Clinton, a costituire la più grande opera di distruzione morale ed etica della storia dell’uomo. Non le avventure di un tragicomico minus habens che ha raccolto il sentimento di delusione e rassegnazione dei ceti popolari nordamericani rivolgendoli in chiave parodistica e regressiva. 
Donald Trump e Hillary Clinton non sono sullo stesso piano, ma questo non vuol dire che uno dei due sia “votabile”. Il problema è che, scomparendo qualsiasi analisi oggettiva delle componenti economiche, sociali e sociologiche che hanno portato alla ribalta Trump, accettando – anche criticandolo – il terreno imposto dai media del moralismo calpestato dal magnate americano, scompaiono a loro volta le ragioni profonde di queste tristi elezioni statunitensi, le stesse ragioni che avevano portato al relativo successo elettorale Bernie Sanders.

Donald Trump è un rappresentante inadeguato – non perché sessista però – di un bisogno sociale di rottura con una classe politico-economica con cui vanno mantenuti aperti canali di dialogo necessari e inaggirabili. La sinistra statunitense o, per estensione immaginaria, anche quella europea, assecondando la vittoria di Hillary Clinton come “male minore”, quel dialogo, già ampiamente compromesso, lo rovinerebbe ulteriormente.

Bisogna ribadirlo con forza: Donald Trump è il rappresentante inadeguato di un bisogno giusto: la rivolta barbara e incivile che sorge dall’impoverimento generalizzato della società senza rappresentanza politica; mentre Hillary Clinton è l’espressione politicamente presentabile di un bisogno sbagliato: la stabilizzazione del sistema politico americano.

Sono due società differenti quelle personificate dai due candidati. In Hillary Clinton c’è profonda concordanza tra interessi di classe e rappresentazione politica. In Donald Trump gli interessi della miriade di ceti impoveriti o addirittura proletarizzati prendono la forma ultra-alienata del populismo reazionario ma, se ha ancora un senso ricercare nella composizione di classe l’appiglio storico a cui aggrappare le ragioni della sinistra, questi ceti impoveriti, queste fasce di proletariato, rimangono gli unici referenti sociali possibili.

Altrimenti, proseguiremo nel “detournament” storico in cui la sinistra è finita: espressione politica dei ceti medi intellettualizzati, contrapposta al populismo, di volta in volta reazionario o progressista, capace però di dare voce ai senza voce, rappresentanza agli esclusi dai processi di innovazione tecnologica e produttiva del capitalismo.

Ecco perché la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton ci riguarda direttamente: perché anche da questi tornanti storici si capisce la direzione politica della sinistra di classe del prossimo futuro.

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27/09/2016

Cosa succede nel M5S?

Ieri è uscita contemporaneamente su Repubblica e Corriere un’intervista (forse un estratto di una conferenza stampa improvvisata) di Roberta Lombardi sull’attuale situazione del Movimento grillino (intervista subito smentita, ovviamente). L’intervista esce in una fase calda e criptica del Movimento, segnato dalle difficoltà della giunta romana, dal ritorno di Grillo a “capo politico” del Movimento, alla ridefinizione del ruolo del cosiddetto “direttorio”. Una fase contraddittoria segnata però dall’oscurità in cui viene avvolta qualsiasi dialettica interna: capire cosa succede davvero dentro il M5S è affare estremamente complicato. Tutti i vari commentatori, giornalisti e opinionisti scontano questa difficoltà nell’interpretare la vita interna al M5S, contribuendo alla confusione generale su quello che però è, ad oggi, il secondo partito italiano nei sondaggi e che esprime i sindaci di due delle tre città più importanti del paese. L’impossibile decifrazione della vita politica del Movimento è però già di per sé un segnale inquietante: la forza pentastellata è sempre stata quella di rappresentarsi in antitesi alla “forma partito” – qualsiasi essa fosse – sottintendendo con ciò la natura maggiormente democratica del processo politico avviato. Ci ritroviamo  però oggi ad interpretare un rebus, in cui ogni passaggio dialettico avviene secondo forme, metodi e riti per nulla chiari, tutto giocato sull’informalità dei processi che genera leadership equivoche e poco partecipate dalla base. Leggiamo però l’intervista, anche in questo senso indicativa di uno scontro interno inevitabile una volta passati da forza di opposizione a forza di governo (quantomeno cittadino, come oggi).

Roberta Lombardi rappresenta la “parte sinistra” del Movimento, quella più legata alle periferie romane, ai suoi movimenti sociali, alle istanze popolari e radicali della base. E’ un dato di fatto, e da un po’ di tempo ci tiene personalmente a sottolinearlo: “A Roma c’è il Movimento 5 Stelle e c’è il sindaco di Roma, sono su due strade diverse[…]Diciamo che c’è un prima e un dopo. Ci sono quelli che sono arrivati prima del 2012, cioè la vittoria di Parma: io, Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberto Fico. E ci sono quelli arrivati dopo”. Lombardi traccia uno spartiacque, che non sembra tanto generazionale ma politico: c’è un gruppo politico collettivo e originario, fondato sulle istanze democratiche del “primo” M5S, e c’è un ceto politico successivo, aggregatosi sull’ondata dei successi politici e mediatici, che però ha macchiato l’originaria purezza: “Quell’anno è stato un po’ uno spartiacque. Noi badavamo soprattutto alla sostanza, al lavoro di squadra. Chi è arrivato dopo spesso ha fatto prevalere la comunicazione alla sostanza[…]Tra di noi deve valere il lavoro collettivo. Per essere leader occorre autorevolezza. E per ora quella ce l’ha solo Beppe[…]Di Maio e Di Battista sono bravi a comunicare ed è giusto che vadano in tv. Ma non hanno un ruolo politico”.

E’ uno strano parallelo quello tracciato dalla Lombardi. Fino al 2012 il M5S era una creatura plasmata e modellata unicamente dal duo Grillo&Casaleggio. Eppure la Lombardi lo ricorda come il periodo più “democratico” e conseguente col programma radicale che ne ha determinato il successo. Dopo il 2012 il M5S gradualmente allenta i legami coi due fondatori, la macchina organizzativa viene sempre più guidata da un ceto politico dirigente in formazione, che però, nelle parole della Lombardi, invece di democratizzare ulteriormente il Movimento ne mina alla base i suoi caratteri originali e popolari. La realtà di questi anni e le ultime contorsioni grilline sembrano favorire una spiegazione, non esaustiva ma forse più vicina alla realtà, del racconto interessato e reazionario dei media mainstream, che in questi mesi stanno narrando le difficoltà grilline da un punto di vista di destra e non di classe (anche nei giornali “di sinistra”).

In realtà l’esperienza sta dimostrando come il ceto politico del M5S, se lasciato solo da Grillo, tende inequivocabilmente “verso destra”, verso cioè l’istituzionalizzazione del Movimento, il raffreddamento delle sue pulsioni democraticiste, l’ibernazione di ogni ipotesi di rottura anti-sistema.

Illuminante in questo senso la tendenza delle varie decine di fuoriusciti dal M5S: lasciato il Movimento, nessuno di questi ha abbracciato progetti politici di “sinistra radicale”, ma si sono tutti riposizionati nei partiti tradizionali a destra del M5S (Forza Italia, Lega Nord, Pd, Scelta Civica). Al più, sono confluiti in Sel, cioè in una “sinistra” del Pd che ha come ruolo quello di cementare, legittimandole “a sinistra”, le scelte politiche di quest’ultimo.

Fuori dal guinzaglio grillino non c’è la liberazione di spinte popolari tenute a freno dalla Casaleggio Associati, c’è al contrario la pacificazione del Movimento. Paradossalmente, e questo dovrebbe far riflettere molti, è lo stesso Grillo a tenere in vita artificialmente le istanze politiche “di sinistra” (o comunque più popolari) presenti dentro il Movimento. La Lombardi si accorge di questo, ma si accorge soprattutto di un’altra cosa: senza la sovraesposizione mediatica di Grillo quelle istanze popolari presenti dentro il M5S verrebbero immediatamente fagocitate e normalizzate dal corpo del Movimento.

Alla sinistra del M5S, che pure esiste soprattutto nelle sue istanze di base, serve la leadership forte di Grillo, e non a caso questa viene usata contro il ceto dirigente grillino, verso il quale la Lombardi si scaglia con inusitata violenza: “Il Direttorio ha avuto soprattutto un ruolo di comunicazione. Poi è vero che con il tempo si è creato un po’ un equivoco e certe uscite comunicative sono diventate politiche. E dunque sbagliate[…]Noto che a volte c’è più spinta a livello comunicativo e meno attenzione alla sostanza. Il problema è quando tu cerchi di inseguire Matteo Renzi sul suo stesso terreno”.

Non si può certo affermare che le manda a dire. Il problema di Grillo e del M5S è però più complesso di così. Grillo non è “di sinistra”, e se si fa garante delle istanze popolari non è per interesse personale ma per calcolo politico. Il M5S, nella sua ottica, deve rimanere al centro e fuori la distinzione destra-sinistra. Quando questo vira eccessivamente a destra, si preoccupa di limitare le tendenze istituzionalizzanti del duo Di Maio-Di Battista, come accaduto anche per Pizzarotti. Ma quando c’è il rischio che questo prenda una strada troppo “di sinistra”, come poteva essere ipotizzato a Roma (con un assessore forte come Berdini e un sindaco ombra legato ai movimenti come la Lombardi), ecco che fa fuori la Lombardi mandandola in Sicilia e copre politicamente le scelte di Virginia Raggi nonostante queste vadano contro gli stessi interessi della base del M5S.

Più che destra e sinistra, la vita interna del M5S sembrerebbe essere divisa tra una sorta di “peronismo”, personificato dalla Lombardi, che si accorge della necessità del leader forte attraverso cui portare avanti la “parte sinistra” del programma ideale grillino, e un’ideologia tecnicista anti-politica (in realtà intimamente liberista), simboleggiata in questo caso da Di Maio, che vorrebbe rompere con qualsiasi tentazione anti-sistema. Questo per quanto riguarda la natura soggettiva dello scontro in corso dentro il Movimento. Ma oggettivamente il M5S sembrerebbe sempre più ritagliarsi la funzione di “pope Gapon” collettivo: un movimento populista ambiguo, trasversale e con venature reazionarie, che però contiene, e in un certo senso favorisce e addirittura organizza, quelle istanze popolari e di classe lasciate senza rappresentanza dalla morte della sinistra politica nel paese. 

Il pope Gapon fu al tempo stesso strumento della polizia zarista ed elemento decisivo dell’organizzazione operaia che portò alla Rivoluzione del 1905. A differenza della situazione russa del primo Novecento, però, manca oggi quel soggetto sociale di massa e organizzato capace di raccogliere la sfida una volta smascherata la natura utile ma corrotta del M5S. In assenza di questo, qualsiasi tentativo di “cavalcare” il M5S o, peggio ancora, qualche sua presunta “corrente interna”, si risolve in lobbismo spicciolo incapace di produrre risultati concreti. Ma anche l’atteggiamento opposto, quello cioè di bollare tutto ciò che il M5S rappresenta accomunandolo in senso regressivo al resto del quadro politico, inibisce in partenza qualsiasi dialogo proficuo con quel pezzo enorme di classe operaia e di proletariato metropolitano oggi rappresentato dal M5S. Il Movimento grillino è un movimento anti-sistema a rischio costante di normalizzazione. Lavorare per raccogliere la sfida anti-sistema che viene dalla sua base dovrebbe essere uno dei compiti della sinistra di classe, soprattutto a Roma dove queste contraddizioni stanno raggiungendo rapidamente il punto di saturazione.